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	<title>Christiaan Huygens &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La lista dei desideri di Robert Boyle: medicina e geografia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 10:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Come, ehm, certamente ricorderete da questo post di quasi quattro anni fa, l’illustre Christiaan Huygens (13 anni più vecchio di Newton), per persuadersi che il suono per propagarsi aveva bisogno dell’aria, ricorreva a “la macchina che Mr Boyle ci ha fornito, e con la quale ha fatto così tante belle esperienze.” : [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-42089" title="Robert Boyle" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Robert-Boyle-256x300.gif" alt="" width="256" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Robert-Boyle-256x300.gif 256w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Robert-Boyle.gif 299w" sizes="(max-width: 256px) 100vw, 256px" /><br />
Come, ehm, certamente ricorderete da <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/etere-3-in-hollandia-christianus-hugenius-natus-est/">questo post</a> di quasi quattro anni fa, l’illustre <strong>Christiaan Huygens</strong> (13 anni più vecchio di Newton), per persuadersi che il suono per propagarsi aveva bisogno dell’aria, ricorreva a “la macchina che Mr Boyle ci ha fornito, e con la quale ha fatto così tante belle esperienze.” : questa gli permetteva di togliere l’aria da un recipiente a tenuta e di toccare con mano, per dir meglio, con l’orecchio, che il suono non si trasmetteva in assenza d’aria.<span id="more-42088"></span><br />
Questo Mr Boyle, suo quasi coetaneo (1627-1691) fu un personaggio davvero notevole nell’Inghilterra del Seicento: a vero dire era irlandese di nascita, ma solo perché il padre, Richard Boyle primo conte di Cork, altolocato personaggio della società britannica, si era recato in Irlanda prima della nascita del figlio per certi suoi affari di terre.<br />
Mentre per quel che riguarda la sua vita e le sue opere ci si può riferire senz’altro per esempio <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Boyle">qui</a>, quel che mi interessa ricordare di lui è il suo ruolo di <em>cerniera tra antico e moderno</em>, ruolo suo del resto come anche di altri scienziati dell’epoca, primo fra tutti lo stesso Newton; mentre infatti essi avevano nella loro formazione salde radici alchemiche, furono d’altra parte iniziatori e inventori di metodi e concezioni che li rendono dei veri precursori della scienza moderna.</p>
<p>Come sempre accade nelle storie e nella storia, la memoria degli uomini è selettiva, parziale e spesso opportunistica. Nei libri di testo di fisica si ricorda di lui la <em>legge di Boyle</em>, talvolta nota come legge di Boyle-Mariotte, doppio nome dovuto a una di quelle dispute sulla priorità della scoperta che non riescono ad appassionarmi quasi mai; questa legge viene studiata persino sui testi di fisica del liceo, anche per la sua semplicità. Essa infatti recita che «in un gas &#8212; ora dovremmo dire &#8220;in un gas perfetto&#8221;, ma su ciò tornerò prossimamente &#8212; che sia mantenuto a temperatura costante, il prodotto della pressione per il volume rimane costante»: un altro modo di dirlo è che, sempre in un gas mantenuto a temperatura costante, pressione e volume sono tra loro inversamente proporzionali: raddoppiate uno e dimezza l’altra e viceversa. Legge che Boyle enunciò per la prima volta rispondendo alle obiezioni che gli andava rivolgendo un certo gesuita (Francis Line, che insegnava al collegio gesuita inglese di Liegi). Siamo nel 1660, Boyle aveva costruito appunto una “machina Boyleana”, con la quale sperimentava con l’aria rarefatta, fino a pubblicare i risultati nell’opera <em>New Experiments Physico-Mechanicall, Touching the Spring of the Air, and its Effect</em>.</p>
<p>Ma una delle cose più strabilianti di Boyle fu la sua <span style="color: #ff0000;"><em>wishlist</em></span>, la sua lista dei desideri, l’elenco delle scoperte che egli si aspettava dalla scienza del futuro: elenco per molti versi sorprendente e di notevole preveggenza. Lo trovate <a href="http://indianfoodreviews.blogspot.it/2011/04/24-wishes-of-robert-boyle.html ">qua</a>, e qui mi limito a sottolinearne qualche aspetto.<br />
Il punto 2 anzitutto, «il recupero della giovinezza, o almeno di qualche suo tipico marchio, nuovi denti, un nuovo colore dei capelli», ampiamente esaudito, si direbbe, <em>ad abundantiam</em>.<br />
Il punto 5 è più sorprendente: «Il saper curare le ferite a distanza», e si amplia nel punto 6: «curare le malattie a distanza o almeno mediante trapianto», pensate a cosa possono alludere, e a quali sviluppi futuri. Notate che la parola inglese “transplantation”, documentata dal 1601 ha esattamente il senso suggerito dalla parola italiana trapianto, e trae la sua ovvia origine dal contesto botanico.<br />
Il punto 7: «raggiungere dimensioni gigantesche», è dei pochi punti rimasti ancora inattuati, anche perché non sembra che sia nei sogni dell’uomo contemporaneo avere tali ingombranti dimensioni.<br />
E il punto 9: «accelerare la produzione di cose a partire dai semi», pure di una straordinaria modernità, in realtà se ancora non riusciamo ad accelerare veramente i processi naturali, possiamo però facilitarli facendoli avvenire in condizioni ottimali. Mentre il sogno alchemico permane e anzi si amplia assai nel punto 12: «La trasformazione di specie nei minerali, negli animali e nei vegetali», una completa trasformabilità in natura, il sogno di una padronanza totale dell’uomo sulla materia.<br />
E infine il numero 16: «un modo certo e utilizzabile per trovare le longitudini»; questo sì che era un problema cruciale per tutti i naviganti, come sanno tutti quelli che hanno letto <em>L’isola del giorno prima</em> di Umberto Eco.<br />
Proviamo a farci un’idea oggi della difficoltà a quei tempi del “problema delle longitudini”.<br />
Per sapere dove si è occorre “fare il punto”, quindi calcolare latitudine e longitudine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-42094" title="Coordinate geografiche" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Coordinate-geografiche.jpg" alt="" width="582" height="433" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Coordinate-geografiche.jpg 582w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Coordinate-geografiche-300x223.jpg 300w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></p>
<p>La latitudine è facile, basta guardare l’altezza del Sole (ammesso che appaia) a mezzogiorno, mentre per calcolare la longitudine quando sei in un posto sconosciuto e nuovo, in mezzo al mare o su qualche terra incognita, devi sapere a quante ore di distanza sei dal posto di longitudine zero, cioè ― per internazionale convenzione stipulata nel 1884 ― dal meridiano di Greenwich, e per fare questo devi avere un orologio che continui a funzionare regolarmente per giorni e settimane, il tempo del viaggio; se hai un tale orologio, che hai tenuto rigorosamente regolato sull’ora di partenza, sai a che ora è mezzogiorno a Greenwich e puoi calcolare quante ore di differenza, in più o in meno, ci sono col mezzogiorno del posto dove sei ― il quale mezzogiorno, anche qui, è osservabile se riesci a vedere il Sole nel suo punto più alto. Cioè ci vuole un orologio che duri nel tempo senza fermarsi e senza anticipare o ritardare sensibilmente, e questo era il grande problema. Ora il nostro Huygens aveva appunto inventato l’orologio a pendolo nel 1656 (Galileo era già morto da 14 anni e non aveva portato a termine alcun definito progetto  di orologio), ma è facile capire che su una nave che viaggia sulle onde un orologio a pendolo non cammina regolarmente neppure per un minuto, e questo sembrò una difficoltà insormontabile; cosa che Boyle non mancò di notare, inserendo alla sua <em>wishlist</em>, al punto 17, questo apposito desiderio: «l’uso del pendolo in mare e nei viaggi e sua applicazione agli orologi». Il che cominciò a realizzarsi con l’invenzione della sospensione cardanica, che è un altro bel capitolo di storia della scienza/tecnologia. Chi è curioso di saperne di più su questa straordinaria invenzione, nota sin dall’antichità, ma non applicata ai pendoli sulle navi, può andare a vedere <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gimbal">qui</a>.<br />
Su altri punti tornerò in seguito.<br />
[la figura qui sopra è presa da <a href="http://www.vialattea.net/eratostene/gloss/coordinategeografiche.html">qui </a>.]</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Etere 3: in Hollandia Christianus Hugenius natus est</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/etere-3-in-hollandia-christianus-hugenius-natus-est/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2008 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Christiaan Huygens]]></category>
		<category><![CDATA[etere]]></category>
		<category><![CDATA[Galileo]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[Newton]]></category>
		<category><![CDATA[Ole Rømer]]></category>
		<category><![CDATA[René Descartes]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Le prime due puntate dell&#8217;eterea vicenda le trovate qui e qui. Dopo i diafani sogni degli antichi e le speculazioni del Medioevo e del Rinascimento, ecco le riflessioni e le fantasie del secolo dei lumi, che tutto illuminava con nuovi punti di vista e con nuove prospettive. I lumi però vanno preparati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/christiaan_huygens.jpg" title="Christiaan Huygens"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/christiaan_huygens.thumbnail.jpg" alt="Christiaan Huygens" hspace="20" vspace="15" /></a></p>
<p>Le prime due puntate dell&#8217;eterea vicenda le trovate <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%e2%80%99antichita/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">qui</a>.<br />
Dopo i diafani sogni degli antichi e le speculazioni del Medioevo e del Rinascimento, ecco le riflessioni e le fantasie del secolo dei lumi, che tutto illuminava con nuovi punti di vista e con nuove prospettive.<br />
I lumi però vanno preparati e nel Seicento, l’epoca del vituperato e splendido barocco, molte acque si mossero.</p>
<p>Un po’ più seriamente che con le battute di Galileo, la questione dell’etere venne affrontata e trattata da due dei maggiori scienziati dell’era moderna, Huygens e Newton.</p>
<p>Era olandese <strong>Christiaan Huygens</strong> (talvolta Huyghens, l&#8217;Aia, 1629 – 1695), crebbe in una terra che stava diventando nazione tra mille turbolenze, tra alleanze variabili e tentativi di autonomia, il che non gli impedì di dedicarsi a studi e faccende scientifiche, scoprendo e inventando numerose interessanti applicazioni, come potete leggere ad esempio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Christiaan_Huygens">qui</a>. Divenne amico e corrispondente di Descartes, Pascal, Leibniz e Newton, ed elaborò complessivamente una propria posizione scientifica originale, più vicina al continentale cartesianesimo che alle idee che venivano d&#8217;oltre Manica.</p>
<p>Un grande mistero per gli uomini, e una grande fonte di vita e di gioia è sempre stata la luce.<span id="more-5883"></span><br />
Quella realtà dalla quale tutti gli esseri viventi (tranne forse misteriose creature che soggiornano negli abissi oceanici) traggono la possibilità di essere vivi, di evolvere, di avere un importantissimo canale (anche se non l’unico, abbiamo almeno cinque sensi) di comunicazione con il proprio ambiente nonché di dare e ricevere informazioni, nel senso più generale del termine. Noi umani non crediamo, ma in verità non sappiamo, se le querce o le antilopi si siano mai interrogate sulla natura della luce, ovvero se abbiano mai cercato di connettere il fenomeno luce con altri fenomeni naturali, perché riteniamo di essere gli unici depositari di una facoltà che chiamiamo ‘razionalità’ e che risponde al bisogno, che con l’evoluzione si è formato nella nostra mente, di incasellare in un qualche modo, che chiamiamo ordinato, tutto quanto avviene attorno a noi.</p>
<p>Insomma la luce è stata oggetto d’indagine, oltre che di meraviglia e di gioia, da tempo immemorabile. Se poi ci sono qui dei figli delle tenebre, non vadano avanti a leggere, che a loro non interessa.</p>
<p>Huygens è soprattutto noto per essere stato il primo, e sfortunato, assertore di una teoria ondulatoria della luce; teoria a quel tempo avversata e quindi offuscata sia dall&#8217;autorità teorica di Newton (che proponeva una propagazione corpuscolare: la luce consiste di piccole particelle) sia dalla sua nota e arrogante intolleranza. Teoria però che doveva poi esser riscoperta e rivalutata nei primi decenni dell&#8217;Ottocento.</p>
<p>Nel suo <em>Traité de la lumière</em>, pubblicato in francese a Leida nel 1690, ma scritto fin dal 1678 a Parigi e ivi comunicato all&#8217;Accademia delle Scienze (la data è importante perché nel 1687 esce la prima edizione dei Principia di Newton), Huygens si propone di spiegare la natura e la propagazione della luce a partire da cause di tipo meccanico.</p>
<p>Questa idea che quel che può essere spiegato, può esserlo a partire da un qualche modello meccanico, è un&#8217;ipotesi molto forte che sta alla base della filosofia scientifica di Huygens e di molti ancora dopo di lui. È il cuore del <em>meccanicismo</em>, quell’atteggiamento, che si può dire vada oltre la scienza e diventi una filosofia, che è sempre consistito, e consiste, nel ritenere che <em>tutto quanto avviene è riconducibile a movimenti di cose</em>, eventualmente piccole piccole o grandi grandi, che si muovono sotto l’azione delle varie reciproche forze. È un atteggiamento che corre spesso parallelo al determinismo e ad altri più o meno simpatici compagni di viaggio.</p>
<p>Huygens è di formazione cartesiana, come la maggioranza degli scienziati continentali dell’epoca (Cartesio, René Descartes, era morto cinquantaquattrenne a Stoccolma nel 1650, a causa della polmonite che l’esigente regina Cristina di Svezia, gli aveva causato facendolo sistematicamente uscire di casa nelle gelide albe svedesi per andare a darle lezione), anche se modifica in più occasioni le teorie di Cartesio per adattarle alle proprie necessità e sostiene proprio, in un famoso passo dell&#8217;opera citata, che chi non voglia rinunciare ad ogni speranza di capire qualcosa in fisica deve concepire la causa di tutti gli effetti naturali mediante ragionamenti di meccanica (<em>par des raisons de mechanique</em>). Nel primo capitolo del <em>Traité</em> Huygens discute a lungo della velocità della luce, supera l&#8217;ipotesi cartesiana della propagazione istantanea, da pochi anni smentita dalla misurazione di Rømer[1] e passa a discutere del meccanismo della propagazione.</p>
<p>Caratteristica della sua discussione è la continua analogia che mantiene tra la propagazione della luce e quella del suono nell&#8217;aria: questa analogia porta buoni frutti in quanto, ad esempio, convince Huygens che la propagazione della luce non può avvenire per spostamento di materia, ma per onde causate da una perturbazione che si sposta, nel tempo, da strato a strato della materia eterea, ma lo conduce anche all&#8217;errore, che impedirà una pronta accettazione della teoria, di concludere che anche le onde della luce, così come quelle del suono nell&#8217;aria, sono <em>longitudinali</em>, mentre, come poi si scoprì nella prima metà dell&#8217;Ottocento, alcune caratteristiche della propagazione della luce sono tipiche di una propagazione ondulatoria <em>trasversale</em>.[2]</p>
<p>Venendo ora alla materia che sostiene queste onde, Huygens scrive:<br />
“<em>Se ora si esamina quale può essere questa materia nella quale si estende il movimento che viene dai corpi luminosi, materia che chiamo eterea [etherée], si vedrà che non è la stessa che serve alla propagazione del suono. Poiché si trova che quest&#8217;ultima è propriamente l&#8217;aria che sentiamo e che respiriamo: e se anche la si toglie da un recipiente, non se ne toglie l&#8217;altra materia che serve alla luce. Il che può provarsi racchiudendo un corpo che suona in un recipiente di vetro, dal quale si elimina l&#8217;aria mediante la macchina che il signor Boyle ci ha fornito, e con la quale ha fatto così tante belle esperienze.</em>&#8221;</p>
<p>E, potremmo aggiungere noi, se al centro di un recipiente chiuso e trasparente poniamo una lampadina accesa, non c’è nessun procedimento che, togliendo qualcosa dal recipiente, permetta di  eliminare la visione della lampadina dall’esterno. La lampadina rimane visibile: non si riesce a togliere un ‘fluido’ che ‘trasporti’ le onde luminose che la lampadina emana e che colpiscono la nostra retina.<br />
La proposta di Huygens procede ora con i seguenti passi:<br />
<strong>i.</strong> lo spazio è pieno di particelle di etere che sono molto più piccole di quelle dell&#8217;aria;<br />
<strong>ii.</strong> queste particelle sono estremamente dure ed elastiche; (“nulla impedisce che noi valutiamo che le particelle di etere siano di un materiale tanto vicino alla durezza perfetta e di una elasticità tanto pronta quanto vogliamo ”);<br />
 <strong>iii.</strong> se si mettono in fila tante biglie dure, a contatto tra loro, un urto sulla prima delle biglie si manifesterà alla fine in uno spostamento in avanti dell&#8217;ultima (come ben sa chiunque abbia giochettato con l&#8217;attrezzo qui mostrato), restando sostanzialmente ferme tutte le altre, e questo processo non è istantaneo perché ogni biglia intermedia deve avere il tempo, piccolo quanto si vuole ma non nullo, di comprimersi e ri-espandersi elasticamente trasmettendo così la sollecitazione alla successiva;<br />
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/bigliedihuygens.JPG' title='bigliedihuygens.JPG'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/bigliedihuygens.JPG' alt='bigliedihuygens.JPG' /></a><br />
<strong>iv.</strong> la luce si propaga per l&#8217;appunto così, con urti iniziali, prodotti dai materiali emittenti sulle piccole biglie che compongono l&#8217;etere, e questi urti si trasmettono ad una velocità tanto più alta quanto più valutiamo alta la durezza e la risposta elastica di queste biglie.</p>
<p>Il tocco finale che Huygens aggiunge sulla costituzione dell&#8217;etere suona così:<br />
“<em>Dirò tuttavia, di passaggio, che si può pensare che queste particelle di etere, nonostante la loro piccolezza, siano a loro volte composte di altre parti e che la loro elasticità consista nel movimento molto rapido di una materia molto sottile che le attraversa da tutti i lati, e che costringa il loro tessuto a disporsi in maniera tale da lasciare un passaggio a questa materia fluida il più aperto e il più facile che si possa. [&#8230;] E non bisogna immaginarsi che vi sia alcunché di assurdo né di impossibile in ciò: essendo anzi del tutto credibile che proprio di questa progressione infinita di corpuscoli di differente grandezza, e con differenti gradi di velocità, la natura si serva per produrre sì tanti meravigliosi effetti.</em>”È un quadro complesso e originale quello che Huygens offre della costituzione della misteriosa “materia del cielo”. Anche sulle cause della gravità il nostro autore si spende in un tentativo di spiegazione che, invece di ricorrere ai grandi vortici cartesiani, fa uso di un numero molto grande di piccoli vortici, sempre della ‘materia celeste’, aria più etere, che circondano la Terra. Ma di questo vi parlerò quando parlerò di Newton e del codazzo di suoi seguaci fin nella medicina del Settecento.</p>
<p>[1] <strong>Ole Rømer</strong> (Arhus, 1644 – Copenhagen, 1710) fu il geniale astronomo danese che, dopo quattro anni di lavoro all&#8217;Osservatorio Reale di Parigi, peraltro proseguendo osservazioni suggerite dall’astronomo italiano Giovanni Domenico Cassini, dal 1671 direttore dell’Osservatorio di Parigi, annunciò di aver potuto spiegare gli osservati ritardi nelle occultazioni dei satelliti di Giove (i famosi ‘medicei’, scoperti da Galileo) dietro l&#8217;ombra di Giove stesso mediante l&#8217;ipotesi che la luce si propagasse nello spazio tra la Terra e Giove ad una velocità assai elevata, ma finita, che egli stimò in circa 225.000 Km/s; stima ottima, tenuto conto che fu la prima e che, rispetto al valore oggi considerato corretto di circa 300.000 Km/s, comporta un errore per difetto di appena il 25%.<br />
[2] <em>longitudinale</em> significa che l’oscillazione dell’onda avviene lungo la stessa direzione della propagazione (es.: le onde del suono nell’aria), mentre <em>trasversale</em> significa che l’oscillazione ha luogo in direzione perpendicolare alla direzione di propagazione (es.: le onde alla superficie del mare).</p>
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