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	<title>classifiche dedalus-pordenonelegge &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Appunti sulle categorie zombie e sulla nozione di gerarchia nel campo letterario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Oct 2013 10:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Utilizzerò questo post come un pro-memoria, una pagina di diario dove appuntare (in pubblico) alcuni nodi che mi interessano, e formulare ovviamente buoni propositi intellettuali: “è ora di chiarire questo, di approfondire quest’altro, ecc.”. L’innesco di queste riflessioni è stato l’intervento di Giulio Marzaioli e, anche, un commento di Mariangela Guatteri, sulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Utilizzerò questo post come un pro-memoria, una pagina di diario dove appuntare (in pubblico) alcuni nodi che mi interessano, e formulare ovviamente buoni propositi intellettuali: “è ora di chiarire questo, di approfondire quest’altro, ecc.”. L’innesco di queste riflessioni è stato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/10/15/ricerca-nella-scrittura/">l’intervento di Giulio Marzaioli</a> e, anche, un commento di <strong>Mariangela</strong> <strong>Guatteri</strong>, sulla “poesia di ricerca”.</p>
<p>Sono andato a rileggermi, innanzitutto, <a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/crit003.pdf">l’indice del n° 3</a> (aprile 2007) di <a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm"><i>Per una critica futura. Quaderni di critica letteraria</i></a>. <span id="more-46659"></span>E ho constatato che una parte del numero – consultabile qui – era dedicato al tema della “poesia di ricerca”, in forma di dialogo plurale a cui parteciparono Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Giorgio Mascitelli, Davide Racca, Marina Pizzi, Carlo Dentali, Giuliano Mesa, Gherardo Bortolotti e lo stesso Giulio Marzaioli. Non sono andato a rivedermi tutto questo materiale, ma c’è un passaggio del mio editoriale che vorrei riproporre. Eccolo:</p>
<p>“In uno dei suoi interventi nel <i>Dialogo a più voci</i>, Cepollaro scrive: “Il Novecento credo sia più lontano di quanto noi tutti siamo disposti ad immaginare. La difficoltà ora sta nell’orientarsi e nel riconoscere queste alterità.” Mi sembra un buon punto di partenza per introdurre questo corposo e denso terzo numero di <i>Per una critica futura</i>. È vero, il Novecento è alle nostre spalle, ha iniziato ad esserlo probabilmente dal 1989, ma in ogni caso nel giro di circa un ventennio una quantità di strumenti concettuali hanno subito un precipitoso invecchiamento. Questo è ovviamente valido anche per quegli strumenti che utilizziamo nella riflessione sulla letteratura e, più in particolare, sulla poesia. Ma a differenza di quanto dice Cepollaro, non credo che sia possibile “confrontarsi” alla pura alterità. Noi ci troviamo piuttosto in una terra di mezzo, in una zona non ben definita, all’interno della quale fantasmi di oggetti conosciuti si confondono con sagome di oggetti del tutto nuovi. E malgrado i fantasmi siano tali, ossia nature fluttuanti e quasi inconsistenti, sono anche gli unici elementi orientativi di cui disponiamo. Questi fantasmi assomigliano a ciò che alcuni sociologi definiscono “categorie zombie”, ossia concetti che continuano ad essere utilizzati, pur avendo perso il loro potenziale euristico. Eppure le categorie zombie sono in qualche modo indispensabili per traghettarci nel nuovo mondo, tra fenomeni inediti e solo parzialmente riconoscibili. L’importante, in tali circostanze, è rendersi conto che si sta operando a partire da fantasmi, e non da solide e indiscutibili armature concettuali. Noi, in questo numero della rivista, abbiamo lavorato accanitamente a partire da alcuni concetti fantasma: “avanguardia”, “sperimentazione”, “ricerca”, per citare la triade principale. (…) Noi non abbiamo riflettuto su questi termini, per <i>restaurarne</i> un’immagine fedele e adeguata, per <i>restituire</i> ad essi una presenza che sfuggiva. E in questo Cepollaro ha perfettamente ragione. In una conversazione, mi disse: “Facciamo questo lavoro, parliamo <i>ancora</i> di questo, per non doverlo poi fare più”. Non so se la metafora della “giusta” sepoltura, sia quella adeguata e solo seppellendo questi nomi, constatandone la loro esaurita utilità, anche i loro fantasmi cesseranno di abitarci. Il problema è più complesso: nel fantasma qualcosa di ancora vivo, e che vuole essere raccolto dai vivi, si presenta con le sembianze di una persona ormai morta. Credo che il nostro lavoro in questi interventi sia stato dedicato soprattutto a carpire che cosa ancora ci parla, nel paesaggio del XXI secolo, di certe esperienze cruciali del XX.”</p>
<p>Ho voluto ricordare il numero di <i>Per una critica futura </i>proprio per mostrare come delle “categorie zombie” non ci si liberi facilmente. Penso che lo scopo principale del post di Giulio Marzaioli sia proprio quello di seppellire il fantasma della “poesia di ricerca”, per fare spazio a nuove categorie e a un diverso paesaggio. Intento sacrosanto. Sennonché debbo constatare una cosa: la prima sepoltura, ben sei anni fa, non ci è tanto riuscita, nonostante avessimo spalato in tanti! Mi verrebbe un po’ amaramente da pensare che ciò è la conseguenza di un fenomeno di cui mi accorsi proprio allora, curando quei “quaderni di critica” in rete: nulla sembra sedimentarsi nel dibattito letterario, e in quello che riguarda la poesia in particolare. Siamo costretti ad un eterno ricominciamento. Forse, però, le cose non stanno proprio così. Innanzitutto, forse, ci sono buone ragioni perché i seppellimenti prendano un certo tempo. E, inoltre, gli attuali “enunciati critici” di Marzaioli, pur assomigliando negli intenti, a quelli già espressi sei anni fa, entrano in un nuovo contesto, in un paesaggio che è realmente mutato, e vengono percepiti diversamente. Vengono percepiti, oggi, più chiaramente. Così mi sembrerebbe di capire anche considerando l’interesse, nei commenti, che il suo post ha provocato.</p>
<p>Benissimo. Noi per primi, noi-quelli-che-verrebbe-da-catalogare-nella-poesia-di-ricerca, diciamo che si tratta di una categoria inservibile. L’intervento di <strong>Mariangela Guatteri</strong> tocca un’ulteriore categoria, più livida e mortavivente che mai, quella di “avanguardia”. E scrive Guatteri:</p>
<p>“Molto d’accordo con quanto scrive Giulio. Questa impossibilità di definizione e l’inutilità dello sforzo di inserire la c.d. scrittura di ricerca in una qualche categoria, indicano, per ora, le sottrazioni più utili per orientarsi in un ambiente privo di puntatori (riferimenti unici). Mi viene in mente l’immagine di un open space nel quale costruire di volta in volta luoghi di senso, dispositivi mobili e leggeri. Mi viene in mente qualcosa di portatile e vuoto.</p>
<p>Penso che in tali condizioni risulti del tutto inutile la ricerca di costanti sulle quali organizzare una qualche forma a funzione tassonomica, cioè un modello al quale riferirsi per riconoscere e classificare un “testo di ricerca”.</p>
<p>Viene abbastanza immediato accostare al termine “ricerca” un significato di “progresso”, “evoluzione”, “movimento in avanti”, presupponendo un punto di partenza e un punto di arrivo (o a cui tendere), una direzione, come se l’esperienza e la conoscenza – che l’azione della scrittura mette in moto – si risolvessero percorrendo un vettore. Non ci sarebbe in questo caso alcuna esplorazione.<br />
Non riesco ad immaginare alcun punto avanzato, davanti a qualcosa che sta in retroguardia; penso invece a una condizione di spostamento, a un attitudine all’ubiquità, e a tali condizioni non concorrono né lo stile né la poetica. Concorrono piuttosto tecnologia e metodi/procedimenti della parola, che sono la scrittura e i suoi vari attrezzi (questi ultimi spesso fraintesi o confusi con il risultato [ahimè] atteso).”</p>
<p>Qui si tocca un altro punto fondamentale. Spazziamo via la metafora temporale della freccia, del progresso, del chi viene prima e chi rimane indietro, avanguardia e retroguardia, ecc. Qui bisogna andarci con le ruspe e non solo con le pale, in quanto si va a seppellire non una semplice e locale categoria di critica letteraria, ma uno schema culturale, ideologico, ben più vasto. Ma è evidente, sono anch’io d’accordo, che quello schema, per come oggi circola, è <i>per noi</i> inutilizzabile.</p>
<p>Cosa otteniamo dopo queste operazioni? Io direi: la pluralità democratica delle poetiche e degli stili. La simultaneità parimenti legittima di tutte le scritture all’interno del campo. L’esigenza di ritarare tutti gli strumenti di lettura e analisi. E così via. Resta però un problema. Molte delle categorie novecentesche – che ora sono un po’ moribonde – svolgevano un ruolo indispensabile: creavano gerarchie nel campo (letterario). Attenzione: dico gerarchie, non “classifiche”. Il XXI secolo conosce benissimo le classifiche: di popolarità, di vendita, di numero di contatti, ecc. Anche le classifiche, a loro modo, producono gerarchie, ma sono gerarchie poco utili per la “cosa letteraria”. Sono strumenti che possono servire un certo tipo di logiche, promozionali, pubblicitarie, di rendimento economico, ecc. Poco pertinenti, comunque, per la “cosa letteraria”.</p>
<p>Siamo confrontati anche qui ad un sentimento diffuso. Una reazione a questo, in anni recenti, è stata il ritorno della categoria di “qualità”. (Dico “ritorno”, ma forse si tratta solo di un’emersione in primo piano di una categoria già radicata e presente.) Caso esemplare di questo fenomeno: le classifiche di qualità del premio Dedalus, organizzate per altro con notevole intelligenza. Di “qualità” letteraria si è parlato molto anche in TQ. Per parte mia, non ho mai fatto mistero che questa faccenda della “qualità” letteraria mi lascia molto insoddisfatto. L’uso del termine “qualità” si associa per me sempre al monito di Quine <i>no entity without identity</i>, che potremmo contestualizzare così: “nessuna qualità letteraria senza aver prima esplicitato quali sono i criteri d’identificazione di tale qualità”. Ma cosa sono dei criteri in grado di stabilire la “qualità” di un testo letterario? Sono semplicemente degli strumenti atti a produrre gerarchie nel campo. Un classifica di qualità, applicata ad esempio alla poesia, ha questo significato: elencare i titoli <i>da leggere prima</i> degli altri. Non possiamo leggere tutto, la nostra vita è breve. Ma perché dovrei avere bisogno di qualcuno che mi dica <i>quale libro leggere prima e quale leggere dopo (se mi resta tempo)</i>?</p>
<p>Sono un lettore che quando vuole leggere poesia, va in una libreria per (eventualmente) acquistare un nuovo libro uscito. Ora, sappiamo bene che, per come funzionano le librerie oggi, e la distribuzione, e le case editrici, insomma, tutto il mercato editoriale, è molto probabile che, in una tale situazione, mi capitino in mano solo pochi libri rispetto a quelli che si pubblicano, e probabilmente tra quei pochi non ci sono neppure quelli che varrebbe la pena di leggere prima. Le classifiche di qualità, quale che sia la loro forma, permettono di stabilire una gerarchia meno casuale.</p>
<p>Rimane un problema: una gerarchia deve esplicitare i suoi criteri, e dire chi e perché viene prima rispetto a chi e perché viene dopo. E qui, l’ideologicamente <i>neutra</i> categoria di “qualità”, non ci aiuta più. Dobbiamo mettere mano ai criteri.</p>
<p>Possiamo liberarci di categorie come “avanguardia”, “ricerca”, “sperimentazione”, ma dovremo sforzarci di definire dei criteri <i>altri</i>, e questi se mai ci saranno produrranno inevitabilmente <i>gerarchie</i> (e dispiaceri).</p>
<p>Qui dovrebbe cominciare un parte propositiva e partigiana, nella quale io fossi in grado di proporre alcuni criteri, e soprattutto di giustificarli. Il problema non è tanto dire: <i>leggi questo libro prima di quello</i>. Il problema sta nello spiegare <i>perché</i> uno dovrebbe seguire tale consiglio. Da tempo, e in diverse occasioni, sto cercando di formulare e giustificare dei criteri per stabilire gerarchie nel campo. Non posso qui che rimandare a questi interventi specifici, l’ultimo dei quali <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/09/23/per-una-poesia-irriconoscibile/">è questo</a>.</p>
<p>Voglio però aggiungere un punto importante, proprio facendo riferimento a questo articolo. Ci ho riflettuto spinto da alcune critiche che, in uno scambio di mail, mi ha fatto l’amico Guido Mazzoni. Non credo di essere giunto a una visione limpida della questione, ma un po’ di chiarezza ho cominciato a farla.</p>
<p>Credo che sia importante distinguere il ruolo di lettore da quello di critico militante. Come lettore io constato la democrazia e la pluralità delle poetiche. Non solo. Ma pur essendo ormai abbastanza estraneo al paradigma lirico novecentesco, mi trovo ad apprezzare autori che si richiamano a quel paradigma, che ne sono una testimonianza feconda e non semplicemente epigonale. Quando però mi trovo nella condizione di critico, e non critico di mestiere, ma critico militante, nel senso che scrivo al di fuori di ogni quadro professionale e retribuito, allora sono costretto a stabilire una <i>gerarchia nella gerarchia</i>. E di cosa tendo ad occuparmi? Di quelle scrittura che mi sono “familiari”, “fraterne”, “prossime”, sotto vari aspetti, e che soffrono non tanto di scarsa visibilità – <i>tutta</i> la poesia è scarsamente visibile (in termini mediatici) – ma di scarsa legittimità direi addirittura <em>ontologica</em>. Sono scritture di cui spesso si dice: “ma non è poesia”, “ma non è letteratura”. Oppure: “è poesia morta, è letteratura morta”. Questo perché nel campo della poesia, comunque sia, esiste già una gerarchia, che non è prodotta né dalle vendite né dai critici, ma che è una gerarchia <i>storico-culturale</i>. Qui la questione della temporalità storica è importante ma non nel senso della freccia. Può esistere oggi ottima poesia che si sviluppa in seno al paradigma storico del genere, e che quindi è maggiormente riconoscibile: dai lettori e, di conseguenza, da critici, editori, ecc. Ma esiste anche ottima poesia che forse è uno sviluppo tangenziale, brado, periferico di quel paradigma, e che per ciò stesso è poco riconoscibile. Addirittura importa poco di chiamarla poesia, anche se è indubbio che esiste una filiazione storica. Ma è importante che qualcuno faccia un lavoro per darle statuto di esistenza, nonostante la sua posizione di frontiera, consapevolmente di frontiera. Di frontiera tra cosa e cosa? Direi: tra letterario e non letterario. Problema specifico che sollecita criteri specifici di lettura, di analisi del testo e di correlazione con la realtà, con un dato mondo storico. Criteri che non sono probabilmente gli stessi, o lo sono solo in parte, di quelli che vengono usati per leggere una buona poesia, una poesia importante, di un autore più prossimo al paradigma storico del genere lirico.</p>
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		<title>Fare lobby</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 08:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche dedalus-pordenonelegge]]></category>
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					<description><![CDATA[Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus di Gianni Biondillo Partiamo dai dati bruti&#8230; a questa tornata del Dedalus ho votato: 1) Sartori nei romanzi, 2) Raos nelle poesie, 3) De Michele nei saggi, 4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture. Sei punti ciascuno. Si riconoscono subito: tranne Sartori, votato anche da altri, i restanti autori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg" alt="" title="labirinto chartres" width="186" height="189" class="alignleft size-full wp-image-40738" /></a><em>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus</em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno. Si riconoscono subito: tranne Sartori, votato anche da altri, i restanti autori campeggiano solitari col loro, in fondo, magro bottino di sei voti.<br />
Questi scrittori li conosco tutti, personalmente. Sono amici miei. Alcuni carissimi amici. Due di questi sono redattori di Nazione Indiana. Ci sono tutti i presupposti dietrologici per parlare di inciucio, mafietta, camarilla, etc. etc.<br />
Ci sto pensando da alcuni giorni.<br />
Sorvolo su De Michele (lo voto perché voglio tenermi buono il gruppo di Carmilla?), o sull’accoppiata Mozzi-Binaghi (sono nel profondo un ateo devoto?) e cerco di entrare nel cuore del discorso.<br />
Il romanzo di Giacomo, per dire, so per certo che non è stato apprezzato da uno degli organizzatori del premio (non stiamo qui ora a fare gossip, è il ragionamento che mi interessa), lo ha trovato, anzi, “orribile”. Io mi fido abbastanza della sua capacità critica. Ma resta il fatto che io Sartori l’ho votato. Perché era amico mio? Perché è un redattore di Nazione Indiana? <span id="more-40736"></span><br />
Potrei rispondere molto semplicemente: perché m’è piaciuto, e morta lì (ed infatti è esattamente così, m’è piaciuto: l’ho trovato grottesco, allucinato, un’immagine perfetta di un “tipo” d’italianità, tutta chiacchiere e distintivo, che è congenito nel nostro popolo).<br />
E Raos? Nella vulgata un romanziere (come me) legge al massimo un libro di poesie l’anno, quello che gli regala l’amico poeta, come può mettersi a votare in quella categoria? Con quale competenza?<br />
Fermo restando che anche se fosse, che se anche avessi letto un solo libro di poesie non capisco perché non dovrei segnalarlo (e, viceversa, se un poeta avesse letto anche un solo romanzo all’anno che gli è piaciuto, per quale ragione non dovrebbe rendercelo noto?), potrei comunque star lì a fare ragioneria. Se leggo un libro di poesia l’anno com’è che ogni due mesi ne voto uno differente?<br />
Be’, certo &#8211; è la possibile risposta &#8211; voti i poeti di Nazione Indiana. La ragioneria dimostrerebbe il contrario; ho sul comodino Milo De Angelis, ho votato nei mesi appresso Galimberti, Pusterla, Franzin, etc. poeti che non so neppure che faccia abbiano, tanto per dire.<br />
È che a me il volumetto di Raos è piaciuto davvero, al punto che gli ho “rubato” una poesia e l’ho criptocitata (tutta intera! Potrebbe denunciarmi per plagio!) nel mio romanzo.<br />
Così come ho votato Inglese. O Buffoni. E Janeczeck, Matteoni, Rovelli, etc.<br />
Faccio lobby?<br />
Potrei insistere con le giustificazioni. Io Sartori, per dire, lo scoprii e lessi in tempi non sospetti, lo recensii quando ancora neppure mi immaginavo che sarebbe diventato un redattore di Nazione Indiana …<br />
[Inciso: non so se ve ne siete mai accorti ma su Nazione Indiana è vietato, vietatissimo, che un redattore parli di un altro redattore, che si pubblichino recensioni dei nostri libri, etc. Su Nazione Indiana ho parlato di Vasta o Garufi solo quando erano ormai usciti dalla redazione…]<br />
Detto ciò: fino a che punto, mi chiedo, devo autocensurare le mie opinioni sui libri che leggo e che mi piacciono? M’è capitato più di una volta di rifiutare di scrivere addirittura su libri del mio stesso editore per evitare possibili sospetti di inciuci o chissà cos’altro. Ma, a dir la verità, non ce la faccio più.<br />
Se scorro l’elenco dei lettori del premio Dedalus mi accorgo che inevitabilmente con buona parte di loro ho avuto od ho un rapporto, una conoscenza, uno scambio epistolare, etc. insomma “li conosco”. E li leggo, ovviamente. Così come, ovviamente, non leggo mica tutto quello che viene pubblicato in Italia, sarebbe un incubo. Quali sono perciò i libri che decido di votare?<br />
Quelli che leggo, chiaramente, quelli che mi piacciono &#8211; spesso, spessissimo di autori dei quali non so nulla (i libri che preferisco, perché sono davvero novità per me) &#8211; quelli che mi vien voglia di rendere noto ad altri. (per dire: ci sono state occasioni dove non ho votato. Dove, o perché leggevo libri “fuori dal regolamento” – autori stranieri o pubblicati fuori tempo massimo – o perché gli italiani letti – magari anche amici o conoscenti – non m’erano piaciuti).<br />
Basta?<br />
No. Non basta.<br />
Perché mettiamola come vogliamo, alla fine si legge anche per vicinanza. Perché è più probabile che io apra un libro di Chiara Valerio che di un perfetto sconosciuto. Non è giusto, ma è umano. Anche per questo, come dissi mesi fa, spesso a guardare le classifiche del Dedalus sento una certa “aria di famiglia”. Credo che sia inevitabile. E non è solo una bassa questione di “voto di scambio”: tu voti il mio libro, io voto il tuo. Nessuno me l’ha mai chiesto, non l’ho mai chiesto a nessuno. Vero, potrei fare come fa Flavio (Santi). Autoescludermi dalla votazione. Ma, mi chiedo, se lo facessero tutti i giurati non solo escluderemmo centinaia di libri dove la probabilità (non la certezza, ovvio) che siano “validi” e perciò votabili è alta, ma diventerebbe un incubo, ogni volta, leggere, scorrere l’elenco, depennare chi sì e chi no. (tenuto conto che si fa aggratis, per amor di patria).<br />
“Aria di famiglia” dicevo. La stessa classifica, se fatta con 150 giurati differenti, sarebbe ben diversa. E avrebbe una sua, particolare, “aria di famiglia”. Qui, in questa, la probabilità di vedere Alan D. Altieri &#8211;  autore che vende meno di Tabucchi, Parrella o Covacich &#8211; ai vertici è assolutamente pari allo zero assoluto (anche se &#8211; per me &#8211; lo meriterebbe molto di più di tanti altri) “di là”, nell’altra ipotetica classifica, la possibilità di leggere il nome di Frasca sarebbe deflagrante, rivoluzionario.<br />
Il Dedalus, così come ogni esperienza di questo tipo, si basa sulla credibilità dei suoi votanti e sul presupposto di onestà, di mancanza di doppi fini.<br />
Io, sia ben chiaro, ho apprezzato fin da subito questa idea. Mi sembrava un buon modo per sentire il polso &#8211; la temperatura &#8211; dei miei “vicini d’interessi”, dei miei colleghi. E un buon modo per dare visibilità a testi che non trovano spazio, dare suggerimenti (anche per questo ho sempre evitato di frammentare il mio voto).<br />
Anche di libri, quando è capitato, scritti da amici. E da redattori di Nazione Indiana.<br />
Faccio, inconsapevolmente, lobby?<br />
Forse dovremmo intenderci sul termine.<br />
Dato che la cosa non si fa nel segreto di alcuna stanza, con patti di sangue o cose così, e dato che queste classifiche non spostano migliaia di copie ma probabilmente neppure qualche decina, non credo di essermi affiliato ad alcuna loggia massonica. Però sarei disonesto se non ammettessi che nel mio piccolo io “faccio lobby”. Gruppo di pressione.<br />
Faccio parte di una realtà, Nazione Indiana, che da anni &#8211; nella sua ingovernabile anarchia (dovreste leggere la nostra mailing-list interna per capirlo), nella sua molteplicità di sguardi (s’è litigato e anche duramente fra di noi) – cerca di proporre un modo “nostro” di intendere il campo della cultura qui in Italia. E negli anni, a partire dai testi, dai post, dai libri, dagli articoli prodotti, s’è creata una sensibilità &#8211; per quanto nebulosa &#8211; comune (alcuni redattori sono cari amici, altri non li ho mai visti neppure in faccia, per me esistono solo nei testi che producono). Un rispetto reciproco, una reciproca attenzione.<br />
È inevitabile. Succede qui su Nazione Indiana, succede ovunque, in qualunque gruppo, blog, rivista. Per il rispetto reciproco che s’è sviluppato attraversando temi e battaglie, non per scambi di favori che non sono mai avvenuti (anche perché, molto grevemente, non c’è alcun potere da esercitare da nessuna parte).<br />
Il difetto, se lo vogliamo trovare a tutti i costi, che sta nel manico del Dedalus è che chi vota non ha letto tutti i libri. Ma sarebbe semplicemente impossibile. Allora che fare? Preselezionarne una decina e darli da leggere? E chi li preselezione? Con quale diritto, con quale pre-giudizio? Non sarebbe ancora più passibile di critiche? Con che diritto escludere gli altri libri?<br />
Io, come redattore di Nazione Indiana, parlo per me sia ben inteso, credo che sì, ho sempre votato libri che mi piacevano, che volevo suggerire, che volevo far conoscere, ma mi rendo conto che, piaccia o meno, mi ritrovo spesso nei libri di altri redattori di Nazione Indiana. Mi ci riconosco. Non suggerirli per questo ulteriore scrupolo lo trovo incomprensibile. Dire che votandolo non stia facendo lobby, sarebbe però ipocrita. Io, per quel centocinquantesimo che pesa il mio voto, io, votandolo, faccio lobby.<br />
Così come tutti gli altri gruppi di pressione facilmente identificabili nell’elenco dei votanti (e in quello ipotetico di un altro eventuale gruppo, etc.).<br />
Quello che conta, in fondo, è scoprire testi suggeriti da altri dei quali magari neppure ne conoscevo l’esistenza. Libri nei quali altri “gruppi di pressione” che l’hanno votato si riconoscono.<br />
Qui la cosa si fa semplice: o mi fido di questi libri, perché mi fido dell’onestà degli sconosciuti che l’hanno segnalato, o immagino mafie e dietrologie rassicuranti per evitare di prendermi la briga di leggerli.<br />
Essere però oggetto di sospetti, di calunnie, di maldicenze, inizia a stufarmi. Sono stato un lettore del Dedalus senza retro pensieri. L’ho fatto con piacere senza cercare un mio ritorno di alcuna natura (e poi, siamo seri, ma quale ritorno? L’eventuale primo posto nel Dedalus potrà pur far piacere, ma vendere come Volo, per uno che ha da pagare le bollette di casa, ne fa molto di più). Dopo tutti questi anni però mi sono scocciato di dover giustificare l’ingiustificabile. Siamo gherigli innicchiati nel guscio di noci convinti d’essere padroni del mondo. Ridimensioniamoci, per piacere. Sgonfiamo i toni polemici. Un manipolo di libri che dovrebbe fare massa critica, “di qualità”, riesce invece a creare solo fronde interne e inimicizie. A questo punto la domanda, la più semplice ed auto evidente, è: ma chi me lo fa fare?</p>
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		<title>Classifiche pordenonelegge-Dedalus febbraio 2011</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 10:18:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche dedalus-pordenonelegge]]></category>
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					<description><![CDATA[NARRATIVA 1) Walter Siti, Autopsia dell&#8217;ossessione, Mondadori, p. 71 2) Franco Cordelli, La marea umana, Rizzoli, p. 62 3) Andrea Bajani, Ogni promessa, Einaudi, p. 36 4) Aldo Nove, La vita oscena, Einaudi, p. 30 5) Gilda Policastro, Il farmaco, Fandango, p. 21 6) Sandro Veronesi, XY, Fandango, p. 19 7) Alessandro Mari, Troppo umana [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>NARRATIVA</strong></p>
<p>1) Walter Siti, Autopsia dell&#8217;ossessione, Mondadori, p. 71<br />
2) Franco Cordelli, La marea umana, Rizzoli, p. 62<br />
3) Andrea Bajani, Ogni promessa, Einaudi, p. 36<br />
4) Aldo Nove, La vita oscena, Einaudi, p. 30<br />
5) Gilda Policastro, Il farmaco, Fandango, p. 21<br />
6) Sandro Veronesi, XY, Fandango, p. 19<span id="more-38319"></span><br />
7) Alessandro Mari, Troppo umana speranza, Feltrinelli, p. 15<br />
8) Adrian Bravi, Il riporto, Nottetempop. 13<br />
9) Cristiano Cavina, Scavare una buca, Marcos y Marcos, p. 12<br />
9) Ernesto Aloia, Paesaggio con incendio, minimum fax, p. 12<br />
11) Gregorio Magini, La famiglia di pietra, Round Robin, p. 11<br />
11) Piero Pieri, Les nouveaux anarchistes, Transeuropa, p. 11<br />
13) Alessandro Piperno, Persecuzione, Mondadori, p. 10<br />
13) Alessandra Saugo, Bella pugnalata, Effigie, p. 10<br />
15) Cristiano de Majo, Vita e morte di un giovane impostore&#8230;, Ponte alle Grazie, p. 8<br />
16) Cosimo Argetnina, Vicolo dell&#8217;acciaio, Fandango, p. 6<br />
16) Lorenzo Beccati, 74 nani russi, Internòs, p. 6<br />
16) Valter Binaghi, I custodi del Talismano, SottoVoce, p. 6<br />
16) Barbara Di Gregorio, Le giostre sono per gli scemi, Rizzoli, p. 6<br />
16) Stefano Jorio, Radiazione, minimum fax, p. 6<br />
16) Marco Lodoli, Italia, Einaudi, p. 6<br />
16) Letizia Muratori, Sole senza nessuno, Adelphi, p. 6<br />
16) Gaetano Neri, Strani fatti in via Ballocca, La Vita Felice, p. 6<br />
16) Vincenzo Nisivocchia, Un caffè a Saint Germain, Archinto, p. 6<br />
16) Andrea Sartori, Scompenso, Exorma, p. 6<br />
26) Ugo Cornia, Operette ipotetiche, Quodlibet, p. 5<br />
26) Helena Janeczek, Lezione di tenebra, Guanda, p. 5<br />
28) Alida Airaghi, Fine dicembre, Le Onde, p. 4<br />
28) Tore Cubeddu, Cisaus, Transeuropa, p. 4<br />
30) Alessio Arena, Il mio cuore è un mandarino acerbo, Zona, p. 3<br />
30) Mariano Bargellini, La setta degli uccelli, Corbo, p. 3<br />
30) Antonio Bassarelli, Per questi motivi, Diabasis, p. 3<br />
30) Marco Bosonetto, Nel grande show della democrazia, Laurana, p. 3<br />
30) Guido Conti, Le mille bocche della nostra sete, Mondadori, p. 3<br />
30) Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, E/O, p. 3<br />
30) M. e P.P di Mino, Fiume di tenebra, Castelvecchi, p. 3<br />
30) Ghinelli-Rudoni-Sarassi, J.A.S.T., Marsilio, p. 3<br />
30) Marino Magliani, La spiaggia dei cani romantici, Instar, p. 3<br />
30) Fernando Marchiori, La seconda voce, Charta Bureau, p. 3<br />
30) Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana, p. 3<br />
41) Ivan Cotroneo, Un bacio, Bompiani, p. 2<br />
42) Alberto Asor Rosa, Assunta e Alessandro, Einaudi, p. 1<br />
42) Giorgio Bongiovanni, Acqua tinta, Marinotti, p. 1<br />
42) Gilberto Severini, A cosa servono gli amori infelici, Playground, p. 1</p>
<p><strong>POESIA</strong></p>
<p>1) Milo De Angelis, Quell&#8217;andarsene nel buio dei cortili, Mondadori, p. 107<br />
2) Italo Testa, La divisione della gioia, Transeuropa, p. 55<br />
3) Giuliano Mesa, Poesie, La camera verde, p. 52<br />
4) Fabio Franzin, Coe man monche, Le voci della luna, p. 29<br />
4) Marco Giovenale, Shelter, Donzelli, p. 29<br />
6) Ida Vallerugo, Mistral, Il Ponte del Sale, p. 12<br />
6) Luciano Neri, Lettere nomadi, Puntoacapo, p. 12<br />
8) Laura Pugno, La mente paesaggio, Perrone, p. 9<br />
9) Francesca Matteoni, Tam Lin e altre poesie, Transeuropa, p. 8<br />
10) Paolo Febbraro, Deposizione, Lietocolle, p. 7<br />
11) Matteo Campagnoli, In una notte fortunata, Casagrande, p. 6<br />
11) Anna Maria Carpi, L&#8217;asso nella neve, Transeuropa, p. 6<br />
11) Stelvio Di Spigno, La nudità, peQuod, p. 6<br />
11) Massimiliano Martolini, Il bene immobile, peQuod, p. 6<br />
11) Renata Morresi, Cuore comune, peQuod, p. 6<br />
11) Matteo Munaretto, Arde nel verde, Interlinea, p. 6<br />
17) Alberto Nessi, Ladro di minuzie, Casagrande, p. 4<br />
17) Andrea Raos, I cani dello Chott El-Jerid, Arcipelago, p. 4<br />
17) Silvia Zoico, Famelica farfalla, puntoacapo, p. 4<br />
20) Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi, Archivio Dedalus, p. 3<br />
20) Ennio Cavalli, Minime e massime, La Vita Felice, p. 3<br />
20) Maria Pia Quintavalla, China, Effigie, p. 3<br />
20) Alessandro Raveggi, La trasfigurazione degli animali in bestie, Transeuropa, p. 3<br />
24) Dina Basso, Uccalamma, Le Voci della Luna, p. 2<br />
24) Marco Bruno, Eccesso di realtà, Campanotto, p. 2<br />
24) Elena Petrassi, Figure del silenzio, ATI, p. 2</p>
<p><strong><br />
SAGGI</strong></p>
<p>1) S. Luzzatto-G. Pedullà, Atlante della letteratura italiana, Einaudi, p. 39<br />
2) Paul Ginsborg, Salviamo l&#8217;Italia, Einaudi, p. 28<br />
3) Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, Einaudi, p. 26<br />
4) Marco Belpoliti, Pasolini in salsa piccante, Guanda, p. 23<br />
4) Alfonso Berardinelli, Che intellettuale sei?, Nottempo, p. 23<br />
6) Ezio Raimondi, Ombre e figure, Il Mulino, p. 20<br />
7) Carla Benedetti, Disumane lettere, Laterza, p. 18<br />
7) Lina Bolzoni, Il cuore di cristallo, Einaudi, p. 18<br />
9) Simone Barillari, Il Re che ride, Marsilio, p. 16<br />
10) Remo Ceserani, Convergenze, Bruno Mondadori, p. 14<br />
11) Andrea Tagliapietra, Icone della fine, Il Mulino, p. 12<br />
12) Salvatore Settis, Paesaggio, costituzione, cemento, Einaudi, p. 11<br />
13) Luca Rastello, La frontiera addosso, Laterza, p. 10<br />
14) Roberto Calasso, L&#8217;ardore, Adelphi, p. 9<br />
14) Enzo Golino, Parola di duce, Rizzoli, p. 9<br />
16) Emanuele Zinato, Le idee e le forme, Carocci, p. 7<br />
17) O. Breidach-F. Vercellone, Pensare per immagini, Bruno Mondadori	, p. 6<br />
17) Franco Brevini, La letteratura degli italiani, Feltrinelli, p. 6<br />
17) Biancamaria Frabotta, L&#8217;estrema volontà, Perrone, p. 6<br />
17) Antonio Girardi, Grande Novecento. Pagine sulla poesia, Marsilio, p. 6<br />
17) Eugenio Lecaldano, Prima lezione di filosofia morale, Laterza, p. 6<br />
17) Mario A. Rigoni, Vanità, Nino Aragno Editore, p. 6<br />
17) Gabriella Sica, Emily e le altre, Cooper, p. 6<br />
17) Elisa Vignali, Sivlio D&#8217;Arzo, scrittore fra la provincia e il mondo, Archetipolibri, p. 6<br />
17) Luigi Weber, Romanzi del movimento, romanzi in movimento, Transeuropa, p. 6<br />
27) Daniele Combierati, Tra poesia e poesia, EdiLet, p. 5<br />
27) Riccardo Donati, I veleni delle coscienze, Bulzoni, p. 5<br />
27) Michele Mari, I demoni e la pasta sfoglia, Il Cavallo di Ferro, p. 5<br />
30) Francesco Antinucci, Parola e immagine, Laterza, p. 4<br />
30) Barbara Chitussi, Immagine e mito. Un carteggio tra Benjamin e Adorno, Mimesis, p. 4<br />
30) Pietro Citati, Leopardi, Mondadori, p. 4<br />
30) Filippo La Porta, Meno letteratura, per favore, Bollati Boringhieri, p. 4<br />
30) Andrea Moro, Che cos&#8217;è il linguaggio, Luca Sossella Editore, p. 4<br />
30) Pascal Schembri, Un marziano in Italia, Edizioni a Nordest, p. 4<br />
30) Giovanni Solimine, L&#8217;Italia che legge, Laterza, p. 4<br />
37) Eugenio Borgna, La solitudine dell&#8217;anima, Feltrinelli, p. 3<br />
37) Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli, p. 3<br />
37) Paolo D&#8217;Angelo, Filosofia del paesaggio, Quodlibet, p. 3<br />
37) Roberta De Monticelli, La questione morale, Raffaello Cortina, p. 3<br />
37) Carlo Donolo, Italia sperduta, Donzelli, p. 3<br />
37) Sergio Fabbrini, Addomesticare il Principe, Marsilio, p. 3<br />
37) Stefano Geraci, Destini e retrobotteghe, Bulzoni, p. 3<br />
37) Silvia Ronchey, Ipazia, Rizzoli, p. 3<br />
37) E. Sgarbi-G. Reale, L&#8217;ultima salita. La via Crucis della Valle Camonica, Bompiani, p. 3<br />
37) Paolo Virno, E così via, all&#8217;infinito, Bollati Boringhieri, p. 3<br />
47) Belpoliti-Manera (a c. di), Furio Jesi, «Riga» n. 31, p. 2<br />
47) Elio Grazioli, Ugo Mulas, Bruno Mondadori, p. 2<br />
47) Francesca Rigotti, Partorire con il corpo e con la mente, Bollati Boringhieri, p. 2<br />
47) Alessandro Trocino, Popstar della cultura, Fazi, p. 2<br />
51) Giancarlo Alfano, Paesaggi, mappe, tracciati, Liguori, p. 1<br />
51) Mario Caramitti, Letteratura russa contemporanea, Laterza , p. 1</p>
<p><strong><br />
ALTRE SCRITTURE</strong></p>
<p>1) Eraldo Affinati, Peregrin d&#8217;amore, Mondadori, p. 56<br />
2) Franco Buffoni, Laico alfabeto in salsa gay piccante, Transeuropa, p. 55<br />
3) Dino Baldi, Morti favolose degli antichi, Quodlibet, p. 46<br />
4) Giulio Marzaioli, Voci di seconda fase, Arcipelago, p. 45<br />
5) Franco Arminio, Cartoline dai morti, Nottetempo, p. 40<br />
6) Claudio Parmiggiani, Una fede in niente ma totale, Le Lettere, p. 21<br />
7) Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità, Einaudi, p. 18<br />
8) Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli, p. 15<br />
9) Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi, p. 14<br />
10) Franca Valeri, Bugiarda no, reticente, Einaudi, p. 12<br />
11) Alessandro Barbano, Dove andremo a finire, Einaudi, p. 6<br />
11) Coffami-Zabaglio, Sovvertire il cinema, 18:30 Edizioni, p. 6<br />
11) Mariangela Gualtieri, Caino, Einaudi, p. 6<br />
11) Anna Mallamo, Lezioni di tango raccontate da una principiante, Città del Sole, p. 6<br />
15) aa.vv, Festa per Elsa, Sellerio, p. 5<br />
15) Salvatore Lupo, Potere criminale, Laterza, p. 5<br />
15) Matteo Marchesini, Bologna in corsivo, Pendragon, p. 5<br />
15) Anna Ruchat, Volo in ombra, Quarup, p. 5<br />
19) Eugenio Baroncelli, Mosche d&#8217;inverno, Sellerio, p. 4<br />
19) Silvia Dai Prà, Quelli che però è lo stesso, Laterza, p. 4<br />
19) Claudio Giunta, Il paese più stupido del mondo, Il Mulino, p. 4<br />
22) Emma Dante, La trilogia degli occhali, Rizzoli, p. 3<br />
22) Giancarlo De Carlo, Viaggi in Grecia, Quodlibet, p. 3<br />
22) Cesare Lievi, Il vecchio e il cielo, Marsilio, p. 3<br />
25) Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit, p. 2<br />
25) Alessandro Schwed, Mio figlio mi ha aggiunto su FB, l&#8217;ancora del mediterraneo, p. 2<br />
25) Serena Vitale, A Mosca!, A Mosca!, Mondadori, p. 2<br />
28) Alessandro Carrera, Librofilia, Cairo, p. 1</p>
<p>*<br />
Flavio Santi ha escluso dalle votazioni il suo romanzo Aspetta primavera, Lucky, Edizioni Socrates</p>
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