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	<title>Casalesi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per Rosaria e Roberto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 17:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un ferroviere anarchico mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano. Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg" alt="La legge" width="457" height="260" class="alignnone size-full wp-image-49705" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg 457w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge-300x170.jpg 300w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /></a></p>
<p>Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pinelli">ferroviere anarchico </a>mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano.<br />
Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il malcapitato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/01/tutti-assolti-allora-stefano-e-vivo/">Stefano Cucchi</a> era deceduto per autolesionismo e proprio rifiuto a alimentarsi, bensì mandava tutti assolti perché non ci sarebbero state prove sufficienti per stabilire le responsabilità personali dei tanti coimputati nella sua morte.<br />
La sentenza di ieri per certi versi forse somiglia più a quella sul caso Pinelli. Contiene aspetti così stridenti non solo con il temibile buonsenso ma anche con la logica più elementare da farla apparire molto meno tragica di quella ma imparentata da un sentore di assurdo.<span id="more-49704"></span><br />
Il tribunale di Napoli ha condannato “per minacce aggravate dalla finalità mafiosa” il difensore dei Casalesi Michele Santonastaso e al tempo stesso ha prosciolto “per non aver commesso il fatto”  i boss Antonio Iovine e Francesco Bidognetti (il primo diventato collaboratore di giustizia).<br />
Il verdetto, a prima vista, cozza contro l’uso comune dell’italiano e di tante altre lingue dove l’incarico a un avvocato si dice “mandato” e colui che glielo conferisce cade sotto la definizione di “mandante”: «Nel linguaggio giur., relativamente al contratto di mandato, il soggetto che dà all’altro (<em>mandatario</em>) l’incarico di compiere uno o più atti giuridici nel suo interesse.» (Treccani)<br />
Insomma, la sentenza sembra affermare che nel 2008 durante l’appello dello Spartacus, quando fu letto il documento contenente <em>minacce aggravate dalla finalità mafiosa</em> contro Rosaria Capacchione e Roberto Saviano (i magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone figurano come parti lese in un processo a Roma), l’avvocato Santonastaso abbia pensato tutto da solo: prima di includere quella lettera intimidatoria nell’istanza di remissione, poi farla firmare ai suoi mandanti e infine darne pubblica lettura in un’aula del tribunale di Napoli. L’aggravante della finalità mafiosa, confermata dalla sua condanna, scaturirebbe dunque dalla semplice circostanza che (vedi Treccani) il difensore abbia agito nell’interesse di soggetti che erano senz’altro all’apice di un’organizzazione criminale. Forse l’accaduto andrebbe quindi interpretato come un eccesso di zelo professionale nei confronti dei mandanti che abbia trascinato il legale in <em>finalità mafiose</em>. Perché secondo la sentenza di ieri è invece stabilito che i due boss Bidognetti e Iovine <em>non hanno commesso il fatto</em>. Non hanno preparato il testo dell’istanza di remissione (ossia la richiesta di spostare il processo a Roma), anche se includeva una <em>lettera</em> firmata da entrambi, e non l’hanno indubitabilmente letta in aula. Potrebbero, secondo il giudice, averla firmata come un qualsiasi documento burocratico, molto distratti, senza accorgersi che contenesse delle minacce o senza rendersi conto che, visto che risultavano pronunciate a nome di due capi camorra, potessero venire giudicate <em>aggravate da finalità mafiose</em>. Questo s’induce dal fatto che le loro firme autentiche siano state ritenute prova a tal punto insufficiente da non mandarli assolti per insufficienza di prove bensì con formula piena. Ieri due cittadini condannati all’ergastolo come mandanti di moltissimi omicidi e una strage sono stati dunque scagionati come mandanti di un loro rappresentante di fronte alla legge dello Stato. Ma forse supporre o pretendere che chi si assume la responsabilità di decidere chi bisogna ammazzare stia anche a controllare ogni mossa che s’inventa il suo avvocato, sembra davvero troppo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg" alt="Rosaria Roberto" width="620" height="334" class="aligncenter size-full wp-image-49706" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto-300x161.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>Nazione Indiana è il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=roberto+saviano">Roberto Saviano</a> ha mosso i suoi primi passi e anche il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=Rosaria+capacchione">Rosaria Capacchione</a> ha transitato con un’ospitalità assidua e familiare, spesso mediata dal suo amico e compaesano Francesco Forlani. Questo commento è quindi anche il nostro modo per dire che siamo vicini a Rosaria e Roberto che, tutti e due, avrebbero volentieri fatto a meno delle <em>minacce aggravate da finalità mafiosa</em> e degli anni di vita sotto scorta che gli sono valsi: purtroppo ragionevolmente, come in ogni caso stabilisce la sentenza emessa ieri a Napoli.</p>
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		<title>A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 07:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[Il Mattino]]></category>
		<category><![CDATA[l'oro della camorra]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[rosaria capacchione]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[A proposito di &#8220;l&#8217;oro della camorra&#8221; di Rosaria Capacchione di Francesco Forlani &#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;) Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda. Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di &#8220;<a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capacchione.html">l&#8217;oro della camorra</a>&#8221; di <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png" alt="" title="testcol2" width="200" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13112" /></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.<br />
Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso su uno sfondo verde questi non riesce a distinguere la figura.<br />
Benché venga generalmente considerata una disabilità, in alcune situazioni il daltonismo può rivelarsi vantaggioso; un cacciatore daltonico, ad esempio, può riuscire a distinguere meglio una preda mimetizzata su uno sfondo caotico; analogamente, un soldato daltonico può evitare di essere ingannato dai camuffamenti che, al contrario, traggono in inganno persone che hanno una normale visione del colore.&#8221;<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daltonismo">voce wikipedia</a></p>
<p>Ho un ricordo preciso, nitido, della telefonata ricevuta da Rosaria la sera in cui aveva finito di scrivere il primo capitolo del libro e aveva voglia di condividere con me quel momento. Nessuna eccitazione, euforia, nella sua voce, e man mano che procedeva nella lettura, le parole, il ritmo delle frasi, del respiro, in quella naturale punteggiatura che viene dai lunghi o brevissimi silenzi, sembravano tessere di un mosaico, ovvero <em>pièces</em> di un quadro generale andato distrutto e destinato al non sense,  se non &#8220;ricostruito&#8221; in una narrazione. <em>Pièces</em> appunto di un teatro dell&#8217;assurdo.<br />
<span id="more-13113"></span></p>
<p>A Napoli ho un amico che ogni qualvolta gli succeda qualcosa di strano, mi dice sornione: &#8220;una cosa senza senso&#8221;. Ammazzare una persona per errore o solo a scopo dimostrativo, torturarla pur sapendo che sta per morire, e allora vederla soffrire solo per te, perché tanto non ti sopravviverà né racconterà mai a nessuno della sua sofferenza. Avvelenare una terra, la stessa su cui lasci che crescano i tuoi figli, e crepino, come gli altri di morte orribile e violenta. Assistere a faide &#8220;senza senso&#8221;, e piegarsi alla volontà brutale di chi sembra tutto tranne che umano &#8211; ma sarebbe un errore cedere alla tentazione di considerare quell&#8217;inumano come estraneo alla propria umanità &#8211; sembra non potersi spiegare che attraverso le dimissioni della ragione.<br />
Rosaria Capacchione invece, da quando ha cominciato a occuparsi di cronaca per il Mattino, a seguire ogni fase dei grandi processi e mutamenti del fenomeno della criminalità campana, della camorra, vuole farsene una ragione, convinta che esista un senso a tanto dolore.</p>
<p>Quando in piedi ascoltavo con lo stesso spaesamento di un testimone, la confessione della mia amica, un dettaglio mi aveva colpito all&#8217;inizio del racconto. E&#8217; la descrizione delle calze di Pasquale Zagaria.  <em>Corto, in tutte le gradazioni del grigio</em>. Sembra a prima vista un dettaglio poco importante, ma a ben pensarci è la cifra di tutto il libro quel <em>gradazioni del grigio</em>.<br />
Ma noi gente del Sud si sa, al grigio siamo poco avvezzi, nemmeno attrezzati per un cielo grigio, figurarsi poi per il resto. A meno di non soffrire di &#8220;daltonismo&#8221; che come si diceva poco sopra è tutt&#8217;altro che un difetto in tempo di guerra. I colori mimetizzano infatti prede e predatori, cose e fatti,  se chi ricerca non riesce a definire la linea di demarcazione, la <em>border line</em> tra una cosa e un&#8217;altra.</p>
<p>Come accade quando si cerca di capire, e combattere, la zona grigia in cui imprenditoria e camorra stilano una dopo l&#8217;altra le voci di un fatturato da fare invidia a una multinazionale.<br />
Scrive  Rosaria Capacchione:</p>
<p> <em>A intaccare le certezze istintive dell&#8217;investigazione e del giudice che incrociano l&#8217;imprenditore camorrista sono le storie personali dei soggetti e l&#8217;equivocità di alcune condotte. le somme di denaro pagate periodicamente a esponenti dell&#8217;organizzazione camorristica in qualche caso hanno la natura di tangenti, in altri quella di contributi associativi e cioè il pagamento del costo dei vantaggi derivati dall&#8217;amicizia e dalla relazione d&#8217;affari con la camorra.</em><br />
La voce di Rosaria Capacchione  risuona di quella di uno dei suoi scrittori più amati, Leonardo Sciascia. Dello scrittore siciliano ha la stessa incrollabile, laica fede nella ragione. E nel cuore delle persone soprattutto se giudici in lotta con quegli stessi strumenti che hanno in dotazione. Il mondo del diritto sembra infatti almeno in un punto preciso negare ogni possibilità di demarcazione. Le gradazioni di grigio si moltiplicano all&#8217;infinito e il passaggio dal nero al bianco è tanto costoso e laborioso che pochi si avventurano fin lì.</p>
<p>Così commenta il Giudice Magi l&#8217;anomalia.</p>
<p><em>&#8220;Se è vero che le organizzazioni di stampo mafioso, rappresentano, soprattutto uno straordinario strumento di accumulazione economica e di alterazione  delle regole di mercato, ci si poteva  attendere un più elevato coinvolgimento di soggetti legati all&#8217;area economica  del gruppo, reinvestitori, consulenti finanziari, imprenditori compiacenti. Le definizioni processuali hanno registrato , in questo versante, un limitato numero  di affermazioni di responsabilità (specie nel settore della produzione e distribuzione del calcestruzzo) e numerose smentite alle ipotesi di accusa.&#8221;</p>
<p>(&#8230;) Credo che la ragione principale di tutto ciò sia da ricercarsi nel limitato impiego dello strumento rappresentato dalle indagini patrimoniali, a causa della loro estrema complessità che implica risorse, tempo a disposizione ed elevate professionalità da mettere in campo.&#8221;<br />
</em><br />
Rosaria Capacchione sa quindi perfettamente che alla base delle minacce di morte che pesano su di lei c&#8217;è l&#8217;aver indicato agli inquirenti una o due piste importanti per bloccare patrimoni e flussi di denaro. La sola cosa che veramente irrita questa nuova tipologia di camorrista imprenditore è perdere soldi.<br />
Continuando nella lettura della dichiarazione del giudice Magi ritroviamo un&#8217;altra parola chiave di questa inchiesta quando parla di &#8220;tracce narrative relative all&#8217;invasione del potere criminale&#8221;.</p>
<p><strong>Tracce narrative</strong></p>
<p><em>L&#8217; oro della camorra</em> sembra allora uno di quei vecchi pannelli che c&#8217;erano nelle metropolitane di Parigi, altro amore oltre a Sciascia di Rosaria Capacchione. A <em>Operà</em> dovrebbe essercene ancora uno. Una mappa della metropolitana con una lucina per ogni fermata. In modo da &#8220;far vedere&#8221; all&#8217;inesperto viaggiatore il tracciato del proprio percorso. Bastava  premere un pulsantino corrispondente sulla consolle che riportava in ordine alfabetico tutte le stazioni, e come per magia si illuminava la strada. Volete sapere che succede dei beni immobiliari confiscati alla camorra e da quest&#8217;ultima recuperati &#8220;legalmente&#8221; alle vendite d&#8217;asta? Volete sapere quali e quanti gettoni servano per azionare la <em>laverie automatique</em> del riciclaggio del denaro sporco? Basta aprire il libro, capitolo, due, tre, quattro, ed ecco comparire come per magia la traccia.<br />
Lucine colorate, appunto. Perché se è vero che il flusso di denaro avviene attraverso zone grigie, franche, banche, società finanziarie, cooperative, imprenditoria, e viaggia grazie al suo passaporto &#8220;grigio&#8221; dappertutto, i soldi, loro, un colore ce l&#8217;hanno.<br />
C&#8217;è l&#8217;oro rosso, dei pomodori San Marzano.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg" alt="" title="mini_sanmarzano" width="230" height="160" class="alignnone size-medium wp-image-13120" /></a></p>
<p>&#8220;<em>Per ogni chilo prodotto e distrutto l&#8217;Aima distribuiva risarcimenti sufficienti a ripagare abbondantemente il raccolto. Se poi all&#8217;ammasso arrivavano solo frutta e ortaggi avariati, se nei centri di distruzione &#8211; gli </em><em>scamazzi</em>, come venivano chiamati &#8211; si portava solo un furgone di sassi ricoperti da uno strato di frutta e verdura, allora la ricchezza era assicurata&#8221;</p>
<p>Bisogna solo immaginarsela la scena per provare lo stesso dolore di chi quelle cose le vede.</p>
<p>&#8220;Racconta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone:<br />
<em>Ogni centro Aima, in rapporto alla produzione (mi riferisco ovviamente ai fittizi conferimenti), doveva corrispondere una somma che oscillava dai 50 ai 200 milioni (di lire,ndr) all&#8217;organizzazione dei </em><em>casalesi</em>. &#8221;</p>
<p>C&#8217;è l&#8217;oro bianco di una imprenditoria, quella camorristica che non rinuncia affatto alla sua vocazione &#8220;contadina&#8221;. Latte clandestino, di bufala naturalmente, non controllato, di &#8220;produzione non tutelata&#8221; e rivenduto come se, con i margini di guadagno che è possibile immaginare pensando al costo, di una mozzarella di bufala Dop.</p>
<p>Man mano che si procede nella lettura del libro non ti prende lo sgomento, il senso di impotenza, che altre opere e penso soprattutto a Gomorra di Roberto Saviano, possono provocare, quanto una sensazione di consapevolezza, di comprensione crescente delle dinamiche che regolano non solo quel mondo lì, ma anche il tuo, e con quella consapevolezza ti senti più attrezzato, e quasi pensi che sia possibile la rivolta, una rivincita della tua terra, al punto da non capire perché per l&#8217;autrice, sia troppo tardi. Come quando in un&#8217;intervista per <a href="http://www.frescodistampa.info/">fresco di stampa </a> <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/11/24/faits-divers-6/">alla mia domanda</a>, <em>come raccontare un assedio</em>? Rosaria Capacchione aveva replicato:<br />
<em>Come un vecchio fortino del Far West. Meglio, come la presa di Troia, vista dalla parte di Ettore, però. Credo che sia rimasto pochissimo tempo. Quando smetteranno di sparare, vorrà dire che hanno vinto. E manca poco. </em></p>
<p>Ho già parlato in altre occasioni dell&#8217;importanza della voce per uno scrittore. Una voce non è soltanto il timbro, l&#8217;impronta di un autore ma soprattutto lo stile che devi ritrovare nell&#8217;opera che stai leggendo. la voce di Rosaria è discreta, mai roboante, &#8220;a levare&#8221; più che &#8220;ad aggiungere&#8221; come certi musicisti jazz che hanno il mestiere senza avere mai cercato la professione. Uno stile austero, perché la cosa fondamentale è dire come stanno le cose, ma soprattutto dove si deve cercare il senso di esse. Così l&#8217;ironia mai telefonata di certi passaggi come quando nella ricostruzione di una vicenda legata alla latitanza in Francia di Sandokan, da una intercettazione telefonica si scopre la sensibilità musicale del terribile capo clan.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/TrC9Aqp7ih4&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object><br />
&#8220;e chiede l&#8217;ultimo cd di Umberto Tozzi &#8211; è l&#8217;anno di <em>Nell&#8217;aria c&#8217;è</em>, evidentemente introvabile in Costa Azzurra&#8221;</p>
<p> Ho come l&#8217;impressione che Rosaria Capacchione abbia scritto un manuale di cui sentiva in tutti questi anni la mancanza. Un <em>memoire</em> cui potere attingere informazioni dal passato  per capire il futuro. L&#8217;appendice, del libro, con l&#8217;indice dei nomi, le schede dei beni sequestrati, le sentenze, per un totale di oltre sessanta pagine, completa il progetto facendone uno strumento imprescindibile per ogni giovane cronista pronto a lanciarsi come lei, vent&#8217;anni or sono, nella battaglia. Con l&#8217;augurio che un giorno queste carte siano <em>tracce narrative</em> del solo passato. Senza più futuro.</p>
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		<title>Castel Volturno, Africa occidentale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 06:35:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[campania]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
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		<category><![CDATA[intolleranza]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Braucci]]></category>
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					<description><![CDATA[[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM] [ Miriam Makeba è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire. La donna che era chiamata Mama Afrika si è esibita davanti a poche persone, ha intonato “Pata Pata”, la sua canzone più famosa, e poi si è sentita male: a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, Soweto d’Italia. </em>]</p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Quinto comandamento. Tu non uccidere.”. Il foglio bianco è attaccato sul muro di fianco alla saracinesca serrata, tra pagine di preghiere coraniche. La scrittura a mano, frenetica, ad inchiostro blu, continua per una ventina di righe “Cari fratelli africani, perdonateci se siamo una razza di cani muti e anche sordi”. In calce, per testimoniare che non è vero che siamo tutti uguali, la firma è “una cristiana di Casal di Principe”. Al numero 1083 della Strada Statale Domitiana, sulla soglia della sartoria dove un mese fa il clan dei casalesi ha massacrato 6 giovani immigrati, ci sono altrettanti mazzi di fiori, numerosi biglietti con preghiere in inglese ed un libro sull’uso sociale dei beni recuperati alla camorra.<br />
<span id="more-10745"></span> </p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/dsc_7039as.jpg" target="_BLANK"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/castelvolturno.jpg"/></a></p>
<p>foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>Giriamo lungo questa interminabile strada che dai Campi Flegrei arriva al litorale casertano, fin quasi al Lazio, attraverso centri come Castelvolturno, Mondragone, Baia Domizia, valicando due fiumi e rasentando un’infinità di borghi, frazioni e paesi dell’entroterra campano. La Domiziana costeggia il mare eppure il mare si vede raramente, lidi, stabilimenti, negozi, case, hotel, lo nascondono come una volta facevano gli alberi di immense e fitte pinete. Il progetto degli anni ’70 di una Città Domizia, conurbazione rivierasca tra Napoli e Caserta, si è arenato qui tra speculazioni edilizie, escavi illeciti di sabbia, carenza di infrastrutture, inquinamento e, parola magica, camorra.Castelvolturno ne è l’emblema, eppure l’antico centro sull’omonimo fiume è tutt’altro, più equilibrato, rispetto ai suoi agglomerati lungo il mare: Pinetamare, Destra Volturno, Pescopagano, Ischitella ed altri. I Castellani del centro avevano una tradizione agricola e fluviale, ormai ridotta allo stremo, e forse per questo se ne sono sempre stati a parte, separati da quelli del litorale dove invece è passato, svanendo, uno sviluppo turistico e residenziale. Quest’area, di incredibili e alienate architetture, era una volta demanio pubblico, boschi ed acque ridenti come nelle pagine bucoliche di Virgilio. Alla fine dell’800, il giovane Regno d’Italia lottizzò metà di questa fascia verde e la cedette alle famiglie locali, per far sì che la popolazione si insediasse dalle piane agricole alla costa. Pian piano, però, dal dopoguerra, le terre acquisite furono oggetto di compravendite, occupazioni, passaggi di mano e speculazioni che infransero il diritto di proprietà che lo Stato aveva riservato solo ai residenti. E’ allora che compare a Castelvolturno un attore fatidico per il suo futuro: la famiglia Coppola. Vincenzo e Costantino ci arrivano attraverso il fortunato matrimonio del secondo con una ricca famiglia del posto, hanno grosse protezioni nella Democrazia Cristiana, vogliono costruire, guadagnare. A Pinetamare, dalla fine degli anni ’60, mettono su il celebre Villaggio Coppola, complessi residenziali, porto e darsena, 8 torri abitative di moderna architettura. Un solo problema: è tutto abusivo. Pinetamare è un concentrato di quello che intanto avviene in tutto litorale, cemento selvaggio, appalti camorristici, distruzione dell’ecoambiente. Mario Luise è il sindaco del PCI di Castelvolturno che in tre mandati – ’71, ’77, ’93- pone al centro del suo operato la lotta alle speculazioni edilizie, la contrapposizione alla famiglia Coppola, il richiamo ad una massiccia legalità, malgrado gli attentati camorristici e i boicottaggi politici contro di lui. Nel suo libro di memorie – Dal fiume al mare, ESI edizioni- racconta di quando riesce finalmente ad entrare nel Villaggio Coppola, un’enclave dove ogni servizio è nella mani della potente famiglia, a capo di un camion della spazzatura per imporre la raccolta comunale dei rifiuti. Nel 1976 ottiene solo la misera ammenda di 100.000 lire comminata ai Coppola dal tribunale di Caserta per i loro abusi, nel 1997 invece  riesce a far mettere sotto sequestro la darsena e 12 ettari di complessi residenziali di Pinetamare, grazie alla collaborazione con il magistrato Donato Ceglie, iniziatore da lì a poco delle inchieste sui traffici dei rifiuti tossici. Alla fine degli anni ’90, Luise smette la sua attività politica e, intanto, cambiano gli scenari della regione Campania. “Il vecchio modello di sviluppo urbanistico” racconta Francesco Coppola, un urbanista napoletano “Era inteso a decongestionare Napoli edificando oltre i suoi perimetri in maniera contigua, creando quel fenomeno che viene detto conurbazione perché si estende da un centro ben definito. Il Litorale Domizio aveva aree libere dove prevalsero la costruzione di grandi condomini e di parchi recintati per accogliere le classi medie provenienti dalla città, ma anche di villette a schiera per i soggiorni estivi e le seconde abitazioni dei piccoli risparmiatori. Quella domiziana era infatti una zona che voleva integrarsi turisticamente con Sorrento e le isole, in un’epoca in cui i costruttori usufruivano delle partecipazioni statali e attingevano alla Cassa per il Mezzogiorno. La popolazione aumentò notevolmente in un solo decennio, anche per  lo spostamento in  massa da Napoli dei terremotati del 1980. Ma ecco che, imprevedibilmente, negli anni ’90 mutano  i criteri di sviluppo urbanistico, la nascita dell’Unione Europea impone nuove trasformazioni dei territori, si adottano i cosiddetti Assi di Sviluppo che indicano le linee guide da seguire: trasporti integrati, lotta al degrado, policentrismo urbano. Da allora, le istituzioni e i grandi imprenditori hanno dovuto rivedere i loro investimenti per potersi avvalere dei finanziamenti pubblici. Nasce una nuova cultura dello sviluppo e quella precedente va in crisi, colossi come il Villaggio Coppola diventano obsoleti, la conurbazione a partire da un centro fisso viene abbandonata. I Piani Integrati Territoriali diventano il nuovo modello per interventi su vari settori socioeconomici, così ogni area cerca la sua vocazione in una dimensione geografica più ampia, tra centri distanti la cui unitarietà è garantita dalla crescita dei trasporti. L’Alta Velocità, la metropolitana regionale,  l’aeroporto di Grazzanise, l’interoporto di Nola sono le infrastrutture dell’immediato futuro che ispirano gli investimenti che si stanno ora effettuando in aree come quella domizia”.<br />
Dalla metà degli anni ’90, il Litorale Domizio smette di essere la meta estiva dei napoletani e dei casertani, il progetto di conurbazione con il capoluogo viene abbandonato, la mancanza di una pianificazione generale, l’abusivismo selvaggio e l’inquinamento, rendono ridicoli slogan come “Città dell’uomo, paradiso dei fiori” apposta all’ingresso del complesso residenziale di Fontana Bleu, a Pinetamare. Qui, sul versante di ponente, oltre edifici abbandonati o occupati da immigrati, visitiamo il Rio Blue, un complesso balneare i cui scivoli colorati, avvolgendosi in spirali temerarie, piegano all’interno di vasche asciutte e ormai piene di detriti. Tutto giace in disuso, una pancia sventrata di plastica dura e cemento, porte divelte, vetri infranti e piante selvaggie che sbucano dal pavimento. Sembra di sentire le grida dei bambini che fino a pochi anni fa sguazzavano tra una piscina e l’altra, a dieci metri dalle onde del mare, sotto verande e finestre dei condomini intorno da cui si ammira il Golfo di Napoli.</p>
<p>Inoltre, le azioni di confisca dei grandi immobili abusivi da parte delle istituzioni non sanno andare oltre la precarizzazione della vita di chi ci abita e che spesso decide di andarsene.<br />
Qui, nei pressi del mare, tra le pinete ancora salubri e senza rifiuti tossici, restano pochi aficionados, chi ha comprato casa con duri sacrifici, chi l’ha eretta abusivamente e poi l’ha condonata, intorno a loro lidi balneari dismessi, cantieri lasciati a metà, edifici sotto sequestro e poi loro: gli immigrati.<br />
Gli autobus della linea M1 da Napoli-Mondragone sono da tempo una spina nel fianco della CTP – Compagnia Trasporti Pubblici- che serve tutta l’area. A bordo viaggiano i tanti africani che vanno a lavorare in città, dall’alba a sera, e come sempre accade nella storia delle questioni razziali, l’autobus può diventare un luogo di discriminazione e conflitto. Angelo Marrone, il giovane gestore di un bar mi spiega “Gli immigrati neri sono insediati tra l’hinterland napoletano e Pescopagano, qui si dividono a metà il paese con gli slavi che invece occupano l’area successiva, dove il clan La Torre non ha mai permesso agli africani di valicare il limite di Mondragone. Lo capisci anche se guardi come è distribuita la prostituzione: le nere a sud e le bianche a nord, nelle mani di nigeriani e albanesi. Spesso gli autisti dell’M1, quando vedevano i neri fermi alle pensiline, nemmeno si fermavano ed io più volte ho dovuto litigare perché gli aprissero le porte. Qualcuno dei passeggeri si lamentava che gli immigrati puzzavano, ma perché venivano da ore e ore di lavoro in campagna, se scoppiavano litigi e gli episodi di intolleranza si facevano forti, i neri sparivano dall’autobus per qualche giorno.”. Da tre anni sull’M1 si sta tentando una mediazione culturale attraverso il progetto Contact, promosso dalla CTP e dalla Caritas: dieci operatori immigrati salgono a gruppetti di tre persone sulle vetture, annunciano la loro presenza ai passeggeri, chiacchierano con loro e gli ricordano l’importanza di obliterare il biglietto e di andare d’accordo col prossimo. La loro non è una presenza risolutiva, ma si fa sentire, tant’è che è stata estesa ad altre linee. Maria è di quelle che sta sugli autobus per tre ore al giorno, lavora anche presso la casa di accoglienza dei comboniani a Castelvolturno, è del Ghana, vive in Italia da 20 anni. “La storia di tutte queste persone è sempre la stessa, vengono quasi tutti dall’Africa Occidentale, hanno affrontato un lungo viaggio per raggiungere qui un parente o un amico, hanno fatto una sosta di qualche anno in Libia per mettere un po’di soldi da parte e poi si sono lanciati oltre il mare. All’alba li vedi che vanno a lavorare nelle raccolte stagionali intorno a Villa Literno, oppure, più tardi, che raggiungono i quartieri di Napoli per vendere quello che possono, pompe di benzina e cantieri edili accolgono il resto. Facendo capo alle loro comunità, qualcuno col tempo ha aperto un negozietto di alimentari, un bar, una sartoria, ma la maggior parte appena può va via, altri invece ritornano qui perché si sentono accolti meglio che nel nord Italia. Se gli italiani di qui fossero razzisti potremmo mai essere diventati così tanti come siamo?”. I numeri parlano approssimativamente di circa 6.000 africani e di 3.000 slavi, Castelvolturno conta 2.000 regolari, il resto è senza premesso di soggiorno. Giorgio Poletti è un frate comboniano che vive qui da 12 anni, l’asilo, il doposcuola e la casa di accoglienza per le ex prostitute sono le attività di base del suo gruppo composto da 4 religiosi ed altri, pochi, volontari italiani “Questa zona è un laboratorio delle problematiche moderne, se impari a risolverle a Castelvolturno poi saprai come fare anche nel resto d’Italia. Ormai gli italiani di qui si dividono tra quelli che pensano che non è possibile costruirsi un futuro con gli immigrati e quelli che li tollerano perché sono occasioni di lavoro e di commercio. La verità è che siamo tutte pedine di una grande scacchiera, ognuna delle forze in campo ha solo un pezzetto di verità, italiani, immigrati, istituzioni dovrebbero unire questi frammenti e costruire insieme il cambiamento. Invece per dove si sta scegliendo di fare passare il futuro in quest’area? Solo attraverso il cemento e i mattoni”. Ma oltre agli immigrati del lavoro nero, ci sono quelli dell’illecito, della droga, della prostituzione, sono quelli nelle grandi macchine, con gli  orologi di lusso e le catene d’oro, quelli che spendono come e più dei bianchi. Gli accordi sullo spaccio tra nigeriani e casalesi hanno ormai quasi trent’anni, 40 e 60 per cento sono le rispettive quote sui profitti prima dei recenti processi contro la camorra locale, ma il mercato rimane florido. Oggi, alcuni dei ragazzini dei paesi intorno hanno l’abitudine di passare i fine settimana nelle pinete di Baia Verde o sulla foce di Destra Volturno, in una full immersion di droghe chimiche e prestazioni sessuali delle prostitute. Da Frosinone e dintorni arrivano spedizioni di acquirenti per saggiare e comprare la roba anche in grossi stock, una telefonata da un apparecchio pubblico della Domiziana avverte lo spacciatore di turno che “Siamo arrivati. Prepara tutto”. La strage del 18 settembre scorso ha dei precedenti. Nell’aprile del 1990, a Pescopagano, furono uccisi 4 immigrati nel Bar Centro, erano spacciatori e allora l’accusa cadde sulle guardie del servizio di vigilanza che, ancora oggi, controlla le case dei residenti, un servizio in odore di camorra. A chiedersi come mai il Litorale Domizio sia diventato un agglomerato di tantissimi immigrati, le risposte che si ottengono sono varie. Le raccolte stagionali nelle piane dell’entroterra, l’impiego nella grande fase di costruzioni edilizie dell’immediato passato e, a sentire l’ex sindaco Mario Luise, se ne aggiunge un’altra “Questa costa è stata sempre un luogo per nascondersi, ci misero al confino anche i mafiosi, è un bosco dove gli uccelli possono cantare senza essere visti”. Sugli equilibri criminali recenti si dice che, tra i ghanesi, ci sia chi stia tentando il salto di qualità. Marco Marino, un insegnante che abita a Lago Patria, racconta “Se vai in Ghana, come ho fatto io, capisci che molti lì ammirano i nigeriani perché in Italia sono riusciti ad arricchirsi. La coca che sbarca sulle coste dell’Africa Occidentale ora incrocia anche il Ghana e offre nuove opportunità a chi non si fa tanti scrupoli” Sarà un caso che i sei morti del 18 settembre avessero tutti passaporto ghanese? Di fianco alla sartoria dove è avvenuta la strage, ai due lati, ci sono un negozio di parrucchiere ed uno di  barbiere, ambedue ghanesi. Dopo un  mese dagli omicidi, l’unico ancora aperto è quello per donne, l’atmosfera al suo interno è molto tranquilla, i clienti dell’altro esercizio invece hanno già cambiato barbiere, Mounhir, il gestore, è fuggito all’estero subito dopo il massacro. Ipotesi, supposizioni, illazioni forse.<br />
“Vuoi sapere perché li hanno ammazzati?” mi chiede Ciccio senza nemmeno aspettare la fine della domanda “Guardati alle spalle e lo scoprirai”. Fuma con aspre boccate e la stanza si riempie di fumo, non capisco cosa voglia dire, mi giro, ma sulla parete dietro di me c’è solo un poster in bianco e nero di Bakunin che mostra la lingua. “Non devi guardare qui” mi schernisce Ciccio “Ma lì, lì ad Ischitella”. Ischitella è la frazione dove è avvenuta la strage, dove il giorno prima, di fianco ad un ristorante cinese, dopo l’Hotel Millenium, di fronte ad uno stabilimento in ristrutturazione, abbiamo visto il locale ora sotto sequestro della polizia giudiziaria. So che Ciccio, un vecchio anarchico di Mondragone, sta prendendo in giro la nostra curiosità “Stanno dicendo un sacco di cazzate sui giornali” continua espirando un anello di fumo “Cercano sempre dei motivi spettacolari. Ma le ragioni stanno nelle strade, dietro gli angoli, nel cemento, proprio nei mattoni e nel cemento”. Sorride, sa che mi sta solo confondendo, forse non sa nulla, forse sa qualcosa ma non vuole dirmelo chiaramente. “Dovete capire che la camorra agisce nella realtà delle cose, non ha troppi piani generali, dice: quelli hanno fatto questa cosa, si stanno mettendo con questi altri e allora dobbiamo ammazzarli. Adesso poi, con i capi in galera o in latitanza, devono mostrare di non aver perso il controllo del territorio. Sono obbligati a punire severamente qualunque sgarro, anche una questione banale”. Che cosa ha voluto dire? Che cosa dovrei guardare alle mie spalle?<br />
Si fa sera, torniamo verso Napoli, malgrado tutto resta nei nostri polmoni l’aria del mare e della natura di qui che resistono all’oltraggio degli uomini. Davanti al centro di accoglienza Fernandes, gli immigrati se stanno fermi, in attesa, bloccati tra passato e futuro, come spettri in un limbo. So che molte cose stanno cambiando, nuovi accordi politici, nuovi investimenti condizionano quest’area e gli immigrati sono diventati un impaccio, malgrado per anni abbiano preso in affitto quelle case ormai sfitte sul litorale, offrendo la possibilità di un guadagno ai proprietari. Ho scoperto tante altre cose, ma ormai non c’è più tempo. Non so perché quei sei giovani neri siano stati uccisi, non so se l’omicidio di Antonio Celiento, avvenuto pochi minuti prima a Baia Verde, sia collegato alle loro morti. So che però, qui e nel raggio di chilometri, le istituzioni e la società civile devono decidere qual è oggi la loro priorità: lo sviluppo economico o la lotta contro la camorra. Allo stato dei fatti, il primo obiettivo esclude il secondo. Roberto Saviano è sotto scorta per aver scritto esattamente questo.</p>
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		<title>della serie: femmine toste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 13:17:52 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/D3TWfZd7erc&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a>: <em>Io, condannata a morte e a vivere sotto scorta</em><br />
di<br />
<strong>Fulvio Bufi</strong><br />
Francesco Sandokan Schiavone le scrisse una lettera piena di maleparole. Era ancora latitante, ma la busta aveva un timbro postale di Napoli, quartiere Secondigliano, quello dove anni dopo si sarebbero scannati i Di Lauro e gli scissionisti. Rosaria l’ha ritrovata di recente. Una sequela di oscenità in corpo 11. È una delle poche che non ha consegnato ai magistrati. Questa e un paio di Giuseppina Nappa, la moglie di Schiavone, un’altra che aveva l’abitudine di scriverle. Quando si lamentava per qualche articolo pubblicato sul Mattino, ci metteva la firma. Quando minacciava preferiva l’anonimato. Però scriveva sempre a penna e in stampatello: si faceva riconoscere comunque. Rosaria la odiano, gli Schiavone. E la odiano tutti i Casalesi. Sandokan, che è il capo dei capi, un poco in più per un fatto personale.<br />
<span id="more-10498"></span><br />
Era appena riuscito a farsi dissequestrare una campagna a Ferrandelle, un terreno che oggi fa parte della discarica più grande della Campania, e Rosaria smontò pezzo pezzo quella sentenza così benevola verso il boss. Alla Procura antimafia bastò infilare il suo articolo nel ricorso e fu un successo: sequestro riconfermato e poi anche confisca. Era il 1991, e quel terreno all’epoca valeva dieci miliardi di lire.</p>
<p>Queste sono le cose che fanno incazzare i Casalesi. Andare in piazza a dirgli che non valgono niente è una sfida, sfilargli dal portafogli dieci miliardi è un colpo al cuore. «Io scrissi e il giorno dopo partii per le ferie, per un mese non sentii nessuno. Quando tornai in tribunale fui accolta come l’ultima dei pazzi. Avvocati, magistrati, investigatori. Tutti mi guardavano allo stesso modo: come una che si è appena messa nei guai».</p>
<p>Lei aveva semplicemente fatto bene il suo lavoro, ma la decisione di ammazzarla i Casalesi la maturarono proprio allora. Anche se già prima c’era stato uno che si era messo in testa di toglierla di mezzo. Si chiamava Enzo De Falco, aveva fatto una soffiata per far arrestare Schiavone e Francesco Bidognetti, e Rosaria l’aveva scritto. «In quel periodo non avevo la scorta, ma devo dire che i carabinieri mi proteggevano. Ogni volta che uscivo c’era una pattuglia che fingeva di trovarsi a passare per caso davanti a me e mi offrivano un passaggio ».</p>
<p>La scorta vera sarebbe arrivata solo diciassette anni dopo, e nel frattempo Rosaria Capacchione ha continuato a occuparsi di giudiziaria (è dal 1986 che segue inchieste e processi) senza mai subire una condanna per diffamazione o dover risarcire qualcuno. «Io lo so che se ora ho la protezione, indirettamente lo devo a Roberto Saviano. Se il mio nome non fosse stato accostato al suo non l’avrei avuta. E avrei continuato a non chiederla. Al massimo mi sono allontanata da Caserta e me ne sono andata a lavorare a Napoli, alla redazione centrale del mio giornale. Ma poi sono tornata e ho ripreso a fare quello che facevo prima. E continuo a farlo».</p>
<p>Il 13 marzo scorso, durante un’udienza del processo Spartacus, un avvocato si prestò a fare da portavoce ai Casalesi e lesse in aula una lettera dei boss Antonio Iovine (latitante) e Francesco Bidognetti, in cui Rosaria era citata insieme con l’autore di Gomorra e con il magistrato Raffaele Cantone (già sotto scorta) come persone che cercavano di influenzare i giudici. «I Casalesi volevano visibilità, e con quel proclama l’avevano ottenuta. Sanno benissimo che parlare di Saviano equivale a finire sui giornali e in tv. Si fossero limitati al mio nome e a quello di Cantone, non sarebbe stata la stessa cosa. Quel giorno era giovedì, il comitato per la sicurezza si riunì il lunedì successivo, e il martedì mi arriva una telefonata dalla questura: “Signora, può dirci dove si trova? Deve raggiungerla la scorta”. Un pugno nello stomaco. Capii che la mia vita era cambiata. Li depistai, li mandai da un’altra parte e mi presi un’ora per fare l’ultima passeggiata da sola. Dopo non è stata più la stessa cosa. Sia nel lavoro che nella vita privata. Io mi occupo di giudiziaria, ho fonti confidenziali, non posso avvicinarle accompagnata da altri. Ho dovuto inventarmi qualche escamotage. Nel privato, poi, non c’è bisogno di dirlo. Una cosa tua non la sai più soltanto tu ma almeno altri tre. Non è bellissimo vivere così».</p>
<p>Cerca di adattarsi, di evitare le uscite improvvise. «Non mi piace che i tempi della vita di altre persone debbano dipendere da me. Ci vuole una formazione aristocratica per trovare normale avere sempre un autista a disposizione, figuriamoci anche le guardie del corpo. E io non ho proprio quel tipo di cultura». Legge Marquez e Saramago, ama Parigi, e non consiglierebbe mai ai suoi nipoti di fare i giornalisti. E si occuperebbe volentieri di alta moda, anziché di camorristi, stragi e pentiti. «Nera e giudiziaria è quello che mi tocca, professionalmente.</p>
<p>Non ne faccio una questione di impegno civile, anzi, se nel mio impegno civile oggi non c’è la lotta alla camorra è proprio perché è quello il tema al centro del mio lavoro. E io lavoro come faccio ogni altra cosa nella vita: cerco di capire, e insisto finché non capisco. Farei così anche se mi occupassi di cronaca sindacale, di sport o di quella benedetta alta moda che mi permetterebbe di stare spesso a Parigi». Ma siccome si occupa di camorra, questo modo di lavorare le è valsa una condanna a morte. I piani dei Casalesi per ammazzare Rosaria sono al centro delle confessioni di almeno tre pentiti. Uno di loro, Dario De Simone, nel 1996 racconta ai magistrati di quando Michele Iovine, capozona di Casagiove (poi ucciso), si procurò una sua foto e l’operazione partì. La pedinarono a lungo, l’aspettavano la sera all’uscita dal giornale e la seguivano per osservarne le abitudini e stabilire quando sarebbe stato meglio sparare. Alla fine decisero che lo avrebbero fatto proprio davanti alla sede del Mattino, e al magistrato che, fuori verbale, gli chiese perché poi avessero cambiato idea, De Simone rispose: «Su Rosaria Capacchione i Casalesi non hanno mai cambiato idea. C’erano solo cose più urgenti da fare».<br />
«Io so che occupandomi di loro, faccio due cose che odiano: li metto al centro dell’attenzione e ne analizzo i comportamenti. E quindi lo so bene: scorta o non scorta, se rimettono mano al progetto, quelli prima o poi mi ammazzano ».</p>
<p> (dal <a href="http://www.corriere.it/">Corriere della Sera</a> &#8211; )</p>
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		<title>Siamo tutti Saviano?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2008 05:58:47 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma &#8211;  e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti. Iniziative sui social network, letture collettive in piazza di <em>Gomorra</em> a Roma e Milano, cittadinanze onorarie, striscioni degli ultrà esposti allo stadio, un appello firmato da sei Premi Nobel che nella prima giornata raccoglie le adesioni di centomila persone. E molto altro, molto di più.<br />
E’ qualcosa di imprevisto e di straordinario soprattutto laddove è divampato dal basso, dalle persone che hanno letto il libro o l’hanno comprato o che hanno soltanto visto Saviano in tv e ne hanno fatto quel che è ora: un simbolo di lotta alla mafia, un simbolo di coraggio. E probabilmente di qualcos’altro, perché i simboli veri non sono come i cartelli stradali che stanno per una cosa sola, ma si caricano e irradiano significato. Ed è fin troppo facile obiettare che per aderire a un appello via rete o anche trovarsi in una piazza lontana dalla provincia di Caserta non ci vuole molto coraggio, né si mette in moto un cambiamento, né si fa qualcosa di concreto per togliere una persona dal pericolo in cui si trova. Sono soltanto gesti simbolici che rispondono proprio su quel piano a chi, appunto, è diventato un simbolo.<span id="more-10161"></span><br />
Esistono alcuni che pensano che Saviano sia diventato quello che è adesso grazie al marketing editoriale o all’influenza dei media o a entrambi. Ma nulla si sarebbe messo in moto senza il libro né tanto meno avrebbe raggiunto queste dimensioni senza pubblico perché è quest’ultimo, in un movimento di feed back circolare, che continua ad alimentare le ristampe e tener aperti gli spazi su televisioni e giornali.<br />
Quindi ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone.<br />
Pasolini scriveva che il successo è l’altra faccia della <strong>persecuzione</strong> e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra.<br />
Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell’Italia.<br />
E’ un fatto inaudito. La visibilità doveva avere un effetto protettivo, fargli – come si dice- da “scorta mediatica”, comunicare ai nemici di Saviano che se lo toccano, la reazione scatenata peggiorerà pesantemente le condizioni per condurre i propri affari in segreto e in silenzio. Secondo quella logica tradizionale nell’ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l’attenzione pubblica, quando quest’ultima lo avrà almeno in parte dimenticato. Allora lo si distrugge, preferibilmente con diffamazione, querele, mosse trasversali, e se proprio non bastasse, con le armi. Ed è ovviamente uno scenario sempre presente e non escluso dalla situazione attuale. Cosa che fa capire che cercare di destreggiarsi fra la troppa esposizione e il possibile oblio, debba essere per Saviano come navigare fra Scilla e Cariddi.<br />
La logica della visibilità come protezione ormai non vale più senza riserve. I capi Casalesi in carcere si sono visti riconfermare gli ergastoli, le loro mogli- anche quella del latitante Antonio Iovine- sono state arrestate, Casal di Principe è presidiato dalla Folgore come un territorio occupato. Erano, fino al successo di <em>Gomorra</em>, un clan sconosciuto o di cui l’opinione pubblica non si interessava già a partire da Napoli. Ora qualsiasi loro azione, persino quelle non strettamente sanguinarie, rimbalza su giornali e telegiornali. Hanno poco da perdere, e l’idea che una volta tolto di mezzo Saviano, tutto tornerà come prima –magari non subito, ma basta aspettare- sembra possedere, a questo punto, una logica più stringente e una maggiore attrattiva. A questi uomini che si vedono come un potere assoluto, poter mostrare con un solo omicidio che detengono più potere di Stato, Premi Nobel, masse nazionali e internazionali, essere in grado di scatenare un putiferio anche politico, deve fare non poca gola.<br />
Per questo, l’istinto e il buon senso suggeriscono di non scartare lo spauracchio della riedizione della Strage di Capaci soltanto perché il pentito ha poi smentito l’informazione sul presunto attentato raccolta da un poliziotto. Nella migliore delle ipotesi mi pare rappresenti quello che il clan <strong>avrebbe voglia </strong>di fare.<br />
Chiunque abbia visto le interviste fatte da Repubblica tv o quelle di Matrix o delle Iene, si è reso conto che pure per il territorio dominato dai Casalesi, Saviano è un simbolo. Soltanto che è un simbolo negativo. A Casale- ma molto spesso anche a Napoli &#8211; Saviano è colui che è ti fa arrivare una sanzione se giri senza patente o senza casco, colui che è diventato famoso e venerato rovinando l’immagine della propria terra e affibbiando ai suoi abitanti l’immagine di mafiosi o di collusi, colui che si è arricchito senza aver fornito lavoro anche se nero o sporco, e non ha sganciato tangenti o soldi per i terreni trasformati in tombe di rifiuti tossici.<br />
Magari quel che abbiamo visto o letto non è tutta la verità, magari c’è qualcuno che in segreto la pensa diversamente, ma non importa. Importa che quelle dichiarazioni rappresentino la versione a cui da quelle parti occorre o conviene conformarsi. Persino il parroco di Casale ha lanciato un anatema contro Saviano perché infanga il nome dei bravi e onesti paesani.<br />
Basta aggiungere che accanto a un consenso negativo popolare intorno a Saviano, ci sono proprio nei luoghi che per primi dovevano essere scossi dalla sua denuncia, molti che si sentono sempre di più gettati nell’ombra dal fascio di luce che sembra ricadere tutto sul simbolo. Questi si trovano nello spettro di chi conduce la battaglia antimafia: dai magistrati ai testimoni di giustizia, dagli agenti delle forze dell’ordine ai militanti delle associazioni e così via. Giornalisti lamentano che Saviano avrebbe preso dai loro articoli e dalle loro inchieste, cosa che non avrebbe dato alcun fastidio se il libro l’avessero letto in 5.000 (la prima edizione di <em>Gomorra</em> aveva esattamente questa tiratura) e nemmeno in 50.000. Sarebbe infatti stato impossibile e grave se l’autore non avesse fatto tesoro delle informazioni raccolte anche aldilà della propria esperienza personale, ed è perfettamente normale che chi riporta semplicemente una notizia, non abbia bisogno di citare nessuna fonte: questo, a maggior ragione, per un libro che si colloca a cavallo fra saggistica e romanzo, fra esposizione di fatti e dati e narrazione.<br />
Ciò che non scorgono queste persone – o che la loro frustrazione fa passare in secondo piano &#8211; è che si tratta del più classico meccanismo del <em>divide ut impera</em>, tra l’altro messo in moto senza nessun burattinaio, e che a isolare Saviano ci si crea un danno da soli facendo il gioco dell’avversario. Inoltre non sembrano vedere la cosa più banale e primaria, ossia che, pur nell’ombra di Saviano, l’attenzione a quel che fanno non sia mai stato tanto alta: mai così tante opportunità di pubblicare libri, fare film ecc sulla camorra (e persino sulla ’ndrangheta fino ad allora quasi totalmente ignorata dall’attenzione pubblica), mai così tanto spazio nei mezzi d’informazione su arresti e inchieste, mai tanto impegno da parte dello stato nel territorio Casalese.<br />
Ma già qui si intravede una sorta di equivoco. La Folgore che è a Casal di Principe – uso l’esempio come immagine esemplare, aldilà della valutazione sulla sua efficacia- non gira contemporaneamente a Platì e nemmeno a Secondigliano, e ammesso anche che si riuscisse a dare un colpo durissimo al clan dei Casalesi, non si avrebbe di certo ottenuto una vittoria su tutte le altre mafie che magari anzi godono dello sforzo concentrato da una parte come il proverbiale terzo fra i litiganti.<br />
L’equivoco nasce dai piani di rappresentazione. Su quello basilare sembra trattarsi di una lotta fra Saviano e i Casalesi o, al massimo, fra Saviano e lo Stato e i Casalesi. Sembra che i Casalesi oggi “tirano” esattamente come un tempo facevano notizia solo i Corleonesi. In quest’equivoco che si autoalimenta ci casca pure l’editoria che pubblica libri sui Casalesi a cui sembra interessata solo una nicchia.<br />
Perché, in realtà, al celebre scrittore londinese, alla casalinga di Voghera o allo studente di Treviso che cosa gliene importa alla fine di un dato clan campano? Non moltissimo, se non avesse intenzione di uccidere Saviano e se nella sua vicenda non fosse simboleggiato molto altro.<br />
La libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. E forse anche il meccanismo per cui la denuncia di certi clan reali, con nomi e cognomi, riesce a toccare per esteso le corde di chi in Italia si confronta con dinamiche “mafiose” in generale, cioè praticamente tutti. Credo che in questo paese vecchio, attanagliato da mille paure supposte o reali – dagli stranieri al pedofilo della porta accanto, dal latte contaminato alla recessione -, privo di fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di uscire dal marciume, l’esempio di Saviano incontri soprattutto il desiderio di essere diversi da come si è realmente: non impauriti, asserviti, rassegnati. Eppure l’investimento simbolico su di lui sembra giocare un ruolo ambivalente. Ci si appaga nell’identificazione e nella preoccupazione per Saviano e si continua grosso modo a vivere come prima. D’altronde, cosa si potrebbe fare?<br />
Purtroppo dire “siamo tutti Saviano” non basta, anzi l’effetto è in parte anche contrario a quello desiderato. Perché alla fine solo Saviano è Saviano, solo Saviano è quello sotto scorta, minacciato di morte, ricusato dal parroco di un paese che non ha pronunciato nulla di simile nei confronti dei boss. E voglio ribadirlo: Saviano non è ovviamente l’unico potenziale bersaglio delle mafie e non è l’unico a vivere sotto scorta, ma è un bersaglio privilegiato proprio in quanto simbolo. Più ci si schiera dietro al suo nome, più lui diventa simbolo e come simbolo diventa unico, diventa solo. E il fatto che così pochi lo appoggiano proprio laddove dovrebbe invece essere appoggiato primariamente, non fa che accrescere la pericolosità di questo meccanismo.<br />
Chiunque abbia letto l’opera di René Girard centrata sulla funzione del capro espiatorio o conosca il mito e il rito del Re del Bosco analizzati dal <em>Ramo d’oro </em>di Frazer ha dimestichezza con la logica per cui figure investite collettivamente di un valore positivo e persino salvifico, siano per questa stessa ragione, destinate al sacrificio.<br />
Ma come si fa a strappare una persona reale, non un simbolo, dal pericolo che sta con troppa evidenza correndo anche in questo senso?<br />
Noi su questo sito abbiamo da sempre pensato che il modo migliore di stare vicini a Roberto era continuare a dare spazio alle tematiche che ha portato alla ribalta, anche e soprattutto se a scriverne erano altri, e cogliamo l’occasione per ribadire che Nazione Indiana è uno spazio aperto per chiunque voglia proporre un contributo. I Wu Ming con spirito simile hanno lanciato lo slogan di “<a href="http://www.giugenna.com/interventi/desavianizzazione_di_saviano.html"></a><a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/quasigiap_23ottobre2006.html#saviano">desavianizzare</a>” Saviano. Carla Benedetti e Giovanni Giovanetti sul sito de “Il primo amore” propongono di<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1138.html"> “Condividere il rischio”</a> facendo e ospitando inchieste su temi non solo legati alla criminalità organizzata.<br />
Tutto questo è giusto, però non illudiamoci: ormai non basta. Tutta l’attenzione e la maggiore facilità di accesso ai circuiti della comunicazione -dai blog, alle case editrici, ai telegiornali- che la fama di Saviano e del suo libro hanno innescato anche a beneficio di altri scrittori, giornalisti, documentaristi ecc., non hanno cambiato nulla su un certo piano. Si sono moltiplicate le voci di denuncia, ma Saviano è diventato sempre più simbolo.<br />
D’altronde, non si può dire alla gente: tutto questo è certamente anche bellissimo, ma per favore state attenti. Da un lato perché nessuno si sveglia la mattina dicendosi “adesso di sto ragazzo che ho visto ieri sera a Matrix faccio il mio simbolo di un Italia migliore o di chi “ha le palle”. Del resto, le stesse persone – che siano scrittori famosi o gente comune non importa &#8211; hanno reagito con affettuoso buon senso alla sua dichiarazione di volersene andare, dando la priorità al suo desiderio di riavere una vita decente. Non è che perché uno è simbolo che non ci si rende conto che è prima di tutto una persona in carne ed ossa.<br />
Ma soprattutto, pur con tutta la necessità di vederne gli aspetti rischiosi e ambivalenti, è giusto riconoscere che i bisogni simbolici sono bisogni profondi e reali, e il fatto che emergano con la loro portata utopica primaria, contiene in sé qualcosa di positivo: aldilà di ogni ricaduta concreta, di ogni possibilità che il semplice sentirli ed esprimerli possa bastare come appagamento e quindi diventi funzionale al mantenimento delle cose come stanno, e ovviamente aldilà di ogni manipolazione e strumentalizzazione della quale possono essere oggetto.<br />
Eppure, pur con tutta la consapevolezza dei limiti e dei rischi, non basta fermarsi a questo. Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto<em> Gomorra</em> e il “fenomeno Saviano” un po’ più concretamente.<br />
<em>Gomorra</em> non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie – inclusi quelli dedicati a Cosa Nostra, inclusa il volume intervista a Giovanni Falcone- ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. <em>Gomorra</em> ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato. Quel che talvolta viene mosso come critica a Saviano, ossia aver riservato un ruolo marginale all’aspetto della collusione politica, è in realtà la condizione di partenza perché si fosse potuto verificare questo mutamento collettivo di consapevolezza.<br />
<em>Gomorra</em> ha fatto questo:spostare lo sguardo dal sangue e persino dalla politica al business che è ovunque e rappresenta il cuore del potere criminale. Ed è, aldilà delle mafie, un grande e necessario aggiornamento ai tempi nostri, dove recentemente gli stati e la politica non hanno potuto fare altro che cercare di tamponare i disastri creati dall’economia, stavolta finanziaria.<br />
Lo sguardo di <em>Gomorra</em> è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che “si sapeva già”, manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d’allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:”non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti”, ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell’immondizia”.<br />
Non erano cose di cui si interessava il lettore comune o il pubblico dei media, non erano nemmeno cose che sembravano riguardare da vicino i cosiddetti intellettuali, inclusi quelli impegnati. Pasolini probabilmente ha pagato con la vita il suo lavoro su Petrolio e il suo “Io so” che riguardavano comunque grandi intrecci fra politica e interessi multinazionali, non il subappalto del piccolo cantiere, non la proprietà di una pizzeria, non il racket subito dal negoziante. In breve: non il nostro quotidiano.<br />
Su tutto questo c’è stata una sensibilizzazione che forse è l’inizio di qualcosa che cambia. I giornali non danno solo quell’attenzione a camorra e Casalesi di cui prima godevano solo i mafiosi siciliani (e comunque, per qualsiasi motivo, è preferibile essere informati su due organizzazioni criminali piuttosto che su una sola), ma concedono uno spazio prima impensabile a questioni come le mani dell’ndrangheta sui lavori per l’Expo di Milano (vedi gli articoli su “<a href="http://sitesearch.corriere.it/forward.jsp">Corriere”</a> e <a href="http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=8748350">“Stampa”).</a><br />
Noi non siamo Saviano e possiamo fare ben poco per tutelarlo. Ma, senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere – o scrivere- poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. Cambiare definitivamente postura rispetto a questo. Capire che le nostre democrazie sono congegni imperfetti e fragili, i cui valori e il cui funzionamento possono essere messe in scacco non solo dall’ascesa al potere di un dittatore; che non bisogna arrivare al regime totalitario, per finire per perderne di fatto dei grossi pezzi. Questo paese ne è un esempio particolarmente mal messo, ma la questione di fondo non riguarda solo l’Italia e il suo meridione. E al tempo stesso non dobbiamo nasconderci lo sgomento e il senso di impotenza che ci coglie quando scopriamo che Caserta sembra più lontana da Roma, più altrove, che Parigi o Milano.<br />
Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. Di modo che se Saviano se ne va per un po’ da un&#8217;altra parte, qualcosa di quel che ha aiutato a seminare continui a crescere e a radicarsi anche laddove non c’è mai stato uno specifico interesse per le mafie.<br />
E infine, anche se il coraggio è quella cosa che non ci si può dare da soli, sarebbe bello se fossimo capaci a tirarne fuori un po’ di più: ovunque, in qualsiasi campo. Non per Roberto Saviano, soprattutto per noi stessi.</p>
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		<title>Non sappiamo niente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2008 13:59:16 +0000</pubDate>
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<strong>di Marilù Musto</strong></p>
<p>«Non sappiamo niente!» è stata la frase dei familiari di Stanislao Cantelli rivolta a chiunque nella tarda mattinata di ieri si avvicinasse anche solo per fare le condoglianze. «Non sappiamo niente!» è stata anche la risposta che la polizia e i carabinieri hanno ricevuto da tutti coloro che si trovavano su corso Umberto I, nel vicino bar caffetteria e cornetteria, al momento del delitto. Il muro di omertà alzato a colpi di pistola era talmente impenetrabile che gli inquirenti hanno fatto fatica a scavare tra una notizia e l’altra per ricostruire la dinamica del delitto e hanno persino ipotizzato, in modo inverosimile e assurdo, che Cantelli fosse da solo a giocare a carte nel circolo ricreativo.<span id="more-9306"></span> Sul tavolo del ritrovo per anziani, c&#8217;era uno scatolo di carte Modiano, le sedie in disordine e bicchieri di carta semipieni di acqua: segno che nel locale qualcuno c’era stato. La moglie, i figli del pensionato e tante donne hanno atteso silenziosi che la polizia facesse i rilievi, la scientifica portasse via i reperti e gli ultimi curiosi tornassero a casa per il pranzo della domenica. Nessuna imprecazione contro il collaboratore di giustizia Luigi Diana, nipote della famiglia Cantelli; nessun anatema nemmeno contro la famiglia Bidognetti, come accadde a maggio con l&#8217;omicidio di Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia Domenico. Sedute sulle panchine in cemento, le figlie hanno solo chiesto al dirigente della sezione locale squadra mobile Alessandro Tocco il giorno in cui avrebbero potuto riavere il corpo del familiare per celebrare i funerali. Don Carlo Aversano, ieri mattina, aveva appena finito di dire messa e tolto l&#8217;abito talare, quando è stato chiamato per dare l&#8217;estrema unzione al Cantelli; scuro in volto, si è poi ritirato in chiesa a pregare. Alcuni ragazzi fuori al bar del Corso scherzavano simulando di avere un fucile tra le mani: «La prossima volta invece di comprare una macchina nuova mi faccio un Kalashnikov», diceva ridendo agli amici un ragazzo sui vent’anni con occhialoni da sole, Hogan ai piedi e una camicia Ralph Lauren. Alle 14, il cadavere era già stato spostato per essere portato presso l&#8217;istituto di medicina legale e la strada svuotata. Una donna con un secchio tra le mani si è avvicinata alla porta del circolo e, dopo averla aperta, ha gettato l&#8217;acqua nella sala per sciogliere il sangue ormai coagulato sul pavimento. Ma la macchia si è estesa e i rivoli di sangue sono colati verso il canale di scolo lanciando un odore pungente nell’aria. Alle 14. 30, corso Umberto I era di nuovo pieno di gente e i bar affollati: il Napoli era in campo. Erano passate solo da qualche minuto le 15 quando, dai caffè vicini al circolo, si è alzato un coro: «Gooool». Al primo minuto il colpo in rete è stato siglato da un micidiale sinistro di Lavezzi; il morto era già storia passata, storia che forse non ha nemmeno sfiorato le teste dei tifosi. Da via Cesare Battisti, secondo la polizia, sono passati i killer dopo aver sparato mentre a soli trecento metri di distanza una pattuglia delle forze dell&#8217;ordine attuava, con un posto di blocco, la nuova controffensiva dello Stato alla camorra. </p>
<p><em> Il pezzo si riferisce all&#8217;ultimo omicidio compiuto ieri a Casal di Principe. Da &#8220;Il Mattino&#8221; del 6.9.2008.</p>
<p></em></p>
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		<title>Terra! &#8220;La trattativa&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 06:00:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Bidognetti]]></category>
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					<description><![CDATA[Mano libera ai killer per sfidare lo Stato di Rosaria Capacchione Uno schiaffo allo Stato. Una risata lugubre, lunga quanto una raffica di mitra, che azzera l’ottimismo seguito alla retata di Casal di Principe e all’arresto dei tre killer della strage nella sartoria. I Casalesi sconfitti? Niente affatto, hanno detto. Vivi e vegeti, forti quanto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/leonardosciascia_contesto.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/leonardosciascia_contesto.jpg" alt="" title="leonardosciascia_contesto" width="151" height="231" class="alignnone size-full wp-image-9188" /></a></p>
<p><strong>Mano libera ai killer per sfidare lo Stato</strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong></p>
<p>Uno schiaffo allo Stato. Una risata lugubre, lunga quanto una raffica di mitra, che azzera l’ottimismo seguito alla retata di Casal di Principe e all’arresto dei tre killer della strage nella sartoria. I Casalesi sconfitti? Niente affatto, hanno detto. Vivi e vegeti, forti quanto prima, più pericolosi di prima. Cani arrabbiati, li definiscono gli investigatori. Assassini eccitati da sangue e cocaina, che alla speranza di chi credeva finita la stagione degli omicidi hanno risposto sfidando i posti di blocco, uccidendo ancora.<br />
Hanno fatto passare due giorni appena, e sono tornati con le stesse armi e la stessa firma: un kalashnikov e una pistola calibro 9, ferri ancora vergini, mai comparsi sulla scena degli altri delitti. Sono gli uomini del terrore, scampati al blitz dei carabinieri, quelli che ieri mattina si sono affacciati in via dell’Oasi del Sacro Cuore, a Giugliano per una rapidissima azione da commando. Erano almeno in due.<br />
<span id="more-9187"></span><br />
Uno, sostengono i magistrati, era certamente Giuseppe Setola, cioè il killer già condannato all’ergastolo che ad aprile era stato scarcerato a causa di una retinite. Chi lo credeva piegato dalla cattura dei tre compagni è stato rumorosamente smentito. Simbolica la scelta dell’obiettivo, l’ufficio di Luciano Russo, impresario di onoranze funebri. Sedici anni fa cercò di allargare la sua zona di influenza, aprendo una succursale a Parete, area controllata da Francesco Bidognetti.</p>
<p> Il capozona, Domenico Feliciello, andò a battere cassa a nome del boss, che però della faccenda non sapeva nulla, e gestì malissimo l’estorsione. Per questo rischiò di essere ucciso, per questo si contarono i morti. Anche Bidognetti aveva una ditta di onoranze funebri, la Concordia. Finì per essere condannato a nove anni di reclusione e non perdonò mai Feliciello. L’arresto, a dicembre del 1993, gli costò la leadeship del clan dei Casalesi, che andò a Francesco Schiavone scarcerato appena due mesi prima. Simbolica anche la scelta della vittima, Luciano Riccio, un tranquillo ragioniere incensurato, che però gli uomini di Bidognetti frequentava a tempo perso, condividendone le serate allegre. E tutt’altro che casuale la scelta di Giugliano quale territorio per la ripresa delle ostilità: è zona dei Mallardo, alleati storici dei Casalesi. Giuseppe Mallardo, che martedì è stato accusato di associazione camorristica assieme all’intera squadriglia di Schiavone, è stato condannato all’ergastolo per un duplice omicidio gestito in condominio. Francesco Mallardo, invece, è in carcere per un triplice omicidio eseguito per suo conto dagli amici di Casale. Setola e i suoi compagni sono andati a sparare a casa loro. Con il loro permesso? </p>
<p>Molti segnali lasciano pensare che la stagione del terrore non sia stata pianificata dal manipolo di killer reclutati nelle file bidognettiane. Fonti investigative fanno riferimento a una riunione, agli inizi di settembre, alla quale avrebbero partecipato i capi del clan, compreso Michele Zagaria &#8211; latitante da quasi tredici anni &#8211; e l’intera ala militare. Vertice movimentato, nel quale si sarebbe deciso di alzare il tiro e di colpire anche le forze dell’ordine, che avrebbe fatto registrare anche qualche defezione. Non tra le linee di comando, però.</p>
<p> E se i leader dei Casalesi sanno e dettano le scelte operative, se Setola non è un cane sciolto, allora è possibile &#8211; ipotizzano gli investigatori &#8211; che la strategia del terrore sia stata voluta per mettere lo Stato sotto scacco e costringerlo a trattare. In quest’ottica, la discesa in campo dei Mallardo, o almeno il non dissenso, sarebbe addirittura scontata. Un contesto visto solo in Sicilia, quindici anni fa, che spaventa la stessa Procura di Napoli. Se quest’ipotesi fosse vera e provata, anche l’arresto di Setola non fermerebbe la campagna del terrore. A lui il clan potrebbe sostituire altri uomini, non tutti noti, attingendo a un serbatoio di braccia che sembra inesauribile. Sono almeno cinquecento, secondo le ultime stime, gli affiliati certi al cartello Casalese. A loro vanno sommati i fiancheggiatori, almeno dieci volte di più.</p>
<p> E tra questi ci sono giovani disposti a tutto pur di entrare nell’elenco di quanti spartiscono il ricchissimo bottino delle estorsioni e possono attingere a piene mani, e senza spesa, alle riserve di cocaina. Un esercito che dispone di un numero imprecisato di armi sofisticate e micidiali e che non ha un obiettivo strategico da perseguire se non l’effimera gloria del comando provvisorio di una porzione di territorio.</p>
<p><em>Visione che, invece, posseggono i capi, soprattutto i due grandi latitanti Zagaria e Iovine, loro sì capaci di cercare lo scontro alto con lo Stato e di proporre una mediazione: la pace sociale e la tregua delle armi in cambio di un ammorbidimento dell’offensiva contro le loro famiglie, i loro beni, i loro affari. Soprattutto su questi, la ragione vera di tanto sangue e di tutte le guerre di camorra nelle quali il controllo del racket o delle reti di spaccio sono soltanto un pretesto. Fumo negli occhi.</em></p>
<p><a href="http://www.ilmattino.it">Pubblicata sul Mattino, venerdì 03 ottobre 2008</a></p>
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		<title>Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2008 13:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Numeri estratti dal libro , Questa corte condanna, Spartacus processo al clan dei Casalesi, a cura di Marcello Anselmo e Maurizio Braucci . Le mie inserzioni in corsivo sono tratte da Il giocatore, di Fëdor Dostoevskij (effeffe) [&#8230;]Pagano all’udienza del 9 maggio 2001 ha riferito quanto segue: Io Pignata lo conosco da vecchia data, lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/tombola2.jpg' alt='tombola2.jpg' /><br />
<strong>Numeri</strong> estratti dal libro , <a href="http://www.ancoradelmediterraneo.it/questaCorte/index.html">Questa corte condanna</a>, <strong>Spartacus</strong> processo al clan dei Casalesi, a cura di <strong>Marcello Anselmo e Maurizio Braucci </strong>. Le mie inserzioni in corsivo sono tratte da <strong>Il giocatore</strong>, di Fëdor Dostoevskij<br />
(effeffe)</p>
<p>[&#8230;]<strong>Pagano all’udienza del 9 maggio 2001 ha riferito quanto segue: </strong></p>
<p>Io Pignata lo conosco da vecchia data, lo conoscevo dal 1970-1972. Ho sempre bazzicato la piazza di San Cipriano, e lui stava su tutte le giocate, veniva da Tozziello, l’ho sempre incontrato, lo conoscevo bene come impiegato al Comune e come giocatore. Come giocatore che giocava, dottore&#8230; noi tra giocatori – che poi facevo parte pure io della categoria – ci conoscevamo; c’erano giocatori avventizi che li vedevi ogni tanto&#8230; E giocatori giocatori sono quelli che tutte le sere puntualmente perdono, vincono e raccimolano il denaro. Lui era giocatore, diciamo così, di questa categoria: giocatore di carte, chemin, baccarat, zichinetto. Ci sono giocatori giocatori e i giocatori avventizi, Pignata era giocatore giocatore. [&#8230;]</p>
<p><em>Dopo le dieci, ai tavoli da giuoco rimangono solo i giocatori veri, disperati, per i quali alle terme non esiste che la roulette, che sono venuti solo per essa, che quasi non si accorgono di quello che accade intorno a loro, che di niente si interessano durante tutta la stagione, che non fanno altro che giocare dalla mattina alla sera e che sarebbero anche pronti a giocare tutta la notte fino all&#8217;alba, se fosse possibile&#8230;<br />
<span id="more-5925"></span><br />
E si allontanano sempre con dispetto quando, a mezzanotte, si chiude la roulette. E allorché il capo croupier, poco prima dell&#8217;ora fissata, annunzia: &#8220;Les trois derniers coups, messieurs!&#8221; sono a volte capaci di perdere in queste ultime tre puntate tutto quello che hanno in tasca, ed è proprio allora che subiscono le perdite maggiori.<br />
</em> </p>
<p>[&#8230;] Io ebbi l’incarico di ucciderlo. Io e Iovine Antonio, ce lo diede Francesco Schiavone di Nicola, pare che stavamo nella casa dell’avvocato Ferraiuolo e lui disse: «Si deve uccidere questo Pignata».<br />
Al che – diciamo così – io ebbi una reazione emotiva, nel senso che dissi: «E perché? Questo è un bravo uomo, perché lo dobbiamo ammazzare?». Schiavone dispiaciuto disse: «Questo purtroppo ha perso la testa per via del gioco», disse che era andato vaneggiando nel bar dicendo che lui si era messo a disposizione per procurare dei documenti a Bardellino e nessuno lo pensava. Disse che i bardelliniani lo volevano morto: «Quindi dobbiamo fare questa cosa». Dopodiché disse: «Lo fate tu e Antonio», che questo Pignata abitava ad Aversa e tutte le sere veniva a giocare a Casale. «Quando ritorna ad Aversa, poiché vi conosce, lo affiancate, lo fate fermare un attimo e gli sparate un colpo solo o in testa o al cuore, basta che gli strappate un taschino o una tasca per simulare che è un colpo partito per rapina, comunque deve sembrare una rapina. Ho un 38 che ve lo faccio avere, usate quello». Poi onestamente quando dissi: «E la macchina? Che macchina dobbiamo usare?» Schiavone cambiò idea, disse: «Va bene, vediamo un po’ e poi vediamo come dobbiamo fare». Comunque capii che c’era l’ordine, però Sandokan alla fine disse che questo Pignata gli tornava mezzo parente e non aveva più tanto intenzione di farlo. Poi è scomparso, io non so né chi l’ha ucciso né quando né come. </p>
<p><em>Ecco perché qui si fa una netta distinzione tra il gioco detto di &#8220;mauvais genre&#8221; e quello permesso alla gente come si deve. Esistono due giuochi: uno da gentiluomo e l&#8217;altro plebeo, interessato, il giuoco, insomma, che fa qualsiasi canaglia. Qui la distinzione è molto rigida, ma com&#8217;è vile, in fondo, questa distinzione! Il gentiluomo, per esempio, può puntare cinque o dieci luigi, raramente di più; del resto, può anche puntare un migliaio di franchi, se è molto ricco, ma, in sostanza, per il gioco in se stesso, solo per divertimento, solo per osservare il meccanismo della vincita o della perdita; ma non deve affatto interessarsi alla vincita in sé. Se vince può, per esempio, ridere forte, può fare a qualcuno di quelli che gli stanno intorno una sua osservazione, può persino fare un&#8217;altra puntata e raddoppiare ancora, ma soltanto per curiosità, per osservare le &#8220;chances&#8221;, per fare dei calcoli e mai per il volgare desiderio di vincere. In una parola, tutti quei tavoli da giuoco, le roulettes e il &#8220;trente et quarante&#8221;, deve considerarli solo come un passatempo, organizzato esclusivamente per il suo diletto.</em></p>
<p>[&#8230;]<strong>Anche Carmine Schiavone sottolinea come per l’assassinio di Pignata iniziarono a verificarsi i primi contrasti tra il Clan Bardellino e il nascente gruppo dei casalesi. All’udienza del 13 maggio 2002 il collaborante così riferisce i fatti:</strong></p>
<p>Mio cugino Sandokan non volle aderire nell’eliminazione di Giuliano Pignata, e allora Paride Salzillo con ordine dello zio Ernesto e lo zio Antonio decisero l’eliminazione di questa persona. Noi eravamo anche un po’ parenti di Pignata, abitava vicino a me la madre, insomma mio cugino lo conosceva bene. Allora mio cugino Sandokan si rifiutò, non è che proprio si rifiutò, disse: «Io non me la sento perché lo conosco». Al che per mettere qualcuno della nostra famiglia dentro misero mio cugino Francesco Schiavone di Luigi. Fecero il commando con Martino di San Cipriano, detto ’o Vasciotto, Paride Salzillo, Francesco Schiavone di Luigi, Luigi Basile e mi sembra – come mi dissero – Peppe Quadrano e qualcun altro. Lo prelevarono a Frignano e  lo strangolarono, mio cugino Cicciariello e altri, vicino alla casa di Luigi Basile, c’era un cortile abbandonato là.  Poi lo atterrarono nel pozzo in certi terreni alla Madonna di Briano c’è un santuario che è il terreno di proprietà di mio cugino Sandokan, di mio zio Nicola per dire meglio e di mio zio Luigi, i padri dei due Francesco. Lì c’era un pozzo, quelli scavati a mano e c’era una discesa nel terreno, lo atterrarono lì.</p>
<p> [&#8230;] Mio cugino Cicciariello mi raccontò l’eliminazione che ha fatto: mentre l’hanno portato in quella casa, lui stava dietro alla porta, quando Pignata è entrato è saltato da dietro con un cordino e l’ha strangolato, mentre gli altri lo mantenevano. In pratica fu un sequestro, un prelevamento forzato. Fu preso da Frignano, mi sembra, mentre andava a giocare ad Aversa, vicino alla sala giochi dove c’era una bisca di Peppe “’o Salaiuolo”, vicino alla Stazione. Quando è uscito di là, Peppe Quadrano – mi sembra – ’o Vasciotto e il Marsigliese l’hanno portato a Casale.<br />
La sua macchina la spostarono, e lo portarono a Casale in questa casa vicino dal Marsigliese, che sarebbe Basile&#8230; Poi l’hanno preso e l’hanno portato ad atterrarlo dentro a questo pozzo che stava questa terra vicino al sacrario della chiesa di Villa di Briano, la Madonna di Briano diciamo noi, che fa comune di Villa di Briano, però sta sulla strada provinciale tra Casale-Capua, e lì ci sta un terreno che è metà di mio zio Nicola e metà di mio zio Luigi, diciamo i padri dei due Francesco Schiavone, e lì fu atterrato Pignata. </p>
<p>E questo mi è stato raccontato sia da mio cugino Cicciariello, le modalità insomma come sono state fatte, pure dal Marsigliese mi è stato raccontato che se lo andarono a prelevare perché avevano avuto l’ordine, sia da mio cugino Sandokan, che lui si era rifiutato in effetti di partecipare, perché non aveva piacere, all’eliminazione del Giuliano Pignata.<br />
Al tempo Antonio Bardellino stava fuori, telefonava a Ernesto e pure al nipote insomma. Anche lui appoggiò questa determinata situazione per eliminare questo tizio. Lui chiese prima a mio cugino, ma lui rispose così&#8230; «E allora mettiamo all’altro cugino che sta qui», che era Cicciariello, e Cicciariello intervenne in prima persona a strangolare il Pignata e lo portò anche ad atterrare. Poi andò anche a disotterrarlo e a portarlo in un altro posto. Quindi perché mio cugino Cicciariello non teneva troppo&#8230; mentre mio cugino Sandokan gli omicidi li ha fatti, ne ha fatti tanti, <strong>però aveva più un’etica</strong>, ogni tanto noi ne parlavamo e lui diceva: <strong>«Purtroppo certi omicidi prima o poi si pagheranno perché pesano»</strong>, mentre mio cugino Cicciariello era uno senza morale. Questo era tutto il discorso.</p>
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		<title>Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Aug 2007 12:26:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8211; Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di dire al commissario&#8230; &#8211; Ah sì! Ha ragione. Il signor Sim, come ha sottolineato lui stesso, non è un giornalista. Non corriamo il rischio di veder pubblicate cose che devono rimanere confidenziali. Mi ha promesso, senza che io glielo chiedessi, di utilizzare ciò che potrà vedere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="sandokan.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/sandokan.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/sandokan.thumbnail.jpg" alt="sandokan.jpg" /></a></p>
<p><em>&#8211; Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di dire al commissario&#8230;<br />
&#8211; Ah sì! Ha ragione. Il signor Sim, come ha sottolineato lui stesso, non è un giornalista. Non corriamo il rischio di veder pubblicate cose che devono rimanere confidenziali. Mi ha promesso, senza che io glielo chiedessi, di utilizzare ciò che potrà vedere o sentire qui dentro solo nei suoi romanzi e in una forma diversa, in modo da non crearci noie.</em><br />
Georges Simenon, <strong>Le memorie di Maigret</strong>, Adelphi</p>
<p>Ringrazio Rosaria, amica da sempre.</p>
<p>Vent&#8217;anni di cronaca in «<em>Sandokan. Storia di Camorra</em>» di <strong>Nanni Balestrini.</strong><br />
<em>I clan e quello strano paese dove non nascerà mai un Gandhi </em><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione </strong><br />
Eccone un altro, pensi. Ecco un grande scrittore che non si è mai sporcato le scarpe nel fango e nel sangue, che non ha mai visto un morto ammazzato, che non sa neppure Casale dov&#8217;è, e che vuole venire a raccontarci Casale, la camorra, Sandokan e Bardellino: con la retorica dei professorini e con la puzza al naso.<br />
<span id="more-4349"></span> Comprarlo era quasi un dovere, se, come chi scrive, dal 1986 ci si occupa da cronista di quei morti e di quei camorristi. E non si può negare un iniziale fastidio nel leggerlo. Ma il libro si finisce in una notte e ti fa ritrovare quasi vent&#8217;anni di cronaca: centinaia di articoli racchiusi in centotrenta pagine che narrano la storia vera di un paese &#8211; Albanova &#8211; somma di tre comunità degradate, Casal di Principe, San Cipriano e Casapesenna; e la tragica epopea di intere famiglie di camorristi che si succedono di delitto in delitto restando uguali a se stesse.</p>
<p>Sandokan. Storia di camorra (Einaudi, 13 euro), l&#8217;ultimo lavoro di Nanni Balestrini (che giovedì sera sarà alla Fondazione Morra, per la presentazione-evento del suo libro Sfinimondo), non è un romanzo-verità e non è un documento storico. Non ha un protagonista, se non la voce narrante; non ha un inizio e una fine; non attinge a fonti autorevoli e accreditate; non rispetta la cronologia dei fatti e talvolta neppure racconta fatti veri. Ma ha il pregio di essere un documento della memoria, e per questo più autorevole e vero di mille verbali di processo o di confessioni di un pentito. La successione o l&#8217;attribuzione sbagliata di alcuni episodi &#8211; come l&#8217;uccisione dell&#8217;impiegato comunale di Casal di Principe o di Antonio Bardellino &#8211; nulla cambia nella ricostruzione storica di quegli eventi. Il racconto dello studente che ha ispirato Balestrini, anzi, riesce a esser più logico e congruo, e quindi comprensibile, di quanto non lo sia stata la ricostruzione giudiziaria, e prima ancora quella affidata ai resoconti della cronaca, degli stessi eventi.</p>
<p>È come se si ascoltasse una storia raccontata da un vecchio contadino dei Mazzoni, seduti sotto un albero di pesco, e quello mettesse insieme spezzoni di ricordi, le chiacchiere del circolo, i suoi pensieri e i suoi sospetti, facendo riaffiorare episodi dimenticati anche dai pentiti, anche dal maxi-processo che va sotto il nome di Spartacus. Chissà per quale ragione la voce narrante fu assai colpita dalla morte di un vigile urbano, Antonio Diana, pochi mesi dopo la scomparsa di Bardellino. Fu ucciso, uno tra centinaia di altri morti di quel periodo, a pochi metri dal Municipio di San Cipriano. Non si è mai saputo perché e da chi. Magari a qualcuno, adesso, verrà la curiosità di saperne di più.</p>
<p>È intitolato a Sandokan, capo della camorra Casalese, ma il libro non è dedicato a Francesco Schiavone né, in realtà, si parla molto di lui. È soltanto un nome, l&#8217;ultimo di un elenco listato di nero, uno dei tanti figli di una terra incapace di partorire un Gandhi o un Che Guevara, come scrive Balestrini, perché «solo Sandokan ci può uscire da un paese così». Né un punto né una virgola per arrivare alla fine, che non è la fine di una storia di camorra ma quella di un giovane uomo, che quei fatti ha vissuto da spettatore e che poi è scappato: come tutti noi immaginiano che si debba fare se si è onesti, se si ha in odio la violenza, se si è nati a Casal di Principe o a San Cipriano. Ma in realtà quell&#8217;uomo non è mai andato via. Qui si conoscono solo camorristi che lo hanno fatto (al Nord, all&#8217;estero), per sfuggire a una vendetta o per allargare il giro degli affari. Non si scappa, da Casale, così come non scapparono, quando ne ebbero l&#8217;occasione, gli ebrei della Germania nazista: convinti di poter trovare nella loro casa, nella loro terra, uno spazio dove continuare a vivere con dignità. E invece, ciò che sappiamo di loro &#8211; ciò che sappiamo oggi dei casalesi onesti &#8211; è quanto è stato raccontato dai sopravvissuti o da chi scelse di fuggire per continuare a esistere</p>
<p>Titolo: VENT&#8217;ANNI DI CRONACA IN «SANDOKAN. STORIA DI CAMORRA» DI NANNI BALESTRINI I clan e quello strano paese dove non nascerà mai un Gandhi<br />
Testata: IL_MATTINO<br />
Edizione: NAZIONALE<br />
Data pubblicazione: 16/05/2004<br />
Pagina: 15</p>
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