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	<title>case editrici &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Scrivere, e presentare libri, nel mondo in fiamme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 10:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Demetrio Paolin</strong>  <br /> Come diceva il mio amato DFW, quando una casa va in fiamme, si reputa che il salto dalla finestra sia preferibile al morire bruciati, ecco io credo che infine in questo mondo in fiamme, in questa insignificanza del nostro ruolo di intellettuali, a noi rimanga il salto: ...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Demetrio Paolin</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-114166" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n.jpg" alt="" width="380" height="479" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-238x300.jpg 238w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-150x189.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-300x378.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-696x877.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-333x420.jpg 333w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /><em>(con il permesso dell&#8217;autore pubblichiamo il pezzo postato questa mattina sul suo <a href="https://www.facebook.com/demetrio.paolin">profilo fb</a>)</em></p>
<p>Nei giorni scorsi avevo messo qui su fb una breve battuta riguardo le presentazioni, che poi ho cancellato, ho cancellato perché mi sono sentito fuori luogo, il mondo sta letteralmente esplodendo e io parlo di quante persone vengono o meno alle mie o altrui presentazioni, insomma ho cancellato, poi domenica mattina mi sono svegliato con il rischio, non so quanto geopoliticamente certo, ma a livello d&#8217;immaginario e sensazione concreto, di una guerra: e inizialmente mi son detto vedi? c&#8217;hai avuto ragione, il mondo va in frantumi e stiamo qui a discutere se ha senso andare alla Libreria XWR di Poggio Piccolo, alla caffè-libro-osteria di Roseto degli Abruzzi etc etc. Non poteva esserci esempio più preciso della futilità della discussione: eppure, per me questo è stato, come si dice, in weekend di scrittura, di lavoro sulle scritture altrui, di riflessione, anche sincera, dura, senza fronzoli, di ciò che è diventato il mondo editoriale, vendite, come avvengono certe scelte, come e cosa portano, e come e cosa hanno portato, negli anni certe decisioni, la scelta da capitale materiale e capitale immaginario etc etc&#8230;; quel sentimento di colpa che mi aveva portato a cancellare il post (che forse avevo scritto frettolosamente e più per amor di battuta che non di approfondimento ed è per questo che ora vi beccate questa lenzuolata di parole), ora, si trasmutava in altro. Mi dicevo si può raccontare la storia della fine del Titanic da diversi punti di vista, quello degli orchestrali è di certo marginale, ma non per questo privo di interesse.</p>
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<div dir="auto">Mentre riflettevo su questo mi è tornato in mente il Serra su cui, con estrema fatica, lavoro. Serra si chiede che cosa resta da fare, mentre il mondo, il suo, al tempo, il nostro in questo, crolla? Quando la gente muore in maniera disumana, come pezzi, in cui la pietà diventa bandiera da sventolare, in cui i corpi straziati di Gaza valgono di più o di meno (a seconda da dove alcuni li guardano) dei corpi di Teheran, Tel Aviv, o Kiev etc etc, in un tempo in cui è stato inventato il disumanometro, l&#8217;economia di quanti morti, sotto un certo numero non sei disumano, sopra sì, etc etc, insomma in questo mondo che è pronto a tutti gli effetti per il fall out, non soltanto nucleare ma che riguarda la nostra stessa specie, insomma cosa resta da fare? Serra scrive e dice &#8220;E facciamo magari della letteratura. Perchè no? Questa letteratura, che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l’ironia che è propria del mio amore, che mi son vergognato di prender sul serio fino al punto di aspettarne o cavarne qualche bene, è forse, fra tante altre, una delle cose più degne.&#8221;</div>
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<div dir="auto">Ora credo che il nostro compito sia comprendere che cosa significhi fare letteratura in questo momento, pur con ironia, pur con la trascuratezza che Serra non solo consiglia, ma quasi prescrive. La prima cosa potrebbe essere prendere atto della nostra irrilevanza, il discorso sulle presentazioni, sulle stanchezze, sulle poche e/o tante persone, sui soldi da spendere etc etc ha in sé un nocciolo che forse non amiamo esplorare: l&#8217;irrilevanza della letteratura nel mondo attuale, la gente legge poco, quel poco che legge è spesso brutto, libri scadenti, consolatori, senza visione del futuro, senza sguardo sul passato, con una lingua che passo passo si semplifica (non nel senso della semplicità disadrona di Kafka o della Kristof), ma verso un banale che vuole essere per tutti; in questo quadro uno scrittore che esprima una sua idea, forte, di futuro, è inascoltato (guardiamo solo le nostre bolle letterarie qui, pensiamo ai risultati referendari o delle elezioni e alla discrasia tra ciò che accade nella bolla e ciò che avviene nella società). L&#8217;intellettuale spesso non vive nel mondo: anche qui a seguito degli avvenimenti, paragonando la sua bolla al mondo, lo scrittore dice Ma come è possibile? La mia risposta è: Siamo stati negli ultimi 20 anni nei bar a fare colazione?, nei mercati, nelle fabbriche, sui banchi di scuola?Se lo siamo stati l&#8217;esclamazione Ma come è possibile è sbagliata, perché, se lo siamo stati, sappiamo che ciò che è accaduto è assolutamente possibile. La vera domanda non è neppure Perchè?, ma dovrebbe essere Cosa ho fatto io?</div>
<div dir="auto">Ho scritto potrebbe rispondermi, sono andato nelle piazze. E se risponde così allora il tema è nuovamente: l&#8217;irrilevanza.</div>
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<div dir="auto">Questa irrlevanza è generalizzata, ampia (certo ci sono autori più militanti di altri, che hanno un seguito maggiore di altri, ma alla fine ecco non mi pare cambi molto), questo fenomeno è dovuto a diversi accadimenti, non ultimo la scomparsa dei corpi intermedi (partiti politici, sindacati, associazioni), che hanno sempre meno iscritti, sempre meno soldi, sempre meno peso rispetto al capitale, questa disparzione dei corpi intermedi è avvenuta anche nella cultura (radattori malpagati, spesso freelance, agenzie letterarie che producono e cercano nella quasi totalità fenomeni letterari e non scrittori etc etc). Tutto ciò ha prodotto una totale insignificanza dell&#8217;operare letterario.</div>
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<div dir="auto">Io non ho nessuna illusione, anche queste mie parole sono insignificanti, e infatti le scrivo qui e non su un grande quotidiano, neppure su piccolo quotidiano, neppure su una rivista on line, perché appunto nessuno pensa che la mia opinione sia rilevante, forse nessuno ha interesse nel sapere cosa uno scrittore ha da dire sul mondo in fiamme.</div>
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<div dir="auto">Ecco il mondo in fiamme.</div>
<div dir="auto">Come diceva il mio amato DFW, quando una casa va in fiamme, si reputa che il salto dalla finestra sia preferibile al morire bruciati, ecco io credo che infine in questo mondo in fiamme, in questa insignificanza del nostro ruolo di intellettuali, a noi rimanga il salto: il salto è la libertà di fare ciò che si crede meglio per sé e per gli altri, è correre il rischio tanto non si ha niente da perdere, tornare in piccole comunità, in piccoli pezzi di società, cinque, o 3 persone, a fare letteratura e non quelle schifezze che la maggior parte della gente vuole, fregarsene della gente, appunto, dei suoi gusti (e dirlo che la gente ha gusti brutti, che molti lettori hanno gusti pessimi e di merda, e smetterla con le menate del pubblico, dell&#8217;abbraccio del lettore, io non voglio essere abbracciato da lettori che leggono certi libri), fare ciò che per noi è letteratura, scrivere in piena libertà, scrivere senza pensare minimamente alla pubblicazione o al numero di copie, non pensare a come scrivere il romanzo per vincere il premio, non provare invidia per chi ce la fa, provare pietà per coloro che per farcela si son venduti l&#8217;anima al diavolo, rimanere poveri, rimanere nella scarsità, rimanere nella gratuità, non pensare con i tempi di questa società, di questa cultura, di questo mondo, che pretende da te un libro all&#8217;anno, ogni volta il libro ti constringe a dire che è il tuo libro più sentito, non mentire a te stesso agli altri, condividere quello che hai scritto con le persone, senza pensare alle persone, andare in un posto se ti invitano ed essere buono e ringraziare, e fare il tuo massimo, ma se non ti invitano bene uguale, non scrivere per consolare, guarire, salvare il mondo, ma scrivere per dire come è il mondo, conservare la pietà, la compassione, voler bene a chi ti è vicino, ai pochi amici, alla famiglia, a tutti coloro che ti sopportano mentre scrivi, passare tempo con chi vuoi bene, abitare lo spazio di mondo che ti è dato, e farlo con gentilezza, e infine goderti la libertà di aver deciso per il salto: e se finirà male, darsi uno scrollone di spalle e sorridere perché sapevi che era una delle ipotesi.</div>
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<div dir="auto"><em>NdR La foto è dell&#8217;autore: il suo corso di scrittura creativa, nell&#8217;ultimo fine settimana</em></div>
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		<title>Il fantasma di carta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 06:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Stefano Solventi</strong><br />Uno spettro si aggira nell’editoria: il rock come eredità culturale e ricettacolo di storie oltre la manifestazione sonora. Sono tra coloro che al rock negli anni novanta ci credeva. Ci credevo <em>tanto</em>. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-94715" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/solventi.jpg" alt="" width="901" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/solventi.jpg 901w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/solventi-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/solventi-768x511.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/solventi-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/solventi-696x463.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/solventi-631x420.jpg 631w" sizes="(max-width: 901px) 100vw, 901px" /></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Stefano Solventi</strong></p>
<p>Uno spettro si aggira nell’editoria: il rock come eredità culturale e ricettacolo di storie oltre la manifestazione sonora-</p>
<p>Sono tra coloro che al rock negli anni novanta ci credeva. Ci credevo <em>tanto</em>. Per motivi anagrafici, certo, dal momento che è stato pur sempre il decennio in cui si sono consumati i miei vent’anni (l’inizio e la fine, appunto). Ma anche per la situazione generale: il rock, nei novanta, sembrava una supernova sul punto di abbagliarci. E questo non <em>malgrado</em>, ma anche in virtù del buco nero che il terribile suicidio di Kurt Cobain aprì nel cuore stesso della nostra eccitazione rockista. Ebbene sì: avere venticinque anni ed essere appassionato di rock nel mezzo dei Nineties era davvero un bel vivere. Ogni giorno poteva essere quello buono per trovarsi nelle orecchie un nuovo disco in grado di farti svoltare la settimana, il mese, l’esistenza. Particolare non da poco: ciò valeva anche per il rock italiano, persino per quello <em>in</em> italiano.</p>
<p>In un gioco di reattività paragonabile a quello dei neuroni specchio (la cui esistenza nell’essere umano venne dimostrata, guarda un po’, proprio nel 1995), la scena nostrana vedeva nuove band guadagnarsi il centro del palco con sconcertante regolarità, quasi che ognuna costituisse la risposta a una determinata grande band internazionale (quasi sempre USA): sostenere che i <strong>Marlene Kuntz</strong> erano i nostri <strong>Sonic Youth</strong>, gli <strong>Afterhours</strong> i nostri <strong>Afghan Whigs</strong> e gli <strong>Scisma</strong> i nostri <strong>Smashing Pumpkins</strong> (o i nostri <strong>My Bloody Valentine</strong>), può apparire ingrato e riduttivo, e in effetti lo era, eppure questa specie di “tabella di conversione” rappresentava anche un varco tra noi &#8211; provincia marginale dell’impero rock &#8211; e il centro nevralgico del mondo. Il cuore elettrico della cosa rock non era mai stato tanto vicino. Lo sentivamo finalmente pulsare sul polso del presente.</p>
<p>E il futuro? Ecco: proprio a questo credevo, al futuro. Ci credevo tanto, non solo dal punto di vista del rock (in realtà, per quanto oggi possa apparire strano, non potevo concepire passato, presente e futuro senza rock). Ero convinto che finalmente il rock stesse per diventare un linguaggio diffuso, e che ciò valesse anche per quello (in) italiano. Si trattava di una novità, perché malgrado le eccitanti stagioni del post punk e della new wave (le famose scene di Bologna, Roma, Firenze…), fino ad allora non avevo potuto fare a meno di sentire nel nostro rock il rumore di un ingranaggio in ritardo e il fastidio strisciante di una pronuncia (anche solo un po’) sbagliata. Durante i tardi anni ottanta mi ero convinto che il rock come cultura non ci appartenesse davvero, che non saremmo mai stati in grado di padroneggiarne appieno la sintassi, o almeno non abbastanza da esprimere tutto quello che andava espresso. Con buona pace delle band di casa nostra, impegnate con un certo entusiasmo a dimostrare di esserne in grado, ma fallendo <em>proprio</em> per questo.</p>
<p>Insomma, la partita languiva senza rilanci significativi. Quando ecco che, tanto benedetta quanto inattesa, le onde d’urto del rock alternativo &#8211; a partire da quella con epicentro dalle parti di Seattle &#8211; rovesciarono il tavolo. Come già accennato, a finire scozzati furono anche i mazzi di carte nostrani, tanto che a partire dal ‘95 (un po’ di ritardo fisiologico andava come al solito messo in conto) la mia collezione di cassette e CD iniziò a popolarsi di titoli italiani in grado di mettere in crisi le gerarchie consolidate. Ancora oggi, colloco senza alcuna difficoltà album come <strong>Rosemary Plexiglas</strong>, <strong>Catartica</strong> e <strong>Hai paura del buio</strong>? (solo per fare tre titoli) sullo stesso piano dei <strong>Washing Machine</strong>, dei <strong>Mellon Collie And The Infinite Sadness</strong>, dei <strong>Loveless</strong>, dei <strong>Red Medicine </strong>e dei <strong>Gentlemen</strong>. A dirla tutta, volevo e voglio loro un gran bene anche per un altro aspetto: perché dimostrarono di saper utilizzare l’italiano come lingua rock senza abbeverarsi alla tipica prosaicità del cantautorato né agli espedienti adattivi/imitativi dell’epoca beat. A partire dai testi, capaci di sgomitare tra sintassi e lessico con stile personale (la ruvidezza letteraria di <strong>Godano</strong>, il cut up crudo di <strong>Agnelli</strong>, le iperboli sconcertanti di <strong>Benvegnù</strong>…) e di fatto consegnando alla generazione X italiana un linguaggio rock finalmente agile, evocativo, potente.</p>
<p>Non che fosse poi così indispensabile poter contare su una nostra scena, ma si trattava comunque di un fatto decisivo, il segno che la linea di confine era stata attraversata e che il rock anche da queste parti poteva finalmente fregiarsi del titolo di cultura diffusa, una vera e propria angolazione nei confronti dell’esistenza di cui tutti, ne ero certo, avremmo beneficiato. Sappiamo com’è andata: col nuovo secolo/millennio e l’avvento dell’epoca del web, il rock si è accartocciato, è come imploso sotto il peso del proprio stesso repertorio (prima con una massiccia campagna di ristampe e poi con la liquefazione dei supporti, ovvero il download &#8211; legale e illegale &#8211; e lo streaming), riproposto come catalogo smisurato e sempre più disponibile e simultaneo, in obbedienza alla pandemia retromaniaca immortalata dal celebre saggio di <strong>Simon Reynolds</strong>.</p>
<p>Dal 2000 in avanti pochi nuovi dischi rock hanno saputo distogliere gli appassionati dall’incantesimo rappresentato da oltre mezzo secolo di scibile musicale a portata di un paio di click, proprio mentre pop, neo-soul e hip-hop dimostravano invece di possedere i requisiti di elasticità necessari per adattarsi alle nuove modalità di distribuzione e fruizione, nonché &#8211; soprattutto &#8211; ai parametri estetici che ne derivavano. Il colpo di coda rock che fece seguito all’undici settembre (<strong>Strokes</strong>, <strong>Oneida</strong>, <strong>Yeah Yeah Yeah’s</strong>, <strong>Black Rebel Motorcycle Club</strong>, <strong>Interpol</strong>…) seppe guadagnarsi non senza merito una certa effervescenza mediatica, ma si trattò appunto di un colpo di coda.</p>
<p>Tirate le somme, gli anni Zero non furono un buon decennio per il rock, che vide ridurre progressivamente la presenza negli airplay radiofonici, i volumi di vendita (destinati in ogni caso a venire sconvolti dal formato digitale), la visibilità sui media e il peso nell’immaginario collettivo. Si trattò di un processo graduale, ovviamente, ma tutto sommato rapido. Il sogno di un rock finalmente invitato al desco della cultura popolare venne spazzato via nel giro di pochi anni, anzi di mesi. Fu un autentico shock da cui probabilmente devo ancora riprendermi.</p>
<p>Questo non ha nulla a che vedere con il tema ricorsivo &#8211; e perciò sempre più ozioso &#8211; della cosiddetta “morte del rock”. Il rock, sia detto a scanso di equivoci, è vivissimo. Dischi rock di buono e anche ottimo livello non hanno mai smesso di uscire. Ma sono usciti &#8211; escono &#8211; in un contesto che non li ritiene più un evento artistico e culturale primario, che di fatto non sembra disposto a farsi intrigare dalle novità rock al di fuori della bolla costituita dai media specializzati e dai perimetri social degli appassionati. A titolo di riprova, quando lo fa &#8211; vedi il recente, travolgente caso dei <strong>Måneskin</strong> o prima ancora dei <strong>Greta Van Fleet</strong> &#8211; si tratta di un fenomeno mediatico che utilizza cliché rock con finalità sensazionalistiche, rivolgendosi a un pubblico che del rock ha un’idea piuttosto approssimativa e potentemente stereotipata (se preferite: vecchia), un pubblico che in definitiva potrebbe fare benissimo a meno del rock. Un pubblico che, come il personaggio interpretato da <strong>Mickey Rourke</strong> in <strong>The Wrestler</strong>, non sopporta ciò che è accaduto al rock dai <strong>Nirvana </strong>in avanti. Un pubblico che, per farla breve, dopo i <strong>Guns N’ Roses</strong> il diluvio.</p>
<p>Eppure, ripeto, credo si possa sostenere che il rock &#8211; <strong>Kurt Cobain</strong> o meno &#8211; non sia affatto morto, e che nel medio periodo non morirà (come non è morto, ad esempio, il jazz). Ma è altrettanto lecito sostenere che il baricentro del rock sembra essersi spostato dalle parti di una sempre più puntuale riproposizione/rielaborazione di se stesso, come conseguenza della sistematica attualizzazione di un catalogo sterminato. Le campagne di ristampe iniziate con l’avvento del CD e la disponibilità pressoché totale resa possibile dallo streaming hanno cambiato significativamente lo scenario emotivo dell’ascoltatore, che da qualche anno si trova nella condizione di poter disporre di un disco o di una canzone di sessanta o quarant&#8217;anni fa proprio come di un lavoro appena pubblicato.</p>
<p>Per il rockofilo cresciuto all’epoca delle discografie da costruire con fatica, avvezzo ad affrontare distribuzioni problematiche, prezzi esorbitanti e lo spettro del fuori catalogo, questa situazione coincide in sostanza col paradiso a cui un tempo anelava e a cui oggi può accedere al costo mensile di un CD economico. Ma per l’ascoltatore più giovane, tutto ciò è la pura e semplice normalità. Si consuma qui una vera frattura sia generazionale che culturale: da una parte ci sono quelli abituati a strutturare i propri ascolti come un percorso, entro e tra le discografie, tenuto conto delle implicazioni storiche, sociali, tecnologiche eccetera; dall’altra, c’è chi si affida all’estro del momento o ai suggerimenti (algoritmici) di ascolto, galleggia sulle playlist una canzone via l’altra, perlopiù indifferente alla loro collocazione nell’ambito di una discografia e del contesto storico. I due “poli” così individuati vedono da una parte gli <em>ascoltatori</em> (per come li conoscevamo prima della liquefazione dei supporti fonografici), dall’altra gli <em>utenti</em> (delle piattaforme di streaming). Va da sé che si tratta di una distinzione estremizzata e probabilmente grossolana, di sicuro andrebbero messe in conto gradualità e sfumature, ma tutto sommato credo che renda bene l’idea.</p>
<p>Appare ovvio includere nella prima categoria i più vecchiotti, gli analogici, ma non è scontato: basti pensare ai molti giovani che frequentano le fiere del disco e che comunque risultano tra i più assidui acquirenti di vinili (quasi provassero nostalgia di una ritualità mai vissuta). Allo stesso modo, nella categoria degli utenti predominano chiaramente i cosiddetti nativi digitali, i quali non hanno letteralmente conosciuto altra modalità che l’ascolto via Youtube, Spotify e via discorrendo, e in ragione di ciò non riescono <em>culturalmente</em> a concepire l’album come entità espressiva (e &#8211; di conseguenza &#8211; la discografia in quanto sviluppo cronologico di un codice espressivo). Va detto in ogni caso che la capacità di penetrazione e la portabilità delle app ha conquistato molti rappresentanti della generazione X &#8211; per non dire dei famigerati boomer &#8211; appassionati di musica o meno, mutandone sensibilmente le abitudini oppure convertendoli in toto alle nuova modalità di fruizione.</p>
<p>A ciò si aggiunga che tutti, nessuno escluso, viviamo immersi in una brodaglia spettrale di passato, con i media impegnati a riproporre senza posa simulacri citazionisti funzionali allo spot, al programma televisivo, al film e via discorrendo. Il rock in particolare è sistematicamente utilizzato perché può contare su un appeal ancora ben radicato &#8211; seppur residuo &#8211; nell’immaginario, riconducibile ai temi della gioventù, della velocità, dell’energia, della ribellione eccetera. Ma si tratta appunto di cliché, già neutralizzati alla radice e inevitabilmente stralciati dal contesto culturale proprio del rock, vale a dire di “parti utili” con cui assemblare l’accompagnamento sonoro del caso: si tratti della sigla di un cartoon (vedi il punk-pop dei <strong>Teen Titans Go</strong>!), del tema d’accompagnamento di una sfilata di moda (tanto da indurre lo stilista Philipp Plein a intitolare una propria collezione <strong>Monsters Of Rock</strong>) o della soundtrack di una pellicola aggressiva/stilosa (come il recente <strong>Crudelia</strong>).<br />
Il risultato è la situazione paradossale di questi giorni: il rock è pressoché ovunque, ma non se ne avverte realmente la necessità. È un accessorio gradevole ma per nulla cruciale, di sicuro poco <em>generazionale</em>: si veda ad esempio e appunto la penetrazione trasversale del fenomeno Måneskin, per i quali fanno il tifo &#8211; il tifo! &#8211; tanto i ragazzini che i loro genitori e persino i nonni. E come potrebbe essere generazionale, dal momento che decenni di musica vengono schiacciati in un catalogo <em>presentificato</em>, organizzato per tag non necessariamente musicali e il cui aspetto si adegua al <em>profilo</em> dell’utente? Tuttavia, come spesso capita, non tutti i mali vengono per nuocere. Credo infatti che si debba anche grazie a questo strano contrasto tra centralità perduta e ubiquità algoritmica la nascita (per reazione) di un fenomeno interessante come il boom dei libri dedicati al rock.</p>
<p>Molta saggistica, certo, ma anche qualche apprezzabile titolo di narrativa, vedi i piuttosto recenti <strong>Rovine</strong> di Mat Osman (già bassista dei <strong>Suede</strong>), <em><strong>Uccidi quei mostri</strong></em> di Jeff Jackson e <em><strong>Un diluvio di veleno</strong></em> di Jordan Farmer. In questi romanzi &#8211; a cui aggiungerei senz’altro il “nostro” <strong>Maida Vale</strong> di Michele Benetello &#8211; il rock è una specie di fantasma agonizzante, un relitto del passato che in qualche modo continua a esercitare fascino sul presente ma in una modalità chiaramente residua. Osteggiato, sfruttato, equivocato, il rock è una maschera indossata da personaggi struggenti e spesso logori che si trovano a fare i conti con il tramonto del fare e ascoltare rock, ma che proprio per questo sono animati da una nostalgia strisciante, a un passo dal diventare sterile, sradicata.</p>
<p>Proprio il tentativo di recuperare radici e dare un senso alla nostalgia sembra alla base dei molti saggi a tema musicale &#8211; e rock in particolare &#8211; usciti negli ultimi anni. Come fenomeno editoriale non è certo nuovo, ma a quanto posso ricordare la messe di pubblicazioni (sia in traduzione che di autori italiani) non ha precedenti, e riguarda editori specializzati o meno, quando non addirittura fondati da pochi anni proprio con l’obiettivo di inserirsi nel solco tra narrativa e critica musicale. Una caratteristica comune a molti titoli è l’impostazione storicizzante, ovvero la sensazione che i tempi siano ormai maturi per tirare le somme e riflettere su cosa stava accadendo <em>quando ascoltavamo musica rock</em>. In tutto ciò il punto di vista &#8211; esplicito o implicito &#8211; rimane comunque il presente, che di quel rapporto tra ascoltatore e rock è pressoché orfano: sembra un’affermazione scontata, ma non lo è.</p>
<p>Tra i volumi-capostipite di questo “movimento” occorre indicare necessariamente il già (quasi) citato <em><strong>Retromania</strong></em> di Simon Reynolds, uscito nell’autunno del 2010, definito dal suo editore (Faber &amp; Faber) come “the first book to make sense of 21st Century pop”. Reynolds non è un critico musicale tout-court, il suo raggio d’azione sconfina sistematicamente nella filosofia sociale (tra i suoi punti di riferimento dichiarati ci sono <strong>Jacques Derrida</strong> e l’amico <strong>Mark Fisher</strong>), taglio che già conferiva a lavori precedenti (soprattutto <em><strong>Post-punk 1978-1984</strong></em> del 2005) un’impostazione multidisciplinare pressoché inedita, nel quale rock, pop, avanguardia e hip-hop giocano il ruolo di prodotti e al tempo stesso di produttori di senso in una società sempre più complessa.</p>
<p>Se questo approccio gli aveva già consentito di coniare l’espressione sintetica più emblematica degli anni Novanta (“post-rock”, utilizzata nella recensione di <strong><em>Hex</em></strong> dei<strong> Bark Psychosis</strong> contenuta in Mojo del marzo 1994), con <em><strong>Retromania</strong></em> Reynolds ha azzeccato una chiave di lettura potente rispetto alla forma mentis dominante del nuovo millennio, ovvero quella del recupero/riciclo del passato come riabilitazione sistematica del presente. Una prassi che esonda l’ambito musicale, ma che nella fattispecie ricalca la particolare congiuntura in cui versa il rock e che ha finito per indirizzare sempre più lo sguardo delle uscite editoriali dedicate al rock e dintorni. Come se, venuta meno l’urgenza, fosse divenuto prevalente il bisogno di fare i conti, di tirare le fila di una narrazione che in tempo reale brucia troppo rapidamente per consentire analisi e riflessione. Una narrazione però il cui punto di fuga &#8211; talora vertiginoso &#8211; è comunque il presente: è nel qui e ora il perno della faccenda, è per gli utenti contemporanei &#8211; giovani o stagionati, nostalgici o meno &#8211; che le migliaia di pagine a tema rock tentano di raccontare storie appassionanti, suggestive, significative.</p>
<p>Limitandosi alla realtà italiana, mi pare un orientamento percepibile a partire dal catalogo della più nota tra le case editrici specializzate, la Arcana, a cui va dato il merito di avere tenuto botta negli anni, pubblicando sia traduzioni che opere firmate da autori nostrani, tanto da proporsi come punto di riferimento (nel bene e nel male) e pietra di paragone per il settore. Il catalogo recente mette in evidenza il tentativo di cavalcare l’attualità e il passato in maniera quasi simmetrica: sulla trentina di uscite del solo 2021 (tanti titoli, forse troppi: un loro vizio storico), oltre la metà riguarda nomi come <strong>Smashing Pumpkins</strong>, <strong>Nirvana</strong>, <strong>Rino Gateano</strong>, <strong>Cranberries</strong>, <strong>John Bonham</strong>, <strong>Frank Zappa</strong> o <strong>Marilyn Manson</strong>, per non dire delle analisi critico/storiche come quella sul 1991 di Paolo Bardelli o sul prog italiano di Massimo Salari, ma accanto a questi troviamo volumi dedicati a <strong>Salmo</strong>, <strong>Billie Eilish</strong>, <strong>Pinguini Tattici Nucleari</strong> o analisi sulla musica durante il lockdown e sul fenomeno degli youtuber “divulgatori di musica”.</p>
<p>Già da questo elenco sommario salta agli occhi un aspetto: se si focalizza sul presente, il rock scompare dai radar. Mancherebbero rock band o “scene rock” contemporanee di cui scrivere? Non proprio, come ben sa chiunque non abbia smesso di seguire le vicissitudini del rock negli ultimi, diciamo, venticinque anni. Ma si tratterebbe di operazioni sostenibili? Quale interesse susciterebbe un libro dedicato agli <strong>Idles</strong>, ai <strong>Protomartyr</strong>, a <strong>Courtney Barnett</strong> o &#8211; per rimanere dalle nostre parti &#8211; a <strong>Iosonouncane</strong>? Si arriva presto a una conclusione: l’interesse sarebbe piuttosto basso, o almeno non abbastanza alto da giustificare <em>economicamente</em> un’operazione editoriale del genere. Questo spiega tutto? Forse. Almeno in parte.</p>
<p>In ogni caso, l’editoria musicale non sta affatto trascurando il rock, ma del rock cerca la stratificazione, il sedimento nell’immaginario. In ragione di ciò non smette di effettuare carotaggi, ma appunto si tratta di analisi che se da un lato sono giustificate da un bisogno abbastanza fisiologico di storicizzare, nonché dalla possibilità di farlo grazie alla prospettiva &#8211; appunto &#8211; storica, dall’altro rappresentano una modalità sufficientemente <em>remunerativa</em> di affrontare la questione del rock, che come detto sopra è presente e vivo in quanto retaggio, come eredità culturale e catalogo estetico/semantico. Eredità che persiste, a dispetto del fatto che la sua manifestazione musicale sembri interessare poco e a pochi.</p>
<p>Detta in soldoni, se pubblico una biografia di <strong>Alex Chilton</strong>, una autobiografia di<strong> Robbie Robertson</strong> o un saggio sul rapporto tra rock e letteratura, posso contare su una platea di lettori non certo numerosa ma abbastanza significativa, perché generazionalmente stratificata, nonché vogliosa di mettere a bilancio una passione radicata. È quello che ha fatto ad esempio la Jìmenez, casa editrice romana fondata nel 2018, la barra da un lato orientata sulla narrativa statunitense contemporanea (Willy Vlautin, Melissa Anne Peterson, Nelson George&#8230;) e dall’altro, appunto, verso la saggistica musicale (rock in particolare), sia in traduzione che di autori italiani. Tra i nove titoli usciti nel 2021 troviamo <strong><em>Storie Sterrate</em></strong> di Marco Denti, un bella escursione tra musicisti che hanno saputo essere anche scrittori e viceversa, l’autobiografia di <strong>Richard Thompson</strong> e <strong><em>Mixtape Interstellare</em></strong>, l’intrigante vicenda della compilation che fu “allegata” alle sonde spaziali Voyager 1 e Voyager 2.</p>
<p>Una linea simile è riscontrabile anche tra gli editori non specializzati, come Minimum Fax (che pubblica Reynolds), e svariati altri , ma anche editori non troppo avvezzi si concedono un giro .</p>
<p>Dal punto di vista editoriale, quindi, il rock gode di ottima salute. È addirittura un tema caldo, tenuto conto di numeri &#8211; quelli della saggistica musicale &#8211; che non sono mai stati da best seller (nei casi migliori casomai, come dimostrano i casi di <em><strong>Retromania</strong></em> o di <strong><em>Come funziona la musica</em></strong> di David Byrne, dei long seller). Il che fa comunque a pugni con la progressiva, evidente marginalizzazione del rock in quanto genere musicale che si è consumata negli ultimi anni.</p>
<p>Se è lecito arrivare a una conclusione, non può che essere paradossale: il rock sembra sempre più spogliarsi della sua manifestazione sonora. Anzi, meglio: il rock è tanto più vivo quanto più se ne marginalizza il quid musicale e testuale, che rimane come aspetto residuo, accessorio, e perciò <em>utile</em>. Utile proprio in virtù di questa <em>amnesia sonora</em> che gli consente di diffondersi come catalogo di temi estetici nella moda, nella pubblicità, nei programmi televisivi e nelle soundtrack cinematografiche (serie tv comprese), situazioni per le quali occorre un rock evocativo ma a bassa carica virale, depotenziato, neutralizzato. Come abbiamo visto, a questo svuotamento sistematico, all’agitarsi incessante del simulacro (dello spettro?) del rock, a questa epidemia di rock “funzionale”, sembra corrispondere &#8211; quasi a titolo di compensazione &#8211; una riflessione piuttosto dettagliata e approfondita sulla sua eredità culturale.</p>
<p>Che i portatori di interesse per i libri (ma anche documentari, biopic e podcast, altri fenomeni di rilievo sui quali per brevità tocca sorvolare) dedicati al rock siano innanzitutto i famigerati boomer e quelli della generazione X, al limite pure i millennial, credo lo si possa affermare con ragionevole certezza (anche se non escludo e mi auguro intrusioni significative da parte dei cosiddetti “zoomer”). In ogni caso, mi prendo la responsabilità di affermare che questo interesse non sia rivolto tanto alla manifestazione sonora del rock, quanto alle storie che sa e può (ancora) raccontare, al suo retaggio culturale. In altre parole, la musica sta scivolando via dal rock, un po’ come ha fatto il colore dalle antiche statue dei greci e dei romani. Ma ciò che resta sembra essere comunque in grado di affascinare.</p>
<p>Anzi: quello che resta è la dimostrazione più lampante che col rock non ci si possa &#8211; non ci si debba &#8211; limitare alla scorza, agli aspetti stilistici e formali. Che il rock è una questione semplice ma non facile, non lo puoi confezionare né pianificare. Che il rock è fatto di storie che si srotolano, e che dipanandosi si sdoppiano cento volte, si intrecciano, si riannodano. Che il rock emerge sempre da una qualche profondità di cui porta segni visibili o invisibili, la cui sostanza è più importante della forma, forma che comunque determina e a cui partecipa. Che il rock quando vuole sembrare rock non è davvero <em>rock, perché il rock è innanzitutto una conseguenza o al limite il frutto non necessariamente commestibile di un’ossessione.</em></p>
<p>Perché il rock somiglia più al muro dove vai a sbattere che a un target da raggiungere. Perché il rock è la benzina che fa rombare il motore ma è anche la sabbia che lo fa grippare. Perché il rock è ciò che non credevi di essere, molto più di quanto non sia ciò che vuoi dimostrare o il sogno che vorresti realizzare.</p>
<p>Cosa dedurne? Niente di importante. Tra queste cose di poca importanza, ne citerei due. La prima: ciò che sembra decadenza &#8211; per qualcuno addirittura morte &#8211; potrebbe rivelarsi in realtà trasformazione, preludio a una fase nuova, non necessariamente sovrapponibile a ciò che è stato. La seconda è molto più banale: attenzione a quello che luccica, perché dell’oro potrebbe avere &#8211; proverbialmente &#8211; soltanto l’aspetto.</p>
<p>*<strong>Stefano Solventi</strong> ha collaborato con il&nbsp;<strong>Mucchio Selvaggio</strong>, fa parte dello staff di&nbsp;<strong>Sentireascoltare</strong>. Ha pubblicato il saggio biografico&nbsp;<strong><em>PJ Harvey – Musiche maschere vita</em></strong>&nbsp;(Odoya, 2009) oltre ai romanzi&nbsp;<strong><em>La meccanica delle ombre</em></strong>&nbsp;(Cicorivolta, 2015) e&nbsp;<strong><em>Nastri</em></strong>&nbsp;(Eretica, 2017). L’ultimo lavoro è&nbsp;<a href="https://sentireascoltare.com/libri/the-gloaming-i-radiohead-e-il-crepuscolo-del-rock/"><strong><em>The Gloaming – I Radiohead e il crepuscolo del rock</em></strong></a>&nbsp;(Odoya, 2018).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>sull&#8217;editing (lettera a una editrice)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2019 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[editing]]></category>
		<category><![CDATA[editor]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori ciao X., ti scrivo ora &#8211; a mente fredda &#8211; perché non amo lasciare le cose aperte, o insomma senza spiegazioni; mi disturba, visto che avevamo un legame diretto, che la cosa sia stata liquidata tramite l&#8217;agente; e lo trovo anche poco rispettoso per l&#8217;autore che sono, quindi su un piano più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/images_editing.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-79664" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/images_editing.jpg" alt="" width="225" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/images_editing.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/images_editing-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/images_editing-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/images_editing-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/images_editing-160x160.jpg 160w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a></p>
<p>ciao X.,</p>
<p>ti scrivo ora &#8211; a mente fredda &#8211; perché non amo lasciare le<br />
cose aperte, o insomma senza spiegazioni; mi disturba, visto che avevamo un<br />
legame diretto, che la cosa sia stata liquidata tramite l&#8217;agente; e lo trovo<br />
anche poco rispettoso per l&#8217;autore che sono, quindi su un piano più<br />
professionale;</p>
<p>trovo un po&#8217; assurdo quello che è successo, perché secondo me un libro<span id="more-79504"></span><br />
buono &#8211; e mi sembrava che il tuo giudizio iniziale fosse molto positivo &#8211; è<br />
una cosa rara, ha qualcosa di un po&#8217; magico, quasi di &#8220;sacro&#8221;, che è ben più<br />
importante &#8211; con il senno di poi &#8211; dei rattoppi e delle aggiustature &#8211; sulle<br />
quali certo ci si concentra e accanisce, come è giusto che sia &#8211; che gli si<br />
danno per dargli una versione finale; ma appunto o l&#8217;anima del testo c&#8217;è o<br />
non c&#8217;è, e questo si vede alla prima lettura; questa è la mia percezione dei<br />
testi;</p>
<p>pur non essendo alle prime armi (e questo conta molto), io ascolto sempre<br />
molto attentamente (infinitamente di più degli scrittori che conosco, mi<br />
stupisce sempre la loro indifferenza &#8211; sul piano profondo, lasciando stare<br />
le reazioni dell&#8217;ego &#8211; ai commenti, che per certi versi invidio), e con<br />
molto interesse, quello che viene detto sui miei testi, e mi è quasi sempre<br />
molto utile, in una maniera o nell&#8217;altra, ragionarci sopra; e ho nel<br />
complesso sempre lavorato molto volentieri con gli editor (forse l&#8217;unica<br />
eccezione è proprio [il romanzo] X.); proprio perché penso che i miei testi, fermo<br />
restando il nucleo per molti versi inspiegabile di cui sopra, siano<br />
migliorabili, e un valido e sensibile occhio esterno può aiutarmi, e anzi mi<br />
aiuta tout court;</p>
<p>ma è una cosa molto delicata, dove devo sentirmi a mio agio; non si tratta<br />
di una fiducia a priori, è un qualche cosa che si crea &#8220;sul campo&#8221;, appunto<br />
con il confronto sul testo, con tutto quanto di vivo e per certi versi<br />
&#8220;pericoloso&#8221; questo comporta; ho bisogno di sentire che c&#8217;è una piena<br />
fiducia che potrò utilizzare al meglio quello che mi si dice; in tutti i<br />
grandi editor con i quali ho lavorato, che potrei citare, c&#8217;era questa<br />
&#8220;gratuità&#8221;, questa generosità, questo dare moltissimo ben sapendo che magari<br />
non avrei condiviso le loro &#8220;critiche&#8221;, o forse meglio avrei trovato<br />
soluzioni diverse, o anche completamente a controcorrente, rispetto a quelle<br />
che mi suggerivano; sempre continuando a dialogare, ma appunto per una<br />
strada anche in rottura con i suggerimenti; e appunto queste persone, alcune<br />
semplicemente geniali (X. X., per dirne una, e non a caso è anche un grande<br />
autore), hanno sempre accolto le mie soluzioni, perché avevano fiducia nelle<br />
mie capacità, mi stimavamo come autore, e pensavano che un testo è il figlio<br />
di un autore, non di un lavoro di equipe; io, e ancora di più ora che non<br />
sono un esordiente, ho bisogno di sentirmi libero; spalleggiato, affiancato,<br />
ma completamente libero;</p>
<p>quello che poi mi ha davvero disturbato è il commento frettoloso (anche se<br />
certe cose erano azzeccate) della persona che mi affiancavi, che non<br />
conosceva minimamente la mia opera, la mia scrittura, i miei risultati<br />
migliori, le mie debolezze&#8230; e aveva probabilmente metri di giudizio e<br />
riferimenti differenti dai miei; tutta la mia &#8220;carriera letteraria&#8221;, il<br />
lavoro di decenni, veniva data in mano a una persona che chiaramente aveva<br />
fretta, e evidentemente &#8211; dal mio punto di vista &#8211; non aveva gli elementi<br />
per aiutarmi, non mi aiutava (ripeto, pur dicendo alcune cose stimolanti),<br />
non andava verso la messa in opera di quel delicato rapporto che ho cercato<br />
di descrivere sopra;<br />
per me è stato sgradevolissimo, e direi anzi traumatico, di colpo ero<br />
strappato fuori dalla dimensione della mia scrittura, che è un qualche cosa<br />
di artigianale e molto terra terra, ma tocca anche a qualcosa di sacro<br />
(altrimenti non mi interesserebbe, e non lo farei); tutto il mio lavoro e i<br />
miei risultati non contavano nulla, e ero portato altrove, dove non mi<br />
importava di essere (lì ci sono per le mie cose di lavoro, e lo faccio<br />
volentieri e con gioia, e lì ci sono per i miei problemi quotidiani, ma<br />
appunto la scrittura è altra cosa);</p>
<p>e per me sono molto importanti, sempre perché siamo vicini a quella &#8220;zona<br />
sacra&#8221; e a quelle vulnerabilità, altri elementi di contorno, che per esempio<br />
sul lavoro non mi importano; quali per esempio la puntualità nel pagare<br />
l&#8217;anticipo, e altri aspetti sui quali non voglio soffermarmi, perché il nodo<br />
principale rimane quello che ho cercato di esporre sopra;</p>
<p>certo poi anch&#8217;io ho il mio carattere e rigidità, ho l&#8217;età nella quale se ci<br />
si è lavorato un po&#8217; sopra si comincia a conoscersi abbastanza bene; ma per<br />
me queste sono inezie, rispetto alle verità contenute nella scrittura; se io<br />
fossi un editore mi preoccuperei solo di queste, e ben poco dei limiti umani<br />
dei loro autori;</p>
<p>un caro saluto</p>
<p>g.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: quella qui sopra è la mail che ho scritto di getto (di qui le ripetizioni lessicali etc.) e ho sentito il bisogno di mandare qualche mese fa, a cose già fatte, all&#8217;editrice che avrebbe dovuto fare il mio prossimo romanzo (avevamo già firmato un contratto), e che poi ha deciso di non farlo più (il contratto è stato rescisso); lei aveva amato molto il mio testo, ma riteneva che andassero fatte delle modifiche, cosa sulla quale ero d&#8217;accordo di confrontarmi, ma a proposito delle quali, e sulla modalità delle quali, si è andato appunto delineando un dissenso, finito in separazione; </em></p>
<p><em>la riporto tal quale, togliendo solo i riferimenti alle persone (e ho corretto un errore di battitura), perchè in essa esplicito, mi sono accorto a posteriori, alcuni punti molto semplici ma fondamentali (non certo tutti) su come l&#8217;eding di un romanzo mio o di altri scrittori &#8211; amici o meno &#8211; che stimo, può essere un passaggio molto positivo (in questo caso le cose sono andate male, ma in altri casi mi sono trovato molto bene); e questo mio punto di vista individuale, legato intimamente a una pratica di scrittura, la mia, ma appunto per me estendibile anche a altre scritture &#8220;già consolidate&#8221; che apprezzo (senza quindi voler disquisire sull&#8217;editing in generale), può forse interessare anche altre persone e altri scriventi e scrittori (beninteso con visioni eventualmente anche diverse); </em></p>
<p><em>tutto ciò al di là della vicenda particolare, che riguarda me, e che non intendo rendere pubblica;</em></p>
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		<title>Le coglionerie di Paolo Giordano, i romanzi merda, le vetrine delle belle librerie all&#8217;estero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2013 09:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
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		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Cominciamo dai fatti. In quest’autunno ancora mite in tutte &#8211; dico tutte &#8211; le vetrine delle belle librerie della città estera dove mi trovo c’è la traduzione di una merda di Paolo Giordano. Ma no, già parto male, il prodotto di Paolo Giordano devo chiamarlo romanzo, non merda. Lo sappiamo tutti, fin [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Cominciamo dai fatti. In quest’autunno ancora mite in tutte &#8211; dico tutte &#8211; le vetrine delle belle librerie della città estera dove mi trovo c’è la traduzione di una merda di Paolo Giordano. Ma no, già parto male, il <i>prodotto</i> di Paolo Giordano devo chiamarlo romanzo, non <i>merda</i>. Lo sappiamo tutti, fin dall’inizio romanzo ha voluto dire merda e nettare, borghesia ottusa e animi illuminati, baldanzosa ignoranza e monacale erudizione, bigottismi e trasgressione, logorrea e essenzialità, abissi spirituali e sgualcite banconote, accademici sovrappeso e geniali morti di fame, popolo e elite, nauseanti luoghi comuni e eterea intelligenza, inondazioni editoriali e tirature infime (o postume), piattezze letterali e strati sotterranei di senso, verità sull’uomo e prevenzioni del tempo, artifici retorici e libertà espressiva, romanticherie e rigore dell’analisi, frasi dozzinali e perle linguistiche. E anzi, proprio in questa dialettica tra opposti inconciliabili, e nell&#8217;impossibilità di tracciare precise linee di demarcazione (e ancora più di teorizzarle), sta forse l’essenza dell’inafferrabile genere. Quindi mi correggo, questa mercetta tipografica non la chiamerò più merda, ma romanzo. Romanzo a tutti gli effetti. Romanzo che io non leggo, e non leggerò mai, che non ha nulla ha a che fare con la mia idea di romanzo (e con i romanzi e non romanzi che scrivo io), ma comunque romanzo. E mi scuso anzi per aver usato quel vocabolo, per la mia volgarità: non volevo offendere nessuno. Chi mi conosce sa che a parte qualche asmatica intemperanza sono una persona mite e tollerante (e anzi sempre più con l’età). L’insignificante Giordano ha tutto il diritto di scrivere le <a href="http://quattrocentoquattro.com/tag/paolo-giordano/">inezie</a> che scrive, e contento lui se ha tanti lettori. No, sbaglio: non solo ha diritto, ma deve assolutamente scrivere le coglionerie che scrive, il Romanzo, la Letteratura, ne hanno bisogno. Non potrebbero esserci i poli sublimi, senza i paoli giordani.</p>
<p>[È scontato che adesso sarò accusato di essere invidioso di Paolo Giordano, o insomma del suo successo, di essere il tipico scrittorucolo frustrato che sfrigola nel livore. Giuro sulla Bibbia, o sui volumi della Recherche, che non sono invidioso di Paolo Giordano o della sua notorietà. Come non potrei invidiare un signorotto che conduce una Ferrari, perché a me la sua Ferrari non dice nulla, e tanto meno la tipologia umana che ama possederla e fregiarsene. So però che sono parole inutili: già dalle prime righe sono stato bollato come un geloso fallito, quindi lascio stare.]</p>
<p>Riveniamo ai fatti: in tutte le vetrine delle librerie (e anche dei giornalai!) della città dove sto c’è questo lucido romanzo di Paolo Giordano, che è il contrario di quello che io reputo un buon romanzo, ma è pur sempre un romanzo (si noti che faccio dei progressi). Questo romanzo è pubblicato da un’ottima e gloriosa casa editrice del paese dove mi trovo adesso. Un editore che qualche anno fa (dico qualche, non dieci) non avrebbe nemmeno preso in considerazione uno scrivente come Paolo Giordano. A costo di andare a scovare (e magari in un periodo in cui la narrativa italiana non aveva la <i>cote</i>!) autori italiani poco noti, o non ancora noti, a costo di correre il rischio (succedeva) di vendere solo qualche centinaio di copie, per poi pubblicare un’altra opera dello stesso, che a sua volta vendeva qualche centinaio di copie (succedeva). Adesso invece questo solido pilastro delle lettere traduce Paolo Giordano, e a quanto intuisco non prende nemmeno più in considerazione autori italiani che non siano come Paolo Giordano. Questa è un’autentica rivoluzione, che io, che non so in fondo nulla dell’editoria (mi interessano i dettagli?), e che frequento sporadicamente persone che ci lavorano, e non vado alle fiere, e ho tutt’altro per la testa, rilevo nelle vetrine delle librerie davanti alle quali mi fermo. [Certo gli addetti al mestiere, se leggessero queste mie parole, avrebbero a questo punto un sorrisetto di condiscendenza: avrebbero perfettamente ragione.]</p>
<p>Devo del resto confessare che non entro spesso in libreria, nella città dove mi trovo, anzi molto di rado. Il problema è che se entro compro dei libri, perché a me i libri piacciono molto, e trovo sempre qualcosa che mi entusiasma. Se faccio l’erroraccio di entrare, acquisto tre, quattro, cinque libri (quando ne compro uno solo è perché sono di fretta, o la libreria proprio non mi garba, ma mi dispiace che il libraio mi veda uscire a mani vuote: oltre ai libri amo anche i librai), che qui sono molto costosi (in altri periodi erano meno costosi che in Italia, ora non è così). E insomma arrivo poi a casa con la mia piletta di libri nuovi fiammanti, e mia moglie vede che invece di aver fatto la spesa ho comprato solo libri, e il frigo resta vuoto. Mia moglie è molto comprensiva, e anche lei ama molto i libri, ci mancherebbe, però insomma le piace anche che nel frigo ci sia qualcosa, quando ritorna stanca dal lavoro. Questo è il motivo per cui lotto con me stesso per non entrare nelle librerie. Beninteso con la stessa difficoltà e gli stessi cedimenti che hanno i giocatori di azzardo nei confronti dei luoghi manigoldi dove si gioca. Però insomma in questo dominio posso essere fiero di me, di solito riesco a padroneggiare le mie pulsioni (per prudenza le vetrine le guardo soprattutto nelle mie passeggiate notturne, quando so che non corro alcun rischio di poter entrare a spendere i quattrini destinati al cibo).</p>
<p>Ma torniamo ancora ai nomi italiani nelle vetrine delle librerie della città di cui parlo. Se si trattasse solo di Paolo Giordano sarebbe niente. Il problema è che in questo momento affacciati alle belle strade ci sono molti altri romanzi italiani che nella mia testa finiscono nella stessa categoria in cui è cascato quello di Paolo Giordano. Veramente tanti. Troppi. E la maggior parte pubblicati da gloriose case editrici che fino a qualche anno fa avrebbero disdegnato mediocrità del genere. Adesso non voglio fare dei nomi (già mi sono inimicato per tutta la vita il simpatico Paolo Giordano, per un post può bastare), ma insomma ci siamo capiti, parlo di quella desolante medietà (talvolta con qualcosa di buono, e/o accattivante, ci mancherebbe) che più sopra mi sono lasciato andare a chiamare pubblicamente (in privato la mia testa fa quello che vuole) merda. [Del resto la pensano come me, è noto, l’ottanta per cento dei critici, anche se per vari motivi spesso si limitano a mugugnare in privato o a rimpiangere i bei tempi passati, il cinquanta per cento degli addetti nelle case editrici, il trenta per cento dei librai e il venti per cento dei giornalisti culturali)]. Ma intendiamoci, aguzzando bene lo sguardo qualche bel nome italiano, certo un po’ sul lato, o nell’angolino, qualche volta c’è. Siti, per esempio, confezionato da un editore molto elegante e molto prestigioso, anche se davvero di nicchia.</p>
<p>E allora mi accorgo, lì davanti alla vetrina notturna, che sono parecchio preoccupato. Ma i lettori di questo paese, mi chiedo, avvezzi a ben altri nutrimenti (almeno nel passato), ameranno davvero queste insulsaggini italiane? La traduzione concorre forse a mascherarne almeno in parte l’idiozia? O le leggeranno perché è quello che passa il convento, come mandano giù i pomodori senza sapore, ormai ineludibili sui banchi della verdura? [Quando chiedo a mia madre novantaduenne: <i>ti è piaciuto</i> <i>Paolo Giordano</i>? Lei risponde: <i>sì</i>. Guardandola negli occhi: <i>Ma ti è piaciuto DAVVERO? </i>Pausa, poi: <i>No</i>] O forse il pubblico é ormai costituito prevalentemente da zittelle con cagnolino e papille gustative atrofizzate, visto che i giovani non leggono più? Quanto pesa questo fattore sociologico? E questo supposto rincoglionimento dei lettori va forse di pari passo con il pensiero unico? Perché proprio l’Italia è all’avanguardia in questo genere di laccate mercine? Davvero i critici italiani non hanno alcuna responsabilità, con i loro scafati silenzi, con i loro inspiegabili imballamenti, la loro pigrizia a leggere, la loro lamentosa pavidità? E che dire degli addetti delle case editrici che presuppongono che mia madre e il resto della gente – che disprezzano (altro che altezzosità di chi crede ancora – candido e arcaico! &#8211; alle qualità!) &#8211; non abbia cervello? E questi politici, rei del genocidio della cultura? Ma che ne sarà allora della carica innovativa e ermeneutica del romanzo, che per qualche secolo ci ha regalato perle così belle? Se le cose vanno così in fretta, l’anno prossimo troverò ancora Siti in vetrina? La forma romanzo può sussistere, se si annienta uno dei suoi due poli? Resisterà un manipolo di catacombali buongustai, o saranno cancellati anche quelli? O tutto all’opposto per qualche motivo ci sarà un magnifico riscatto dell’intelligenza e dello spirito critico e dell’apertura mentale e del gusto, e si tornerà a un affastellamento di geni, come è successo in qualche epoca (anche recente) della storia letteraria? Tutte domande molto ingenue (e in parte anche interessate: anch’io scrivo romanzi), di un poveraccio fuori da tutto (e che certo non è stato alla fiera di Francoforte) e molto invidioso della mediatica coglioneria di Paolo Giordano.</p>
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		<title>¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Spagna 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Apr 2013 06:00:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Dopo la prima intervista, ecco una seconda che chiude idealmente il capitolo sulla letteratura italiana in Spagna. Questa volta saranno Celia Filipetto e David Paradela López a rendere molto più chiara e definita la situazione. gz) Un&#8217;intervista a Celia Filipetto e David Paradela López di Ilide Carmignani e Giuseppe Zucco Che spazio occupa la letteratura italiana nell’insieme delle letterature tradotte in Spagna? Nel 2012 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/20/que-viva-la-traduccion-la-letteratura-italiana-in-spagna/" target="_blank">la prima intervista</a>, ecco una seconda che chiude idealmente il capitolo sulla letteratura italiana in Spagna. Questa volta saranno Celia Filipetto e David Paradela López a rendere molto più chiara e definita la situazione. gz)<a href="http://www.celiafilipetto.com/" target="_blank"><br />
</a></em></p>
<p>Un&#8217;intervista a <a href="http://www.celiafilipetto.com/" target="_blank"><strong>Celia Filipetto</strong></a> e <strong><a href="http://malapartiana.wordpress.com/" target="_blank">David Paradela López</a> </strong>di<strong></strong><strong> Ilide Carmignani </strong>e<strong></strong><strong> Giuseppe Zucco</strong></p>
<figure id="attachment_45498" aria-describedby="caption-attachment-45498" style="width: 560px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif_apr10_1_u.jpeg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45498" alt="Un'opera di Escif, street artist spagnolo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif_apr10_1_u.jpeg" width="560" height="719" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif_apr10_1_u.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif_apr10_1_u-233x300.jpeg 233w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45498" class="wp-caption-text">Un&#8217;opera di Escif, street artist spagnolo</figcaption></figure>
<p><strong>Che spazio occupa</strong> <b>la letteratura italiana nell’insieme delle letterature tradotte in Spagna?</b></p>
<p>Nel 2012 sono stati tradotti in spagnolo 19.792 libri, di cui 1.074 dall’italiano, cioè il 5% (fonte: <a href="http://bit.ly/Y9cJ4X" target="_blank">Federación de Gremios de Editores de España</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quali sono gli scrittori più conosciuti fra i moderni e i contemporanei?</b></p>
<p>Dal punto di vista del grande pubblico: Alessandro Baricco, Andrea Camilleri, Umberto Eco, Erri De Luca, Paolo Giordano, Margaret Mazzantini. In rete troviamo, per esempio, questo elenco di <a href="http://www.quelibroleo.com/noticias/autores/los-autores-italianos-que-no-deberias-perderte" target="_blank">autori italiani “indispensabili”</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Viene tradotta anche la poesia? E la letteratura di genere, la saggistica, i libri per ragazzi?</b></p>
<p>Della letteratura di genere si traducono soprattutto autori di gialli e di noir: Massimo Carlotto, Andrea Camilleri, Gianrico Carofiglio, Maurizio De Giovanni, Giorgio Faletti.<br />
Praticamente tutta la saggistica straniera tradotta in Spagna proviene dai paesi di lingua inglese o dalla Francia, ma ci arrivano comunque gli autori italiani di fama mondiale: Vattimo, Eco, Bobbio, Negri, Montalcini.<br />
Quanto alla poesia, facendo una ricerca sui siti (<a href="http://www.ediciona.com/editoriales_literatura_poesia-dir-a12.htm" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.ediciona.com/editoriales_literatura_poesia_espana-dir-a12-p67.htm" target="_blank">qui</a>) troviamo più di cento case editrici che si occupano del settore. Un’indagine veloce ci conferma che, a parte le lingue classiche, la poesia tradotta segue più o meno la stessa tendenza della narrativa con l’inglese, il francese e il tedesco come lingue prevalenti. Ad esempio, Ediciones Hiperión, casa editrice che ha una collana di poesia, ha pubblicato, sì, alcuni autori italiani &#8211; Giuseppe Gioachino Belli, Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Chiara Matraini, Mario Luzi &#8211; ma sempre molto pochi in rapporto a un catalogo in cui prevalgono gli autori inglesi, francesi e tedeschi. DVD Ediciones, casa editrice specializzata in poesia, ha pubblicato soltanto quattro libri di poeti italiani: Pier Paolo Pasolini, Filippo Tommaso Marinetti, Michelangelo e Dino Campana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quanto sono tradotti i classici? </b></p>
<p>I classici, in generale, sono ben rappresentati. Tra le case editrici che pubblicano classici italiani possiamo citare Cátedra, che ha pubblicato, tra gli altri, Vittorio Alfieri, Ludovico Ariosto, Giorgio Bassani, Pietro Bembo, Giovanni Boccaccio, Michelangelo Buonarroti,  Gabriele D’Annunzio, Dante Alighieri, Carlo Collodi, Ugo Foscolo, Carlo Emilio Gadda, Carlo Goldoni, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Machiavelli, Giacomo Leopardi, Elsa Morante, Alessandro Manzoni, Alberto Moravia, Cesare Pavese, Francesco Petrarca, Luigi Pirandello, Italo Svevo, Federico de Roberto, Giovanni Verga ed Elio Vittorini (vedi <a href="http://www.catedra.com/catalogos/catalogos/P-00102601_9999985398.pdf" target="_blank">qui</a>).<br />
Un’altra casa editrice dove troviamo classici italiani tradotti è Austral. Per la prosa accoglie Boccaccio, Castiglione e Verga in mezzo a 150 titoli di classici spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi. Per la poesia, offre Dante e l’<i>Antología esencial de la poesía italiana</i>, una scelta di poesie di 55 autori a cura di Antonio Colinas, fra cui di nuovo Dante e Petrarca, Pascoli, Ungaretti, Quasimodo, Montale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quali case editrici dedicano spazio agli scrittori italiani? Che tipo di linee editoriali hanno? Esistono case editrici specializzate in letteratura italiana?</b></p>
<p>Non esiste una casa editrice specializzata soltanto in letteratura italiana. In linea di massima, possiamo dire che le case editrici commerciali pubblicano più che altro gli autori <i>mainstream</i> che già hanno avuto successo in Italia, ci riferiamo ad Anagrama, Minúscula, Lumen, Seix Barral, Tusquets. Poi ci sono case editrici più piccole, come Sajalín, che recuperano autori del Novecento, ad esempio Beppe Fenoglio, Giuseppe Bonaviri, Luigi Bartolini; un’altra piccola casa editrice che pubblica autori italiani è Gadir: Carlo Dossi, Dino Buzzati, Elio Vittorini, Luigi Malerba, Diego Marani, Aldo Palazzeschi, Carlo Levi, Elsa Morante, Andrea Camilleri, Luigi Pirandello, Mariolina Venezia, Italo Svevo, Carlo Cassola, Dante Alighieri, Roberto Vecchioni, Edmondo de Amicis, Giovanni Verga, Grazia Deledda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che parte hanno i traduttori nella scoperta di nuovi autori?</b></p>
<p>Si può dire che sono rari i casi di traduttori che consigliano un autore da tradurre. Di solito, le case editrici seguono altre vie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Le case editrici spagnole con partecipazione italiana hanno dedicato e dedicano attenzione alla letteratura italiana?<br />
</b><br />
A guardare il catalogo, non più delle altre: Anagrama ha sempre avuto scrittori italiani (Baricco, Tabucchi), Duomo ne ha soltanto due o tre. E Lumen del gruppo Random House Mondadori pubblica, è vero, alcuni autori italiani (Alessandro Piperno, Elsa Morante, Elena Ferrante, Maurizio De Giovanni, Umberto Eco, Andrea Molesini, Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Margaret Mazzantini, Vitaliano Brancati, Giorgio Bassani) ma sempre pochi in una scuderia in cui prevalgono autori di altre nazionalità (vedi <a href="http://www.megustaleer.com/autores.php" target="_blank">qui</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quale accoglienza riserva il pubblico spagnolo agli autori italiani? Gli scrittori più conosciuti  (Eco, Tabucchi, Camilleri, Calvino, etc.) sono riusciti in qualche modo a fare da traino?<br />
</b><br />
Forse Eco  e Camilleri sono riusciti a fare da traino ad altri scrittori di gialli e di noir. Anche Calvino, Tabucchi, Calasso e Magris, nella loro nicchia, hanno aiutato a introdurre altri autori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che immagine ha il lettore spagnolo dell’Italia? Secondo voi, gli stereotipi che ci caratterizzano all&#8217;estero possono influire in qualche modo sulla scelta dei titoli italiani da tradurre in spagnolo?<br />
</b><br />
No, l’Italia è un paese che appare spesso nei notiziari spagnoli, secondo noi è abbastanza conosciuto e non c’è bisogno d’importare libri basati su stereotipi. Tuttavia, ogni tanto, si verificano fenomeni come <i>Gomorra </i>di Saviano, che ha portato alla pubblicazione di un gran numero di libri sulle diverse organizzazioni malavitose italiane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>I libri italiani che vengono tradotti in spagnolo che tipo di lingua e lavoro sulla lingua presentano? Si traducono (e si vendono) principalmente libri scritti in maniera più semplice? C&#8217;è un&#8217;affinità linguistica tra le opere italiane tradotte in Spagna o si tende a dare diffusione anche a libri particolarmente elaborati sul piano stilistico?<br />
</b><br />
Dagli autori citati si può dedurre che sono rappresentati i più svariati modelli di lingua: da quella di Dante a quella di Mariolina Venezia. Non ci sembra di riscontrare un’affinità linguistica particolare fra le opere tradotte in Spagna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Esistono riviste o blog letterari che, nel caso i giornali non siano interessati a questo tipo di lavoro, si prodigano nel promuovere e suggerire ai propri lettori libri italiani?</b></p>
<p>Su Facebook si trova <a href="https://www.facebook.com/literatura.italiana?fref=ts" target="_blank">Letteratura Italiana</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quanto conta il lavoro dell’Istituto Italiano di Cultura in Spagna per quanto riguarda la diffusione culturale?<br />
</b><br />
L’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, quello che noi conosciamo, organizza varie attività: proiezioni cinematografiche, incontri gastronomici, proiezione di opere liriche, gruppi di lettura e anche presentazioni di libri tradotti in spagnolo e catalano, a cui partecipano case editrici e professori universitari, non sempre i traduttori. Siamo convinti che tutto serva, purché le diverse attività vengano adeguatamente pubblicizzate e richiamino un minimo di pubblico. Purtroppo non sempre è così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Biografie</strong></p>
<p><strong>David Paradela López</strong> (Barcellona, 1981). Laureato in Traduzione presso l&#8217;Università Autonoma di Barcellona e l&#8217;Università degli Studi di Bologna, e in Letterature Comparate presso l&#8217;Università di Barcellona. Ha tradotto dall&#8217;inglese e dall&#8217;italiano in spagnolo e in catalano una quarantina di libri di Curzio Malaparte, Dacia Maraini, Rita Levi-Montalcini, Fabio Geda, Roberto Pavanello, Stanley Cavell, Philip Kerr, Misha Glenny, Stacy Schiff e altri. Ha collaborato al volume <i>Hijos de Babel. Reflexiones sobre el oficio de traductor en el siglo XXI</i> e dal 2009 gestisce il blog Malapartiana.</p>
<p><strong>Celia Filipetto</strong> (Buenos Aires, 1951). Laureata in Traduzione presso l’Università di Granada. Ha pubblicato oltre centocinquanta traduzioni dall’inglese, dall’italiano e dal catalano. Ha tradotto in spagnolo, fra gli altri, Milena Agus, Maurizio de Giovanni, Elena Ferrante, Natalia Ginzburg, Ring Lardner, Niccolò Machiavelli, Salvatore Niffoi, Flannery O’Connor, Dorothy Parker, James Thurber y Mark Twain. Ha collaborato come traduttrice con “La Vanguardia” di Barcellona e con “<a href="http://www.barcelonareview.com/cas/index.html" target="_blank">The Barcelona Review</a>”, “<a href="http://www.saltana.org/" target="_blank">Saltana</a>” e “<a href="http://www.literaturasonora.es/" target="_blank">Literatura sonora</a>”. Ha insegnato nei corsi post-laurea di Traduzione Letteraria presso l’Università Autonoma di Barcellona e l’Università di Málaga.</p>
<p>[La foto dell&#8217;opera di Escif è tratta dal sito <a href="http://www.collater.al/arts/escif-street-art/" target="_blank">Collateral</a>]</p>
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		<title>¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Spagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2013 06:00:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Una cosa di cui si sa poco o nulla è che ruolo giochi la letteratura italiana all&#8217;estero e quanto venga tradotta e quindi conosciuta. Così, con questa intervista, inauguriamo su Nazione Indiana uno spazio in cui cercheremo di fare luce sulla sorte dei nostri autori e delle nostre opere una volta che oltrepassano i confini [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Una cosa di cui si sa poco o nulla è che ruolo giochi la letteratura italiana all&#8217;estero e quanto venga tradotta e quindi conosciuta. Così, con questa intervista, inauguriamo su Nazione Indiana uno spazio in cui cercheremo di fare luce sulla sorte dei nostri autori e delle nostre opere una volta che oltrepassano i confini nazionali. Il primo intervistato, Carlos Gumpert, renderà molto più chiara e intellegibile la situazione in Spagna. Se non avessi avuto la fortuna e l&#8217;onore di conoscere Ilide Carmignani &#8211; per intenderci, la traduttrice, tra le tante altre opere, di </em>2666<em> di Roberto Bolaño &#8211; questo progetto non sarebbe mai nato. gz</em>)</p>
<p>Un&#8217;intervista a<strong> Carlos Gumpert </strong>di<strong> Ilide Carmignani </strong>e<strong> Giuseppe Zucco</strong></p>
<figure id="attachment_45456" aria-describedby="caption-attachment-45456" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif.jpg"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-45456" alt="Guillotina, un'opera di Escif a Valencia, Spagna" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-1024x682.jpg" width="700" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif.jpg 1063w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45456" class="wp-caption-text">Guillotina, un&#8217;opera di Escif su una parete di Valencia, Spagna</figcaption></figure>
<p><b>Che spazio occupa la letteratura italiana nell’insieme delle letterature tradotte in Spagna?</b></p>
<p>I dati più recenti risalgono al 2011. I libri tradotti rappresentano nel complesso il 21,1% del totale della produzione editoriale spagnola; quelli tradotti dall’italiano sono 1473,  un 1,3 % del totale (i libri tradotti dall’inglese sono quasi un 10%). L’italiano è la quarta lingua straniera più tradotta dopo l’inglese (11.500 titoli), il francese (2.621 titoli) e il tedesco (1.626 titoli), ma attenzione, storicamente è stata sempre la terza e solo nel 2011 è stata superata per la prima volta dal tedesco, un dato che parla chiaro sull’attenzione che la Spagna ha sempre riservato alla cultura italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quali sono gli scrittori più conosciuti?</b></p>
<p>Bisogna chiarire subito un malinteso che non riguarda soltanto la letteratura italiana. Il sistema socioletterario spagnolo è molto debole in confronto alla sua tradizione culturale e allo sviluppo &#8211; oggi in fase critica, tra l’altro &#8211; del paese, e questo in confronto non solo con la Francia e la Germania ma anche con la stessa Italia. Come lettori, librerie, biblioteche (anche se quest’ultime non erano così malandate prima della crisi) siamo su livelli ancora lontani delle medie europee. Il problema principale però è che le vendite sono basse (è frequente che autori italiani abituati a toccare certe cifre in Italia o in Francia non riescano a capire che in Spagna è diverso) e questo rappresenta un freno per lo sviluppo del mercato editoriale. Per fortuna c’è il mercato latinoamericano che aiuta e che oggi con la crisi è diventato fondamentale.<br />
È proprio per questi motivi che la memoria del sistema editoriale e del lettore spagnolo è corta e in libreria si trovano soltanto opere recenti e sempre meno quelle di catalogo. In altre parole, gli scrittori più conosciuti sono sempre quelli viventi. Faccio un  esempio: Calvino, sempre presente, è però ogni giorno meno conosciuto e venduto. In Spagna, Pavese è stato un autore imprescindibile in un passato non tanto remoto, mentre oggi praticamente non si trova in nessuna libreria. D’altro canto, come spiegherò meglio più avanti, ci sono delle piccole case editrici che hanno trovato una nicchia nella riscoperta di bravi autori dimenticati o addirittura sconosciuti in Spagna, fra cui alcuni italiani.<br />
Detto questo, gli autori italiani di punta sono quelli che possiamo immaginare: Tabucchi, Magris, Baricco, De Luca, Eco e anche Camilleri, in modo diverso. Sciascia e Pasolini si uniscono a Calvino nel dimenticatoio di cui parlavo prima, pur essendo sempre presenti in libreria. I best-seller arrivano anche da noi (Tamaro, Giordano, Saviano in un altro senso). Ovviamente sto parlando della condizione “viva” degli autori nel mondo editoriale e socio-letterario, nel senso che si possono trovare facilmente nei giornali e nelle librerie. Nella considerazione dei lettori, soprattutto quelli di una certa età, le cose sono molto diverse e non parliamo poi in campo universitario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b> Viene tradotta anche la poesia? E la letteratura di genere, la saggistica, i libri per ragazzi?  </b><b></b></p>
<p>Si, certo, si traduce di tutto, ma prevalgono i romanzi. I gialli in particolare, tanti, anche perché c’è un filone specifico nell’editoria spagnola, e perché si cerca chi ha avuto un buon  successo di vendita nel suo paese (Camilleri, ovviamente, e Faletti, ma anche Malvaldi, Carofiglio, Carlotto, Di Giovanni, Costantini, Vichi).<br />
La poesia non viene molto tradotta, ma nemmeno poco, direi. Ogni tanto appare anche sui giornali. Gli ultimi poeti tradotti che ricordo sono Calabrò, Caproni, Zanzotto, Merini, Grasso, Penna, Loi, Magrelli&#8230; Nella poesia, invece, si può forse dire che i grandi poeti del Novecento (Montale, Saba, Ungaretti) sono sempre i nomi di riferimento, ovviamente per i lettori e gli editori di poesia, che sono una minoranza.<br />
La saggistica è abbastanza tradotta, direi, nelle sue diverse varietà, e più è divulgativa meglio è (Craveri, Odifreddi, Eco, ovviamente, e poi Cavalli-Sforza) anche se mancano tanti nomi interessanti.<br />
Decisamente migliore è la situazione della letteratura per ragazzi. Non soltanto ci sono autori riconosciuti (Pitzorno, Baccalario, Troisi e sempre Rodari) ma serie come Geronimo Stilton coi suoi derivati e Bat-Pat spopolano in Spagna. L’Italia è una potenza editoriale riconosciuta nella letteratura infantile e giovanile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quanto sono tradotti i classici? Quali sono accessibili e quali mancano all’appello? </b><b></b></p>
<p>Visto quanto dicevamo prima, la vita dei classici in Spagna non è facile e le collane tascabili che ha ogni casa editrice italiana con i titoli fondamentali di ogni letteratura da noi non esistono. Soltanto alcuni editori, Alianza, Espasa nella classica collana Austral, e altri di piglio più scolastico o universitario (Cátedra)  pubblicano classici, con una certa sistematicità voglio dire. In tal senso, possiamo dire che Dante è ben rappresentato con diverse traduzioni, ma per il resto il panorama lascia a desiderare già a partire da Petrarca e Boccaccio, immaginiamo il resto. Questo non impedisce che un editore di prestigio come Acantilado abbia pubblicato di recente una bella edizione delle <i>Confessioni</i> di Nievo. Ma se facciamo un nome caro alla cultura ufficiale italiana come quello di Manzoni, non trovo titoli disponibili nella libreria online della Casa del Libro, la più importante di Spagna, anche se c’è o c’era una traduzione  in Cátedra. La situazione di Pirandello è migliore, invece, con tanti titoli tradotti e a quanto pare in commercio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quale tra i nostri scrittori è diventato parte di un canone ideale?</b><b></b></p>
<p>Come dicevo prima, la situazione è molto diversa se prendiamo in esame il canone &#8211; nel senso usato da Harold Bloom, di gruppo di autori imprescindibili – perché allora tutti i grandi sono presenti. Ma potremmo aggiungere che, in un canone colto più esteso, dai tre illustri autori medievali si passa quasi direttamente al Novecento, perché i grandi scrittori rinascimentali non escono delle aule universitarie (un po’ forse Ariosto per via di Calvino) e Manzoni e Verga non sono stati davvero recepiti in Spagna, anche se Leopardi è chiaramente presente. Invece da Pirandello in poi (non tanto D’Annunzio, autore forse poco traducibile) e soprattutto dal dopoguerra i grandi nomi di romanzieri e poeti già citati &#8211; insieme a Gadda, Bassani, Morante, Moravia, Buzzati, Manganelli &#8211; sono senz’altro presenti in questo canone colto allargato, il che però non significa che siano pubblicati o reperibili in libreria…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quali case editrici dedicano spazio agli scrittori italiani? Che tipo di linee editoriali hanno? Esistono case editrici specializzate in letteratura italiana? </b><b></b></p>
<p>Un po’ tutte le case editrici che seguono l’attualità letteraria hanno autori italiani in catalogo, perché la letteratura italiana è molto apprezzata in Spagna, anche se si ritiene che non venda molto, con le dovute eccezioni, è chiaro. Adesso la crisi ha peggiorato ulteriormente la situazione, ma non percepisco un calo di interesse verso gli autori contemporanei. Come dicevo, l’interesse è cominciato con i grandi autori del dopoguerra e non è più diminuito; negli anni Ottanta c’è anche stato il cosiddetto boom italiano. E poi, come accennavo prima, negli ultimi tempi abbiamo avuto un piccolo boom di case editrici indipendenti e quasi artigianali che cercano autori trascurati da quelle grandi e medie, perché meno conosciuti, giovani o meno recenti, autori di tutte le letterature,  anche quella italiana. Cosi Minúscula ha pubblicato Marisa Madieri, Errata Naturae Flaiano, Periférica Monina, per citare alcuni casi.<br />
C’è una casa editrice specializzata in letteratura italiana, Gadir, che pubblica autori attuali e classici. Esisteva anche Parténope, specializzata in autori napoletani e meridionali in genere, ma credo che non pubblichi più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>C’è un vero lavoro di scouting sulla letteratura italiana contemporanea?  Che parte hanno in questo i traduttori?</b><b></b></p>
<p>Non saprei. L’industria editoriale spagnola, comunque, non è abbastanza ricca da permettersi degli scout, tanto meno per l’Italia. Il lavoro di scouting lo fanno certo agenti ‑ penso a Silvia Meucci &#8211; e anche i traduttori svolgono un ruolo importante in questo senso, lo dico per esperienza personale e non solo perché ho raccomandato <i>motu proprio</i> degli autori, ma anche perché non è raro che le case editrici mi interpellino e mi chiedano consigli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Ci sono scrittori spagnoli che, magari anche prima che i libri arrivino nelle redazioni culturali dei giornali, suggeriscono ai propri lettori qualche libro italiano? O anche, scrittori spagnoli che di tanto in tanto riportano alla luce qualche libro e/o autore italiano da riscoprire?</b><b></b></p>
<p>Certo. Ignacio Martínez de Pisón e Justo Navarro, tanto per fare due nomi, oltre che traduttori sono scrittori che conoscono bene il panorama italiano. Lo stesso Javier Cercas, e prima di lui Vázquez Montalbán, raccomanda ogni tanto autori italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Affinché uno scrittore italiano acceda al mercato editoriale spagnolo, quanto conta la sua casa editrice di origine?</b><b></b></p>
<p>Moltissimo, ovviamente, ma in modi diversi. Le case editrici più prestigiose riescono sempre a vendere gli autori interessanti: Anagrama ha avuto un ruolo importantissimo, probabilmente il più importante degli ultimi trent’anni, come Seix-Barral negli anni cinquanta, ma ha abbandonato Manganelli, ad esempio. Tusquets, un’altra delle grandi, ormai si limita a Sciascia e ad Agnello Hornby, dopo alcuni insuccessi come Scurati. Lumen, un altro editore prestigioso, è la casa editrice di Eco, ma anche di Elsa Morante. Alfaguara, ormai lontana dai suoi tempi migliori, pubblica molte autrici (Avallone, Mazzantini) ma senza successo, pare. Seix Barral, dal canto suo, ha ripreso a pubblicare autori italiani a buon ritmo, con De Luca e il pot-pourri  di autori di diverso livello che ormai la caratterizza (Gamberale, Mari). Un’altra casa editrice specializzata in best-seller con un po’ di pretese, e cioè Salamandra, pubblica oltre a Giordano, Nesi e Murgia.<br />
Un caso particolarmente interessante è quello dei piccoli editori a cui accennavo prima, capaci non solo di pubblicare autori interessanti (Cornia, Celati in Periférica; Madieri in Minúscula, Bianciardi in Errata Naturae), ma di far parlare di loro e di venderli non troppo male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Le case editrici spagnole con partecipazione italiana (p</b><b>ensiamo a Random House – Mondadori prima della cessione a Bertelsmann e a Duomo con Gems o Anagrama con Feltrinelli) hanno dedicato e dedicano attenzione alla letteratura italiana? </b><b></b></p>
<p>Nel primo caso non direi, ma si è notato qualcosa in Anagrama che, dopo una certa diminuzione della letteratura italiana in catalogo, ultimamente ha ripreso a pubblicare anche autori abbastanza lontani dalla sua linea editoriale (Faletti). Comunque, come già ho detto, Anagrama ha sempre prestato grande attenzione  all’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quale accoglienza riserva il pubblico spagnolo agli autori italiani? Gli scrittori più conosciuti  (Eco, Tabucchi, Camilleri, Calvino, etc.) sono riusciti in qualche modo a fare da traino?</b><b></b></p>
<p>Un’accoglienza simpatica, direi. In generale c’è molto interesse per l’Italia, come paese vicino in tante cose, e anche per la sua letteratura, che come ho detto, dopo quella inglese e francese, è stata storicamente la più tradotta. Certo gli autori che citate sono molto apprezzati e seguiti (aggiungerei anche Baricco) e le loro eventuali raccomandazioni sono importanti, ma in linea di massima direi che la letteratura italiana non ha bisogno di essere trainata come altre letterature minoritarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che immagine ha il lettore spagnolo dell’Italia? </b><b></b></p>
<p>Forse un’ immagine po’ stereotipata, ma proprio in ambito letterario, dopo la grande leva neorealistica degli anni Cinquanta (Sciascia, Pavese, i primi Pasolini e Calvino) focalizzata su un’immagine più caratteristica, alcuni autori di fine secolo come Magris e Tabucchi hanno allargato gli orizzonti del lettore,  non solo spagnolo, allontanandosi dai cliché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Secondo te, gli stereotipi che ci caratterizzano all&#8217;estero, possono influire in qualche modo sulla scelta dei titoli italiani da tradurre in spagnolo?</b><b></b></p>
<p>Capita senza dubbio e alcune tematiche  &#8211; il Sud, la mafia ‑ risvegliano sempre interesse, ma ormai alle case editrici interessa soprattutto replicare il successo riscosso dai libri in Italia (o anche in Francia) e tradurre autori interessanti. Come ho detto, credo che la letteratura italiana non sia più legata a stereotipi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>I libri italiani che vengono tradotti in spagnolo che tipo di lingua e lavoro sulla lingua presentano? Si traducono (e si vendono) principalmente libri scritti in maniera più semplice? C&#8217;è un&#8217;affinità linguistica tra le opere italiane tradotte in Spagna? O si tende a dare diffusione anche a libri particolarmente elaborati sul piano linguistico e stilistico?</b></p>
<p>Si traduce di tutto ma si vende di più Moccia che Manganelli, per fare esempi estremi. Anche autori non facili come Tabucchi, Calasso o Bufalino hanno però avuto un discreto successo. Credo che il problema, in effetti, sia la grande difficoltà dello spagnolo a rendere una delle caratteristiche più forti di una letteratura linguisticamente plurale come quella italiana, e cioè il ricorso al dialetto. Autori come Camilleri si traducono appiattendone la lingua, ma più per impossibilità tecnica che per altro. Credo che qualcosa di simile accada quando si traducono in italiano autori latinoamericani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che funzione svolge la letteratura italiana nel polisistema letterario spagnolo?</b></p>
<p>È variata nel tempo, ma è stata sempre importante. Direi che oggi non svolge un ruolo di avanguardia come ai tempi del neorealismo o negli anni ottanta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Ci sono, nelle redazioni culturali spagnole, giornalisti che conoscano il panorama italiano contemporaneo?</b></p>
<p>Si, Martínez de Pisón, già citato, lavora anche come critico, e Mercedes Monmany all’<i>ABC</i> di Madrid, o Masoliver Ródenas a <i>La Vanguardia</i> di Barcellona sono critici molto ben informati sull’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Esistono riviste o blog letterari che, nel caso in cui i giornali non siano interessati a questo tipo di lavoro, si prodigano nel promuovere e suggerire ai propri lettori libri italiani o di qualsiasi altra nazionalità?</b></p>
<p>Questo non lo so, non ne conosco nessuno, ma non sono un grande esperto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che tipo di politica culturale persegue l’Italia in Spagna? Potrebbe avere modalità di diffusione più efficaci? Quanto conta il lavoro dell’Istituto Italiano di Cultura in Spagna?</b></p>
<p>La mia impressione, molto personale, è che l’Italia non abbia una politica di diffusione culturale ben definita. Anche per l’apertura postmoderna dell’ambito culturale a tante cose che non sempre sono cultura, ma questo non è un problema esclusivamente italiano. Non sono nemmeno sicuro che la Spagna sia un mercato culturale di primario interesse per l’Italia, a fronte di altri più importanti, come la Francia o la Germania, per non parlare dell’inespugnabile mercato anglosassone. La prova migliore di quanto dico è che collaboro da anni con l’Istituto Italiano di Cultura a Madrid, ho visto passare svariati direttori e mi è sempre sembrato che la politica culturale svolta dipendesse esclusivamente delle competenze e dagli interessi personali di ciascuno di loro (non sempre eccellenti, anche se in media non male) e non da un progetto superiore articolato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Biografie</strong></p>
<p><strong>Carlos Gumpert</strong> (Madrid, 1962) è stato lettore di spagnolo all’Università di Pisa. Da anni lavora come editor a Madrid. Ha tradotto più di ottanta opere della letteratura italiana contemporanea, di autori come Antonio Tabucchi, Ugo Riccarelli, Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Erri de Luca, Goffredo Parise, Alessandro Baricco, Mario Fortunato, Giorgio Todde e Simonetta Agnello Hornby. Pubblica regolarmente recensioni e articoli sulla cultura italiana ed è autore di alcune antologie di letteratura spagnola e delle <i>Conversazioni con Antonio Tabucchi </i>(1995, di prossima pubblicazione in italiano da Feltrinelli), autore a cui ha dedicato anche altri lavori.</p>
<p><b>Ilide Carmignani </b>è nata e vive in Toscana. Da venticinque anni svolge attività di consulenza, <i>editing</i> e traduzione dallo spagnolo per le maggiori case editrici italiane. Fra gli autori tradotti: R. Bolaño J. L. Borges, L. Cernuda, R. Fogwill, C. Fuentes, A. Grandes, G. García Márquez, P. Neruda, J. C. Onetti, O. Paz, A. Pérez-Reverte, L. Sepúlveda. Ha tenuto e tiene corsi e seminari di traduzione letteraria presso università italiane e straniere. Nel 2000, ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell&#8217;Instituto Cervantes. Dallo stesso anno cura gli eventi sulla traduzione letteraria per la Fiera del Libro di Torino (l’AutoreInvisibile). Dal 2003 organizza, insieme al prof. S. Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria presso l’Università di Urbino. Nel 2008 è stata eletta socio onorario dall’AITI – Associazione Italiana Traduttori e Interpreti.  Ha pubblicato <i>Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria</i>, Besa 2008.</p>
<p>[L&#8217;immagine è stata tratta dal sito di <a href="http://www.streetagainst.com/" target="_blank">Escif</a>]</p>
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		<title>Nazione Indiana, i blog letterari, la cultura italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 12:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori GS Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo? GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: Nazione Indiana e Carmilla mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><i>GS</i> <i>Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo?</i></p>
<p>GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i> mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, ognuno dei quali ha un numero più o meno grande di lettori. In qualche caso, come per esempio <i>Minima Moralia </i>e<i> La poesia e lo spirito</i>, il seguito comincia a essere (stando a <i>blogbabel) </i>quasi dello stesso ordine di grandezza di quello di <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i>. Senza contare che certi temi meno strettamente letterari adesso sono trattati anche da blog più “specialistici”, a cominciare da quello di <i>Alfabeta</i>2. Quindi mi sembra innegabile che il bacino totale si è allargato, e probabilmente continua a crescere, anche se purtroppo non ci sono dati certi, perché i parametri disponibili non sono facili da interpretare in modo immediato. E soprattutto nessuno si è preso o si prende la briga di fare un’analisi seria, che io sappia.</p>
<p><i>GS Quindi ti sembra che godano di buona salute, e che continueranno a esistere nei prossimi anni?</i></p>
<p>GS D’altra parte i motivi che hanno portato alla nascita di questi blog sono tutti lì, o forse sono ancora più invasivi rispetto a dieci anni fa, quando è nata <i>Nazione Indiana</i>: lo stato di abbandono in cui versa la nostra cultura, il conformismo della narrativa <i>mainstream</i> e delle grandi case editrici, la cieca e probabilmente autolesionistica dittatura di queste ultime sulla distribuzione, la loro completa chiusura nei confronti della poesia più interessante e innovativa, l’impaludamento e il nepotismo e la gerontocrazia della maggior parte delle pagine culturali, le meschinità e le relazioni incestuose nei premi, l’asma provinciale di molta critica letteraria, la mancanza di originalità e la sottomissione alle leggi della notorietà della maggior parte dei festival letterari etc. È un fenomeno molto italiano questo dei blog letterati collettivi di scrittori, o comunque con molti scrittori: in molti altri paesi ci sono blog di singoli autori, anche molto seguiti, e soprattutto blog che segnalano e commentano testi, non blog collettivi dove gli scrittori sono dominanti o comunque molto presenti. E non mi sembra un caso che proprio in Italia molti scrittori giovani e non, e alcuni dei quali con un successo di vendite, altri novizi o non ancora pubblicati, sentano il bisogno di associarsi per formare e portare avanti delle esperienze collettive. Io la vedo come una forma di difesa, di resistenza, di fronte a uno stato delle cose nel quale appunto il nuovo, il dibattito aperto, la critica radicale, o più semplicemente l’intelligenza e la qualità, sono repressi e non trovano il loro spazio. Avendo scelto di non farne parte io conosco poco i social network, ma non credo, proprio per il loro funzionamento effimero, che possano svolgere il ruolo di approfondimento e di trattazione sistematica di certe tematiche, e di segnalazione delle opere di valore, che portano avanti i blog letterari. Semmai possono integrarsi molto bene con questi.</p>
<p><i>GS Però ora i commenti ai post sono meno numerosi di qualche anno fa, no?</i></p>
<p>GS Certo negli ultimi due o tre anni una buona fetta del dibattito si è trasferito dai thread sotto i pezzi dei blog letterari ai social network, ma non mi sembra che i commenti abbiano mai costituito il motivo principale di essere e l’aspetto più innovativo dei blog. Certo danno vitalità e apertura, attentando forse a quell’autorità fittizia della parola scritta della quale ci ha parlato Platone, e qualche volta sono davvero interessanti, e/o contengono delle perle, ma raramente la sostanza sta lì. Non dobbiamo dimenticare che in ogni caso le persone che commentano sono un’infinita minoranza rispetto ai lettori “silenziosi”. E questo ora come qualche anno fa, quando i dibattiti sotto i post erano più vivaci, e le tenzoni più frequenti. A fronte di qualche appassionante dibattito con belle idee e approfondite analisi, spesso frutto di qualche lucidissimo commentatore che poi ha finito per pubblicare le proprie cose, hanno spesso prevalso i deliri di ego frustrati e non di rado incattiviti, con quella mancanza di un galateo compartito che caratterizza i primi tempi di ogni nuovo medium.</p>
<p><i>GS Quindi quella dei blog letterari ti sembra una realtà con una sua vitalità?</i></p>
<p>GS Lasciando stare una valutazione sul preciso apporto che è venuto dai blog, anche per quanto riguarda l’emergenza o una più grande visibilità di nuovi autori o nuove forme di scrittura (ma come sappiamo la questione è ben più complicata, si vedano Raffaele Simone e altri), o nei confronti della critica letteraria, delle riviste letterarie, del giornalismo culturale etc., valutazione che secondo me richiederebbe un grosso lavoro di analisi e di riflessione, mi sembra che si può dire qualche cosa sulle dinamiche in generale. Da una parte i blog letterari sono ora più numerosi e più vari, e quindi sostanzialmente rappresentano un’offerta più ampia per il lettore/utente. Vengono tuttora snobbati da gran parte del giornalismo culturale (rarissimamente i giornali che pescano contenuti e notizie da <i>Nazione Indiana</i> si degnano di citare la fonte, tanto per fare un esempio) e dalle case editrici (che sostanzialmente li ignorano, o fingono di), la maggior parte dei critici letterari e dei ricercatori preferiscono attenersi a un ruolo voyeuristico, ma pesano di più. Qualsiasi approfondito intervento critico su <i>Nazione Indiana</i> ha un seguito ben superiore a quello che avrebbe sulle più conosciute riviste letterarie, mi stupisce sempre che molte persone attente a queste cose non se ne rendano conto e non ne approfittino, quasi avessero paura di sporcarsi le mani, o comunque necessitino ancora del sigillo della rivista cartacea. D’altra parte è evidente che si sono create tante parrocchiette indipendenti, per non dire impermeabili una all’altra. Quindi quell’esigenza di apertura e di condivisione che stava alla base della nascita di ogni realtà si è trasformata in molti casi in chiusura. Non riesco a non vederci quella solita incapacità tutta italiana, di cui hanno parlato tantissimi, anche prima di Leopardi, e su fino a Gervaso e Galli della Loggia, di uscire dall’orizzonte ristretto del proprio clan di amicizie e relazioni, una recalcitranza a creare connessioni ampie, a concepire dei fini meno immediati e per così dire più disinteressati, a mettere in sordina i particolarismi per costruire una sana e vasta opposizione a malfunzionamenti che non soddisfano nessuno. Io personalmente la considero una grossissima tara, e lo trovo spesso insopportabile, e triste. Il limite principale mi sembra questo, non certo la concorrenza dei social network.</p>
<p><i>GS E i frequentatori/lettori, in tutto ciò?</i></p>
<p>GS Per paradosso chi fa il legame tra i vari blog sono soprattutto i lettori, perché è evidente che molti di loro si spostano da un sito all’altro. Probabilmente ognuno di loro fa individualmente le sue valutazioni e i suoi confronti, le sue sintesi, ma manca appunto un dibattito diretto tra le varie realtà. Non riesco a non vederci uno specchio dello stato del paese, carico degli effetti della storia recente, perché la crisi non è solo crisi della rappresentanza, crisi della Politica, ma anche capillare incapacità di confrontarsi e di discutere, crisi del legame sociale a tutti i livelli, anche proprio nella cultura. Pur con le sue specificità la rete non è immune da quello che succede “fuori”, dai comportamenti diffusi. E chi paga in fondo è sempre l’ultimo anello della catena, il lettore, il cittadino, che si trova solo, e deve fare tutto senza nessun aiuto. In balia, se parliamo di libri, dell’affliggente offerta libraria delle librerie Feltrinelli, dell’ennesimo festival letterario con De Luca e Lucarelli, della recensione su Repubblica dell’amico del tale noto scrittore o della sconosciuta scamorza, che ne parla come se non fosse suo amico o sodale di gruppo editoriale, e appunto con la stampella dei blog, che sono certo più gagliardi e affidabili, ma il più delle volte si ignorano a vicenda, o sembrano occupati a perpetrare se stessi, rifuggendo come la peste il confronto e in definitiva la possibilità di contare di più.</p>
<p><i>GS E non potrebbe esserci qualche forma di apertura reciproca?</i></p>
<p>GS Forse si potrebbe pensare, almeno dove non prevale il settarismo (che a me fa pensare in qualche caso all’insofferenza reciproca tra i ”gruppi extraparlamentari” degli anni ’70, la violenza subliminale, che coagula i gorghi non sopiti della nostra società, sembrerebbe echeggiare quella) a delle iniziative in comune, quali per esempio delle riflessioni su determinati temi, o a delle collane in comune di e-book. O anche si potrebbero organizzare degli eventi fuori dalla rete (dibattiti &#8230;), ingaggiare delle battaglie (per esempio per un trattamento dignitoso dei traduttori, per dei finanziamenti alla cultura &#8230;). La vedo dura, perché appena si profila una possibilità in questo senso scattano le reazioni e le rigidità di parte, ma credo sarebbe molto bello, e permetterebbe di uscire dalla claustrofobia dei microhabitat di ogni blog, e forse appunto anche di avere più influenza.</p>
<p><i> GS Come vedi l’esperienza di Nazione Indiana, in questo panorama di cui parli, dopo dieci anni di esistenza?</i></p>
<p><i> </i>GS Quello che caratterizza <i>Nazione Indiana</i> fin dalla sua nascita è l’estrema eterogeneità delle sue anime. I suoi componenti sono sempre stati e sono tuttora molto diversi per origine geografica, luogo di residenza, età, sensibilità, formazione, percorso, esperienze creative e lavorative, visione della letteratura, posizionamento nell’industria delle lettere. Senza alcuna forma di gerarchia esplicita o subliminale, senza legami di interessi materiali, senza settarismi di clan. Chi ci accusava di comportamenti interessati, in una polemica di qualche anno fa sulla “classifica Dedalus”, dimostrava di non cogliere la specificità di questa realtà. Io la considero un’enorme ricchezza, in un paese appunto dove le coesistenze e il confronto costruttivo sono molto difficili. La sua gran vitalità, e il fatto che rimanga il blog culturale più seguito e autorevole, o insomma uno dei, risiede lì. Beninteso è anche la sua debolezza, perché l’estrema diversità impedisce qualsiasi forma di sintesi o anche semplicemente di coerenza. <i>Nazione Indiana</i> è in fondo una grande macchina anarchica, che sposa e sfrutta l’orizzontalità della rete. Quando la riflessione per avanzare ha bisogno di solidi minimi comuni denominatori, di scelte compartite, di seppure indisciplinata disciplina. Io personalmente ogni tanto rimpiango un funzionamento più coerente e meno individualista, e credo che il motivo per cui nel corso degli anni tante persone sono uscite, rimpiazzate via via da altre, sia proprio questo. L’anarchia è bella ma faticosa, logorante, spessissimo inconcludente. Ma sarebbe possibile oggi in Italia far lavorare assieme anime tanto diverse, adottando per esempio un classico funzionamento di redazione, cercando di individuare una anche minima linea editoriale, senza scatenare ipso facto l’instaurarsi di gerarchie e chiusure, gregarismi e irrigidimenti, appiattimenti e esclusioni? A modo suo <i>Nazione Indiana</i> è riuscita a evitare queste piaghe, che mi sembra in misura diversa contaminino, e limitino, molti altri blog. Senza bisogno di nessun Grillo.</p>
<p><i> GS E la scissione che ha portato alla nascita del Primo Amore?</i></p>
<p><i> </i>GS Io all’epoca non facevo parte del blog, ma avevo letto e condivido appieno l’analisi di fondo sul blog fatta da Moresco nella lettera di commiato quando ne è uscito: mi sembra che le sue parole restino validissime anche adesso. E pure a me piacerebbe una <i>Nazione Indiana</i> più combattiva e più coerente e più impegnata in progetti e posizionamenti radicali di lungo respiro, composta esclusivamente da coraggiosi paladini senza l’ombra di compromissione con il mondo editoriale e terreno. Ma il sentito richiamo alla radicalità e alla coerenza di Moresco, al quale sono molto sensibile, mi sembra rifletta una concezione della militanza superata, legata alla sua storia personale, e soprattutto velleitaria. Ci vedo una sottovalutazione degli effetti pervasivi del disastro capillare della cultura italiana nell’era della rivoluzione digitale, e degli stessi cambiamenti antropologici che questo connubio di arretratezza e di microelettronica ha indotto, e che la rete riflette in maniera cristallina. Io sono convinto che sia vano rincorrere una purezza che non esiste e non può esistere. E questo non vuole certo dire a rinunciare a checchessia. Il <i>Primo amore</i> è un bellissimo e molto coerente blog, ma non mi sembra che rappresenti un qualcosa di più radicale e incisivo di <i>Nazione Indiana</i>. Anzi. E non è un caso.</p>
<p><i> GS E il futuro?</i></p>
<p>GS Non dobbiamo dimenticare che i blog letterari sono mandati avanti da volontari. Ma per scrivere un buon post ci vuole tempo e fatica, esattamente come per partorire un buon pezzo per una rivista o una pagina culturale. Questo è un grosso limite. O meglio, il carattere “amatoriale” implica la più grande libertà, e quel confronto disinteressato con il testo che può permettere di cogliere la letteratura per quello che è, ma è anche un limite. La maggior parte delle persone che fanno parte dei blog collettivi sono giovani o non più tanto giovani intellettuali, che spesso hanno al loro attivo lavori importanti (di creazione, o di traduzione, di critica), ma hanno un enorme difficoltà a sbarcare il lunario, nell’indigenza in cui naviga la nostra cultura. È quel sottoproletariato culturale, sovente con delle enormi doti, che conosciamo tutti, e che non trova impieghi degni, che è bistrattato e umiliato, e in qualche caso riesce a tirare avanti solo con l’aiuto della famiglia. È una situazione che in altri paesi occidentali non è nemmeno immaginabile. Ognuno di noi potrebbe citare decine di casi. Queste persone, e ripeto, spesso hanno grandi capacità, e che sono affiancate da scrittori o professori o ricercatori che stanno un po’ meglio, spesso non possono permettersi di dedicare molto tempo al confezionamento di contributi originali. E nello stesso tempo sono proprio la loro indigenza e la loro esclusione che li spingono pur sempre a partecipare a un’impresa collettiva, a dedicare il loro tempo libero a un’attività di militanza, perché di questo si tratta. Mi sembra questa la contraddizione di fondo che sta dietro a questa realtà.</p>
<p><i>GS Quindi?</i></p>
<p>GS Forse in un futuro non immediato ci sarà una professionalizzazione, e continueranno solo i blog che sapranno organizzarsi, che sapranno fornire dei contenuti di qualità, trovandosi qualche sponda economica. Un po’ come è successo per le radio libere trent’anni fa: dopo un periodo di disordinato fermento, sono sopravvissute e sono andate avanti solo quelle che hanno saputo strutturarsi, e hanno preso, anche se c’è qualche bella eccezione, una piega commerciale. Riuscirà <i>Nazione Indiana</i> a mutare la sua anima, diventando appunto meno anarchica? Probabilmente no (e sarà una perdita). Mi sembra emblematico a questo proposito il caso di <i>Minima Moralia</i>, che è una costola e si appoggia a una casa editrice che ha avuto la lungimiranza di capire l’importanza e anche la convenienza di ospitare un blog letterario. Mi sembra incredibile che le grandi case editrici non imitino questa esperienza. Costerebbe una pipa di tabacco, davvero nulla, e porterebbe a dei risultati anche proprio in termine di immagine e di vendite, visto che sono così focalizzati sulle vendite. Ma appunto sarebbe forse troppo in contrasto con l’impaludamento generale, con le reti di regole silenziose, con tutto il non detto (non a caso la sezione “blog” della Feltrinelli è una ilarante soffitta polverosa). Mentre <i>Minimum Fax</i>, che è una bella e vitale casa editrice, può permetterselo. Ma è solo un’ipotesi, per carità. Per ora i blog sono mandati avanti da desesperados della cultura, affiancati da qualche nobile e generoso intellettuale e scrittore di successo o successino.</p>
<p><i>[ho realizzato quest’intervista a me stesso soprattutto nell’intento di mettere lì qualche spunto di discussione, anche in previsione <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">dell’incontro di sabato prossimo a Milano</a>; convinto peraltro, molto umilmente, che altri avrebbero forse potuto sviscerare meglio di me la questione; GS]</i></p>
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		<title>Lettera aperta alla mia editrice mancata (Une pisseuse de copie)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2013 07:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[editing]]></category>
		<category><![CDATA[editor]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Balsamo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Balsamo Gentile Emilia, Collaboro da vent’anni con Claudio Maria Messina, che considero degno di figurare nella schiera degli illustri editori italiani del passato: Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori, Garzanti, e Bompiani: settimo tra cotanto senno. Però due anni fa contattai Lei, invece di Messina, a proposito di un mio lungo saggio di contenuto analogo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gian Balsamo</strong></p>
<p>Gentile Emilia,</p>
<p>Collaboro da vent’anni con Claudio Maria Messina, che considero degno di figurare nella schiera degli illustri editori italiani del passato: Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori, Garzanti, e Bompiani: <i>settimo tra cotanto senno</i>. Però due anni fa contattai Lei, invece di Messina, a proposito di un mio lungo saggio di contenuto analogo al bestseller recente d’una sua autrice, che chiamerò col nome fantasioso di Fiorenza. Intendevo pubblicare questo libro dietro il solito pseudonimo che uso in Italia, Luigi Ferdinando Dagnese. E così ho fatto nel 2012: <i>Alla ricerca del tempo sprecato</i> è apparso per i tipi di Robin Edizioni, la casa editrice di Messina, dopo che Lei ed io abbiamo preso strade diverse.</p>
<p>Le scrivo una lettera aperta nello spirito dei lettori di queste pagine. I conti con la grande industria editoriale italiana, figlia degenere dei suddetti fondatori, ibernata nella bara di ghiaccio che Dante riservava ai traditori, li fanno tutti i giorni. Ma che dire della schiatta di certi nuovi agenti letterari, nuovi editori, e nuovi, sedicenti maestri di scrittura a pagamento? Non sto parlando di tutti gli editori indipendenti, come dimostra il mio <i>incipit</i>, né di tutti gli editors o curatori d’edizione, perché io stesso appartengo saltuariamente a questa categoria. Parlo di quelli che confondono lo <i>stream</i> o flusso di coscienza con una certa loro funzione escretiva: quanto più fumante è il getto delle parole con cui ci ammaliano, tanto più salata la gabella che richiedono in cambio dei loro inutili servizi.</p>
<p>Lei ricevette il mio scritto il 23 novembre 2010 e si immerse immediatamente nella lettura, concedendosi poche ore di sonno e tempestandomi di email entusiastici; li ricevevo di giorno qui in California, ma a Roma, di dove li scriveva, era notte fonda. Avvezzo a trattare con publishers di tutte le salse, come faccio da trent’anni a questa parte in Italia e soprattutto negli States, i suoi complimenti, tanto generosi quanto repentini, mi stupirono pur senza meravigliarmi, così come mi sembrò generosa ma inevitabile, per un saggio che considero assai originale, la sua dichiarata intenzione di “farne un libro di successo.” La prima nota stonata arrivò il giorno dopo, quando Lei, evidentemente ignara della mia lunga carriera di scrittore italiano e della mia competenza di editor californiano, mi scrisse: “Purtroppo il suo stile risente della lunga permanenza all&#8217;estero, anche se le confesso che la qualità della scrittura è di molto superiore al manoscritto [di Fiorenza], a cui ho personalmente lavorato correggendo, sopprimendo e riscrivendo interi passaggi.” So bene quanto il mestiere di editor o curatore d’edizione si associ talora ad una vocazione artistica frustrata, quindi non ho rimostrato contro questa sua osservazione ingiusta nei confronti della mia scrittura. Ma mi ha ferito, diciamo in maniera vicaria, la mancanza di discrezione con cui Lei liquidava la prosa di Fiorenza, l’unica autrice che ha portato fortuna alla sua casa editrice; mi hanno ricordato Bernard Grasset, l’editore del primo volume della <i>Recherche</i> di Proust, il quale confidò imperdonabilmente ad un amico, la vigilia dell’uscita di questo capolavoro, che si trattava di un libro “illeggibile.” Imperdonabili o no, Emilia, trovo che certi sgarbi ai propri autori manchino innanzitutto di professionalità. Sebbene io abbia personalmente contribuito a modificare di sana pianta certi manoscritti eccellenti nel contenuto ma carenti sul piano espositivo, non mi permetterei mai di certe indiscrezioni. Decisi comunque di stare a vedere, anche perché era pur vero che in questo mio nuovo saggio avevo sperimentato un italiano colloquiale e un critero di riferimento bibliografico che erano del tutto nuovi per me; mi si prospettava, magari con il suo aiuto, un lavoro attento di correzione e riformulazione. (Quanto alla punteggiatura all’americana, come vede, sono recidivo.)</p>
<p>Il bello doveva ancora venire. Il 26 novembre Lei reiterò che la mia prosa “soffr[iva] della lunga permanenza all&#8217;estero del suo autore, nonché delle sue (immagino numerose) letture in lingua francese.” E a mo’ di esempio dei contributi vitali che Lei avrebbe apportato al mio testo, mi rivelava che avrei potuto sostituite il verbo “apprendere” con la perifrasi “venire a sapere,” o anche con “venire a conoscenza del fatto che.” In questo devo smentirla dandole tre volte ragione. È vero che ai francesi il verbo “apprendre” piace un sacco, ed è anche vero che a qualsiasi verbo corrispondono sempre diverse perifrasi. Ma il verbo “apprendere” è canonico nella lingua italiana. Se lo preferisco alle sue perifrasi, è proprio a causa del motivo che Lei cita, la mia lunga permanenza all’estero. Negli States, il training nell’arte della scrittura non è meno spietato di quello nella danza o nella musica. Ho sofferto e patito per diventare professore di scrittura creativa. E ho imparato a mie spese la regola della parsimonia nell’uso delle parole: un singolo verbo ne vale mille delle sue perifrasi.</p>
<p>Il 15 dicembre, con mia enorme sorpresa, apprendevo—<i>ops, scusi</i>—venivo a conoscenza del fatto che la sua casa editrice aveva già formattato il mio scritto in bozze per la stampa!</p>
<p>Il 22 dicembre ricevevo via email la sua riscrittura delle prima quattro pagine del mio scritto—già inserita nelle bozze al posto del testo originale. È stato quel giorno che ci siamo parlati per la prima volta al telefono. Lei ha fatto in modo che ricevessi il file delle nuove bozze via email immediatamente prima di ricevere la sua telefonata. Mi ha chiesto subito di aprirlo e leggerle il testo della sua riscrittura ad alta voce nella cornetta. Il che ho consentito a fare, per quanto la trovassi bizzarra, come richiesta. Alla fine delle sue quattro pagine, voleva sapere cosa ne pensavo. Quel che avevo appena letto ad alta voce ripeteva in gran parte, effettivamente, i contenuti introduttivi del mio saggio; ma non mi sentivo in grado, così su due piedi, di valutarne i vantaggi e gli svantaggi rispetto all’originale. Lei ci tenne comunque a precisare che avrei <i>dovuto pagare la sua parcella</i>, che quelle sue gemme stilistiche mica potevo ottenerle gratis; e aggiunse che per il momento, per evitarmi l’imbarazzo d’un rifiuto, si era astenuta dal presentare il mio scritto alla casa editrice (la stessa che aveva appena preparato le mie bozze di stampa).</p>
<p>A questo punto della conversazione, avendo io un po’ la vocazione dell’attore, mi sono immedesimato nel suo ruolo, Emilia. Quella dello <i>scampato imbarazzo </i>dev’essere stata la mossa vincente, pregna di tolleranza comprensiva, che le ha permesso di strappare un bel gruzzolo a qualche scrittore esordiente, promettendogli di schermare la sua scrittura stentata dal meritato biasimo—magari dopo essersi cucinata detto esordiente, come aveva fatto con me nei giorni precedenti, al fuoco vivo di una lettura notturna entusiasta e instancabile, di una promessa allettante di farne un autore di successo, e di una repetina trasformazione del frutto delle sue fatiche in bozze pronte per la stampa. Mentre una parte di me faceva questa riflessione e un’altra colloquiava al telefono con Lei, mi sono, per così dire, diviso per tre (proprio come fa la zucca di Satana al fondo dell’inferno, dove sventaglia con ali di ghiaccio la cella frigorifera dei traditori editoriali). Mi sono anche messo a meditare sul fatto che la casa editrice in questione, a cui Lei non si proponeva di presentare il mio scritto che dopo averlo mondato dei difetti deplorevoli della mia scrittura, è stata fondata da Lei stessa. Quella casa editrice <i>è Lei stessa</i>, direi, se mi concede un momento ontologico alla Tommaso d’Aquino. Comunque, non ho condiviso con Lei nessuna delle considerazioni sgorgate in quel momento dalla mia mente tripartita; non perché io sia più satanico di Satana, ma semplicemente in quanto ritengo sempre valido un principio che ho appreso tramite—<i>oh, ecco che ci ricasco</i>! Qui finisce che la irrito! Dicevo: per me resta valido il principio, di cui sono venuto a conoscenza tramite lo studio della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che nessuno è malvagio o stupido prima di venire dimostrato tale. Ho preferito pazientare; come prima cosa, volevo eseguire con calma un confronto minuzioso della sua riscrittura con le mie prime quattro pagine. Il che ho fatto quel giorno stesso e l’indomani.</p>
<p>Le elenco qualche risultato.</p>
<p>Ho trovato interessante la sua scelta di non menzionare nessuno dei nomi degli amici di Proust, come faccio invece io fin dalla prima pagina. Cercava di snellire l’esordio? Siccome più tardi Proust passa dalla infatuazione per i compagni di liceo a quella per le loro mamme, le sarebbe poi toccato menzionare questi ex-compagni di scuola al momento opportuno e senza dare l’impressione di una intromissione indebita nel flusso della narrazione. Se l’era presa un appuntino su questa omissione? Aveva individuato la parte più opportuna del testo per rimediarvi? Qualcosa mi dice che non l’ha fatto. Ho pure trovato originale la sua soppressione dei due dettagli che Proust era imparentato per parte di madre con la borghesia finanziaria ebrea, e che i banchieri ebrei esercitavano una specie di monopolio sulla finanza francese. Se cercava di semplificare l’argomento, direi che c’è riuscita appieno. Anzi, s’è superata: ha espulso dal mio testo parecchie delle informazioni da cui ero partito per scriverlo, estraendone invece alcuni puri frammenti di copy, tanto semplici nel significato quanto sconnessi da tutto il resto. Ma siccome il mio libro tratta principalmente dei rapporti di Proust con l’alta finanza, e della maniera in cui questo rapporto determina i contenuti del suo capolavoro letterario, al momento opportuno le sarebbe toccato reinserire proprio le informazioni appena sacrificate, in modo da riconnettere i frammenti l’uno all’altro. Se l’era presa l’appuntino, stavolta?</p>
<p>Potrei continuare la lista, gentile editrice ratée, ma a qual uopo. Avendo risolto il dilemma costituzionale dello stupido e del malvagio (nessuna con-artist è interamente stupida), le ho inviato una lettera che diceva pressapoco così: “La Sua maniera di scrivere scorre liscia e aderisce bene al tema centrale, meglio di un rullo compressore sull’asfalto; soprattutto, non flirta mai con l’intelligenza del lettore. Non ho dubbio che Lei sia una splendida écrivaine de copie, in quanto vedo bene, dal Suo editing come dal rapporto che ha instaurato con me, che si vieta rigorosamente il lusso di presumere una qualche vivacità mentale in chi La legge o La ascolta.”</p>
<p>Come avrà capito, Emilia, in quella lettera, datata Venerdì 24 Dicembre 2010, non la chiamavo “écrivaine de copie” per farle un complimento. Ma temo le sia sfuggito che alludevo alla designazione lapidaria che intitola la versione francese di un romanzo di Muriel Spark, la stessa designazione che compare nel titolo di questa lettera aperta; ho fatto implicito riferimento a quella designazione poco fa, nel misurare il costo della sua parcella sul metro della termoidraulica delle minzioni. Dunque non sto a ripeterla. Fa pensare a un titolo di rango, non trova?</p>
<p>Mi creda, Sinceramente,</p>
<p>Gian Balsamo</p>
<p>Palo Alto, 17 febbraio 2013</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Nuovi autismi 22 &#8211; La mia eterea editrice (2a parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 May 2012 06:10:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi autismi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori All’ora convenuta sono tornato alla sede che avrebbe potuto essere un negozio di alta moda, e questa volta l’editrice dal cognome molto prestigioso c’era. Mi ha salutato con una voce disincarnata, e anche i contorni del viso sembravano poco netti: mi osservava da dietro un vetro smerigliato. Al netto della sensualità quella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/31/nuovi-autismi-22-la-mia-eterea-editrice/nedjarmichel_senzatito1991/" rel="attachment wp-att-42613"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42613" title="nedjarmichel_senzatito1991" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/nedjarmichel_senzatito1991.jpg" alt="" width="194" height="260" /></a>All’ora convenuta sono tornato alla sede che avrebbe potuto essere un negozio di alta moda, e questa volta l’editrice dal cognome molto prestigioso c’era. Mi ha salutato con una voce disincarnata, e anche i contorni del viso sembravano poco netti: mi osservava da dietro un vetro smerigliato. Al netto della sensualità quella sua indeterminatezza aveva qualcosa di correggesco, o comunque di rinascimentale, di nobile. Le sue parole erano anch’esse evanescenti, ma nel contempo nette, precise, consapevoli della loro pregnanza, della ricca storia dalla quale stillavano. Nel suo ufficio erano in corso dei lavori di tinteggiatura, e quindi siamo finiti in una stanza dove una ragazza stava lavorando a un computer. Su suo invito io mi sono seduto su una poltrona piuttosto bassa, e lei su una sedia più alta. Dopo qualche istante di silenzio abbiamo cominciato a parlare.</p>
<p>Invece di lodare questo o quell’aspetto del testo, come mi aspettavo, mi ha chiesto con la sua voce di testa cosa avessi voluto dire con quel mio romanzo. Io non prevedevo una domanda del genere, e soprattutto non ho mai pensato che un testo di un certo spessore possa essere riassunto e tanto meno spiegato con un pugno di frasi. Io scrivo appunto per onorare la complessità, per non violarla come si fa nei discorsi di tutti i giorni. Ogni volta che alla radio ascolto uno scrittore raccontare con scioltezza la trama di un suo romanzo, descrivendone baldanzosamente i personaggi e la vicenda, mi dico che quel libro non lo aprirò nemmeno se mi torturano. Ho provato comunque a biascicare qualcosa. Lei mi osservava dall’alto della sua postazione senza muovere il viso, come soppesando ogni mia approssimata parola. Mi fissava, ma i suoi occhi guardavano di lato, come quelli dei tacchini e delle locuste, e questo dava all’esame che mi ritrovavo a sostenere una tonalità surreale. Sulla sua faccia non c’era alcun sorriso di incoraggiamento, alcuna benevolenza, ma piuttosto banchi di cerebrale diffidenza. Sembrava soprattutto affranta.</p>
<p>Dopo un’altra pausa mi ha confessato, come se fosse appunto una cosa molto dolorosa, che lei era sempre molto diffidente nei confronti dei testi che mescolano finzione e storia. In particolare quando si trattava di personaggi realmente esistiti, ha chiarito con la fronte angustiata. Io mi sono detto che era proprio quella la sfida che mi aveva sedotto: il mio testo intendeva per l’appunto riempire i silenzi e le vaghezze della storia, ridando vita ai morti, scolpendo nella lingua sempre infida, spogliando le parole dalle loro zavorre inconsce, riesumando con i mezzi più disparati spezzoni di verità. E mi sembrava di essercene uscito proprio bene. Del resto non ero certo il primo a cimentarmi in quell’esercizio, e sicuramente nemmeno l’ultimo. Stavo per biascicare qualcosa in proposito.</p>
<p>E invece ho capito. Ho capito che la paludata editrice mi aveva dato appuntamento prima di leggere una sola riga del romanzo, sull’onda del fervore della persona che aveva fatto da tramite, e della quale in genere si fidava. Adesso però lo aveva letto, o più verosimilmente lo aveva appena finito (di certo il ritardo era dovuto a quello), e non le era affatto piaciuto. La sua crudezza l’aveva anzi infastidita, per non dire disgustata. L’appuntamento però ormai era fissato, e con il nome che portava non poteva certo farmi cacciare con una qualche scusa da una segretaria. Aveva insomma deciso di accollarsi l’incombenza parecchio spiacevole di affrontarmi di petto, come si addiceva alla coraggiosa nobildonna delle lettere che era. La causa della sua tristezza ero io.</p>
<p>Alcune parti sono scritte davvero molto male, mi ha detto, abbassando lo sguardo d’iguana rinascimentale sul mio dattiloscritto. Lo teneva sulle ginocchia come si maneggiano gli oggetti che procurano ripugnanza, toccandolo il meno possibile. Guardando meglio ho notato che aveva marcato molti paragrafi con pesanti righe parallele, come quelle di un professore esasperato.</p>
<p>Il problema è che nemmeno io potevo darmela a gambe, dovevo anch’io sopportare quella contingenza grottesca. Non potevo alzarmi e mandare affanculo quella mummia che non aveva capito nulla del mio romanzo, lei e la sua casa editrice del cazzo, perché sono anch’io una persona educata. Dovevo stare lì a fare quella sceneggiata, a ascoltarla mentre sparava le sue idiozie, convintissima di avere davanti un povero deficiente. Ormai era evidente: sapendo che mi occupo di agricoltura mi vedeva come un contadino che con le sue ditona use alla vanga s’era cimentato in qualcosa che non gli competeva: con le mie scarpe grosse e il mio alito di aglio avevo osato calpestare il giardino delle belle lettere nel quale lei era nata e dove era vissuta tutta la vita. Era molto addolorata per questo scandalo. Il vero motivo del suo scoramento era questo.</p>
<p>I suoi occhi laterali e immobili continuavano a esprimere la stessa diffidenza di anfibio giurassico. Sapevo di aver ragione, vedevo da parte a parte quella benedetta maestrina del secolo precedente, capivo che apparteneva a un’epoca molto diversa da quella in cui scrivevo io. La sua altezzosa supponenza era impermeabile alla forza e alla bellezza del mio testo, era incapace di intuire gli abissi della mia scrittura: li prendeva anche lei per rozzezza, come la maggior parte dei suoi colleghi, come tanti cosiddetti scrittori, come tanti cosiddetti critici letterari. Del resto anche lei era una scrittrice e una critica letteraria. Non riuscivo però a dirle che non capiva nulla, non riuscivo a difendermi. Sentivo anzi che la mia voce diceva che forse aveva ragione, dovevo pensarci. Sapevo perfettamente di avere ragione, ma la mia voce diceva che forse dovevo rileggere con più attenzione il mio testo. Non sono capace di confrontarmi con l’ottusità, non ci sono mai riuscito. Di fronte alle porte chiuse mi sono sempre arreso, fin da bambino. Balbettavo frasi incomprensibili, e lei mi ascoltava senza davvero ascoltarmi.</p>
<p>L’impiegata alle sue spalle fingeva di lavorare al computer, con quell’aria assorta di quando non si vuole mostrare di ascoltare una conversazione. In realtà si gustava la scena. Anzi, si sforzava probabilmente di memorizzare ben bene tutti i dettagli, per poterli raccontare e fare sghignazzare i suoi amici. Forse si tratteneva per non ridere. Mentre io soffrivo le pene dell’inferno.</p>
<p>Certo proprio per sbloccare la situazione l’eterea editrice mi ha detto che se avessi rivisto il mio manoscritto lo avrebbe riletto volentieri. Lo ha ripetuto più volte, ha finito anzi per assicurarmi che quello era il suo vero pensiero, non parlava per parlare. Per qualche istante i suoi occhi si sono fatti paralleli, mi hanno guardato come guardano gli occhi umani. Quell’insistenza era però la prova lampante che non era sincera: la proposta era solo un mezzo come un altro per porre fine a quello strazio reciproco. Io però l’ho ringraziata, le ho detto che era molto gentile. Davvero ero sollevato di poter andarmene. Nel suo dolore, lassù nella torre di avorio, è apparso per un istante un barlume di empatia, come un flebile caracollare di candela.</p>
<p>Mi sono ritrovato nella strada con i suoi uggiosi palazzi incrostati di smog, nel fracasso del traffico aggressivo e selvaggio. Adesso la vedevo per quello che era: era proprio brutta e triste. Per non dire orrenda. Ma almeno ero fuori da quel cazzo di casa editrice di testi brevi ottocenteschi. Almeno non dovevo più fingere di essere un pessimo scrittore davanti alla sacerdotessa della letteratura per educande.</p>
<p>Anche la città mi sembrava meno attraente, mentre camminavo verso la stazione: inospitale e sbracata, inutilmente rumorosa, volgarissima, quale in fondo mi era sempre apparsa. Ma non mi rendevo ancora bene conto di cosa era successo, ero più che altro frastornato. È in treno che ho capito come stavano le cose. Ho capito che le mie energie e la mia pazienza erano esaurite: non ne restava nemmeno il sentore. Ho capito che quella batosta rappresentava la goccia che fa traboccare il vaso. Ho capito che ero uno scrittore fallito, che ero un fallito tout court: non avevo più la forza per continuare a scrivere, ma nemmeno per fare qualcosa d’altro. Per anni avevo mirato solo a quello, e adesso ero spezzato. Non volevo nemmeno più pensarci alla scrittura. Era però troppo tardi per tornare indietro, e soprattutto non mi interessava.</p>
<p>I giorni seguenti la mia situazione si è aggravata. Al trauma della disillusione si sono sommate affliggenti difficoltà sul lavoro, dovute a un errore di contabilità in una mia ricerca, del quale non ero affatto responsabile, ma che mi era pur sempre stato accollato, e che aveva conseguenze nefaste sulla mia attività. Ho cominciato a avere sempre mal di pancia. E anche tutto il resto cascava a pezzi. Era come se tutti i nodi fossero venuti al pettine nello stesso tempo, come se fossi arrivato alla resa finale dei conti. Fisicamente stavo sempre peggio, però non volevo andare a farmi vedere. La cosa che mi faceva più male era la consapevolezza di essermi sbagliato, di continuare a sbagliarmi. Io seguitavo a credere che il mio romanzo valesse molto, davvero non riuscivo a pensare qualcosa di diverso, ma a quanto pare non era vero, a quanto pare vaneggiavo. Dovevo accettare quel dato di fatto, se non volevo impazzire, dovevo farmene una ragione. Ho finito per andare dal medico, che dopo gli esami del caso mi ha diagnosticato una brutta gastrite, che secondo lui avrebbe anche potuto trasformarsi in tumore, perché avevo le pareti dello stomaco cosparse di pustolette potenzialmente precancerose. È seguito uno dei periodi più brutti della mia esistenza.</p>
<p>Molti mesi dopo, era già autunno inoltrato, e ancora non mi ero ripreso completamente dalla batosta morale e fisica, come dimostrava il fatto che non sapevo ancora tanto bene cosa pensare dei miei scritti, mi è capitato di parlare al telefono con la ragazza molto intelligente che aveva fatto da tramite. Secondo lei se l’editrice mi aveva invitato a presentarle una versione rivista del mio romanzo era assurdo che non tentassi. Io stesso, ripensando meglio le parole della donna per certi versi immateriale che avevo incontrato in quella circostanza non felicissima, mi sono detto che avevo finito per memorizzare solo i brandelli negativi. Lei non aveva detto che il mio testo non valeva nulla, aveva detto che aveva alcuni grossi difetti, debolezze che probabilmente lavorandoci sopra si sarebbero potute mettere a posto. E proprio sulla base di questo giudizio nel complesso positivo mi aveva fatto una precisa proposta, si era fermamente impegnata a rispettarla. Non avrebbe usato quelle parole tanto perentorie, se non ci avesse creduto. Il mio inestirpabile orgoglio l’aveva però interpretato come un mezzuccio ipocrita, o anche solo compassionevole, per liberarsi di me. Come al solito &#8211; o meglio peggio del solito, perché questa era stata una crisi senza precedenti &#8211; mi ero lasciato sopraffare dai miei propri dubbi, e mi ero arreso allo scoramento più completo: travisando la realtà, perdendo solo del tempo. Probabilmente se mi fossi messo subito al lavoro le cose sarebbero subito risolte, e non sarei stato così male. Dopotutto era una persona molto colta, aveva tradotto molti ottimi scrittori, sotto quella scorza di sdegnosa malinconia doveva avere una bella sensibilità.</p>
<p>Lottando contro me stesso ho quindi rimesso mano al romanzo, e con stupore mi sono subito reso conto che le pagine avevano effettivamente molto legnosità, molte goffaggini: per certi aspetti aveva ragione l’editrice. Quella lingua che aveva avuto un’origine così tortuosa aveva davvero dei problemi. Ci ho allora lavorato sopra, limando e ripulendo e distillando in poco tempo sono riuscito a renderla fluente e armonica. Restava pur sempre estremamente secca, in linea con la secchezza tragica e quasi grottesca della vicenda, ma adesso scorreva bene. Ora mi sembrava un buon e austero romanzo, infinitamente migliore della maggior parte delle cose che si pubblicavano, un qualcosa con una sua necessità e una sua inconfondibile fisionomia. Un testo che rappresentava, di questo ne ero sicuro, il ritratto più riuscito del discusso personaggio storico che per ragioni che non mi erano del tutto chiare m’ero messo in capo di riesumare. L’ho mandato alla ragazza molto intelligente, che l’ha giudicato pure lei ben migliore della versione precedente, ancora più forte. Davvero potente.</p>
<p>Ogni tanto mi facevo allora vivo, e le chiedevo se aveva qualche novità. Con la sua voce gaia di ragazzino preadolescente lei mi rispondeva che ancora l’editrice non l’aveva letto, ma senz’altro l’avrebbe presto preso in mano. Ci pensava lei a ricordarglielo. Era molto positiva, mi sembrava che vedesse delle reali possibilità di pubblicazione. I mesi però passavano, e non succedeva nulla. Poi ho constatato che nella voce di ragazzino molto intelligente cominciavano a affiorare tentennamenti, esitazioni dapprima dispiaciute, e poi sempre più abissali: ho capito che provava disagio. Ho capito che non pensava più di riuscire a fare leggere il mio romanzo così forte e efficace all’editrice con il nome blasonato e lo sguardo da iguana. E allora ho lasciato perdere.<em> (fine)</em></p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Michel Nedjar, senza titolo, 1991)</em></p>
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		<title>Nuovi autismi 22 &#8211; La mia eterea editrice (1a parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 May 2012 11:15:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/nuovi-autismi-22-la-mia-eterea-editrice-1a-parte/nedjarmichel_senzatitolo1996/" rel="attachment wp-att-42587"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-42587" title="nedjarmichel_senzatitolo1996" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/nedjarmichel_senzatitolo1996-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/nedjarmichel_senzatitolo1996-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/nedjarmichel_senzatitolo1996.jpg 240w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /></a>Ero molto contento di avere trovato finalmente un editore, davvero raggiante. Intendo una casa editrice ottima e seria, fondata da pochi anni ma già conosciuta e ben presente nelle librerie, con un’immagine nello stesso tempo classica e attuale. Io di editori ne avevo avuti diversi, alcuni dei quali con indubbie qualità, ma ognuno con incolmabili tare. Insomma, tare per quello che scrivo io, per quelle che considero le potenzialità dei miei testi. O erano troppo piccoli, o navigavano in acque ben lontane dalla mia sensibilità, o erano pazzi scatenati, o mitomani, o perfetti incompetenti, o non credevano più di tanto nelle mie capacità, se non addirittura nella narrativa in generale, o riunivano un cocktail di questi elementi, per non dire tutti assieme. La casa editrice che mi aveva convocato sembrava invece conglobare tutti i pregi che avevo trovato sparsi qua e là: non era grande ma nemmeno piccola, aveva un ottimo e vario catalogo, mostrava un suo coraggioso dinamismo, e visibilmente credeva ancora alla qualità. E per di più era diretta da due donne: nell’ambiente dell’edizione le donne, quasi mai presenti ai vertici, mi sono sempre sembrate &#8211; lasciando stare le tristi eccezioni &#8211; meno stolte, meno arroganti, e meno colonizzate da quei baldanzosi apriorismi che molto spesso trasformano i nostri editori in caricature di se stessi. Ma soprattutto era uno di quegli editori che quando prendono un autore se lo curano e se lo coccolano, con un rapporto personale e attento, come si usava una volta. Insomma, da qualsiasi punto di vista abbordassi la questione cozzavo nella piacevole conclusione che l’occasione che mi si presentava era esattamente la manna che aspettavo da tempo.</p>
<p>Per certi versi stentavo a crederci. Dopo anni di disavventure e tribolazioni editoriali ero diventato sempre più pessimista, e invece a quanto pareva c’era ancora gente in giro che sapeva apprezzare i miei testi così lontani da ogni convenzione implicita o esplicita, così eterocliti, così poco etichettabili, e nello stesso tempo – cosa forse più grave di tutte &#8211; così poco appariscenti, così apparentemente dimessi. Se dio vuole c’era ancora qualcuno in giro che capiva che la mia scrittura non era piana e banale come poteva sembrare a una lettura disattenta o poco sensibile, era una raffinata e elaboratissima scrittura, che senza darlo a vedere rifuggiva come la peste ogni pedissequa scorciatoia, ogni minima banalità. C’era gente disposta a investire e a scommettere sopra quelle mie profondità camuffate, soprattutto in quell’ultimo testo, sotto una scorza rozza e violenta. La situazione non era insomma così degradata come avevo finito per pensare: esistevano ancora dei veri editori.</p>
<p>Anche la ragazza che aveva fatto da tramite era molto contenta e ottimista. Lei apprezzava parecchio quello che scrivevo, e mi faceva ogni volta calorosissime lodi. Tra le altre cose sosteneva che nella nostra narrativa nessuno è in grado di descrivere il sesso come lo faccio io. I suoi apprezzamenti mi facevano piacere, perché la stimo molto, e la considero assai intelligente, o per meglio dire mostruosamente intelligente. Di rado mi è capitato di essere a tal punto colpito dall’intelligenza di una persona. Come dire, la sua è un’intelligenza quasi allo stato puro, quasi impudica, quasi minacciosa, come i grovigli di muscoli di un culturista, che per il momento sono impegnati solo a maneggiare un cucchiaino, ma che al bisogno potrebbero dedicarsi a attività infinitamente più pericolose, al limite potrebbero fracassare tutto. Lei lavorava nella casa editrice da qualche anno, e era molto intima di una delle due editrici, la più importante, dalla quale era molto apprezzata. Tutto era andato quindi liscio come l’olio: io le avevo mandato il mio ultimo testo, lei lo aveva subito letto, e avendolo trovato molto forte lo aveva passato all’editrice. In quattro e quattr’otto erano state bruciate le tappe che di solito prendono parecchio tempo, almeno per un autore pochissimo conosciuto quale sono. E adesso ero convocato nella grande città. Anzi, siccome poi dovevo partire per l’estero, avevo ottenuto di anticipare l’appuntamento. Un ottimo segno.</p>
<p>Mi accorgevo che tutto era diverso, adesso. Continuavo le mie attività scientifiche e facevo quello che dovevo fare, le cose di sempre, ma con un’energia diversa, con un ben altro spirito. Per la prima volta dopo tanti anni mi sentivo tranquillo, appagato. Non potevo non vedere che nella mia traiettoria ciò che stava accadendo era un punto di arrivo: avevo trovato un porto in cui attraccare. Ma era soprattutto il futuro che mi si presentava in maniera diversa: tutto mi sembrava facile, fattibile. Potevo quindi prendermela con calma, tirare un po’ il fiato. Ero tanto più sollevato in quanto sapevo bene che quella svolta avveniva al momento giusto, o per meglio dire appena prima che le cose si facessero davvero difficili, per non dire tragiche. Avevo preferito nascondermelo, ma alla lunga le difficoltà avevano finito per usurarmi, per minarmi dall’interno, e sentivo che ero arrivato molto vicino al limite: se fossero continuate mi sarei certo spezzato. Come si sono spezzati scrittori ben più grandi di me.</p>
<p>Guardando con più calma il catalogo dalla casa editrice mi accorgevo che alcune cose cavalcavano in realtà l&#8217;onda mediocre dei tempi, e qua e là c&#8217;era qualche clamorosa caduta. Ma soprattutto sul sito campeggiava una frase che esaltava i testi brevi. Se c’è una cosa che non sopporto in rapporto alla letteratura sono proprio le idee preconcette e le uscite normative, e quel’apoftegma in particolare mi sembrava indisponente e completamente idiota. Però in qualche modo doveva essere un precetto dell’editore, perché a ben guardare tutti i testi pubblicati erano piuttosto corti. Lo stesso nome della casa editrice alludeva a una fruizione letteraria confinata nel tempo e non prolungata. E a dire il vero anche la grafica a guardarla con attenzione non era propriamente riuscita, sembrava la brutta copia di quella di una storica casa editrice molto prestigiosa. Ma insomma era pur sempre sobria e nitida: non bellissima, ma dignitosa. E anche gli altri piccoli nei mi sembravano scusabilissimi, quasi normali: nel complesso restava una gran bella casa editrice. Non so perché facevo però un po’ fatica a rappresentarmi i miei libri, pur di solito brevi, in quella veste loro grafica al contempo ricercata e un po’ dozzinale. Conoscendomi mi dicevo che era la mia solita propensione per il pessimismo e le prospettive negative. Devo ancora abituarmi all’idea, mi dicevo.</p>
<p>Pensavo spesso alla ragazza che aveva fatto da tramite. In realtà l’avevo incontrata di persona solo una volta, e ci eravamo seduti a chiacchierare sulla terrazza all’aperto di un bar di un quartiere turistico. Era una giornata grigia e fredda, e nel vento madido di umidità marine mi era sembrata fragile, tremante come tremano certi piccoli uccelli. In lei c’era qualcosa di molto struggente, che affiorava nei movimenti rapidissimi degli occhi dietro gli occhiali rettangolari da intellettuale, in certi crolli improvvisi delle palpebre. Ma in realtà quel suo corpo magro era solido, e anzi rigido come un carapace, e chi lo faceva vibrare dall’interno era l’intelligenza mostruosa: a ben vedere non si trattava di palpitazioni di uccello indifeso. Fumava delle sigarette che si arrotolava lei stessa con un’applicazione concentrata di bambina già adulta, con gesti troppo vicini al corpo. Con la sua voce piena da ragazzino preadolescente in quel breve incontro mi aveva raccontato che fin da piccola aveva sempre dormito solo poche ore per notte. All’inizio i suoi genitori erano molto preoccupati, e si erano rivolti a ogni sorta di medici, e invece poi era venuto fuori che era una di quelle persone, tra le quali ci sono non pochi importanti uomini politici e scienziati, che dormono solo quattro o cinque ore. Era così, non c’era niente da fare. Io cercavo di mettermi nei suoi panni, e provavo disagio. Anche occupandosi di un sacco di cose, anche lavorando moltissimo, come faceva, le sue giornate dovevano rimanere pur sempre interminabili, le notti – in preda alla sua micidiale e forse pericolosa intelligenza &#8211; non dovevano finire mai. Mi dicevo però che doveva senz’altro essere un’ottima redattrice, e mi allettava la prospettiva di lavorare con lei sul mio testo. Avevo sempre trovato le sue osservazioni pertinenti, anche se qualche volta avvolte da una fumosità tutta cerebrale, come una cortina troppo spessa di idee affastellate.</p>
<p>L’appuntamento era fissato di lunedì: mi sono detto che potevo passare il fine settimana nella grande città. Ho quindi chiamato l’amico che mi ospita sempre quando vado da quelle parti, e col quale ci vediamo sempre molto volentieri: gli ho detto che sarei venuto. Lui come sempre ha organizzato un serrato programma di visite culturali e di appuntamenti culinari esotici, perché a differenza di me è una persona molto attiva, e ha il gusto degli sperimenti: abbiamo passato due giorni pieni e davvero belli. Il rosso esausto della vecchia città si stagliava contro il cielo azzurro scuro, c’erano cascate di glicini e lillà dappertutto, e la temperatura era gradevolissima. Ma soprattutto io ero di buon umore, e qualsiasi cosa vedessi mi sembrava bella, qualsiasi cosa facessimo mi pareva divertente. Mi piaceva parlare quel nostro gergo burlone e irriverente sedimentatosi in moltissimi anni di conoscenza. Mi piaceva che la sua nuova ragazza ci guardasse con sgranamenti interdetti degli occhioni neri e con sussulti involontari delle sopracciglia. Anche il mio amico era contento che stessi per accasarmi &#8211; l’espressione l’aveva tirata fuori lui stesso &#8211; con una casa editrice di qualità, e che fossi così di buon umore. Lui mi conosceva, sapeva che il vero motivo era quello. Del resto anche lui si era appena messo a convivere con quella ragazza lunga e ieratica, anche lui era contento come lo sono certi uomini che trovano una donna con venti anni di meno.</p>
<p>In un momento di solitudine ho cercato la via, che era trafficata e non accoglientissima, della casa editrice, ci sono passato davanti. Quel piano terra con ampie vetrine di un palazzo signorile sembrava forse più adatto per una boutique di alta moda, o di scarpe di lusso, ma insomma era la sede del mio futuro editore. Quello era il posto dove di tanto in tanto sarei venuto a definire i dettagli delle mie pubblicazioni, dove si sarebbe operato per una loro diffusione più vasta possibile.</p>
<p>Il lunedì mattina mi sono ritrovato con un discreto anticipo, io che non arrivo mai prima dell’ora, nella via non bellissima della sede della casa editrice. La città si era attivata, sciogliendo in una tensione per molti versi pedissequa un po’ della sua magia, ma era pur sempre attraente. Il cielo continuava a essere azzurro scuro, l’aria era ancora tiepida al punto giusto. Per ammazzare il tempo mi sono infilato in una viuzza laterale, dalla quale partivano altri disordinati vicoli: ho cercato un bar per bermi un caffè. Mi faceva piacere conoscere l’editrice, ma non ero impaziente: mi dicevo che l’importante era che la cosa avesse funzionato.</p>
<p>All’ora stabilita mi sono presentato alla sede. Una segretaria che sembrava un po’ imbarazzata mi ha detto che l’editrice si scusava, ma sarebbe arrivata solo due ore dopo, perché aveva scordato l’appuntamento con un medico. A me la cosa non è sembrata tanto grave: ho ribattuto che non c’erano problemi, sarei tornato più tardi. Sono quindi ripartito alla volta degli stessi vicoletti, sono finito in un bar all’aperto non lontano dal primo. Ho bevuto un altro caffè, ho continuato a pensare al romanzo che avevo in sospeso. Mi piaceva constatare che non avevo più l’impazienza e la fretta di prima, che non ero più angosciato. Quello che era successo aveva mutato il mio rapporto con il tempo: adesso potevo permettermi finalmente di prendermela con calma, di tirare il fiato. Mi sono alzato, ho camminato, ho bevuto qualcosa in un altro bar. A differenza dello stradone cupo della casa editrice quel settore della città era molto bello, dava voglia di abitarci. Alzando la testa guardavo le piante delle terrazze degli ultimi piani, mi immaginavo la vista che si doveva avere. Mi faceva piacere l’idea che adesso avrei dovuto venire in quella città più spesso, avrei avuto modo di conoscerla meglio.</p>
<p><em> Nota: seguirà tra due giorni, se qualcuno avesse la pazienza, la seconda e ultima parte</em></p>
<p><em>(l&#8217;illustrazione: Michel Nedjar, senza titolo, 1996)</em></p>
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