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	<title>Caterina Romeo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ha senso parlare ancora di letteratura “minore”?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 06:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Comberiati Riflessioni a partire da Simone Brioni, The Somali Within. Language, Race and Belonging in ‘Minor’ Italian Literature. London: Legenda, 2015. &#160; A ventisette anni dall’apparizione nelle librerie di Io, venditore di elefanti di Pap Khouma, romanzo autobiografico dal quale si fa generalmente partire la nascita della cosiddetta letteratura italiana della migrazione, sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Daniele Comberiati</strong></p>
<p><strong>Riflessioni a partire da <a href="https://www.academia.edu/26873855/Simone_Brioni_The_Somali_Within._Language_Race_and_Belonging_in_Minor_Italian_Literature_Oxford_Legenda_2015_176_pp" target="_blank">Simone Brioni, <em>The Somali Within. Language, Race and Belonging in ‘Minor’ Italian Literature</em></a><a href="http://www.legendabooks.com/titles/isbn/9781909662643.html" target="_blank">.</a> London: Legenda, 2015.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A ventisette anni dall’apparizione nelle librerie di <em>Io, venditore di elefanti</em> di Pap Khouma, romanzo autobiografico dal quale si fa generalmente partire la nascita della cosiddetta letteratura italiana della migrazione, sono diversi i saggi recentemente apparsi che affrontano tale produzione letteraria da punti di vista e aspetti differenti (mi vengono in mente, dimenticandone certamente alcuni, i contributi di <a href="http://www.mondadorieducation.it/libro/gaia-giuliani-cristina-lombardi-diop/bianco-e-nero/120900037879" target="_blank">Cristina Lombardi-Diop</a>, <a href="http://www.mondadorieducation.it/libro/cristina-lombardi-diop-caterina-romeo/l-italia-postcoloniale/120900039867" target="_blank">Caterina Romeo</a>, <a href="http://presses.u-paris10.fr/?p=1393" target="_blank">Silvia Contarini</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=21730" target="_blank">Ugo Fracassa</a>, <a href="http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&amp;task=schedalibro&amp;Itemid=72&amp;isbn=9788843069323" target="_blank">Chiara Mengozzi</a>). Rapporto con il canone, relazione fra letteratura migrante e letteratura nazionale, trittico lingua-letteratura-nazione: sono diverse le problematiche che questa letteratura mette in gioco, ponendo le basi per una riflessione più ampia sulla letteratura italiana contemporanea e più in generale sull’essenza stessa, nell’epoca attuale, delle letterature nazionali.</p>
<p>A prima vista il saggio di Brioni potrebbe sembrare una sorta di ‘ritorno’ ad una prima fase della critica sull’argomento, quando gli autori venivano analizzati secondo le aree di provenienza, per evidenziare la pluralità di voci di una letteratura che, diversamente dai casi ad esempio inglese e francese, non ha mai avuto una comunità ‘privilegiata’ di riferimento. A ben guardare, però, il suo studio sulla letteratura italo-somala è molto più complesso: innanzitutto recupera il discorso di Gilles Deleuze e Félix Guattari sulla letteratura ‘minore’, che funge da quadro teorico complessivo, laddove il concetto di minorità prende in esame le nozioni di Bourdieu di ‘capitale culturale’ e ‘legittimità letteraria’, nonché il contesto di produzione e ricezione delle opere. In secondo luogo Brioni rivendica l’appartenenza degli autori del suo corpus (Cristina Ali Farah, Igiaba Scego, Kaha Mohamed Aden, Shirin Fazel Ramzanali, per non citarne che alcuni) al campo di riflessioni che, a partire dal postcoloniale, affronta problematiche riguardanti il genere, la razza e il colore, inserendosi nel campo dei più moderni studi sull’argomento (e mi sembra che i riferimenti a bell hooks e Sarah Ahmed siano in tal senso ampiamente giustificati). Non mancano inoltre le riflessioni a partire dai critici che, provenienti dall’Italia e non, più di altri negli ultimi anni si sono occupati dell’argomento, cercando di riflettere sulla produzione migrante dai versanti postcoloniale e transnazionale: fra i tanti Ruth Ben-Ghiat, Franca Sinopoli, Sandra Ponzanesi, Derek Duncan, Loredana Polezzi e Jennifer Burns. E sarebbe interessante oggi studiare una storia della critica della letteratura italiana contemporanea “dall’estero”, visti anche i numerosi studiosi che oggi, per diverse ragioni, ci lavorano.</p>
<p>Il libro è diviso in tre capitoli principali (<em>Language</em>, <em>Race </em>e <em>Belonging</em>), provvisti di un’ampia introduzione teorico-metodologica e di una altrettanto completa conclusione. Dal punto di vista del contenuto specifico del volume, due sono a mio avviso le principali innovazioni critiche; innanzitutto la prima sezione, significativamente intitolata <em>Language</em>: Brioni dimostra di saper ‘entrare’ nei testi, una capacità che talvolta manca in alcuni saggi sulla letteratura migrante, interessati al posizionamento teorico delle opere, che però non vengono analizzate a dovere. Qui, ad una prima ‘lettura a distanza’ quasi morettiana, l’autore fa seguire un’analisi accurata, in cui vengono messe in luce le strategie narrative e soprattutto linguistiche con cui gli autori scelti descrivono l’Italia e il loro rapporto con la Somalia. È proprio a partire dai testi che ci rendiamo conto di come la tensione fra i due poli sia sempre costante, anche nei passaggi in cui apparentemente il discorso coloniale è meno evidente. La narrazione di <em>Il comandante del fiume</em> di Cristina Ali Farah, ad esempio, si svolge in luoghi che a prima vista non hanno niente a che vedere con la storia coloniale italiana e con le sue conseguenze postcoloniali. Brioni però attraverso l’analisi dell’uso della lingua (o piuttosto delle lingue) dell’autrice ci mostra come le intersezioni fra antiche colonie e metropoli siano ancora presenti e come luoghi e lingua vengano ricostruiti e risemantizzati in una chiave nuova. A tale proposito il concetto di ‘translation’, impiegato secondo diversi punti di vista, diviene fondamentale: attraverso una riscrittura dello spazio, della lingua, delle relazioni, del passato e della storia che lega Italia e Somalia, questi autori cercano di far riflettere i lettori italiani su una serie di contraddizioni che sono alla base della costituzione stessa dell’unità nazionale e che non sono mai state seriamente affrontate.</p>
<p>Il secondo elemento di originalità risiede nell’interesse di Brioni per le rappresentazioni di razza e colore nelle opere degli scrittori e delle scrittici analizzati. Anche in tal caso, facendo riferimento ad un ampio apparato teorico e metodologico, l’autore ci mostra punti di vista inediti e non immediati, nonché una lettura sempre attenta (anche dal punto di vista filologico, elemento in effetti raro negli studi sulla letteratura migrante italiana) e una notevole capacità di far dialogare queste opere con altri lavori, non solo italiani, del contesto postcoloniale. A partire da come gli scrittori di origine somala descrivono razza e colore, infatti, è possibile iniziare una riflessione che, dalle avventure coloniali passando attraverso le Leggi razziali del 1936 e l’apparente oblio delle colonie nel secondo dopoguerra, giunge fino all’Italia attuale e agli odierni problemi di razzismo e accoglienza. Mettere in primo piano, oggi, la questione razziale come elemento critico per una serie di testi letterari, significa ribadire ancora una volta, in una chiave <em>engagée</em> quasi saidiana, che la razzializzazione della società italiana rimane ancora uno dei problemi più impellenti da risolvere.</p>
<p>In conclusione, il saggio riesce a far riflettere il lettore soprattutto su un aspetto: è possibile rileggere l’intera storia dell’Italia moderna e contemporanea (l’unità, le imprese coloniali, il fascismo e l’alleanza con Hitler, il dopoguerra, gli anni Ottanta e la situazione attuale) attraverso la particolare specula della Somalia e degli autori che da tale paese provengono; allo stesso modo in Italia rimangono tracce passate e presenti (dai segni tangibili dei monumenti coloniali a quelli più mutevoli dei lasciti della diaspora) della recente e meno recente storia somala, una relazione che la letteratura contemporanea si è apprestata a descrivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vanno ascoltati, gli immigrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jul 2014 22:01:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Simone Brioni &#160; Questo articolo nasce in risposta a quello di Filippomaria Pontani apparso su Il Post. L’articolo di Pontani parte dall’assunto che occorra ‘raccontare gli immigrati’ dato che non lo si sta facendo bene, e quando lo si fa queste analisi ‘ricevono scarsa eco’.  ‘Raccontare gli immigrati’ sarebbe necessario per via dello stillicidio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Simone Brioni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Questo articolo nasce in risposta <a href="http://www.ilpost.it/2014/07/01/immigrazione-italia-pontani/" target="_blank">a quello di Filippomaria Pontani</a> apparso su <em>Il Post</em>. L’articolo di Pontani parte dall’assunto che occorra ‘raccontare gli immigrati’ dato che non lo si sta facendo bene, e quando lo si fa queste analisi ‘ricevono scarsa eco’.  ‘Raccontare gli immigrati’ sarebbe necessario per via dello stillicidio che si sta consumando sul Mediterraneo, pur essendo meno urgente della necessità di salvare gli immigrati dal mare. L’articolo propone inoltre di fare i conti con la memoria coloniale per poter <em>davvero</em> cambiare le modalità narrative dell’immigrazione adottate finora. Sono felice che la questione sia stata sollevata: pensare che il modo di raccontare la realtà possa contribuire a cambiarla, vuole porre l’immigrazione in un discorso più ampio, in cui non si parla solo di sbarchi, ma anche delle opportunità da parte di un immigrato o di un’immigrata di progettare una vita in un paese refrattario a riconoscere il suo capitale sociale, umano, e culturale ma pronto a sfruttare la sua potenzialità economica (e sto parlando dei discorsi che ascolto sull’autobus, non solo di ciò che leggo nei libri e nei quotidiani).<span id="more-48456"></span> Non trovo nulla da ridire riguardo ad alcune affermazioni di Pontani, per quanto non siano esattamente una novità: pur ricevendo scarsa eco, già dieci anni fa il saggio <em>Il cittadino che non c’è </em>(Edup, 2004) di Ribka Sibhatu denunciava il modo in cui gli immigrati sono rappresentati nei media nazionali. Quello di Sibhatu era non soltanto il risultato di un lavoro di ricerca per il suo dottorato, ma anche una riflessione sulla condizione che la studiosa si trovava a vivere sulla propria pelle, essendo arrivata in Italia dall’Eritrea.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre questioni sollevate dall’articolo non mi trovano invece concorde. Pontani sostiene che l’immigrazione occupi ‘uno spazio tutto sommato modesto nella rappresentazione degli artisti e degli intellettuali’, e tra i pochi esempi virtuosi indica<em> Terraferma</em> di Emanuele Crialese (2011), un film che molti hanno criticato per la sua descrizione dei naufraghi nel Mediterraneo come presenze mostruose e minacciose. Indicare come priorità narrativa quella di ‘raccontare gli immigrati’ suggerisce che essi possano essere solo oggetti e non soggetti della propria narrazione, cancellando al contempo vent’anni di letteratura in lingua italiana realizzata da autori immigrati e relativa analisi critica. Quest’ultimo aspetto è accentuato dal frequente uso della dicotomia noi (italiani, soggetti narranti)/loro (immigrati, oggetti narrati) nell’articolo, e dalla scontatezza con cui quando si parla di artisti e intellettuali si presuppone che essi non siano immigrati a loro volta, ma intellettuali ‘italiani’ ‘puri’ ‘intenti a contemplare la grande bellezza della propria decadenza sulle indisturbate terrazze romane, o forse terrorizzati dal sempre incombente pericolo della retorica’. Pensare che ‘raccontare gli immigrati’ sia prioritario rispetto all’ascoltarne le voci è parte integrante del problema. Esiste addirittura un database, creato dall’Università La Sapienza di Roma, che elenca tutti i testi in lingua italiana realizzati da autori immigrati (<a href="http://www.disp.let.uniroma1.it/basili2001/">http://www.disp.let.uniroma1.it/basili2001/</a>). Mi si potrebbe obiettare che molti di quegli autori sono essi stessi intellettuali che scrivono di immigrazione, e che le loro voci non corrispondano esattamente a quelle ‘degli immigrati’ di cui si sente parlare sui giornali. È una critica sacrosanta, se non fosse che ‘gli immigrati’ esistono solo nella misura in cui non si ascolta ciascuna delle loro voci.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo per citare alcuni nomi, mi riferisco qui alle opere di Cristina Ali Farah, Amara Lakhous, Adrian Bravi, Gëzim Hajdari, Geneviève Makaping e Shirin Ramzanali Fazel. <em>Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio</em> (E/O,2006) di Amara Lakhous ha vinto il premio Flaiano e il premio Racalmare-Leonardo Sciascia nel 2006, ed è stato tradotto in lingua inglese. Il poeta di origine albanese Gëzim Hajdari è considerato uno dei maggiori poeti italiani viventi, e ha vinto il premio Montale nel 1997. <em>Lontano da Mogadiscio</em>, uno dei primi testi a parlare del colonialismo italiano dalla prospettiva di un’autrice di origine somala è stato ripubblicato nel 2012 da Laurana in versione bilingue italiana-inglese. Come afferma lo scrittore e accademico italiano di origine brasiliana Julio Monteiro Martins nell’editoriale del numero 44 di <em>Sagarana</em>, rivista online sulla scrittura della migrazione da lui fondata, l’elenco dei riconoscimenti letterari o delle traduzioni ricevute non definisce certo la bravura di uno scrittore o di una scrittrice. Il valore di un’opera si misura piuttosto in relazione alla capacità di cogliere aspetti cruciali del mondo in cui viviamo, ed è precisamente quanto riconosco a questi autori e autrici (ma non sono i soli/le sole). Ciò nonostante, questi premi segnalano che non è possibile ignorare la portata dell’opera di alcuni di questi autori anche da parte dell’establishment culturale italiano (ma ciò accade puntualmente).</p>
<p style="text-align: justify;">Lodando la Francia – ‘più sensibile di noi al tema dell’immigrazione’ – per avere aperto la <em>Cité Nationale de l’Histoire de l’Immigration, Pontani chiude il suo articolo proponendo che </em>‘una delle tante architetture fasciste di Roma […] abbia a ospitare nel prossimo futuro non già l’ennesimo, inutile e costoso museo di arte contemporanea, bensì l’embrione di uno spazio espositivo dedicato a quanto sta avvenendo ormai da anni sotto i nostri occhi sempre più distratti’. Questa frase contiene due assunti. Il primo è gli immigrati non realizzino opere d’arte contemporanea, fornendo ulteriore conferma a quanto ho affermato in precedenza. Il secondo è che la creazione di un museo potrebbe ‘indirizzare una certa parte del mondo intellettuale e artistico verso questa problematica’ e portare a ‘un discorso pubblico condiviso’.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur apprezzando l’iniziativa francese ed essendo convinto che occorra fare i conti con l’ingombrante passato fascista risignificandone i simboli, non credo che la museificazione corrisponda necessariamente a un momento di riflessione istituzionale e collettiva. I musei possono anche servire a rinchiudere un vivo dibattito entro delle mura, o servire da giustificazione per l’introduzione di leggi sempre più restrittive (com’è accaduto del resto in Francia). Solo una riflessione pubblica può portare all’eventuale creazione di un museo e non viceversa. Se tuttavia vogliamo riflettere su quanto avviene ‘all’estero’, credo che questo esercizio possa essere utile nella misura in cui permetta di rintracciare sul territorio esperienze culturali che servano da modello per nuove modalità di racconto dell’immigrazione in Italia. Penso per esempio all’attenzione che il progetto di ricerca ‘Transnationalizing Modern Languages: Mobility, Identity and Translation in Modern Italian Cultures’ – finanziato dall’Art and Humanities Research Council e nato dalla sinergia tra i dipartimenti di Italian Studies di Warwick, St. Andrews e Bristol (in collaborazione con istituzioni di ricerca nazionali e internazionali) – ha dedicato alla vivissima realtà di associazioni che costituiscono da anni veri e propri cantieri di narrazioni resistenti dell’immigrazione. Oppure penso al numero sempre crescente di pubblicazioni in lingua inglese che sono state dedicate alla letteratura scritta da immigrati negli ultimi anni, tra cui (solo per citare i volumi più recenti)<em> Postcolonial Italy</em><em>: Challenging National Homogeneity </em>(Palgrave Mc Millan, 2012), a cura di Cristina Lombardi-Diop e Caterina Romeo, <em>Migrant Imaginaries: Figures in Italian Migration Literature</em> (Peter Lang, 2013) di Jennifer Burns, e <em>Shifting and Shaping a National Identity: Transnational Writers and Pluriculturalism in Italy Today</em> Trobadour, 2014), a cura di Grace Russo Bullaro e Elena Benelli. Rivolgere l’attenzione al lavoro culturale svolto dalle associazioni e dagli intellettuali immigrati nel nostro paese potrebbe essere un buon inizio per raccontare il mondo in cui viviamo in maniera più consapevole, e per valutare il modo in cui la tradizione culturale a cui ci siamo affidati finora possa esserci davvero utile in quest’impresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è già detto e scritto molto in questi anni di immigrazione – quasi tutte le case editrici ‘maggiori’ hanno un titolo sull’argomento –, ma si è scritto spesso ‘al posto di’ o ‘su’, e molto poco ‘in prossimità di’ e ‘in dialogo con’ immigrati. Le narrazioni e gli studi sull’immigrazione che Pontani cita a ragione nel suo articolo non sono affatto casi isolati, né recenti: in Italia esiste una solida opposizione a quei ‘centri’ culturali in cui non si parla o si parla male di immigrazione. Un’opposizione che ha visto scrittrici e scrittori immigrati in prima linea, ma che è rimasta spesso inascoltata. Sarebbe forse ora di rendersi conto che queste voci sono numerose, e iniziare un dialogo che altri – in ‘periferia’, fuori dai musei, nelle strade e nelle piazze – hanno iniziato da anni. Prima dell’ascolto, credo tuttavia che sia doveroso chiedersi quali opportunità abbiano gli immigrati di potersi raccontare, di far sentire la loro voce, rispondendo alla domanda che poneva Gayatri Spivak in un famoso saggio del 1988: <em>Can the Subaltern Speak?</em> [Può parlare il subalterno?]. È questa assenza che evocano le bocche cucite degli immigrati del CIE di Ponte Galeria: la sintassi di un silenzio autoimposto descrive un ‘vuoto rappresentativo’ incolmabile, ma che forse si potrebbe meglio comprendere ribaltando le dinamiche tra chi racconta e chi è raccontato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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