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	<title>Claudia Zironi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Claudia Zironi: &#8220;Tratteggi friulani”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/07/claudia-zironi-tratteggi-friulani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Apr 2023 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Zironi]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Ielusich]]></category>
		<category><![CDATA[Tratteggi friulani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Federico Ielusich Una regione il Friuli Venezia Giulia in cui “sembra tutto creato apposta per diventare ricordo”. In questo frammento dal sapore aforistico è racchiuso il fascino suadente di “Tratteggi friulani” di Claudia Zironi &#8211; volume di prosa poetica odepòrica impreziosito dalle fotografie di Benedetto Beny Kosic &#8211; edito nel febbraio 2023 per la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di</em><strong><em> Federico Ielusich</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-102651" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/327688685_726802069115556_5040730106153595772_n.png" alt="" width="486" height="817" /></p>
<p style="text-align: justify;">Una regione il Friuli Venezia Giulia in cui <em>“sembra tutto creato apposta per diventare ricordo”. </em>In questo frammento dal sapore aforistico è racchiuso il fascino suadente di <em>“<strong>Tratteggi friulani</strong>”</em> di <strong>Claudia Zironi</strong> &#8211; volume di prosa poetica odepòrica impreziosito dalle fotografie di Benedetto Beny Kosic &#8211; edito nel febbraio 2023 per la giovane e dinamica casa editrice indipendente goriziana Qudulibri –Collana Porta Maggiore/Poeti 71 pag. in brossura- che costituisce la nona opera letteraria della nota autrice bolognese. Il titolo del libro è una sineddoche che rappresenta l’immaginario collettivo sulla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e non intende in alcun modo sottovalutare la ricchezza data dalla diversità di visuali linguistiche e storiche che la regione contiene e rappresenta. Ma da dove nasce l’esigenza della scrittura di questo libro? “Ricordo che ero alle medie – dice la poetessa nella prefazione del volume- quando il Friuli, quello vero, tremava, e c’erano in TV immagini in bianco e nero di paesi sbriciolati, di gente indaffarata e impolverata, dalla faccia triste […] Sarà per tutto questo che ho tenuto il Friuli Venezia Giulia per ultima tra le regioni da visitare, ne ho varcato il confine a ormai 50 anni […] con la bambina dentro di me, che ha raccontato questa storia, che ancora avrebbe voluto tornare indietro […] e ci ha trovato te, che sei casa.” Una storia d’amore a lungo agognato e alla fine corrisposto. La poetessa, da quando ha varcato per la prima volta nel 2015 i confini della RAFVG, non è più riuscita a smettere e ha voluto omaggiare questa splendida regione di confine -crocevia di genti e di culture- scrivendone una sorta di diario di viaggio. Un pegno d’amore. Così è nato <em>Tratteggi friulani</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ventitrè fermo immagine che l’autrice ha inanellato pazientemente con sguardo stupito, immacolato, terso, sapido, penetrante ma anche fanciullesco -in senso pascoliano- fra il 2015 e il 2022 con il <em>fil rouge</em> di una ricercata, raffinata prosa poetica, con frasi a tratti ermetiche, di sapore <em>y</em><em>ūgen</em> – di una profondità insondabile. Una prosa poetica che rimanda da un lato ai paesaggi del Friuli cantati nei loro scritti da P. Zorutti, E. Bartolini, L. Gazzino, A. Tomasìn, E. Sgubìn, C. Sgorlòn, P.P. Pasolini nella sua fanciullezza a Casarsa, da P. Cappello e dai loro epigoni, da un altro a richiami ed echi della prosodia di Ungaretti e Saba. L’autrice offre al lettore attento una visione filtrata dell’<em>alterità</em>, di ambienti usuali per i friulani e i giuliani secondo punti di vista alternativi che sono spesso inficiati per i residenti dal <em>biais </em>cognitivo della quotidianità che l’ordinarietà vela.</p>
<p style="text-align: justify;">Come un calice fragrante di <em>pinòt nòir</em> -si apre- e scorre… la pagina -delicatamente sfogliata, assaporata e meditata. L’io poetico dell’autrice ci prende per mano guidando il lettore in un viaggio lento, molle e appagante nello spazio, nel tempo, nei panorami interiori, nei luoghi del cuore, nei paesaggi dell’anima e si va… Aquileia irreale nel tramonto con le sue rovine -accenti imperiali- così estranei alla terra. Il Carso in fiamme ove il fuoco discende nella terra a cercare l’oblio delle ossa dei caduti, per le vie nascoste dei torrenti, poi, riappare e non si doma…non si doma (immagini che ci riportano al Carso della Grande Guerra cantata da Ungaretti o alla contemporaneità del conflitto Russo-Ucraino). Cividale del Friuli -patrimonio UNESCO- in perfetto equilibrio sul ponte del Diavolo dove il cielo cola nell’acqua di un azzurro totale e le fronde e le verzure sommerse lo mutano in verde. E poi il Collio e la sua aria paglierina d’ebbrezza bello di morbidi filari, dove l’ordine è dolce e circolare, dove regna la mezza stagione nei colori e nei profumi. Il confine Sloveno che segna un passaggio dimensionale, di lingue, luoghi, non luoghi e percezioni, e poi Fogliàno, Gradìsca, Cormòns e le chiacchiere con Gaia presso l’enoteca in piazza grande, e Doberdò del Lago, Redipuglia con il sacrario condanna eterna al ricordo e alla celebrazione dove ungarettianamente “si sta” nel bianco del cielo, attenti, immobili e poi…e poi lame di mare e di celeste all’orizzonte con le falesie di Duino -un riflesso- uno scoglio lontano dove rovine inabitate promettono misteri ripercorrendo i passi di R.M. Rilke. Le calette sassose di Sistiana ove la pietra si tace sulle origini -incerta sul permanere o farsi sabbia. Ed ecco…Gorizia -città che non sembra città- piuttosto un dire di storie, un celare qualcosa del passato, dell’ineluttabilità del futuro, spettri lungo strade deserte e perturbazioni improvvise in giornate quiete di sole.  La laguna della Grado di Marin e Pasolini giallognola di luce notturna, pinete ordinate, giardini fragranti e lidi che paiono infiniti. E poi scendere, scendere nell’ancestrale, nel preludio del mondo della magnificenza della Grotta Gigante e poi il lento salire -rinascere alla luce nuova. Nello sguardo immenso di Saba ecco il bastione celeste e lussuoso del maniero di Miramare che si apre largo al golfo, a Muggia e Trieste – l’Algida- una “scontrosa grazia” che canta dal mare un ricordo, come attraverso un crocevia cosmopolita ma senza cadere e le sue genti, la bora e la nostalgia di “<em>Ulysses</em>“ di noi umani <em>transeunti viaggiatori</em>. Udine che solletica le corde del bello, piccola vertigine da un dislivello. E infine il pordenonese con Pordenone -fenomeno metaforico contratto- e Maniago giada e smeraldo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’editore propone in sinestesia ai testi in prosa poetica ventitrè foto a colori e b/n del fotoamatore autodidatta Benedetto Kosic. Fotografo animato dall’amore per la sua città -Gorizia- e per la terra meravigliosa che la circonda. Come asserito dallo stesso Kosic nella nota biografica i suoi generi preferiti sono in gran parte i paesaggi della sua terra: la valle dell’Isonzo, il Carso, le valli del Natisone, le zone sulla costa tra Trieste e Grado, Venezia e le foto “street” di Gorizia, specialmente del centro storico e dei suoi angoli più nascosti e suggestivi -oppure- foto di persone in situazioni “normali” e improvvisate, ritratti belli di una bellezza naturale realizzati con la sua Lumix micro 4/3. “Il mio obbiettivo” afferma Kosic “è riuscire a vedere il bello che mi circonda e saperlo mettere in un rettangolo in maniera da renderlo ancora più interessante. Per me la fotografia è provare ad incorniciare momenti e situazioni che senza i click finirebbero dimenticati nella frenesia di giornate sempre più veloci e spesso prive di significato”. Kosic pubblica le sue opere prevalentemente sui “social” e ha partecipato ad alcune mostre collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’opera -quella di Zironi- che per la sua struttura rimanda -con le dovute evidenti differenze- agli <em>haibun </em>della poetica giapponese ove, come negli <em>haiga</em> della poesia del genere <em>haikai</em>, la descrizione sintetica e oggettiva di un viaggio si compenetra con l’immagine (dipinta/fotografata) e il testo dello <em>haiku, senry</em><em>ū o tanka</em> a fissare un attimo altrimenti perso negli infiniti cicli del divenire: in quest’ottica il fotografo Kosic si fa <em>hijin</em> né più né meno della stessa poetessa C. Zironi. Nelle pagine di questa pubblicazione risuona il mutuo, muto canto vibrante di viandanza del <em>dàimon</em> platonico della poetessa e del <em>genius loci</em> dei luoghi da lei visitati. Un canto muto in cui si compenetrano silenzi, i suoni della natura, luce, ombra, fragranze, visioni multicolori a volte in contrasto con l’architettura dell’uomo novello Demiurgo. Un percorso poetico nel solco della lezione leopardiana dello “Zibaldone” (pagine inerenti la prosa poetica).</p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura odepòrica o di viaggio -in cui l’opera di Zironi si inserisce- ha una storia molto antica. Già rintracciabile nella storiografia greca-latina (<em>Iliade, Odissea</em> di Omero – <em>Eneide</em> di Virgilio) trova la sua piena espressione nel <em>Milione</em> di M. Polo (1300) e successivamente nella letteratura tardo-medioevale e rinascimentale francese con poeti e autori quali: M. Taillevent, A. de Sale, R. Hakluyt o in forma onirica/allegorica nella <em>Divina Commedia</em> di Dante Alighieri. In seguito il genere ebbe notevole successo grazie al <em>Grand To</em>ur di cui <em>Il viaggio in Italia</em> di J. W. Von Goethe, edito nel 1817, ne è la massima espressione letteraria. Nel diciannovesimo secolo, le opere di R. L. Stevenson ne rappresenta la punta di diamante. Nell’ambito della letteratura di viaggio contemporanea meritano di essere citati gli autori anglosassoni: B. Bryson, P. Theroux, W. Least Heat-Moon, J. Morris, B. Chatwin, E. Newby, W. Thesiger, L. Osborne e C. Thubron. Tra tutti merita una menzione d’onore Jack Kerouac (<em>Sulla strada</em>) che più di tutti ha posto <em>il viaggio</em> al centro della sua produzione artistica. Tra gli italiani meritano menzione B. Severgnini, W. Bonatti, G. Bettinelli e i giornalisti T. Terzani, G. Piovene, S. Ramazzotti, M. Pennacchi e il triestino Paolo Rumiz.</p>
<p style="text-align: justify;">Come afferma Giada Tecchio in un suo articolo inerente la teoretica della letteratura odepòrica “Quello fra viaggio e letteratura è un rapporto molto stretto, un <em>“nesso privilegiato”</em> che ha intrecciato fin dalle origini le imprese di viaggio dell’essere umano e l’atto di scrivere, di farne racconto, di condividerle con altri. […] L’esperienza del viaggio in sé per sé come situazione di mutamento e di trasformazione, è da sempre associata all’operazione di scrittura, quasi come se l’azione di <em>raccontare</em> il viaggio, attraverso il recupero scrittorio, (fotografico/grafico/pittorico/audio-video n.d.r.) e memorialistico di questa esperienza, costituisse una parte imprescindibile delle finalità del viaggiare stesso. […] La relazione fra viaggio e letteratura è stata esplorata a livello teorico, innanzitutto intendendo il testo come forma di viaggio e reciprocamente il viaggio come sistema narrativo, arrivando ad interpretare la scrittura stessa come un <em>“atto di spaesamento”</em>, o ancora un allontanamento dal noto e dal familiare, verso una conquista dell’identità. Si può concludere che ogni forma narrativa, in certo qual modo, includa al suo interno una forma di viaggio, così come ogni viaggio si costituisca come un <em>movimento </em>in uno spazio-tempo che implica una struttura intrinsecamente narrativa. […] All’interno del genere odepòrico si evidenziano alcuni tratti comuni nello specifico i rapporti fra la <em>narrazione</em> e la <em>descrizione</em>, con una spiccata preponderanza di quest’ultima, sia che essa derivi dall’esperienza diretta del viaggiatore-scrittore, sia che essa si basi su fonti esteriori o costruzioni immaginarie. Inoltre, particolarmente rilevante risulta l’elemento del <em>“dialogismo” </em> dei racconti di viaggio, in quanto questi si adeguano al bisogno di <em>“raccontare”</em> un’esperienza, ma anche in quanto essi presentano una struttura implicitamente comparativa, che pone in relazione due visioni:  quella del <em>“mondo di partenza”</em>, assunta come punto di riferimento per il viaggiatore-scrittore e per i suoi lettori, e quella del mondo <em>“Altro”</em>, della destinazione del viaggio, che si pone necessariamente come termine di paragone dell’osservazione. [… ]. Il legame che l’odepòrica intrattiene con i concetti della spazialità e della rappresentazione del territorio, oltre a costituire una fonte per la possibile descrizione delle “<em>immagini</em>” che formano un dato luogo (per offrire cioè delle possibili “<em>letture</em>” di quest’ultimo, intendendo il testo come esempio di costruzione di una immagine spaziale), può anche rivelare le modalità culturali con cui l’osservazione dei nuovi paesaggi osservati nel percorso di viaggio conforma la descrizione letteraria. […] In sostanza, l’esperienza del viaggio e la sua scrittura assumono un significato particolare nella storia della cultura, e si intrecciano profondamente nel momento in cui essi divengono il metodo per eccellenza della scoperta, della comprensione e della catalogazione del mondo: il moto, la curiosità, l’osservazione e la loro traduzione letteraria si fondono in un nesso che ha giocato un ruolo centrale non solo a livello di esperienza letteraria nell’odeporica, ma più profondamente nel cuore stesso dei meccanismi della nostra conoscenza del reale.”</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, Qudulibri propone un volume di nicchia, elegante, molto curato nella veste grafica. Come asserito dalla stessa autrice a questa prima opera ne potrebbero fare seguito anche delle altre con un secondo e forse un terzo volume. Restiamo in attesa…</p>
<p style="text-align: justify;">“Buon cammino, Claudia!”</p>
<p style="text-align: right;"><em> Federico Ielusich</em></p>
<p><strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p><strong><em>Tratteggi friulani – fotografie di Benedetto Benny Kosic </em></strong><em>– di Claudia Zironi – Collana Porta Maggiore-I Poeti – Qudulibri -Gorizia -febbraio 2023 prima edizione</em></p>
<p><strong><em>Eppure ancora i nespoli-dissertazioni sullo Haiku </em></strong><em>– di Antonio Sacco – NullaDieNuovoAteneo Edizioni – Saggi Nulla Die -agosto 2020 prima edizione – Piazza Armerina</em></p>
<p><strong><em>La luna e il cancello-saggio sullo haiku</em></strong><em> – di Luca Cenisi – Castelvecchi – Cahiers- agosto 2018 &#8211; Roma</em></p>
<p><strong><em>Il Chiasmo (/magazine/chiasmo/) -Lo sguardo del viaggiatore: la letteratura odeporica e l’osservazione del mondo </em></strong><em>– di Giada Tecchio</em></p>
<p><a href="https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/lettere_e_arti/Dinamismo/2_SNS_lo_sguardo_del_viaggiatore.html"><em>https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/lettere_e_arti/Dinamismo/2_SNS_lo_sguardo_del_viaggiatore.html</em></a></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: right;">
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		<title>Un labile confine: “L’isola dei topi” di Alberto Bertoni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/02/zironi-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Oct 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alberto bertoni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Zironi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Claudia Zironi</strong></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Bertoni, modenese, è docente di letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna. Numerose sono state le sue precedenti pubblicazioni sia di stampo saggistico che di genere poetico. Nel maggio 2021 è uscito il suo libro di poesie <em>L’isola dei topi</em> nella prestigiosa “bianca” delle edizioni Einaudi. Il libro si suddivide nelle sezioni <em>Alberi e bestie</em>, <em>Case</em>, <em>Milieu</em>, <em>Avvistamenti</em>, <em>Brindisi e dediche</em>, <em>Was war</em> (<em>Ciò che è stato</em>) e si conclude con la prosa Canalchiaro che funge da connettore tra il tempo del materiale poetico, scritto in periodi precedenti, e l’attuale realtà in cui non si può ignorare l’emergenza pandemica e quanto questa abbia influenzato le nostre vite. Perché Bertoni ha avvertito questa necessità? Probabilmente perché lui scrive della vita, in tutte le sue sfumature: la analizza, la destruttura &#8211; la scompone in piani sequenza -, osserva il mondo, gli animali, gli uomini e osserva se stesso senza che alcun dettaglio possa sfuggirgli. E di materiale interessante questo ultimo periodo deve avergliene fornito parecchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sguardo di Bertoni seziona impietosamente la realtà per incasellarla &#8211; indulgentemente in fondo perché la bonarietà emiliana gli è propria (e la studentessa Valentina, protagonista di una poesia, sicuramente di questo deve essere grata avendo passato a pieni voti un esame al secondo tentativo, dopo essere scivolata, al primo, nel peggiore dei modi, sulla zona grigia di Primo Levi) &#8211; allo scopo di trasformarla in memoria. Il libro è infatti ricchissimo di reminiscenze che per l’autore &#8211; non dimentichiamolo &#8211; anche di <em>Ricordi d’Alzheimer</em> (Book Editore, 2008, 2012, 2016), sono un bene prezioso. Vengono ricordati animali che se ne sono andati come la gatta Musetta e cavalli celebri che hanno dato tante emozioni a Bertoni, appassionato di corse, e vengono rievocati amici che pure non ci sono più, e viaggi, strade, momenti buffi e momenti tristi. E il motto celaniano “Was War” (in tedesco: ciò che è stato), utilizzato per intitolare l’ultima sezione, ancora ci rimanda al tema della Memoria, in questo caso non personale ma eredità collettiva dell’umanità. E poi ci sono i topi… E qui il confine labilissimo e non invalicabile, come ci insegna J. Derrida, tra uomo e animale si fa davvero ambiguo.</p>
<p style="text-align: justify;">I topi sono metafora della memoria che si consuma, ma soprattutto metafora dell’uomo e di ciò che sta erodendo la nostra civiltà, simbolo di ciò che rimarrà alla fine dell’antropocene. I topi, interpretabili poi come topos-topoi di una ricerca di verità sulle questioni ontologiche, vengono a dirimere lo iato tra senso e necessità di esistere. Ma i topi danno anche nome a un’isola in prossimità di Piombino dalla quale Bertoni manda un <em>Salutz</em> (saluto/canto amoroso occitano, e citazione del titolo di un libro del maestro Giovanni Giudici) a una bella rimasta sulla sponda della terraferma. L’amore è senz’altro un tema caro a Bertoni, dunque troviamo nel libro alcuni canti dedicati alla moglie Adriana che probabilmente è anche in vari testi il suo “tu dialogico”. Scenario ricorrente è la città di Modena, certo amata, ma che Bertoni avverte anche chiaramente come elemento condizionante: “…mi chiedo che vita è la mia/ a vederlo tutti i giorni/ il Duomo di Modena”. La varietà dei temi e la piacevolezza del dettato, che contiene però tante intriganti posizioni di sospensione e di vuoto che lasciano il dovuto spazio all’immaginazione del lettore, fanno di questo libro un piccolo scrigno di ispirazione per quanti già amano la poesia ma anche per chi voglia avvicinarvisi per la prima volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiudo la mia breve nota di lettura lasciando spazio alla voce dell’autore con la poesia <em>Cose</em>: Non è vero che vengono/ velocemente dimenticate// Che si sciolgono come neve al sole/ senza lasciare orme senza mai più/ essere sognate (o narrate)// Che sono puri fiocchi di fuliggine,/ non portano da nessuna/ parte e vivono come tatuaggi/ di cicatrici lontane// Come fantasmi, come multipli di zero,/ come essenze del nulla, del non/ essere che saremo/ presto// Vili materie e tracce/ tutto sommato umane</p>
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		<title>Confini. Intervista a Francesco Tomada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Mar 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Zironi]]></category>
		<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[francesco tomada]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Claudia Zironi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-89751" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/francesco_tomada_eventi_02-700x460-700x460-500x329-1.jpg" alt="" width="500" height="329" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/francesco_tomada_eventi_02-700x460-700x460-500x329-1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/francesco_tomada_eventi_02-700x460-700x460-500x329-1-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/francesco_tomada_eventi_02-700x460-700x460-500x329-1-150x99.jpg 150w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Tomada, poeta, insegnante di materie scientifiche nella scuola superiore, abita una terra di confine, in senso letterale, visto che la sua città Gorizia è divisa in due tra Italia e Slovenia. Tomada vive una vita di scrittura appartata dal rumore dei social media concedendo la sua presenza attiva solo al lit-blog Perigeion. Nonostante non faccia nulla per mettersi in mostra, è noto e stimato nell’ambiente poetico italiano e, come ho avuto occasione di dire in altro contesto, viene letto non solo dai lettori che frequentano la poesia ma anche dai colleghi poeti, con interesse e passione &#8211; non con l’occhio tecnico di chi sorveglia le produzioni altrui (sic) &#8211; probabilmente perché, come pochi, sa coniugare nella sua scrittura capacità espressive originali e contemporanee con l’apertura e l’accoglienza al mondo, andando oltre i confini individualistici e retorici.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa intervista cercherò di toccare vari ambiti ma la parola o solo l’idea di “confine” tornerà ancora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Benvenuto Francesco. Inizierei contestualizzando la tua presenza artistica in un territorio molto fecondo di arte e di parola che è il variegato ambito culturale del Friuli Venezia Giulia…</strong></p>
<p>FT: &#8211; Prima di tutto grazie per la tua attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile dare lettura di un panorama culturale vivendoci dentro, si rischia di mancare di una visione di assieme. In generale però mi sembra di poter dire che nel Nordest (estenderei la visione geografica almeno al vicino Veneto) si è assistito negli anni a una fioritura di validissime voci poetiche, di autori nati più o meno a cavallo fra gli anni &#8217;60 e &#8217;70, che hanno seguito percorsi individuali e solitari ma comuni per tematiche e approccio: penso a Franzin, Casagrande, Di Palmo, Crico, Fierro, Obit, Mattiuzza, Benedetti, Micelli e molti altri a cui chiedo scusa per non averli nominati. Si tratta in generale di una generazione con i piedi ancora nella cultura rurale e la testa immersa nelle conseguenze di quello che avrebbe dovuto essere il “miracolo economico”, una generazione che ha vissuto il disfacimento del tessuto cattolico e contadino a favore di una polverizzazione sociale senza più radici. La mia impressione è che il livello raggiunto da questi autori sia molto elevato, però quella stessa marginalità che ne ha rappresentato la forza propulsiva dal punto di vista artistico ha finito per limitarli per quanto riguarda il riconoscimento pubblico (Cappello e Villalta, ad esempio, rappresentano in questo senso delle eccezioni): da tanti percorsi isolati non si è riusciti a trarre un movimento. Ecco, a prescindere da quello che può essere il valore dei miei lavori, se appartengo a un ambito culturale è probabilmente questo, dove non a caso trovo alcuni fra gli amici più cari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CZ: &#8211; Gorizia è per certo una città attraversata da un palese confine geografico. Ma con quanti confini “fantasma” si devono misurare la tua vita e la tua scrittura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Per cominciare voglio dire che mi piace il modo in cui hai posto questa domanda, e ti spiego perché. Io mi sono trasferito a Gorizia da adulto, e sono rimasto letteralmente affascinato e rapito da questa terra attraversata dal confine come se fosse una cicatrice, un libro di storia a cielo aperto. Allora ne ho parlato a lungo, così a lungo da ritrovarmi io stesso ingabbiato in questo profilo di “scrittore di confine” che adesso sopporto a stento. Quindi grazie perché mi chiedi di altri confini, quelli che esistono qui come altrove, esattamente allo stesso modo.</p>
<p style="text-align: justify;">So che può sembrare banale e scontato, ma il confine più grande è quello dell&#8217;egoismo e dell&#8217;incomunicabilità. Non è qualcosa con cui si deve misurare la <em>mia </em>vita, ma la vita di tutti: qualcuno magari si accontenta o si rassegna più di altri, io per indole tendo a scomporre i comportamenti, ad analizzarli quasi per istinto, cercando di identificare difese e sovracostruzioni. C&#8217;è una dose di finzione importante nel nostro agire, e la mia reazione è stata per molti anni quella di una rabbia presuntuosa e quasi adolescenziale verso il prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Devo dire però che sono più bravo a giudicare il prossimo che a cambiare me stesso. Negli ultimi anni (sarà l&#8217;età?) l&#8217;aspetto con cui mi scontro di più è la <em>mia</em> incapacità di comunicare: riconosco in me stesso gli stessi limiti che così a lungo mi hanno infastidito negli altri. Forse è ora che anche io cominci a crescere, a essere un po&#8217; meno indulgente verso i miei confini invece di infastidirmi per quelli altrui.</p>
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<p><strong>CZ: &#8211; E quante sono le lingue della tua poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Rispondere purtroppo mi è facile: una sola, l&#8217;italiano. Ho perso il friulano perché faccio parte di quella generazione a cui i genitori parlavano solamente in italiano, così da evitare che le costruzioni linguistiche e sintattiche del friulano diventassero una penalizzazione in ambito scolastico. Io stesso, fino a pochi anni fa, ho avuto un rapporto più di odio che di amore con la cultura friulana. Quando poi ho cercato di recuperare ciò che avevo lasciato per strada era già tardi, quindi la mia unica lingua è l&#8217;italiano. Pur vivendo sul confine, inoltre, sono entrato in contatto con lo sloveno da pochi anni, anche in questo caso troppo tardi per impadronirmene. Penso, sogno, scrivo e impreco solo in italiano, è il mio recinto.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>CZ: &#8211; Ogni tanto ti cimenti anche con la traduzione di poesia pur non essendo un traduttore professionista: secondo te per tradurre poesia è più utile avere competenze tecniche nell’ambito della traduzione o avere sensibilità per la metrica e per la figura retorica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Ho iniziato a tradurre dall&#8217;inglese per caso. Non mi sentivo minimamente all&#8217;altezza e quindi lo facevo solamente “per uso personale”, ma poi è accaduto che alcuni autori abbiano apprezzato le versioni delle loro poesie e mi abbiano chiesto di continuare, per cui ne sono derivati anche lavori più complessi. Ti direi che per la traduzione serve tutto: la conoscenza della lingua e degli strumenti della poesia trasposti in quella lingua, così come la capacità di immergersi nella scrittura di un autore, di entrare a farne parte. Per me – e sottolineo “per me”, che non sono un professionista – quest&#8217;ultima è la condizione necessaria per iniziare: se non riesco a ritrovarmi nella poetica di chi devo tradurre, le mie competenze sono troppo limitate per permettermi di portare a termine un lavoro accettabile soltanto grazie alla professionalità, all&#8217;utilizzo della tecnica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Cosa ti spinge all’attività di traduzione? E cosa ti lascia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Oltre alla possibilità di studiare un autore che amo, quello che mi spinge è anche una sfida: la traduzione è un equilibrio molto precario fra devozione per la poesia di un altro e orgoglio personale. Bisogna dimenticare se stessi per mettersi a disposizione della poesia che si traduce, ma è necessario anche trasformarla, renderla in parte propria, perché nella trasposizione da una lingua all&#8217;altra molto andrà sicuramente perso e quindi questo è l&#8217;unico modo per poter dare un valore aggiunto, direi una prospettiva nuova, al testo tradotto. Come dicevo, il limite da raggiungere ma da non superare è difficile da individuare, per cui paradossalmente traducendo autori che amo ricevo un duplice regalo: attraversare la loro poesia e comprendere di più me stesso, le mie possibilità e le mie lacune. In alcuni momenti questa esperienza mi è stata davvero utile, soprattutto in passaggi in cui la mia scrittura sembrava essersi fermata.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>CZ: &#8211; Non solo poesia: mi hai detto di avere pronto all’uscita un romanzo fiabesco-politico ambientato nel 1931 sul confine italosloveno, che hai scritto a quattro mani con Anton </strong><strong>Špacapan Von</strong><strong>čina. Ci regali un’anticipazione su titolo e trama?</strong></p>
<p>FT: &#8211; Per quanto riguarda il titolo non posso rispondere perché ne esiste solo la versione slovena, il nostro “working title” mentale, ma la traduzione in italiano sarebbe davvero indecente. Quindi non è stato ancora deciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro è nato in modo imprevisto e sorprendente a partire dal soggetto per un film elaborato da Anton e da un altro caro amico, Luca Chinaglia. Il film per ora è rimasto in standby, anche perché i finanziamenti necessari sono decisamente ingenti; io mi sono letteralmente innamorato della storia, quindi con Anton abbiamo deciso di provare a svilupparla in ambito letterario. Non si tratta di un romanzo tratto da un film, da un certo punto in poi le strade si sono divise completamente e oggi non hanno più nulla a che fare l&#8217;una con l&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda è ambientata a Čepovan, un paese di mezza montagna che oggi si trova in Slovenia a una quindicina di chilometri dal confine, ma che ovviamente nel 1931 era sotto il controllo italiano e, come tutta la zona, era sottoposto a un processo spesso brutale di “italianizzazione”. Durante l&#8217;inverno l&#8217;arrivo di un nuovo contingente militare porta a una brusca accelerazione dell&#8217;operazione, e nella comunità isolata di Čepovan si sviluppa una serie di reazioni che vanno dalla connivenza all&#8217;indifferenza, fino alla reazione violenta. Tutto è racchiuso nel volgere di circa un mese, periodo in cui si sviluppa il contrasto fra il tenente italiano Angelo Ottavi e l&#8217;anziana maestra slovena Majda Žled: preso in qualche modo in mezzo a loro è Srečko, un ragazzino costretto passare fin troppo velocemente dall&#8217;infanzia all&#8217;adolescenza, a operare una scelta assumendosene le conseguenze e fronteggiando il fatto che da nessuna parte esistono i buoni senza colpa o i cattivi senza pietà.</p>
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<p><strong>CZ: &#8211; Sempre restando sul romanzo: mi incuriosisce la definizione che ne dai “fiabesco-politico”. Come si coniugano questi due termini nella realtà?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Si tratta indubbiamente di un libro politico: per quanto lo scopo di un romanzo non sia quello di risultare didattico, anzi è un rischio che speriamo di essere riusciti a evitare, il concetto centrale attorno a cui ruota il lavoro è quello di “Resistenza”. Resistenza non è soltanto quella degli sloveni al processo di italianizzazione: è piuttosto un&#8217;idea di comportamento etico e in questo senso mi sembra più attuale che mai, per quanto la storia si sviluppi in un momento storico ben preciso. Esistono infatti numerosi riferimenti a situazioni reali, alcune delle quali sono state riportate a galla di recente, ad esempio nel libro di Adriano Sofri “Il martire fascista” edito da Sellerio. Però l&#8217;idea non era costruire un romanzo storico, quanto cercare di incastonare in un quadro temporale delimitato e definito anche una presenza assolutamente irrazionale e fiabesca, in qualche modo mitologica, cercando di farla risultare credibile anche se ovviamente non può essere stata reale. Abbiamo cercato di costruire un affresco che mi piacerebbe poter definire “verosimile”, questa è stata la sfida: sappiamo benissimo che il confine fra l&#8217;inventiva e la banalità è labile, ma senza rischiare non si arriva da nessuna parte, né del resto avevamo alcuna <em>comfort zone </em>da difendere.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>CZ: &#8211; Ancora sulla prosa: vorrei sapere come vi siete organizzati per scrivere un intero romanzo a quattro mani: un capitolo a testa? O ogni frase l’avete concordata? O, ancora, uno dei due metteva le idee e la ricerca e l’altro la capacità di resa scrittoria?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Quando Anton mi ha chiesto di collaborare nella stesura del romanzo, inizialmente gli ho risposto di no perché non mi sentivo minimamente all&#8217;altezza per formazione e capacità. Poi, a causa delle sue insistenze e del rapporto di amicizia che ci lega, ho accettato, con la condizione che fossimo impietosi per davvero: nel rispetto reciproco avremmo dovuto criticarci, tagliarci, correggerci senza alcuna remora e alcun risentimento. A conti fatti penso che questa sia stata una fortuna. Nella scrittura in sé siamo stati indipendenti, nel senso che non abbiamo mai lavorato insieme sulla prima stesura nemmeno di una singola pagina; nella pianificazione, nella revisione e nella correzione invece ci siamo confrontati continuamente, modificando, tagliando, cambiando, al punto tale che – in tutta sincerità – ci sono molti passaggi di cui davvero non ricordo nemmeno chi sia stato il primo autore, e altri completamente stravolti rispetto alla versione originale. Aggiungo anche che un ruolo fondamentale lo hanno avuto le illustrazioni, perché Anton è anche un grafico; probabilmente nel libro non saranno incluse se non in minima parte, ma sono state un elemento insostituibile di ispirazione e suggestione.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la mole di scritti e di materiali che abbiamo prodotto è davvero enorme, e da questa abbiamo cercato di distillare – e qui il plurale è un plurale vero, sarebbe bello se anche in italiano ci fosse il duale, come in sloveno – la storia nella sua versione finale con un rapporto assolutamente paritario. Devo dire che per me, che nella scrittura sono un testardo e lavoro sempre da solo, è stata un&#8217;esperienza meravigliosa e commovente, soprattutto dal punto di vista umano. Sarò riconoscente per sempre a chi mi ha permesso di viverla, e ti confesso senza falsa modestia che il risultato finale mi ha sorpreso e mi convince.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Secondo te un buon poeta è sempre anche in grado di gestire la prosa e un buon romanziere ha in sé il germe della poesia o le due attività hanno in comune solo il supporto cartaceo e la penna? Tu ti senti, ora che hai fatto anche questa esperienza, più vicino alla prosa o alla poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Al di là della padronanza dello strumento linguistico, mi sembra che l&#8217;approccio mentale alla prosa e alla poesia siano piuttosto differenti: la prima richiede una disciplina che può invece risultare un freno per la seconda, la prima esige una costruzione rigorosa a priori mentre spesso la seconda identifica solo alla fine il percorso compiuto. Senza voler essere categorico, quindi, credo che non sia affatto scontato che un valido prosatore sia anche un valido poeta e viceversa. Non voglio però sembrare integralista, e so bene che, per fortuna, esistono confini impalpabili fra i generi letterari e splendide eccezioni al concetto che ho appena espresso.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto mi riguarda, rimango sicuramente più vicino alla poesia: il mio modo di pensare è più puntiforme, naif, occasionale, e sono mediamente incapace di progettare un lavoro a priori o scrivere in modo disciplinato e rigoroso; piuttosto mi lascio portare per poi cercare di capire dove sono andato a finire. Il mio impegno e la mia dedizione stanno nell&#8217;ascolto, nella prospettiva, ma ho proprio dei “tempi di attenzione” piuttosto brevi: è un dato di fatto, anche se in questo senso l&#8217;età mi ha cambiato rispetto a un approccio che in passato era ancora più frammentato ed episodico. Non è detto che ciò sia un bene, perché mi rendo conto di avere perso qualcosa in visionarietà e naturalezza. Spero, in cambio, di averne guadagnato da altri punti di vista, ma non sta a me giudicarlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Per quanto riguarda la scrittura in generale, sappiamo che ti sono cari concetti come verità e onestà. Ma sappiamo anche che di norma la scrittura è finzione. Come concili queste due contrapposte posizioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Non le concilio per il semplice fatto che non credo che la scrittura sia finzione, o almeno non per come la vivo io: anche in quelle (poche) volte in cui riesco a uscire dalla dimensione autobiografica – e vorrei essere capace di farlo molto più spesso, ma mi sembra di diventare didattico e didascalico – deve essere presente una componente di interiorizzazione che mi permette di essere parte di quello che racconto, un coinvolgimento che mi dà il diritto di scriverne. Se non fosse così mi sembrerebbe di mentire, di lavorare su un artificio. Per tornare al romanzo, per anni mi sono trovato a pensare come un tenente fascista o un ragazzino sloveno, a livelli che in certi momenti sono diventati quasi destabilizzanti. A maggior ragione, poi, questo vale per la poesia, dove a mio avviso l&#8217;autore deve essere presente e nella sua presenza c&#8217;è la certezza di quello che Stefano Guglielmin, con una espressione illuminante, definisce come “valore di verità” della scrittura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CZ: &#8211; Come stai vivendo tu e come sta reagendo la tua scrittura a questo prolungato periodo emergenziale di semi clausura, di lutti e di sgretolamento delle certezze relazionali e economiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">FT: &#8211; Stiamo parlando di una tragedia assurda, quindi non si può viverla bene. All&#8217;inizio, come si fa nelle emergenze, ho cercato di tenere la barra diritta e un profilo ottimistico, soprattutto per rispetto delle persone che ho vicino, anche se per carattere non sono fra coloro che partecipano ai <em>flash mob</em> sui terrazzi e ho assunto dei comportamenti piuttosto schivi. Adesso che è passato un anno faccio sicuramente più fatica, le relazioni mi mancano perché vivo di relazioni. In certi giorni vado avanti per inerzia, anche se so di essere fra i fortunati almeno dal punto di vista economico, perché lo stipendio non mi è mai mancato.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia scrittura ha reagito molto peggio di me. Non ho scritto praticamente nulla su questa situazione, un po&#8217; per pudore, un po&#8217; perché da dentro non mi esce niente. In compenso ho rallentato la scrittura anche su tutto il resto, probabilmente a causa della mancanza di stimoli dovuta all&#8217;isolamento. La sola vera conseguenza è stata probabilmente la necessità interiore di andare verso testi in qualche modo non dico più ottimisti, ma almeno più sereni anche a costo di sembrare infantili. Ho scritto talmente tanto del dolore in passato &#8211; perché sono un uomo ombroso, questa è la verità – che non lo reggo più; in un momento in cui il dolore stesso diventa paesaggio collettivo, io non mi sento in grado di consolare nessuno ma al tempo stesso non posso e non voglio lasciarmi affondare. Piuttosto mi rifugio in una ingenuità consapevole; passati i cinquanta reclamo il diritto di essere stupido.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Tu collabori con l’Associazione dei Benandanti di Portogruaro, connessa al servizio di salute mentale della zona, e anche a Gorizia operi come volontario con persone disagiate. Poesia come cura: secondo te è vero? La poesia serve a curare o piuttosto al contrario destabilizza?</strong></p>
<p>FT: &#8211; Premetto che la prospettiva qui deve cambiare: non parliamo più di poesia per il suo valore artistico, vero o presunto che sia, ma per il suo valore umano e per il suo significato nel divenire di una persona. E devo dire che forse è un ambito in cui mi trovo più a mio agio, perché nello scrivere non ho mai avuto una visione artistica: se ho scritto è stato per necessità, e se poi è accaduto che a volte questo si trasformasse anche in una forma di arte si è trattato di una conseguenza, una fortuna, ma non un&#8217;intenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La poesia può essere una cura? Sì e no.</p>
<p style="text-align: justify;">No nel senso che la poesia, per la sua struttura, non è una medicina e non offre risposte. A volte temo che una poesia didattica sia una poesia morta, e ciò vale a maggior ragione quando si addentra nella profondità di un individuo e nei suoi lati irrisolti. Quindi no, la poesia non è una medicina.</p>
<p style="text-align: justify;">Però forse può essere una terapia, questo sì. Per la sua natura, che affonda le radici nell&#8217;irrazionale, per il suo originarsi, che è un processo di cui l&#8217;autore ha solamente in parte il controllo, la poesia può rappresentare uno strumento per scandagliare profondità che altrimenti non riuscirebbero a emergere. A me è capitato di spaventarmi per alcune cose che ho scritto, al punto di chiedermi se l&#8217;autore fossi davvero io e se quello rappresentasse ciò che avevo dentro. Quindi immagino che la poesia destabilizzi piuttosto che curare, ma che si tratti di una destabilizzazione necessaria, ti dice: ecco quello che hai dentro, se vuoi arrivare da qualche parte è da qui che devi partire, sono questi gli angoli oscuri che non puoi fingere di non vedere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Ci regali un tuo inedito?</strong></p>
<p>FT: &#8211; Un inedito di quelli leggeri di cui parlavo prima può andare bene?</p>
<p style="text-align: justify;">Magari gli troverò un titolo, un giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanta ostinazione nei cipressi</p>
<p style="text-align: justify;">altre piante perdono le foglie</p>
<p style="text-align: justify;">loro invece no, che non sia mai</p>
<p style="text-align: justify;">mio nonno ripeteva di continuo:</p>
<p style="text-align: justify;">nella vita bisogna stare sempre</p>
<p style="text-align: justify;">con la schiena diritta</p>
<p style="text-align: justify;">dicono che gli alberi sappiano ascoltare</p>
<p style="text-align: justify;">ed eccoli nel grigio di novembre</p>
<p style="text-align: justify;">rigidi e puntati verso l&#8217;alto</p>
<p style="text-align: justify;">come se dovessero</p>
<p style="text-align: justify;">tenere su le nuvole</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Voices of Italian Poets: intervista a Valentina Colonna e Mikka Petris</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/03/cornelio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Zironi]]></category>
		<category><![CDATA[Mikka Petris]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Colonna]]></category>
		<category><![CDATA[Voices of Italian Poets]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; a cura di Claudia Zironi &#160; MS M.905 I, fol. 186r &#160; L’Italia della poesia vede in questo secolo il ritorno a forme di interpretazione vocale e corporea del testo, soprattutto tra i giovani frequentatori di palchi e poetry slam. Resiste al contempo una larga fascia di sostenitori alla lettera delle teorie di Gian [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">a cura di<strong> Claudia Zironi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-88060" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/geesebook.gif" alt="" width="609" height="397" /></p>
<h5 style="text-align: center;">MS M.905 I, fol. 186r</h5>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia della poesia vede in questo secolo il ritorno a forme di interpretazione vocale e corporea del testo, soprattutto tra i giovani frequentatori di palchi e poetry slam. Resiste al contempo una larga fascia di sostenitori alla lettera delle teorie di Gian Luigi Beccaria sulla necessaria monotonia dell’atto di lettura del verso. Sicuramente, l’interpretazione ad alta voce del testo poetico rappresenta il più vario, pericoloso e allettante veicolo per condurlo dall’autore all’ascoltatore &#8211; fruitore finale. Su questo tema, qualche anno fa, con Versante ripido avevamo proposto a un buon numero di autori un laboratorio interpretativo denominato “la traduzione dell’interpretazione” <a href="https://www.versanteripido.it/newsletters/la-traduzione-della-interpretazione-laboratorio-di-versante-ripido/">https://www.versanteripido.it/newsletters/la-traduzione-della-interpretazione-laboratorio-di-versante-ripido/</a> proprio finalizzato a un’empirica comprensione della potenzialità del verso quando questo lascia la carta per un ritorno alla tradizione orale (originaria culla della poesia). Esistono poi ricchi database di voci disponibili in rete dove si possono ascoltare testi letti dai loro stessi autori, in particolare segnalo quello molto ampio creato da Giovanna Iorio “Poetry Sound Library” <a href="https://poetrysoundlibrary.weebly.com/">https://poetrysoundlibrary.weebly.com/</a> che conta oltre 1.200 contributi da tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Valentina Colonna e Mikka Petris hanno intrapreso un paio di anni fa uno studio innovativo sulla prosodica, sostenute dal Laboratorio di fonetica sperimentale Arturo Genre dell’Università di Torino, utilizzando strumentazioni e software sofisticati, per paragonare le voci di poeti e lettori professionisti e trarre da ciò delle conclusioni. Diamo loro il benvenuto su queste pagine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Comincerei questa intervista a Valentina e Mikka dalla fine: potete in modo comprensibile ai lettori, dunque limitando l’utilizzo di tecnicismi, spiegarci il risultato più significativo che questa ricerca ha sortito?</strong></p>
<p>V. Colonna: &#8211; Intanto grazie per quest’invito, Claudia. Risponderò brevemente a questa domanda, accennando ai risultati emersi nello studio della mia tesi di dottorato. Creare una prima storia della lettura della poesia italiana, svolta con analisi fonetiche qualitative e quantitative, ha consentito di tracciare un percorso di mutamento nella lettura, di individuare dei punti comuni a livello intonativo e ritmico e dei tratti divergenti, all’interno di un sistema particolarmente interessante da studiare. Esiste un vero universo della lettura ad alta voce della poesia, che rivela molto di un periodo storico e dell’autore stesso: questo può risultare un supporto utile anche per lo studio della poesia stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CZ: &#8211; C’è un divario tra le vostre attese iniziali e i risultati? Ci sono state svolte inattese durante il percorso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: – Il primo nucleo di studio da cui ha avuto avvio il progetto di VIP è stato quello ristretto a 12 interpretazioni del <em>Congedo del viaggiatore cerimonioso</em> di Giorgio Caproni: quel primo lavoro metteva in luce il potenziale di uno studio simile che, ancora inesplorato in ambito italiano, richiedeva lo sviluppo di una metodologia e una terminologia apposite per una quantità di dati più ampia. L’approccio usato per lo studio su VIP è stato quello della fonetica acustica e poi, in parte limitata, della fonetica percettiva: è stato possibile individuare alcuni elementi caratteristici della lettura poetica per un’osservazione mirata e comparativa. Immaginavo ci fosse un filo rosso dalle letture del Novecento a oggi e che fossero individuabili dei cambiamenti raggruppabili all’interno di questo sistema di lettura: solo lo studio concreto dettagliato ha però consentito di capire quali parametri fossero realmente rappresentativi non solo della lettura poetica ma del suo mutamento. Inoltre lo spunto di fonetica percettiva ha in parte confermato le attese iniziali e in parte messo in luce la necessità di approfondire ulteriormente la questione, appena cominciato con questa Prima storia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Avete riscontrato significative differenze nella resa fonetica determinate dalle diverse caratteristiche anatomiche – laringe, diaframma ampiezza della scatola toracica, ecc…- tra i sessi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: &#8211; Premesso che le diverse caratteristiche anatomiche portano indubbiamente a variazioni tra sessi, la storia della lettura italiana del secondo Novecento presenta una ripartizione non equa tra voci maschili e femminili, purtroppo, a causa della non equa diffusione delle stesse a livello mediatico in quel periodo: questo non ha consentito di approfondire uno studio mirato sul genere ma di sviluppare uno studio in prospettiva diacronica globale. Da un’osservazione comparativa sono emerse però tendenze stilistiche (organizzative e intonative) sia comuni sia divergenti tra donne e uomini: interessante, dal punto di vista acustico, è stato notare che tra le poetesse del Novecento considerate (Maria Luisa Spaziani e Amelia Rosselli) si riscontrava una frequenza media bassa, molto simile a quella maschile e i loro stili divergevano nettamente da quelli maschili nel complesso. Se allarghiamo lo sguardo alle poete contemporanee, sicuramente lo scenario si fa molto eterogeneo e anche “classificato” all’interno di una proposta di filoni stilistici rappresentativi: un diverso uso della vocalità (dei registri in particolar modo), della velocità e delle pause può ritenersi forse uno dei tratti più distintivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CZ: &#8211; Ritenete che l’interpretazione possa essere considerata parte integrante dell’atto artistico dello scrivere poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: – Sì, assolutamente l’interpretazione ne è parte integrante e di completamento: forse tramite l’interpretazione è possibile anche avvicinarci alla generazione della poesia stessa. Come in musica, l’interpretazione si fa elemento rivelatore della poesia stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; I silenzi fanno parte del vostro ambito di studio?</strong></p>
<p>V. Colonna: &#8211; Sì. I silenzi rappresentano sicuramente in poesia un aspetto molto importante anche per un’analisi fonetica. Si incontrano nelle pause ma anche nelle linee melodiche stesse, nell’articolazione consonantica, insieme al rumore, ad esempio. Lo studio delle pause nella lettura della poesia è stato un elemento delicato e molto importante anche per verificare la gestione del silenzio nell’interpretazione. Particolarmente interessante è stato vederne anche l’originale uso nell’articolazione di suoni consonantici, ad esempio nella lettura ungarettiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; L’esecuzione del testo durante l’interpretazione ha a che vedere con la musica? Il poeta, se volesse, potrebbe fornire insieme al testo uno spartito per uniformare le esecuzioni future e postume?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: – La poesia, rispetto alla musica, non offre indicazioni di agogica e suggerimenti interpretativi vari, in effetti. Però neanche tutta la musica offre informazioni di questo tipo: pensiamo al barocco, ad esempio, e in particolare al repertorio bachiano. Mancano le indicazioni su come interpretare la musica scritta a livello di dinamiche e agogica, seppure fosse in uso una prassi caratteristica. Il poeta, se volesse, potrebbe fornire delle informazioni per guidare il lettore in un’interpretazione più fedele a un’intenzione, ma sicuramente non potrebbe trasformare le parole in note musicali in termini di frequenza media, ad esempio. Potrebbe essere possibile invece dare informazioni legate all’“umore” del testo e offrire alcune indicazioni più esatte sulle scelte di interpretazione di loro eventuali porzioni. Alcuni esperimenti di avvicinamento della pagina allo spartito sono stati condotti, però forse caratteristica saliente della poesia è l’ambiguità, che rimane uno dei tratti che varrebbe la pena continuare a lasciare vivere anche nell’interpretazione, momento in cui la poesia prende vita, mai uguale a sé stessa. Forse proprio in questo risiede il punto di forza di tutte le opere d’arte: una definizione mai completa, che non consente di afferrare interamente l’oggetto artistico e gli impedisce di farsi macchina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Il carisma di alcuni poeti, che indubbiamente arricchisce di fascino i loro già ottimi testi, come nel caso di Mariangela Gualtieri, ad esempio, è da correlarsi all’intonazione e alle altre caratteristiche della loro voce? È una dote innata o che si può acquisire con lo studio? In analogia al canto, esistono i lettori “intonati” e quelli “stonati”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: &#8211; L’uso della voce da parte di alcuni poeti dediti anche al teatro o alla pratica radiofonica è sicuramente condizionato dalla tecnica vocale: come in tutte le arti è fondamentale anche, oltre alla tecnica stessa, una parte di talento. Forse non a caso quelle voci si sono avvicinate anche al teatro, verrebbe naturale pensare. Diciamo che esistono timbri inconfondibili di cui rimaniamo da subito più affascinati: se a questo si aggiunge un uso consapevole della voce, questo può per certo aiutare, insieme all’ascolto, a valorizzare una lettura. Non credo esistano lettori intonati e lettori stonati ma piuttosto lettori più “musicali” di altri. Esistono poi delle “mode” legate anche a criteri estetici legati alla vocalità: per esempio anche nei lettori di poesia, in particolar modo tra le donne, molto usata è la <em>creaky voice</em> e possiamo individuare delle tendenze ispiratore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Con quale criterio selezionate i testi e le voci che diventano tema di studio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">M. Petris: &#8211; L’idea è raccogliere le principali voci della poesia italiana contemporanea. Per quanto riguarda la selezione dei testi: a ogni autore viene richiesto di scegliere ciò che leggerà da due liste. La prima è una selezione di vari testi del Novecento di diversi autori. La selezione che proponiamo è variabile, ma i testi corrispondono a una lettura originale performata da un particolare autore del Novecento presente in archivio. Siamo soliti proporre una rosa di dieci testi tra cui il lettore può scegliere quali interpretare. Queste registrazioni diventeranno poi l’oggetto di comparazione con le letture originali di cui disponiamo. Alcune tra queste, purtroppo, non sono disponibili on line per ragioni di copyright. Tuttavia, nella nostra ricerca ci è capitato di ritrovarne alcune di cui abbiamo potuto disporre liberamente e condividere sulla piattaforma. Questi “ritrovamenti” non solo ci permettono di ampliare l’archivio consultabile, ma ci danno anche la possibilità di inserire nuovi testi nella selezione che proponiamo. Abbiamo però alcuni testi, a cui siamo particolarmente affezionati, che solitamente rimangono fissi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne la seconda lista, chiediamo a ogni autore di scegliere alcuni testi personali dalla sua produzione. Le letture così ottenute vanno a rappresentare la voce personale del poeta all’interno dell’archivio. Domandiamo a ogni autore di scegliere i testi a cui si sente più affezionato, siano questi editi o inediti.</p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: &#8211; In particolare per gli studi fonetici sono spesso necessari ulteriori selezioni del materiale, pur sperando che questo possa essere esplorato successivamente per intero nel tempo: in particolare, per un primo studio sono state scelte le voci originali dei poeti del Novecento, una selezione ristretta di lettori contemporanei rappresentativi per le peculiarità di lettura ascrivibili a dei filoni delineati e una selezione di porzioni di letture molteplici, in modo tale da valorizzare i casi di maggiore divergenza o convergenza a livello organizzativo e intonativo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CZ: &#8211; La ricerca è ancora in atto? Per quanto tempo prevedete di lavorare ancora al progetto? Cosa altro vi aspettate di trovare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">M. Petris: &#8211; Il lavoro da fare è ancora parecchio. Dal punto di vista accademico lo studio ha raggiunto un traguardo importante, ciò nonostante, per quanto riguarda la parte archivistica, il materiale da recuperare è ancora molto. Ci sono ancora molti autori che vorremmo contattare e inserire on line. Diversi dati “storici”, registrazioni originali di grandi autori, necessitano di essere recuperate e conservate. Inoltre, alcune sezioni del progetto meriterebbero di essere ampliate e arricchite. Il progetto può sicuramente espandersi ancora molto. A questo proposito abbiamo da poco accolto nel nostro gruppo di lavoro un collaboratore dell’Università di Bologna.</p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: &#8211; La ricerca è appena iniziata, possiamo dire. La mia tesi di dottorato rappresenta il primo impianto metodologico sviluppato per lo studio dell’archivio: la quantità di dati analizzata, per quanto si tratti di un lavoro qualitativo e quantitativo al contempo, è ancora limitata. Così come l’archivio è finalizzato a crescere e mantenersi vivo nel tempo, così la ricerca mira ad essere proseguita e ampliata con ulteriori declinazioni di studio e ampliando il gruppo di lavoro.</p>
<p><strong>CZ: &#8211; Questa vostra ricerca avrà applicazioni pratiche per qualcuno in futuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">M. Petris: &#8211; Una ricerca di questo tipo può chiaramente avere un futuro sia dentro che fuori dall’accademia. In primo luogo, il valore accademico dello studio è stato discusso in diverse sedi in questi tre anni. Per quanto concerne il valore archivistico, i dati di cui disponiamo hanno raggiunto una mole non indifferente e possono prestarsi a diverse applicazioni. Innanzitutto, questo archivio può essere una risorsa preziosa per chiunque voglia immergersi nel mondo della poesia italiana esplorando la dimensione acustica del verso libero. Il nostro auspicio però è che questo archivio non si limiti esclusivamente a un fine ricreativo, ma possa anche trovare un suo spazio sociale. La forza di questo progetto, come abbiamo più volte sostenuto, è rappresentata anche dalla sua dimensione digitale, che gli permette di inserirsi in diversi contesti. Tutte le registrazioni sono disponibili gratuitamente e sono liberamente scaricabili. Per questo ci piacerebbe che questo lavoro costituisse un appoggio alla didattica o diventasse un mezzo per permettere alla poesia di raggiungere tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">V. Colonna: &#8211; Questa ricerca può avere più applicazioni nel più e meno immediato futuro: lo studio della lettura della poesia è una disciplina di ricerca già presente in America e auspichiamo le venga riconosciuto uno spazio adeguato anche in Italia, con metodologie apposite. Si tratta di un elemento importante del “mistero poetico”, che fornisce informazioni utili sulla poesia e sul suo autore, che non possiamo permetterci di trascurare nel nostro tempo. Miriamo inoltre a rendere in un secondo momento la ricerca funzionale alla consultazione dell’archivio stesso, al fine di favorire concretamente una sensibilizzazione del pubblico all’ascolto della poesia, a partire dal nostro archivio.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo link potete trovare il lavoro di Valentina Colonna e Mikka Petris: VIP &#8211; Voices of Italian Poets <a href="https://www.lfsag.unito.it/ricerca/VIP_phonetics.html">https://www.lfsag.unito.it/ricerca/VIP_phonetics.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La radice dell’inchiostro. Dialoghi sulla poesia (terza parte)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/31/la-radice-dellinchiostro-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Mazzi]]></category>
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		<category><![CDATA[Claudia Zironi]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; NOTA INTRODUTTIVA &#160; Giancarlo Pavanello, Prosa &#160; &#160; «Forse non spetta a te di portare a termine il compito, ma non sei libero di rinunciare.» (Avot 2,21) &#160; Un questionario, come luogo di una sollecitazione: «È ancora legittima la radice dell’inchiostro?». Non solo il come si scrive, ma lo scrivere stesso, malgrado le storture. Lo scrivere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>NOTA INTRODUTTIVA</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84523" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/prods.jpg" alt="" width="439" height="606" /></p>
<h6 style="text-align: center;"><strong>Giancarlo Pavanello, <em>Prosa</em></strong></h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">«Forse non spetta a te di portare a termine il compito, ma non sei libero di rinunciare.»</p>
<p style="text-align: right;">(Avot 2,21)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un questionario, come luogo di una sollecitazione: «È ancora legittima la radice dell’inchiostro?». Non solo il come si scrive, ma <em>lo scrivere stesso</em>, malgrado le storture. Lo scrivere che si porta avanti per decifrare la qualità del proprio silenzio o del proprio <em>arretramento</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una nota appuntata altrove scompiglia ulteriormente il ciglio dell’interrogazione: «Come dimenticare la fine -della storia, della poesia-? Non soltanto la fine che è già stata decretata, ma anche quella sempre sul punto di venire, di tramutarsi in <em>eschaton </em>rovesciato, in buona novella liberale: “la fine della storia ad opera di Dio è diventato il progresso storico dell’umanità” (Sergio Quinzio, <em>La Croce e il Nulla</em>, 1984).»</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la scrittura non sarebbe altro che uno <em>stornare la necessità di una risposta </em>a tali quesiti, e insieme un esserne già in partenza incomodati, chiamati a dire prima ancora di sapere. <em>Citati in giudizio. </em>Forse per questo i poeti italiani somigliano sempre più a glossatori dell’affaccendamento, come se l’andirivieni tra le cose quotidiane fosse un modo per <em>incenerire</em> con uno stesso rogo i sintomi del presente e l’eredità del secolo passato. Qualcosa continua a battere sulla pagina, e allora ne riporto una traccia…</p>
<p style="text-align: justify;">Adriano Spatola, da <em>Poesia Apoesia e Poesia Totale</em> (1969): «Il poeta sa che la poesia è qualcosa che lo riguarda sempre meno. […] “Per il poeta, la fine della poesia come poesia è un fatto accertato”». Corrado Costa, da <em>Alzare la gru ad alta voce </em>(1972): «Che nome è che gridano / alle gru spaventate dal loro nome / volano via inseguite dal nome che le insegue / che vola via sta insieme con le gru / senza sapere che nome è». Emilio Villa, da quell’abiura in forma di annotazione che segnerà il suo congedo definitivo dalla letteratura (1985): «Ma, volevo dire: non si sente che io non credo alla “poesia”, che ritengo una baldracca del <em>baldraccone</em> che è il linguaggio … Io mi sono duramente dissociato della “poesia”, quindi perdonami, e non mi chiedere più niente».</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla più che righe inferme, potrebbe obbiettare qualcuno. Se non altro, questo breve <em>attraversamento</em> aiuterà a scamuffare le tresche dell’oblio programmato, e così a comprendere qual è il fantasma con il quale ci dobbiamo confrontare. Ogni nostra parola vigila il suo personale dirupo: sta a noi scrivere come se già custodissimo un anticipo della caduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero lavoro del glossatore, conviene ripeterlo con Heller-Roazen, è quello di rinnovare l’incompletezza, poichè sempre precaria dovrà essere l’interpretazione del libro-mondo (e insieme sempre cercata). Proprio a partire da ciò, ho chiesto ad alcuni poeti e critici letterari di farsi alleati a una riserva di bianco. Di raccogliere gli interrogativi da posizioni divergenti, cioè di <em>strincerarsi</em>, e di usare questo spazio come un modo per tornare a domandare un qualche assenso alle cose nominate…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Giorgiomaria Cornelio,</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>dicembre 2019</strong></p>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>SOGLIA</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">soltanto raccogliere. Gocce di resina, galle,<br />
sul muschio ingiallito, stucchi, calcine,<br />
dentro un’ampolla incrinata, crostuta di polvere,<br />
non sarà vanto, di sapere far cernite, di velare,<br />
costringere al meglio, scartando, la fattura,<br />
di altre e di molte, ore che varranno, liete,<br />
quanto il tepore del bianco, la scansione limpida</p>
<p style="text-align: center;">come d’albume, delle nuove parole, perlate,<br />
in procinto di muta, da inchiostro a candide biacche,<br />
che non trattengono il pasto, la veglia, fanno ragione,<br />
dell’uso e del profitto, rendono l’estro, a disciogliere,<br />
provetto, per l’armonia degli incontri, a rastremare,<br />
a spargere il sale, prodigo, non porgere cura,<br />
verso la fine, alla scelta: soltanto raccogliere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giuliano Mesa</strong>, <em>Quattro argomenti</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>TAVOLA DEGLI INTERVENTI</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/03/14/la-radice-dellinchiostro/#comments"><em>PRIMA PARTE</em></a></p>
<p style="text-align: center;">(uscita il 14 marzo)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Aldo Tagliaferri / Giulia Martini / Davide Brullo / Polisemie (Mattia Caponi, Costantino Turchi) / Francesco Iannone / Carlo Selan / Marco Giovenale / Mattia Tarantino / Giovanna Frene / Carlo Ragliani / Marilina Ciaco / Sergio Rotino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/03/29/la-radice-dellinchiostro-seconda-parte/"><em>SECONDA PARTE</em></a></p>
<p style="text-align: center;">(uscita il 29 marzo)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Matteo Meschiari / Andrea Inglese / Davide Nota / Renata Morresi / Riccardo Canaletti / Bianca Battilocchi / Anterem (Flavio Ermini, Ranieri Teti) / Mariangela Guatteri / Mario Famularo / Fabio Orecchini / Giovanni Prosperi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><em>TERZA PARTE</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="#massimo-gezzi">Massimo Gezzi</a> / <a href="#mariasole-ariot">Mariasole Ariot</a> (con Andrea Inglese) / <a href="#vincenzo-ostuni">Vincenzo Ostuni</a> /  <a href="#lorenzo-mari">Lorenzo Mari</a> / <a href="#giorgia-romagnoli">Giorgia Romagnoli</a> / <a href="#daniele-poletti">Daniele Poletti</a> / <a href="#alessandro-mazzi">Alessandro Mazzi</a> / <a href="#claudia-zironi">Claudia Zironi</a> / <a href="#enzo-campi">Enzo Campi</a> / <a href="#alessandra-greco">Alessandra Greco</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong id="massimo-gezzi">MASSIMO GEZZI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>A place for the genuine</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Caro Giorgiomaria,</p>
<p style="text-align: justify;">c’è una famosa poesia di Marianne Moore, intitolata <em>Poetry</em>, che in una prima versione del 1921 comincia così: «I, too, dislike it: there are things that are important beyond all this fiddle» (e credo che «fiddle» contenga in sé sia l’idea dell’imbroglio, della truffa, sia quella del perder tempo, del cincischiare). È un testo furbo, perché subito dopo Moore ci dice che in ogni caso, leggendola con tutto il disprezzo che merita, nella poesia si può trovare comunque «a place for the genuine», con tutta l’ambiguità e la scivolosità di quella parola (genuino? autentico? vero? Che in ogni caso è sempre meglio dell’«onesto» di Saba, per quanto mi riguarda). È il testo da cui un giovane poeta americano, Ben Lerner, è partito per scrivere il suo brillante e ambiguo pamphlet <em>Odiare la poesia</em> (Sellerio, 2016), atto d’accusa e d’amore nei confronti del genere di cui parliamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso provo anch’io questa contraddizione, ultimamente. Scrivo pochissimo, pubblico ancora meno e quando leggo gran parte della poesia che circola vado in cerca con ansia del «genuine» di cui parla Moore, che può prendere le forme linguistiche e testuali più disparate, ma non lo trovo così spesso. Perché mi accade questo? Dipende soltanto da me? Per certi versi sì, devo ammetterlo subito: il mio rapporto con la poesia è cambiato, da qualche anno a questa parte.  L’accelerazione della vita e delle relazioni sociali,  l’eccesso di comunicazione, la mia professione di insegnante, l’impossibilità quasi sistemica di stare da soli e di riflettere con continuità mi hanno costretto a una postura diversa, nei confronti dei testi poetici. Se quando avevo venti o trent’anni leggevo tutto quello che usciva, rispondevo con lunghissime email (irreali, a ripercorrerle ora) a chi mi mandava qualcosa da leggere o reagiva con generosità a quello che gli avevo mandato io, ora non sono più così sistematico, così continuo. Però leggo, naturalmente. Con più lentezza, discontinuità, ma leggo. E se la poesia certe volte mi appare un fiume lutulento forse dipenderà un po’ anche da lei e dalle condizioni che la riguardano, mi dico: ovvero, credo, dalla mancanza di attrito di cui ha parlato in questo stesso spazio Andrea Inglese, dalla difficoltà di trovare campi di interesse attorno ai testi, alle opere. Si scrive e si pubblica molto, forse troppo (e troppo spesso); si legge (profondamente) e si condivide poco, e spesso tale condivisione obbedisce a logiche più da <em>social</em> che da comunità di lettori: i campi di interesse si formano sempre di più attorno a un nome, a un <em>profilo</em>, secondo quella che Gianluigi Simonetti, parlando di <em>Bianco</em> di Easton Ellis, ha chiamato «sindrome di Tripadvisor». Dire perché questo accade è complesso: perché la critica della poesia contemporanea è morta o agonizzante; perché l’editoria di poesia è esplosa in una galassia di sigle di pari valore (per fortuna), per cui i grandi marchi in fondo non assicurano né una leggibilità né un canone; perché questa è l’epoca del narcisismo di massa; perché scrivere, pubblicare e distribuire poesia, considerati i relativi pubblici, è più facile che scrivere, pubblicare e distribuire un romanzo, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutte queste ragioni e per altre ancora, a volte faccio fatica a orientarmi, a seguire, a capire. E tuttavia, accanto al «contempt» di cui parla Marianne Moore resta sempre in me lettore – prima che scrittore – il desiderio di percepire, in un testo poetico, quella reazione che mi fa dire sì, ci siamo, qui si sta dicendo – o costruendo – qualcosa di vero (o di genuino, di autentico, di importante&#8230;). Ecco, io credo di non cercare nient’altro, nella poesia, che questa traccia di verità (con la minuscolissima), e continuo a credere, nonostante «all this fiddle», che questa forma di espressione linguistica sia una delle più forti e profonde che abbiamo. Devo chiarire però qualcosa a me stesso e a chi legge, perché io non penso che la poesia sia l’<em>espressione</em> di una verità: come se tutto ciò che conta fosse lì fuori, a disposizione della nostra percezione e intelligenza, e la poesia non fosse altro che una sorta di mimesi, di trascrizione, al limite di raffinamento (per carità!) di quella realtà. A me pare che la poesia sia, nei confronti della verità, sempre un passo indietro, come un asintoto rispetto a una curva, o come Achille che non riesce mai, per quanto corra veloce, a raggiungere la tartaruga. E questo perché mentre la poesia tenta di costruirla, una verità, questa sfugge, scarta di lato o in avanti, si sposta di un millimetro, si rivela diversa da quella che credevamo di avere in mano quando abbiamo cominciato a scrivere. In fondo sta qui la forza conoscitiva e persino politica della poesia: nell’accendere in chi legge e in chi scrive il desiderio di un oltre, di un di più, di un meglio, perché quello che si è letto o si è scritto magari è giusto ma non basta, non soddisfa, non conclude. Quello che dobbiamo capire o realizzare è ancora un passo più in là (qualcosa di simile, mi pare, dice anche Lerner).</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo apprezzo la poesia che sa accendere quella tensione, con i suoi strumenti precipui ed essenziali (il significato, il ritmo, il suono). Una scrittura che sappia vivere in un rapporto dinamico tra parola e cosa, insomma: né troppo schiacciata sulla realtà, come se questa fosse l’unica dimensione davvero importante (è la vecchia concezione di arte come mimesi, di cui accennavo sopra); né annegata nella parola, come se questa avesse un valore magico, una capacità creatrice autonoma (è la vecchia concezione simbolista). Cerco e provo a scrivere, nella mia esperienza di lettore e di scrittore di versi, una poesia in continuo viaggio tra parola e reale, tra ciò che abbiamo e ciò che dovremmo avere e non abbiamo ancora. A prescindere da tutti i complessi discorsi che potremmo intavolare sul contenuto dei testi, sull’ordine o sul disordine stilistico, sulla postura dell’io, sull’efficacia della letteratura (in termini politici o etici), questo continua a sembrarmi il nucleo incandescente e vitale della scrittura in versi, il suo «place for the genuine».</p>
<p style="text-align: right;">Grazie dell’opportunità,</p>
<p style="text-align: right;"><em>Massimo Gezzi</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="respond" class="comment-respond">
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<p style="text-align: center;"><strong id="mariasole-ariot">MARIASOLE ARIOT</strong></p>
<p style="text-align: center;">(in conversazione con <strong>Andrea Inglese</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mariasole</strong>: Caro Andrea, ho trovato il tuo intervento molto interessante: produce movimento, specie in alcuni punti. “Un tessuto dialogico non si costituisce attraverso un giustapporsi di monologhi.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, io mi chiedo se, appunto, un nodo centrale non sia questo – che si lega poi alla questione del “il problema allora non è: <em>a che serve?, ma a chi serve?</em>“. Poi però mi chiedo anche: <em>deve</em> servire a qualcosa? O forse in realtà è proprio quello strapparsi dalla logica dell’utilità, che permette un dire che produca davvero l’<em>attrito</em> di cui parli? Di recente, su suggestione di Renata Morresi, si è fatto un breve scambio di riflessioni (lei l’aveva fatto a partire da Emily Dickinson in un’intervista), sul non-potere.<br />
Togliersi quindi dalla logica di potere, che però, io, personalmente, vedo molto legata a quella del Sapere – in senso accademico, e, se vogliamo, in termini lacaniani: un sapere che non incarna il desiderio di conoscenza, forse addirittura il suo opposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiedo allora : siamo davvero sicuri che sia necessario quel tipo di Sapere alla poesia? Alla sua produzione autentica come alla sua fruizione? Perché non invece porsi come <em>flâneurs dell’inchiostro</em>: nell’atto stesso di scriverla – nel dare voce alla parola, alla parola in quanto agito – e così nel leggerla (in una lettura come agito)? Uno scivolamento, almeno un po’ lontani dal rischio di deriva di “vivisezione” della poesia, tipica di certa critica letteraria – ma anche di alcuni autori che si pongono, nel presentare la loro opera, come bravissimi vivisezionatori o “spiegazionisti” di ciò che hanno scritto. Sappiamo davvero <em>cosa</em> stiamo scrivendo? Forse lo sappiamo prima, forse lo sappiamo dopo, forse non lo sapremo/capiremo mai. Forse nemmeno i lettori che leggono (non apro qui però la parentesi triste della poesia che viene letta solo tra poeti che leggono poeti, e in questo vedo un grosso rischio e una possibile deriva narcisistica anche nelle frequenti manifestazioni pubbliche, concorsi, reading, performance, eccetera – che spesso portano alla luce autori perché loro stessi si portano alla luce, indicandosi con il dito, autoilluminandosi). Mi chiedo allora: cosa dire intorno al <em>dire</em>? Dirlo lo legittima? E’ una domanda che resta aperta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea Inglese</strong>: Ciao Mariasole, riprendo alcune cose che dici. Scrivi: “Poi però mi chiedo anche: deve servire a qualcosa? O forse in realtà è proprio quello strapparsi dalla logica dell’utilità.” Non vorrei rischiare sofismi, ma quando parlo di “uso” di un testo, questo uso può essere molto personale, e riguarda il suo funzionamento in me, attraverso di me in quanto lettore. Possiamo esaltare l’inutilità della poesia, a fronte dell’utilità razionalmente verificabile in pubblico, ma non possiamo del tutto negare che il testo funzioni. Perché se non funziona in nessun modo, allora che sia pubblico o privato, letto o non letto, bruciato o cancellato dai byte, non fa alcuna differenza. E invece fa differenza se leggo o non leggo un testo di Zanzotto o della Rosselli. O se ne leggo uno di Rondoni o uno di Raos (nel primo caso non succede niente, a meno di picchiarmi il libro fisicamente in testa; nel secondo caso è “come se” il libro mi picchiasse fisicamente in testa).</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivi: “Perché non invece porsi come flâneurs dell’inchiostro”. Mi sembra una bella immagine, che anche condivido. Ma qui il punto di vista mi sembra più quello dello scrittore che quello del lettore. Io mi sono posto nella condizione del lettore. E si può certo vagare attraverso i testi poetici e i libri di poesia, ma essi spesso ci “costringono”, ritmicamente ad esempio, o a livello d’immagini mentali; ci s’infilzano allegramente nella memoria, e quando questo accade è molto bello.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivi: “anche di alcuni autori che si pongono, nel presentare la loro opera, come bravissimi vivisezionatori o “spiegazionisti”…Questo è un vero problema. È una trappola sia per coloro che sono ipnotizzati dagli spiegazionisti, ma anche per gli spiegazionisti stessi. Io ho le caratteristiche dello “spiegazionista”, ad esempio, e mi è anche capitato di praticare lo spiegazionismo, ma ad un certo punto ne ho visto il male per me ancor prima che per gli altri. E nel volume curato con Paolo Giovannetti, <em>Teoria &amp; poesia</em> (Biblion, 2018), penso di essere stato chiaro su questo: credo che lo scarto tra teoria e poesia sia costitutivo e insopprimibile. Per cui il testo irride sempre il piglio saccente del suo commentatore. Ma per quanto mi riguarda non amo neppure l’atteggiamento opposto: misticheggiante e oracolare. Né sono d’accordo con il considerare ogni forma di riflessione teorica sulla poesia (propria o altrui) una sorta di mistificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul potere: il problema è che in poesia non ce n’è, o ce n’è veramente troppo poco, o di qualità scadente, non so come dirlo. Non c’è museo da conquistare, o casa editrice, o collana di riferimento, o spazio televisivo. Stranamente, i pochi che riescono meglio in questi esercizi di “visibilità” o di “vendibilità”, almeno in ambito poetico, per una strana dannazione smettono immediatamente di avere peso sulla specificità della pratica, sul suo ambiente, sui lettori più assidui, sugli addetti ai lavori. L’unico potere che si può apprezzare nel nostro ambiente, è il potere di fare qualcosa: organizzare incontri, pubblicare libri, fare traduzioni, scrivere su altri poeti, o fare i redattori&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mariasole Ariot</strong>: Caro Andrea, grazie per la risposta che richiama risposta &#8211; il desiderio di un pensare insieme che spero duri oltre alla situazione contingente in cui ci troviamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivi: <em>Non vorrei rischiare sofismi, ma quando parlo di “uso” di un testo, questo uso può essere molto personale, e riguarda il suo funzionamento in me, attraverso di me in quanto lettore. Possiamo esaltare l’inutilità della poesia, a fronte dell’utilità razionalmente verificabile in pubblico, ma non possiamo del tutto negare che il testo funzioni. Perché se non funziona in nessun modo, allora che sia pubblico o privato, letto o non letto, bruciato o cancellato dai byte, non fa alcuna differenza. E invece fa differenza se leggo o non leggo un testo di Zanzotto o della Rosselli. O se ne leggo uno di Rondoni o uno di Raos</em>…</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo ti dò pienamente ragione: certamente la mia provocazione del “deve servire?” (con l’implicita risposta del no) si riferiva a un’idea non certo dell’uso personale, del funzionamento di cui parli – che appunto ci dev’essere. In realtà nemmeno vorrei esaltare “l’inutilità” della poesia, e, in realtà, a dire il vero, Andrea, non vorrei esaltare nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Non trovo la poesia né utile né inutile. La trovo un accadimento che in qualche modo possa muovere, far muovere (un pensiero, uno stato emotivo, un desiderio) – e questo vale per tutta la letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente un testo deve funzionare, funzionare nel senso che, come scrivi in alcune righe sotto, rispetto a quell’immagine che mi era giunta d’improvviso nell’immaginario del “flâneurs dell’inchiostro”, qualcosa deve infilzarci la memoria, forse anche la milza, forse dovrebbe anche fare un po’ male (o un po’ bene), ma qualcosa lo deve fare. In realtà, quell’immagine non la vedo e non la vorrei legata ad una passeggiata oziosa, piuttosto a quel muoversi tra le vie di una città facendoci anche guardare da quella, come mi pare diceva Benjamin, con lentezza, osservandone i minimi particolari.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dire, non uno scivolare fluido, senza intoppi, senza inceppare, senza buche. Anzi, ecco, se dovessi esaltare qualcosa, nella poesia, esalterei proprio questo: la possibilità di trovare delle buche mentre si sta attraversando la strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto alla questione della teoria, io credo che si sia in un’epoca in cui tutte le pratiche, da quelle artistiche alle discipline che prevedano un agito (come anche la psicoanalisi), per usare un’espressione di un amico che mi è cara, “la teoria stia colonizzando la prassi”. Un dato cruciale su cui riflettere – oppure, dal mio punto di vista, cercare di scardinare. Poi, come dici tu, ciò non significa cedere al lato misticheggiante e oracolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul potere: tu dici che il problema è che in poesia non ce n’è affatto. Quello però a cui facevo riferimento non era tanto il potere intrinseco alla poesia, quanto il fatto che mi piacerebbe che il poeta non avesse potere, non aspirasse al potere, ne fosse immune, estraneo: piuttosto, mi piacerebbe che fosse la poesia ad averne.</p>
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<p style="text-align: center;"><strong id="vincenzo-ostuni">VINCENZO OSTUNI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Elegia</em></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.faldone.it/20200420.pdf?fbclid=IwAR0z4kTl2wY-0ef1Bpuw7UUorJD0KkSrg92LiVbxy8tAU5sVpZQ95d9X9lE"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84914" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/ostuni-1024x575.jpg" alt="" width="1040" height="602" /></a></p>
<p style="text-align: center;">In qualità migliore: <a href="http://www.faldone.it/20200420.pdf?fbclid=IwAR0z4kTl2wY-0ef1Bpuw7UUorJD0KkSrg92LiVbxy8tAU5sVpZQ95d9X9lE"><em>Elegia</em></a></p>
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</div>
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<p style="text-align: center;"><strong id="lorenzo-mari">LORENZO MARI</strong></p>
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<p style="text-align: right;">B***, 2*/*/20**</p>
<p style="text-align: justify;">Caro Giorgiomaria,</p>
<p style="text-align: justify;">cerco di rispondere alla tua domanda intendendola come una questione radicale, nella sua offerta e richiesta di esposizione, o di <em>strinceramento</em>, come scrivi. Ti ritrovi tu stesso esposto e, com’è del tutto comprensibile, il primo passo è di ripiegare e prevedere già una prima reazione, in quel paradosso tra lo <em>stornare la necessità di una risposta </em>e l’<em>esserne già in partenza incomodati</em> che per molti, anche per me, è già un accenno di risposta. Di per sé non basta, naturalmente: la risposta è da verificare nella scrittura e, trattandosi di un paradosso, anche nel silenzio, nel bianco della pagina. Senza verifica, infatti, si può anche aggirare la portata radicale dell’interrogativo e continuare a parlare, non di rado in modo illegittimo: si possono anche produrre volumi poderosi cercando di analizzare con puntiglio un paradosso, uno solo…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non si tratta soltanto di una verifica dei testi, si tratta anche di una verifica dei poteri, per usare un’espressione nota: se la contraddizione resta esclusivamente contra-dizione, senza misurarsi con l’ascolto, o il vuoto in cui cade, il suo destino è di cadere senza fare alcun attrito – come già rilevava qualcun altro, qui.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo, aggiungo che ci si potrebbe porre anche la domanda speculare: è legittima, oggi, l’abiura? Differentemente dall’esposizione – che, a dispetto dell’etimologia più facile, non ha bisogno di rapportarsi a una posizione originaria – alla radice dell’abiura mi sembra, invece, che debba esserci una qualche posizione: raggiunta, costruita o (de)negata che sia, riconoscibile o irriconoscibile, dentro o fuori, magari oltre, la letteratura. Qualcosa che si potrebbe essere tentati di replicare, senza scandalo né rischio…</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, se oltre l’abiura ci fosse, oggi, una nuova mistica che si bea del proprio silenzio, o della propria luce, dimenticando del tutto la notte oscura che si è attraversati o si sta attraversando?</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, per chi e in quale circostanza è legittima l’abiura, oggi, senza che sia una ripetizione epigonica, un abbaglio o altro?</p>
<p style="text-align: justify;">Suscitare una domanda in risposta a una domanda, senza essere in grado di rispondere, mi sembra un buon modo non tanto e non ancora per motivare o legittimare la scrittura, ma per introdurre un aneddoto e, nel caso si tratti di un aneddoto potenzialmente condivisibile, per cercare di parlare di una tendenza. Da molti amici, dunque, ho sentito dire, negli ultimi tempi, che il gesto intellettuale (o, nel nostro caso, la scrittura: non mi pare che sia sempre giustificato e necessario distinguere tra questi tipi d’inchiostro) necessita di essere consapevolmente posizionato e che, al tempo stesso, questa posizione non si trova più, non è più individuabile. Ne nasce l’idea di una trincea infinita, invalicabile, popolata da quelle che sembrano essere monadi – al meglio delle nostre possibilità, è stato ricordato, ci ritroviamo nella solitudine della forma – che, però, non sono del tutto nascoste e che per questo ogni tanto si sfiorano o, perlomeno sul piano fenomenologico, si incontrano. Ci possiamo interrogare a lungo sull’incontro tra monadi ma a un dato momento, in un dato luogo, occorrerà estendere la prospettiva – immaginandola, al più, sognandola, profetizzandola, etc. – al campo di battaglia. Potrebbe essere davanti, alle nostre spalle – potremmo imporci la velleità di raggiungerlo, dunque, anche con l’arretramento&#8230; – oppure non essere <em>qui, </em>non esserci.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sembra, insomma, che non sia possibile dare pienamente senso né alla continuazione imperterrita né all’abiura, non potendo determinare con certezza alcuna posizione. Ciò che può perdurare è l’esposizione (non siamo mai del tutto nascosti, all’interno della trincea, e a quel punto potrebbe non esserci nemmeno, la trincea, potrebbe ridursi ad esempio ad una narcisistica volontà di autodefinizione), per evitare di portare avanti in modo esclusivo l’im-posizione mortifera della parola sulle cose assenti. Potrebbe essere un’esposizione aperta alla contraddizione in quanto contra-dizione, ma anche come epifenomeno di una totalità non del tutto perduta (magari solo tralasciata, taciuta, aggirata…). Non sarebbe solo nudità, ma anche cammino, attraversamento, magari verso una nuova posizione, successiva e non antecedente all’esposizione. Ancor meglio che cammino o attraversamento, una tendenza, radicata nell’amicizia: non l’amicizia di congrega e nemmeno in quella radicata in una fraternità di per sé esclusiva ed escludente, ma in una comunità a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Che sia il momento più propizio, nella distanza imposta, per immaginare, sognare, profetizzare, etc. (forse: designare e insieme disegnare) una simile comunità nella parola esposta?</p>
<p style="text-align: justify;">Non ti dico da dove scrivo, né il giorno – <em>non lo so</em> – ma ti abbraccio, a colmare un vuoto sul quale dovremo poi verificare una tendenza, ossia come (ci) si (in)tende.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong id="giorgia-romagnoli">GIORGIA ROMAGNOLI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Non ci è dato sapere</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non occorre dire niente</p>
<p style="text-align: justify;">non occorre insegnare niente,</p>
<p style="text-align: justify;">è così triste e buona</p>
<p style="text-align: justify;">la buia anima selvatica:</p>
<p style="text-align: justify;">non vuole insegnare niente,</p>
<p style="text-align: justify;">non sa affatto parlare</p>
<p style="text-align: justify;">e nuota come un giovane delfino</p>
<p style="text-align: justify;">per le canute voragini del mondo</p>
<p style="text-align: justify;">O.Ė. Mandel’štam</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">(…)</p>
<p style="text-align: justify;">Così, e con forza uguale, la più piccola cellula del corpo dell&#8217;uomo è attaccata alla parola, e viceversa.<br />
Ma a volte un altro essere viene a violare questa tomba, se è fatta bene, e a fissarvisi al posto del costruttore defunto.<br />
È il caso del paguro.</p>
<p style="text-align: justify;">F.Ponge</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Generalizzare parlando della storia della poesia come qualcosa di concluso e negando che essa possa sopravvivere a se stessa e all’autore, al momento attuale non mi sembra verosimile: finché scriviamo tesi di dottorato su autori contemporanei, facciamo critica o semplicemente pubblichiamo non si può intravedere un punto di arrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente siamo qui a scrivere perché altri lo hanno fatto prima di noi e continuiamo a causa di quell’attaccamento alla parola che ci è proprio in quanto esseri umani. Che sia inerzia o un giocare a render conto della nostra esistenza, la scrittura senz’altro non ci rende persone migliori – come sostiene Marilina Ciaco – ma non ci è dato sapere se resterà o meno, pur senza alcuna pretesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarebbe forse più lecito chiederci cosa intendiamo per poesia, qual è il nostro concetto di forma, su quali riferimenti ci basiamo, quanto c’è di ancora non tradotto (anche in termini di critica)?</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre – ne discutevamo tempo fa con Luca Rizzatello ad un incontro bolognese – siamo legati all’oggetto libro e quindi alla memoria; ma che fare quando l&#8217;oggetto non è più in grado di racchiudere la forma?  (Mi vengono ora in mente i lavori di Nicco Furri, quelli Ophelia Borghesan o Andrea Leonessa). Può la rete darci ciò che ci dà il libro a livello di visibilità e memoria? Ma soprattutto: ne abbiamo necessità? E in caso contrario, la labilità della rete e la rinuncia al supporto fisico porterebbero a una effettiva fine della storia della poesia?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong id="daniele-poletti">DANIELE POLETTI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Libro dell’abbandono del libro</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>THEMROC</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/EHVUtfUPsPg" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p style="text-align: center;">{Daimonografia della citazione}</p>
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<p style="text-align: justify;">«La macchina dispotica tiene costantemente sotto controllo la messa in opera del sapere perché questa è una condizione essenziale per la sua sopravvivenza e, allo stesso tempo, essa è cosciente del fatto che non le è possibile sottrarre l’esercizio del potere dal riconoscimento automatico dell’esistenza universale dell’oppressione. […] Il primo dovere del sapere è il “non-sapere”, l’esaltazione dialettica della voluttà, i cui effetti sono fuori discussione: lo sgretolamento della macchina di produzione capitalista».<br />
Ancora.<br />
«La macchina dispotica esalta le rivoluzioni a sua immagine e somiglianza, come quelle, per esempio, che si danno il compito di rovesciare lo Stato o colpire a morte i rapporti di produzione capitalisti. […] Queste parodie rivoluzionarie […] sortiscono dei risultati […] come quello di prendere <em>del</em> potere senza prendere <em>il</em> potere e, soprattutto, senza distruggerlo, così, tutto si limita ad un generico controllo sulla produzione della propria sopravvivenza che quasi sempre vanifica molto in fretta».<br />
Siamo nel 1979, Bernard Rosenthal (al secolo Gianni Emilio Simonetti) in <em>Fine delle utopie sul buon governo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 26 febbraio del 1969 “Le Monde” apriva un articolo della pagina culturale con queste parole: «Il s&#8217;agit de la première pièce d&#8217;un inconnu» =&gt; “<em>Doux métroglodytes” de Claude Faraldo</em>; il pezzo si riferiva a uno spettacolo teatrale, da cui Claude Faraldo prenderà spunto per la sceneggiatura del film <em>Themroc</em> del 1973 (goffamente conosciuto in Italia come <em>Il mangiaguardie</em>, titolo che oblitera del tutto la presenza anagrammatica di “Metrò” nella parola, appiattendo una sia pur indiretta – remota per lo spettatore italiano – carica simbolica e ricchezza analogica del linguaggio ingaggiato dal regista).<br />
Themroc è un operaio, cittadino medio, schiacciato dai ritmi di vita della società di massa. Dopo aver subito un rimprovero ingiusto sul posto di lavoro, in preda a una rabbia viscerale, regredisce a una sorta di stadio primitivo. Tornato a casa, si mura in una stanza, ne demolisce la parete esterna, che dà su una corte, ricreando una specie di caverna e dà il via a una rivolta contagiosa che pian piano coinvolge sempre più persone. Le guardie cercano di intervenire, ma Themroc e la sua nuova comunità reagiscono mangiandosele arrosto. Il grottesco e sferzante film di Faraldo, che distrugge in sol colpo tutte le convenzioni del “buon governo” e della buona società – partendo dalla parafasia glossolalica di tutti i personaggi, prima del <em>regressus</em> di Themroc, per arrivare alla più estrema prefasia gutturale del protagonista, che risolve il linguaggio a pura funzione fàtica; passando attraverso l’eliminazione di tutti gli orpelli del vivere borghese, ma anche dei tabù più radicati nella società occidentale, come l’incesto e il cannibalismo; il tutto nella cornice di un’autoregolamentazione pseudo-anarchica, che ovviamente scardina e affonda le istituzioni – è assimilabile alla pratica della negazione di stampo avanguardista: «Tornare al punto di partenza per ricominciare dall’inizio e fondare un nuovo linguaggio sgombro dalle scorie. […] Questo perpetuo ritorno all’origine operato dalle avanguardie implica che, nel regime radicale dell’arte, il nuovo diventi un criterio estetico in sé, fondato su un’antecedenza, sullo stabilimento di una genealogia all’interno della quale si distribuiranno ulteriormente una gerarchia e dei valori» (Nicolas Bourriaud, <em>Il radicante</em>).</p>
<p>L’abbattimento di un <em>iperoggetto</em> (v. Timothy Morton) come il capitalismo attraverso un’ipotesi di rivoluzione, per quanto sia un argomento ancora ricco di fascino e di potenza, risulta ormai poco credibile e forse sorpassato. «La nostra epoca dell’ansia è, in gran parte, il risultato del tentativo di svolgere i compiti di oggi con gli strumenti e i concetti di ieri» (Marshall McLuhan, <em>Il medium è il massaggio</em>).<br />
Distruggere il potere, quindi il capitalismo, si configurerebbe come la volontà di distruggere il capitale del linguaggio, ma rimarrebbe un’operazione <em>specifica</em>, all’interno del linguaggio stesso in quanto mezzo. «Se si interroga la natura della pittura, non si può interrogare anche la natura dell’arte. Questo perché la parola arte è <em>generale</em> mentre la parola pittura è <em>specifica</em>» (Joseph Kosuth). Si tratta di riflettere non sull’effrazione del mezzo, ma sull’effrazione del contesto, grazie alla manomissione =&gt; (intesa anche nella prima accezione derivante dal diritto romano) del mezzo. Tesaurizzare e prosperare o sopravvivere (come dice Rosenthal), significa sedimentare segmenti di potere che fruttano solo al potere più grande, quello inaggirabile, l’iperoggetto, per ottenere (per riconoscimento) un ridicolo potere temporaneo, esteticamente inutile, se non riprovevole. Stare dentro il contesto o fuori da esso. Oppure starci dentro respirando l’ossigeno della “disappartenenza”, unica incrinatura possibile della Tavola.<br />
«Il fine più alto è il non avere nessun fine. Questo pone in accordo con la natura, con il suo modo di operare» (John Cage, <em>Silenzio</em>). Cage sviluppò la sua ricerca non tanto sul livello dell’innovazione linguistica ma, più a fondo, sulle basi antropologiche della pratica musicale e dell’arte. Mentre le avanguardie consumavano nel secondo dopoguerra una rincorsa alla dissoluzione di ogni convenzione linguistica, Cage si interrogava sul significato stesso del fare musica (v. <em>supra</em> Kosuth).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-84922" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1-1024x621.png" alt="" width="860" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1-1024x621.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1-300x182.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1-768x466.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1-250x152.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1-200x121.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1-160x97.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.36-1.png 1708w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* </strong>«L’orecchio non privilegia nessun particolare “punto di vista”. Siamo avviluppati dal suono. Esso forma un’ininterrotta ragnatela sopra di noi. Diciamo “La musica riempie l’aria”. Non diciamo mai “La musica riempie un particolare segmento dell’aria”. […] Non possiamo spegnere il suono automaticamente. Semplicemente non siamo dotati di palpebre sulle orecchie. Mentre uno spazio visivo è un continuum organizzato di genere uniforme e connesso, il mondo dell’orecchio è un mondo di relazioni simultanee» (Marshall McLuhan, <em>Il medium è il massaggio</em>).<br />
Themroc, vittima e incolpevole rivoluzionario privo di progetto, attua una rivolta radicale senza un fine preciso, se non quello della negazione delle “strutture linguistiche” (intese come strumenti di rappresentazione e controllo in senso ampio), non riuscendo a sommuovere il contesto che fonda quelle stesse strutture. Il suo è un fuoco di paglia, seppure sfavillante, una rivoluzione che utopicamente riporta la scrittura al corpo, grazie all’eliminazione della parola-cosa, del raddoppiamento che la scrittura fa del mondo e quindi dello scambio simbolico di stampo capitalistico. Themroc è l’<em>analogon</em> contrario di Amleto, quasi un caso di enantiodromia, entrambi criticano il potere della parola: l’uno stracciandola e rinnegandola, l’altro interrogandola e cercando di farne uno strumento di verità, ma entrambi sono destinati al fallimento, perché il medium non diventa <em>massaggio</em>, ma rimane <em>messaggio</em>.<br />
A tale proposito non sembra essere risolutiva, ai miei occhi, neppure la “teoria dell’ipergesto” sostenuta con convinzione da Paolo Mottana, ma con mutuazioni importanti da Yves Citton e Hakim Bey. Per contrastare l’imposizione della monolingua dell’immaginazione della merce, della comunicazione della merce e del significato della merce che la nostra società ha acriticamente adottato, si ipotizza l’atto insurrezionale dell’ipergesto. «Il carattere insurrezionale dell’ipergesto, in quanto “aumento di tensione” e non “soluzione permanente”, in quanto azione che non pretende di strutturarsi in forma definitiva, ma che promuove mutamenti in divenire, che si manifesta come un appello, una dimostrazione, un esempio cui ispirarsi per affermare nuove linee di concatenamento, nuovi flussi, nuove posture sociali, economiche e passionali, fa di esso un atto regolativo e mai definitivo» (Paolo Mottana, <em>L’ipergesto</em>).<br />
L’indicazione precisa è quella di muoversi all’interno della sfera in cui siamo immersi, quella mediatico-comunicazionale, e utilizzarla per la mobilitazione e diffusione di messaggi per la sovversione della narcosi e dell’appiattimento inerziale del senso critico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://soundcloud.com/canecapovolto/istituto-di-obbedienza-animale">https://soundcloud.com/canecapovolto/istituto-di-obbedienza-animale</a></p>
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<div style="font-size: 10px; color: #cccccc; line-break: anywhere; word-break: normal; overflow: hidden; white-space: nowrap; text-overflow: ellipsis; font-family: Interstate,Lucida Grande,Lucida Sans Unicode,Lucida Sans,Garuda,Verdana,Tahoma,sans-serif; font-weight: 100;"><a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="canecapovolto" href="https://soundcloud.com/canecapovolto" target="_blank" rel="noopener">canecapovolto</a> · <a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="Istituto di Obbedienza Animale" href="https://soundcloud.com/canecapovolto/istituto-di-obbedienza-animale" target="_blank" rel="noopener">Istituto di Obbedienza Animale</a></div>
<p style="text-align: justify;"><em>canecapovolto, Istituto di Obbedienza Animale</em></p>
<p style="text-align: justify;">«[<em>O</em>]rigine della scrittura è la <em>decisione</em> del supporto, dove la natura del supporto è la sua smaterializzazione. Il supporto è ciò che si assenta, ciò che fa un passo indietro, ciò che si annulla, ciò che si decontestualizza […] primo supporto è il corpo, anzitutto lì avviene la smaterializzazione del mondo e il mondo viene messo in prospettiva; il <em>qui</em> è un segno per <em>là</em> e io sono nel mezzo, non sono mai radicato, sono sempre nello slancio della prospettiva» (Carlo Sini, in <em>De|Scrittura</em>).<br />
Se la scrittura è per biologia desostanzializzazione del mondo, in un sistema di segni che restituiscano senso, e il supporto stesso si ritrae per far esistere la scrittura – nel caso dei nuovi dispositivi tecnologici il risultato non cambia, anzi diventa esponenziale, in quanto se il foglio è metafora della sua nullità nel bianco, il supporto elettronico è <em>nullità </em>senza metafora) – la simbolica dell’assenza per sottrazione deve farsi parte costitutiva della scrittura come elemento di continuo differimento del senso. Volendo rimanere all’interno delle strutture linguistiche è necessario dunque un altro tipo di approccio.<br />
«L’uomo conduce la sua vita ed erige le sue istituzioni sulla terraferma. Ma il movimento della propria esistenza cerca di comprenderlo, nella sua totalità, specialmente con la metafora del temerario navigare» (Hans Blumenberg, <em>Naufragio con spettatore</em>).<br />
«[<em>Q</em>]uando Foucault parla di resistenza parla della possibilità di creare degli ambiti nei quali ciò che il potere nega viene comunque salvato; la resistenza non è opporsi per rovesciare la tendenza, ma è invece la capacità di contenere, come in una bolla, come in un ambito separato […] ciò che va assolutamente salvato. […] Il senso in cui Foucault parla di resistenza mi pare contenga l’idea di costruire ambiti di autonomia, di indipendenza, di <em>sottrazione</em>, piuttosto che l’idea di far fronte e contrapporsi». Così Franco Berardi Bifo glossa il suo concetto di fuga, intesa come sottrazione dai meccanismi che soffocano la divergenza.<br />
«Vous êtes embarqué» (Blaise Pascal). Le istituzioni della terraferma devono essere continuamente forzate per arrivare a delineare la dinamica del “naufragio attivo”: luogo in cui, non solo spettatore e naufrago vengono a identificarsi, ma dove è necessario spezzare l’eterno ritorno dell’uguale abbandonando la nave venuta costruendosi, che a sua volta diventerà relitto alla deriva per ulteriori forme di naufragio: di nuovo nuotare cercando di imbattersi in altri segmenti.</p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84918" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/Screenshot-2020-05-28-at-20.07.48-721x1024.png" alt="" width="390" height="530" /></p>
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<p style="text-align: justify;">«L’immigrato, l’esiliato, il turista, l’errante urbano sono pertanto le figure dominanti della cultura contemporanea. L’individuo di quest’inizio di XXI secolo, per restare in un lessico vegetale, ricorda quelle piante che per crescere non si affidano a un’unica radice, ma avanzano in tutti i sensi sulle superfici che si offrono loro, aggrappandovisi come l’edera. Quest’ultima appartiene alla famiglia dei <em>radicanti</em>, i quali fanno crescere le radici a seconda della loro avanzata, contrariamente ai <em>radicali</em>, la cui evoluzione è determinata dall’ancoraggio al suolo» (Nicolas Bourriaud, <em>Il radicante</em>).</p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84920" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/radicante-1024x956.jpg" alt="" width="673" height="685" /></p>
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<p style="text-align: justify;">Così i contatti col suolo si riducono e la scelta, la selezione, per acclimatamento, diventa un processo di capacità di contestualizzarsi all’ambiente non appartenendogli mai fino in fondo. La disappartenenza è una condizione di sradicamento perpetuo e di ritmo eteromorfo rispetto all’<em>habitus</em>. Si afferma non per insurrezione, né tantomeno per rivoluzione, quanto per sottrazione dalle logiche di utilità e aspettativa. Insomma una sequenza ininterrotta di naufragi dove, per parafrasare Tim Ingold, la meteorologia sostituisce la geometria lineare – che comprime la vita in punti e definisce la linea come la distanza più breve tra di essi – in favore di una mappatura delle masse in volumi, definendo la densità come il rapporto tra gli uni e gli altri. Nello spostamento di una massa i percorsi diventano orbite o traiettorie. Per effetto del continuo re-radicamento queste orbite sono spezzate e inarginabili, provocando una deflazione del codice per inflazione di senso.</p>
<p>«È ancora legittima la radice dell’inchiostro?».<br />
«Insegnamento che Reb Zalé tradusse con questa immagine: “Tu credi che sia l’uccello a essere libero. Ti sbagli; è il fiore… » (Edmond Jabés, <em>Il </em><em>libro delle interrogazioni</em>). Per effetto della deflazione, ma quella operata dal vento portatore di disgregati, la radice dell’inchiostro può proliferare e vivere attraverso l’aria. La radice dell’inchiostro è lo spostamento di una massa d’aria. E avendo toccato tutti o quasi gli elementi che pertengono alla biosfera, in un’epoca ormai denominata Antropocene, risulta necessario liquefare i confini della semiosfera e tentare di ragionare in termini di Meteorocene. Se non altro per un’“ecologia della mente”. Altrimenti, di questo passo, l’inchiostro diventerà sempre più inutile.</p>
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<p style="text-align: center;"><strong id="alessandro-mazzi">ALESSANDRO MAZZI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ogni tempo è storia di discese</em></p>
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<p style="text-align: right;">«La Storia, disse Stephen, è un incubo da cui sto cercando di svegliarmi»</p>
<p style="text-align: right;">James Joyce, <em>Ulysses</em></p>
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<p style="text-align: justify;">La radice è un organismo di percezione spaziotemporale. L’albero se ne serve per distinguere l’alto e il basso. Non sono forse i rami le radici del cielo? Radice e ramo sono gemelli. Entrambi si accordano sul sopra e sul sotto. Il sopra e il sotto, che grande mistero. Ci fu un tempo dove non esistevano, e quindi non c’era tempo. Quando abitavamo le fronde degli alberi, c’era solo atemporalità. Il suolo era un grande animale dal pelo cangiante. Le brevi escursioni ai corsi d’acqua plasmarono i miti dell’aldilà. Scendere dall’albero era sempre un viaggio orfico, ogni scimmia uno Stilita tuffatore. L’acqua è quella sostanza che <em>non risale</em> <em>mai</em>. Ecco perché sollevarla è prodigioso. Poi ci incamminammo a terra, tastammo la granulosità degli eventi. Ci rendemmo conto di essere alberi. Scendere a terra, alzarsi sulle gambe, liberammo gli arti superiori e scoprimmo l’<em>alto</em>: ecco l’inizio della Storia. Ogni tempo è <em>storia di discese</em>. Come la scimmia scende dall’albero, l’uovo scende dal corpo, il serafino discende dal cielo e si mostra nella Storia. La vita, anche quella sacra, è gravità.</p>
<p style="text-align: justify;">La gravità degli angeli. Perché l’alto e perché il basso? Si discende nella Storia, e si sale nell’Eternità. Anche in seguito la Storia mantenne sempre il senso di essere <em>bassa</em>. Lasciammo la foresta e i cenotafi arborei che coprivano il cielo, guardammo per la prima volta un cosmo senza fronde. Ora gli alberi non erano più <em>l’alto</em>. Ora gli alberi erano <em>uno degli alti</em>. C’era un alto silvano sorretto dagli alberi, e c’era un alto desertico sorretto dal nulla. Nasce la metafisica. Inizia il viaggio sciamanico. Irrompe l’immaginazione, le prime storie di ascesa, le scalate degli alberi. Gli alberi ora non sono più identici allo spazio, ma un passaggio, un tramite. I ponti che conducono ai palazzi d’oro, il giaciglio sui cui rami sonnecchiano felini gli dèi.</p>
<p>«Lascia dunque che ti parli del momento drammatico in cui la Parola non è ancora che il progetto doloroso di un rantolo muto… Riesci a pregustare questo silenzio così pregno di tuono?»</p>
<p>René Daumal, <em>Controcielo</em>.</p>
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<p style="text-align: justify;">No, la scrittura non è necessaria. Perché quello che può dire l’uomo è già gridato dall’aquila e dalla cascata. Ed è questo il punto. Nonostante tutto, qualcosa vibra. Un dito che scrive sull’acqua.</p>
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<p style="text-align: center;"><strong id="claudia-zironi">CLAUDIA ZIRONI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Fantasmi: la Poesia</em></p>
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<p><em>E se la poesia si reggesse sull’equivoco di vite sospese?<br />
Che solo da un certo bilico di confini potesse venire il sublime come errore.<br />
Se fosse più vicina alla morte di un nido abbandonato nel fango di ottobre o di una spuma d’onda;<br />
un’incomprensione della convenzionale accettazione di un transito, istintività deviata<br />
di propagazione, difetto di visuale come un occhio dal nervo malato che sfochi i primi piani,<br />
un orecchio sensibile solo agli acufeni tanto da confondere nel cervello la percezione del reale.<br />
Se i poeti per ciò si riconoscessero senza potersi accoppiare, incapaci di lasciarsi in eredità,<br />
muli sterili assediati di visioni, separati: se fosse un difetto dell’amore, come un gene zoppo,<br />
una mancanza partorita, quest’arte?<br />
Se fosse sintomo di un fantasma nella mente?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Assunta la domanda a postulato, superato lo iato tra poesia e prosa, riconciliato il concettuale con l’estetico, arresa nichilisticamente all’innegabile necessità individuale di produrre arte come somma manifestazione di ego, esplorato laicamente a grandi linee il lato mitico ed esoterico del verbo, passata dal letto di D’Annunzio a quello di Villa, derubricate l’ontologia e la fede a incidenti di umano percorso, escluso il bisogno ineluttabile di dare un’agambeniana forma alla mia vita, opto per un dialogo diretto con l’inchiostro e con l’amante che lo ha incarnato:</p>
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<p><em>mi hai insegnato l’impotenza, l’inutilità<br />
della parola, quanto sia vana la poesia.</em></p>
<p><em>la mistica del segno, un risonare di mondi<br />
inesistenti, dare il nome alla creazione<br />
e chiamare ad alta voce ogni pensiero<br />
non avvicinano al divino né all’amore<strong>.[</strong></em><em><a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>1]</strong></a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Eppure scrivo. Come respiro scrivo, come mi sveglio, come sorrido e piango. Scrivo. Io sono la macchia di Rorschach &#8211; dove puoi vedere la farfalla o la testa mozzata.<br />
La radice è ben piantata nel mio sistema cromosomico, nella mia catena evolutiva. Io sono la gemma dell’inchiostro. E la sua scoria.</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> da “Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni” di Claudia Zironi, Marco Saya Ed., 2016</p>
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<p style="text-align: center;"><strong id="enzo-campi">ENZO CAMPI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://letteraturanecessaria.wordpress.com/2020/05/31/si-diceva-fosse-una-storia-come-tante/"><em>Palinsestosenso (fallacia e incompiutezza della scrittura)</em></a></p>
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<p style="text-align: justify;">Partiamo da una poesia o, se preferite, da un pezzo di scrittura. Una poesia qualunque. Non ha importanza (o comunque è relativamente importante) ciò che viene detto ma come viene esposto (disperso) sulla pagina. Questo non significa che ci si debba ridurre al solo aspetto (fatto, fenomeno) estetico. Forma e contenuto, in teoria, co-esistono in uno spazio la cui unità di misura (di fruizione?) è scandita da una temporalità. L’insieme di forma-contenuto/spazio-tempo produce sempre un risultato, a prescindere dal fatto che possa ritenersi, a seconda dei punti di osservazione, compiuto o incompiuto. Ciò che ne risulta è quindi un <em>tipo </em>o un <em>prototipo</em> che si potrebbe assumere a modello per una possibile reiterazione del <em>gesto</em>. Il fatto che <em>gesto </em>e <em>gettata </em>appartengano alla stessa famiglia etimologica, fa scendere in campo l’estensione o il dispiegamento, ovvero: un protendersi verso il fuori. È questo lo scopo precipuo di un pezzo di scrittura? Protendersi verso un fuori-di-sé? Ma il fuori-di-sé, ovvero il fruitore, cosa riceve da quel gesto? La <em>gestalt</em> complessiva, che va interpretata solo nel suo insieme, o una serie di tanti piccoli elementi che vanno esaminati uno per uno e a prescindere dal fatto che poi possano più o meno concorrere  alla definizione di un insieme?</p>
<p style="text-align: justify;">Sorvoleremo, per il momento, il fatto (che non si arroga il diritto di essere incluso nella categoria del <em>dato di fatto</em>, ma che si auspica di poter essere incluso nel registro degli epifenomeni) che i singoli elementi (o se volete le singole strofe), in quanto <em>figure</em>, possano depositare sulla pagina svariati rinvii perché ciò presupporrebbe una potenza significante che non può essere ignorata. Quindi, senza concedersi il lusso di guardare dentro guardiamo solo all’oggetto complessivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sogno è quello della scrittura. La risoluzione è la castrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">È così che si vorrebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è proprio questo ciò che l’<em>altro</em> o gli altri dovrebbero aspettarsi da lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui chi? Il Poeta?</p>
<p style="text-align: justify;">L’indomito, anacronista scriba che ancora persiste a usare la penna e la carta?</p>
<p style="text-align: justify;">Il pigiatore di tasti?</p>
<p style="text-align: justify;">Se l’<em>altro</em> o gli altri comprendessero che l’unica via di salvezza fosse quella di accettare la sospensione e l’incompiutezza (il <em>disastro</em> incombente e il <em>tragitto </em>della caduta che non arriva mai a toccare il suolo?) forse si potrebbe qualificare il <em>gesto </em>del poeta come naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non basterebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisognerebbe anche accettare la riproposizione seriale di quel gesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è così che la poesia, essendo già morta da sempre, sopravvive a se stessa: nella serialità della sua incompiutezza, nel qualificarsi come un fenomeno (anti-fenomeno o, se preferite: epifenomeno) nullificante. Nancy parlava di un “fantastico fenomeno” di un’immagine in grado di rappresentare la “presenza di questa assenza […] imago di ciò che fu prima di tutto e che dunque non fu affatto, in nessun tempo né fuori del tempo in cui nulla è” (Cfr. <em>Fantastico fenomeno</em>, 2009).</p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ come se la lingua fosse una forma (un segno, un’immagine, un’<em>insegna</em> luminosa sì ma intermittente) piuttosto che una sostanza. Visto che parleremo anche di contrari e di riconciliazione dei contrari, di un qualcosa che si origina e si edifica sul/dal suo contrario, poniamo che in quell’<em>insegna </em>luminosa le intermittenze siano <em>al bianco</em> e non <em>al nero</em>, ovvero che il messaggio pubblicitario (la lingua) sia leggibile solo in mancanza di luce (<em>al nero)</em>, e che i lampi di luce (<em>al bianco</em>) quindi si assumano l’onere di decretare l’assenza del messaggio rendendolo illeggibile. La presenza della lingua si dà nella sua assenza di visibilità ma è anche vero che l’assenza della lingua si rende visibile nell’invisibilità della sua presenza. Una presenza che quindi c’è, esiste, persiste, ma non è decifrabile se non nella sua dispersione nel <em>bianco</em>. La presenza di questa assenza, con una leggera forzatura, si potrebbe spiegare attraverso le parole di Mallarmé, quando nella nota introduttiva al suo <em>Coup de dés </em>parla dei «bianchi» e di quanto risultino importanti e decisivi. Bisognerebbe citare un’intera pagina derridiana (Cfr. <em>De la grammatologie</em>, 1967), dove il nostro <em>pensatore</em> – partendo da Saussure e filtrando la differenza tra l’incoscienza del linguaggio e la spaziatura intesa come “origine della significazione” – arriva a qualificare la spaziatura come la “marca del <em>tempo morto</em> nella presenza del presente vivente, nella forma generale di ogni presenza”. Ma se la nostra presenza è l’assenza, quel <em>tempo morto</em> rappresenta il <em>trait d’union</em> che lega tra loro una serie di assenze. Il tempo morto è la casella vuota che permette alle tessere di spostarsi nel puzzle del testo. E quindi alla prima affermazione derridiana  “Essa marca il <em>tempo morto” </em>ci toccherà aggiungere: <em>facendolo divenire vivo</em> o facendolo <em>sembrare</em> vivo. Proseguendo sulla falsariga dei supplementi, si potrebbe dire che la scrittura, come disastro e deriva, come la presenza di un’assenza, derivi innanzitutto dallo spazio morto (il tempo morto si ri-qualifica e ri-determina nello spazio, perché solo la loro intrallacciatura permette la costituzione di una figura), dai cosiddetti «bianchi». Perché solo in quel luogo, proprio là dove s’intersecano spazio e tempo (attraverso il <em>tramite </em>di un <em>inchiostro</em>, ideale e idealizzato, che per comodità d’esposizione definiremo <em>simpatico</em>, per l’appunto: «la presenza di questa assenza»), si può percepire il «non-percepito», si può dire il non-detto e lasciarlo decantare il tempo sufficiente per una degustazione diversamente funzionale che possa investire tutti e cinque i sensi. Ne converrete, questo tipo di <em>avvento</em> accade raramente, anzi si potrebbe dire che per il 95% dei casi rappresenti una mera utopia (compreso l’<em>esemplare</em> sopra esposto – fornito a solo titolo d’esempio – che ha inaugurato e qualificato la mia stessa fallacia). Verrà da sé che la massificazione dell’utopia equivalga alla fallacia e all’incompiutezza, al non-risolto. Resterebbe da precisare che per alcuni inchiostratori l’<em>irrisolvibile</em> rappresenti un punto d’arrivo, una sorta di fissaggio del paradosso, che sarebbe già una contraddizione in termini (se volete anche una riconciliazione dei contrari): si può fissare l’irrisolvibile?</p>
<p style="text-align: justify;">No. Non può essere fissato.</p>
<p style="text-align: justify;">Però può essere enunciato.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora la forma più plausibile della scrittura (ma se la scrittura è già di per sé una <em>forma</em> allora di cosa stiamo parlando?) potrebbe ridursi all’enunciazione. In linea teorica tutto può essere enunciato. Abbiamo fatto l’esempio dell’<em>insegna </em>luminosa enunciando l’ambiguità di un pensiero diversamente funzionale (anche disfunzionale, se volete). Pensiamo all’insegna come a un ricettacolo formato da una serie di figure che rinviano ad altre figure. E queste ad altre ancora. Sarebbe una pratica lecita enunciarne la struttura sovradeterminata.</p>
<p style="text-align: justify;">È ciò che fece a suo tempo (1480-1544) un certo Giulio Camillo Delminio nella stesura, sempre incompiuta e quindi sempre fallace, di una sorta di <em>Theatrum Mundi </em>sovrastrutturato per stratificazioni di livelli e giustapposizione di <em>figure</em>, quelle che Delminio stesso definiva “insegne”, ovvero: “i segni delle visioni, le quali significano &amp; non esprimono”. Proviamo a considerare, <em>en passant</em>, questa proposizione come un’arcaica definizione della differenza tra significato e significante. Delminio poi continuava così: “laonde non senza ragione gli antichi in su le porte di qualunque tempio tenevano, o dipinta, o scolpita, una Sphinge, con quella immagine dimostrando che delle cose di Dio non si deve se non con enigmi far pubblicamente parole” (<em>L’idea del Theatro, </em>1985). Se proviamo a sostituire, senza nessuna intenzione blasfema, la parola (di) Dio con la parola (del) Poeta, il gioco è fatto. Il Poeta sarebbe colui che fa mostra di sé, pubblicamente, attraverso parole enigmatiche. Se vogliamo, l’enigma, se resta indecifrato, rappresenta l’immagine stessa dell’incompiutezza: non esprime un senso compiuto ma lascia ad intendere, per così dire, una potenza significante.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un altro punto di osservazione si potrebbe anche dire che l’incompiutezza rappresenti il limite di una lingua, e quindi ancora una volta la sua fallacia. Delminio, in un certo senso, risolve la questione in questo modo: “non potendo la lingua nostra giunger alla espressione di quello se non per cenni &amp; similitudini, affinché per mezzo delle cose visibili saliamo alle invisibili”. Il cenno (il verso e non il periodo) e la similitudine (analogia e, per estensione, tutta la famiglia delle figure retoriche e grammaticali: metafora, allegoria, e se vogliamo anche il simbolo, ecc.) sono le armi del poeta, quelle armi attraverso il quale un testo può essere dotato di un sottotesto o di un ipertesto, ovvero quelle armi che consentono di lasciare a intendere il non detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa abbiamo fatto fino a ora?</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo parlato di segni, insegne, visioni, figure, immagini, ovvero di tutto ciò che, anche se non manifestato palesemente, dovrebbe costituire il «pensiero» dell’inchiostratore, l’imprintig concettuale da cui si dipana (o si ingarbuglia) la matassa. Deleuze diceva che i concetti sono immagini di pensiero. Il compito dell’inchiostratore – per dirlo più o meno alla maniera nancyana – consiste nel pensare il pensiero di quell’immagine o, per meglio dire, avanzare verso la «venuta» di quell’immagine, protendersi verso l’immagine che viene verso di lui e concedersi il lusso di toccarla, di sentirla prossima-a-sé. Solo così, dopo averla, per così dire, posseduta può finalmente liberarla, può lasciarla andare per la sua strada e può concedersi l’ulteriore lusso di conservarne solo l’eco e lo scarto. La sentenza è chiara: “non basta vedere l’immagine, bisogna soprattutto «sentire» ciò che l’immagine non ci fa vedere”. Ne converrete, il compito dell’inchiostratore non può ridursi al semplice atto di affiancare parola a parola (o come diceva Malherbe di essere definiti manipolatori di sillabe [<em>arrangeurs de syllabes</em>]) per scrivere. Il suo compito sarebbe, o dovrebbe essere, quello di <em>dire la scrittura </em>e di fallire mentre compie il suo atto. Il suo fallimento, che rappresenta a tutti gli effetti una risoluzione, è la «marca» della sua fallacia e della sua incompiutezza. Si può <em>dire la scrittura</em> solo dopo essersi liberato dell’immagine del pensiero. Ed è così che si crea un concetto, lavorando sull’eco di un qualcosa che risuona e insieme si dissolve e sugli scarti che resistono all’<em>esperienza</em> e rinvengono, sebbene a tratti, disseminando una serie di segni che rappresentano, a tutti gli effetti, segnali di senso. Questi segnali equivalgono alle <em>insegne </em>delminiane. Sono figure. Quando queste figure, come direbbe Derrida, divengono «figure di figure» la scrittura diviene letteratura o, per dirlo proprio con una famosa metafora derridiana, l’istrice – chiudendosi a riccio e offrendosi all’urto, all’incidente – diviene il <em>simbolo</em> della poesia. Per divenire poesia si sacrifica facendosi investire e quindi decreta la sua morte. Ci consegna la presenza della poesia solo a condizione di rendersi assente.</p>
<p style="text-align: justify;">La presenza di questa assenza, come diceva Nancy, è proprio ciò che fu prima di tutto. È assente perché non ci appartiene, se non attraverso l’immaginazione (attraverso l’<em>azione</em> che l’<em>immagine</em> esercita su di noi), attraverso il filtro di una presunta sfera sensibile che ci permetterebbe di riprodurla. Si direbbe un’assenza primigenia, un’assenza di radici, quelle radici che, essendo tanto lontane da noi, non consentono nessun tipo di radicamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è proprio qui, in questo non-luogo costruito, idealmente, tra immagine e immaginazione, tra radice e radicamento, che si situa il nostro lavoro improduttivo. Quel lavoro che si potrebbe sistematizzare (e quindi vanificare), facendo rinvenire il fantasma batailleano, tra il limite dell’utile e l’inutilità del limite.</p>
<p style="text-align: justify;">Porsi al limite non significa «essere limite».</p>
<p style="text-align: justify;">Essere limite presuppone, anche e soprattutto, una predisposizione al superfluo che, amplificando il nulla di cui si nutre, rappresenterebbe il carattere predominante della poesia, il suo status, il marchio a fuoco che determina l’appartenenza a una tribù o a una famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">La tribù degli inchiostratori?</p>
<p style="text-align: justify;">“Quale utopia/ è mai stata così vera?/ pura emozione/ del precipite/ alla ricerca della sua levata (autocitazione)”.</p>
<p style="text-align: justify;">Precipite e levata.</p>
<p style="text-align: justify;">Pura contraddizione in termini o riconciliazione dei contrari?</p>
<p style="text-align: justify;">Essere limite potrebbe significare anche questo. Nullificarsi mettendo in scena (levando dalla scena?) simultaneamente i contrari senza arrivare a una conclusione, o meglio ancora: abiurando qualsiasi risoluzione definitiva. Questa sarebbe, o potrebbe essere, la ragione d’esistenza della tribù degli inchiostratori, la presenza della loro assenza di fondo. Quest’assenza di fondo pretende un lettore <em>diverso</em> (quello che Mallarmé definiva il <em>lettore avvertito </em>e che Eugenio barba definiva il <em>quarto spettatore</em>) e, come dire, più articolato, disposto cioè a recepire la prima assenza per affiancarla alla propria assenza e per darle un senso.</p>
<p style="text-align: justify;">È forse questo il <em>sesto senso</em> che si mescolava – a mo’ di crasi – al palinsesto paventato nel titolo?  Il lettore <em>semplice</em> è anch’esso assente, ma solo perché non si rende partecipe dell’assenza dell’autore. Se il lettore <em>articolato</em> è diversamente funzionale (serve all’autore come specchio in cui riflettersi) il lettore semplice invece è semplicemente disfunzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Riporto un passo di Giuseppe Zuccarino (da <em>La scrittura impossibile</em>, 1995): “[…] esiste una semplice lettura, oppure essa è inevitabilmente complicata da una serie di problemi e assillata da doppi fantasmatici? L’ipotesi che saremmo inclini ad avanzare è appunto quella che – se non si vuole concepire la lettura come un processo puramente subìto, che susciti in chi vi si dedica una sorta di adesione incondizionata, o magari uno stato quasi ipnotico e sonnambolico di <em>trance</em> – si dovrà necessariamente pensare ad una diversa e più attiva forma di coinvolgimento nelle parole scritte”. È questa la domanda che dovremmo porci. Vogliamo <em>studiare</em> un testo e affrontare l’ostacolo, spesso insormontabile, di un senso ulteriore nascosto nel primo senso oppure ci deve bastare la semplice lettura, per così dire, distaccata? E ancora, se l’autore in questione – così come affermava Blanchot – “riesce solo fallendo”, non dovremmo forse a nostra volta fallire? La scrittura è fallace. Il lettore più attento può coglierne la fallacia e rendersi a sua volta fallace nell’interpretarla o semplicemente mettendo sui piatti della bilancia la possibilità di una impossibilità di fondo. La serie dei significanti è inesauribile perché ognuno di essi rinvia ad infiniti altri, come ci ricordava spesso Derrida.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Conversazione da solo</em></p>
<p style="text-align: justify;">ci sono delle cose che sono</p>
<p style="text-align: justify;">di fronte a questa pagina  aperta</p>
<p style="text-align: justify;">collegate ad altre che sono dietro le spalle</p>
<p style="text-align: justify;">ci sono delle cose di fronte a questa pagina aperta</p>
<p style="text-align: justify;">che sono collegate</p>
<p style="text-align: justify;">alle cose che mancano</p>
<p style="text-align: justify;">le cose come le cose</p>
<p style="text-align: justify;">al centro c’è il tuo posto</p>
<p style="text-align: justify;">al tuo posto non c’è nessuno</p>
<p style="text-align: justify;">(Corrado Costa, da <em>Le nostre posizioni</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono delle cose che sono sopra le cose. Sono ad esse sovrapposte. Che siano scritte o incise è una cosa che non cambia i termini della questione, qualora ci fosse davvero una questione, qualora fosse necessario o <em>urgente </em>dirimerla. Le prime cose sono invisibili, vivono o sopravvivono nelle trame, negli interstizi invisibili della materia che compone la “pagina aperta”, nei punti infinitesimali che determinano la grammatura; sono in un certo senso simulacri che conservano e preservano una<em> traccia </em><em><sup>■</sup></em> senza mostrarla. Le seconde cose, sempre più opinabili o (in)utili (con o senza <em>limiti</em> che determino una continuità o una contiguità), diventano visibili nel momento in cui un qualsiasi inchiostratore o un qualsiasi pigiatore di tasti compie il suo gesto, a tutti gli effetti, irriverente, forse perché incosciente dell’effetto che il suo gesto produrrà. Si pensi alla radice della parola irriverente e alle sue parentele etimologiche con l’irrilevanza (irrisorio, marginale, insignificante, ininfluente). È curioso notare come entrambi i termini siano derivazioni dal loro contrario:  <em>reverēri</em>  (avere riguardo) per irriverente e <em>relevåre </em>(determinante, importante, significante) per irrilevante, e di come entrambi, per così dire, si facciano scudo con un prefisso privativo <sup>■</sup> (<em>in</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">È un po’ come dire che il gesto di inchiostrare si fondi sul suo contrario. E anche questa è una forma o, se preferite, un’accezione della fatidica riconciliazione dei contrari. Quindi il suo radicamento <sup>■</sup> sulla carta potrebbe corrispondere anche a una dispersione <sup>■</sup> (la confusione originaria di Babel è a tutti gli effetti una dispersione, come vedremo meglio più avanti), o comunque a un’inversione <sup>■</sup> di senso: dalla confusione di una lingua unica, impronunciabile e incomprensibile, alla suddivisione in mille e più lingue, ognuna univoca e radicata in un territorio, ma che per essere comprese, e quindi deterritorializzate, necessitano di una traduzione (sorvoliamo sulla questione della <em>traduzione</em> come delocazione e trasformazione dei segni per non appesantire troppo il discorso).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli antichi sostenevano che  <em>relevåre </em> corrispondeva allo <em>sporgere in fuori</em>. Praticamente, con buona pace di Heidegger e Derrida, una «gettata»<sup>■</sup>. Quindi <em>irrevĕrens </em>potrebbe corrispondere a uno <em>sporgere in dentro </em>(<em>mise en abyme</em>, <em>invaginazione?).</em> Ci troviamo di fronte a un doppio movimento (un vero e proprio <em>double bind </em><em><sup>■</sup></em>, in tutte le accezioni che volete, dal doppio legame, al doppio colpo, alla doppia colpa, alla doppia e reversibile obbligazione, ecc.), il primo estensivo <sup>■</sup>, il secondo intensivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo quindi al nostro inchiostro come una cosa irriverente e insieme irrilevante, come una cosa che si fonda sul suo contrario e che quindi non dice ciò che vorrebbe dire o comunque lo lascia solo a intendere, come una cosa votata alla sua dispersione. In tale ottica come dovremmo comportarci? In quali modalità potremmo pensare (pesare, soppesare) la sua <em>pensabilità?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è possibile rispondere a tali interrogazioni. L’unica cosa possibile sarebbe quella di esplorare il registro dei <em>possibili</em>, o comunque, in via del tutto ipotetica e indimostrabile (l’ipotesi trasforma i <em>possibili </em>in <em>eventuali</em>, per quanto improbabili essi possano risultare), una piccola parte di tutte quelle stringhe (sappiamo tutti che il significato di <em>string </em>è corda, e che la corda equivale, semanticamente, a un «legame») che compongono il <em>quanto </em>della scrittura. Le stringhe vibrano in un doppio movimento  di attrazione e repulsione, e ciò conferisce al <em>legame </em>il <em>double bind </em>di cui prima. Le stringhe sono in uno stato di perenne tensione. Da ciò deriverebbe il carattere estensivo e mobile della scrittura. Estensivo perché originariamente confusionario, e mobile perché costretto ad avanzare, curva dopo curva, per rigenerarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché poi, al di là della nullificazione e dell’incompiutezza, una scrittura, per definirsi tale, deve comunque mettere al lavoro una serie di stati tensivi. Lo stesso Nietzsche diceva che “si deve saper danzare con la penna”. La danza è movimento, ma anche spazializzazione (ricordate i «bianchi»?). Abbiamo quindi individuato i due caratteri che dovrebbe possedere la scrittura, un movimento interno che veicoli una certa mobilità (da qui al trasferimento di energia da un <em>uno</em> a un <em>altro</em> il passo è lungo, ma se dovesse accadere non sarebbe cosa da disdegnare) e un movimento esterno corrispondente alla disposizione (dispersione?) grafica del testo sulla fatidica “pagina aperta”.</p>
<p style="text-align: justify;">La pagina aperta è il corpo e l’inchiostro è ciò che distingue un corpo dall’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Come se carta e inchiostro potessero trasformarsi in derma e sangue. Il pennino diventa allora ago o bisturi per incidere il derma e per rapportarsi col sangue. Il sangue prende il posto dell’inchiostro e può quindi parlare di morte o <em>far</em> parlare la morte. Il sangue parla della morte della scrittura o fa parlare la scrittura della sua stessa morte, anche in senso blanchotiano della scrittura come «disastro» e come <em>krisis</em>, se vogliamo. Beninteso, il regime non è improduttivo. C’è anzi un surplus di produzione, perché la scrittura che parla della sua stessa morte, nell’atto di farlo, rinnova la sua esistenza, perpetua il suo ciclo. Un ciclo inesauribile. Il rapporto tra morte e scrittura scivola sempre sui piani di un <em>double bind</em>, in cui ognuno dei due fattori si ciba dell’altro e viceversa. Ognuno dei due elementi trascende l’altro per rigenerarsi. Risulterà chiaro quindi che la morte della scrittura equivalga al suo rimanere in vita (l’ennesima riconciliazione dei contrari). Il paradosso è solo apparente. Come se crisi (<em>krísis</em>) e crasi (<em>kràsis</em>) non appartenessero alla stessa famiglia etimologica. Come se la crisi della scrittura (il passaggio da un sistema monosignificante a un sistema polisignificante non poteva che generare una crisi che, in un certo senso, corrispondeva alla necessità di trovare nuovi paradigmi o archetipi) e la scrittura della crisi (da Blanchot in poi il <em>disastro </em>viene assunto a paradigma, diviene il modello a cui riferirsi) non fossero paragonabili a una crasi (<em>kràsis</em>, mistura, mescolamento). La crisi della scrittura e la scrittura della crisi derivano proprio da questa mistura, da questa confusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per definire la radice, l’origine di questa confusione dobbiamo ricorrere a Babele, a quella mitica torre (la cui invenzione fu forse desunta da una più antica ziggurat babilonese; del resto <em>Babel</em> e <em>Babilonia</em> sono praticamente sinonimi) in cui avviene la contaminazione delle lingue. Al di là del gioco derridiano tra <em>des tours </em>(delle torri) e <em>détours </em>(giri, curve), ciò che conta è che a ogni giro, a ogni curva si perdevano parti della propria lingua e si assimilavano parti di un’altra lingua. E così via, nella serialità della mescolanza, si arrivava ad una sorta di lingua anti-universale che non poteva essere compresa da nessuno. Una lingua fallace e incompiuta quindi. Così come la stessa torre resterà incompiuta. È la stessa <em>Genesi</em> a far corrispondere <em>Babel </em>con confusione. Per questo Derrida, nei giri delle sue perifrasi (Cfr. <em>Des tours de Babel</em>, 2008), confrontando diverse traduzioni (decostruendo l’univocità del segno originario con figure diversamente funzionali e più adattabili al contemporaneo), trasforma lingua e lingue in labbro e labbra, inaugurando in un certo senso il passaggio dalla scrittura alla voce o comunque l’equivalenza dei due elementi su uno stesso piano, come se dovessero, per forza di cose, coabitare nella stessa dimora ontologica e fenomenologica. Perché le labbra rappresentano l’organo deputato alla voce. Perché il labbro, <em>al maschile</em>, ha due plurali: <em>labbri </em>(sempre <em>al maschile</em>) e <em>labbra</em> (<em>al femminile</em>). Se il secondo si rivolge solo alla parte anatomica, il primo si può usare sia per la delimitazione di una ferita o di una fenditura, sia per evidenziare i confini di un perimetro o di un oggetto. Se si parla di <em>confini</em>, per esasperare la nostra dimensione complicativa, ci toccherà far rinvenire i <em>margini</em>. E qui ritorniamo sia alla “pagina aperta” che all’«essere limite». La scrittura viaggia quindi in simbiosi con l’oralità (inutile ricordare che la scrittura nasce orale; non è questo che qui ci interessa). Si può scrivere <em>Babel</em>, ma se c’è anche una voce che urla <em>Babel </em>ecco che qualcosa cambia nella ricezione del messaggio. La semplice lettura lascia il passo a qualcosa di più articolato o comunque permette l’entrata in scena dell’<em>ascolto</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordate l’auspicio di Zuccarino: “si dovrà necessariamente pensare ad una diversa e più attiva forma di coinvolgimento nelle parole scritte”. Porsi all’ascolto potrebbe rappresentare un’accezione di questa proposizione. Certo, bisognerebbe indagare almeno i registri della propagazione e della risonanza. Cosa che non è fattibile in questo contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo adesso a raggruppare tutti quei piccoli quadrati neri che abbiamo disseminato nell’ultima parte del testo. Sono neri perché il nero rappresenta il «canone» dell’inchiostro, la sua riconoscibilità e il suo inquadramento. Sono il mezzo (non un tramite ma un <em>segno</em>) per evidenziare una serie di quelle che Nancy avrebbe definito «medaglie verbali». Elenchiamole, nell’ordine in cui si sono impresse (inchiostrate) su questa nostra pagina digitale: traccia, privazione, radicamento, dispersione, inversione, gettata,  double bind, estensione…</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuna di queste medaglie verbali rappresenta un’<em>impennata</em>, una sorta di innalzamento del livello del testo, una delocazione dal significato al significante (ma anche il contrario perché il processo, a seconda del punto di vista [o punto di partenza dal quale si dipana l’approccio concettuale e/o filosofico] è assolutamente reversibile), una stringa volta ad evidenziare la possibilità che il discorso si diriga altrove. A solo livello nozionistico, è doveroso notare come <em>impennare</em> (sebbene sia un termine antico e raro) significasse l’atto (il nostro fatidico gesto dell’inchiostratore) di intingere il pennino nell’inchiostro e, cose ben più importanti, quanto inchiostro il pennino può assorbire ogni volta che s’intinge e quante parole si possono scrivere con quella quantità di inchiostro assorbita. La <em>portata </em>massima del pennino e la <em>quantità </em>di parole che possono essere <em>gettate</em>. Qualora non fosse chiaro si (s)parla di <em>autonomia </em>e di<em> peso</em> (sarebbe più consono estendere il concetto verso lo <em>spessore</em>) della scrittura. Ne converrete che l’intero discorso rischia sempre più di indirizzarsi verso una dimensione complicativa. Una scrittura non può essere autonoma perché deriva sempre da un’altra scrittura che l’ha preceduta. Non c’è cambio di paradigma che tenga il passo coi tempi. E il <em>peso</em>, letteralmente inteso – a partire dalle tavolette d’argilla sumere, passando attraverso i papiri egiziani (ottenuti facendo essiccare i filamenti interni di una pianta) e le pergamene (ricavate da pelle di pecora e con le quali furono scritti i primi codici), per arrivare alla carta, più o meno moderna e per finire con la pagina digitale (che non esiste fisicamente) – nel corso del tempo ha progressivamente perso <em>spessore</em> conclamando lo status della sua stessa dispersione. Per sopperire a questa mancanza alcuni sono ricorsi alla voce. Una scrittura <em>detta </em>(diktata), e quindi quantificata, può far traslare il senso da un significante a un altro significante con la sola intonazione, con la <em>portata </em>della sua voce che equivale, semanticamente, alla portata del pennino (così tanto per ritornare a quanto già detto sull’equivalenza tra scrittura e oralità). Così il flusso di parole che possono essere dette tra un respiro e l’altro corrisponderebbe all’intervallo tra due assorbimenti d’inchiostro del pennino nel calamaio. Calamaio (contenitore, deposito, ricettacolo), un’altra parola etimologicamente multipla e la cui potenza significante ci permette di percorrere l’asse Platone-Derrida ricorrendo non solo alla <em>figura </em>del porta-impronte ma anche idealizzando una sorta di terra-madre (nutrice) da cui attingere (in cui intingere?) linfa vitale. Alcuni fanno derivare la parola calamaio da <em>kalamrk</em> (in copto significa calamaro) per via del liquido nero in esso contenuto. Non vorrei ricorrere sempre a Nancy, ma ciò che conta nella scrittura è che  “bisogna lasciar correre l’animale nel discorso” (Cfr.<em>Corpus</em>, 1995). Il concetto viene argomentato nella mia ultima produzione scritta a quattro mani con Sonia Caporossi: <em>Le nostre (de)posizioni</em> (in fase di pubblicazione per Bonanno Editore) prendendo come riferimento, tra le varie animalìe, le lepri di Mariangela Guatteri e Corrado Costa, il gallo da combattimento di Gian Ruggero Manzoni, l’ornitorinco di Lorenzo Mari, ma sviluppando anche altre tipologie di animalìe non propriamente letterali e riconducibili ad una sorta di <em>status</em> fenomenologico che investe la struttura significante di uno <em>spessore</em> a metà tra il psicologico e il patologico che, se a prima vista, potrebbe sembrare intriso di una crudeltà idealizzata a <em>modus vivendi</em>, non fa altro che determinare e qualificare l’ordine del discorso. Quello che intendevo, in linea generale, verte proprio su un ordine del discorso mobile e tensivo e la cui animalìa di fondo rappresenta il tramite per il dispiegamento di un concetto che altri non è, ricordando Deleuze, che un ‘immagine di pensiero, una figura che si abbandona nella figura di un qualcosa (o di un qualcuno) che corre all’inseguimento di se stessa o, per meglio dire, che insegue l’immagine di un qualcosa che corre verso la figura di un qualcosa che corre. Non è un gioco di specchi, né riflettente né auto-riflessivo, è un concetto che pretende il suo dispiegamento improduttivo. Ma la domanda è un’altra. Cosa accade quando l’animale invece di correre nel discorso si presenta a noi («viene» a noi) ancor prima che il concetto si manifesti imprimendosi su un supporto? L’animale è nella <em>chōra</em> (calamaio) da cui dobbiamo incamerare l’inchiostro, ci precede temporalmente, è il nostro avo che ci trasmette l’arte da sviluppare informandoci sul carattere originario del mezzo che ci apprestiamo ad usare e di cui sicuramente abuseremo trasferendo una serie di segni. Allora ciò che conta non è solo il primo animale, il serbatoio (calamaio) ma, anche e soprattutto, il <em>supporto</em> che ci permette di svolgere il nostro compito. Chi ci assicura che il rosso delle grotte di Lascaux non fosse ricavato anche da sangue animale? E le pergamene che venivano ricavate da pelle di pecora o di capra? Il lapis di piuma non veniva forse divelto dal derma di un uccello? Ci sono degli animali che si sono sacrificati (ricordate l’istrice derridiano?) per permetterci di lasciar correre il nostro nuovo animale nel discorso, ma……………………… (<strong>incompiuto</strong>, e quindi: <strong>fallace</strong>).</p>
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<p style="text-align: center;"><strong id="alessandra-greco">ALESSANDRA GRECO</strong></p>
<p style="text-align: center;">da <em>NT</em></p>
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<p>Ci sono aperture immediate        che lasciano passare con facilità         altre porte vagliano nient‘altro che fili</p>
<p>sottili come la seta        i più piccoli cambiamenti</p>
<p>e questa continuazi<span style="color: #999999;">one</span></p>
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