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	<title>cile &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Buone notizie dal Cile, Boric ha vinto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 00:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Pinochet]]></category>
		<category><![CDATA[cile]]></category>
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					<description><![CDATA[Il nuovo presidente è protagonista di un movimento che sta seppellendo vangata dopo vangata l'eredità di Pinochet]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-94798 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/cile.jpeg" alt="" width="680" height="453" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/cile.jpeg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/cile-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/cile-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/cile-630x420.jpeg 630w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p>Trentacinque anni, a capo del Frente Amplio e del Partido Comunista, Gabriel Boric è il nuovo presidente del Cile. Ha battuto l&#8217;ultrareazionario José Antonio Kast (il &#8220;Bolsonaro cileno&#8221;), ottenendo più del 55% dei voti, e prende il posto di Sebastian Piñera.</p>
<p>È una notizia clamorosa e felicissima. Boric viene dalle rivolte del 2019, è figlio e protagonista di un movimento che sta cambiando il Cile, seppellendo vangata dopo vangata l&#8217;eredità di Pinochet.</p>
<p>Tra le proposte del programma di governo di Boric: un nuovo modello di sviluppo incentrato sulle energie rinnovabili, l&#8217;introduzione di una tassa patrimoniale, il rafforzamento dei diritti delle donne e delle minoranze, la fine del sistema pensionistico privato, un ruolo maggiore dello Stato nell&#8217;economia.</p>
<p>Sotto la presidenza &#8220;millennial&#8221; di questo giovane antifascista il Cile riceverà anche una nuova Costituzione. La Carta dovrebbe essere completata (in un&#8217;Assemblea costituente tuttavia lacerata tra l&#8217;anima reazionaria e quella radicale e progressista del Paese, e a volte divisa anche tra le forze del composito schieramento di sinistra, specie sui diritti delle minoranze indigene) e sottoposta a referendum popolare entro la prima metà del 2022.</p>
<p>Dopo quel giorno si potrà porre una lapide sul Cile di Pinochet, e scriverci sopra: &#8220;Morto per sempre&#8221;? Speriamo di sì.</p>
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		<title>Damiela Eltit, «Mai e poi mai il fuoco»</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/08/damiela-eltit-mai-e-poi-mai-il-fuoco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cile]]></category>
		<category><![CDATA[damiela eltit]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Vía]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura sudamericana]]></category>
		<category><![CDATA[raul schenardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Damiela Eltit</strong><br />
È trascorso più di un secolo, ti rendi conto?, ti dico, un secolo intero e spezzato, mille anni, un’epoca che si conclude quasi senza echi, come se non fosse successo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Damiela Eltit</strong></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Per gentile concessione dell'editore Gran Vía, pubblichiamo un estratto da <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.gran-via.it/autori/diamela-eltit/" target="_blank">Mai e mai il fuoco</a>, romanzo dell'autrice cilena Damiela Eltit, in libreria dal 14 ottobre nella traduzione di Raul Schenardi. Dalla nota dell'editore: "All’inizio del nuovo millennio, nello spazio ridotto di una stanza, una coppia di ex militanti ripercorre il proprio passato e gli ideali rivoluzionari che ha condiviso, mentre entrambi assistono all’inesorabile declino dei loro corpi. Circondati da spettri del passato, logori compagni di viaggio divenuti anch’essi simbolo di rovina e decadenza, i due combattono tra loro per imporre un discorso politico alla comune, fallimentare esperienza rivoluzionaria".
Ho scoperto la voce di Damiela Eltit grazie a <em>Manodopera</em>, e sono felice e onorato di poterle offrire uno spazio su <em>Nazione Indiana</em>.</pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap has-text-align-left" style="font-size:17px">È da più di cent’anni che è morto Franco. Il tiranno. Profondamente storico, Franco saccheggiò, occupò, controllò. Fu, come no, coerente con il ruolo che dovette rappresentare. Uno dei migliori attori per pensare l’epoca. Anziano. Militare. Decorato dalle istituzioni. Non brillante, no, mai, bensì efficiente, ostinato, neutro. Idiota, dici, era un idiota. È già trascorso un secolo. No, no, mi dici, non un secolo, molto di più, di più. Sì, rispondo, tutto circola in un certo modo determinato, impreciso, mai letterale, giammai. Stiamo parlando dopo un secolo – più di un secolo –, ci scambiamo serenamente parole cordiali e compassionevoli. Dobbiamo fare attenzione al grido che non ci permettiamo mai, mai, perché potremmo ferirci e spezzarci. Tu non gridi con me né usi espressioni troppo disdegnose, le ometti e lasci che circolino dentro la tua testa. Concentro i miei sforzi nel controllare qualsiasi indizio di rancore per fare parte di questa pace che ci siamo concessi. Ci troviamo in una condizione di pace vicina all’armonia, tu raggomitolato nel letto, con addosso la coperta, gli occhi chiusi o socchiusi, io sulla sedia, a disporre con lentezza e lucidità i numeri che ci sostengono. Una colonna di numeri che riportano la dieta rigorosa a cui siamo sottoposti, un’alimentazione abitudinaria ed efficace che va direttamente a soddisfare la domanda di ciascuno degli organi che ci governano. <br /><br />Mangiamo in modo assolutamente corretto. Concisi.<br /><br />Il riso si sposa con il pane, entrambi compiono la loro funzione di fornirci il sonno e il sollievo. Mangiamo pane e riso. Cucino il riso sempre alla stessa maniera. Il riso, la sua forma comune, la cottura necessaria che richiede una relativa concentrazione, cattivo, è cattivo il riso quando risulta stracotto o quasi crudo, i suoi chicchi repellenti che varie volte ti hanno quasi strozzato. Sì, tossisci e i chicchi di riso ti escono dalla bocca per rotolare in modo caotico sulla coperta, espulsi dalla tua gola otturata, soffochi, puoi morire, è dolorosa questa tosse da riso, e la saliva che sputi insieme ai chicchi mi turba. Non voglio guardare la saliva mischiata con il riso, simile a un leggero vomito o a una sostanza acquosa, un miscuglio alimentare impossibile che macchia e si sparge sul letto che occupi, il mio letto.<br /><br />Fumi e mangi. <br /><br />Per questo ti strozzi o soffochi o muori. Fumi e mangi con la medesima ansia. In questo secolo preferisco non dirti: non fumare. Rinuncio a dirti: non fumare mentre mangi, o a dirti, piano, piano se non vuoi soffocare, o a dirti, non mangiare perché ti strozzerai, o a dirti, non tossire perché questa tosse mi fa schifo e mi fa schifo la piccola avvisaglia di vomito, o a dirti, che hai, ma che ti succede con il riso, sembri un bambino senza denti o un cane malato. Non dico niente per preservare il languore che questo secolo ci concede, un dono a cui non si può rinunciare, perciò Franco ci serve per attenuare: il suo fascismo. No, dici, era un nazi. D’accordo, d’accordo, ti rispondo. Non è la stessa cosa, mi dici, la confusione concettuale porta con sé conseguenze tragiche, non te ne rendi conto? Tu dici fascista con una leggerezza che dobbiamo riconsiderare. Sì, ti rispondo, ricorrendo a un tono che vuole essere conciliante, a volte mi confondo. Non ti confondi, no, non è questo, è che tu non distingui un fascista da un nazi. Vediamo, mi dici, che cos’era Franco, in quale corrente lo situi, come lo cataloghi, secondo quali parametri potresti classificarlo, qual era la realtà della sua struttura, come si potrebbe stabilire una gerarchia per conteggiare i suoi atti, quali elementi determinano la sua filiazione, qual è stato il paradigma che lo ha mobilitato, le sue politiche, le sue strategie, la burocrazia inestricabile che è riuscito a istituire.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-707x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93184" width="530" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-707x1024.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-768x1113.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-300x435.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-696x1008.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-290x420.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD.jpg 856w" sizes="(max-width: 530px) 100vw, 530px" /></figure></div>



<p class="has-text-align-left" style="font-size:17px">Conserva una correlazione sorprendente con il fascismo, ti dico. Lo fa per la sua volontà velatamente unilaterale, per la precisione iconografica, per la sua solitudine senza il minimo segno di smarrimento. Per la sua morte pragmatica e universale. Per le decorazioni delle sue parate, le truppe, la divisione dei poteri, il tradimento dei suoi collaboratori, la ricerca instancabile di legittimità, per le sue espressioni perverse, per il rictus della sua bocca, per la sua statura rachitica, per le sue strategie e gli errori di comprensione riguardo alla storia, per l’insano attaccamento alla famiglia, l’atteggiamento assurdo di sua moglie e la febbre avida dei suoi figli. Ha avuto figli?, quanti? Non divagare, mi dici, non cercare rifugio nei dettagli. Sì, è vero, dobbiamo essere esatti e integerrimi.<br /><br />È trascorso più di un secolo, ti rendi conto?, ti dico, un secolo intero e spezzato, mille anni, un’epoca che si conclude quasi senza echi, come se non fosse successo, ti rendi conto? Senza finale ed è già memoria. So che la mia affermazione potrebbe innervosirti o annoiarti per la sua sequela di ovvietà, allora mi alzo dalla sedia, vado in cucina e mentre rimescolo nella pentola sperimento una specie di vertigine, il segnale di un malessere che non arriva a preoccuparmi perché lo addebito al riso, alla moltiplicazione dei chicchi che girano e girano mentre si consolida un frettoloso e confuso riscaldamento. I chicchi saltano, si mischiano, si attaccano, il riso che ci sostiene e ci fortifica. Ne prendo una porzione e la distendo sul piatto. Torno nella stanza e, con un tono di voce eccessivamente euforico, ti avviso che è già l’ora, che devi nutrirti. <br /><br />Ti allungo il riso, ti sollevi parzialmente, esausto, con una severità che mi preoccupa. Mangi seduto a metà sul letto. Ti osservo distratta di fronte a una cerimonia ormai usuale. Ricordo che, nel secolo che in un certo qual modo ci apparteneva, io ascoltavo meravigliata le tue sentenze riguardo all’atto alimentare. Non avevo pensato alla fame come a un fatto pericoloso che richiedeva una subdola strategia che lo ridimensionasse, finché tu non me lo di- cesti, segnalando che ti sembrava troppo personale, quella fu la formula esatta che utilizzasti. «L’atto di mangiare è personale» e per questo motivo mi chiedesti, con una cautela che non voleva essere lesiva, di non guardarti mentre mangiavi. E aggiungesti, con un tono affabile e di circostanza, che se io avessi persistito ti saresti allontanato, che preferivi restare solo: preferisco starmene da solo, isolato con il cibo. Non mi guardavi mai, è vero, quando io – anche questo mi segnalasti – inghiottivo. Usasti quel termine. Inghiottivo, dicesti, e quanto di insaziabile conteneva quella espressione mi fece disprezzare la parola. Capii che per te la mia maniera di trattare la fame era insopportabile. Che cosa mangiavamo?, mi domando ora, prima del riso, prima di adottare la mania per i chicchi. Avevi, lo so, una certa consolidata avversione per i latticini; il latte e i suoi derivati. Risi mentre tenevi in mano il pezzo di formaggio, stavi esitando, riflettevi sul fatto se fosse appropriato o, magari, se fosse imprescindibile. Rimanevi assorto. Guardavi estasiato o spaventato il pezzo di formaggio che tenevi fra le dita. Le tue dita affusolate, protette dalla finezza delle ossa e delle unghie corte, pulite, e il formaggio e l’istante in cui lo schiacciasti fra le dita e lo perforasti con le unghie. Vedemmo come il formaggio si disfaceva, la sua forma, e tutta la cellula, i nove che la componevano, non potemmo evitare qualche sguardo stupefatto, benché timoroso, impressionati dal tuo modo terribile di stringere. <br /><br />Niente formaggio, niente latticini.<br /><br />Potevamo consumare soltanto ciò che era necessario per i nostri fini. Non conveniva, così dicesti, arrendersi al cibo, farne una sede che finiva per nascondere l’impatto della fame. La fame, lo so, per te aveva una funzione. La fame, lo proclamasti, era una condizione che approfondiva il rigore e ci permetteva di svolgere un lavoro preciso e costante. Però mai, mai la sazietà, quella no, assicuravi, perché in quel modo si favoriva una sonnolenza che ci costringeva a posporre l’obiettivo. Odiavi la sonnolenza, preferivi, sia pure nel disagio, la fame. Io stessa dovetti constatarlo, accadde quando mi misi a esaltare gli alimenti, il loro eccesso di grasso. Tu lo odiavi, il grasso, il corpo grasso e il suo luccichio. Un corpo arrotondato da strati di un grasso liquefatto che suscitava quel languore che posticipava l’agilità, l’agilità che esigevi dalla cellula e, se questa non si conformava al tuo desiderio, dovevamo rifarla con altri corpi disponibili, affamati e pieni di energia. Ti guardo nel letto, ti vedo impegnato a scacciare la fame, la prima, quella ovvia che ti invade. Mangi senza censura, in una maniera che non può non sembrarmi fastidiosa. Diresti, se ti rimanesse un residuo di vigore, che la fame non potrebbe mai essere saziata dal riso, perché ti limiti a esaudire una semplice richiesta dell’organismo, del tuo, del tuo particolare organismo, ma non gli concedi il grasso che, a tuo giudizio, è l’unica sostanza che riempie e soddisfa.<br /><br />Ti capisco.</p>



<pre class="wp-block-preformatted">Quella di Diamela Eltit (Santiago, 1949), cilena di origini palestinesi, è una delle voci più significative e audaci del panorama letterario latinoamericano. Tra le sue opere, <em>Imposta alla carne</em> (Atmosphere 2013), <em>Manodopera</em> (Alessandro Polidoro Editore 2020), <em>Lumpérica</em> (1983), <em>El cuarto mundo</em> (1988), <em>Los vigilantes</em> (1994), <em>Fuerzas especiales</em> (2013) e <em>Sumar</em> (2018).</pre>
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			</item>
		<item>
		<title>Il camion della guardia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/30/di-perle-e-cicatrici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2020 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cile]]></category>
		<category><![CDATA[Edicola Ediciones]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa cilena]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Pedro Lemebel]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pedro Lemebel &#160; Poi il mare è agitato e piove sangue. Pablo Neruda &#160; Mai avrebbe pensato che il calore sarebbe stato così intenso. Cinque minuti prima, l’ombra dei muri massicci e il letto intatto perfettamente vuoto di Francisco le avevano fatto venire freddo: si sentiva congelata dentro, se avesse respirato troppo profondamente il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cid_1646252332.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-86912" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cid_1646252332.png" alt="" width="179" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cid_1646252332.png 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cid_1646252332-160x225.png 160w" sizes="(max-width: 179px) 100vw, 179px" /></a></p>
<p style="text-align:right;">di <strong>Pedro Lemebel</strong><em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right;"><em>Poi il mare è agitato</em><br />
<em>e piove sangue.</em></p>
<p style="text-align:right;">Pablo Neruda</p>
<p>&nbsp;<br />
Mai avrebbe pensato che il calore sarebbe stato così intenso. Cinque minuti prima, l’ombra dei muri massicci e il letto intatto perfettamente vuoto di Francisco le avevano fatto venire freddo: si sentiva congelata dentro, se avesse respirato troppo profondamente il suo cuore si sarebbe frantumato come un pugno di ghiaccio. Ma ora, completamente all’aperto, il sole picchiava forte, bruciava la sua mediocre gonna a quadri azzurri, che all’altezza dell’addome si allargava in una protuberanza senza forma e un po’ troppo in alto per essere una gravidanza. Sotto i suoi piedi, una strada sperduta e aspra senza nessuno che si avventurasse a percorrere a piedi i cinque chilometri fino a Basaure. Allora si fermò: nel reggimento il boato del cannone di mezzogiorno le bloccò il battito <span id="more-86624"></span>come in una morsa, la lasciò ferma a osservare la curva dalla quale sarebbe dovuto apparire il camion della guardia. Dalla polvere saliva il torpore di un’ondata di calore febbrile, che strappava alla terra ogni traccia di umidità.<br />
Mercedes Quilobrán cambiò piede, appoggiando il peso del corpo sulla gamba più stanca; poi introdusse la mano nella cintura che aveva in vita e le sue dita, quasi con affetto, palparono le sporgenze di quelle corazze di tartaruga e sistemarono le pesanti uova tra gli stracci che le avvolgevano. Ricordava bene quello stato: erano passati solo ventitré anni, il cuore di Francisco le batteva sottopelle, crepitando come un piccolo astro, come una segreta estensione di sé stessa che le avrebbe portato più vita. Fino a quella sera, lì aveva vissuto Mercedes, vigilando sulla tristezza del deserto dalla sua finestra. Di quell’uomo aveva un ricordo sfumato, soltanto il cappello stinto che era rimasto simbolicamente sul tavolo. Poi il ricordo aveva cominciato a sparire sulla strada per Basaure, dopo essersi legata al ventre quel fertile nodo d’indipendenza. Per questo Francisco era così suo. Ne era stata l’assoluta padrona durante i nove mesi della gestazione materna, lui veniva dalla terra, arando la corteccia della sua pelle con il parto a spintoni, perché aveva gli occhi color del fango, e quando imparò a parlare, quell’aria di prepotenza di chi si sente amato e necessario dava un senso all’aridità del paesaggio. Saperlo vivo le dava ragione di esistere, anche soltanto per osservarlo. Mercedes abbassò gli occhi e non per il sole: la terra la circondava in un vortice immenso di abbandono. Alcune gocce caddero sulla polvere e si asciugarono rapidamente. A quell’ora niente sembrava poter stare in piedi, qualunque progetto si scioglieva, si perdevano l’entusiasmo e la memoria. Era talmente forte il calore… ma nonostante quella coltre d’afa lei non avrebbe ceduto, non avrebbe disertato la sua impresa di morte. L’odio trabocca una volta sola, altrimenti poi arriva la rassegnazione, l’apatia che come una camicia di forza ci fa mettere seduti ad aspettare che le cose cadano sotto il loro proprio peso.<br />
Lei non si sarebbe accontentata: in molti sarebbero saltati in aria, ma anche così non sarebbe stato sufficiente, perché erano stati crudeli; sarebbe bastato un tiro, indifeso com’era. Perché allora i dieci buchi nella lana bruciata del suo maglione? Perché non aveva potuto vestirlo e cambiargli i calzini macchiati di sangue? Lui, che era così fissato per queste cose e le diceva: «Mamma, la camicia blu con il maglione celeste, per favore.»<br />
Ora nel suo cervello la storia prendeva forma, lo vedeva in quell’ufficio…<br />
“Fa il pretenzioso il campagnolo, talmente pezzente che non ha nemmeno un posto dove cadere morto”, il caporale lo guarda con scherno da dietro la scrivania.<br />
“E così anche tu ti sei messo a fare il rivoluzionario, merda? Avresti dovuto controllare chi era tuo padre, prima”, allora, come una molla si lanciò contro quella faccia, per romperla.<br />
“No, Francisco, attento!”, Mercedes si contrasse sentendo forte nel petto l’ardere degli spari. Francisco cadeva, cadeva senza forze, cadeva fatto a pezzi come un acrobata tragico che non tocca mai il fondo. L’ultima eco del Mauser si perdeva nel paese e risuonava nel ventre di lei a un ritmo implacabile. «Aveva ventitré anni ed era mio figlio», si ripeté varie volte come per ribadirselo, ma quella parola suonava così strana dal giorno che erano venuti ad informarla della sua morte. Era un suono che si era annidato nel suo stomaco e aveva cominciato a creare odio, coprendola di rabbia e impotenza, per questo aveva cercato gli esplosivi mettendo a soqquadro la stanza, quei souvenir che Francisco si era portato dal servizio militare, rovistò tra i vestiti e non si dette pace finché le sue dita non sentirono il freddo dell’acciaio, la corrente gelida delle due bombe a mano che adesso costituivano la sua falsa gravidanza.<br />
Il camion apparve improvvisamente accelerando la marcia dopo la curva. Ironicamente, era l’unica cosa verde che si vedeva nel raggio di chilometri. Il cigolio del ferro e le ruote scivolavano a soli tre metri da lei. Mercedes in piedi e con le gambe aperte interruppe la marcia.<br />
“Che cosa vuole?”, la domanda venne accompagnata da un gesto impaziente.<br />
“Sono in travaglio, portatemi a Basaure, per favore”, da dietro lo sporco parabrezza i soldati si guardarono: “Alla sua età?”, lei non rispose, abbassando la testa in un gesto sommesso.<br />
“Va bene se entra lì dietro, e si sbrighi, siamo in ritardo.”<br />
Mercedes, girando intorno al veicolo, si aggrappò a una sbarra e salì lasciandosi cadere all’interno. Il camion accelerò facendola forzatamente accomodare sulle dure lamiere del pavimento. Sotto il tendone ancora una volta sentì freddo, anche se un odore di corpi umani e metallo caldo la avvolgeva. Da entrambi i lati la fila di soldati resisteva come lei, immutabile, agli scossoni della strada. Nessuno le disse niente. Gli otto uomini aggrappati ai fucili lì seduti erano solo quello: uomini con armi.<br />
Quando tolse le due sicure, qualcosa si liberò dentro di lei. Un gesto di rabbia le incurvò la bocca e prendendo forza dai ricordi di Francisco, azionò il detonatore… Erano quindici secondi che contò assegnandone uno ad ogni uomo seduto lì: gli altri cinque li lasciava alla giustizia divina.<br />
La fiammata le tolse il respiro. Lo scoppio ebbe varie ripetizioni meno rumorose. Poi il fumo cominciò a salire dalle macerie con una lenta sensazione di libertà; per un momento quella nube oscura coprì il sole, facendo sentire l’ondeggiare dell’ombra tiepida sulla strada.<br />
Dopo, il calore continuò a mitragliare la terra.</p>
<p>NdR <em>Questo racconto fa parte della raccolta &#8220;<a href="https://www.edicolaed.com/negozio/n-it/irracontabili/">Irracontabili</a>&#8220;, dello scrittore cileno Pedro Lemebel, pubblicata recentemente da Edicola, nella traduzione di Silvia Falorni</em></p>
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		<title>Il caso Neruda</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/08/25/il-caso-neruda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 06:30:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cile]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura sudamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Pablo neruda]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Ampuero]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Roberto Ampuero, Il caso Neruda, Garzanti, 332 pag., trad. di Stefania Cherchi Diventato una sorta di culto in Cile, al punto che se ne vendono copie pirata ai semafori, Il caso Neruda di Roberto Ampuero, è in buona sostanza la storia di una iniziazione. Il sommo poeta, al volgere ultimo della sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Roberto_Ampuero.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-36302" title="Roberto_Ampuero" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Roberto_Ampuero.jpg" alt="" width="435" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Roberto_Ampuero.jpg 435w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Roberto_Ampuero-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Roberto Ampuero</strong>, <em>Il caso Neruda</em>, Garzanti, 332 pag., trad. di Stefania Cherchi</p>
<p>Diventato una sorta di culto in Cile, al punto che se ne vendono copie pirata ai semafori, <em>Il caso Neruda</em> di Roberto Ampuero, è in buona sostanza la storia di una iniziazione.<br />
<span id="more-36150"></span><br />
Il sommo poeta, al volgere ultimo della sua esistenza vuole che un tassello del suo passato torni al suo posto. Mettere ordine in una vita così complicata, trovare un uomo e attraverso lui una delle donne che Neruda amò in gioventù, implica un&#8217;indagine a ritroso che il vecchio e malato (terminale) poeta non può permettersi. Ma un giovane cubano col passaporto yankee può aiutarlo. Non è un investigatore, non ancora. È un uomo, poco più di un ragazzo, che ancora non sa che fare della propria esistenza. Sarà Neruda che determinerà il suo futuro, con l&#8217;aiuto della letteratura: il giovane cubano, Cayetano Brulè, si troverà a leggere avidamente i romanzi di Simenon e a girare il mondo alla ricerca del passato del capriccioso poeta cileno.</p>
<p>Ampuero sa che in un giallo non è mai la soluzione del caso la cosa più importante, ma il percorso intrapreso. Cayetano viaggerà per il mondo degli inizi del decennio infuocato, gli anni Settanta, e con lui conosceremo le mentalità e le esistenze di chi viveva “fuori” dai modelli occidentali. Dall&#8217;esperimento socialista cileno di Allende al Messico postrivoluzionario, dalla Cuba asfissiata dal castrismo imperante alla kafkiana e oppressiva DDR. Un percorso che è anche quello personale di Roberto Ampuero, che ventenne dovette emigrare dal regime militare cileno trovandosi esule per oltre due decenni.</p>
<p>Ma l&#8217;autore evita di appesantire la narrazione con annotazioni geopolitiche autobiografiche. Alla fine quello che fa è regalarci una storia e farci conoscere un volto inedito e umano (pure nelle sue piccinerie) di Pablo Neruda. L&#8217;agonia del poeta diventa così la metafora perfetta dell&#8217;agonia della democrazia socialista cilena: un baratro di violenta e disumana assurdità verso il quale ancora oggi il Cile non ha fatto del tutto i conti.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione <em>n. 20 del 18 maggio 2010</em>]</p>
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		<title>Appello per il Cile e i Mapuche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/appello-per-il-cile-e-i-mapuche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 06:13:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[cile]]></category>
		<category><![CDATA[mapuche]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2eeWnfNQ040&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Nei giorni scorsi un devastante terremoto (con Tsunami lungo la costa)ha colpito il Cile causando centinaia di morti in sei regioni e la distruzione totale delle infrastrutture (ferrovie ponti,strade,autostrade,aeroporti e tutti porti principali di queste regioni). Il disastro ha coinvolto milioni di persone lasciando letteralmente 2 milione di abitanti senza tetto, senza luce, acqua, gas, comunicazione telefoniche e via internet. Ora la popolazione colpita da questo disastro ha bisogno di tutto e di tutta la solidarietà possibile dei popoli e delle società che possono e devono attivarsi per andare in loro soccorso. Come in tutte le tragedie di questa portata a pagare il prezzo più alto sono gli strati più deboli, i più poveri, quelli che già vivevano in uno stato di esclusione e di abbandono dal modello neoliberista portato alle estreme conseguenze.<span id="more-31817"></span> In Cile l’85% del PIL è in mano a pochi e il rimanente 15% al resto della popolazione. Questo disastro ha evidenziato ancora di più cosa è oggi e cos’è stato il modello neoliberista nato dalla dittatura di Pinochet e portato avanti senza nessuna modifica da parte dei governi civili della concertazione. In vent’anni il fossato tra ricchi e poveri si è allagato in tal maniera che oggi i poveri e gran parte delle popolazione sono ancora più poveri e una minoranza capitalista è ancora più ricca e potente di prima .</p>
<p>Impressionante il silenzio che la stampa cilena, e quella internazionale, asservita al potere, stanno attuando sulle conseguenze del terremoto nel territorio Mapuche. I Mapuche forse non vengono nominati ne presi in considerazione come vittime perché questo popolo ha un contenzioso storico con lo stato Cileno il quale non solo ha occupato e si è appropriato delle loro terre ma non gli riconosce nessun diritto</p>
<p>Da anni questo popolo, tenuto volutamente in uno stato di miseria e sottosviluppo, chiede la restituzione delle proprie terre sottratte dallo stato cileno, ma l’unica risposta che i governi hanno saputo e voluto dare è stata di tipo repressivo.</p>
<p>L’ Associazione Comitato Lavoratori Cileni Esiliati, in contatto con analoghe associazioni in Francia e Spagna, lancia oggi una campagna di solidarietà a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto.</p>
<p>I fondi raccolti verranno destinati ad associazione e gruppi con cui da anni lavoriamo in stretto contatto e in cui riponiamo una grande fiducia, onde evitare quello che succede sempre in questi casi, in Italia il caso del terremoto in Abruzzo ne è l’esempio, e che sono impegnate direttamente sul territorio a fianco della gente colpita.</p>
<p>IL POPOLO CILENO E IL POPOLO MAPUCHE HANNO BISOGNO DI SOLIDARIETA’!</p>
<p>CHI VUOLE AIUTARCI PUO FARLO PRENDENDO I CONTATTI CON L’ASSOCIAZIONE COMITATO LAVORATORI CILENI ESILIATI</p>
<p>Cel.. 3206784840 cel.3356990774 oppure al numero 0144-372860 e-mail: ascolace@gmail.com</p>
<p><em>OPPURE VERSANDO DIRETTAMENTE SUL CONTO DEL</p>
<p>COMITATO LAVORATORI CILENI ESILIATI</p>
<p>CASSA DI RISPARMIO DI RIVALTA BORMIDA CODICE IBAN IT 20 U 06075 48550 000000015604</p>
<p></em></span></p>
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