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	<title>casa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Di tanti passi, o del diritto alla caduta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/31/di-tanti-passi-o-del-diritto-alla-caduta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi</strong><br /> Soffochiamo in mezzo alle cose. Sommersi dalle cose, dal pensiero delle cose, dal desiderarne sempre altre, nuove, più lucide e più lisce. Eppure, in quel richiudersi senza speranza del portoncino, quel rumore sì familiare, ci accompagna l’illusione che lasciamo fuori il mondo cattivo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-111158" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1.jpg" alt="" width="1921" height="1450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1.jpg 1921w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-1024x773.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-768x580.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-1536x1159.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-696x525.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-1068x806.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-556x420.jpg 556w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-1-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 1921px) 100vw, 1921px" /></p>
<p>di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p><em>(Pubblichiamo un estratto da <a href="https://bookstore.mauriziovetrieditore.com/store/product/di-tanti-passi" target="_blank" rel="noopener">Di tanti passi, Maurizio Vetri, 2024</a>. Il romanzo di Paola Ivaldi racconta l’inconsueto legame che, nell’arco di un anno, si instaura tra il relitto del più drammatico naufragio del Mediterraneo e una donna che si trova ad affrontare, in una manciata di mesi, un lutto famigliare, un’inattesa separazione, due traslochi)</em></p>
<p>Al termine del giro serale, mi sentivo sempre più stanca, una donna sfiancata. Poi mi capitava di domandarmi: c’è un modo di rincasare che possa apparire dignitoso pulito lieve? Perché ogni volta che io mi guardo dall’alto o che osservo gli altri che infilano la chiave nella toppa, spingendo rassegnati il portone, sbilanciando il proprio peso un poco in avanti, a voler aprire più rapidamente e con minore fatica di braccia, dunque aiutandosi con la spalla, di lato, o con la punta del piede, capo chino, mi pare di assistere a una sconfitta, non plateale, in sordina, tranne che per il lamentoso cigolio che precede il rumore cocciuto del portone che sbatte, una sconfitta che si consuma lontano dai clamori, ma che scava dentro lunghe gallerie di risentimento non sempre capace di tramutarsi in rassegnazione.</p>
<p>Riesco a vedere, attraverso i muri, le persone che avanzano barcollanti verso ninnoli e altarini colori tessuti acrilici luci e profumi sintetici che evocano sempre altro dal qui e ora, dall’istante del ritorno a casa, che è poi l’unico che conta, quello autentico che però si rinnega. Cuoricini pupazzi meme ritagliati magneti turistici frasi sagge quattro salti in padella telenovelas televendite telegiornali telequiz. Ecco, io allora penso all’animale selvatico e alla meraviglia di una tana che è rifugio, solo quello, la verità accecante nella sua semplicità, essenza di esistenza, terra sassi fango paglia zanne sangue, chinarsi strisciare per tornare a una tana, la nostra capanna, chinarsi umilmente grati della destinazione di fine giornata. Quanto siamo lontani, noi, e infelici in mezzo ai nostri giocattoli e protesi e capricci sommersi dall’inutile troppo. Annaspiamo tra le cose nostre, lucide e lisce.</p>
<p>Soffochiamo in mezzo alle cose. Sommersi dalle cose, dal pensiero delle cose, dal desiderarne sempre altre, nuove, più lucide e più lisce. Eppure, in quel richiudersi senza speranza del portoncino, quel rumore sì familiare, ci accompagna l’illusione che lasciamo fuori il mondo cattivo, fatto di brutture maldicenze malanni, ma che da lì in poi siamo salvi, al sicuro. Non è affatto vero, naturalmente, perché siamo braccati fin nel profondo dell’anima, dal mondo di fuori e da quello di dentro.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-111159" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-rotated.jpg" alt="" width="2016" height="1512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-rotated.jpg 2016w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-2-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 2016px) 100vw, 2016px" /></p>
<p>Riempire sempre riempire: il trolley, il frigo, il carrello, le rughe, l’agenda, il tagliere e il bicchiere, il baule, l’armadio e la scarpiera, la bocca il silenzio. E poi questi smisurati vuoti che, con deleteria ostinazione, rifiutiamo di abitare, li si riempie oltre che di cose anche degli altri, compulsivamente: dei figli dei nipoti di mariti e amanti, vampirizziamo gli altri, ci attacchiamo come sanguisughe o come invisibili zecche ai loro polpacci e ci nutriamo di loro, delle loro vite, dei loro guai e i loro vuoti riempiti, ulteriormente, di cose e di vite e di vuoti altrui. Riempire i vuoti di programmi televisivi, colmare le attese di musiche di sottofondo. Riempire, riempire la vita e i discorsi, di abitudini di luoghi comuni e frasi fatte pur di parlare pur di non ammettere di non avere parole o avere esaurito i gesti.</p>
<p>E poi: tubetti e flaconi, creme pastiglie opercoli prodotti preparati e infusi massaggi aperitivi e chiacchiere. Schermi e cavi, social e messaggini, post, pixel, tweet, call, spot e gaffes e app, codici a barre e codici QR, raccolte punti e buoni acquisto, strass e brillantini, paillettes e glitter, e lucine natalizie intermittenti, prenotazioni e shopping, pantofole e scarpe giacche e borse cinture e cravatte, mete e avventure da sogno, abbonamenti coupon saldi e offerte stracciate, elettrodomestici, elenchi puntati, pin e password, multivitaminici, rate, mutui, verbali certificati multe bollette perizie polizze.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-111160" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3.jpg" alt="" width="1512" height="1301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3.jpg 1512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3-300x258.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3-1024x881.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3-768x661.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3-150x129.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3-696x599.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3-1068x919.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/foto-3-488x420.jpg 488w" sizes="(max-width: 1512px) 100vw, 1512px" /></p>
<p>Invece, io credo, ma davvero ci credo, avvicinandomi alla fine del viaggio e anche avviandomi con una conquistata lentezza verso il termine di questo mio <em>annus horribilis</em>, ma anche assai sorprendentemente <em>mirabilis</em>, che, almeno per me, la sola salvezza concepibile consista nel mettere spazio tra le cose, tempo fra le azioni: ecco, sì, molto meglio dilatare, rallentare, diradare. Nonostante tutto intorno a me sembri andare nella direzione opposta, come a puntare in massa obiettivi sempiterni di accumulo e accelerazione.</p>
<p>Posso accettare il rischio dell’acuirsi del senso di una inscalfibile e inevitabile solitudine, di restare incompresa, di sentirmi, ancora e ancora, uno scarto. Ma a seconda dei punti di vista, lo scarto può anche rivelarsi la porzione più preziosa, quella da tenere più in conto, da salvare, mettendola da parte. Posso farcela, perché io so, adesso, che non c’è un’altra via, per me, che la mia traiettoria di vita è questa, non un’altra.</p>
<p>Dilatare, rallentare, diradare. Spazio, tempo. Non c’è molto altro da capire, in fondo. Perché se non c’è più tempo e spazio per i fatti, se non ne abbiamo consapevolezza, non ne serbiamo memoria, allora significa che le cose hanno preso il sopravvento sui fatti, i quali accadono quasi a nostra insaputa. E questo, pur nella mia modestia intellettuale, non credo sia un buon segno.</p>
<p>———</p>
<p>Paola Ivaldi (Torino, 1966) è laureata in Lettere moderne e lavora nel campo della comunicazione pubblica. Ha esordito nel 2020 con <em>Piccoli viaggi</em> (Robin Edizioni). <em>Di tanti passi</em> (Maurizio Vetri Editore, ottobre 2024) è il suo secondo romanzo.</p>
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		<title>Mots-clés__Casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Aug 2024 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Gaber]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi </strong> <br /> E la casa è galera a vita, pensa dunque che vita! Condiziona il pensare. Offre all’angelo della morte indirizzi sicuri. Attira il crimine, la rissa, il lutto. Gente impazzisce per brama di bagni e cucine. La coppia giovane ci fa naufragio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Casa</strong><br />
di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p style="text-align: right;">Giorgio Gaber, <i>C&#8217;è solo la strada </i>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=V2qYnD0sAr8">play</a></p>
<p>___</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="NvzvnQoU2UI"><iframe loading="lazy" title="Nomadland ending scene" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/NvzvnQoU2UI?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p>___</p>
<p>Da: <em>Insetti senza frontiere</em> di Guido Ceronetti, Adelphi (2009), pag. 36.</p>
<p>E la casa è galera a vita, pensa dunque che vita! Condiziona il pensare. Offre all’angelo della morte indirizzi sicuri. Attira il crimine, la rissa, il lutto. Gente impazzisce per brama di bagni e cucine. La coppia giovane ci fa naufragio. La Fuga è dappertutto, ma la sua impossibilità culmina in tortura mentale. La casa ti abbranca e ti tiene. La odii, la faresti esplodere quando si svuota d’amore. Ma bisogna odiarle sempre, e mai cercarle, mai desiderarle, queste dannate case.</p>
<div style="text-align: center;">___</div>
<div></div>
<div></div>
<div>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. La prima domenica del mese Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a:  ornellatajani@hotmail.it Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</div>
<div></div>
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		<title>Uscire di casa, entrare in città (2 di 2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/01/uscire-di-casa-entrare-in-citta-2-di-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
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					<description><![CDATA[Seconda parte di un testo pubblicato ieri su L&#8217;Ordine. La prima l&#8217;ho condivisa la scorsa settimana, qui. G.B. &#160; di Gianni Biondillo A un livello di ragionamento più serio e profondo c&#8217;è chi si è chiesto se un ritorno ai borghi abbandonati fosse una soluzione di fronte a una pandemia che ha tenuto in scacco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_84841" aria-describedby="caption-attachment-84841" style="width: 559px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-84841" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente.jpg" alt="" width="559" height="376" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente.jpg 757w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-250x168.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-160x108.jpg 160w" sizes="(max-width: 559px) 100vw, 559px" /><figcaption id="caption-attachment-84841" class="wp-caption-text">Corso Buenos Aires nella &#8220;fase 2&#8221;</figcaption></figure>
<p><em>Seconda parte di un testo pubblicato ieri su </em><a href="https://ordine.laprovinciadicomo.it/">L&#8217;Ordine</a><em>. La prima l&#8217;ho condivisa la scorsa settimana, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/05/25/uscire-di-casa-entrare-in-citta-1-di-2/">qui</a>.</em> G.B.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Gianni Biondillo</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">A un livello di ragionamento più serio e profondo c&#8217;è chi si è chiesto se un ritorno ai borghi abbandonati fosse una soluzione di fronte a una pandemia che ha tenuto in scacco le nostre città, paralizzandole. Ovviamente pensare a una corrispondenza biunivoca – svuotare le città per riempire i borghi – può apparire un po&#8217; troppo semplificatorio. E le soluzioni semplici non esistono. Pensare che si possa ancora contrapporre città a campagna è un modo vecchio di interpretare il territorio. A ben vedere i primi focolai del Covid19 non sono esplosi a Brescia, Padova o Milano. Questo perché abitiamo in una rete di relazioni. Lodi, Alzano, Cremona, Codogno, Vo&#8217; Euganeo, sono parti della rete, elementi della metropoli a scala macroterritoriale. Non è un problema di distanze ma di altimetrie. L&#8217;Italia spopolata è quella che sta oltre i seicento metri d&#8217;altitudine. Ma è anche quella più complicata da raggiungere e da mettere a sistema nella rete di relazioni sociali ed economiche. Non è pensabile di trasformarla semplicemente in un bacino di decantazione di seconde case per cittadini spaventati. Occorre, insomma, pensare a questi territori come luoghi di sperimentazione da integrare, e non contrapporre, col resto del territorio.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;idea che questa pandemia cambierà in modo radicale le nostre città scaturisce dallo sgomento contingente che ci fa dimenticare come questa non sia la prima epidemia che è venuta a bussare alla nostra porta. A ben vedere, ad ogni morbo, influenza, pestilenza che fosse, le soluzioni sono sempre state le stesse: isolamento e attesa. Così come le reazioni di insofferenza. Dalle crisi impariamo sempre meno di quanto ci si augura: Tucidide ci racconta di come la peste del V secolo a.c. avesse scatenato istinti nichilisti e dilapidatori negli ateniesi, Boccaccio di donne fiorentine che di fronte al morbo si abbandonano a comportamenti disonorevoli, Samuel Pepys, nella peste londinese del 1665 (giusto per non citare il solito Manzoni), di gente che aveva perduto la ragione disattendendo volontariamente le norme della quarantena. Eppure, non ostante l&#8217;apparente crollo di ogni remora e la prospettiva di un futuro dove l&#8217;anarchia dell&#8217;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>homo omini lupis </i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">avrebbe regnato suprema, non ostante vagheggiamenti di vite campestri e sogni bucolici, non si è mai smesso di abitare le città. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Dal punto di vista dell&#8217;hardware urbano cambierà ben poco, insomma. L&#8217;architettura ha una sua inevitabile grevità, lentezza, farragine. Non si po&#8217; ridisegnare tutto, abbattere tutto per ricostruire tutto daccapo, è una proposta retorica, emotiva, e sarebbe comunque una operazione inutilmente titanica. Viviamo in spazi codificati da secoli, la stratigrafia non è solo materiale (mai per davvero il passato e scomparso dalle nostre città) ma anche e sopratutto culturale (abitiamo modernamente e allo stesso tempo seguendo abitudini antiche). Quello che occorre fare è ciò che abbiamo sempre fatto: riusare in modo nuovo il già dato. Fare un aggiornamento del software urbano, per migliorare la resa della macchina metropolitana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La forza dell&#8217;architettura sta nella sua apparente debolezza: il tempo che intercorre da quando viene ideata a quando viene materialmente prodotta. Nessuna architettura è mai davvero contemporanea al suo tempo. Nessun programma distributivo, tecnologico, tipologico, potrebbe rispondere a una richiesta immediata, urgente. C&#8217;è uno spazio di aleatorietà e versatilità che viene naturalmente incorporato dalla cassa muraria di un edificio. E una sua connaturata attitudine all&#8217;adattamento. Ciò che sembra perciò rigido e inattuale è anche capace di farsi riusare di volta in volta in modo differente. È così che riusciamo ad avere edifici che nei secoli sono nati con una funzione per poi contenerne altre, nuove e differenti: chiese che diventano auditori, fabbriche che diventano appartamenti, case popolari che diventano abitazioni di lusso, rovine archeologiche che diventano palazzi nobiliari, gasometri che diventano spazi espositivi, manieri che diventano uffici, cascine che diventano alberghi, eccetera.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Caldeggio il ripristino di due discipline nate con la rivoluzione industriale e che s&#8217;è smesso di insegnare da tempo dei corsi universitari: l&#8217;igiene ambientale e l&#8217;architettura sociale. Campi di ricerca che devono studiare e approfondire le fragilità che sono sorte con il virus sapendo che le risposte non saranno quelle massive del secolo scorso. Non è di megastrutture che abbiamo bisogno, ma di un programma di intervento capillare, parcellizzato e coordinato. Uno spazio d&#8217;intervento in realtà enorme, capace di coinvolgere nuovi creativi e piccoli imprenditori, prima ancora che grandi studi di progettazione o enormi imprese di costruzioni.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Immagino designer che studiano quali dispositivi sanitari ideare per il nostro uso quotidiano (abiti, mascherine, protezioni) che non siano punitivi e mortificanti; oppure penso a nuovi spazi di decantazione e igienizzazione condivisi, negli ingressi, atri, o ai cancelli dei cortili, che mettano in sicurezza l&#8217;abitante del condominio evitando di rubare spazio prezioso al singolo appartamento per le operazioni di sanificazione; e poi la rivalorizzazione degli spazi semiprivati, condivisi, come i ballatoi, i cortili, i giardini interni, i corpi scala, dando loro funzioni nuove e nuovi usi (camere di decompressione, spazi per le attività fisiche, luoghi di scambio, ecc.). Sperimentazioni che si riverseranno nelle nuove progettazioni alle quali, pare evidente, sarà doverosa una attenzione che prima non sembrava necessaria. Le nostre case non saranno solo covo, tana o rifugio dove escludersi dal mondo, ma cellule minime dalla geometria frattale nelle quali si riverbera e si legge la complessità urbana di cui fanno parte. Quindi balconi, terrazze, affacci urbani, giardini pensili, funzioni condivise, spazi di igienizzazione, terme, biblioteche condominiali, sedi per la consegna, la vendita e il ritiro delle merci, eccetera. Condomini come piccole comunità che riescono ad essere aperte alla città (cosa ben differente dalla gate community) e allo stesso tempo pronte a non perdere la possibilità di uno scambio sociale, in caso di nuovi allarmi sanitari, mantenendo il dovuto distanziamento fisico. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Crescendo di scala la geometria frattale non cambia forma e attitudine. Allo stesso modo della politica abitativa di “vicinato condiviso” dovremo rendere in molte funzioni autosufficienti i singoli quartieri, rivivificandoli con attività e servizi (dalla vendita al dettaglio al presidio medico). Il giardino pubblico non sarà uno spazio di risulta abbandonato, ma un punto strategico capace di fare da camera di decompressione durante le emergenze e allo stesso tempo spazio quotidiano per la socialità di quartiere. Apriremo e chiuderemo a macchia di leopardo, nel caso di eventuali nuove epidemie, via via, i singoli appartamenti, i singoli condomini, i singoli vicinati, i singoli quartieri, rendendoli comunque tutti sicuri e socialmente autosufficienti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Perché questo accada, a scala metropolitana, bisogna saper intervenire in modo innovativo sul nodo delle infrastrutture. Usciti dalla quarantena e dal blocco conseguente è il sistema della mobilità che potrebbe avere le più forti sofferenze, capaci di mettere in crisi l&#8217;intero sistema. Per ora i numeri sono impietosi, per mantenere le distanze di sicurezza la mobilità pubblica farà fatica a svolgere il suo compito. Ma quello di cui dobbiamo avere il coraggio di fare, anche a costo di essere impopolari, è abbandonare da subito la tentazione di un utilizzo massivo della mobilità privata, che forse può farci sentire al sicuro (nel chiuso dei nostri abitacoli) ma innescherebbe una reazione a catena ingovernabile. Abbiamo già dato, in termini di inquinamento e di stress.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Il vero Moloch che dobbiamo abbattere è il codice della strada, da abbandonare al più presto per scriverne uno differente che ci permetta una nuova mobilità davvero innovativa. Rallentare la città negli ambiti di quartiere, insistere su nuove linee di mezzi pubblici, leggeri, non invasivi, ecologici, stimolare il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>car sharing</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> e l&#8217;utilizzo di piccole automobili elettriche, dare centralità, nei piccoli tragitti, alle due ruote (biciclette, scooter, bicicli a pedalata assistita, monopattini, ecc.) e alla pedonalità. Una mobilità più lenta, certo, ma più ecologica, capace di stimolare l&#8217;equilibrio psicofisico della popolazione, rendendola più sana e più resistente all&#8217;eventuale prossima emergenza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Non dico di escludere l&#8217;automobile privata, ma renderla una opzione fra le tante. Se si lascia campo aperto, per ragioni d&#8217;emergenza temporanea, alla vecchia mobilità privata si fa un passo indietro difficile poi da colmare: le soluzioni temporanee in Italia diventano, per abitudine, definitive. Sono scelte che sicuramente troveranno resistenze. Ogni cambiamento le provoca, occorre prepararsi all&#8217;inevitabile scontro, ma una politica lungimirante deve accettare la possibilità di non essere popolare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Una metropoli inclusiva e frattale avrà a scala più larga anche percorsi più veloci, aree di grande distribuzione, ospedali d&#8217;eccellenza, centri direzionali. Ma non punterà il suo sviluppo solo su quelli. Anche perché il tema delle infrastrutture non si ferma solo a quelle fisiche, materiali, ma coinvolge, mai come ora, quelle digitali. Nei quasi tre mesi di quarantena abbiamo stressato oltremodo la rete dimostrando quanto sia necessaria e inadeguata. Abbiamo bisogno di una città iperconnessa. Ma una infrastruttura strategica (quale quella digitale) non può essere affidata solo ai privati. Così come nell&#8217;ottocento le ferrovie e nel novecento le autostrade venivano finanziate ed erano sostanzialmente di proprietà pubblica, altrettanto oggi dovremmo ridefinire i ruoli e le proprietà delle infrastrutture digitali. Fateci caso: nei giorni della quarantena gli incontri virtuali, il lavoro agile, la didattica a distanza sono state tutte attività svolte su piattaforme private. Abbiamo demandato a realtà che hanno come primario e legittimo interesse il profitto la gestione delle infrastrutture che ci definiscono come comunità: scuola, lavoro, socialità.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">In fondo per queste realtà produttive tenerci a casa, nel nome della nostra sicurezza, è un&#8217;ottima fonte di guadagno. Ma da quando abbiamo smesso di essere cacciatori raccoglitori, da quando abbiamo scommesso sulle città, il contatto con gli altri è il nostro patto comunitario. Ecco perché occorre tornare ad investire sulla scuola. L&#8217;istruzione è un diritto costituzionale al pari della salute. L&#8217;utilizzo della didattica a distanza, anche il migliore e più aggiornato utilizzo, non può sostituirsi al laboratorio di socialità pubblica e di cittadinanza che è lo spazio fisico di una scuola. Alle strutture esistenti occorrerà ridefinire spazi e modalità, alle nuove, funzioni ulteriori.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">E allo stesso modo, il lavoro agile (quello che viene odiosamente chiamato </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>smart working</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> cosicché la pillola sembri meno amara) deve essere solo una opportunità aggiuntiva, non l&#8217;unica soluzione agibile. Il lavoro (su cui si fonda la nostra stessa costituzione) resta uno dei luoghi elettivi di socialità e di presa di coscienza collettiva. Non possiamo trasformarci in monadi indipendenti, tutti chiusi nelle nostre stanze private, fragili e perciò manipolabili, dediti soltanto al “produci-consuma-crepa”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Certo, rallentare la città e allo stesso tempo continuare a volerla fruire a tutte le scale può sembrare una aspirazione inattuabile. E lo sarà se non si metterà mano a una progettazione coordinata del nostro tempo. Oggi non è più il Piano Regolatore del Territorio novecentesco &#8211; quello che definiva lo spazio di una città e le sue funzioni &#8211; che deve interessarci, ma un Piano regolatore del tempo urbano. Non dico nulla di nuovo, in realtà. Sono almeno trent&#8217;anni che se ne parla, e alcune città hanno già previsto chi un Piano del tempo libero, chi un Piano Territoriale degli Orari. Ma sono sempre stati strumenti accessori, spesso ornamentali, quasi gentili concessioni a studiose (donne per la maggior parte) rompiscatole che della armonizzazione del tempo familiare con quello lavorativo avevano fatto una battaglia di civiltà. Oggi quel campo di studi, all&#8217;apparenza minoritario, di “genere”, si dimostra centrale. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Una città che ha bisogno di più tempo, che deve rallentare, che deve saper utilizzare tutto il suo spazio senza più rubarne altro al territorio ormai sfinito, deve ottimizzare i tempi del lavoro, dello studio, delle incombenze burocratiche e di quelle domestiche, del tempo libero (da ridefinire come concetto), degli incontri pubblici, del riposo. Ottimizzare non vuol dire irreggimentare, ma rendere più plastiche le nostre giornate, migliorando le opportunità che la città ci mette a disposizione. Fra queste suggerisco un investimento consistente sulla biodiversità (immagino aree lasciate “a maggese”) e sull&#8217;agricoltura urbana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Insomma, cambiare negli interstizi la metropoli, per cambiarla per davvero. Perché se è vero che dopo la pandemia nulla sarà com&#8217;era prima, non vorrei che fosse però in peggio. Prima o poi un vaccino verrà trovato e raggiungeremo la tanto agognata immunità di gregge, ma il morbo più difficile da estirpare è quello che ci è stato inoculato in questi mesi. Quello che ci ha trasformati in sceriffi che davano la caccia agli untori, delatori diffidenti di tutti, spaventati persino di uscire di casa per una semplice passeggiata. La sindrome del sospetto, l&#8217;ossessione a barricarci per difenderci è un&#8217;idea punitiva e oscura della città che non posso accettare. L&#8217;idea di muoverci solo per ragioni utilitarie, solo per fare acquisti, o andare al lavoro, per poi rintanarci nei nostri bunker protetti è puro antiurbanesimo. Abbiamo bisogno anche di luoghi inutili e di perdigiorno. Lo spazio ludico, lo spazio inutile, il tempo perso, sono rigeneranti. Sono doni disinteressati di scintillante felicità.</span></span></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Uscire di casa, entrare in città (1 di 2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/25/uscire-di-casa-entrare-in-citta-1-di-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2020 12:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Condivido la prima parte di un testo pubblicato ieri su L&#8217;Ordine &#8211; inserto culturale de La Provincia di Como &#8211; ma scritto oltre un mese fa. Certe cose, sopratutto in questa prima parte, sono forse troppo legate al contingente. La seconda parte, più specifica, la pubblicherò lunedì prossimo. G.B.) di Gianni Biondillo Stare sotto i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_84826" aria-describedby="caption-attachment-84826" style="width: 599px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-84826 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759.jpg" alt="" width="599" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759.jpg 735w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-250x191.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-160x122.jpg 160w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /><figcaption id="caption-attachment-84826" class="wp-caption-text">Corso Buenos Aires a Milano durante il blocco.</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">(<i>Condivido la prima parte di un testo pubblicato ieri su </i><a href="https://ordine.laprovinciadicomo.it/">L&#8217;Ordine</a> &#8211; <i>inserto culturale de </i>La Provincia di Como &#8211;<i> ma scritto oltre un mese fa. Certe cose, sopratutto in questa prima parte, sono forse troppo legate al contingente. La seconda parte, più specifica, la pubblicherò lunedì prossimo. </i>G.B.)</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Gianni Biondillo</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Stare sotto i riflettori del sistema mediatico è una tentazione alla quale pochissimi sanno resistere. Gli accigliati professori, ricercatori, scienziati, da sempre chiusi nei loro laboratori, esclusi dall&#8217;immaginario collettivo, se non come scienziati pazzi, nerd asociali, afasici e ininfluenti, si sono ritrovati d&#8217;improvviso al centro della scena durante la crisi pandemica scatenata dal Covid19. Così, non c&#8217;è stata trasmissione radio o televisiva, diretta su internet, articolo di fondo, intervista di quotidiano o settimanale che non ce li mostrasse. Santoni a cui chiedere vaticini, guru, maestri di vita e persino di stile e comportamento. La televisione è capace di banalizzare ogni cosa, di infettarla, di depotenziarla di ogni complessità. Io per primo, immerso in questo mondo di comunicazione malata, non mi sono perso una singola parola, una sola sillaba. Spesso, per eccesso di offerta, confondendo nomi, scienziati, posizioni, teorie.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Poi l&#8217;altro giorno, leggendo l&#8217;ennesima intervista all&#8217;ennesimo epidemiologo, ho avuto come una illuminazione che mi ha fatto tornare in mente un ricordo sepolto. Erano ancora gli anni delle superiori, un mio professore, un ingegnere, ci raccontò durante una lezione, di un suo viaggio fatto con un gruppo di suoi colleghi alla diga del Vajont. Il racconto dell&#8217;ingegnere era vivido e pieno d&#8217;entusiasmo. La diga aveva retto. Non ostante la frana era ancora lì, bellissima espressione della tecnologia del cemento armato. Avevo non più di diciassette anni, ora che ci penso. Eppure una cosa, mentre ascoltavo le memorie dell&#8217;ingegnere, l&#8217;avevo capita d&#8217;istinto: per me quella diga era un monumento tragico, l&#8217;emblema del fallimento, la lastra tombale sul mito delle </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>magnifiche sorti e progressive,</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> la materiale constatazione di una politica inetta, indifferente al contesto, l&#8217;insulto a una popolazione inerte e sacrificata insensatamente, l&#8217;ignobile pressapochismo degli interessi di parte. Eppure non una parola sulla tragedia, da parte del mio professore. Solo i suoi occhi scintillanti d&#8217;entusiasmo di fronte alla qualità ingegneristica del prodotto finito. Fu questa la lezione più profonda, e la più involontaria da parte sua, che ricevetti quel giorno. Lo sguardo competente, lo sguardo tecnico (di qualunque disciplina si parli, umanistiche comprese), chiude la visione ad un recinto circoscritto per meglio valutarlo. Ma questa forma di ottimizzazione esclude la complessità. Se non facciamo un salto di specie &#8211; dalla competenza alla conoscenza &#8211; troveremo forse soluzioni immediate alle condizioni di partenza, ad esempio quelle emergenziali, ma perdendo grandemente in complessità a lungo andare la toppa potrebbe diventare peggiore del buco.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La soluzione alla pandemia proposta dall&#8217;epidemiologo in quella intervista era a modo suo di semplice applicazione e di immediato e sicuro effetto. Non solo dovevamo restare tutti </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>a</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> casa (dal lavoro), e tutti </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>in</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> casa (c&#8217;è una bella differenza. Non andare in luoghi promiscui – quali fabbriche o uffici &#8211; non significa necessariamente chiudersi in casa), ma, nelle nostre case, ognuno di noi &#8211; genitori, figli, coniugi, nipoti – ogni singolo individuo residente in quell&#8217;appartamento, avrebbe dovuto isolarsi da tutti gli altri. Tutti, dato che nessuno aveva la certezza di essere infetti o meno, asintomatici o sani. Il virus sarebbe scomparso inevitabilmente, per impossibilità al contagio. Così, d&#8217;acchito, sembrava persino ovvio, evidente. Un po&#8217; come da ragazzi, quando a scuola ci facevano risolvere equazioni lunghissime e complesse che a furia di semplificazioni, somme e sottrazioni ottenevano un risultato evidente, pacificante. Ma se quelle equazioni avevano una ragion d&#8217;essere prettamente pedagogica, ci hanno di contro fatto illudere che a problemi all&#8217;apparenza complessi ci fossero sempre e comunque soluzioni semplici. Ma la vita dovrebbe averci insegnato che le soluzioni semplici a problemi complessi sono sempre sbagliate. Non sto qui a dire che essere in cinque in casa non significa avere una casa con cinque ambienti separati, oltre a quelli di servizio. E anche se, forzando per assurdo, d&#8217;improvviso avessimo a disposizione interi edifici fatti a cellette dove riporci tutti separati l&#8217;uno dall&#8217;altro, avremmo forse così risolto il problema momentaneo, ma quali conseguenze catastrofiche alla psicologia collettiva avremmo innescato? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La società e la socialità sono temi complessi, occorrono perciò soluzioni complesse, non semplificate. Gli scienziati si ascoltano, così come gli ingegneri o gli astrofisici, non possiamo fare a meno delle loro competenze, ma poi se stiamo parlando di società, occorre una buona politica che sappia fare sintesi di ogni voce. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">A ben vedere l&#8217;illusione di una soluzione tecnologica ad ogni emergenza, chiamando all&#8217;appello le migliori menti della scienza per eliminare ogni ostacolo che ci faccia inciampare lungo la strada a cui siamo destinati, è dal punto di vista intimamente filosofico il peccato originale della nostra specie (quella umana) e dell&#8217;economia (liberista) che ci contraddistingue negli ultimi secoli. Siamo convinti come specie di poter gestire tutte le avversità che la Natura ci oppone, quasi ci fosse nemica. Ma, Leopardi lo sapeva, la Natura ci è semplicemente indifferente. Ogni specie cerca la sua strada adattandosi al contesto. Come esseri umani abbiamo colonizzato il globo, spesso impoverendo fino allo stremo la biodiversità. Ma allo stesso tempo, in quanto esseri infestanti, diventiamo vettori perfetti per altre realtà biologiche. Che sia un batterio o un virus, nuovo, mutato o antichissimo, se trova il modo di diffondersi lo farà. Lo ha sempre fatto anzi, siamo noi che abbiamo la memoria cortissima. È accaduto e accadrà ancora. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">È un tema, mi pare evidente, di chiara matrice ambientale ed ecologica. Ma quelli che oggi si inginocchiano di fronte agli scienziati per chiedere al più presto una soluzione alla pandemia sono gli stessi che non hanno mai tenuto conto del loro grido d&#8217;allarme che dura da decenni. “Ora che è passato l&#8217;allarme” me li immagino dire nel prossimo futuro “potete tornare nei vostri laboratori e nelle vostre università, lasciateci lavorare e non rompete le scatole con problemi che non si vedono. Che stanno in Amazzonia o al Polo Nord.” E, sono pronto a scommetterci, quel circo mediatico che oggi starnazza dicendo che nulla sarà come prima &#8211; dopo aver superato la Fase 2 o la Fase 3 che dir si voglia &#8211; dimenticherà molto in fretta di invitare in prima serata quei barbosi scienziati che potrebbero apparire agli spettatori come uccelli del malaugurio. Meglio una bella rubrica di astrologia. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">È sempre una questione di parole. (Ricordate Nanni Moretti? “Chi parla male pensa male e vive male”). Spesso usate a sproposito, con incompetenza o, peggio, con malizia. Alcune di queste infestano il discorso pubblico da anni, altre volte le vediamo apparire d&#8217;improvviso, come una epifania. All&#8217;inizio della diffusione del virus si discuteva largamente di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>quarantena</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">, poi, da quando il coronavirus è sbarcato negli USA, dall&#8217;oggi al domani non c&#8217;è stato esperto o giornalista che non abbia parlato o scritto di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>lockdown</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. Che bisogno c&#8217;era di prendere a prestito quella parola? Non bastavano </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>blocco</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> oppure </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>isolamento</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">? È solo un fatto di sudditanza culturale, oppure abbiamo creduto che usando un termine inglese il discorso si sarebbe fatto più tecnico, asettico, specialistico?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Ma la locuzione che continuo a non sopportare è </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>distanziamento sociale</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">, calco pedissequo di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>social distancing</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. Mentre mi sono chiare le ragioni preventive delle azioni da intraprendere, trovo pericoloso l&#8217;utilizzo della formula così com&#8217;è. Ciò di cui abbiamo bisogno, per rallentare la diffusione di una malattia contagiosa, è un distanziamento </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>fisico</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">, non di certo un distanziamento </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>sociale</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. Detto, tra l&#8217;altro, nell&#8217;epoca dei </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>social</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> sembra persino contraddittorio. A meno che, l&#8217;involontario sottotesto non voglia dire che, sì, è proprio un problema sociale. Di classi e condizioni sociali differenti. Che, non ostante la retorica imperante ci abbia voluto far credere che il virus colpisse tutti allo stesso modo, una sorta di livella democratica (alla maniera di Totò), in realtà, a ben vedere, appartenere a una determinata condizione sociale cambia le carte in tavola della partita. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Avere una casa grande, con una terrazza, o un giardino, viverci comodamente con la famiglia è ben diverso che restare intruppati in cinque, sei o più persone, in un bilocale con unico sfogo esterno delle semplici finestre. Avere la possibilità di continuare a lavorare in remoto, o fare didattica a distanza, non è per tutti. Una cosa è avere i dispositivi per tutti i componenti familiari, altro è avere a malapena un computer da condividere, se non semplicemente uno smartphone. (Unico strumento che ci ha permesso il contatto costante col mondo esterno. Ciò dovrebbe farci capire perché chi emigra dal cuore dell&#8217;Africa ne ha sempre uno con sé. Non certo per questioni di vanità, ma come bene essenziale). Lo stesso </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>lavoro agile</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> lo è solo per chi può. Ché restare a casa è stato possibile perché molti a casa non ci sono restati: operatori sanitari, coltivatori, trasportatori, forze dell&#8217;ordine, commessi di supermarket, addetti alla consegna a domicilio, eccetera. Persone esposte al morbo affinché noi non lo fossimo. Infine i fantasmi. In una mia sporadica uscita durante la quarantena ho letto, scritto su un muro: “Stare a casa = Privilegio di classe”. Perché c&#8217;è anche questo. C&#8217;è chi non solo a casa non poteva restarci per questioni lavorative, ma anche chi la casa non ce l&#8217;aveva proprio. E ne ho visti, di fantasmi: barboni, ubriaconi, clandestini, relitti. Le nostre città vuote non sono mai state vuote per davvero.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">E poi, sempre discutendo di parole, ci sono le metafore improvvide. Entusiasmanti, a sentirle, coinvolgenti, ma pericolosissime. Penso, quando è iniziata la tragica conta dei morti, alla similitudine bellica. Siamo in guerra. Questa è una guerra. Gli infermieri, i medici, sono in prima linea. Sconfiggeremo il nostro nemico. E canti patriottici dai nostri balconi e sventolio di tricolori. Non ho nulla contro il tricolore, amo l&#8217;Italia, ho profondo rispetto e ammirazione per il lavoro degli addetti sanitari. Ma una pandemia non è una guerra. È una pandemia. È un&#8217;infezione, una malattia epidemica. Nessun nemico ci ha dichiarato guerra, a meno che non vogliamo credere che la Natura sia la nostra nemica (quanta arroganza, da parte nostra). La retorica bellica può darci forza in un primo momento, creando un sentimento di unione sociale (proprio mentre si sostiene il distanziamento sociale) ma a lungo andare diventa, citando Samuel Johnson (ma io lo conoscevo grazie a Stanley Kubrick), proprio come il patriottismo: “l&#8217;ultimo rifugio delle canaglie”. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Vivo nel capoluogo di una delle regioni al mondo più colpite dal Covid19. Il numero delle vittime mietuto è impressionante, da non farci dormire di notte. Non ostante continuassimo a dirci che “andrà tutto bene” &#8211; speranza doverosa, necessaria &#8211; era sempre più evidente che le cose non stavano affatto andando bene. Che c&#8217;era qualcosa di sbagliato nella gestione dell&#8217;emergenza. Qualcosa che stava a monte, nelle scelte politiche regionali che nel corso dei decenni avevano sempre più smantellato una sanità capillare, diffusa sul territorio, fatta di piccoli ospedali, di consultori, di medicina di vicinato, per puntare tutto sull&#8217;eccellenza di megastrutture ospedaliere, sopratutto private. Quando, per capirci, siamo passati a definire chi veniva ricoverato da </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>paziente</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> a </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>utente</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. (le parole sono importanti, non dimentichiamolo mai). Di fronte a tale disfatta &#8211; non solo qui in Lombardia, sia chiaro – è bastato vellicare l&#8217;amor patrio, dichiarare guerra al coronavirus, unirsi a coorte contro il nemico invisibile, piangere i morti caduti in battaglia. I nostri eroi. No. I medici, gli infermieri che sono morti per contrastare l&#8217;epidemia non sono eroi morti in battaglia. Sono morti sul lavoro. Cioè morti per colpa di una sanità che non ha saputo garantire l&#8217;incolumità di chi stava lavorando, proprio come i muratori che cadono dalle impalcature o gli operai che contraggono il cancro per le pessime condizioni di sicurezza delle fabbriche. Il che rende tutto più tragico e più vero.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Parlare continuamente di guerra poi, significa immaginare già il dopoguerra. L&#8217;ho sentito più e più volte: l&#8217;Italia del dopoguerra, un nuovo dopoguerra, un nuovo Piano Marshall, la ricostruzione, il boom economico&#8230; Insisto, una guerra è una guerra. Ad un certo punto finisce. Si fanno trattati di pace, si smette di combattere col nemico. Si sgomberano le macerie, si ricostruisce. Ma una pandemia, lo ripeterò fino allo sfinimento, non è una guerra. Non siamo scesi a patti con alcun nemico (che è qui, con noi, e ci resterà), nessuna bomba ha abbattuto alcunché, non c&#8217;è nulla da sgomberare, non c&#8217;è nulla da ricostruire. Nel cuore della quarantena si sentiva di continuo che questa esperienza ci avrebbe cambiato, che nulla sarebbe stato più come prima. I più avveduti, i soliti menagramo, insistevano a dire che la normalità era un errore, che non si poteva tornare indietro. Ma le resistenze al cambiamento sono fortissime. L&#8217;importante, gattopardescamente, è far credere che tutto cambi affinché nulla cambi per davvero. Il rischio, insomma, è che le soluzioni per contenere la convivenza col virus siano proprio quelle che ci hanno portato a queste condizioni di crisi ambientale: un ritorno in massa alla mobilità privata e una “ricostruzione” che è in realtà una nuova colata di cemento, nel nome del distanziamento sociale, che si spalmerà in uno sprawl infinito che chiameremo città-giardino o “borgo sicuro”, per nobilitarlo (e venderlo meglio).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La casa al mare &#8211; Luca Lucchesi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/09/21/racconto-luca-lucchese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2017 12:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[La casa al mare racconto inedito di Luca Lucchesi &#160; Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame. Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni. – Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke! Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center"><em><strong>La casa al mare</strong></em></h3>
<h3 style="text-align: center">racconto inedito di Luca Lucchesi</h3>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-69768 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg" alt="" width="390" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-768x528.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-1024x704.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-100x70.jpeg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi.jpeg 1073w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame.</p>
<p>Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni.</p>
<p>– Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke!</p>
<p>Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ mi scoccia dover cucinare.</p>
<p>La prima che va al microfono è la festeggiata: abito da prima comunione, imbuto bianco rovesciato sulla vita, la testa in alto, strozzata. Il testo scorre sul televisore in alto ma lei non guarda neanche. Deve essersi preparata. La conosce a memoria. L’animatrice passa il microfono ad un bambino che per fortuna si vergogna. Per un po’ non canta più nessuno.</p>
<p>Io e Leonardo ci frequentiamo da sette anni. Sul nostro tavolo di ieri hanno messo i regali. Al posto di Leonardo c’è seduto un orso di peluche a grandezza naturale. La mia sedia l’hanno usata per ammucchiare le scatole vuote di tutte le fate e principesse in mostra sul tavolo. È una cosa strana da vedere. Come una metafora. Scatto una foto con il telefonino. Gliela mando. Mi poggio al muretto, guardo sotto: il mare si sta mangiando l’ultima striscia di spiaggia. Il messaggio non parte. Non c’è rete oggi alla scogliera.</p>
<p>Ieri era domenica ma il mare era calmissimo. Con Leonardo siamo stati in acqua fino al tramonto. Poi siamo venuti qui a mangiare la pizza. “Un rosso di sera bel tempo si spera, per favore.” Il cameriere ci ha messo un po’ a capire. Ha fatto una risata di cortesia. Ci ha portato il rosso della casa. Leonardo non è di queste parti. Io ci vengo solo d’estate. Sono di qua. Ma nessuno ci scommetterebbe.</p>
<p>Risalgo a casa. Non so se spalancare le porte all’afa o innalzare una trincea di serrature e imposte. Devo decidermi e fare montare il condizionatore.</p>
<p>Un signore accorcia la cenere della sigaretta sui gerani dei miei vicini. Deve essere uno che ha portato il figlio alla festa di sotto. Mi alzo di scatto e gliene dico due. Lui si scusa ma non lo so da dove mi è uscito il coraggio.</p>
<p>La mia vicina è morta la settimana scorsa. La casa è bellissima, grande. Sembra costruita per custodire un tesoro. È proprio attaccata alla mia.</p>
<p>Magari la trovavo che stendeva la biancheria. Poi un discorso tirava l’altro. Era bello parlare con la signora. Era facile.</p>
<p><em>Dentro</em> casa non ci siamo invitate mai. Rimanevamo solo in piedi, così, come due vicine di casa appoggiate alla ringhiera che separa i loro terrazzini.</p>
<p>Da me ci sono le belle-di-notte. La signora me le annaffiava quando non c’ero. Io non mi sarei mai permessa di ricambiare il favore. Quei gerani sono davvero una cosa preziosa.</p>
<p>Ho incrociato l’avvocato ieri mattina. Io e Leonardo ci prendevamo il caffè in terrazza. Gli ho fatto le condoglianze. Non sono brava in queste cose. Mi ha detto che non viene più volentieri adesso che è solo. Preferisce rimanere in città. I figli non scendono più come prima. Il lavoro, i nipoti. Le cose che la vita mette davanti.</p>
<p>“Senza di lei questa casa è un ulivo marcio”. Ha detto così. Io non l’ho mai visto un ulivo marcio. Mi sono commossa. Leonardo mi ha abbracciato, ma era una di quelle cose teatrali sue, come al solito. L’avvocato poi ci ha chiesto se lo accompagnavamo a cena stasera. Ma Leonardo è andato via stamattina presto. Ci andrò da sola.</p>
<p>La moglie dell’avvocato se la sarebbe presa subito casa mia. “Tu sei sola, che ci fai qui? È un posto per famiglie! Pigliati qualcosa in un posto più alla moda!” E rideva.</p>
<p>Certo sarebbe un bell’affare se decidesse di venderla. Sfondando la parete della cucina potrei allargare. Casa mia è proprio minuscola. A malapena sono riuscita a mettere un divano-letto per gli ospiti. Forse Leonardo si convincerebbe pure a portare Nanni.</p>
<p>Lei è rimasta in cinta quando già ci frequentavamo da più di un anno. Dopo Nanni io mi sono allontanata. Lui si strappava i capelli. Per quattro anni è andata avanti così. La solitudine si mangiava ogni giorno un pezzo della mia rabbia. Poi lo scorso inverno mi è venuto a trovare a lavoro e mi ha detto che aveva chiesto il divorzio. Secondo me però è stata lei a chiederlo. La causa dovrebbe chiudersi quest’autunno. Sono cose lunghe.</p>
<p>Quando passo la mano sui fianchi sento la seta che si spettina. Ho messo il vestito leggero, quello turchese. Adesso non ho più un granello di rabbia addosso. Mi è rimasta solo una solitudine grassa nel cuore.</p>
<p>Abbiamo ordinato un antipasto della casa e una grigliata di pesce del giorno. L’avvocato dice che è fresco sicuro.</p>
<p>Leonardo non ha ancora risposto al mio messaggio. Gliel’ho rimandato di pomeriggio quando sono andata in paese a fare la spesa. Mi ha dato un passaggio il figlio di Concetta. Sono stata per più di un’ora in giro ma niente. Ho solo ricevuto un messaggino da Sara. È a Dubai a trovare la figlia. Lavora in uno di questi grattacieli. Mi ha mandato una foto con la vista dal suo hotel. Mi è venuta una vertigine a guardarla.</p>
<p>Un giorno farò anche io una figlia. Se ne andrà a studiare anche lei lontano e a lavorare se ne andrà ancora più lontano. Chissà quando la rivedrò a nostra figlia. Una volta all’anno. Magari qui nella casa al mare, una casa più grande, con uno squarcio nella parete della cucina.</p>
<p>La prima bottiglia se ne è andata. Sono un po’ brilla. Lo dico all’avvocato. Lui stringe i pugni sul tavolo, poi si mette a ridere.</p>
<p>– Tanto non devi guidare.</p>
<p>– Così ubriaca non sono.</p>
<p>– L’unico pericolo sono gli scogli e il mare in tempesta.</p>
<p>– Come vi siete conosciuti con la… <em>signora?</em></p>
<p>Sono molto imbarazzata. “<em>La signora</em>”, “<em>la moglie dell’avvocato”</em>. Non ci siamo mai presentate. Io ero la sua vicina di casa, lei la mia. Non c’era bisogno di chiamarsi per nome.</p>
<p>– …<em>Costanza.</em></p>
<p>Lo sussurra. Sembra anche lui sentire per la prima volta il suono di quel nome. Leonardo non mi chiama mai per nome. Io non faccio altro che dire <em>Leonardo</em>, <em>Leonardo</em>. Lui dice <em>amore</em>, <em>gioia</em>, <em>piccolina</em>.</p>
<p>– Tutto questo cemento è colpa di mio padre in un certo senso. O forse è grazie a lui se non è andata peggio. Seguiva i lavori alla marina. Costanza si metteva su quello scoglio quando smontava dalla tonnara. Io ero il figlio dell’ingegnere ma a lei non l’avrebbe intimorita nemmeno il figlio di dio in persona. Non dimenticherò mai l’odore delle mani di Costanza quando le ho baciate la prima volta…</p>
<p>Il vento è fastidioso. Per fortuna la veranda un po’ ripara. Mi giro istintivamente a contemplare le nostre due case.</p>
<p>– Voglio vendere. A <em>voi</em> interesserebbe?</p>
<p>– A <em>noi</em>?</p>
<p>– Sì, a te e Leonardo dico.</p>
<p>Poi dico una cosa stupida.</p>
<p>– Da qui sembriamo appoggiate l’una alla schiena dell’altra.</p>
<p>Il tavolo vibra, Leonardo finalmente. Il vento deve aver trascinato le antenne dal monte fino a quaggiù. Mi sento un burattino appeso ai fili elettromagnetici della Wind.</p>
<p>&lt; Che fai? &gt;</p>
<p>Chiedo al cameriere di farci una foto. La mando a Leonardo.</p>
<p>&lt; Salutami l’avvocato. Te l’ha regalato lui l’orso? &gt;</p>
<p>&lt; No era la festa di compleanno di una bambina stamattina… &gt;</p>
<p>&lt; Ah, OK &gt;</p>
<p>&lt; Che c’hai? &gt;</p>
<p>Il messaggio non parte, ci risiamo.</p>
<p>L’avvocato tossisce. Che figura. Gli faccio vedere la foto, sorride.</p>
<p>– Potreste essere tu e Leonardo fra quarant’anni. Lui, se è fortunato, invecchia come me. Su di te invece non ho alcun dubbio…</p>
<p>Arrossisco.</p>
<p>– Costanza si è ammalata l’anno scorso. Un bel regalo che ci ha fatto Gesù bambino per Natale. Sono entrato in salotto e ho visto l’albero: sulla punta, a mo’ di stella, c’era una bottiglia di alcool che ancora sgocciolava. Costanza era in cucina che preparava, come se niente fosse. Mia figlia si è spaventata, si è fatta il segno della croce. Mio genero ha tolto la bottiglia e ha portato l’albero fuori in giardino. Abbiamo fatto un falò. I bambini a piangere, non ti dico. Tumore al cervello non operabile. “Farà cose straordinarie, la troverete estrosa, una specie di pazza allegria. Poi il cancro andrà in giro e si prenderà il resto di lei. Un mese o un anno, non dipende da noi”. Sto medico è una cosa inutile. E noi ce lo siamo tenuti una vita. Di giorno Costanza dormiva, di notte la portavo a passeggio sul lungomare. Se c’era la luna piena si faceva il bagno, nuda, e voleva che la fotografassi. Io ovviamente non ci ho mai avuto il coraggio di scattare, facevo finta, prendevo il cellulare e lo puntavo verso di lei, facevo solo il gesto, così. Mi diceva: “Te le guardi quando ti senti solo”. Era una cosa bellissima: la luna piena; Costanza nuda che si tuffava in acqua…</p>
<p>Io ordino un caffè, lui prende un amaro.</p>
<p>Sono scesa in spiaggia. Un po’ sola, un po’ Concetta mi ha fatto compagnia. L’avvocato l’ho incrociato, ma niente più di buongiorno e buonasera. Ci siamo ripresi la nostra lontananza di vicini, come se nulla fosse. Mostrarsi vulnerabili è la cosa più difficile.</p>
<p>Faccio la valigia. Chiudo acqua e gas, stacco la luce. Di solito lasciavo le chiavi alla signora. Bussavo e gliele facevo scivolare sotto la porta.</p>
<p>Ora che ci conosciamo la potrei chiamare per nome.</p>
<p>Le direi: “io sono Anna. Costanza è un nome bellissimo. Se lo avessi saputo prima, il nostro sarebbe stato un rapporto diverso. Ti avrei invitata in casa, per cena. Ti avrei chiesto di svelarmi il segreto dei tuoi gerani”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Luca Lucchesi è nato e cresciuto (un po’) a Palermo. Dal 2009 vive a Berlino dove si occupa, sotto variegate spoglie, di cinema e televisione. Gli piacerebbe un giorno mettere la testa a posto e cominciare a scrivere sul serio. La Casa al Mare è un estratto dalla raccolta inedita di racconti “Nacusilia”.</i></p>
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		<title>Fiaba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 09:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Genti]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Genti Venerdì 4 febbraio 2011 a Torino il collettivo Ubique ha ospitato nella sua sede la mia performance fiaba, un avvenimento piccolo e marginale, ma di cui voglio rimarcare l’importanza. Da tempo sognavo e organizzavo questa azione ed ero sicura che sarebbe venuta bene. Il primo segno della sua buona riuscita era stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22-300x225.jpg" alt="" title="2" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-38302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di <strong>Francesca Genti</strong></p>
<p>Venerdì 4 febbraio 2011 a Torino il collettivo Ubique ha ospitato nella sua sede la mia performance <strong><em>fiaba</em></strong>, un avvenimento piccolo e marginale, ma di cui voglio rimarcare l’importanza.</p>
<p>Da tempo sognavo e organizzavo questa azione ed ero sicura che sarebbe venuta bene.<br />
Il primo segno della sua buona riuscita era stato sicuramente la mia GIOIA nel pensarla e prepararla, e per gioia intendo lunghi momenti in cui tutta me stessa era trasferita nel progetto senza le interferenze (ansia da prestazione, senso di inferiorità e\o superiorità che i luoghi in cui andavo a leggere mi creavano, avversione e nervosismo per un certo coté poetico-mondano in cui mi sarei trovata) che altre letture e contesti mi avevano suscitato.</p>
<p>La performance consisteva essenzialmente in una lettura <em>ad personam</em>. <span id="more-38297"></span><br />
Avevo montato una casetta (la cui vera funzione è quella di serra) in mezzo a una stanza e i partecipanti vi entravano uno ad uno. A questo punto si sedevano su un piccolo sgabello e io gli mostravo un “campionario” di temi: città, animali, solitudine, distruzione, odio, amore, ispirazione, sesso, gatti, sole, cielo: loro  sceglievano i temi e io leggevo le poesie corrispondenti.<br />
Tengo a precisare che questa idea di fare scegliere loro il tema della poesia non andava nella direzione di un gioco fine a se stesso, ma in quella di rafforzare l’intimità tra me che leggevo e loro che ascoltavano, di essere in quei pochi minuti in una situazione simile all’innamoramento: <em>in simbiotico stato di beanza</em>.<br />
Alla fine della lettura, a mia discrezione, facevo un dono all’ascoltatore: una biglia, un bottone, una busta contenente un messaggio segreto, fogli con vecchi collages che ho realizzato negli anni.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8-300x225.jpg" alt="" title="8" width="300" height="225" class="alignright size-medium wp-image-38300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Avevo fissato la durata delle performance a circa tre quarti d’ora, è durata più di tre ore, la gente entrava e usciva ringraziandomi, qualcuno addirittura con gli occhi umidi di commozione, persone sconosciute mi abbracciavano come fossi stata da tempo loro amica, nessuno si è lamentato per il tempo che ha dovuto aspettare in fila. </p>
<p>Alla fine della lettura non avevo più la voce e mi facevano male le gambe, ma mai come in quel momento ho realizzato quanto la poesia fosse qualcosa di davvero potente e necessario. Non che prima ne dubitassi, ma avevo sperimentato più che altro il lato introverso della sua forza, quello generato nel momento della scrittura, per la prima volta il 4 febbraio ho sperimentato invece la sua azione benefica e intensa sugli altri. </p>
<p><strong>IL SÉ RABBERCIATO </strong></p>
<p>	un grande classico dell’innamoramento<br />
	un evergreen  dell’inizio-relazione<br />
	la cartina tornasole dell’amore<br />
	è l’inverarsi di questa situazione:</p>
<p>	tu e l’altro asserragliati in una stanza<br />
	a parlare di sé per ore e ore<br />
	imperlati di parole e di sudore<br />
	in simbiotico stato di beanza.</p>
<p>	la parola è un filo di cotone<br />
	tu: sartina in eterno apprendistato<br />
	armata di bottone ago empatia<br />
	per donargli il tuo\suo Sé Rabberciato.</p>
<p>	poi, insieme, farne l’autobiografia.</p>
<p><strong>C’È UN ASTRONAUTA CHE STA DENTRO LA MIA PELLE </strong></p>
<p>viaggiava in una stella. io in una pancia.<br />
fino allo sbarco. qui. pianeta terra.<br />
una radiosa mattina. anni settanta.<br />
dal gorgo dell’infanzia cominciò l’esilio.<br />
per sette lunghi lustri. per mano. scivolammo.<br />
facendoci coraggio. nel folto dei decenni.</p>
<p>la strada era sbagliata. o illuminata male.<br />
soldi di cioccolato brillavano alla luna.<br />
e al sole si scioglievano. svanendo.<br />
ci sdraiavamo. allora. in mezzo ai giorni.<br />
guardando il cielo. stupendo e rovinato.<br />
intonaco di villa in decadenza.</p>
<p>le sentinelle dell’eternità. dal cielo.<br />
ci spiavano. nascoste nelle nuvole.<br />
non viste. sparavano colpi di cannone.<br />
bestiale si abbatteva il temporale.<br />
nella pelle. al riparo. l’astronauta.<br />
viaggiava dentro il sangue. palombaro.</p>
<p>mi riparavo. all’ombra di una pagina.<br />
bianca. luna di carta. vicina e siderale.<br />
e piano piano. passato il temporale.<br />
veniva a galla. di nuovo. l’astronauta.<br />
dal covo caldo. del mio corpo astrale.<br />
bagnato ancora. del mio sangue caldo.</p>
<p>lasciava. le sue orme. sulla carta.</p>
<p> <strong>LUNA</strong></p>
<p>Ciao Luna che sei dolce, pezzata, commovente:<br />
caramella, mucca piccola, spicchio di cipolla trasparente.<br />
facci dormire, dai!, dacci il sogno e la salvezza:<br />
Il tuo raggio è puro latte, è oblativa tenerezza.</p>
<p>Tu, Luna, che contieni tutti i sogni che sogniamo,<br />
e gli strati di illusioni e i calzini che perdiamo<br />
lavali per noi, nei tuoi crateri, al posto nostro<br />
noi qui giù li muteremo un po’ in sangue, un po’ in inchiostro.</p>
<p>Bianca Luna che ci nutri con l’albume del tuo pianto<br />
facci crescere e invecchiare senza perdere l’incanto.<br />
Luna cavaliere, in viaggio dentro il cielo<br />
con la parola-spada e lo scudo-pensiero.</p>
<p>Gatta Luna che scompari nella notte liquirizia<br />
che ci lasci solitarie con le stelle baby-sitter<br />
non vogliamo avere paura della nostra oscurità:<br />
il tuo esserci in assenza è la sola verità.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Giornata internazionale dei migranti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 14:57:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[giornata internazionale dei migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Benedetti]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra le tante voci dei migranti &#8211; che potete ascoltare su www.radio1812.net/it &#8211; aggiungerei quella del poeta uruguaiano Mario Benedetti: QUESTA E&#8217; LA MIA CASA Non c&#8217;è dubbio. Questa è la mia casa qui avvengo, qui mi inganno immensamente. Questa è la mia casa ferma nel tempo. Arriva l&#8217;autunno e mi difende, la primavera e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante voci dei migranti &#8211; che potete ascoltare su <a href="http://www.radio1812.net/it">www.radio1812.net/it</a> &#8211;<br />
aggiungerei quella del poeta uruguaiano <strong>Mario Benedetti</strong>:</p>
<p>QUESTA E&#8217; LA MIA CASA</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio. Questa è la mia casa<br />
qui avvengo, qui<br />
mi inganno immensamente.<br />
Questa è la mia casa ferma nel tempo.<br />
<span id="more-27850"></span><br />
Arriva l&#8217;autunno e mi difende,<br />
la primavera e mi condanna.<br />
Ho milioni di ospiti<br />
che ridono e che mangiano,<br />
s&#8217;accoppiano e dormono,<br />
giocano e pensano,<br />
milioni di ospiti che si annoiano,<br />
che hanno incubi e attacchi di nervi.</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio. Questa è la mia casa.<br />
Tutti i cani e i campanili<br />
ci passano davanti.<br />
Ma la mia casa è sferzata dai fulmini<br />
e un giorno si spaccherà in due.</p>
<p>E io non saprò dove ripararmi<br />
perché tutte le sue porte danno fuori dal mondo.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Scrivere dalla foresta dei segni. Appunti sull’arte di Federico Gori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alberi]]></category>
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		<category><![CDATA[federico gori]]></category>
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		<category><![CDATA[osip mandel'stam]]></category>
		<category><![CDATA[Sigur Ros]]></category>
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		<category><![CDATA[werner herzog]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni per Federico e Lucia ### Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di Federico Gori è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2615/4014723839_580d43bec0.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>per Federico e Lucia</em></p>
<p>###</p>
<p>Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di <a href="http://www.federicogori.it"><strong>Federico Gori </strong></a>è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. <span id="more-24444"></span>Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, che si aprono nell’intimo mentre si cammina, si osserva l’esterno. Alberi &#8211; sono la materia prima su cui Federico lavora, ma una volta che l’opera è finita non sono più alberi ciò che attraversiamo. È piuttosto la dimensione spirituale a mostrarsi,  il potere evocativo dei luoghi che si  fa tratto pittorico, si trasforma in un alfabeto essenziale, intraducibile in una qualsiasi lingua parlata. Un fortissimo impatto emotivo. Un’epifania. Tutto in questa selva è già trascorso.</p>
<p>###</p>
<p>La partenza è una fotografia. Federico scatta personalmente le foto nei boschi del suo luogo natio – tronchi, ramaglie, quel caos ordinato in cui spesso crediamo di riconoscere volti e figure. Ma la fotografia perde presto il suo sembiante: subisce vari passaggi attraverso i quali viene scomposta, distrutta, traslata in gesti pittorici. L’artista usa la tecnica del <em>transfert</em>, portando l’immagine da un materiale all’altro: la fotografia viene fotocopiata, l’inchiostro del processo di copia si scioglie in pittura su di un altro supporto di alluminio. Quello che ottiene è la traccia base su cui agisce manualmente, distorcendola, traendone fuori qualcosa di imprevedibile. Del suo intervento Federico dice: “Dipingo in parte per addizione, grazie agli inchiostri e agli smalti, ed in parte per sottrazione, per via dei solventi chimici con cui bagno continuamente i lavori. Ad un certo punto, succede sempre fortunatamente, trovo qualcosa in quelle immagini a cui affezionarmi, questo significa che l&#8217;opera è finita”.</p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4014723385_bde8aabb0d.jpg" alt="" /></p>
<p>Sulla superficie appaiono ora grafie, simboli ignoti, come se tutti i rumori di un bosco, gli scricchiolii, i versi degli animali, la brezza, si trasformassero in un tratto visibile, un linguaggio non decodificabile, in qualche modo estraneo allo stesso autore, a sua volta un tramite umano piegato all’ascolto. Tracce in cui si intravedono spiriti, note musicali, zampe di volatili, scheletri di foglie. Si torna allora alle pitture rupestri della preistoria, quella tensione primordiale a essere (restare), testimoniare di ciò che si è visto e amato. Conoscere la lingua del mondo attorno, la sua bellezza ruvida e totalizzante, prima di creare la comunicazione, volgere tutto all’uso e alla necessità. Siamo in quello spazio dove accogliere è ancora più importante che capire. Un universo che ci stranisce, perché mentre ci esalta ci annulla, c’investe del peso della nostra assenza.<br />
Penso a due versi di <strong>Osip Mandel’stam</strong></p>
<p><em>Scoli via la fanghiglia dell’istante:<br />
rimarrà il caro disegno, intatto.</em></p>
<p>L’esperienza diventa tempo ed il tempo viene dilavato a segno nel luogo abitato, una fessura nella quale viaggiamo più volte in percorsi complessi, mai lineari. Ogni ritorno coincide con una scoperta.</p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3489/4015486448_399f4dab81.jpg" alt="" /></p>
<p>Nell’immagine non c’è niente di umano. Ci attrae proprio per questa mancanza: ci invita ad essere esplorata, ma ci avverte anche di vivere in un luogo impossibile, la terra di un’immaginazione che si dissolve o sprofonda nelle ombre del bianco e nero. Questo luogo è una terra ideale, dove non siamo divisi dal resto – l’essere umano è secondario, non riconoscibile, partecipa di una pienezza della quale non è il centro. Dobbiamo procedere dove non siamo attesi né previsti. Ci trasformiamo nella vegetazione che appare in ogni dove sul cammino. Le piante sono fatte di linfa, di pensiero, di memorie, di paesaggi a venire. Come in quello strano libro di <strong>Werner Herzog, <a href="http://www.ibs.it/code/9788877467096/herzog-werner/sentieri-nel-ghiaccio.html"><em>Sentieri nel ghiaccio</em></a></strong>, in cui il regista intraprende un viaggio a piedi, partendo da Monaco di Baviera, dentro un’Europa vecchia,  ma imprevedibile  &#8211; ora che sta nella lentezza di un cammino &#8211;  convinto così di prolungare la vita di una cara amica che lo attende nella sua casa di Parigi. <em>“Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti”. “I tronchi degli alberi fumano come esseri viventi”. “Discesa per un bosco solitario, il cammino attraversato ad ogni passo da abeti rossi abbattuti, i rami grondano”. “Fosca,  severa solitudine del bosco intorno”. “Ho camminato, camminato, camminato”</em>. Nel suo andare diventa solo sguardo, consumazione di tutto l’esistere in quella natura che da sempre ci è sostanza e antagonista, anche quando noi crediamo di essere  gli unici con il diritto di dimenticare. <em>“Fa bene la solitudine? Si fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche”</em>.  La prospettiva della solitudine è questo scomparire. Essere dimenticati dal mondo. E il mondo dimentica continuamente quello che noi invece non possiamo che ricordare – l’immagine vortica e s’infrange: rami esili, filamenti in frantumi verso l’aria. Questo posto che si ricorda è per l’artista l’infanzia. Un’infanzia dove nessuno è mai entrato, un altrove primitivo, al riparo dal futuro, come dal passato (dal sapore morto delle cose). L’arte è allora quell’ammettere un vuoto dove si affacciano il sapere e l’inventare da un cerchio di fatica, protezione. </p>
<p> ###</p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3092/4014722561_583252c63b.jpg" alt="" /></p>
<p>Tutto è così terso nell’attesa che sembra quasi di percepire un cenno di stelle &#8211; anche se è giorno, anche se l’aria tende all’incolore &#8211; di <em>oltrevita</em>. Davanti a questi segni ora si ascolta. Come si vedono le parole, le poesie, così si possono ascoltare i quadri, le opere “visive”. Perché quando si entra in quel vuoto, una musica ci viene incontro, ci toglie il sillabario della lingua. E varie sono le suggestioni musicali del lavoro di Federico, dai <strong>Radiohead</strong> agli islandesi <strong>Sigur Rós </strong>o ai loro conterranei <strong>Múm</strong> – tutte esperienze artistiche nelle quali tramite gli strumenti, la voce, la purezza dell’elettronica (un suono non umano, un suono ‘altro’),  si tende contemporaneamente all’idea di sparizione e ad una presenza emotiva dentro chi ascolta. In particolare i Sigur Rós, che hanno un legame profondo con la loro terra originale e cantano in <em>Vonlenska</em>, da <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hme5jf2Z_ow"><em><strong>Von</strong></em></a>: speranza. Un amalgama sonoro, dove la voce si rende al tutto, ai molti esseri inconoscibili che stanno come noi in un paese – siano animali, vite minerali, la tempra dell’erba o delle piante, le forme astratte dei desideri. </p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4015485586_fd0c36e0c0.jpg" alt="" /></p>
<p>L’ultima parola è sacrificio. Si scava a fondo ai piedi degli alberi, nelle radici divelte e risospinte nel terreno. Quel sacrificio che se non salva, rende almeno dignità all’occhio, al dirsi parte, al trattenere di ogni passaggio un segno. Il nucleo che è nel lavoro d’artista, quel sentire male dentro, quello scrivere un proprio spazio e perderlo negli altri. Il farsi con costanza traduzione di ogni tempo sperato. Il sacrificio del tendere al nulla e tuttavia flettersi alla salita come nei tronchi un nutrimento d’acqua in cerchi fino a toccare le foglie – uscire. Respirare. </p>
<p>###<br />
 <em><br />
11 ottobre 2009, Torri (Volotto) per T.</p>
<p>Cosa succede quando entriamo in un bosco. La sensazione del silenzio umano che acuisce i rumori. L’odore del terriccio e delle cortecce umide. Invisibili tracce animali, ovunque. Nella radura, ci concentriamo sulle castagne a terra, sui ricci che si aprono tra le prime foglie cadute, secche, e l’affiorare delle radici. Gli alberi. Ma noi non li vediamo davvero. Vediamo invece  pezzi di tronchi, il bellissimo grigio cenere dei castagni con poche macchie verdastre, o in alto tutto il cielo a strappi nelle fronde. Noi scorgiamo frammenti di un alfabeto arboreo che non sappiamo decifrare e che tuttavia ci suggerisce continuamente suoni, sguardi. Sono gli stessi alberi di quando le foglie allungate, ovali erano penne indiane per fare un copricapo e nascondevo segreti in un tronco cavo. Ora sentiamo soltanto il cadere dei ricci dalle chiome, il modo in cui inciampano tra i rami, trovano terra. Tu ed io chini a riempire le mani e le ceste, in un mondo attutito, poco distante dalla strada. Vorrei portarti indietro in questi stessi boschi, dove stavo sul finire dell’estate. Vorrei che amarti fosse tenerti dentro un’infanzia. Cosa è reale? Quale passaggio di tempo? E quando andremo via si ricorderanno di noi gli alberi? Qui. È tutto molto limpido. Non dobbiamo parlare. Noi non siamo mai stati.</em></p>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto tempo Demetrios Capetanakis La pianta del loto e il loto Tu sei la pianta mistica che mi ha condotto fin qui nel mezzo del crudele febbraio. La pianta che mi ha nutrito con il suo latte innocente l’anno scorso. Tu sei la pianta del loto e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
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		<title>Il mondo di Christina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/28/il-mondo-di-christina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 07:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[andrew wyeth]]></category>
		<category><![CDATA[anna sullivan]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
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		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Sfoglio un libro ricevuto da poco, Memory and magic, il catalogo di una mostra sul pittore realista americano Andrew Wyeth. Mi sembra appropriato, sottintende la memoria come tema costante dell’artista, la magia come attitudine dello sguardo. Le scene rurali, la quieta solitudine del paesaggio, la concentrazione sui particolari, come il tessuto sottile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" alt="" src="http://farm5.static.flickr.com/4060/4668889462_1384e69a30.jpg" class="alignnone" width="440" height="300" />di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Sfoglio un libro ricevuto da poco, <em>Memory and magic</em>, il catalogo di una mostra sul pittore realista americano Andrew Wyeth. Mi sembra appropriato, sottintende la memoria come tema costante dell’artista, la magia come attitudine dello sguardo. Le scene rurali, la quieta solitudine del paesaggio, la concentrazione sui particolari, come il tessuto sottile di una tenda che ondeggia sul chiaro del vetro, le foglie intrappolate nel ghiaccio o la prospettiva scelta per raccontare una foresta di sempreverdi – il loro riflesso capovolto nel lago, l’immersione e l’uso delle figure umane come strumenti di un messaggio, trasformano la realtà in una dimensione dello spirito.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="more-5063"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Nel 1948 Wyeth dipinse uno dei suoi quadri più famosi – <em>Christina’s World</em>, Il mondo di Christina. Una figura esile di donna in abito rosa è seduta sul crinale di una collina, tra l’erba gialla e marrone di un autunno incipiente. Si appoggia con le mani al terreno, dando le spalle allo spettatore, in una torsione del busto verso la cima del colle, dove si stagliano una fattoria e, poco lontano sulla sinistra, un granaio.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Christina Olson, la donna dietro l’immagine, era la vicina di casa di Andrew e Betsy Wyeth, a Cushing nel Maine. Abitava con il fratello Alvaro in una modesta fattoria: soffriva di una disabilità motoria, ma per tutta la vita rifiutò l’uso della sedia a rotelle. Quando la paralisi delle gambe fu totale, Christina iniziò a trascinarsi per la casa, portandosi dietro il peso del corpo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Quindi la figura protesa verso la salita, come sbilanciata nel desiderio di ciò che è all’apice, è anche una donna che realmente coabita con un impedimento fisico, che arranca con fatica verso una destinazione. Nella forma dipinta desiderio e fatica sono compagni indissolubili.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">A dirla tutta, come spiega nel saggio che accompagna le tavole del libro Anne Classen Knutson, nonostante la figura <em>sia </em>Christina Olson, c’è ben poco di veritiero nel quadro di Wyeth, a partire dalla modella per l’immagine. Solo le braccia e le mani (i punti di leva), appartengono alla Olson: per il resto posò Betsy, la moglie del pittore. Immagino che sia ancora per la fatica: una simile posizione avrebbe sfiancato Christina, più di altri a causa del suo handicap. La fattoria stessa non è riprodotta fedelmente, ma, soprattutto, nel contesto reale non c’era nessuna pendenza, nessun terreno inclinato. Inventando la collina Wyeth crea un senso della distanza, dà alla scena un valore simbolico, trasmette le sue proprie intenzioni, la misura di un sentimento piuttosto che una resa oggettiva di un paesaggio.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>Wyeth percepiva la casa degli Olson, che non era mai stata modernizzata, come una capsula di tempo da un’altra era. Gli Olson stessi erano parte di una discendenza nel New England che risaliva fino al diciassettesimo secolo, quando uno dei loro antenati aveva presieduto ai processi delle streghe di Salem. Per Wyeth, quindi, Christina divenne “un simbolo della gente del New England nel passato – come realmente erano”.</em><o :p><br />
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dunque ciò che la donna scorge, guardando la fattoria sulla collina, è il passato. Ma quale esattamente? Il passato di un paese e di una famiglia o un tempo interiore, che ci riguarda tutti, anche se siamo nati altrove, se siamo stati nomadi, se sono state altre le montagne o le pianure?<o :p></o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>“Sento la solitudine di quella figura – forse la stessa che sentivo quando ero ragazzo</em>”, scrisse il pittore. E ancora: <em>“È stata la mia esperienza quanto la sua”</em>.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Che cos’è il mondo di Christina?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La casa, la storia familiare a cui la protagonista si volge con la caparbietà con cui rifiuta ogni supporto esterno per le gambe? È il suo corpo svantaggiato e solitario che lei difende dal compromesso di relazione con gli altri e con l’ambiente, come un pegno dell’identità?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">O è la nostalgia del pittore, l’anelito verso il padre perso tre anni prima, N.C. Wyeth, pittore a sua volta, che per primo trasmise al figlio la necessità della completa identificazione con i soggetti della sua arte, l’attenzione che permette di essere contemporaneamente l’osservatore e l’oggetto?<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>N.C. insegnò a suo figlio non solo a memorizzare la forma concreta di una cosa, ma nel caso di una brocca, per esempio, a conoscerla così bene che avrebbe potuto rivelare “la forma del suo interno come il fenomeno della sua cavità, il suo peso, la sua pressione sul suolo, il suo odore, la partizione dell’aria”.</em><span><br />
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">O ancora è il mistero del passato di ognuno, il legarsi fluido degli incontri, degli episodi vissuti, che confluisce nel paese amato e perduto della nostra appartenenza?<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Guardando l’immagine, c’è un&#8217;altra vita di ostinazione e diversità che mi viene in mente: la storia di Helen Keller, nata in Alabama nel 1880, rimasta cieca e sorda a poco più di un anno di vita in seguito ad una malattia, e di Anna Sullivan, <em>Anna dei Miracoli</em>, la donna, anch’essa parzialmente cieca, che fu sua maestra per quasi cinquant’anni.<span>  </span><o :p><br />
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La bambina Helen è selvaggia, testarda, viziata – per troppo amore, troppa pietà i genitori non le negano nulla. Non si accorgono che quella che per loro resta una terribile sciagura <em>è</em> a tutti gli effetti la natura della figlia, non comprendono che non è la bambina che loro vedono e assecondano, ma lo spettro della malattia, il senso ineluttabile di una colpa al quale tentano di porre rimedio. Anna al contrario, la vede per come è, lavora perché la bambina non diventi altro da sé, ma abiti interamente il suo corpo, lo possa toccare e non solo dibattersi o crogiolarsi al suo interno, come in una scatola chiusa. Non le fornisce nessuno strumento utile: fa di Helen lo strumento di se stessa, aiutandola nella scoperta di un linguaggio, l’unica proprietà dell’essere umano, ciò che mostra il luogo dove le cose sono sempre state. Non sapevamo che esse erano là, pur percependole, perché non avevamo la parola, il significato, per dirle. Quando con le mani sotto la pompa Helen comprende e ripete il suono “acqua”, non varca l’ingresso di una qualche società civile, ma attinge al senso interiore di vista e udito, una verità individuale riconosciuta nella più universale delle sostanze: traccia i confini della sua propria casa di tempo ed esperienza. Desiderio e fatica.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La forza dell’acqua gelida sulla pelle della bambina è la stessa che la cima del colle esercita sulla donna nel quadro. Ma l’artista, consapevole del suo linguaggio, fa un passo ulteriore, ponendo la donna di schiena, svincola il nome di Christina dal contingente storico e precario della sua persona, ci indica ciò che lui ha immaginato e ci permette di immaginare qualcosa di nostro, privato. Il nostro corpo frontale entra nella tela, prende posto come un’ombra al termine della luce, negli abiti, i muscoli, la magrezza della figura protagonista.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ecco, noi percepiamo gli oggetti all’interno della fattoria come lei li ricorda: una lampada ad olio accesa su di un vecchio tavolo di legno. Un soffitto di travi che nascondono un nido di ghiri. Le finestre grandi, gli stipiti arrugginiti, l’assenza di tendaggi. Le coperte di lana stese e rincalzate sui letti del piano superiore. E più oltre scorgiamo il margine di un’altra terra, altri volti domestici, un campo di ulivi nel tardo pomeriggio, le torri antiche di una città, una periferia industriale, una porta da cui entriamo ed usciamo più volte, che svela la sua irraggiungibile solidità. Noi non vediamo gli occhi di Christina. Il modo in cui si illuminano o affievoliscono eternamente consumati nel guardare. <em>Siamo </em>quegli occhi appena prima della pagina seguente, l’autunno concluso, la stanza del sonno.</p>
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