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	<title>clandestinità &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Favola amara di un Giudice Istruttore che sa come vanno le cose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 20:28:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anonimo Lombardo (da Arcoiris, qui) 25 dicembre 2009: &#8220;Trovato neonato in una stalla. La polizia e i servizi sociali indagano. Arrestati un falegname e una minorenne&#8221;. L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino grazie alla segnalazione di un comune cittadino (obbediente all’invito del ministro Maroni): aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Anonimo Lombardo</strong> (da Arcoiris, <a href="http://domani.arcoiris.tv/?p=3292&amp;cp=1">qui</a>)</p>
<p>25 dicembre 2009: &#8220;Trovato neonato in una stalla. La polizia e i servizi sociali indagano. Arrestati un falegname e una minorenne&#8221;. L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino grazie alla segnalazione di un comune cittadino (obbediente all’invito del ministro Maroni): aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla. Al loro arrivo gli agenti di polizia, accompagnati da assistenti sociali, si sono trovati di fronte ad un neonato avvolto in uno scialle e depositato in una mangiatoia dalla madre extracomunitaria, tale Maria H. di Nazareth, appena quattordicenne.</p>
<p>Al tentativo della polizia e degli operatori sociali di far salire la madre e il bambino sui mezzi delle forze dell’ordine, un uomo, successivamente identificato come Giuseppe H di Nazareth, ha opposto resistenza spalleggiato da alcuni pastori e tre stranieri presenti sul posto. Sia Giuseppe H. che i tre stranieri, risultati sprovvisti di documenti di identificazione e permesso di soggiorno, sono stati tratti in arresto.<span id="more-28187"></span></p>
<p>L’Ufficio Stranieri della Questura e la Guardia di Finanza stanno indagando per scoprire il paese di provenienza dei tre clandestini. Secondo fonti di polizia i tre potrebbero essere spacciatori internazionali, dato che sono stati trovati in possesso di un ingente quantitativo di oro e di sostanze presumibilmente illecite. Nel corso del primo interrogatorio gli arrestati hanno riferito di agire in nome di Dio per cui non si escludono legami con Al Qaeda. Le sostanze chimiche rinvenute sono state inviate al laboratorio per le analisi. La polizia mantiene uno stretto riserbo sul luogo in cui è stato portato il neonato. Si prevedono indagini lunghe e difficili.</p>
<p>Un breve comunicato stampa dei servizi sociali, diffuso in mattinata, si limita a rilevare che il padre del bambino è un adulto di mezza età, mentre la madre è ancora adolescente. Gli operatori si sono messi in contatto con le autorità di Nazareth per scoprire quale sia il rapporto tra i due e se la loro lontananza dal luogo di residenza abituale possa nascondere rapimento o plagio. Nel frattempo Maria H. è stata ricoverata all’ospedale e sottoposta a visite cliniche e psichiatriche. Sul suo capo pende l’accusa di maltrattamento e tentativo di abbandono di minore. Gli inquirenti nutrono dubbi sullo stato di salute mentale della donna la quale afferma di essere ancora vergine e di aver partorito il figlio di Dio.</p>
<p>Il primario del reparto di Igiene Mentale ha dichiarato oggi in conferenza stampa: &#8220;Non sta certo a me dire alla gente a cosa deve credere, ma se le convinzioni di una persona mettono a repentaglio – come in questo caso – la vita di un neonato, allora la persona in questione rappresenta un rischio sociale. Il fatto che sul posto siano state rinvenute sostanze stupefacenti non ancora consuete al nostro mercato clandestino, non migliora il quadro. Sono comunque certo che, se sottoposte ad adeguata terapia per uno due o tre anni – solo i progressi determineranno la durata della cura – le persone coinvolte, compresi i tre trafficanti di droga, potranno essere reinseriti a pieno titolo nella società. Le autorità competenti decideranno se espellerli con foglio di via obbligatorio o accettare la loro eventuale richiesta di permesso di soggiorno. Ma questo esula da ogni mia responsabilità professionale&#8221;.</p>
<p>Pochi minuti fa si è sparsa la voce che anche i contadini presenti nella stalla vengono sospettati di essere consumatori abituali di sostanze stupefacenti. Il loro alibi non ha retto ai primi controlli. Sostengono di essere stati costretti a recarsi nella stalla da una persona di alta statura con addosso una lunga veste bianca e due ali sulla schiena (?). Avrebbe loro imposto di festeggiare il neonato. Il portavoce della sezione antidroga della questura ha così commentato: &#8220;Gli effetti di certe sostanze a volte sono imprevedibili, ma si tratta della scusa più assurda mai messa a verbale negli interrogatori di tossicodipendenti&#8221;.</p>
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		<title>Appunti sulla scrittura del reale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 05:18:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[clandestinità]]></category>
		<category><![CDATA[cpt]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
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		<category><![CDATA[narrazioni sociali]]></category>
		<category><![CDATA[New Italian Epic]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Ho cercato di ordinare qualche idea sulla natura della  scrittura &#8220;ibrida&#8221; che dà forma al mio Servi come a molti altri libri apparsi negli ultimi anni. &#8220;Reportage narrativo&#8221; è un sintagma ormai assodato, e in effetti ha  senso. A me piace però di più l&#8217;espressione &#8220;narrazione sociale&#8221;, dove la narrazione non è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Ho cercato di ordinare qualche idea sulla natura della  scrittura &#8220;ibrida&#8221; che dà forma al mio <em>Servi </em>come a molti altri libri apparsi negli ultimi anni. &#8220;Reportage narrativo&#8221; è un sintagma ormai assodato, e in effetti ha  senso. A me piace però di più l&#8217;espressione &#8220;narrazione sociale&#8221;, dove la narrazione non è attributo ma sostanza, e trovo che sia più atta a dire la specificità di queste scritture. Anzitutto, una domanda genealogica: da dove questo proliferare di scritture ibride?</span></div>
<div><span>1. La nostra è l&#8217;epoca della &#8220;perdita dell&#8217;esperienza&#8221; &#8211; che poi altro non è se non una &#8220;trasformazione dell&#8217;esperienza&#8221;: sempre più mediata e filtrata nella misura della sua moltiplicazione ed eccedenza (eccedenza che tende alla superfluità), sempre più distante la relazione con l&#8217;oggetto nella misura della sua frammentazione e complessità, e nella misura dell&#8217;isolamento del soggetto. Insomma, c&#8217;è fame di esperienza.</span><span><span id="more-25646"></span>Il testimone, allora, è colui che supplisce a questa perdita di esperienza, restituendola nella sua immediatezza più &#8220;viva&#8221; (vissuta), è colui che trasmette esperienza &#8211; e allo stesso tempo colui che rivendica in positivo quella frammentazione del sapere, reclamando appunto la sua &#8220;parzialità&#8221;. Una parzialità che è data dal suo sguardo &#8220;in soggettiva&#8221; (come nel cinema), ma non soggettivistico: come accade nel prospettivismo nietzscheano, quello sguardo ambisce a una prospettiva precisa, che metta in luce i contorni delle cose per ciò che sono entro una relazione che produce senso.<br />
Il testimone-scrittore, però &#8211; in quanto persona che &#8220;riporta&#8221; due mondi, in quanto &#8220;interfaccia&#8221; -, non può che essere un testimone monco, dimezzato. Perché sente ed empatizza con una realtà che gli è negata. Il vero testimone è colui che non può parlare: per citare ancora una volta la frase di Aldo Gargani che ho messo in esergo al libro, &#8220;La vittima del sacrificio è colui che soffre ciò che gli altri dicono&#8221;.<br />
<em>Gomorra </em>è l&#8217;<em>exemplum </em>più noto, e il suo successo ha fatto sì che le case editrici fossero più attente a ciò che si muove in quel tipo di scrittura &#8220;ibrida&#8221;, che si rafforzasse insomma la domanda – la quale, a sua volta, ha stimolato l&#8217;offerta. (Un po&#8217;, <em>mutatis mutandis</em>, quel che avviene per la <em>New Italian Epic</em>: insieme alla questione dell&#8217;essenza della cosa, c&#8217;è il fatto che definendo una serie di eventi come una &#8220;qual-cosa&#8221; quegli eventi si rafforzano reciprocamente: acquisiscono maggiore <em>riconoscimento</em>/riconoscibilità. E le scritture ibride di cui parlo non a caso si intersecano con la vicenda della <em>New Italian Epic</em>).<br />
Non è uno sfizio che Roberto Saviano abbia sempre reclamato lo statuto di &#8220;romanzo&#8221; al suo libro. Perché lo strumento lingua usato nella &#8220;narrazione sociale&#8221; è, appunto, eminentemente narrativo, &#8220;letterario&#8221;- nel senso che letterario è il lavoro sulla lingua, sulla restituzione del singolare, e della messa in gioco di un diverso livello cognitivo e emotivo. Nella narrazione si gioca sul filo/ordito delle storie e sulla potenza della lingua di (ri)creare mondi. Solo che qui si agisce su un doppio livello. La storia prima la si scrive nel reale (si scrive un viaggio, si attraversano terre, si incrociano sguardi, si vedono realtà, si scambiano parole – si attraversa e si è attraversati) e poi, dopo, la si riscrive (e qui si inscrive, eventualmente, la relazione tra reale e finzionale, dove il finzionale può essere una scrittura verosimile del reale). Gli anglosassoni usano l&#8217;espressione &#8220;mettersi nelle scarpe degli altri&#8221;: ecco, è questa la virtù empatica delle storie, questa capacità di produrre altri mondi da (immaginare di) vivere.</span></div>
<p>2. Tutto questo – e si viene all&#8217;altro corno della questione – è oggi profondamente <em>politico</em>. Restituire singolarità – quella del narratore e quella dei &#8220;narrati&#8221; &#8211; è necessario oggi che la mediatizzazione del mondo (da cui la mediatezza dell&#8217;esperienza) riduce tutto o a universale o a casi esemplari che deformano e oscurano la consistenza delle singolarità e delle relative verità. Nel mio caso, raccontare le singolarità delle vite &#8220;clandestine&#8221; (rese tali da un dispositivo giuridico che esclude e minorizza, creando entità invisibili/macchine produttive) significa <em>cominciare</em> ad articolare un discorso che nomini le cose, una per una &#8211; ma un discorso di tal genere non può essere che un discorso collettivo, fondate su pratiche condivise. E&#8217; ciò che pensavo scrivendo <em>Lager italiani</em>: se il CPT (in quanto terminale e cuore del dispositivo che produce clandestinità) annulla persone, annullando l’essenza di uomini (dove il senso dell’essere umano <em>si dà</em> nella possibilità di narrare – a sé, al mondo – la propria storia); se il CPT è un gorgo tritatutto, dove ogni dimensione temporale scompare, dove vige un terribile, eterno presente; se non c’è più passato, il passato appare come un enorme cumulo di macerie, un itinerario faticoso che non ha portato a niente; se non c’è più avvenire, e ogni progetto di vita è reso impossibile, ché chi si porta addosso lo stigma della clandestinità vive come un animale braccato, sempre all’erta, con un orizzonte temporale brevissimo, quasi istantaneo, con la paura addosso, la paura di poter essere preso e rimpatriato – deportato; se ciò che resta è solo un presente assolutamente vuoto, in un limbo dove non si hanno più diritti: allora, narrare la propria storia ripartendo da quel gorgo &#8211; ridarle un senso e restituirla alla temporalità &#8211; significa ridare dignità umana a sé in quanto persona. Narrare, allora, appare come una possibilità privilegiata di salvare quel passato di macerie (l’<em>Angelus novus</em> di Klee-Benjamin non può che far questo, <em>in fine</em>: narrare, e narrando salvare). E questa narrazione di storie può restituire dignità anche al lettore che non sa, nella misura in cui apre gli occhi e li sprofonda in quel vuoto dispiegato.<br />
Ma anche in questo caso, sconto visibilmente quell&#8217;esser monco di cui dicevo sopra. Se salvare infatti significa restituire un nome e dunque un&#8217;anima (ancora Benjamin, certo), questo non lo posso fare, ché parlando di clandestini devo inventarmi nomi falsi (non posso scrivere quelli veri, a loro tutela). Ma la voce può essere presa solo da sé stessa, nessun altro può articolarla in vece sua. Il mio discorso dunque sta ancora nei &#8220;materiali preparatori&#8221; di un&#8217;emersione, ovvero di una restituzione a vita/nome/personalità. La scrittura, insomma, può produrre effetti &#8220;reali&#8221;, solo se diventa <em>coro</em>.</p>
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		<title>Storie di migranti (un blog)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2009 07:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[[Ad una manifestazione anti-razzista ho conosciuto Katie Hepworth, una giovane artista australiana, con una formazione di architetto e un&#8217;esperienza di militante. Mi ha segnalato il sito passa parole, in cui ha raccolto e trascritto con amici italiani storie di migranti per lo più &#8220;invisibili&#8221;. Insomma, un&#8217;australiana, a Milano, che ascolta racconti di cosidetti extracomunitari. Speriamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ad una manifestazione anti-razzista ho conosciuto Katie Hepworth, una giovane artista australiana, con una formazione di architetto e un&#8217;esperienza di militante. Mi ha segnalato il sito </em><a href="http://passaparolemilano.wordpress.com/about/">passa parole</a><em>, in cui ha raccolto e trascritto con amici italiani storie di migranti per lo più &#8220;invisibili&#8221;. Insomma, un&#8217;australiana, a Milano, che ascolta racconti di cosidetti extracomunitari. Speriamo che ci sia qualche italiano curioso di leggerli e di diffonderli. a. i.]</em></p>
<p>Io sono Senegalese. Sono in Italia da un anno e sei mesi. Tu parti e pensi che l’Europa e’ il paradiso, perchè nei film noi vediamo dei bei vestiti, delle belle macchine, delle belle ragazze, ma è difficile vivere qua in Italia. In Senegal c‘è la bella vita, c’è tutto, ma noi del Senegal viviamo per i nostri parenti. Le culture Europea e Africana sono diverse. Nella vostra cultura, voi guadagnate la vostra vita da soli, per affittare una casa, per vivere da soli. Noi non viviamo cosi, noi viviamo per la famiglia, per aiutare nostro padre, nostra mamma, nostro cugino, tutti. In Africa non ci sono due persone, tre persone, una persona, noi viviamo in famiglia. Io non sono qua per vivere solo per me, sono in Italia per aiutare mia mamma. Lei mi ha detto “tu sei il mio figlio più serio, sei tu che devi andare per primo.” E ha preso tutti i suoi soldi, il braccialetto, ha preso tutto, ha venduto tutto, per mandarmi qua, per darmi dei soldi per fare il viaggio per partire, per fare, per trovare lavoro, per aiutare.<br />
<span id="more-17745"></span><br />
Prima sono andato a Brescia e sono rimasto un anno e sei mesi, e adesso sono qui a Milano da 3 mesi. Sono appena arrivato a Milano. A Brescia c’è la Lega Nord adesso, per questo sono andato via. Sono stato un anno e tre mesi senza lavoro. Se non puoi lavorare, vai a vendere [borse]. Per forza devo fare questo lavoro, di mettere le cose da vendere per terra. Non posso fare altro che vendere la roba cosi. Ci sono due possibilità per noi: se non hai il permesso di soggiorno, non puoi lavorare; se non puoi lavorare, non puoi avere qualcosa da mangiare. Mia mamma mi ha pagato il biglietto per venire qua. Io non posso restare a casa a dormire, senza pagare il mio affitto, senza pagare da mangiare, senza mandare qualcosa alla mia mamma nel nostro paese. Ho lavorato qualche giorno in ditte Italiane, e ho anche fatto della pubblicità, volantinaggio. Devo fare qualcosa, e quando non posso lavorare vado a vendere: devo per forza vendere le cose per strada. Ma adesso con le cose che si vendono così non si guadagna niente: c’è la crisi. Perciò la gente non compra. Adesso loro (gli italiani) dicono sempre che noi abbiamo rubato il lavoro dei loro figli, loro dicono questa cosa. Ma sai una cosa? Siamo noi che lavoriamo in fabbrica, che facciamo lavori pesanti che ti possono fare male. I loro figli non vogliono fare questi lavori, ma loro dicono comunque che noi abbiamo preso tutto il lavoro dei loro figli.</p>
<p>Quando tu scrivi su questo lavoro di vendere per strada, scrivi che questo lavoro e’ un lavoro brutto. La gente ti manca di rispetto. Vedono che tu sei lì per lavorare, ma non ti guardano. E poi, quando metti la roba giù, ci sono tanti problemi: i vigili, la polizia, la finanza, i carabinieri. Quando torni a casa, quando dormi, i tuoi sogni diventano questo: carabinieri, finanza, vigili. Non sono tranquillo per questo. Anche senza vendere non sto tranquillo. Se sei nero, ti fermano, ti chiedono documenti. Se non hai documenti, loro ti prendono, ti tengono due giorni, tre giorni, quattro giorni. Ti mandano in prigione, perciò quando sei fuori devi nasconderti bene, ma non sai quando loro ti possono prendere, ed espellerti. La prima volta, quando ti fermano, ti tengono 24 ore poi ti danno il “foglio di via” (di espulsione). Poi, quando ti prendono ancora, devi stare recluso due o tre giorni. Poi devi andare in tribunale. È come un film: ti mettono le manette, ti trasportano con cinque o sei macchine, usano la sirena, come se avessero preso un assassino. Ma sai una cosa, noi non abbiamo fatto niente. Quando mi hanno preso, mi sentivo male, una persona veramente degna non deve andare in galera. Mi ha fatto male. Ti fa male perchè vuoi tornare al tuo paese e rimanere lì, ma quando pensi questa cosa pensi anche alla tua mamma, pensi che devi essere forte, che devi lavorare. Perciò noi siamo forti e non abbiamo paura di loro. I poliziotti, come altre persone, possono essere buoni, ma ce ne sono di razzisti, cattivi. Non vogliono vedere una persona vendere. Quando metto la roba giù mi dicono “ma tu, negro, tu devi andare al tuo paese”.</p>
<p>La polizia non deve sapere dove viviamo. Sai perchè? Perche possono venire a casa tua per chiedere i documenti. Se non hai i documenti loro vengono a guardare se hai qualcosa: se vedono che tu hai soldi, prendono questi soldi e vanno via. Perciò quando vado a casa controllo se c’è qualcuno dietro di me, che mi segue per scoprire dove vivo. Se non hai documenti, sei un bastardo per loro. Dobbiamo, io devo subire il male, ma cosa possiamo fare?… Ma poi quando avrò il permesso di soggiorno, conosco il miei diritti, potrò prendere un avvocato. Quando avrò i documenti, avrò un lavoro, sarò tranquillo.</p>
<p>È molto difficile vivere in Italia, ma è molto difficile andarsene. Diciamo che noi siamo entrati in una tomba e non possiamo uscire.<br />
<em><br />
D è un ventenne senegalese, il secondo figlio, tra tanti, che è stato mandato in Italia dai suoi genitori, per guadagnare soldi per aiutare i suoi genitori e l’estesa famiglia. Il suo biglietto è stato acquistato da sua madre che ha venduto tutto, ma tra i lavori occasionali, e i crescenti problemi dell’economia, lotta per riuscire a mandare denaro alla sua famiglia, sopravvivere qui e pagare i debiti.</em></p>
<p>[Continua a leggere <a href="http://passaparolemilano.wordpress.com/2009/">QUI</a> ]</p>
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