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	<title>classe operaia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Critica del lavoratore culturale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2015 12:00:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [Di tutta la faccenda scandalosa e sintomatica riguardante i mancati pagamenti della casa editrice Isbn nei confronti di autori, traduttori &#38; collaboratori a vario titolo, la cosa che io trovo più scandalosa e sintomatica è il fatto che la denuncia esplicita e mirata sia venuta da un signore straniero, quando è evidente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>[Di tutta la faccenda scandalosa e sintomatica riguardante i mancati pagamenti della casa editrice Isbn nei confronti di autori, traduttori &amp; collaboratori a vario titolo, la cosa che io trovo più scandalosa e sintomatica è il fatto che la denuncia esplicita e mirata sia venuta da un signore straniero, quando è evidente che, in termini numerici, le vittime di queste condotte ciniche siano state innanzitutto persone italiane. Non si tratta di rigirare il coltello nella piaga, ma di cominciare a fare i conti anche con l’omertà delle vittime che rafforza giornalmente quella dei carnefici. Certo, è tempo di dare forma politica, e ancor prima sindacale, alla rabbia e alla frustrazione che lo scandalo suscita. Ma varrebbe anche la pena di riflettere in una prospettiva più ampia sulla figura del lavoratore culturale, sulla cultura del precariato in cui s’inserisce, sulle ambiguità del suo posizionamento etico e politico. Quello che segue è un mio contributo a questo tipo di riflessione. Esso è raccolto nel volume</em> Le culture del precariato, <em>a cura di Silvia Contarini, Monica Jansen e Stefania Ricciardi,  Ombre corte, 2015. Un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/05/01/le-culture-del-precariato-2/">altro intervento qui</a>.</em> a. i.]<span id="more-53957"></span></p>
<p><em>Aspirazioni politiche del precariato intellettuale</em></p>
<p>La prima considerazione che vorrei fare riguarda l’attualità “politica” del lavoratore culturale. Si tratta di un elemento rilevante, se si pensa che sembrerebbe oggi inverarsi più che mai uno degli auspici della sinistra radicale o, più precisamente, di un certo operaismo italiano: la lotta alla precarietà è divenuta tema del giorno, e questo grazie all’attività critica e alla capacità di mobilitarsi dei lavoratori della conoscenza o dei lavoratori culturali. Terrò per il momento come equivalenti questi due categorie: lavoratori della conoscenza e lavoratori culturali. Quest’ultima ha un sapore forse più inattuale, forse meno politico, ma è riemersa in tempi recenti come sinonimo di lavoratori intellettuali, lavoratori immateriali, o per usare una brutta parola, cognitariato.</p>
<p>Se guardiamo alla situazione italiana, possiamo constatare che dall’Occupazione del Teatro Valle nel giugno del 2011, e dalla pubblicazione nel mese successivo del primo manifesto del collettivo TQ, quella che nel decennio precedente era stata una condizione in grado di inspirare soprattutto romanzieri e registi sembra finalmente provocare pratiche di carattere politico sempre più diffuse. Il precariato e il lavoratore culturale non sono più solo un curioso soggetto letterario d’attualità, per libri come <em>Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…</em> di Aldo Nove o <em>Mi spezzo ma non m’impiego. Guida di viaggio per lavoratori flessibili</em>, di Andrea Bajani, entrambi usciti nel 2006. Con questo non voglio dimenticare esperienze di militanza già presenti nel corso di quegli anni come la rete di San Precario, che però non mi pare abbia insistito in modo esclusivo sul carattere “culturale e intellettuale” della precarietà. Un’altra data ancora più significativa potrebbe essere quella della prima assemblea dei precari universitari tenutasi a Bologna nell’ottobre 2010. Per certi versi, è più sorprendente la pratica politica avviata dai precari dell’università, che sono da sempre sottoposti a un’istituzione estremamente ricattatoria, rispetto alla festosa occupazione del Valle o alla mediatica apparizione del collettivo TQ. In effetti, uno dei primi inconvenienti che pone la categoria di lavoratori culturali o della conoscenza è che si attaglia ad una gran varietà di statuti professionali e contesti lavorativi. Non è quindi semplice vederci chiaro, sopratutto per chi volesse interrogarsi sulla composizione di classe del lavoro culturale.</p>
<p>Il problema potrebbe sembrare accademico, ma non lo è poi tanto, dal momento che da anni alcuni esponenti del cosiddetto secondo operaismo italiano, come Toni Negri, hanno puntato sul lavoratore della conoscenza come soggetto potenzialmente antagonista del sistema capitalistico. Non pretendo di arrischiarmi in analisi sull’operaismo anni Settanta, mi limito a constatare come questa idea, nelle sue formulazioni più o meno sofisticate, sia entrata a far parte del vocabolario politico, per incerto che fosse, che persone come me hanno incontrato nella loro formazione intellettuale tra la fine degli anni Ottanta e l’intero decennio successivo. Io non sono mai stato un fervente lettore di Negri, ma le tematiche operaiste cominciavano a circolare tra i collettivi studenteschi della Statale di Milano e venivano dibattute in quegli anni sulla rivista <em>Luogo comune</em>, che aveva tra le sue firme Paolo Virno, Giorgio Agamben, e Augusto Illuminati (il primo numero è del novembre 1990).</p>
<p>Anche nel recente volume di Dario Gentili, dedicato all’<em>Italian Theory<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>, viene ribadito che tra primo e secondo operaismo, tra Tronti e Negri, l’oggetto del contendere è sopratutto il soggetto rivoluzionario. Tronti, rifiutando il riferimento alle forze popolari caratteristico del PCI togliattiano, sosteneva negli anni Sessanta (<em>Operai e capitale</em>, 1966) che l’unico soggetto antagonista è l’operaio-massa, l’operaio non qualificato, riunito quotidianamente all’interno della fabbrica fordista. Ed è interessante trovare un’accusa di formalismo democratico-liberale, in coloro che pretendono di “ampliare i confini sociologici della classe operaia per includervi tutti coloro che lottano contro il capitale dal suo interno”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Ora, sappiamo come, in un’ottica altrettanto rivoluzionaria, è proprio questo ampliamento che si realizza nel passaggio al secondo operaismo. A metà degli anni Settanta si cominciano a vedere i segni di quella riorganizzazione del capitalismo, che darà vita nel corso di un ventennio alle nuove forme di produzione post-fordista. Ed è all’altezza di questi mutamenti che emerge l’idea negriana di una ridefinizione della classe antagonista, che è costituita ormai dal generico “operaio sociale” (termine che compare già nel 1976, in <em>Proletari e Stato</em>). Qui vi è un’intuizione fondamentale, che i decenni successivi confermeranno: la produzione capitalistica ha investito progressivamente ogni ambito dell’attività umana: gli affetti, le relazioni, l’immaginazione. Riformulato nel vocabolario dell’economia attuale, ciò significa che “il valore dei beni è ancorato a elementi immateriali (significato, esperienza, servizio) prima che ai costi e alle prestazioni del processo materiale che l&#8217;ha prodotto”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. In realtà, tale intuizione, la si trova già presente alla fine degli anni Cinquanta in filosofi come Günther Anders – penso alla riflessione sulla dissoluzione del “privato” – o, nel decennio successivo, nella requisitoria di Debord contro lo spettacolo.</p>
<p>(Facebook è oggi la più palese conferma di questa colonizzazione dell’intimo a scopi commerciali. Ogni nostra comunicazione realizzata in modo ludico, goliardico, piuttosto che critico e polemico, destinata a una più o meno ampia cerchia di amici, non fa che individualizzare un profilo di consumatore che Facebook è in grado di vendere a delle agenzie pubblicitarie. Ma questo avviene, in effetti, ad ogni operazione in rete: ogni nostro spostamento-connessione è tracciabile, e anche in questo caso è una cartografia dei nostri centri d’interesse a cui accedono le agenzie di pubblicità, che poi intaseranno la nostra posta elettronica con comunicazioni pubblicitarie che si vorrebbero mirate.)</p>
<p>Il punto più controverso, però, della vulgata negriana, riguarda il concetto di “moltitudine”, che riprende con tinte spinoziane e deleuziane quello di operaio sociale. La nuova moltitudine, pur non prestandosi più ad arcaiche analisi di classe, rivela nel contempo quelle virtù rivoluzionarie che il primo operaismo aveva individuato nella classe operaia. In <em>Moltitudine</em>, apparso nel 2004, a firma Michael Hardt e Negri, leggiamo: “Quando parliamo di crisi, non vogliamo dire che la geopolitica è sull’orlo del collasso, ma che funziona strutturalmente sulla base di confini, identità e limiti che sono instabili e continuamente destrutturati. (…) La nostra ipotesi (…) è che questi conflitti o contraddizioni interne alla geopolitica contemporanea devono essere interpretati come espressione del conflitto tra la moltitudine (e cioè le energie della produzione sociale) e la sovranità imperiale (e cioè l’ordine globale del potere e dello sfruttamento), tra biopolitica e biopotere”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Un tale livello di astrazione ha certo la virtù di pacificare se non i cuori, almeno le menti, e rende forse superflue le puntigliose analisi sulla stratificazione sociale che molta sociologia ancora svolge e spesso con intento critico. La “moltitudine” ha poi questa peculiarità: da una lato è una categoria accogliente, in quanto quasi tutti possono sentirsene parte, purché non si sentano solidali con l’impero, dall’altro essa rinvia più precisamente al concetto di “intelletto generale”, ossia ancora una volta ai lavoratori della conoscenza. Questi ultimi, insomma, si troverebbero nella fatale posizione di un’avanguardia potenziale, situata perennemente sulla soglia di una esplosiva insubordinazione. A complicare un po’ il quadro, ci ha pensato un altro tardo operaista, come Paolo Virno, cominciando a gettare un po’ di ombra sulla “moltitudine”. Scrive Virno, in <em>Grammatica della moltitudine<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><strong>[5]</strong></a></em>: “è piuttosto la natura della stessa moltitudine – e del General Intellect – a essere <em>ambivalente</em> e <em>oscillare</em> tra conservazione e innovazione, tra concorrenza e cooperazione”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Visioni eroiche o malinconiche della condizione precaria</em></p>
<p>Più che un discorso genealogico e sulle fonti, a me preme vedere come nell’ambito di una certa sinistra radicale si sia fatta strada una determinata immagine, poi confortata più generalmente dai mass-media, e anche da un pensiero nettamente filo-capitalista. A tutti è piaciuto liberarsi dal noioso fardello delle analisi di classe e dei destini di classe. E tutti ci hanno guadagnato per un certo tempo. I cantori della democrazia capitalista ne hanno approfittato per dire: è finito il grande conflitto di classe basato sulle disuguaglianze strutturali; siamo in una società fluida, dalle illimitate potenzialità di mobilità sociale. La <em>New Economy</em> esplosa nel corso degli anni Novanta confortava questa tesi e celebrava la nuova figura di lavoratore immateriale, che da “lavoratore dell’informazione” sarebbe divenuto, negli anni a venire, l’ancor più onnicomprensivo “lavoratore della conoscenza”. Chi veniva dal basso, aveva tutte le ragioni per sognare di aver cancellato le determinazioni di classe, quei diversi capitali di partenza che determinano come l’alzo del cannone la parabola sociale. Chi veniva dall’alto, aveva tutte le ragioni per sentire che i suoi successi non riposavano su condizioni di partenza favorevoli, ma esclusivamente sulle proprie personali virtù. I miracoli e le beatificazioni della <em>New Economy</em> si sono accompagnati però con le miserie e le dannazioni della flessibilità del mercato del lavoro. Entrambi i fenomeni convergevano comunque verso un’individualizzazione crescente: pluralità irriducibile delle esperienze di lavoro, pluralità irriducibile delle vite a progetto.</p>
<p>È a quel punto che si è imposto progressivamente il tema della precarietà, e in particolar modo della precarietà giovanile. Ma tra tutti i giovani precari, quelli più destinati alla precarietà sembrerebbero ovviamente i precari della conoscenza. Da qui anche la speranza, che sia proprio la moltitudine dei precari della conoscenza la leva rivoluzionaria capace di far saltare l’attuale sistema di sfruttamento. Questa insomma, pur semplificata nei tratti, è la visuale entro la quale molte delle persone della mia generazione, la generazione TQ appunto, si sono mosse. Questo quadro, poi, ognuno lo ha interpretato, modificato, o ampliato secondo le proprie circostanze biografiche. Se, ad esempio, guardo al titolo dell’attuale convegno, e alla prefigurazione del dibattito che esso suscita, vi vedo una connotazione esistenziale. Dovremmo, insomma, cominciare a considerare la precarietà, che ci è storicamente spettata, come la condizione trascendentale, per esprimerci in termini filosofici, entro cui va elaborata la nostra esperienza del mondo. A questo punto, ad esempio, avremo un’esperienza inautentica tutte le volte che ci abbandoniamo allo spavento nei confronti dell’incertezza futura e alla nostalgia per un mondo più prevedibile e rassicurante. Siamo autentici, invece, tutte le volte che assumiamo fino in fondo la nostra condizione storica con coraggio, facendone un’occasione di felicità, ossia di progetto e non di fuga. Questa è senza dubbio un’ottima e ragionevole pista. Ricorda un po’ la struttura di fondo del romanzo di formazione ottocentesco, studiato da Franco Moretti: <em>desidera diventare ciò che sei costretto ad essere</em> o, detto altrimenti, “fai di necessità virtù”. Ripeto, è una pista legittima di riflessione. Essa è poi consona, dal mio punto di vista di scrittore, con una visione tragica della storia. La vita dell’essere umano è precaria in modo costitutivo, in quanto esposta al conflitto familiare, amoroso, sociale, e alla malattia, all’invecchiamento, alla morte. Non facciamo, allora, che aggiornare il dilemma freudiano che caratterizza il “disagio della civiltà”: nel momento in cui perdiamo terreno riguardo alla sicurezza, ne guadagniamo riguardo alla libertà. Con l’intensificarsi delle gioie e degli spaventi, riduciamo le passioni grigie come la noia.</p>
<p>Non è, però, sulla precarietà come condizione esistenziale che vorrei soffermarmi. Mi interessa piuttosto contrapporre alla visione “eroica” del lavoratore della conoscenza, emersa all’interno di una cultura della sinistra radicale, una visione più disincantata, capace di rendere conto delle concrete ambivalenze che tale figura di lavoratore incarna. Si potrebbe liquidare la discussione, sostenendo che tanto la sinistra radicale quanto la sua “visione eroica” sono marginali sia in termini di pratica politica sia in termini culturali. La presenza di movimenti, legati alle teorie della sinistra radicale, è intermittente sulla scena sociale e ormai quasi priva di sponde sulla scena parlamentare. Ciò nonostante questa visione, con tutti i suoi limiti e la sue semplificazioni, è l’unica che abbia tentato reinterpretare in termini critici e liberatori una condizione lavorativa <em>e</em> esistenziale generalmente subita come una fatalità storica. In Italia, infatti, se ci atteniamo alle forme di narrazione più diffuse come quelle giornalistiche, il lavoratore culturale è condannato all’insicurezza economica e progettuale, senza godere però delle compensazioni che potrebbero nascere sul piano dell’autonomia decisionale e dell’espressione creativa. Di fronte al cambiamento epocale che ha investito innanzitutto il mondo del lavoro, il precario sembra essere un semplice perdente: non ha più la sicurezza un po’ grigia che si erano guadagnati i suoi genitori, ma neppure la libertà elettrizzante a cui essi avevano rinunciato. Dalla visione eroica, caratterizzata da un umore euforico, passiamo a quella fatalista, caratterizzata da un umore malinconico: la prima tende a diluire i conflitti tra capitale e lavoro, e tutte le contraddizioni interne alle diverse condizioni lavorative; la seconda, pietrifica la fase storica e i rapporti di forza che all’interno di essa si sono imposti. È quindi inevitabile che la visione eroica sia ogni volta assunta e rivitalizzata da coloro che rifiutano di limitarsi al lamento e alla rassegnazione.</p>
<p>Finché parliamo di “visioni”, rimaniamo confinati nell’universo delle percezioni soggettive e immaginarie. Ci mancano, quindi, descrizioni capaci di situare i soggetti e le loro immagini del mondo su un terreno più solido e obiettivo, come quello prodotto dalle analisi di classe. D’altra parte, non possiamo neppure saltare a piè pari il piano dell’immaginario e delle narrazioni che i lavoratori culturali trovano in qualche modo “disponibili”. Semmai è importante mostrare che già a questo livello si possono incontrare ambivalenze e contraddizioni. Si potrebbe, ad esempio, considerare che ogni visione fatalista e rassegnata della precarietà lavorativa corrisponda a una postura politicamente conservatrice, così come ogni visione euforica e combattiva corrisponda a una postura progressista. Le cose però non sono così semplici. L’euforia, infatti, è un tonalità emotiva che funziona perfettamente sia in termini di opposizione che di accettazione nei confronti dell’ideologia liberista. Se dovessi riassumere in termini verbali la visione eroica, utilizzerei la seguente frase eccettuativa: “tu che sei della generazione trenta-quaranta, lavoratore della conoscenza e della cultura, malgrado la tua ricchezza relazionale, sociale, intellettuale, e anzi proprio per questa tua ricchezza sei condannato alla precarietà e allo sfruttamento dall’attuale sistema capitalistico, <em>a meno</em> di prendere coscienza delle tue potenzialità di critica e di insubordinazione, e raccoglierti in gruppi di lotta contro il sistema”. Dall’ideologia dominante, questa visuale è confermata in blocco, salvo la clausola restrittiva finale, che viene così riformulata: “<em>a meno</em> di essere più competitivo degli altri e di ottenere consistenti vantaggi rispetto ad essi”. Qui la condizione inizialmente negativa può essere rovesciata non in virtù dei valori progressisti dell’uguaglianza e della solidarietà, ma per la capacità di incarnare un <em>male breadwinner </em>più spietato e astuto della media, confermando così i valori dell’odierno “spirito del capitalismo”: autoaffermazione, individualismo, competitività sfrenata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’analisi di classe: meno filosofia politica, più sociologia.</em></p>
<p>Abbandonando, ora, il terreno del semplice immaginario relativo alla precarietà (narrazioni, visuali, tonalità emotive) mi sembra fondamentale abbordare la questione dell’analisi di classe. A conclusione del suo <em>De la critique. </em><em>Précis de sociologie de l’émancipation </em>del 2009, il sociologo Luc Boltanski scriveva : « Tout en n’ignorant pas, évidemment, que toutes les relations de domination (qui peuvent engager des genres, des ethnies, etc.) ne peuvent être rabattues sur l’espace des classes sociales, c’est néanmoins en contribuant à la reprise d’une sociologie des classes sociales – actuellement en train de se redéployer après une éclipses de trente ans – que le cadre présenté dans ce travail pourrait s’avérer utile »<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Nel 2006, due sociologi italiani, Mauro Magatti e Mario De Benedittis, in un saggio intitolato <em>I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto della classe operaia?</em>, scrivevano: “A nostro avviso, concetti come frammentazione o moltitudine nascondono, in realtà, una debolezza interpretativa. Come ossessivamente noi sociologi ripetiamo, la società fordista e welfarista è alle nostre spalle. Ma il punto è che non riusciamo più a fornire quadri euristici che ci consentano di scoprire cosa viene ‘dopo’. Per quanto riguarda la domanda da cui siamo partiti – ‘si può ancora parlare di chi sta in alto e di chi sta in basso nella modernità liquida?’ – la volatilizzazione della classe operaia lascia un vuoto non solo sul piano analitico, ma anche, e ben più significativamente, sul piano politico e culturale”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Nel 2008, si occupava Arnaldo Bagnasco di annunciare un programma di ricerca sul ceto medio promosso dal Consiglio italiano per le scienze sociali. Nella premessa di <em>Ceto medio. Perché e come occuparsene,</em> scriveva: “poco e con poca precisione sappiamo di quanto sta accadendo nella stratificazione sociale. In particolare, poco sappiamo di cosa succede nel mezzo di questa”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. L’interesse di un vasto programma di ricerca incentrato sulla zona di mezzo, deriva da queste considerazioni: “se il ceto medio non è la classe dirigente, e neppure una specie di classe generale che farà la storia futura come è stata una volta pensata la classe operaia, tuttavia, a seconda di come nel mezzo sono elaborate idee e strategie, ne possono derivare pesanti ostacoli, oppure risorse importanti per la costruzione di una società capace di sviluppo e equità sociale; possiamo persino arrivare a dire che molto si gioca qui di una possibile democrazia, ricordando anche che qui possono maturare rischi di pesanti derive reazionarie, come si è già visto altre volte in passato?”<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p>Mi sembra che un po’ meno di <em>Italian theory</em> e un po’ più di sociologia italiana ed europea gioverebbe alle generazioni trenta-quaranta. Il primo passo per una critica della figura del lavoratore culturale e della conoscenza sarebbe questo: frantumare la sua mistificante omogeneità, e rintracciare in esso non solo strategie divergenti – come sottolineava Virno – ma anche gradi di precarietà, ossia di dominazione diversi. Lucia Tozzi, in un articolo apparso su “alfabeta2”, intitolato <em>Schiavi delle reti. </em><em>Gli effetti del networking sul lavoro indipendente</em><em>, evidenziava una contraddizione importante: nel momento in cui si moltiplicano le mobilitazioni nell’ambito culturale e artistico contro la precarietà e lo sfruttamento, si replicano le strategie individualiste che, nell’odierno mercato dell’arte e della cultura, sembrano garantire il successo dei pochi sulla miseria dei molti. Oltre a ciò, si rischia di rimanere vincolati ai quei valori tipici dell’aziendalismo, di cui si vuole combattere lo spregio dei diritti del lavoro e della dignità umana. Scrive la Tozzi, “</em>Con rare eccezioni, dalle associazioni di volontariato ai gruppi di attivisti radicali, dalle startup ai circoli intellettuali, tutti oramai hanno introiettato un comportamento ispirato al modello della lobby dotata di ufficio stampa: verticismo, presenzialismo, cultura del fare, comunicazione, associazione indiscriminata ad altre reti. Principi di produttività, legati al valore della condivisione entusiasta, non certo a quello della libertà di pensiero critico.”<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a></p>
<p>Un piccolo esempio in questo senso potrebbe essere fornito da un articolo apparso il 14 giugno 2011 sul sito <em>unistudenti.it</em>, in cui si celebrava il primo anno di occupazione del Teatro Valle. Ecco quanto vi si leggeva: “In un anno lunghissimo ed impegnativo, il Valle è riuscito a trasformare un progetto in una vera e propria impresa ed i numeri parlano chiaro: 285 serate, 105 mila spettatori, 1780 artisti diversi, 1040 ore di formazione, 25 mila firme a sostegno, 41mila contatti su Facebook, 11 mila i follower su Twitter, 3800 soci fondatori, 850 volontari, 50 visite guidate, 1500 visitatori.<strong>” Certo, si può comprendere l’intento di autolegittimazione del Teatro Valle o dei suoi sostenitori, ma ci si potrebbe anche chiedere se un luogo occupato debba per forza legittimarsi utilizzando così candidamente il criterio quantitativo e l’enfasi pubblicitaria. </strong></p>
<p>Se, insomma, la cultura della rete e della condivisione spontanea non sfocia in modo automatico nella capacità di emanciparsi dai modelli dominanti, così accade anche per coloro che assumono fino in fondo la cultura del rischio. Lo ricordano Sergio Bologna e Dario Banfi in <em>Vita da Freelance</em>, citando un’analisi di Federico Chicchi intitolata <em>Lavoro flessibile e pluralizzazione degli ambiti di riconoscimento sociale</em><a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><em><strong>[11]</strong></em></a>: “Sembra svolgere una funzione rilevante, la diffusione di una cultura del lavoro che fa della <em>performance</em> individuale e della capacità di competere efficacemente sui mercati emergenti degli elementi imprescindibili dell’alto riconoscimento sociale. Il lavoro diventa fonte di attribuzione di elevato status quando è visto come attività rischiosa, creativa e di responsabilità. L’atteggiamento che tende ad attribuire rispetto e stima a chi accetta di intraprendere percorsi professionali rischiosi e non istituzionalmente protetti, sembra far parte di una più generale «cultura del rischio» tipica dei contesti economici postfordisti […] la «cultura del rischio» è cioè una cultura individualistica, meritocratica che attribuisce valore sociale all’attore che agisce senza pianificare nei dettagli la sua strategia, che aggredisce il mercato piuttosto che subirne gli effetti, che affronta con risolutezza e autonomia le condizioni d’incertezza e variabilità della società postfordista […] il saper rischiare, quindi, diventa il principale criterio di valorizzazione sociale del postfordismo. Rischiare significa, infatti, stare dentro, non rischiare significa stare inesorabilmente fuori”.</p>
<p>Il lavoratore della conoscenza, dunque, pur subendo l’incertezza della precarietà e i bassi salari che ad essa si accompagnano, riesce a compensare questa posizione di dominato, acquisendo riconoscimento sociale da parte dei dominanti: egli si sente, comunque, dalla parte dei vincitori. Le soddisfazioni simboliche sono il suo balsamo sulle piaghe economiche. E questo è un aspetto ben presente nel rapporto di forza tra datore di lavoro e lavoratore. Un direttore di collana di una delle più prestigiose case editrici italiane, infuriato nei confronti delle rivendicazioni minime di un traduttore da anni coinvolto attraverso contratti a progetto, gli ricordava quale fortuna quest’ultimo avesse di poter lavorare e imparare il mestiere in così nobile ed elitario contesto. Commentano, Bologna e Banfi: “se la forma «mercato» è indissolubile dal riconoscimento sociale, significa anche che una delle cause della mancanza di reazione all’impoverimento della <em>middle class</em> può essere dovuta al fatto che esercitare un’attività di elevata reputazione o visibilità offre una compensazione alle paghe da fame o agli onorari vergognosi. Forse questa è la vera trappola che ingabbia i lavoratori indipendenti, essere vincolati ai valori del riconoscimento sociale tanto quanto la classe operaia è stata vincolata ai valori del consumismo”<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<p>Cominciamo forse a prendere atto che questa categoria di lavoratori, che avrebbero dovuto costituire l’avanguardia di una futura rivoluzione, manifesta una complessità di aspetti e un’ambivalenza poco consona a così rosee speranze. Intanto, una parte di questi lavoratori, quale che sia la sua origine sociale, fa di tutto, nel nuovo universo del lavoro precario, per restare ceto medio. Il crollo del ceto medio, da tempo annunciato, sembra non essersi per ora verificato né in Italia né in Francia. Una fascia del precariato culturale lotta, sfruttando tutti i capitali disponibili, culturali, sociali ed economici, per non soccombere, e anzi per conquistare sia più prestigio sociale che maggiore sicurezza economica, avendo ormai assunto una cultura del rischio. In questa individualistica lotta, nulla gli impedisce di partecipare a puntuali mobilitazioni, a pratiche di critica e contestazione dell’esistente. Esiste certamente una fascia più fragile, che non dispone invece di eguali capitali sociali ed economici, ad esempio, e che è violentemente e irrimediabilmente toccata dall’impoverimento. Queste persone condividono il loro destino, molto probabilmente, più con quelli che Magatti e De Benedittis chiamano i nuovi ceti popolari. Ed è qui che la dominazione attraverso la precarietà colpisce in modo più violento. È tra questi ceti, d’altra parte, che si stanno radicando in Europa delle importanti spinte antisistema. Esistono indubbiamente importanti focolai di antagonismo, e di antagonismo popolare, solo che esso è egemonizzato con sempre maggiore efficacia in tutta Europa dai partiti di estrema destra a carattere nazionalistico, populista e xenofobo. La resistibile crescita di queste destre estreme, da Jobbik in Ungheria (16,7% alle legislative nel 2010) al Front National francese (17,90% nel 2012 ), dal “Partito dei Veri Finlandesi” in Finlandia (19,1% nel 2011) al “Fpö” in Austria (20,6% nel 2013), mostra non solo l’incapacità delle sinistre istituzionali di rispondere efficacemente alla crescente sofferenza sociale, ma anche la miopia delle sinistre più radicali. L’aver voluto misurare le capacità di resistenza all’offensiva neoliberista durante questi decenni sul metro del lavoratore della conoscenza ha consentito di ignorare quanto accadeva al lavoro meno qualificato, che immateriale o meno, continua ad esistere e a determinare il destino dello strato più vulnerabile della società. (Grande sorpresa su “Repubblica” del 10 luglio 2012, quando si presentano i risultati di un’analisi fatta dal centro studi della Cgia di Mestre: “L’esercito dei precari: quasi 3,5 milioni con uno stipendio mensile di 836 euro. Solo il 15% dei precari ha una laurea”.)</p>
<p>Questa vulnerabilità, innanzitutto, si esprime attraverso un chiaro obiettivo, che è quello di voler <em>essere dentro</em>. Quanto di più estraneo, per chi ha l’acqua alla gola, il discettare, come va molto di moda tra noi lavoratori culturali, sul come <em>essere fuori stando dentro</em>. Scrivono Magatti e De Benedittis: “In effetti, quello che abbiamo trovato è un mondo preoccupato più di «stare dentro», di integrarsi, di accedere, di essere riconosciuto, di cogliere l’occasione, che non di cambiare o di credere in qualcosa di diverso<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>”. Io farei un passo ulteriore. L’ambivalenza, infatti, esiste anche presso i ceti popolari. Essa si esprime in un grande e quotidiano sforzo per non essere esclusi dal gioco sociale attraverso, ad esempio, gli stili di consumo. Dall’altro, però, questo sforzo costruttivo e positivo, tutto teso alla conservazione di status e identità, si rovescia in rabbia antisistemica. Sembra essere a quel punto bruciata anche l’ultima illusione, ossia l’integrazione sociale attraverso il consumo. Si apre, allora, un vero orizzonte di lotta, di <em>engagement</em>, accompagnato dal corrispettivo popolare di quel balsamo simbolico che curava il lavoratore della conoscenza. Il supplemento d’anima, qui, non è più dato dal riconoscimento sociale, ma dall’identità comunitaria e dalla speranza di redenzione. Il proletariato antisistemico delle odierne nuove destre vuole come Occupy Wall Street combattere il capitale finanziario, ma non si fa illusioni sulle proprie forze. Si sente troppo debole per ingaggiare battaglie frontali contro il Capitale, di cui misura, a volte fin dalla nascita, tutta l’impietosa potenza. Preferisce, quindi, prendersela con gli immigrati, l’islam, il multiculturalismo, che sono obiettivi plausibili in un’ottica militante, e nel contempo manifestano in modo scandaloso, per i benpensanti democratici, l’audacia antisistema di tale scelta.</p>
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<p><em>In conclusione: una questione politica e una etica.</em></p>
<p>A conclusione di questa riflessione sul lavoratore culturale, mi pare importante evidenziare due punti. Il primo è propriamente politico. Nell’attuale frantumazione delle esperienze di lavoro, l’obiettivo che mi pare più arduo da raggiungere è quello di creare circostanze in cui differenti forme di sofferenza sociale si possano incontrare, costruendo dei vocabolari comuni. La costruzione della categoria politica dei precari della conoscenza ha sì fornito, come abbiamo visto, una narrazione potenzialmente antagonista e emancipatrice. La base sociale, però, che avrebbe dovuto fare propria tale narrazione, si è dimostrata disomogenea negli interessi e ambivalente nei valori. Inoltre, essa ha finito per considerare la propria esperienza come chiave di lettura del conflitto più generale tra capitale e lavoro all’interno delle società tecnologicamente ed economicamente più avanzate. Questo atteggiamento ha finito per misconoscere i conflitti e le sofferenze sociali che si svolgevano in altre zone del mercato del lavoro e di cui erano protagonisti lavoratori non qualificati. È mancata, insomma, una elementare capacità di guardarsi criticamente, attenuando la portata esemplare della propria condizione lavorativa e del proprio bagaglio culturale. Invece di mirare alla traduzione di esperienze diverse e al confronto tra di esse, si è privilegiata l’enfasi sulla propria identità, tanto più ingombrante e vistosa quanto più indeterminata.</p>
<p>In un’intervista che io stesso gli feci per “alfabeta2”<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>, Maurizio Lazzarato fornì una testimonianza importante a questo proposito. Il movimento degli <em>intermittents du spectacle</em> (’92, ‘97-98, 2003) o almeno la sua componente maggioritaria, aveva deciso di battezzare il proprio coordinamento “Intermittenti e precari”, evidenziando come il precariato degli intermittenti dello spettacolo corrispondesse alle condizioni più generali del mondo del lavoro. In questo modo gli <em>intermittents</em> accettavano di sacrificare la loro specificità creativa a favore di una ricomposizione più vasta delle lotte dei differenti soggetti sottoposti al lavoro discontinuo. Lazzarato mi raccontò di quanto il dibattito intorno al nome occupò per mesi il movimento, in seno al quale si creò una corrente maggioritaria e una minoritaria, quest’ultima tesa a rivendicare la propria identità “artistica”.</p>
<p>Su questo tema è intervenuto anche Carlo Formenti, sempre su “alfabeta2”, con un articolo che spero abbia suonato la campana a morto per l’uso troppo disinvolto del termine “lavoro culturale o cognitivo”. Formenti, in particolare, cita un articolo del Collettivo <em>Uninomade</em> apparso alcuni mesi prima, in cui si abbandonerebbe finalmente “l’ipostatizzazione metafisica della moltitudine”, per abbozzare le vecchie analisi di classe e promuovere una <em>politica della composizione</em> “tra nuovi poveri che lavorano, classe operaia impoverita e frazioni di classi medie che esperiscono un declassamento” (<em>Per una politica della composizione</em>, “alfabeta2”, n° 19, maggio 2012). Pur considerando positivamente questa svolta, Formenti critica però “la volontà di difendere a tutti i costi il ‘paradigma’ consolidato nei precedenti vent’anni. Il cui punto più debole (…) coincide con l’ostinata identificazione (clamoroso esempio di confusione fra composizione tecnica e composizione politica!) del soggetto antagonista con il lavoro cognitivo”. E aggiunge più avanti: “ma per quale oscura ragione, se non per miopia eurocentrica, qualche decina di migliaia di nerd angloamericani dovrebbero incarnare il punto più alto della composizione di classe rispetto ai due miliardi di operai cinesi, indiani e latino-americani?”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>.</p>
<p>Il secondo punto mi limiterò esclusivamente a evocarlo come spunto per una riflessione ulteriore. Esso riguarda una dimensione etica più che politica. Io stesso sono un lavoratore della conoscenza, un lavoratore culturale. Potrei, però, di tanto in tanto domandarmi di <em>quale</em> cultura io sia un lavoratore. Non solo, infatti, tendiamo a dare per scontato che il lavoratore culturale veicoli antagonismo e creatività. Ma non entriamo minimamente nel merito dei caratteri specifici della cultura che egli trasmette, elabora, innova. Che ruolo ha in essa, ad esempio, l’immaginario di un’espansione industriale e tecnologica illimitata? In che termini noi siamo, oltre che produttori, anche consumatori di questa stessa cultura? Che distanza critica siamo riusciti a porre tra noi e le “magnifiche” macchine che rendono il lavoro immateriale? Quanto la nostra intera esistenza (produzione e consumo) si modella su tecnologie che, al di fuori del nostro controllo, giungono a modificare le nostre forme di vita secondo ritmi sempre più sostenuti? In particolare, strumenti e tecnologie dell’industria dell’informazione sono rimasti, nelle nostre analisi del lavoratore culturale, elementi <em>neutri</em>, che non richiedono riflessioni specifiche. Essi sono degli innocui moltiplicatori delle nostre individuali potenzialità cognitive. Sembra che conti pochissimo, per ora, indagare le forme, i limiti, le tendenze che questi moltiplicatori impongono alla nostra mente.</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Dario Gentili, <em>Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica</em>, il Mulino, Bologna, 2012.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Mario Tronti, <em>Operai e capitale</em> (1966), Derive Approdi, Roma, 2006, p. 314.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> La definizione dell’economista Enzo Rullani è contenuta in un’intervista intitolata <em>L’Economia della Conoscenza</em>, in <a href="http://www.scarichiamoli.org/">www.scarichiamoli.org</a>, 16/09/2005.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Michael Hardt e Antonio Negri, <em>Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale</em>, Rizzoli, Milano, 2004, p. 365.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Paolo Virno, <em>Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee</em>, Derive Approdi, Roma, 2002, p. 84.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Luc Boltanski, <em>De la critique, Précis de sociologie de l’émancipation</em>, Gallimard, Paris, 2009, p. 223.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Mauro Magatti e Mario De Benedittis, <em>I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto della classe operaia?</em>, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 13.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Arnaldo Bagnasco (a cura di), <em>Ceto medio. Perché e come occuparsene. Una ricerca del Consiglio italiano per le Scienze Sociali</em>, il Mulino, Bologna, 2008, p. 9.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> <em>Ivi</em>, p. 10.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Lucia Tozzi, <em>Schiavi delle reti. </em><em>Gli effetti del networking sul lavoro indipendente</em><em>, in “alfabeta2”, 19, 2012, p. 24.</em></p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Federico Chicchi, <em>Lavoro flessibile e pluralizzazione degli ambiti di riconoscimento sociale</em>, in E. Di Nallo, P. Guidicini, M. La Rosa (a cura di), <em>Identità e appartenenza nella società della globalizzazione. Consumi, lavoro, territorio</em>, Franco Angeli, Milano, 2004, pp. 118-119.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Dario Banfi e Sergio Bologna, <em>Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro</em>, Feltrinelli, Milano, p. 58.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Mauro Magatti e Mario De Benedittis, <em>I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto della classe operaia?</em>, cit., p. 203.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Andrea Inglese (a cura di), <em>La lotta degli “intermittenti dello spettacolo” in Francia. Intervista a Maurizio Lazzarato</em>, in “alfabeta2”, 14, 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Carlo Formenti, <em>Tra postoperaismo e neoanarchia</em>, in “alfabeta2”, 22, 2012, p. 10.</p>
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		<title>Zero maggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2013 09:00:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45515" alt="PrimoMaggio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg" width="543" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg 543w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio-300x135.jpg 300w" sizes="(max-width: 543px) 100vw, 543px" /></a></p>
<p>di <a href="http://doppiozero.com/materiali/speciali/primo-maggio-la-classe-operaia-e-andata-pensione"><strong>Gianni Biondillo</strong></a></p>
<p>Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. Trovò quasi subito lavoro in fabbrica. Il suo caporeparto gli parlava in dialetto milanese e si incazzava se Alfonso (Rossi, un cognome che pare già un luogo comune) faticava a comprenderlo. Per <em>par condicio</em> lui replicava in napoletano, finché, nel tempo, trovarono nell’italiano la lingua franca per comunicare e lavorare al meglio, tutti assieme. All’inizio non conosceva nessuno, ma fra colleghi di reparto, sezioni di partito, riunioni sindacali, nel volgere di poco tempo si sentì già completamente integrato. Qualche mese dopo la sua partenza, la madre dal paese, piangendo di nostalgia al telefono, gli implorò di ritornare a casa. “No &#8211; fu la sua risposta &#8211; non torno. Qui mi chiamano ‘signor Rossi’, mi danno del lei e rispettano il mio lavoro”. Era uscito dal suo mondo pre-moderno, familista, aveva preso coscienza, sapeva d’appartenere ad una classe in sé e per sé. Erano gli anni Sessanta, gli anni in cui nacqui io, figlio di due immigrati meridionali, sottoproletari e semianalfabeti, che il massimo che potevano augurare al loro figlio era un lavoro come quello di Alfonso, aspirazione autentica di emancipazione sociale a portata di mano. Essere operai, quando ero bambino, era una nota di vanto, era sentirsi parte di una élite, nel cuore di una avanguardia che guardava verso il sol dell’avvenire con fiducia e impegno.</p>
<p>Ad Alfonso piaceva suonare la chitarra. Lo conobbi così, studiando assieme a lui i primi rudimenti dello strumento, io ragazzino, lui uomo fatto. Tornava dal lavoro, smetteva la tuta, una doccia e poi si suonava assieme. E si parlava. Mi spiegò che un proletario deve leggere sia <em>Il Manifesto</em> che <em>il Corriere della Sera</em>, ché quello che pensano i padroni dobbiamo sempre conoscerlo. Mi insegnò la moralità del lavoro, Alfonso. Compresi davvero il significato del primo articolo della nostra Costituzione: una Repubblica fondata sul lavoro. Sulla dignità del lavoro, a voler precisare. I lavoratori erano investiti di doveri onerosi &#8211; nei confronti dell’impresa, della famiglia, della nazione &#8211; ma erano anche portatori di diritti, inalienabili, conquistati negli anni dai padri, dai fratelli. C’era un giorno per ricordarcelo: il giorno della festa dei lavoratori.</p>
<p>Ricordo le feste del Primo Maggio della mia infanzia. Ricordo il silenzio delle strade vuote, le vetrine abbassate come a Natale, i mezzi pubblici che restavano nel chiuso dei depositi. Ricordo le manifestazioni in centro città, affollate processioni sacre del laicismo proletario. Roba del secolo, del millennio scorso. Le fabbriche hanno chiuso, buona parte dei capannoni dismessi sono stati abbattuti, le aree liberate si sono trasformate in preziose occasioni per eccitare la famelica speculazione immobiliare, il mercato privato ha ridisegnato le città indifferente ai temi sociali, senza una politica pubblica che abbia saputo governare la trasformazione. La classe operaia, dagli anni Ottanta in poi, non è andata in paradiso. È andata in pensione.</p>
<p>Il Primo Maggio sembra ormai solo il giorno di un evento musicale da seguire alla televisione, senza capire esattamente cosa si celebri, in una società polverizzata, indebolita, antisolidale. Oggi &#8211; ironia della sorte &#8211; si festeggia il giorno dei lavoratori lavorando; in un circolo antropofago autolesionista s’è secolarizzata la sacralità del lavoro per oggettiva perdita della classe clericale, che teneva vivo il culto. Il proletariato, e la sua vitalità di soggetto sociale, è <em>desaparecido</em>. Ciò che resta, e accresce le fila sempre più, è un sottoproletariato straccione e sperduto, troppo simile a quello della mia infanzia, che si barcamena in un mondo del lavoro precarizzato e ferino, che non ha più voglia di festeggiare, perché non possiede nulla, perché è fatto di schiavi senza diritti, nuda vita alla mercé di negrieri finanziari, loro sì davvero internazionalizzati. Il rosseggiare che si vede all’orizzonte non è il sol dell’avvenire, è il tramonto del sogno collettivo.</p>
<p>Temo il buio a venire, temo il gelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’utopia del possibile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/01/05/lutopia-del-possibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jan 2013 17:35:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Adele Pesce]]></category>
		<category><![CDATA[classe operaia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[utopia]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>(brani tratti da: Adele Pesce, <em>Fare cose con le parole</em>, e mie riflessioni)</strong><br />
quando mi sveglio un po’ più tardi, sembra che i bambini lo facciano apposta, capricci a non finire: non vogliono vestirsi, non vogliono lavarsi, il latte è troppo caldo o troppo freddo. Io penso già alla multa che prenderò in fabbrica e gli dico delle brutte cose e finisce sempre che uno dei due si mette a piangere…]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/05/lutopia-del-possibile/la-classe-operaia-va-in-paradiso-2/" rel="attachment wp-att-44534"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-44534" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/La-Classe-operaia-va-in-paradiso1-300x162.jpg" alt="" width="303" height="193" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/La-Classe-operaia-va-in-paradiso1-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/La-Classe-operaia-va-in-paradiso1-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /></a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/05/lutopia-del-possibile/rosie-the-riveterwe-can-do-it179-wp-1563wwii-poster-4/" rel="attachment wp-att-44540"><img loading="lazy" class="alignright size-thumbnail wp-image-44540" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-150x150.jpg" alt="" width="160" height="160" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-120x120.jpg 120w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a></p>
<p><strong>[brani tratti da: Adele Pesce, <em>Fare cose con le parole</em>, e mie riflessioni]</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>&#8220;[…] quando mi sveglio un po’ più tardi, sembra che i bambini lo facciano apposta, capricci a non finire: non vogliono vestirsi, non vogliono lavarsi, il latte è troppo caldo o troppo freddo. Io penso già alla multa che prenderò in fabbrica e gli dico delle brutte cose e finisce sempre che uno dei due si mette a piangere… Li scarico davanti alla scuola e loro mi guardano male e non vogliono nemmeno il bacio… Durante il tragitto non ho tempo di pensarci, ma appena sono in fabbrica, appena mi trovo davanti alla catena e comincio a fare il lavoro, non riesco a pensare ad altro che all’ultima occhiata triste che mi hanno lanciato. Continuo a pensarci, e quel piccolo fatto quotidiano si ingrandisce sempre più, diventa enorme e drammatico… Rivedo tutti i momenti della mattina e mi sembrano tremendi, arrivo a pensare lì alla catena di essere una madre cattiva che odia i suoi figli […]. E questo perché il mio pensare lì alla catena è del tutto separato dall’agire […]. Io sono impotente, non posso assolutamente modificare la realtà e questa si ingrandisce e mi schiaccia. Mi viene un’angoscia terribile, vorrei andare via, non ce la faccio a stare chiusa lì dentro. Certe volte mi dico: adesso vado dal capo e gli dico che mi sento male e se non mi crede mi butto per terra. Poi l’angoscia mi passa e comincio a pensare a quello che farò la sera quando uscirò e li andrò a prendere a scuola. Li porto ai giardini e faremo tanti giochi. No, li porto al Luna Park, M. ci ha fatto una passione… e poi magari a mangiare una pizza… Stasera niente televisione, gli racconterò quella favola che gli piace tanto. Progetti su progetti durante tutta la mattina fino all’ora della mensa. Quando riprendo, ora che l’uscita dal lavoro è veramente vicina, il mio stato d’animo non è più quello. È come se cambiasse dentro di me la dimensione del tempo: più si accorcia il tempo in cui sarò costretta a stare chiusa in fabbrica, più il tempo che avrò a disposizione quando sarò fuori mi sembra poco. E comincio a pensare che non farò niente: niente giardini, niente Luna park. Immagino che, sempre di corsa, stanca morta, farò la spesa, preparerò la cena, un po’ di televisione e poi a letto. Queste immagini mi tormentano, anche perché sono più vere delle precedenti, perché è come è successo ieri e come probabilmente farò domani. Mi viene di nuovo un’angoscia terribile… Mi sembra di impazzire. Non ho più quasi voglia di uscire, vorrei avere ancora tante ore da passare chiusa lì dentro per poter tornare di nuovo ad immaginarmi cose belle… Sai che ti dico? Non è il lavoro che è alienato, è il tempo. La fabbrica ti dà un tempo immaginario che è un imbroglio. Quando stai dentro immagini sempre moltissimo e non si tratta di fantasie ma di cose possibili. La cosa strana è che più ore hai davanti, più sei impotente a fare, più le immagini che ti vengono [in mente] sono belle; più le ore diventano poche, stai per uscire, si avvicina il tempo in cui potrai tornare a fare, più le immagini diventano brutte… Forse perché ti accorgi che non è soltanto il tempo che passi dentro, ma soprattutto il tempo fuori che ti rubano&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: left;">(C., anni 25, operaia, Forlì)</p>
<p style="text-align: left;">È un’intervista del 1982, condotta nell’ambito di una ricerca del sindacato metalmeccanico in Emilia Romagna. L’ho ripresa da un recente volume che riunisce scritti di Adele Pesce, sociologa, sindacalista e femminista, perché mi hanno colpito l’intensità e la scansione della narrazione che ne fanno un testo letterario, e soprattutto perché mi ha colpito il concetto di “possibile” in relazione a realtà e immaginario. Adele Pesce, citando<em> L’uomo senza qualità</em> di Musil e <em>Le sens pratique</em> di Bourdieu, così commenta questa e altre interviste da lei svolte: “[…] con il risultato che le storie raccontate non erano mai soltanto esperienze reali, verità reali, ma esperienze e verità possibili. Nella preparazione della ricerca avevamo cercato di porci questo problema, decidendo di tenere presente l’immaginario come categoria importante. Dicevamo: dobbiamo intrecciare come una persona è e come vorrebbe essere, la vita che concretamente fa e quella che immagina di fare […] Nei loro racconti, le donne si comportano come se non ci fosse questa scissione e introducono invece un’altra dimensione, quella del possibile. La loro vita appare a chi l’ascolta molto più simile a un’esperienza immaginaria che a un’esperienza reale: perché è solo nelle esperienze immaginarie, nella letteratura ad esempio, che il mondo sociale riveste la forma di ‘un universo di possibili, ugualmente possibili, per ogni soggetto possibile’”. Pesce aggiunge che il possibile appare come una dimensione cui si fa ricorso non per evadere dal reale ma per dotare il reale di senso.</p>
<p style="text-align: left;">L&#8217;utopia del possibile non è la sola idea stimolante che emerge da questo volume i cui saggi ripercorrono essenzialmente gli anni ’80, ma che si chiude con un articolo apparso nel 2009 su “Inchiesta”, <em>Fare cose con le parole</em> (da qui il titolo al volume), in cui appoggiandosi alla teoria di Austin sugli enunciati performativi, Pesce esamina il linguaggio che legittima il  razzismo  nell’era del berlusconismo. Restando agli anni ’80: le questioni nodali su cui Pesce rifletteva erano la tensione tra aspirazione all’uguaglianza e senso della diversità, tra soggettività e collettività, tra dimensione teorica e azione. Leggendo problemi e interrogativi di quegli anni ho provato un vago malessere. Perché? Forse perché mi sembrano ora come allora ancora così fondamentali, ma allora ci riflettevo e poi non più? O perché le cose, in particolare per le donne, non sono cambiate molto, o comunque non nel senso voluto? In un lungo dialogo-intervista con Vittorio Foa intitolato “La politica, la persona” (1986), Adele Pesce risponde a Foa che le chiede cosa significasse per lei essere di sinistra negli anni ’50: “la possibilità di cambiare […] essere di sinistra era per me avere certezze sulla possibilità che il mondo potesse essere cambiato, i rapporti tra le persone potevano essere cambiati, il modo di governare  poteva essere cambiato, le forme di vita sociale potevano essere cambiate”.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>I tortuosi sentieri del capitale / Giovanni Arrighi intervistato da David Harvey (2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/20/giovanni-arrighi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 07:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Manifesto del Partito Comunista]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Tribunale brasiliano concede l&#8217;estradizione a Battisti. Prime pagine dei quotidiani di giovedì 19 novembre. Già si prepara una dibattito all&#8217;italiana: ci chiederanno se siamo pro o contro l&#8217;estradizione di Battisti, se lo vogliamo difendere o no, e intanto si restringerà ancora di più la visuale sugli anni Settanta. Battisti diventerà ancora una volta il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Tribunale brasiliano concede l&#8217;estradizione a Battisti. Prime pagine dei quotidiani di giovedì 19 novembre. Già si prepara una dibattito all&#8217;italiana: ci chiederanno se siamo pro o contro l&#8217;estradizione di Battisti, se lo vogliamo difendere o no, e intanto si restringerà ancora di più la visuale sugli anni Settanta. Battisti diventerà ancora una volta il simbolino dentro cui ficcare un decennio di studi, lotte, esperimenti collettivi. Io ripropongo, intanto, la seconda parte dell&#8217;intervista di Giovanni Arrighi, a dire ai pochi che hanno orecchie per intendere, della mia età e sopratutto più giovani, quegli anni sono tante e diverse cose. Non solo un buco nero, anche una miniera. L&#8217;itinerario umano e intellettuale di Giovanni Arrighi sta qui ad indicarlo. A I</em> &#8211; La prima parte <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/i-tortuosi-sentieri-del-capitale-giovanni-arrighi-intervistato-da-david-harvey/">qui</a> &#8211;</p>
<p>Traduzione di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
<p>[Si riportano di seguito alcuni estratti dall’ultima intervista di Arrighi, rilasciata a David Harvey e apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della <a href="http://www.newleftreview.org/?view=2771">New Left Review</a>. Ringrazio David Harvey, Beverly Silver, Kheya Bag per la disponibilità, Nicola Montagna per i pareri sulla traduzione e la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna per le indicazione bibliografiche. Gh. B.]</p>
<p>[&#8230;]<br />
<em>Un’altra idea, alla quale hai fornito una profondità teorica molto più grande, ma che ciononostante deriva da Braudel, è la nozione che l’espansione finanziaria annunci l’autunno di un particolare sistema egemonico, e preceda lo spostamento verso una nuova egemonia. Questa sembrerebbe un’intuizione centrale in</em> The long twentieth century(1)?<br />
<span id="more-26446"></span><br />
Sì. L’idea era che le organizzazioni capitaliste, che fanno da guida in una data epoca, siano anche le guide dell’espansione finanziaria, che si dà sempre quando l’espansione materiale delle forze produttive raggiunge i suoi limiti. La logica di questo processo – anche se, di nuovo, Braudel non la fornisce – è che quando la competizione si intensifica, l’investimento nell’economia materiale diventa sempre più rischioso e, quindi, la preferenza di liquidità di chi accumula è accentuata, la qual cosa, a sua volta, crea le condizioni di offerta dell’espansione finanziaria. La questione successiva, naturalmente, è come vengono create le condizioni di domanda per le espansioni finanziarie. Per questo aspetto, mi sono basato sull’idea di Weber che la competizione inter-statale per il capitale mobile costituisca la specificità, nella storia mondiale, dell’età moderna. Questa competizione, sostengo, crea le condizioni di domanda per l’espansione finanziaria. L’idea di Braudel di “autunno” – come fase conclusiva di un processo di leadership nell’accumulazione, che va dal materiale al finanziario e finalmente al trasferimento per opera di un altro leader – è cruciale. Ma lo è anche l’idea di Marx che l’autunno di uno stato particolare, che sta avendo la sua espansione finanziaria, è anche la primavera di un altro luogo: i surplus che si accumulano a Venezia vanno in Olanda; quelli che si accumulano in Olanda dopo vanno in Gran Bretagna; e quelli che si accumulano in Gran Bretagna vanno negli Stati Uniti. In questo modo, Marx ci mette in grado di completare quello che troviamo in Braudel: l’autunno diventa altrove una primavera, producendo una serie di sviluppi interconnessi.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>Ancora sulla questione della manodopera, potremmo allora ritornare sul tuo saggio del 1990, riguardo al ricostituirsi del movimento operaio mondiale, </em>Marxist century, American century(2)?<em> Lì sostieni che la descrizione di Marx della classe operaia, nel Manifesto, è profondamente contraddittoria, dato che pone l’accento allo stesso tempo sul crescente potere collettivo della forza lavoro, come effetto dello sviluppo capitalista, e sul suo crescente impoverimento, corrispondendo i due aspetti, concretamente, ad un esercito industriale attivo e ad un esercito di riserva. Marx, metti in evidenza, pensava che entrambe le tendenze si sarebbero trovate unite in una medesima massa umana; ma tu sei andato oltre, proponendo che, all’inizio del XX secolo, in effetti si polarizzarono spazialmente. In Scandinavia e nell’Anglosfera, è prevalsa la prima, in Russia e ancora più a est la seconda – con Bernstein che comprendeva la situazione della prima, e Lenin dell’ultima – portando alla divisione tra le ali riformista e rivoluzionaria del movimento operaio. Nell’Europa centrale – Germania, Austria, Italia – d’altra parte, proponevi che ci fosse un equilibrio più incerto tra l’esercito attivo e la riserva, cosa che portò agli equivoci di Kautsky, incapace di scegliere tra riforma e rivoluzione, contribuendo alla vittoria del fascismo. Alla fine del saggio, suggerivi che potrebbe essere prossima una ricomposizione del movimento operaio – con la miseria che riappare in Occidente, per il ritorno di una disoccupazione diffusa, e il potere collettivo degli operai, con la rinascita della Solidarność, che riappare nell’Est, forse riunendo ciò spazio e storia avevano diviso. Come vedi oggi una prospettiva di questo tipo?</em></p>
<p>Ecco, la prima cosa è che, insieme a questo scenario ottimistico dal punto di vista dell’unificazione delle condizioni della classe operaia in termini globali, c’era anche una considerazione più pessimistica nel saggio, che sottolineava una cosa che ho sempre considerato un difetto serio del <em>Manifesto</em> di Marx e Engels. C’è un salto logico che proprio non regge, intellettualmente e storicamente – l’idea che, per il capitale, quelle cosa che noi oggi chiameremmo genere, etnia, nazionalità, non abbiano importanza. Che la sola cosa che abbia importanza per il capitale sia la possibilità dello sfruttamento; e che quindi è il gruppo sociale più sfruttabile quello che viene impiegato, senza alcuna discriminazione in base alla razza, il genere, l’etnia. Questo è certamente vero. Tuttavia, non ne deriva che i vari gruppi sociali all’interno della classe operaia lo accettino così semplicemente. In effetti, è proprio nel momento in cui la proletarizzazione diventa generalizzata, che gli operai iniziano a mobilitarsi su qualunque tipo di differenza di status riescano a identificare o costruire, per ottenere un trattamento privilegiato da parte dei capitalisti. Si mobiliteranno lungo linee di genere, linee di nazionalità, di etnia o quant’altro, per ottenere un trattamento privilegiato da parte del capitale.</p>
<p><em>Marxist century, American century</em> quindi non è così ottimistico come potrebbe essere apparso, poiché puntava su questa tendenza interna alla classe operaia ad accentuare le differenze di status, per proteggere se stessa dalla disposizione del capitale a trattare la forza lavoro come una massa indifferenziata, che va impiegata solo nella misura in cui permette al capitale di mietere profitti. Così l’articolo finisce con una nota ottimistica, per cui c’è una tendenza al livellamento ma, allo stesso tempo, dovremmo tenere in conto che gli operai lotteranno per proteggersi, attraverso la formazione o il consolidamento di gruppi sociali, proprio contro questa tendenza.</p>
<p><em>Questo vuol dire che la differenziazione tra l’esercito attivo e la riserva industriale tende anche ad essere divisa in base allo status – razzializzata, per così dire?</em></p>
<p>Dipende. Se si guarda al processo globalmente – laddove l’esercito di riserva non è solo il disoccupato, ma anche il sommerso o l’escluso – allora c’è di sicuro una divisone di status tra i due. La nazionalità è stata usata da segmenti della classe operaia, dell’esercito attivo, per differenziarsi dall’esercito di riserva globale. A livello nazionale, la cosa è meno chiara. Se si prendono gli Stati Uniti o l’Europa, è molto meno evidente che ci sia, in effetti, una differenza di status tra l’esercito attivo e quello di riserva. Ma con i migranti che in questo periodo stanno arrivando da paesi molto più poveri, i sentimenti anti-immigrazione, che sono una manifestazione di questa tendenza a creare distinzioni di status all’interno della classe operaia, sono cresciuti. E, così, si tratta di un’immagine molto complessa, specialmente se si guarda ai flussi transnazionali di migrazione, e alla situazione, per cui l’esercito di riserva è principalmente concentrato nel Sud globale piuttosto che nel Nord.<br />
<em><br />
Nel tuo articolo del 1991,</em> World income inequalities and the future of Socialism (3), <em>hai mostrato la straordinaria stabilità, nel XX secolo, della gerarchia della ricchezza regionale – nella misura in cui la differenza nelle entrate pro capite tra il centro, rappresentato dal Nord e Ovest del mondo, ed il Sud ed Est periferici e semiperiferici, era rimasta immutata o, in effetti, si era approfondita dopo mezzo secolo di sviluppo. Il comunismo, evidenziavi, ha fallito nel diminuire quella differenza in Russia, nell’Europa Orientale e in Cina, benché non avesse fatto peggio del capitalismo in America latina, nell’Asia Sud-orientale o in Africa, e sotto altri punti di vista – una distribuzione del reddito più egualitaria all’interno della società ed una più grande indipendenza dello stato dal centro Nord-Occidentale – avesse fatto decisamente meglio. Circa due decenni dopo, la Cina ha ovviamente rotto lo schema che avevi descritto allora. Quanto è stata una sorpresa – o quanto non lo è stata – per te?</em></p>
<p>Per prima cosa, non dovremmo esagerare la portata con cui la Cina ha rotto lo schema. Il livello di reddito pro capite in Cina era così basso – ed è ancora basso, se paragonato alle nazioni ricche – che anche i progressi più grandi devono essere circostanziati. La Cina ha raddoppiato la sua posizione rispetto al mondo ricco, ma la cosa vuol dire solo andare dal 2 per cento del reddito medio pro capite dei paesi ricchi al 4 per cento. È vero che la Cina è stata decisiva nel produrre una riduzione delle disuguaglianze di reddito a livello mondiale tra le nazioni. Se non si conta la Cina, la posizione del Sud è peggiorata a partire dagli anni ‘80; se la si conta, allora il Sud è migliorato di un poco, dovuto quasi esclusivamente al miglioramento della Cina. Ma, naturalmente, c’è stata una grande crescita della disuguaglianza all’interno della RPC, cosicché la Cina ha contribuito anche all’aumento degli ultimi decenni delle disuguaglianze all’interno delle nazioni su scala mondiale. Prendendo i due indici insieme – disuguaglianza tra e dentro le nazioni – statisticamente la Cina ha portato quasi ad una riduzione nel totale della disuguaglianza globale. Non dovremmo esagerare questa cosa – lo schema mondiale è ancora quello delle fortissime differenze, che si stanno riducendo di piccola misura. Comunque, è importante perché cambia le relazioni di potere tra le nazioni. Se va avanti, può anche cambiare la distribuzione globale del reddito, da una ancora molto polarizzata ad una più normale, sul tipo di quella di Pareto.</p>
<p>La cosa mi ha sorpreso? In una certa misura, sì. In effetti, è per questo che, negli ultimi quindici anni, ho spostato il mio interesse verso lo studio dell’Asia Orientale, realizzando che, benché l’Asia Orientale – eccetto il Giappone, chiaramente – faccia parte del Sud, ha alcune peculiarità che la mettono in grado di generare un tipo di sviluppo che non si adatta affatto allo schema di disuguaglianza stabile tra le regioni. Allo stesso tempo, nessuno ha mai affermato – certamente non l’ho fatto io – che la stabilità nella distribuzione globale del reddito significava anche l’immobilità di nazioni e regioni specifiche. Una struttura abbastanza stabile di disuguaglianza può persistere, con alcune nazioni che vanno su e altre giù. E questo, in una certa misura, è quello che è successo. Dagli anni ‘80 e ‘90, in particolare, lo sviluppo più importante è stata la biforcazione tra un’Asia Orientale altamente dinamica e in mobilità verso l’alto ed un’Africa stagnate ed in mobilità verso il basso, particolarmente l’Africa Meridionale – “l’Africa delle riserve di forza lavoro”, di nuovo. Questa biforcazione è la cosa che mi interessa di più: perché l’Africa Meridionale e l’Asia Orientale si sono mosse in direzioni così opposte. È un fenomeno importantissimo da capire, perché vorrebbe anche dire modificare la nostra comprensione dei fondamenti di uno sviluppo capitalista di successo e di quanto si basa o no sulla spoliazione – la completa proletarizzazione della classe contadina – come è successo nell’Africa Meridionale, o sulla proletarizzazione molto parziale che ha avuto luogo in Asia Orientale. Così, la divergenza di queste due regioni porta in evidenza un grossa questione teorica, che di nuovo sfida l’identificazione di Brenner dello sviluppo capitalista con la completa proletarizzazione della forza lavoro.</p>
<p>Chaos and governance <em>sosteneva prima di altri, nel 1999, che l’egemonia americana sarebbe decaduta principalmente attraverso la crescita dell’Asia Orientale, e soprattutto della Cina. Allo stesso tempo, apriva la prospettiva secondo la quale sarebbe stata quella anche la regione in cui la forza lavoro avrebbe posto in futuro la sfida più aspra al capitale, a livello mondiale. È stato a volte suggerito che c’è una tensione tra queste prospettive – la crescita della Cina come centro di potere rivale agli Stati Uniti e il crescente fermento tra le classi operaie in Cina. Tu come vedi la relazione tra le due?</em></p>
<p>La relazione è molto stretta perché, prima di tutto, contrariamente a quanto molti pensano, i contadini e gli operai cinesi hanno una tradizione millenaria di irrequietezza, che non ha paralleli in nessun’altra parte del mondo. In effetti, molte transizioni dinastiche sono state provocate dalle ribellioni, dagli scioperi e dalle dimostrazioni – non solo di operai e contadini, ma anche di commercianti. Questa è una tradizione che continua fino al presente. Quando Hu Jintao disse a Bush, pochi anni fa, “Non preoccupatevi che la Cina cerchi di sfidare il dominio degli USA; abbiamo già troppe preoccupazioni a casa”, si stava riferendo ad una delle caratteristiche principali della storia cinese: come contrastare la combinazione di ribellioni interne da parte delle classi subordinate e di invasioni esterne da parte dei cosiddetti barbari – dalle Steppe, fino al XIX secolo, e poi, a partire dalle Guerre dell’Oppio, dal mare. Queste sono sempre state le opprimenti preoccupazioni dei governi cinesi ed hanno messo dei limiti molto stretti al ruolo della Cina nelle relazioni internazionali. La stato della Cina imperiale della fine del XIX e del XX secolo era essenzialmente una specie di stato sociale pre-moderno. Queste caratteristiche vennero riprodotte anche nel corso dell’evoluzione successiva. Durante gli anni ‘90, Jiang Zemin ha fatto uscire il genio del capitalismo dalla lampada. I tentativi di questi giorni di rimetterlo dentro devono essere messi nel contesto di questa tradizione molto più lunga. Se le ribellioni delle classi subordinate cinesi si concretizzassero in una nuova forma di stato sociale, allora avrebbero un’influenza sullo schema delle relazioni internazionali per i successivi venti o trenta anni. Ma l’equilibrio tra le forze di classe in Cina è ancora fuori portata.</p>
<p>C’è una contraddizione tra essere uno dei maggiori centri di fermento sociale ed essere una potenza in crescita? Non necessariamente – gli Stati Uniti negli anni ‘30 erano all’avanguardia delle lotte operaie, nello stesso momento in cui stavano emergendo come potenza egemonica. Il fatto che queste lotte avessero successo, nel bel mezzo della Grande Depressione, fu un fattore significativo nel rendere gli USA socialmente egemonici anche per le classi operaie. È stato sicuramente il caso dell’Italia, dove l’esperienza americana divenne il modello per alcuni sindacati cattolici.</p>
<p>[&#8230;]<br />
<em><br />
Per ritornare alla questione delle crisi capitaliste. Il tuo saggio del 1972,</em> Towards a theory of capitalist crisis, <em>mette in opera una comparazione tra la lunga flessione del 1873-1896 e la predizione, che si dimostrò completamente accurata, di un’altra crisi simile, sottolineando le somiglianze ma anche delle importanti differenze tra le due. Però hai scritto di meno sulla crisi dal 1929 in poi. Ti sembra che la Grande Depressione continui ad essere di minor rilevanza?<br />
</em><br />
Beh, non di minor rilevanza, perché in effetti è la crisi più seria di cui il capitalismo storico abbia fatto esperienza; certamente, fu un punto di svolta decisivo. Ma fu anche educativa, per i poteri a venire, nei termini di ciò che avrebbero dovuto fare per non ripetere quella esperienza. Ci sono una varietà di strumenti, più o meno riconosciuti, per prevenire che quel tipo di crollo accada di nuovo. Anche adesso, benché il collasso della borsa sia paragonato agli anni ‘30, credo – ma posso sbagliarmi – che sia le autorità monetarie che i governi degli stati, che effettivamente hanno voce in capitolo in tutto questo, abbiamo intenzione di fare tutto quello che possono per evitare che il collasso dei mercati finanziari abbia effetti sociali simili agli anni ‘30. Semplicemente non se lo possono permettere, politicamente. E così se la caveranno in qualche modo, faranno tutto quello che devono. Anche Bush – e prima di lui Reagan – per tutta la loro ideologia da libero mercato, si sono basati su una forma estrema di spese statali keynesiane. La loro ideologia è una cosa, quello che fanno effettivamente è un’altra, dato che rispondo a situazioni politiche a cui non possono permettere di deteriorarsi troppo. Gli aspetti finanziari possono anche essere simili agli anni ‘30, ma c’è una maggiore consapevolezza e dei vincoli più stretti sulle autorità politiche perché non si lasci che questi processi abbiano effetti, sulla cosiddetta economia reale, nella stessa misura con cui lo fecero negli anni ‘30. Non sto dicendo che la Grande Depressione sia meno rilevante ma non sono convinto che sia in procinto di ripetersi nel prossimo futuro. La situazione dell’economia mondiale è radicalmente differente. Negli anni ‘30 era fortemente segmentata e quello potrebbe essere stato un fattore che ha prodotto le condizioni per quei crolli. Adesso, è molto più integrata.</p>
<p><em>In</em> Towards a theory of capitalist crisis <em>descrivi un conflitto strutturale profondo, all’interno del capitalismo, nel quali fai una distinzione tra le crisi che sono causate da un tasso troppo alto di sfruttamento, che conduce ad una crisi di realizzazione a causa dell’insufficienza della domanda reale, e quelle causate da un tasso troppo basso di sfruttamento, che taglia la domanda di mezzi di produzione. Ora, mantieni ancora questa distinzione generale e, se sì, diresti che ci troviamo in una crisi di realizzazione soggiacente, mascherata da finanziarizzazione ed espansione dell’indebitamento privato, dovuta alla repressione dei salari che ha caratterizzato il capitalismo degli ultimi trenta anni?</em></p>
<p>Sì. Credo che negli ultimi trenta anni ci sia stato un cambiamento nella natura delle crisi. Fino ai primi anni ‘80, la crisi era tipicamente una crisi di caduta del saggio di profitto, dovuta all’intensificarsi della concorrenza tra le agenzie capitaliste, e dovuta a circostanze nelle quali la manodopera era molto meglio attrezzata per difendersi rispetto alle precedenti depressioni – sia alla fine del XIX secolo che negli anni ‘30. Quella era la situazione per tutti gli anni ‘70. La controrivoluzione monetaria di Reagan e Thatcher era finalizzata negli effetti a minare questo potere, questa capacità che le classi operaie avevano di difendersi – non fu il solo obiettivo, ma fu uno degli obiettivi principali. Credo che tu citi un qualche consigliere di Thatcher, che diceva che ciò che fecero fu&#8230;</p>
<p><em>&#8230;creare un esercito industriale di riserva; esattamente&#8230;</em></p>
<p>&#8230;ciò che Marx diceva che avrebbero dovuto fare! Questo cambiava la natura della crisi. Negli anni ‘80 e ‘90 e adesso, negli anni 2000, stiamo davvero affrontando una crisi di sovrapproduzione, con tutte le caratteristiche tipiche. I redditi sono stati ridistribuiti in favore dei gruppi e delle classi che hanno un’alta liquidità ed una disposizione speculativa; così i redditi non tornano in circolazione nella forma di una domanda effettiva ma vanno nelle speculazioni, creando bolle che scoppiano regolarmente. Dunque, sì, la crisi si è trasformata da crisi di caduta del saggio di profitto, dovuta all’intensificazione della concorrenza tra i capitali, a crisi di sovrapproduzione, dovuta alla scarsità sistematica di domanda effettiva, creata dalle tendenze dello sviluppo capitalista.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>Una delle conclusioni di Marx ne Il capitale, in modo particolare nel Primo volume, è che l’adozione di un sistema di libero mercato di tipo smithiano condurrebbe alla crescita delle disuguaglianze di classe. Fino a che punto l’introduzione di un regime smithiano a Pechino comporta il rischio di disuguaglianze di classe ancora più grandi, in Cina?</em></p>
<p>La mia tesi nel capitolo teorico su Smith, in <em>Adam Smith in Beijing</em>(4), è che non c’è alcuna nozione nella sua opera di mercato autoregolantesi, come nel credo neoliberista. La mano invisibile è quello dello stato, che dovrebbe regolamentare in modo decentrato, con un minimo di interferenza burocratica. In sostanza, l’azione del governo in Smith è a favore della manodopera, non a favore del capitale. È del tutto esplicito rispetto al fatto che non è a favore del far competere gli operai, per una riduzione dei salari, ma del far competere i capitalisti, per ridurre i profitti alla minima ricompensa accettabile per il loro rischio. Le concezioni correnti lo stravolgono da capo a piedi. Ma non è ancora chiaro verso dove si è diretta la Cina oggi. Nell’era di Jiang Zemin, negli anni ‘90, si era diretta certamente nella direzione del far competere gli operai a beneficio del capitale e del profitto; su questo non ci sono dubbi. Ora c’è un’inversione, tale che come ho detto prende in considerazione non solo la tradizione della rivoluzione e del periodo di Mao, ma anche gli aspetti da stato sociale del tardo impero cinese sotto la dinastia Qing, nel XVIII secolo e fino alla fine del XIX. Non scommetto su nessun risultato in particolare, in Cina, ma dobbiamo mantenere una mente aperta per vedere dove sta andando.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>In </em>The long twentieth century, <em>delinei tre possibili risultati al caos sistemico verso cui la lunga ondata di finanziarizzazione, che cominciò nei primi anni ’70, ci stava conducendo: un impero mondiale controllato dagli Stati Uniti, una società di mercato mondiale in cui nessuno stato dominasse sugli altri o una nuova guerra mondiale che avrebbe distrutto l’umanità. In tutte e tre le eventualità, il capitalismo, per come si era storicamente sviluppato, sarebbe scomparso. In </em>Adam Smith in Beijing, <em>concludi che, con il fallimento dell’Amministrazione Bush, il primo risultato era ormai escluso del tutto, lasciando solo gli ultimi due. Ma non c’è, almeno logicamente, una possibilità all’interno della tua cornice teorica che la Cina possa emergere nel tempo come una nuova potenza egemone, prendendo il posto degli Stati Uniti, senza alterare le strutture del capitalismo e del territorialismo per come le descrivi? Escludi questa possibilità?</em></p>
<p>Non escludo quella possibilità ma iniziamo a chiarire in modo preciso cosa ho detto effettivamente. Il primo dei tre scenari che prevedevo, alla fine di The long twentieth century, era un impero mondiale controllato dagli Stati Uniti in cooperazione con i loro alleati europei. Non avrei mai pensato che gli USA sarebbero stati così sconsiderati da cercare di andare da soli verso un Nuovo Secolo Americano – era semplicemente un progetto troppo folle per prenderlo in considerazione; e, naturalmente, gli si è ritorto contro immediatamente. In effetti, all’interno dell’establishment della politica estera USA c’è una forte corrente che vorrebbe mettere una pezza alle relazioni con l’Europa, che erano tese a causa dell’unilateralismo dell’Amministrazione Bush. Quella è ancora una possibilità, anche se adesso è meno plausibile di quanto lo fosse prima. Il secondo punto è che una società di mercato mondiale ed un peso maggiore della Cina nell’economia globale non si escludono a vicenda. Se si guarda al modo in cui la Cina si è storicamente comportata verso i propri vicini, ci sono sempre state delle relazioni basate più sul commercio e sugli scambi economici che non sul potere militare; è ancora questa la situazione. Le persone spesso fraintendono questa cosa: pensano che io immagini l’elemento cinese come se fosse più morbido o migliore dell’Occidente; ma il discorso non ha niente a che fare con questo. Ha a che fare con i problemi di governance di una nazione come la Cina, di cui abbiamo discusso. La Cina ha una tradizione di ribellioni che nessun altro territorio di dimensioni simili ha mai affrontato. Inoltre i suoi governanti sono estremamente consci della possibilità di nuovi invasori dal mare – in altre parole, dagli USA. Come sottolineo, nel Capitolo X di Adam Smith in Beijing, ci sono diversi piani americani riguardo a come comportarsi con la Cina, nessuno dei quali è esattamente rassicurante per Pechino. A parte il piano di Kissinger, che è quello della cooptazione, gli altri prevedono sia una Guerra fredda diretta contro la Cina che il coinvolgimento della Cina in guerre con i suoi vicini, mentre gli USA giocano il ruolo del “terzo che se la gode”. Se la Cina emerge davvero, come credo farà, in quanto nuovo centro dell’economia globale, il suo ruolo sarà radicalmente diverso da quello delle precedenti potenze egemoni. Non solo a causa dei contrasti culturali, radicati come sono questi nelle differenze storico-geografiche; ma precisamente perché la storia e la geografia così diverse della regione dell’Asia Orientale avranno un impatto sulle nuove strutture dell’economia globale. Se la Cina è in procinto di diventare la potenza egemone, sta per diventare una potenza egemone in modi molto diversi dalle altre. Per dirne una, il potere militare sarà molto meno importante che non il potere culturale ed economico – specialmente il potere economico. Deve giocare la carta dell’economia molto più di quanto abbiano mai fatto gli USA o gli inglesi o gli olandesi.</p>
<p>[&#8230;]<br />
<em><br />
La crisi corrente del sistema finanziario mondiale sembra la dimostrazione più spettacolare che ci si potesse immaginare delle tue predizioni teoriche a lungo termine. Ci sono degli aspetti della crisi che ti hanno sorpreso?</em></p>
<p>La mia predizione era davvero semplice. La tendenza ricorrente verso la finanziarizzazione era, come dice Braudel, un segno dell’autunno di una particolare espansione materiale, centrata su uno stato particolare. In <em>The long twentieth century</em>, definivo l’avviamento della finanziarizzazione come la crisi segnale di un regime di accumulazione, e mettevo in evidenza che nel tempo – generalmente si trattava di circa mezzo secolo – la crisi terminale sarebbe seguita. Per le potenze egemoni precedenti, era possibile identificare sia la crisi segnale che, dopo, la crisi terminale. Per gli Stati Uniti, azzardai l’ipotesi che gli anni ‘70 fossero la crisi segnale; la crisi finale non era ancora arrivata – ma lo avrebbe fatto. Come sarebbe arrivata? L’ipotesi di base è che tutte queste espansioni finanziarie fossero fondamentalmente insostenibili, perché stavano trascinando verso la speculazione più capitale di quanto ne potessero effettivamente gestire – in altre parole, c’era una tendenza in queste espansioni finanziarie a sviluppare delle bolle di diverso tipo. Previdi che questa espansione finanziaria avrebbe portato alla fine ad una crisi terminale, perché le bolle sono insostenibili adesso come lo sono state nel passato. Ma non previdi i dettagli delle bolle: il boom del dot.com, la bolla edilizia.</p>
<p>Inoltre, rimasi ambiguo circa il punto in cui eravamo ai primi anni ‘90, quando scrissi The long twentieth century. Pensavo che, in qualche modo, la Belle Èpoque degli Stati Uniti fosse già finita, mentre in effetti era appena all’inizio. Reagan la preparò provocando una recessione di grandi dimensioni, che poi creò le condizioni per una successiva espansione finanziaria; ma effettivamente fu Clinton che supervisionò la Belle Èpoque, che così finì con il collasso finanziario degli anni 2000, specialmente del Nasdaq. Con lo scoppio della bolla edilizia, ciò che stiamo osservando ora è, del tutto chiaramente, la crisi terminale della centralità finanziaria e dell’egemonia degli USA.</p>
<p>[&#8230; ]</p>
<p><strong>Note</strong>:<br />
5) The long twentieth century / Giovanni Arrighi. &#8211; Verso, 1994. V. in italiano: Il lungo XX secolo / Giovanni Arrighi. &#8211; Il saggiatore, 1996.<br />
6) Arrighi, Marxist century, American century: the making and remaking of the World labour movement, nlr 1/179, Gen–Feb 1990.<br />
7)  Arrighi, World income inequalities and the future of Socialism, nlr 1/189, Sett–Ott 1991.<br />
8)  Adam Smith in Beijing / Giovanni Arrighi. &#8211; Verso, 2007. V. in italiano: Adam Smith a Pechino / Giovanni Arrighi. &#8211; Feltrinelli, 2008.</p>
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		<title>I tortuosi sentieri del capitale / Giovanni Arrighi intervistato da David Harvey</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 07:14:04 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-26406" title="file_117191_165x225_scale" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/file_117191_165x225_scale.JPG" alt="file_117191_165x225_scale" width="165" height="118" /> <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Arrighi">Giovanni Arrighi</a>, dall&#8217;inizio degli anni Sessanta fino al giorno della sua scomparsa, il 18 giugno scorso, è stato qualcuno che ha creduto, con tenacia illuministica, nella possibilità di penetrare nel fatum capitalistico. Per questo suo sforzo è considerato, a livello mondiale, uno dei massimi studiosi del capitalismo in un&#8217;ottica storico-comparativa. Avendo lasciato l&#8217;Italia per gli Stati Uniti, nel 1979, il nostro paese lo ha ricambiato prestando poco interesse alla sua opera. Non credo che questo sia mai stato per lui un dispiacere. Gli era perfettamente chiaro che gli strumenti intellettuali che aveva elaborato sarebbero stati usati da generazioni di intellettuali asiatici, africani o americani piuttosto che europei. Un bel ricordo di Arrighi da parte di Piero Pagliani <a href="http://cpr.splinder.com/post/20826686">qui</a>. A. I.</em></p>
<p>Traduzione di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
<p>[Presentiamo alcuni brani dall’ultima intervista di Arrighi, rilasciata a David Harvey e apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della <a href="http://www.newleftreview.org/?view=2771">New Left Review</a>. Ringrazio David Harvey, Beverly Silver, Kheya Bag per la disponibilità, Nicola Montagna per i pareri sulla traduzione e la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna per le indicazione bibliografiche. Gh. B.]<br />
[…]<br />
<span id="more-26351"></span><br />
<em>Come mai nel 1963 sei andato in Africa, per lavorare al University College of Rhodesia and Nyasaland?</em></p>
<p>Il perché ci sono andato è molto semplice. Venni a sapere che le università inglesi stavano pagando davvero delle persone per insegnare e fare ricerca – diversamente dal mio posto in Italia, dove si doveva prestare servizio per quattro o cinque anni come assistente volontario prima che ci fosse qualche speranza di avere un lavoro pagato. Nei primi anni ‘60, gli inglesi stavano fondando delle università in tutto il loro ex-impero coloniale, come college di quelle britanniche. Il UCRN era un college della University of London. Mi sono presentato per due posti, uno in Rhodesia e uno a Singapore. Mi chiamarono per un colloquio a Londra e, dato che l’UCRN era interessato, mi offrirono un impiego come Lecturer in Economics. E così sono andato.</p>
<p>Fu una vera e propria rinascita intellettuale. La tradizione neoclassica, modellata sulla matematica, a cui ero stato educato1 non aveva niente da dirmi sui processi che andavo osservando in Rhodesia, o le diverse realtà della vita africana. Al UCRN lavoravo al fianco di antropologi sociali, in particolare con <strong>Clyde Mitchell</strong>, che stava già facendo un lavoro sull’analisi di rete, e <strong>Jaap van Velsen</strong>, che stava introducendo l’analisi situazionale, più tardi riconcettualizzata come analisi estesa dei <em>case study</em>. Andavo regolarmente ai loro seminari e sono stato influenzato fortemente da tutti e due. Un po’ alla volta, ho abbandonato la modellazione astratta per la teoria sociale antropologica, più concreta e fondata empiricamente e storicamente. Iniziai la mia lunga marcia dall’economia neoclassica alla sociologia storico-comparativa.</p>
<p>Questo era il contesto del tuo saggio del 1966, <em>The political economy of Rhodesia</em>, che analizzava le forme dello sviluppo capitalista di classe in corso in quel paese e le loro contraddizioni specifiche – spiegando le dinamiche che portarono alla vittoria del <em>Rhodesian Front Party</em>, il partito dei coloni nel 1962, e la <em>Unilateral Declaration of Indipendence</em> di Smith nel 1965. Quale fu l’impulso iniziale dietro al saggio, e qual è la sua importanza per te, guardandoti indietro?</p>
<p><em>The political economy of Rhodesia</em> è stato scritto dietro incitamento di Van Velsen, che era un critico implacabile del mio uso dei modelli matematici. Avevo fatto una recensione di un libro di Colin Leys, <em>European politics in Southern Rhodesia</em> e Van Velsen mi suggerì di svilupparla in un articolo più lungo. Qui, e in <em>Labour supplies in historical perspective</em>, ho analizzato il modo in cui la completa proletarizzazione della classe contadina della Rhodesia creava delle contraddizioni per l’accumulazione capitalista – negli effetti, in che modo finiva per produrre più problemi che vantaggi per il settore capitalista(2). Fino a che la proletarizzazione era parziale, creava le condizioni per cui i contadini africani sussidiavano l’accumulazione di capitale, dato che producevano parte della loro propria sussistenza; ma più la classe contadina diventava proletaria, più quei meccanismi iniziavano a rompersi. Una manodopera completamente proletarizzata poteva essere sfruttata solo se era pagata con un salario di sussistenza pieno. In questo modo, invece di rendere più facile lo sfruttamento della manodopera, la proletarizzazione lo rendeva in effetti più difficoltoso, e spesso ha richiesto al regime di diventare più repressivo. Martin Legassick e Harold Wolpe, per esempio, davano per certo che l’apartheid in Sud Africa era dovuto principalmente al fatto che il regime aveva dovuto diventare più repressivo nei confronti della forza lavoro africana poiché quella era pienamente proletarizzata, e non poteva più sussidiare l’accumulazione del capitale come aveva fatto in passato.</p>
<p>Tutta la regione dell’Africa Meridionale – che si stende dal Sud Africa al Botswana attraverso la ex-Rhodesia, il Mozambico, il Malawi, che una volta era il Nyasaland, fino al Kenya, come punta estrema a nord-est – era caratterizzata da forti risorse minerarie, dall’agricoltura dei coloni e da un’estrema spoliazione della classe contadina. È molto diversa dal resto dell’Africa, nord incluso. Le economie dell’Africa Occidentale sono basate essenzialmente sull’agricoltura. Ma la regione meridionale – che <strong>Samir Amin </strong>chiamava l’“Africa delle riserve di manodopera” – era in qualche modo un paradigma dell’estrema spoliazione contadina, e allo stesso modo della proletarizzazione. Parecchi di noi stavano mettendo in evidenza che questo processo di spoliazione era contraddittorio. Inizialmente creava le condizioni perché la classe contadina sussidiasse l’agricoltura capitalista, le attività estrattive, la manifattura e così via. Ma, procedendo, creava delle difficoltà nello sfruttamento, la mobilitazione e il controllo del proletariato che, nel frattempo, era stato creato. Il lavoro che stavamo facendo allora – il mio Labour supplies in historical perspective, ed i lavori collegati di Legassick e Wolpe – stabilirono quello che poi venne chiamato il Paradigma dell’Africa Meridionale sui limiti della proletarizzazione e della spoliazione.</p>
<p>Contrariamente a quelli che ancora identificavano lo sviluppo capitalista con la proletarizzazione tout court – Robert Brenner, per esempio – l’esperienza dell’Africa meridionale mostrava che la proletarizzazione, di per sé, non favorisce lo sviluppo capitalista – dato che erano richieste anche altre circostanze di tutti i generi. Per la Rhodesia, identificai tre stadi di proletarizzazione, solo uno dei quali era favorevole all’accumulazione capitalista. Nel primo stadio, i contadini rispondevano allo sviluppo del capitalismo rurale fornendo i prodotti agricoli, ed avrebbero fornito manodopera solo in cambio di alti salari. L’intera area in questo modo finiva per essere caratterizzata da una penuria di manodopera, perché non appena l’agricoltura capitalista o l’attività estrattiva iniziavano a svilupparsi, si creava una domanda per i prodotti locali che i contadini africani era molto veloci nel soddisfare; potevano partecipare all’economia monetaria attraverso la vendita dei prodotti piuttosto che con la vendita di manodopera. Uno degli scopi del supporto statale all’agricoltura dei coloni era di creare concorrenza con i contadini africani, cosicché questi ultimi fossero costretti a fornire manodopera piuttosto che prodotti. Questo condusse ad un processo a lungo termine che andò dalla proletarizzazione parziale alla proletarizzazione completa; ma come già menzionato si trattò anche di un processo contraddittorio. Il problema, con il normale modello “proletarizzazione come sviluppo capitalista”, è che ignora non solo le condizioni reali del capitalismo dei coloni dell’Africa Meridionale ma anche molti altri casi, come gli stessi Stati Uniti, che erano caratterizzati da uno schema completamente differente – una combinazione di schiavitù, genocidio della popolazione nativa e immigrazione del surplus di manodopera dall’Europa.</p>
<p>[&#8230;]<br />
<em><br />
Quando sei tornato in Europa, hai trovato un mondo molto diverso da quello che avevi lasciato sei anni prima?</em></p>
<p>Sì. Tornai in Italia nel 1969, e piombai immediatamente in due situazioni complicate. Una era all’Università di Trento, dove mi era stata offerta una docenza. Trento era il centro principale della militanza studentesca, e la sola università in Italia che, a quel tempo, offrisse dottorati in sociologia. La mia nomina era sponsorizzata dal comitato organizzativo dell’università che era formato dal democristiano Nino Andreatta, dal socialista liberale Norberto Bobbio, e da Francesco Alberoni; faceva parte di un tentativo di imbrigliare il movimento studentesco attraverso l’assunzione di un radicale. Nel primo seminario che tenni, avevo solo 4 o 5 studenti; ma nel semestre autunnale, dopo che il libro sull’Africa era uscito nell’estate del 1969, avevo quasi mille studenti che cercavano di entrare in classe(3). Il mio corso divenne il grande evento di Trento. Provocò addirittura una spaccatura in Lotta Continua: la fazione di Boato voleva che gli studenti venissero al corso, per ascoltare una critica radicale delle teorie dello sviluppo, mentre la fazione di Rostagno cercava di interrompere le lezioni lanciando pietre, in classe, dal cortile.</p>
<p>La seconda situazione era a Torino, grazie a <strong>Luisa Passerini</strong>, che fu uno personaggio di rilievo nella diffusione degli scritti situazionisti e che, quindi, ebbe una grande influenza su molti dei quadri di Lotta Continua che stavano attingendo al situazionismo. Facevo il pendolare tra Trento e Torino, via Milano – dal centro del movimento studentesco al centro del movimento dei lavoratori. Mi sentivo attratto e allo stesso tempo spaventato da alcuni aspetti di questo movimento – particolarmente dal suo rifiuto della “politica”. In alcune assemblee, poteva capitare che operai molto militanti si alzassero e dicessero, “Basta politica! La politica ci sta spingendo nella direzione sbagliata. Abbiamo bisogno di unità”. Per me, fu proprio uno shock, arrivando dall’Africa, scoprire che i sindacati comunisti erano considerati reazionari e repressivi dagli operai in lotta – e che in questo c’era un importante elemento di verità. La reazione contro i sindacati del PCI divenne una reazione contro tutti i sindacati. Gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua si affermarono come un’alternativa, sia ai sindacati che ai partiti di massa. Con Romano Madera, che allora era uno studente, ma anche un quadro politico e un gramsciano – una rarità nella sinistra extra-parlamentare – iniziammo a sviluppare l’idea di trovare una strategia gramsciana per metterci in relazione con il movimento.</p>
<p>È qui che l’idea di autonomia – di autonomia intellettuale della classe operaia – è emersa per la prima volta. La creazione di questo concetto è ora generalmente attribuita ad Antonio Negri. Ma, in effetti, ha origine nell’interpretazione di Gramsci che sviluppammo nei primi anni ‘70, nel <strong>Gruppo Gramsci</strong> cofondato da Madera, Passerini e me. Il contributo più importante che ci sembrava di potere dare al movimento non era nelle vesti di chi offriva un sostituto dei sindacati, o dei partiti, ma come studenti e intellettuali impegnati ad aiutare le avanguardie degli operai nello sviluppo della loro stessa autonomia – autonomia operaia – attraverso una comprensione dei processi più ampi, sia nazionali che globali, in cui le loro lotte avevano luogo. In termini gramsciani, lo si concepiva come formazione di intellettuali organici alla classe operaia in lotta. A questo fine formammo i Collettivi politici operai (CPO), che divennero noti come l’Area dell’Autonomia. Non appena questi collettivi avessero sviluppato la loro pratica autonoma, il Gruppo Gramsci avrebbe cessato di avere una funzione e si sarebbe potuto sciogliere. Quando si sciolse effettivamente, nell’autunno del 1973, Negri entrò in scena e portò i CPO e l’Area dell’Autonomia verso una direzione avventurosa che era lontana da ciò che si pensava in origine.</p>
<p><em>Ci sono della lezioni comuni che hai appresso dalle lotte di liberazione nazionali africane e dalle lotte della classe operaia italiana?</em></p>
<p>Le due esperienze avevano in comune il fatto che, in entrambe, avevo buonissime relazioni con i movimenti più ampi. La gente voleva sapere su che basi stavo partecipando alla lotta. La mia posizione era: ‘”Non ho intenzione di dirvi che cosa fare, perché voi conoscete la vostra situazione molto meglio di quanto potrò mai fare io. Ma sono in una posizione migliore per capire il più ampio contesto in cui si sviluppa. Così il nostro scambio deve essere basato sul fatto che voi mi dite qual è la vostra situazione e io vi dico in che relazione si trova con il contesto più ampio, che non potete vedere o che vedete solo parzialmente, nel quale operate”. Quella fu sempre la base di eccellenti relazioni, sia con i movimenti di liberazione nell’Africa Meridionale che con gli operai italiani.</p>
<p>Gli articoli sulla crisi capitalista hanno avuto origine in uno scambio di questo tipo, nel 1972 (4). Agli operai dicevano: “Adesso c’è una crisi economica, dobbiamo stare calmi. Se continuate a fare le lotte i posti di lavoro in fabbrica se ne andranno altrove”. Così gli operai ci posero la questione: “Siamo dentro a una crisi? E, se sì, quali sono le implicazioni? Dovremmo starcene tranquilli per questo?”. Gli articoli che costituivano Towards a theory of capitalist crisis furono scritti in funzione di questa problematica particolare, formulata dagli operai stessi, che dicevano: “Parlaci del resto del mondo e di che cosa ci dobbiamo aspettare”. Il punto di partenza degli articoli era: “Allora, le crisi avvengono che voi facciate le lotte o no – non sono in funzione della militanza degli operai, o degli “errori” nella gestione dell’economia, ma sono fondamentali al funzionamento della stessa accumulazione capitalista”. Era quello l’orientamento iniziale. Il libro fu scritto proprio all’inizio della crisi; prima che l’esistenza della crisi fosse ampiamente riconosciuta. Divenne importante come cornice di riferimento che poi ho usato, negli anni, per monitorare quello che succedeva. Dal quel punto di vista, ha funzionato per bene.<br />
<em><br />
Torneremo sulla teoria delle crisi capitaliste, ma volevo prima chiederti del tuo lavoro in Calabria. Nel 1973, proprio mentre il movimento si stava alla fine placando, hai accettato l’offerta di un posto di insegnamento a Cosenza?<br />
</em><br />
Una delle attrattive, per me, dell’andare in Calabria, era continuare la mia ricerca sull’offerta di manodopera in un nuovo contesto. Avevo già visto in Rhodesia come, quando gli africani furono completamente proletarizzati – o, più precisamente, quando divennero coscienti che a quel punto erano completamente proletarizzati – la cosa portasse alle lotte per chiedere un salario di sussistenza nelle aree urbane. In altre parole, la finzione per cui “siamo maschi soli, le nostre famiglie continuano a vivere delle vite contadine nelle campagne”, non poteva più reggere, una volta che le stesse famiglie erano costrette a vivere nelle città. Avevo messo in evidenza questa cosa in <em>Labour supplies in historical perspective</em>. La misi ancora più a fuoco in Italia, perché c’era questa situazione ingarbugliata: i migranti del sud venivano portati nelle regioni industriali del nord come crumiri, negli anni ‘50 e nei primi anni ‘60. Ma, dagli anni ‘60, e specialmente verso la fine degli anni ‘60, furono trasformati in avanguardie della lotta di classe, che è l’esperienza tipica dei migranti. Quando misi in piedi un gruppo di ricerca in Calabria, feci leggere gli antropologi sociali che avevano lavorato sull’Africa, particolarmente sulle migrazioni, dopodiché facemmo un’analisi dell’offerta di manodopera dalla Calabria. Le questioni erano: che cosa stava creando le condizioni per questa migrazione? E quali erano i suoi limiti – dato che, ad un certo punto, anziché creare una forza lavoro docile che potesse essere usata per minare il potere di contrattazione della classe operaia settentrionale, gli stessi migranti diventavano l’avanguardia militante?</p>
<p>Dalla ricerca emersero due cose. La prima, che lo sviluppo capitalista non si basa necessariamente sulla completa proletarizzazione. Da una parte, la migrazione su lunga distanza della manodopera si stava verificando a partire da luoghi dove non era in corso nessuna spoliazione, dove, addirittura, c’era la possibilità per i migranti di acquistare terra dai proprietari terrieri. Questo aspetto era collegato al sistema locale di primogenitura, attraverso il quale solo il figlio maggiore ereditava la terra. Tradizionalmente, i figli minori finivano per entrare nella Chiesa o nell’esercito, fino a che le migrazioni su larga scala e su lunga distanza fornirono un’alternativa sempre più importante per guadagnare i soldi necessari all’acquisto della terra, una volta tornati a casa, e per mettere su le proprie fattorie. Dall’altra parte, nelle aree veramente povere, dove la manodopera era completamente proletarizzata, in genere non ci si poteva affatto permettere di migrare. L’unico modo in cui si riuscì a farlo fu, per esempio, quando i brasiliani abolirono la schiavitù nel 1888 e ci fu bisogno di manodopera sostitutiva a buon mercato. Vennero reclutati i lavoratori da queste aree profondamente impoverite dell’Italia Meridionale, venne loro pagato il viaggio e furono risistemati in Brasile, per rimpiazzare gli schiavi emancipati. Questi sono schemi di migrazione molto diversi. Ma in termini generali, non sono i poverissimi a emigrare: è necessario avere qualche mezzo e qualche aggancio per poterlo fare.</p>
<p>La seconda cosa che si ricavò dalla ricerca calabra aveva delle similitudini con i risultati della ricerca in Africa. Anche qui, la disposizione dei migranti, rispetto all’impegnarsi nelle lotte della classe operaia nei luoghi in cui si erano spostati, dipendeva dal presupposto che le condizioni in quel luogo fossero considerate come in grado di determinare permanentemente le loro possibilità di vita. Non è sufficiente dire che la situazione delle aree verso cui si emigra determina per quali salari e per quali condizioni i migranti lavoreranno. Si deve anche dire fino a che punto i migranti si percepiscono nella condizione di ricavare il grosso della propria sussistenza dall’impiego salariato – è un meccanismo che può essere individuato e monitorato. Ma il punto principale che emergeva era un tipo diverso di critica all’idea di proletarizzazione come processo tipico dello sviluppo capitalista.</p>
<p><em>(continua)</em><br />
<strong><br />
Note</strong><br />
1) NdT: all’Università Bocconi.<br />
2) V. rispettivamente: Arrighi, <em>The political economy of Rhodesia</em>, nlr 1/39, Sept–Oct 1966; Leys, <em>European politics in Southern Rhodesia</em>, Oxford, 1959; Arrighi, <em>Labour supplies in historical perspective: a study of the proletarianization of the African peasantry in Rhodesia</em>, in Arrighi and John Saul, <em>Essays on the political economy of Africa</em>, New York, 1973 [NdT: v. nota successiva per l’edizione italiana di <em>Essays on the political economy of Africa</em>.<br />
3) Arrighi, <em>Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa</em>, Torino, 1969.<br />
4)V. in inglese Arrighi, <em>Towards a theory of capitalist crisis</em>, nlr 1/111, Sett–Oct 1978; gli articoli sono apparsi per la prima volta in &#8220;Rassegna Comunista&#8221;, 2, 3, 4 e 7, Milano, 1972 [NdT: con il titolo comune di <em>Una nuova crisi generale</em>.</p>
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