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	<title>christian delorenzo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Prigioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[christian delorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Delorenzo Posso pure sorridere e scherzare con gli amici, ascoltare le persone (quasi sempre per finta), dispensare consigli e comportarmi da coglione. Posso pure convincermi di stare bene e vivere, amare con passione (e con passione odiare), essere un mare in tempesta e attirare l’attenzione. Posso persino fare capriole e strani versi, e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Delorenzo</strong></p>
<p>Posso pure sorridere e scherzare<br />
con gli amici, ascoltare le persone<br />
(quasi sempre per finta), dispensare<br />
consigli e comportarmi da coglione.</p>
<p>Posso pure convincermi di stare<br />
bene e vivere, amare con passione<br />
(e con passione odiare), essere un mare<br />
in tempesta e attirare l’attenzione.</p>
<p>Posso persino fare capriole<br />
e strani versi, e fingere di essere<br />
felice tra i miei stracci di parole.</p>
<p>Ma provo sempre quel sordo malessere<br />
che non so definire: sembra un sole<br />
di cenere nel fondo del mio essere,</p>
<p>un girasole immobile<br />
che brucia al vento delle mie preghiere<br />
nel fondo più profondo del mio essere.</p>
<p><span id="more-27307"></span></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>Lettera al padre</em></p>
<p>Una vetta sul punto di franare:<br />
tu sei questo per me. Pur nell’assenza<br />
sento ancora le tue parole amare<br />
e aguzze infrangersi sul corpo senza</p>
<p>pelle e la stretta dell’indifferenza<br />
strozzare, con la collera del mare<br />
livido, l’anima. La mia speranza<br />
vana fu che tu mi sapessi amare,</p>
<p>che udissi il mio grido sommerso, il tuono<br />
del mio silenzio. Ora il mio tormento<br />
invoca solamente il tuo perdono</p>
<p>perché quest’odio, che nel cuore sento,<br />
somiglia al volto cieco dell’amore<br />
come un figlio somiglia al genitore.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Mi sembra a volte di non esser vivo:<br />
come il bambino che si alza nel cuore<br />
del buio e non sa dire se il furtivo<br />
sonno lo avvolga ancora o se il dolore</p>
<p>del risveglio gli strisci addosso, io vivo<br />
senza sapere bene se il mio cuore<br />
batte davvero o se è solo un lascivo<br />
miraggio, un breve incubo, un rumore.</p>
<p>Forse sono il vampiro di me stesso:<br />
forse sono il mio pallido riflesso<br />
che, ribellandosi ad ogni mio gesto,</p>
<p>mi fissa col suo occhio torvo e mesto<br />
mentre consumo gli anni nello scrivere<br />
e con gioia dimentico di vivere.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Ridatemi gli occhi, per favore.<br />
Ridatemi lo sguardo che può vedere gli alberi<br />
danzare come spiriti nel cuore<br />
buio del bosco: voglio ammirare le albe</p>
<p>infrangersi sull’acqua con la lieve<br />
gravità delle foglie, le fronde disegnare<br />
sinfonie d’ombre nell’aria, e la neve<br />
posarsi sulle palpebre trasparenti del mare.</p>
<p>Il buio mi ha strappato via le iridi<br />
come il bambino stacca le zampe a una formica;<br />
la luce è sprofondata nello spirito,<br />
palude di pensieri, con la violenza d’Icaro.</p>
<p>Ridatemi gli occhi che ho perduto:<br />
ridatemi lo sguardo che non ho mai avuto.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Quando tento di dare una figura<br />
tangibile alla liquida ombra della<br />
morte, immagino che sarà una stella<br />
cadente: il buio invidioso e la scura</p>
<p>luna la strapperanno senza cura<br />
dal cielo, e poi precipiterà nella<br />
valle del mio petto. Sarà una cella<br />
senza catene né sbarre né mura,</p>
<p>ma talmente opprimente e soffocante<br />
da togliere il respiro. Sarà una<br />
flautista che, suonando un motivetto</p>
<p>ebbro di gioia all’ombra della luna,<br />
succhierà anima e vita da ogni oggetto<br />
sfiorato dal suo occhio di diamante.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>Le lucciole</em></p>
<p>Fanno danzare le fiamme nel loro<br />
grembo di luce azzurra per stregare<br />
gli occhi rapaci: sono gocce d’oro<br />
che vivono una notte, fate chiare</p>
<p>ed eteree che volano sul mondo<br />
senza lasciare impronte, tristi stelle<br />
che annegano nel cielo più profondo.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>Su una fotografia tratta da “Le premier pornographe”</em></p>
<p>Stesi sulla paglia<br />
sbiadita d’una foto, si stringono<br />
con dolcezza<br />
inconsapevole.</p>
<p>Lei<br />
ha il corpo nudo e spalancato, airone in volo,<br />
e accarezza, con la grazia di chi coglie un fiore,<br />
la virilità acerba e turgida</p>
<p>di lui,<br />
che le sfiora con timore i seni pallidi come<br />
se involontariamente<br />
le potesse fare male.</p>
<p>Senza fiatare si guardano e si amano,<br />
liberi come cani senza il collare.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Per darti almeno un suono (da invocare<br />
durante la tua assenza), frugherei,<br />
come una volpe famelica, nei<br />
rifugi delle immagini più rare.</p>
<p>Nel cuore nero della caccia, il mare<br />
delle tue larghe pupille e i tuoi nèi,<br />
lucciole d’ambra, sarebbero i miei<br />
fari, i miei fuochi fatui tra ombre amare.</p>
<p>Scoperta poi la terra del tuo nome,<br />
farei sgorgare dal suo inchiostro il fiore<br />
di un mondo nuovo, un albero lucente.</p>
<p>Eppur  non saprei come… non so come<br />
dire (come dirti?) semplicemente<br />
che io ti amo e che tu sei l’amore.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>Epitaffio (o al lettore postmoderno)</em></p>
<p>Non so che cosa ho detto fino ad ora:<br />
un demone sfuggente e multiforme<br />
ha usato la mia voce e mi ha strappato<br />
l’anima con l’ingenua crudeltà</p>
<p>di un bimbo che, per gioco o per scoperta,<br />
stacca ridendo le ali a una farfalla.<br />
D’altro canto, anche se io lo sapessi,<br />
tu, ipocrita lettore, vi potresti</p>
<p>ravvisare un’infinità di sensi.<br />
Perché dunque, mi chiedo, andare oltre?<br />
Depongo qui la penna, spada stanca</p>
<p>di lottare con le parole. Lascio<br />
l’onore a te d’immaginare ciò<br />
che la tua lingua non saprà mai dire.</p>
<p>*</p>
<p><small>Christian Delorenzo è nato il 14 novembre 1982 a Genova. Attualmente iscritto al terzo anno del dottorato DESE in Letterature europee (Università di Bologna), sta svolgendo un periodo formativo presso la redazione di Rizzoli Saggistica.<br />
&#8220;I sonetti sono tratti da una raccolta iniziata nel 2008 e non ancora conclusa, il cui titolo è <em>Prigioni</em>. Il sonetto non è considerato come una norma chiusa, ma come una forma plastica che può assumere svariati aspetti (dalle strutture tradizionali all&#8217;assenza di rime, dai versi liberi alla prosa). Ho da poco finito un romanzo-prosimetro (<em>Amare ombre</em>) e traduco in versi dal francese e dall&#8217;inglese.&#8221;</small></p>
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