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	<title>Christopher Nolan &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Itaca: il viaggio più comprato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 05:00:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Sara Beltrame </strong> <br /> Non ho fatto vacanze nemmeno quest’anno, perché la precarietà rende la vita degna di essere vissuta sul momento. È questo che insegna, senza il bisogno di nessun libro di auto-aiuto. Ho imparato a non programmare, a cancellare il futuro come tempo verbale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-122206" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Schermata-2026-08-28-alle-10.52.57.png" alt="" width="521" height="389" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Schermata-2026-08-28-alle-10.52.57.png 641w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Schermata-2026-08-28-alle-10.52.57-300x224.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Schermata-2026-08-28-alle-10.52.57-562x420.png 562w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Schermata-2026-08-28-alle-10.52.57-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Schermata-2026-08-28-alle-10.52.57-150x112.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Schermata-2026-08-28-alle-10.52.57-265x198.png 265w" sizes="(max-width: 521px) 100vw, 521px" /></p>
<p>di <strong>Sara Beltrame</strong></p>
<p>Entro nel centro commerciale.<br />
Sono più di centomila metri quadrati di negozi, ristoranti e l’unico cinema Imax di Barcellona. Il centro è semivuoto: sono arrivata con cinquanta minuti d’anticipo sulla proiezione di <em>Odissea</em>, che durerà circa tre ore.<br />
È agosto. Dieci di mattina.<br />
Non ho fatto vacanze nemmeno quest’anno, perché la precarietà rende la vita degna di essere vissuta sul momento. È questo che insegna, senza il bisogno di nessun libro di auto-aiuto. Ho imparato a non programmare, a cancellare il futuro come tempo verbale — anche quello prossimo — e a realizzare sogni cari come il prezzo di un biglietto al cinema. Sono quasi tentata di mettermi in fila per portarmi in sala un cartone di popcorn burrosi e affondarci le dita dentro. Ma quel piacere lo riservo per le grandi occasioni, e sempre condivise. Sono io ad aver scelto di vivere così. All’inizio è stata una questione di istinto: a ventitré anni ho dovuto per forza cominciare a mantenermi da sola. Ora la mia libertà è un esercizio quotidiano.<br />
A fine proiezione, il centro commerciale brulica di gente.<br />
L’aria condizionata lo trasforma in un rifugio climatico che non ripara dalla ruota del consumismo.<br />
L’attacco di panico arriva subito.<br />
Non riesco a respirare, e se respiro solo col naso mi entra l’odore del fritto, della carne che sfrigola sulla piastra. L’odore si lega di colpo al rumore delle bocche che lavorano per ridurre a poltiglia quel cibo zeppo d’olio, che presto abiterà pance già gonfie di bibite zuccherate e gasate. Le “Sirene” cantano dagli altoparlanti tra un negozio e l’altro: compra, consuma, non crescere mai, resta.<br />
Il centro commerciale mi decentralizza.<br />
Perdo la strada per la via d’uscita.<br />
Non ho una mappa, sono in balìa di una corrente che tra poco diventerà uragano — lo so, riconosco quello che mi sta succedendo. Non riesco a pensare, allora cerco un pittogramma, mi aggrappo a un segnale. Al limite dell’angoscia, spingo con tutte e due le mani la barra rossa della porta a vetri ed esco.<br />
Anche se non ci sono, le cicale io le sento.<br />
Le sento perché so che in fondo allo stradone c’è la pineta e poi, e poi c’è il mare. Il mio cervello trasforma i colori in suoni. Lo fa spesso.<br />
In realtà tutto è silenzio.<br />
I grattacieli si stagliano in aria e crepitano sotto il sole.<br />
Niente più.<br />
Non ho idea di dove io sia finita, di come prendere il bus per tornare a casa.<br />
Se avessi avuto il costume mi sarei guadagnata lo spazio per buttarmi in acqua, invece di rinchiudermi nella mia isola di cinquantadue metri quadrati, a cinquanta minuti di distanza. Ma tant’è. Devo mettermi in viaggio per tornare a casa. Devo farlo il prima possibile.</p>
<p>Era meglio quando l’<em>Odissea</em> me la raccontava mio padre, con le sue sembianze da vichingo: occhi azzurri, capelli biondi, barba folta e chiara. Mani forti. Pescatore, navigatore, avventuriero, di mestiere faceva il ginecologo. Spesso partoriva storie. È sempre stato Ulisse; mia madre è sempre stata Penelope. Tanto che, a casa, c’era un grande quadro disegnato da lei con dentro la poesia <em>Itaca</em>, trascritta a mano, con l’inchiostro di una boccetta.<br />
Una poesia di Costantinos Kavafis (la incollo più sotto).<br />
Lui Ulisse, lei Penelope. A un certo punto lei si compra anche un telaio di legno enorme, lo installa in una stanza e non so dire se lo fa prima o dopo aver trascritto il testo di Kavafis. Per armarlo ci mette dai tre ai sette giorni. La parte più lenta non è tessere, è vestirlo filo per filo, annodando l’ordito ai subbi. Ogni tanto parlano di quando lui andrà in pensione e si godranno insieme la vita che rimane. Non manca molto.<br />
Ma proprio mentre lui sta per mettere piede nella sua Itaca, muore.<br />
Ulisse lavora dentro al sistema, a casa non torna più.<br />
Tribola per un’esistenza intera.<br />
E quando riattracca, dopo vent’anni, è vecchio e stanco: ha perso quasi tutta l’infanzia di suo figlio e molto di quello che avrebbe potuto essere con sua moglie.<br />
A ben guardare, la guerra di Troia dura dieci anni, e il ritorno altri dieci. Vent’anni: il tempo esatto in cui un neonato diventa un uomo. Telemaco cresce senza padre, cercando per tutta l’infanzia e l’adolescenza un uomo che è soltanto un canto sulla bocca degli aedi. Quando Ulisse riattracca a Itaca, a riconoscerlo sono il suo cane e una vecchia serva.<br />
Argo ed Euriclea: i due esseri che lo hanno conosciuto con il corpo, non con il nome. Argo lo fiuta d’istinto. Non ha dimenticato né il suo odore né la sua andatura. Muore nell’attimo esatto in cui lo vede. Euriclea lo ritrova al tatto, sfiorando con le dita la cicatrice sulla coscia, la carne che aveva lavato quand’era bambino.<br />
Nessuno dei due ha bisogno di farsi dire chi è: lo sanno perché lo hanno accudito e perché quello è un uomo, non un eroe.<br />
Così il legame di sangue, che dovrebbe essere il più naturale, è l’unico che non funziona attraverso la presenza. Perché quel corpo Telemaco non l’ha mai conosciuto e di suo padre ha soltanto un nome e un’assenza. Il figlio, l’erede, riceve la funzione del padre, ma con il padre-persona deve ricostruire tutto da zero.<br />
Il vero costo del viaggio non è tornare vecchi e stanchi: è tornare irriconoscibili anche agli occhi di quelli per cui siamo partiti.<br />
C’è un libro del duo di Tlon, i filosofi Andrea Colamedici e Maura Gancitano, che porta esattamente questa domanda per titolo: <em>Ma chi me lo fa fare?</em> Il loro lavoro ruota da anni intorno a questa crepa. In quel saggio smontano quello che chiamano l’«incantesimo» del lavoro: l’idea, venduta come naturale, che dobbiamo amare ciò che facciamo, identificarci con la nostra occupazione, restare performanti, appassionati persino in vacanza. È l’incantesimo che ha trasformato la fatica in vocazione e la stanchezza in colpa.<br />
A me sembra che Ulisse ne sia l’antenato mitico perché non sa più immaginarsi se non in viaggio, se non all’opera.<br />
E poi c’è Penelope.<br />
In questa storia l’uomo perde la vita per lavoro, ma la donna la perde per attesa.<br />
Penelope resta.<br />
Tesse di giorno e disfa di notte, per vent’anni, un lavoro che non finisce mai e che nessuno conta come lavoro. Tiene in piedi la casa, cresce il figlio da sola, respinge i pretendenti, amministra un’isola intera e la tradizione la premia chiamandola «fedele», come se la sua unica virtù fosse stata saper aspettare «bene».<br />
Lui è produttivo e assente, lei paziente e invisibile. Il tempo di lui è pieno di avventure che diventeranno racconto mitico. Il tempo di lei è vuoto per definizione: è di servizio e di cura.<br />
Di sospensione.<br />
È lo stesso patto, diviso in due.<br />
Anche i miei l’hanno firmato.<br />
Che altro potevano fare?<br />
Mio padre partito e mai tornato davvero; mia madre al telaio a tessere un’attesa che non ha avuto nemmeno il premio del ritorno. I figli cresciuti lì in mezzo.<br />
Eppure quella poesia — che mia madre ha trascritto a mano — apparentemente dice l’esatto contrario: augurati che la strada sia lunga, perché è il viaggio a renderti ricco. L’Itaca del poeta però è un luogo senza nessuno ad aspettare.<br />
Mentre il viaggiatore di Kavafis diventa saggio, che cosa succede a chi resta?<br />
Ho pianto in silenzio davanti a <em>Odissea</em>, ad agosto. Per gli Ulisse, le Penelope, i Telemaco e gli Argo che hanno già perso tutto.<br />
E per il sospetto — netto come il sole sulla testa — che questo viaggio, nonostante non l’abbia scelto nessuno, continui a essere il più comprato.</p>
<p>____</p>
<p>ITACA<br />
Costantinos Kavafis, 1911<br />
Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi<br />
Da “Costantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968</p>
<p>Quando ti metterai in viaggio per Itaca<br />
devi augurarti che la strada sia lunga,<br />
fertile in avventure e in esperienze.<br />
I Lestrigoni e i Ciclopi<br />
o la furia di Nettuno non temere,<br />
non sarà questo il genere d’incontri<br />
se il pensiero resta alto e un sentimento<br />
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.<br />
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo<br />
né nell’irato Nettuno incapperai<br />
se non li porti dentro<br />
se l’anima non te li mette contro.<br />
Devi augurarti che la strada sia lunga.<br />
Che i mattini d’estate siano tanti<br />
quando nei porti<br />
finalmente, e con che gioia<br />
toccherai terra tu per la prima volta:<br />
negli empori fenici indugia e acquista<br />
madreperle coralli ebano e ambre<br />
tutta merce fina, anche profumi<br />
penetranti d’ogni sorta, più profumi<br />
inebrianti che puoi,<br />
va in molte città egizie<br />
impara una quantità di cose dai dotti.<br />
Sempre devi avere in mente Itaca –<br />
raggiungerla sia il pensiero costante.<br />
Soprattutto, non affrettare il viaggio;<br />
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio<br />
metta piede sull’isola, tu, ricco<br />
dei tesori accumulati per strada<br />
senza aspettarti ricchezze da Itaca.<br />
Itaca ti ha dato il bel viaggio,<br />
senza di lei mai ti saresti messo<br />
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?<br />
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.<br />
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso<br />
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il mito dell&#8217;uomo. &#8220;The Odyssey&#8221; di Christopher Nolan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 12:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Nolan]]></category>
		<category><![CDATA[iliade]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[The Odyssey]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Marco Viscardi</b> <br />L'<em>Iliade</em> è l’epica in purezza, l’<em>Odissea</em> canta anche le nostre meschinità, le piccole furberie e i compromessi. È il primo capolavoro della crisi che alterna momenti colossali a inquietudini dell’anima. E questo nel film di Nolan si vede perfettamente. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
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<figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="640" height="426" class="wp-image-121759 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/the-odyssey.jpg" alt="" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/the-odyssey.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/the-odyssey-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/the-odyssey-631x420.jpg 631w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/the-odyssey-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" />
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</figure>
</div>



<p class="has-text-align-center" style="text-align: center;">di <strong>Marco Viscardi</strong></p>



<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>The Odyssey</b></i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: large;"><b> di Christopher Nolan </b></span></span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Devo confessare che ho sempre preferito l’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Iliade </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">all’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Odissea.</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> L’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Iliade </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">è l’alterità per eccellenza, viene da un mondo in cui non esiste scrittura e quindi non può esistere intreccio. Viene dal mondo delle nazioni e delle genealogie, degli eroi che si odiano e disprezzano senza sminuirsi, anzi è vanto avere un avversario che condivide l’altezza culturale e tecnologica della società greca. L’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Odissea</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> è individuale, struggente, ben costruita. L’epica sta cedendo il posto alla tragedia, al conflitto, alla voce oscura del fato. L’altro da Ulisse è sempre primordiale e primitivo, ma inferiore. I Ciclopi erano i signori della terra, le sirene quelle del canto e dell’aria, ninfe e maghe dominano spazi alti, ma nessuno sopravvive davvero al passaggio d’Ulisse e della sua lingua oramai unica. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">La distanza fra l’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Iliade </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">e l’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Odissea </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">mi sembra incredibilmente maggiore di quella che separa noi dall’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Odissea</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, dove ci sono, magnificamente variati, tutti i luoghi comuni che studiamo alle medie: il viaggio dell’eroe, l’analessi e la prolessi, il punto di vista etc etc. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Soprattutto nell’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Iliade </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">c’è un senso della vita che mi pare non sia presente in nessuna opera della letteratura occidentale. La vita biologica, terrena, immanente, disperante è la sola cosa che conti, il solo fondamento della morale, l’unico lampo concesso agli uomini e agli eroi. Quando una vita finisce, finisce il mondo. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Mi colpisce sempre l’apparizione di Ilioneo, nel libro XIV. Ilioneo – a cui è dedicata una strada a due passi da dove abito – appare nell’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Iliade </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">solo per essere ucciso da Peneleo. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">«Peneleo estrasse la spada acuta e lo colpì al collo tagliando via la testa insieme con l’elmo; era ancora infissa nell’occhio la lancia pesante, ed egli la sollevò come un papavero e rivolto ai Troiani trionfante gridò: “Dite da parte mia, Troiani, al padre e alla madre del nobile Ilioneo di piangerlo nella loro casa; neanche la sposa di Promaco figlio di Alegenore avrà la gioia di rivedere il suo sposo, il giorno in cui noi, figli degli Achei, sulle navi faremo ritorno da Troia”. Disse così, e tutti furono colti da un tremito e si guardarono intorno cercando dove sfuggire l’abisso di morte». Cito la bellissima traduzione di Maria Grazia Ciani. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Peneleo uccide il nemico e ne raccomanda esequie degne. L’angoscia davanti a quel giovane corpo è paralizzante. La morte è sempre necessaria, qui c’è della pietà, più spesso i corpi che cadono fanno rumore. Tornano alla terra protestando di perdere la sola cosa che conti. La morte è davvero la fine di tutto. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">L’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Iliade </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">è l’epica in purezza, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>l’Odissea </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">canta anche le nostre meschinità, le piccole furberie e i compromessi. È il primo capolavoro della crisi che alterna momenti colossali a inquietudini dell’anima. E questo nel film di Nolan si vede perfettamente. </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>The Odyssey</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> racconta la sparizione di una civiltà ad opera di una generazione maledetta. Per tutto il film si avverte l’angoscia di un pericolo esterno e imminente, ma per tutto il film ci siamo dentro. Quel pericolo è già nel canto dell’aedo che apre queste magnifiche tre ore di visione, è già nei comportamenti delle donne e degli uomini. Mai il mondo era stato così bello e non lo sarà mai più. Il mare aperto porta la minaccia. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Com’è stato notato da molti, Nolan racconta un mondo senza dèi. Telemaco li cerca continuamente negli occhi delle persone che incontra. Ha ancora l’ostinazione infantile di credere alla magia del mondo, mentre tutto crolla. Gli dèi possono essere solo il rimorso e il rimosso. I padri lontani, i fondamenti di una legge morale che nella pratica diventa convenzione e sopruso. Atena è un fantasma di Ulisse. Ulisse deve fare i conti con la possibilità di non voler tornare. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Ma il mondo disabitato dagli dèi è un mondo popolato di creature. Nolan qui reinventa l’immaginario. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>The Odyssey</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> ci fa vedere per il prima volta una storia che abbiamo interiorizzato e assorbito fin dall’infanzia. Tutto è noto e tutto è nuovo. Il nostro orizzonte d’attesa sul mondo omerico si è spostato. Le nuove rappresentazioni di Polifemo non potranno accontentarsi dell’allucinazione di un volto di un mascherone elaborato dalle IA con la deformazione di un unico occhio. Il Polifemo di Nolan è una creatura baconiana, è il sovrano di un mondo di capre, è la creatura possente raffigurata nei momenti dell’orrore e della caduta. La magia di Circe non è l’incanto ariostesco, ma intervento fisico, tattile quasi faticoso. L’ibridazione è insostenibile e il mondo di questa donna isolata da tutti è quello dell’allucinazione narcisista. Della paranoia che si difende dalle proprie paure, appropriandosi della vita incontrollabile degli altri e imprigionandola nel corpo di stupefatti animali. Calipso non è una ninfa, ma una vera donna, le sirene sono un’ombra. Nolan ha riscritto ancora una volta il paradigma e tutto quello che c’era prima non può più appassionarci. Al massimo ci farà la tenerezza dei vecchi Batman e Robin dei telefilm americani che si arrampicano sulle grondaie dei palazzi, col Joker scioccherello, la Catwoman maliarda e il Pinguino da Grand Guignol </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Non si svolge esattamente come lo descrive Omero ma conta poco, anche perché se si vuole conoscere Omero, basta leggerlo o magari farselo leggere. Fra i morti, Ulisse incontra Agamennone ucciso da Clitemnestra, in attesa della vendetta di Oreste. L’epica è già crollata nella tragedia. L’incanto collettivo del rapsodo è il suono di un’età superata, ora il conflitto è rappresentato da uomini in maschera in cerca di catarsi. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">L’</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Odissea </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">è l’epica degli uomini, l’epica che viene trascinata dal gorgo della tragedia, del conflitto che lascia cicatrici nell’animo delle persone. Cicatrici come quella che permette all’anziana Euriclea, prima fra tutti a Itaca, di ritrovare nel lacero mendicante senza nome, l’eroe del ritorno. </span></p>



<p><span style="font-family: Garamond, serif;">Anche se la prima creatura a riconoscere Ulisse è il cane Argo, abbandonato da tutti, sopra il letame dei muli e dei buoi. Lui che «nel folto della foresta profonda» non lasciava sfuggire una preda al suo inseguimento perché «era esperto nel fiutare le tracce», giace ora dimenticato. Il guardiano dei porci Eumeo, il fedele servitore che senza saperlo accompagna Ulisse nella sua reggia, commenta: «Metà del suo valore toglie all’uomo Zeus, signore del tuono, quando schiavo lo rende». E sembra che in questa considerazione unisca l’umano e l’animale, entrambi sottomessi a un fato grande, opprimente e oscuro. </span></p>


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<br /><br />]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Purgatorio / Dynamo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/24/purgatorio-dynamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 05:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Antonin Artaud]]></category>
		<category><![CDATA[arti poetiche]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Nolan]]></category>
		<category><![CDATA[container]]></category>
		<category><![CDATA[daniele poletti]]></category>
		<category><![CDATA[Dunkerque]]></category>
		<category><![CDATA[Patrick Beurard-Valdoye]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Patrick Beurard-Valdoye</strong><br /> Traduzione, presentazione e note di Andrea Inglese. Estratto da "Lamenta des murs" (Lamenta dei muri), ossia l’ottavo volume del Ciclo degli esili, la cui pubblicazione è prevista per il 2023 presso Flammarion.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[È da poco uscito il nuovo numero della rivista <a href="http://www.diaforia.org/diaforiablog/2022/10/05/container-b-osservatorio-intermodale/">&#8220;CONTAINER: osservatorio intermediale&#8221;</a>, prodotta da Daniele Poletti e Diaforia edizioni. Un materiale ricchissimo in 84 pagine. Per ordinarla, scrivere a:<a href="mailto:info@diaforia.org" target="_blank" rel="noopener">info@diaforia.org</a>. Di seguito il mio contributo. a. i. ]</p>
<p><span style="background-color: #ffffff; color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Patrick Beurard-Valdoye</strong></p>
<p><em> </em>Traduzione, note e presentazione di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Presento qui la traduzione di un testo di Patrick Beurard-Valdoye « Purgatorio / Dynamo », apparso sul sito Remue.net. È un estratto da <em>Lamenta des murs </em>(Lamenta dei muri), ossia l’ottavo volume del <em>Ciclo degli esili</em>, la cui pubblicazione è prevista per il 2023 presso Flammarion. Beurard-Valdoye ha realizzato a oggi, nell’ambito delle poesia contemporanea francese, un’opera impressionante per mole, coerenza, e ricerca formale.</p>
<p>Il “ciclo degli esili” tratta dell’Europa come luogo di persecuzioni e traumi collettivi e, nello stesso tempo, d’irriducibile molteplicità di culture e popolazioni. L’opera poetica di Beurard-Valdoye si è cristallizzata intorno a grandi snodi storici, di cui esplora parallelismi, intersezioni, coincidenze, che sempre fanno emergere, nel corso di eventi maggiori, destini particolarissimi, vicende individuali, in grado di pulsare con estrema forza e nettezza anche nel marasma generale. Nel testo che presentiamo, l’elaborazione poetica emerge alla confluenza di quattro linee “testimoniali”. Vi è una linea biografica, familiare, rappresentata dall’esperienza del padre soldato; vi è una linea storico-documentaria, che riguarda le diverse testimonianze sulla battaglia di Dunkerque, particolarmente cruciale nelle prime fasi della Seconda Guerra Mondiale; vi è l’interpretazione cinematografica dell’evento, realizzata nel 2017 da uno dei maggiori registi contemporanei, Christopher Nolan, con <em>Dunkirk</em>; vi è infine la vicenda dell’internato Antonin Artaud che, nella Francia occupata dai nazisti, si rapporta agli eventi e ai personaggi politici secondo il suo punto di vista allucinato e delirante. Per Beurard-Valdoye la scrittura poetica non si pone agli antipodi delle forme narrative o storico-documentarie, ma le ripercorre a contropelo, inserendosi nei molteplici interstizi, riempiendo le lacune o, come è stato scritto, costituendo “la memoria insonne delle pagine bianche della storia”.</p>
<p>Concludo questa brevissima nota con uno stralcio tratto da un’intervista apparsa sul sito <em>Poezibao </em>il 7 ottobre 2010. Qui l’autore ci parla delle diverse dimensioni dell’azione poetica, che egli unifica sotto il concetto di “arti poetiche”, concetto che dovrebbe interessare i lettori di una rivista <em>Container</em>, che si propone un approccio della letteratura e dei suoi margini all’insegna della <em>complessità</em>.</p>
<p>«All’origine dei miei libri, c’è un progetto. Ed è il progetto che determina in seguito la forma letteraria, e non l’inverso. Si costruisce allora qualcosa che definisco dispositivo. Tutte le forme – o tutti i media – possono essere esplorate se contribuiscono a elaborare il progetto: il testo poetico in versi, il testo poetico in prosa ritmica, la poesia visiva, la poesia-lista – che chiamo “teorie” –, la prosa documentaria, così come qualsiasi forma da inventare se nessuna delle precedenti è adeguata. Il “narrato” (<em>le narré</em>) è una di queste, mi sembra. A ciò si aggiunge il dispositivo della performance (io preferisco parlare di “recital”), che agisce o reagisce sulla scrittura. Questo insieme è ciò che chiamo “arti poetiche”. Respingo, ben inteso, come un certo numero di colleghi, l’abituale e retrograda classificazioni in generi letterari, che è l’espressione di una volontà mercantile. Mi sorprende sempre osservare come i nostri predecessori continuino a stabilire un segno d’equivalenza tra poesia e verso. Li considero leggermente in malafede. È vero che quasi tutti non si definiscono poeti ma: scrittori. Parola che non significa in fondo più niente. Chi non è scrittore? Cosa abbiamo da spartire con i nostri ministri, i nostri presidenti o i nostri amministratori di beni, che sono – loro soprattutto – scrittori.”</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: right;"><em>Follia, &#8230; distruggimi, affinché possa dimenticare che esisto, affinché cessi di essere</em></p>
<p style="text-align: right;">GUSTAV MAHLER [in margine alla partizione della Sinfonia n° 10]</p>
<p>1</p>
<p>flutti rabbiosi cimitero mobile</p>
<p>stiva inondata in balia degli affondamenti</p>
<p>brodogorgo bistro basso ostinato</p>
<p>enorme bara gremita</p>
<p>lo schiacciafondo dietro la faccia del mare</p>
<p>la cattura nel maestrale della storia</p>
<p>respirate infatti primariamente</p>
<p>massa che siete di poveri pazzi squassati</p>
<p>dividete e conservate i soffi</p>
<p>ingabbiati – non è più il momento</p>
<p>di rubare branchie durante la caduta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>qualcosa come un tic tac d’orologio</p>
<p>il tempo è troppo maschile</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>qualche disperato s’arrampica</p>
<p>sul relitto del <em>Nova Scotia</em></p>
<p>non trova che immagini indelebili</p>
<p>finiscono ma finiscono su fisarmonica</p>
<p>e sax fanno danzare il drappello</p>
<p>si frastornano vento soffia Manica</p>
<p>smembrata in suoni di conchiglia</p>
<p>un sergente voltafacciando balza</p>
<p>pistola in pugno per freddare</p>
<p>i suonatori di fiati</p>
<p>non colpisce chiunque un’onda</p>
<p>furiosa agguanta l’ossesso</p>
<p>tutti storditi una faccia requiem</p>
<p>per quale demenza seppelliscono il peggio</p>
<p>ne sono davvero scampati?</p>
<p>*</p>
<p>2</p>
<p>al campo dei superstiti di Dunkerque</p>
<p>i Francesi seduti in gruppo nel mezzo</p>
<p>gli Inglesi gli stanno attorno in piedi</p>
<p>tutti avviliti davanti alla radio</p>
<p><em>ARMISTIZIO CON ONORE</em></p>
<p>si mettono a scalpitare sul posto</p>
<p>a battere i piedi a singhiozzare</p>
<p>poltiglia folle di tristezze</p>
<p>gli Inglesi si sono ritirati</p>
<p>il terreno non è di sabbia e l’arca</p>
<p>d’alleanza ha fallito</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per la replica</p>
<p>bisogna rilavorare il discorso</p>
<p>della tigre shakespeariana</p>
<p>rifinire la traduzione migliorare</p>
<p>la sua resa in bocca volgere di nuovo</p>
<p>rimestare tutta la chiacchiera</p>
<p>senza scoppi di pianto</p>
<p>prima dell’uscita dallo studio</p>
<p><em>FRANCESI SONO IO CHURCHILL</em></p>
<p><em>CHE VI PARLO</em></p>
<p>Michel Saint-Denis alias Duchesne</p>
<p>L’ex-Dynamo è al timone della parola</p>
<p><em>NOI ATTENDIAMO L’INVASIONE</em></p>
<p><em>I PESCI PURE</em></p>
<p>*</p>
<p>3</p>
<p>i superstiti muti del <em>Dynamo</em> tra i quali</p>
<p>mio padre avrebbero apprezzato che</p>
<p>su grande schermo il nemico fosse</p>
<p>senza volto senza la forza</p>
<p>vuota del proprio campo di morte</p>
<p>o alla maniera di un resoconto di missione</p>
<p>restava il nemico innominato</p>
<p>trattato da bandito nei collegamenti tra <em>Spitfire</em></p>
<p>la vita si era abbassata d’una tacca</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non avrebbero sopravvissuto a <em>Dunkirk</em></p>
<p>alta definizione che risveglia l’olfatto</p>
<p>di un’epopea inodore</p>
<p>e poiché lo spettacolo costruito stava in piedi</p>
<p>i loro nervi avrebbero ceduto</p>
<p>erano necessari questi eroi sepolti</p>
<p>a una profondità di sei piedi</p>
<p>nel terriccio del loro cimitero</p>
<p>nella sabbia fine delle bray-dunes</p>
<p>nel ferro ossidato dei relitti inghiottiti</p>
<p>senza tic tac d’orologio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nella necropoli sotto le stele</p>
<p>lasciati in pace con la loro identità</p>
<p>di tipi-rattrappiti cucita addosso</p>
<p>una scritta schiaffata</p>
<p>in faccia al passante</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fate respirare queste pietre parlanti</p>
<p>questi betili armati in cemento soffiante</p>
<p>e quel che dei resti è restato</p>
<p>nei limiti dell’incerto</p>
<p>presunto ISOLA soldato maggio-giugno 1940</p>
<p>presunto PASCALE Jules soldato 1-6-1940</p>
<p>ignoto Spagnolo 2-6-1940</p>
<p>ignoto maresciallo d’alloggio o sergente maggio-giugno 1940</p>
<p>presunto MAZZA Joseph secondo artigliere 35° R. A. D. 29-5 / 3-6-1940</p>
<p>ignoto fuciliere deceduto il 02-06-1940 a Bray-Dunes</p>
<p>ignoto allievo marinaio maggio-giugno 1940</p>
<p>ignoto soldato tra il 30-5 e il 3-6-1940</p>
<p>ignoto fuciliere algerino maggio-giugno 1940</p>
<p>ignoto L. G. soldato 7° R. I. giugno 1940</p>
<p>presunto ANGUS A marinaio 29-5 / 3-6-1940</p>
<p>ignoto soldato S. D. T. M. 29-5 / 1-6-1940</p>
<p>BOUZEGHTA BONDJENA detto AMMAR soldato presunto 23-6-1940</p>
<p>presunto GAILLARD Marc soldato 137° R. I. 27-5-1940</p>
<p>presunto SAUMAR soldato 121° R. A. maggio-giugno 1940</p>
<p>ignoto presunto capoguardia giugno 1940</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tutti “poveri cristi”, evidentemente!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scovate allora anche il patronimico dei piloti</p>
<p>tedeschi dei 180 aerei abbattuti</p>
<p>helios! helios! segno-nel-cielo</p>
<p>le truppe – l’occhio alle virgole</p>
<p>nell’azzurro – si rallegrano</p>
<p>ma solo la prima volta dice Saint-Denis</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>quanto alla R.A.F. e ai suoi planes</p>
<p>costruiti in segreto</p>
<p>i dirigenti inglesi non ne conoscevano</p>
<p>– neppure il Re – i piani</p>
<p>e questo silenzio dava slancio</p>
<p>e una speciale confidenza ai fighters</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l’internato Antonin Artaud per altro</p>
<p>voleva mettere L’Avallo-dei-Tedeschi</p>
<p>sulla via grazie a uno schema uno dei suoi</p>
<p>scarabocchi d’iniziato soltanto un po’ folle</p>
<p><em>IL PRINCIPIO È STATO TRASFERITO AD UN PUNTO</em></p>
<p><em>MOLTO PIÙ OCCULTO DEL CIELO</em></p>
<p><em> *</em></p>
<p>4</p>
<p>della traversata Artaud parla a Prevel</p>
<p>il reale in viaggio</p>
<p>da Dunkerque a Vera Cruz</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ma la memoria fa brutti scherzi</p>
<p>il vero fluttua si</p>
<p>presenta fibra per fibra</p>
<p>cianciando nel vivo</p>
<p>per Artaud non si dà purgatorio</p>
<p>solamente inferni e limbi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>lui non è a Dunkerque</p>
<p>se da Anvers spedisce carezze alla madre</p>
<p>nell’attesa dell’<em>Albertville</em></p>
<p>che ha forme imponenti – scrive –</p>
<p>massiccio tozzo e fornito</p>
<p>d’un alto e ampio fumaiolo</p>
<p>in quanto ha molta importanza</p>
<p>per Artaud il fumaiolo dei piroscafi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>lo spettro del troppo-tardi sempre incombente</p>
<p>l<em>’Albertville</em>  è requisito</p>
<p>per evacuare le truppe da Dunkerque</p>
<p>armato di due mitragliatrici</p>
<p>con munizioni scadute e due</p>
<p>cannoni 75 mm della guerra</p>
<p>precedente che gli artiglieri</p>
<p>trovano assai imprudente utilizzare</p>
<p>questo il materiale d’altronde il fucile Berthier</p>
<p>di mio padre era privo di munizioni</p>
<p>e le cinque cartucce disgraziate</p>
<p>distribuite ai compagni facevano</p>
<p>sempre cilecca – la Battaglia di Dunkerque</p>
<p>era anche questo e i singhiozzi di mio padre</p>
<p>lingua rasoterra trombetta da fantoccio</p>
<p>*</p>
<p><strong>Note al testo</strong></p>
<p>“Dynamo” è l’operazione di ritirata strategica realizzata dalle truppe alleate francesi e inglesi, bloccate al nord dall’avanzata rapida e irresistibile delle truppe naziste. L’operazione si svolse sulla spiaggia di Dunkerque tra il 26 maggio e il 4 giugno del 1940. In una situazione estremamente difficile, le navi alleate riuscirono a portare in salvo in Gran Bretagna circa 338.000 soldati, di cui 115.000 francesi. In cielo si affrontarono senza sosta gli aerei della RAF e quello della Luftwaffe.<sup>. </sup></p>
<p>La “tigre shakespeariana” è Churchill che prepara, assieme a Michel Saint-Denis, una versione in francese del suo discorso diffuso dopo l’armistizio tra Francia e Germania (22 giugno 1940). Michel Saint-Denis, attore e drammaturgo francese, attivo a Londra dal 1935, durante la Seconda Guerra Mondiale dirige Radio Londra sotto lo pseudonimo di Jacques Duchesne.</p>
<p><em>Dunkirk</em> è il film di Christopher Nolan uscito nelle sale nel 2017.</p>
<p>“L’Avallo-dei-Tedeschi” si riferisce a Pierre Laval, ministro del regime di Vichy, a cui si rivolge Artaud in una delle sue lettere. Quest’ultimo è internato tra il 1938 e il 1942 nell’ospedale di Ville-Evrard, vicino a Neuilly-sur-Marne.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: right;"><em>Folie &#8230; détruis-moi avant que j’oublie que j’existe, que je cesse d’être</em><br />
GUSTAV MAHLER [en marge de la partition de la Symphonie n° 10]</p>
<p>1</p>
<p>flots en rage cimetière mouvant au</p>
<p>hasard des naufrages cale inondée</p>
<p>tourbouillon bistre basse obstinée</p>
<p>énorme bière bondée</p>
<p>l’étueffond derrière la face de mer</p>
<p>l’emprison du noroît de l’histoire</p>
<p>respirez en effet primordialement</p>
<p>tas de pauvres fous cahotés que vous êtes</p>
<p>répartissez et conservez les souffles</p>
<p>encastrés l’heure n’est plus à</p>
<p>voler dans votre chute les branchies</p>
<p>quelque chose comme un tic tac horloger</p>
<p>le temps est trop masculin</p>
<p>quelques éperdus se hissant</p>
<p>sur l’épave du <em>Scotia</em></p>
<p>ne trouvent qu’images indélébiles</p>
<p>tombent mais tombent sur accordéon et</p>
<p>saxo font danser l’escouade s’étour</p>
<p>dissent le vent siffle la Manche se</p>
<p>démonte en sons de conque</p>
<p>un sergent voltefaçant bondit révolver</p>
<p>au poing va brûler la cervelle</p>
<p>d’instrumentistes à vent</p>
<p>n’atteint quiconque une vague</p>
<p>furieuse empoigne le forcené</p>
<p>tous abrutis au visage requiem</p>
<p>par quelle démence enterrent-ils le pire</p>
<p>en sont-ils vraiment revenus</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>2</p>
<p>au camp de rescapés de Dunkerque</p>
<p>les Français sont assis en groupe au milieu</p>
<p>les Anglais debout à l’entour</p>
<p>tous cois devant la radio</p>
<p><em>ARMISTICE DANS L’HONNEUR</em></p>
<p>se mettent à piétiner sur place</p>
<p>trépigner sangloter</p>
<p>compote de chagrins folle</p>
<p>les Anglais se sont retirés</p>
<p>le terrain n’est pas de sable et l’arche</p>
<p>d’alliance s’est échouée</p>
<p>pour la réplique</p>
<p>il faut retravailler le discours</p>
<p>du tigre shakespearien</p>
<p>peaufiner sa traduction améliorer</p>
<p>sa mise en bouche translater</p>
<p>baratter tout baratin</p>
<p>sans éclats de sanglots</p>
<p>avant la sortie du studio</p>
<p><em>FRANÇAIS C’EST MOI CHURCHILL </em></p>
<p><em>QUI VOUS PARLE</em></p>
<p>Michel Saint-Denis alias Duchesne</p>
<p>l’ex-<em>Dynamo</em> est au gouvernail de la parole</p>
<p><em>NOUS ATTENDONS L’INVASION</em></p>
<p><em>LES POISSONS AUSSI</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>3</p>
<p>les rescapés muets de <em>Dynamo</em> dont mon</p>
<p>père auraient apprécié que</p>
<p>l’ennemi sur grand-écran fût</p>
<p>sans visage sans la force</p>
<p>vide de son propre champ de mort</p>
<p>or à l’instar d’un rapport d’opération</p>
<p>il restait l’ennemi l’innommé</p>
<p>traité de bandit dans les liaisons entre <em>Spitfire</em></p>
<p>la vie avait baissé d’un cran</p>
<p>ils n’auraient pas survécu à <em>Dunkirk</em></p>
<p>imax réveillant les odeurs</p>
<p>d’une épopée qui ne pue pas</p>
<p>et puisque le spectacle charpenté tenait bon</p>
<p>leurs nerfs auraient craqué</p>
<p>il fallait ces anonymes héros enfouis</p>
<p>six pieds en dessous</p>
<p>dans le terreau de leur cimetière dans</p>
<p>le sable fin des bray-dunes</p>
<p>dans le fer oxydé d’épaves dégluties</p>
<p>sans tic tac horloger</p>
<p>dans la nécropole sous les stèles</p>
<p>fichées en paix avec leur</p>
<p>identité de rabougre cousue</p>
<p>d’une écriture plaquée sur</p>
<p>la face du passant</p>
<p>faites respirer ces pierres parlantes</p>
<p>ces bétyles armés en ciment sifflant</p>
<p>et ce qui des restes resta</p>
<p>aux termes de l’incertain</p>
<p>présumé ISOLA soldat mai-juin 1940</p>
<p>présumé PASCAL Jules soldat 1-6-1940</p>
<p>présumé GARCIA Espagnol 2-6-1940</p>
<p>inconnu Espagnol 2-6-1940</p>
<p>inconnu maréchal des logis ou sergent mai-juin 1940</p>
<p>présumé MAZZA Joseph canonnier servant 35° R. A. D. 29-5 / 3-6-1940</p>
<p>inconnu tirailleur décédé le 02-06-1940 à Bray-Dunes</p>
<p>inconnu matelot mai-juin 1940</p>
<p>inconnu soldat entre le 30-5 et 3-6-1940</p>
<p>inconnu tir. alg. mai-juin 1940</p>
<p>inconnu L.G. soldat 7° R. I. juin 1940</p>
<p>présumé ANGUS A marin 29-5 / 3-6-1940</p>
<p>inconnu soldat S. D. T. M. 29-5 / 1-6-1940</p>
<p>BOUZEGHTA BONDJENA dit AMMAR soldat présumé 23-6-1940</p>
<p>présumé GAILLARD Marc soldat 137° R. I. 27-5-1940</p>
<p>présumé SAUMAR soldat 121° R. A. mai-juin 1940</p>
<p>inconnu présumé quartier maître juin 1940</p>
<p>tous des gentils cuideriez-vous</p>
<p>dégotez donc aussi le patronyme des pilotes</p>
<p>allemands aux 180 avions descendus</p>
<p>helio helio signe-en-ciel</p>
<p>les troupes vers la voûte aux virgules s’égaillaient</p>
<p>la toute première fois dit Saint-Denis</p>
<p>quant à la R. A. F et ses planes</p>
<p>construits dans le secret</p>
<p>les dirigeants anglais pas même</p>
<p>le Roi n’en connaissaient les plans et</p>
<p>ce silence donnait des ailes</p>
<p>aux fighters une assurance spéciale</p>
<p>l’asilaire Antonin Artaud d’ailleurs</p>
<p>voulait mettre L’Aval-des-Allemands</p>
<p>sur la voie par un schéma l’un de ses</p>
<p>gribouillis d’initié juste un peu fou</p>
<p><em>LE PRINCIPE A ÉTÉ TRANSFÉRÉ À UN POINT</em></p>
<p><em>BEAUCOUP PLUS OCCULTE DU CIEL</em></p>
<p>4</p>
<p>de la traversée Artaud parle à Prével</p>
<p>le réel en voyage</p>
<p>de Dunkerque à Vera Cruz</p>
<p>mais la mémoire joue des tours</p>
<p>le vrai fluctue il</p>
<p>se présente fibre par fibre</p>
<p>discutaillant dans le vif</p>
<p>pour Artaud il n’est de purgatoire</p>
<p>seulement les enfers et les limbes</p>
<p>lui n’est pas à Dunkerque</p>
<p>s’il envoie d’Anvers des caresses à sa mère</p>
<p>dans l’attente de <em>l’Albertville</em></p>
<p>formes imposantes écrit-il</p>
<p>massif trapu et muni</p>
<p>d’une haute et large cheminée</p>
<p>car pour Artaud la cheminée a</p>
<p>beaucoup d’importance sur les bateaux</p>
<p>le spectre du trop-tard rôdant toujours</p>
<p>l<em>’Albertville</em> est affrété</p>
<p>pour évacuer les troupes de Dunkerque</p>
<p>armé de deux mitrailleuses</p>
<p>avec munitions périmées muni</p>
<p>de deux canons de 75 de la guerre</p>
<p>d’avant les artilleurs trouvent</p>
<p>bien imprudent d’essayer</p>
<p>ce matériel d’ailleurs le fusil Berthier</p>
<p>de mon père était sans munitions</p>
<p>et les cinq malheureuses cartouches distribuées</p>
<p>aux copains ne convenaient jamais</p>
<p>la Bataille de Dunkerque c’était ça aussi</p>
<p>et les sanglots de mon père</p>
<p>langue en rase-mottes trompette en fantoche</p>
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