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		<title>Lola&#038;Vlad &#8211; Piero Melati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 06:02:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Piero Melati</b> <br />
Chissà perché ho ripensato ai pidocchi. Anzi no, me lo ricordo bene. Pulci e pidocchi portano la peste. Una volta hanno scoperchiato la tomba di Apollo ed è saltato giù il flagello. Loro, pulci e pidocchi, sono i vettori, in groppa ai topi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-110467 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-199x300.jpeg" alt="" width="230" height="347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-199x300.jpeg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-680x1024.jpeg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-150x226.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-300x452.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-696x1048.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-279x420.jpeg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati.jpeg 740w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<p><strong>Prologo del nuovo romanzo di Piero Melati, Polidoro Edizioni.</strong><strong> Collana <em>Interzona</em> diretta da Orazio Labbate.</strong></p>
<p style="text-align: left;">Chissà perché ho ripensato ai pidocchi. Anzi no, me lo ricordo bene. Pulci e pidocchi portano la peste. Una volta hanno scoperchiato la tomba di Apollo ed è saltato giù il flagello. Loro, pulci e pidocchi, sono i vettori, in groppa ai topi. <em>Nosferatu</em>, il film di Herzog del 1979: i moli del porto di Brema invasi dai ratti arrivati sulle navi, con parassiti al seguito. Una volenterosa coorte di sporcizia animata. E dopo lo sbarco, il contagio che bussa alle porte della città: toc, toc, reverendissimi umani, siete in casa?</p>
<p style="text-align: left;">Siamo venuti astecchirvi a peso morto. Quanto a me, il batterio Yersinia Pestis non mi tocca. Oppure guarisco. Ma quei bifolchi di scrocconi sanguisuga, che la peste ha sempre al seguito, mi infastidivano. I topi li sterminavo, ma quanto agli altri mantenuti&#8230; pulci e pidocchi&#8230; dovevo grattarmi o estirparli. Mi facevano indignare.</p>
<p style="text-align: left;">Mi sono grattato la cute nel sonno, per il ricordo. Ma al risveglio tutto è stato chiaro. Avevo sognato il demone Pazuzu, generatore d’incubi. Lui mi aveva rievocato i pidocchi. Al termine di una notte immobile, esattamente trenta minuti prima dell’alba, Pazuzu mi era apparso in tutto il suo fetore. Dovete sapere che c’era una volta, nella valle tra i due fiumi della Mesopotamia, che vide alle sue rive Isacco di Ninive (vi ricorda niente?) un terribile signore dei venti. Si chiamava Pazuzu. Oggi ne resta una statuetta al Louvre, un esile mostro con le ali, la cui iscrizione recita: «Io sono Pazuzu, il re degli spiriti malvagi del vento che sorge all’improvviso dalle montagne». Ma nessuno gli crede più. I turisti ci si fanno i selfie. È un idolo trapassato, come altre vecchie divinità che avevano una data di scadenza: Afrodite, Diana, Dioniso, Pan, eccetera eccetera. «Il grande dio Pan è morto» gridarono al marinaio egizio dall’isola di Paxos. Figuratevi: erano ancora i tempi di Plutarco e Pan, già allora, era acqua passata.</p>
<p style="text-align: left;">Pazuzu, in epoche più robuste, governava il soffio maligno che, da sud-ovest, porta tempeste, carestie, siccità, locuste. Si alzava dalle rocce e spandeva distruzione. Ma in Assiria, otto secoli prima di Cristo, il nostro Pazuzu era ancora invocato perché combatteva la demonessa vampirica Lamastu, che attaccava donne incinte e neonati. Una demone vampira. Personalmente, le sarei stato devoto. Il demone Pazuzu, nelle raffigurazioni, ha un pene eretto che culmina in una testa di serpente. Il <em>linga </em>della tradizione indiana, il fallo con cui Pan scopa le capre. E questo avrà avuto un suo significato, anticamente.</p>
<p style="text-align: left;">Ma questo oscuro diavolo antropomorfo era stato completamente dimenticato, quando mezzo secolo fa la sua figura inaspettatamente risorse. Nelle sale cinematografiche di tutto l’Occidente. Il cinema è un vascello dell’eterno ritorno. Proprio Pazuzu fu il simbolo satanico evocato nella saga de <em>L’esorcista</em>, la morbosa pellicola del 1973 che ha fatto epoca. Il film raccontava che nel sito archeologico di Hatra, nell’attuale Iraq, era stata rinvenuta per caso una statua raffigurante questo malvagio malandrino ctonio. Così, grazie a tale incauta “liberazione” dagli abissi della Terra, dove da tempo immemorabile esso giaceva, sarà proprio Pazuzu a impossessarsi del corpo della giovane protagonista del film, Regan MacNeil.</p>
<p style="text-align: left;">Che blasfema sceneggiatura. Tuttavia partorì una locandina pubblicitaria tanto apparentemente innocua quanto profondamente inquietante. Forse la più disturbante di tutti i tempi. In essa si vede un uomo immobile nella notte, ben vestito, con tanto di cappello e valigetta, fermo all’ingresso del giardino di una palazzina, circondato dalla nebbia, affiancato da un’alta lampada stradale fiocamente illuminata. Ma soprattutto, l’uomo è investito da un possente e innaturale faro di luce che divampa da una finestra al primo piano. Ivi è rinchiusa, nella sua linda cameretta da adolescente, la giovane posseduta.</p>
<p style="text-align: left;">Ora attenzione. Non vediamo mai l’indemoniata, nella locandina. Ma intuiamo che quell’innaturale diluvio di chiarore proviene indubbiamente da una sua metamorfosi. Siamo anche noi irrorati da quell’insano faro insieme all’uomo. Egli è un prete, l’esorcista padre Merrin, interpretato dall’attore Max von Sydow. Resta immobile nella sua postura, perché già congelato nella sua successiva, inevitabile sconfitta.</p>
<p style="text-align: left;">Quell’innaturale chiarità notturna lo paralizza. Colta nell’attimo precedente l’entrata in scena del personaggio, la presenza di quella luce che lo avvolge, di misteriosa e ultramondana provenienza, sentenzia l’imminente capitolazione di tutto ciò che è terreno e transeunte, di fronte a un incommensurabile fenomeno, che semplicemente non avrebbe mai dovuto esserci. Eppure c’è.</p>
<p style="text-align: left;">Ci sono fenomeni che non dovrebbero essere, eppure sono. Essi, come il suono di un gong, stabiliscono che ogni cosa terrena e transeunte è destinata a essere divorata da qualcosa di ultramondana provenienza. Se ci riflettete, è una cosa molto semplice. Dunque, fu una pessima idea da parte vostra far risorgere Pazuzu, grazie a quel film, e con lui risvegliare ciò che da millenni dormiva nelle fosse della Terra. «Ma era solo cinema» direte. Piantatela, vi prego. Rendetevi conto, piuttosto, di quanto siano incaute le mani umane, quando maneggiano antichissime potenze come fossero tagliandi di un Gratta&amp;Vinci. Proprio tale vostra sprovvedutezza avrebbe presto contagiato altre menti perverse. Avrebbe piantato in loro la speranza di nuove resurrezioni, dopo quella di Pazuzu, rastrellando ancora una volta il ventre profondo del terzo pianeta.</p>
<p style="text-align: left;">Che follia, la vostra. Ci sono cose che sono state sotterrate, ma mai davvero sepolte. Esse permangono. Essi vivono ancora. In loro persino la morte è morta. È esattamente questo, come vi racconterò, il casino che avete combinato. A un certo punto del risveglio, mi sono toccato i canini con il pollice e il medio della mano destra. Ecco una cosa concreta, mi son detto. Altro che chiacchiere. Soltanto noi siamo la ribellione a questo deprimente ordine tanatologico del cosmo, la risposta alla sua, e alla vostra, vocazione mortuaria.</p>
<p style="text-align: left;">Ok, la pianto qui. Cercavo solo un modo semplice per introdurre la storia. Alla fine l’ho trovato. Si chiama Lola e Vladimiro. Che prendano loro la parola. I personaggi. Umani come voi. Più o meno. Questa storia è cominciata proprio all’alba di internet, quando ancora non c’erano i social network. A quei tempi, esistevano soltanto le chat, i forum, i primi siti, i primitivi motori di ricerca. Ma le chat, in particolare, segnarono l’inizio di una rivoluzione umana. Hanno inaugurato tutto quello che c’è adesso: i social network, gli influencer, gli youtuber, Facebook, WhatsApp, Instagram, Tik Tok, i like, i cuoricini,i followers. Fu allora che iniziò un percorso virtuale che non si è più fermato. Anzi, è dilagato con la geometrica potenza di una epidemia di peste. Quando l’artificiale ha cominciato a prendere il sopravvento sul reale e la realtà si è mischiata alla finzione. Peggio delle arti visive, della fotografia, del cinema, della televisione. Non c’è paragone con tutto quello che c’era stato prima.</p>
<hr />
<p style="text-align: left;"><strong>Piero Melati</strong> è stato vicecaporedattore alla cultura del Venerdì di Repubblica. Attualmente collabora all’inserto <em>Robinson </em>di Repubblica, alle pagine culturali del Venerdì. Ha scritto <em>Vivi da morire</em> con Francesco Vitale (Bompiani, 2015), <em>Giorni di mafia </em>(Laterza, 2017), <em>La notte della civetta</em> (Zolfo,2020), <em>Paolo Borsellino. Per amore della verità </em>(Sperling&amp;Kupfer, 2022),<em> Il viaggio del ca</em><em>maleonte: Truman Capote in Sicilia</em> (Le storie, 2023).</p>
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		<title>La versione di Alessio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando &#160; C&#8217;è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Stefano Zangrando</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-81494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg" alt="" width="720" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione dell’incubo.<br />
&nbsp;</p>
<p>Alessio, laureato quarantenne, separato e con un figlio, conosce Gaia, di poco più giovane, nubile e senza figli, in una chat per incontri, dove l’esposizione di sé come merce-immagine è al tempo stesso superficie di proiezione dei bisogni e desideri di ciascuno. Dopo il “match” è lei a farsi viva per prima. Chattano quanto basta a ritenere, l’uno riguardo all’altra, di non essere due infoiati alla mera ricerca di un coito. Si scambiano i numeri di telefono e proseguono fuori da lì. Emerge presto qualche problema di comunicazione, di comprensione reciproca, ma lo attribuiscono entrambi allo strumento: finché il linguaggio è solo scritto, i margini di fraintendimento restano troppo ampi. Occorre vedersi, muoversi, respirarsi. Concordano un primo incontro, lei propone casa propria. Alessio trova una ragazza sorridente ed estroversa, non avverte quanto sia agitata, ma nota fin da subito brevi, improvvisi, inspiegabili accessi di rabbia o di gelo. Ci passa sopra, trova che Gaia sia bella, glielo dice, le fa un’avance, lei dice: “Sì”. Finiscono a letto, dove subito lei, in lacrime, gli fa confidenze su di sé e sul suo passato – abusi, obesità, una laurea mancata, non può avere figli – che a lui paiono eccessive per un primo incontro. O Alessio è già così speciale ai suoi occhi da meritarsele? Per non parlare dei complimenti che lei gli rivolge dopo il sesso in un tono incantato. Alessio ne è lusingato.<br />
&nbsp;<br />
La frequentazione prosegue, soprattutto in chat, e i problemi di comunicazione aumentano. Alessio e Gaia sembrano spesso non capirsi, o interpretarsi in modo diverso dall’intenzione di ognuno. Quando accade, lei diventa aggressiva e lo attira in scambi verbali via via più volgari e rabbiosi. Una volta, dopo un climax di attacchi reciproci, lo blocca in chat e sul telefono per una notte. Quando si risentono, Alessio cerca di mantenere la calma, prova a suggerirle che non è colpa di nessuno, ma non è facile. Tanto più che a lei quei momenti passano quasi subito – salvo poi ripetersi di lì a poco, con Alessio che, nello sforzo di trovare un linguaggio comune, torna a chiederle di affrontare insieme questa difficoltà. Meglio incontrarsi di persona, concordano. Si vedono una seconda volta, finiscono di nuovo a letto, ma stavolta ai complimenti subentra uno strano registro: Gaia suona sincera, schietta, ma pare non poter fare a meno di criticare Alessio, trovando insufficiente o ridicolo molto di quel che lui dice o fa. Lui ne è spiazzato, non sa come prenderla, anche perché lei alterna questa sorta di disprezzo a pur sporadici momenti di passione travolgente. Così Alessio soprassiede, dopotutto nessuno è perfetto, potrebbe essere un’occasione per cambiare, migliorarsi, e poi l’intensità in amore è impagabile – perché è amore quello che sta nascendo tra di loro, no? Solo quell’aggressività così frequente, e il modo che ha Gaia di scagionarsi e rispedire ogni colpa al mittente quando Alessio si dichiara ferito, lo inducono a una certa cautela. Che sia solo una questione d’incompatibilità?<br />
&nbsp;<br />
Continuano a scriversi. Non si vedono molto, un po’ perché lei a volte gli propone un incontro, poi però disdice all’ultimo momento senza scuse né motivazioni che ad Alessio non appaiano poco plausibili; un po’ perché lui è spesso fuori regione, a volte con il figlio, e questo a lei non piace. Se ne lamenta, lo vorrebbe più presente, ma anche più disposto a comprendere la sua volubilità: lei è in un periodo difficile, ha problemi di lavoro, soffre d’ansia e mal di stomaco. Un giorno sembra proprio sull’orlo di un baratro interiore, e il modo in cui glielo spiega in un messaggio, stavolta vocale, fa sentire Alessio importante, proprio come lui vuol far sentire lei manifestando vicinanza, offrendole il supporto che può, proponendole una vacanza con lui e suo figlio. La voce non mente, si dice. Ma dura poco, un giorno o due e di nuovo la versione cambia: Gaia sta meglio, riappare l’aggressività, quel che lui dice o fa per lei non le basta mai o è sbagliato, e adesso pare preferisca respingerlo che accoglierlo. Poi gli dice: “Io tuo figlio non lo vorrò mai vedere”. Alessio ci rimane male, non capisce, tuttavia ci passa sopra e si mette seriamente in discussione: che abbia ragione lei? Sono davvero, come lei dice, così poco empatico, così incapace di capirla?<br />
&nbsp;<br />
Poi si accorge di una cosa: a ogni critica o attacco di Gaia gli sembra di reagire in modo sempre più aggressivo, assumendo lo stesso registro di lei, diventando altrettanto instabile. Il suo linguaggio sta cambiando e lui con esso, gli sembra. Si sente attratto in una mutazione, in balia di un universo indecifrabile in cui non sa come muoversi. Diventa ansioso, si scopre geloso, perde autostima, dorme male. Una volta anche lui blocca lei, non ne può più delle sue stilettate. Poi però la sblocca quasi subito, gli pare un gesto autoritario, inutilmente violento e puerile. Ma allora perché l’ha fatto? Che stia diventando paranoico? Gaia sfugge implacabilmente alla sua fame di chiarezza come al suo bisogno di amare ed essere amato. L’inafferrabilità delle esternazioni di Gaia, pronte a rovesciarsi in breve tempo nel loro contrario, e dei suoi comportamenti, per i quali lei trova giustificazioni sempre diverse ma in sé coerenti, generano in lui un’insicurezza e una paura mai provate. Dov’è la verità? C’è qualcosa di autentico in quello che sta vivendo, o cos’è questa sensazione crescente e inquietante che sia tutto un sistema di segni adulterati? Matrix in confronto è un idillio, si dice.<br />
&nbsp;<br />
Sempre più immerso in una costante vertigine interpretativa, Alessio percepisce in Gaia un grumo di dolore irredimibile, ne è attratto e spaventato al tempo stesso, teme le sue reazioni, la respinge e la cerca. Lo stesso sembra fare lei, incapace tanto di riavvicinarlo quanto di distaccarsene. Pare lei stessa vittima dell’instabilità che mina la sua comunicazione rendendola artificiosa, sempre pronta a rideclinarsi a seconda del suo stato emotivo, sempre sul punto di svelare un’assenza di fondamento. In che modo, inizia a chiedersi Alessio, la sofferenza può influire sul linguaggio, o sul modo di relazionarsi con gli altri? E che cos’è, se non è empatia, il processo che lo sta attirando nel diabolico ordigno semantico che è il linguaggio di Gaia? Non sospettava poi di poter diventare lui stesso tanto duro con una persona che credeva di amare: quanto c’entra Gaia e quanto invece c’è di suo, di remoto e rimosso, in questa degenerazione? Che si fa ancora più estrema quando Gaia pare finalmente allontanarsi, seguendo le preghiere di Alessio: dovrebbe esserne sollevato, invece piomba in qualcosa che somiglia molto ad una crisi d’astinenza – da una droga capace di portarti in paradiso per qualche minuto, ma che per il resto ti abbandona a una pena sempre più distruttiva.<br />
&nbsp;<br />
Così le scrive ancora. Che il legame perduri come conflitto, purché non si spezzi del tutto: ogni messaggio di Gaia, per quanto incongruo, è una dose di calmante. Ma nel giro di poco la violenza è di nuovo troppa. Perché, si chiede allora Alessio in notti insonni e cupe, non riesco a lasciarla perdere? Non è solo l’astinenza, né solo la brama che ha lui di capire, di penetrare il segreto di Gaia. Il fatto è che neanche lei si distacca del tutto. Quando si risentono ha un tono pacificato, persino sereno, ad Alessio non par vero, sembrano finalmente riuscire a parlarsi e concordare una fine conciliante. Ma non dura. Quanto più lui esprime il desiderio di rivederla, tanto più il registro di lei si rifà sprezzante, sottilmente denigratorio. Così ora ad Alessio, quando è da solo, viene spesso da piangere, di un dolore che non hai mai conosciuto prima, mentre l’astinenza lo induce a cercarla di nuovo. Un giorno finalmente, dopo che Alessio ha manifestato non richiesto il suo malessere, Gaia gli lascia un messaggio vocale in cui, con voce alterata che a lui fa venire in mente Linda Blair posseduta ne L’esorcista, lo invita a “mettere in standby i suoi cazzo di sentimenti” e lasciarla in pace. Alessio sulle prime non si accorge che quello è il colpo di grazia, ma coglie finalmente un messaggio univoco, chiaro, e lo asseconda quasi senza fatica. Poco dopo cade in una prostrazione in cui si mescolano lutto e terrore. La sua vita quotidiana è compromessa.<br />
&nbsp;<br />
Qualche tempo dopo, entrato in psicoterapia, Alessio si sentirà dire di essersi imbattuto in una donna con un disturbo della personalità. Di esserne stato, per le proprie caratteristiche, una preda ideale. Di aver accolto in sé, nel momento in cui Gaia si è presentata come vittima della propria storia, il ruolo di salvatore, secondo un triangolo interpretativo ben noto agli specialisti, salvo poi suscitare in lei con il proprio slancio, non meno disfunzionale di quello con cui Gaia si è nutrita di lui all’inizio, una reazione da carnefice che lo ha trasformato in vittima. Questo tipo di persone, si sentirà dire, boicottano presto ogni relazione, soprattutto d’amore, e lo fanno guidate dalle parti scisse del Sé che si avvicendano dentro di loro – e che prendono la parola separatamente l’una dall’altra. Alessio capirà così di essersi abbandonato, per via di carenze pregresse su cui quella persona ha fatto intuitivamente leva, a una costruzione fittizia: la costruzione cangiante e provvisoria che Gaia fa e rifà in continuazione della propria esistenza per colmare una voragine affettiva che ha origini traumatiche e lontane. Sono persone “in credito col mondo”, gli spiegherà la psicologa, e il loro linguaggio è interamente al servizio di questa loro impalcatura fragilissima. Non al servizio della verità né di una menzogna in malafede, ma di una manipolazione ininterrotta di sé e dell’altro per non precipitare nel vuoto. Lo stesso vuoto in cui attirano i loro partner.<br />
&nbsp;<br />
Alessio se ne sta tirando fuori un po’ alla volta, ripensa ormai a Gaia con affetto rappezzato, e sa che d’ora in poi dovrà cercare altrove la soddisfazione dei propri desideri. E trovare anzitutto in se stesso la soluzione ai propri bisogni irrisolti. Ma la sua fiducia nel linguaggio non è più quella di prima. Per quel poco che ormai ne capisce, lui e la sua psicologa potrebbero anche sbagliarsi.</p>
<p>@fotografia di Mariasole Ariot</p>
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