<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Claudio Magris &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/claudio-magris/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 09 Oct 2021 16:11:43 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>L’uomo è δεινός</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/10/luomo-e-%ce%b4%ce%b5%ce%b9%ce%bd%cf%8c%cf%82/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/10/luomo-e-%ce%b4%ce%b5%ce%b9%ce%bd%cf%8c%cf%82/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2021 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antigone]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Creonte]]></category>
		<category><![CDATA[sofocle]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Mancuso]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=93251</guid>

					<description><![CDATA[Ho visto riportata su un quotidiano on line una recente breve intervista a Claudio Magris: la prima domanda riguardava la natura umana, cos’è l’uomo? E la risposta dello scrittore triestino è stata che una buona definizione sia quella riportata nel secondo stasimo (coro) dell’Antigone di Sofocle. Questo coro – si ricordi che il ruolo del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Antigone-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-93252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Antigone-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Antigone-150x195.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Antigone.jpg 300w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /></p>
<p>Ho visto riportata su un quotidiano on line una recente breve intervista a Claudio Magris: la prima domanda riguardava la natura umana, cos’è l’uomo? E la risposta dello scrittore triestino è stata che una buona definizione sia quella riportata nel secondo stasimo (coro) dell’<strong>Antigone</strong> di Sofocle. Questo coro – si ricordi che il ruolo del coro nella tragedia greca antica è fondamentale – entra in scena subito dopo che una guardia ha riferito a Creonte, reggente della città di Tebe <em>dalle sette porte</em>, che qualcuno ha dato sepoltura al corpo di Polinice. Ricordo che Antigone, Ismene, Eteocle e Polinice erano tutti figli dello sfortunato Edipo, che  aveva, beninteso non sospettandolo, ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta (sorella di Creonte) dalla quale aveva appunto incestuosamente avuto i quattro suddetti figli. Eteocle si considerava il capo di Tebe, ma il fratello Polinice lo affronta in duello per contendergli il potere. Nel duello entrambi muoiono, ma Creonte, che funge da reggente, ordina di dare tutta la dovuta e onorata sepoltura al corpo di Eteocle e di lasciare invece senza alcun rito funebre quello di Polinice, somma ingiuria e nefandezza per la religiosità greca dell’epoca. (Detto per inciso, ricordate che, quando all’inizio di ottobre del 1993 Borìs Él’cin, strappato il potere a Michail Gorbačëv con un colpo di mano, fece cannoneggiare il parlamento sovietico, che cercava una mediazione, e ordinò di non seppellire i corpi dei nemici uccisi?) Antigone non può tollerare questo trattamento a suo fratello, perché ella antepone la legge eterna degli dèi a quella degli umani – e qui sta tutta la grande forza della tragedia – e quindi si appresta, e riesce, a rimediare allo scempio e a compiere almeno i riti più indispensabili secondo la tradizione sul corpo di Polinice, affrontando così il suo destino di morte (che incontrerà infine assieme al figlio di Creonte).<br />
Dopo dunque l’annuncio della guardia, che peraltro ancora non sa chi abbia compiuto il rito, il coro, composto da vecchi tebani, si interroga sulla natura dell’uomo e le prime parole che pronuncia sono, nella traduzione di Massimo Cacciari, queste: “Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell&#8217;uomo”; vi trascrivo anche l’originale, data la rilevanza del passo:</p>
<blockquote><p>πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου δεινότερον πέλει·</p></blockquote>
<p>la parola su cui va fatta qualche chiarezza è quell’aggettivo greco <em>deinòs</em>, che Cacciari traduce <em>tremendo </em>(mi avvalgo nello scrivere tutto questo di una molto istruttiva chiacchierata con il nostro indiano grecista Daniele, che per queste cose è una sicurezza e che molto ringrazio).<br />
Tutta la questione è la connotazione di quell’aggettivo che non è univoca: l’aggettivo tremendo, usato da Cacciari, può essere usato anche in italiano sia negativamente che positivamente, pensate alla frase “Quel quadro è tremendamente bello”, forse perché nell’etimologia di tremendo ci sta l’idea di tremare e si può tremare di orrore ma anche di grande gioia. Forse è una buona traduzione di <em>deinòs</em>. Tra le numerose traduzioni esistenti vi propongo qui dunque per l’intero coro quella di Massimo Cacciari (Einaudi 2007), che suona così:</p>
<blockquote><p>Strofa 1:<br />
«Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell&#8217;uomo. È lui che oltre il mare canuto procede nella tempesta invernale attraverso i flutti che gli si frangono intorno. È lui che anche la dea suprema tra tutti gli dèi, Gaia, inconsumabile, instancabile, rivoltando violenta anno per anno con gli aratri tirati dalla stirpe equina. </p>
<p>Antistrofe 1:<br />
È lui che cattura con attorte reti gli uccelli dalla mente alata e le fiere selvagge e gli animali del mare. È lui, l&#8217;uomo, capace di pensiero, che ha il potere sulle bestie dei campi e su quelle che vagano sui monti; è lui che aggioga il cavallo crinito e l&#8217;infaticabile toro. </p>
<p>Strofa 2:<br />
È lui che la parola e il pensiero simile al vento ha imparato e l&#8217;impulso che porta alla legge e a fuggire gli strali tremendi dell&#8217;inabitabile gelo sotto l&#8217;etere aperto. Ovunque s&#8217;apre la strada, in nulla s&#8217;arresta. Cosí affronta il futuro. Da Ade solo non ha escogitato scampo, per quanti rimedi abbia inventato a inguaribili mali. </p>
<p>Antistrofe 2:<br />
Oltre ogni speranza e ogni attesa, conosce, fabbrica, inventa, a volte volgendosi al male, altre al bene. Allorché s&#8217;accorda alle leggi della sua terra e alla giustizia giurata degli dèi siede in alto nella città; ma se si macchia di azioni malvagie e sfrontata audacia, della città neppure fa parte. Mai gli sarò commensale, mai avrò animo uguale con chi così agisce.<br />
Ma ecco qualcosa di inaudito, che mi turba. Come dubitare che la giovane che vedo sia Antigone? O sventurata figlia di Edipo, che accade? Non sei tu che trascinano, dopo averti catturata mentre, pazza, disobbedivi ai decreti reali? »</p></blockquote>
<p>Per curiosità, su un <a href="http://old.liceogalvani.it/download_file.php?id=20780">vecchio sito</a> del liceo Galvani di Bologna ho poi trovato un interessante breve elenco di piuttosto diverse traduzioni di quei primi due versi che contengono l’aggettivo <em>deinòs </em>e il suo comparativo <em>deinόteron</em>, elenco che vi copio qui, con tra parentesi il traduttore, o la traduttrice:</p>
<blockquote><p>“Molte sono le meraviglie ma nulla è più portentoso dell’uomo.”  (C. Sbarbaro)<br />
“Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell’uomo nulla, vedi, è tremendo.”  (G. Lombardo Radice)<br />
“L’esistere dell’uomo è uno stupore infinito, ma nulla è più dell’uomo stupendo.” – (E. Cetrangolo)<br />
“Pullula mistero. E nulla più misterioso d’uomo vive.” (E. Savino)<br />
“Molti sono i prodigi e nulla è più prodigioso dell’uomo.”  (F. Ferrari)<br />
“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo.”  (R. Cantarella),</p></blockquote>
<p>in molte delle quali, come vedete, si perde la voluta ambiguità della connotazione.<br />
Aggiungo che la citata traduzione di Giuseppina Lombardo-Radice si trova nella bellissima, ma ormai credo dismessa, collana Einaudi STS (scrittori tradotti da scrittori) nella quale il traduttore principale è Friedrich Hölderlin, che usa nella sua versione l’aggettivo tedesco <em>ungeheuer</em>, che, a quanto ho potuto vedere in vari vocabolari, mantiene l’ambiguità di <em>tremendo</em>.</p>
<p>Da questa lettura mi pare di intendere quello che Magris intendeva: l’uomo è qualcosa che va al di là del “normale” nella natura, è qualcuno in grado di intervenire pesantemente su molti dei suoi elementi, nel bene e nel male, appunto. E infine tutto questo giro di pensieri mi ha richiamato alla mente una recente lettura che considero molto interessante e istruttiva, e cioè <em>La nazione delle piante</em> di Stefano Mancuso (Laterza, 2019), nella quale il ruolo di <em>homo sapiens</em> nella natura esterna a lui viene ben analizzato e assai ridimensionato rispetto all’idea comune che è l’uomo il padrone della natura, del pianeta Terra e comunque di tutto quanto conosciamo. L’uomo, chiamando appunto “sapiens” la sua specie del genere <em>homo</em>, non ha fatto che rimarcare la propria presunzione.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/10/luomo-e-%ce%b4%ce%b5%ce%b9%ce%bd%cf%8c%cf%82/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ride il mare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/15/mare-che-ride/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/15/mare-che-ride/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2019 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[carlo michelstaedter]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Eschilo]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriello Chiabrera]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Foscolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=77833</guid>

					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Dev’essere quando viene su un bel vento gagliardo e le onde formano quelle creste bianche spumose, che si immagina un dilagante sorriso, tanto che la letteratura ne è così variamente costellata. Prendete ad esempio una delle più intense tragedie di Eschilo, Il prometeo legato, nel quale si narra con grande forza drammatica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<figure id="attachment_77847" aria-describedby="caption-attachment-77847" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" class="size-medium wp-image-77847" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante-768x430.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante-1024x573.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mare-scintillante.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-77847" class="wp-caption-text">Calm glittering sea and cloudless sky.</figcaption></figure>
<p>Dev’essere quando viene su un bel vento gagliardo e le onde formano quelle creste bianche spumose, che si immagina un dilagante sorriso, tanto che la letteratura ne è così variamente costellata. Prendete ad esempio una delle più intense tragedie di Eschilo, <em>Il prometeo legato</em>, nel quale si narra con grande forza drammatica la pena che Prometeo deve subire per aver regalato il fuoco all’umanità: l’essere legato ad una rupe della lontana Scizia con un’aquila che gli rode il fegato ogni giorno. L’entrata in scena di Prometeo, dopo che è stato assicurato alla roccia da Efesto, che esegue gli ordini di suo padre Zeus, comincia così:</p>
<blockquote><p>ὦ δῖος αἰθὴρ καὶ ταχύπτεροι πνοαί,<br />
ποταμῶν τε πηγαί, ποντίων τε κυμάτων<br />
ἀνήριθμον γέλασμα, παμμῆτόρ τε γῆ,<br />
καὶ τὸν πανόπτην κύκλον ἡλίου καλῶ.<br />
ἴδεσθέ μ᾽ οἷα πρὸς θεῶν πάσχω θεός.</p></blockquote>
<p>Ovvero:</p>
<blockquote><p>O volta del cielo splendente e venti dalle rapide ali, sorgenti dei fiumi, sorriso infinito di onde marine – e terra, che d’ogni cosa sei madre e sole, occhio onniveggente io vi supplico, guardate quali dolori soffro per opera degli dèi, io, che pure sono un dio. [vv. 88-92].</p></blockquote>
<p>Ho scoperto questo passo perché lo cita Nietzsche nella <em>Gaia scienza</em>, quando, nella parte iniziale, parla molto del riso, in polemica con tutti quelli che ritengono che ci siano cose, come il destino dell’individuo, delle quali non si possa ridere, e che negano che invece tutti gli atti dell’umanità siano in favore della specie e non dell’individuo. Ecco il testo:</p>
<blockquote><p>   È innegabile che alla lunga il riso e la ragione e la natura l’abbiano avuta vinta, fino ad oggi, sopra ciascuno di questi grandi teorici del fine: in conclusione la breve tragedia trapassò e regredì sempre nell’eterna commedia dell’esistenza, e «le onde di un innumere riso», per dirla con Eschilo, devono pur sempre in definitiva spazzar via anche i più grandi di questi tragedi. [ed. Adelphi 1989, p. 35]. </p></blockquote>
<p>Ma tra Eschilo e Nietzsche ci sono numerosi altri esempi. Qui ne cito due piuttosto diversi, il primo appartenente al più puro classicismo barocco della letteratura italiana, che oggi naturalmente fa sorridere molto, ma che tuttavia è l’espressione di un’epoca. Alludo al poeta Gabriello Chiabrera (Savona 1552-1638) che in una delle sue più famose liriche, <em>Belle rose porporine</em>, così scrive:</p>
<blockquote><p>Quando avvien che un zefiretto<br />
    per diletto<br />
    bagni il piè nell’onde chiare,<br />
    sicché l’acqua in sull’arena<br />
    scherzi appena,<br />
    noi diciam che ride il mare. </p></blockquote>
<p>Ecco qua che il mare ride, senza alcun dramma stavolta, solo scherzo e gioco, mentre invece, con ben maggiore intensità, il sorriso è legato al mare in uno dei più bei sonetti foscoliani, <em>A Zacinto</em>, che molti di noi certo ricordano dai banchi di scuola:</p>
<blockquote><p>Né più mai toccherò le sacre sponde<br />
    ove il mio corpo fanciulletto giacque,<br />
    Zacinto mia, che te specchi nell’onde<br />
    del greco mar da cui vergine nacque</p>
<p>    Venere, e fea quelle isole feconde<br />
    col suo primo sorriso, . . .</p></blockquote>
<p>Qui in verità sembra essere Venere che sorride, tuttavia ella sta sorgendo per l’appunto dal mare ed è ancora un tutt’uno con esso.</p>
<p>E nella disincantata letteratura contemporanea, c’è ancora qualcuno che si cimenta con queste metafore apparentemente desuete? Certo che sì, naturalmente, probabilmente molti, in almeno uno dei quali mi sono imbattuto nelle mie recenti letture: si tratta di uno dei più intensi scritti di Claudio Magris, <em>Un altro mare </em>(Garzanti 1991), a metà tra il romanzo e la rievocazione appassionata della vita di Enrico Mreule, uno dei due amici veri di Carlo Michelstaedter: Enrico intraprende un lungo viaggio in nave alla volta dell’America Latina, dove trascorrerà molti mesi. Durante questo viaggio, il 17 ottobre 1910, Michelstaedter, il giorno prima di andare a Firenze a discutere la sua tesi di laurea, si sparerà un colpo in testa. Ma la nave che porta Enrico lontano prosegue imperterrita il suo viaggio aprendo con la sua prua il mare che subito si chiude dietro di lei. Sentite Magris:</p>
<blockquote><p>    Su quella nave che ora fila nell’Atlantico, Enrico sta correndo per correre oppure per arrivare, per aver già corso e vissuto? Lui, veramente sta fermo; già quei pochi passi fra la cabina, il ponte e la sala da pranzo gli sembrano sconvenienti nella grande immobilità del mare, sempre uguale al suo posto intorno alla nave che pretende di solcarlo, mentre l’acqua indietreggia per un attimo e subito si richiude. La terra sopporta materna l’aratro che la squarcia, ma il mare è un grande riso inattingibile, niente vi lascia segno; le braccia che nuotano non lo stringono, lo allontanano e lo perdono, lui non si dà.</p></blockquote>
<p>(ediz. 2014, pp. 14-15) “È Carlo che ha detto così”, aggiunge Magris, alludendo alle prime pagine de <em>La persuasione e la retorica</em>, l’opera più nota e importante di Michelstaedter, appunto la sua tesi di laurea, ma quando questi parla del mare non parla di sorrisi, ma disperatamente sottolinea che il mare è “altro da sé”: ““Ma ora che sono sul mare, “l’orecchio non è pieno d’udire” e la nave cavalca sempre nuove onde e “un’ugual sete mi tiene” : se mi tuffo nel mare, se sento l’onde sul mio corpo – ma dove sono io non è il mare . . .”” (Adelphi 1982, p. 40, M. cita da Qoèlet 1.8).</p>
<p>La prossima estate guardate il mare mosso nella gloria del sole: lo vedrete con altri occhi e vi sorriderà.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/15/mare-che-ride/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sulla scogliera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/07/26/sulla-scogliera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2018 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Barcola]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=74877</guid>

					<description><![CDATA[di Claudio Magris (riporto qui una delle &#8220;istantanee&#8221; scritta da Claudio Magris nel 2009, ma quanto mai attuale sul tema migranti. a.s.) Sulla riviera di Barcola, a Trieste. Si fa per dire, riviera; una sottile striscia di scogli, spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, acqua subito profonda, sulla riva tamerici [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Magris</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" class="alignleft size-medium wp-image-74878" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
(riporto qui una delle &#8220;istantanee&#8221; scritta da Claudio Magris nel 2009, ma quanto mai attuale sul tema migranti. a.s.)</p>
<p>Sulla riviera di Barcola, a Trieste. Si fa per dire, riviera; una sottile striscia di scogli, spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, acqua subito profonda, sulla riva tamerici spumose come onde, un orizzonte marino vasto e aperto, che nell&#8217;infanzia dava il senso dell&#8217;immensità oceanica, in un&#8217;educazione sentimentale in cui s&#8217;imparava una volta per tutte il legame fra l&#8217;eros e il mare. Quella gente in costume da bagno, non in uno stabilimento né su una vera spiaggia, ma alle porte della città e quasi già in città, dà un&#8217;impressione di vita persuasa e goduta. </p>
<p>Trieste non è solo crocevia tra Est e Ovest, come recita la sua didascalia, ma pure fra Nord e Sud, fra la malinconia scandinava di certi tramonti d&#8217;inverno e la vitalità meridionale dell&#8217;estate. In fondo al golfo, dove le acque italiane divengono slovene e poi croate, si vedono il duomo di Pirano, la plurisecolare orma del leone di San Marco nell&#8217;Istria, e più avanti Punta Salvore, col suo faro e i suoi pini nel vento. La popolazione che da maggio a ottobre arriva ogni giorno su quella scogliera di Barcola è abitudinaria; per tacita convenzione, ognuno di noi ha il suo posto sulla riva, genericamente rispettato dai vicini, con cui s&#8217;intrattengono rapporti garbati ma senza prendersi né dare confidenza. Ogni tanto aleggia, annunciata sui giornali, la minaccia di divieti, piani regolatori, costruzioni di stabilimenti a pagamento o di porticcioli turistici, minaccia finora ogni volta sventata da pugnaci lettere inviate alla stampa e alle autorità dagli uomini di penna, numerosi e assidui fra quei bagnanti, e da proteste che arrivano da triestini residenti da anni a New York o ad Adelaide ma non dimentichi di quella scogliera. Le autorità, a dire il vero, dimostrano di comprendere che quella libertà di tocio ossia di tuffo è un bene pubblico, una buona qualità di vita collettiva, e si preoccupano delle docce gratuite e delle tamerici. Qualche anno fa la scogliera era salita alla ribalta delle cronache grazie a un annegato, il cui corpo riportato a riva e coperto da un lenzuolo era rimasto a lungo in mezzo ai bagnanti che avevano continuato tranquillamente a prendere il sole accanto a lui, in quella familiare indifferenza della vita per la morte che la grande e rovente luce dell&#8217;estate rende ancora più spietata. Il telo che lo copriva sembrava non tanto un rispetto per lui e per l&#8217;inviolabile, universale mistero che gli era accaduto e in cui egli era entrato, quanto un riguardo verso i bagnanti, perché non fossero turbati dall&#8217;intollerabilità e dall&#8217;impudenza della morte. Solo un bambino guardava incuriosito quella sagoma a terra, forse senza capire bene cosa fosse successo, come un cane che fiuti qualcosa di ignoto. Pochi gli schiamazzi, rari i disturbi alla quiete pubblica. Una madre redarguisce il figlio, un bambino di quattro o cinque anni che gioca con un&#8217;incantevole coetanea — nera come l&#8217;ebano, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si sono sistemati un po&#8217; più lontano — sparando con una pistola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protesta, dicendo che allora bisogna rimproverare pure la bambina. &#8220;Quale bambina?&#8221; chiede la madre, che non la vede perché si è nascosta dietro un albero. &#8220;Quella che parla che non si capisce niente,&#8221; risponde lui, evidentemente colpito dal fatto che la piccola chiami le cose in modo per lui incomprensibile e un po&#8217; arrabbiato di scoprire che esse possano avere altri nomi. </p>
<p>Non gli passa per la mente di identificarla con il colore della sua pelle, che pure spicca nettamente anche accanto all&#8217;abbronzatura dei bagnanti; quella differenza dí colore, che in altre situazioni avrebbe potuto e forse potrebbe ancora provocare separazione e segregazione, è irrilevante rispetto alla differenza tra l&#8217;italiano e il tedesco. Neppure quest&#8217;ultima, peraltro, ha il potere di separarli, perché, appena riapparsa la bambina nel frattempo debitamente ammonita (in tedesco) dai suoi genitori, i due riprendono subito a rincorrersi e a spruzzarsi, ignari di aver tenuto una bella lezione sulla diversità e sull&#8217;identità, temi del resto cari anche ai convegni cultural-balneari così frequenti sulle spiagge estive, almeno quelle un po&#8217; più eleganti della scogliera di Barcola.<br />
10 agosto 2009<br />
[da C.M., <em>Istantanee</em>, La nave di Teseo, Milano 2016, pp. 95-98]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Les nouveaux réalistes: Alberto Bile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/25/les-nouveaux-realistes-alberto-bile/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/25/les-nouveaux-realistes-alberto-bile/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jun 2018 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Bile]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[david foster wallace]]></category>
		<category><![CDATA[marino niola]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Terzani]]></category>
		<category><![CDATA[Un'idea di destino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=74496</guid>

					<description><![CDATA[Smarrirsi: quando lo smartphone sostituisce il destino di Alberto Bile &#160; «Sono scappato a Honk Kong col primo idrovolante su cui son riuscito a salire, alle 3.45, e mi son messo a letto coprendomi bene per non farmi assaltare dai fantasmi, con una domanda in testa a cui non riesco a trovare risposta: che cos&#8217;è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74497" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/5-conseils-pour-garder-ses-valises-en-sécurité-1.jpg" alt="" width="263" height="327" />Smarrirsi: quando lo smartphone sostituisce il destino</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alberto Bile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Sono scappato a Honk Kong col primo idrovolante su cui son riuscito a salire, alle 3.45, e mi son messo a letto coprendomi bene per non farmi assaltare dai fantasmi, con una domanda in testa a cui non riesco a trovare risposta: che cos&#8217;è una città? Le case? La luce? I cammini che ci si sono fatti come le linee del destino sul palmo di una mano? O la memoria che si ha delle emozioni che ci si sono avute? Forse le fantasie che il solo nome suscita ancor prima di esserci stati? [&#8230;] E tu dove hai la tua stella? In quale memoria trovi il tuo orientamento? Dove la tua sicurezza? A quale immagine di città ricorri quando vuoi sapere chi sei? Quando vuoi trovare la forza di sentirti diversa dal montare della marea altrui?». Così Tiziano Terzani in una lettera alla figlia (<em>Un&#8217;idea di destino, </em>Longanesi, 2014). Ora, nei nostri viaggi, sul palmo della mano più che il destino abbiamo uno smartphone, un telefono intelligente. L&#8217;immagine della città in esso contenuta stenta tuttavia a dirci chi siamo, e la marea altrui ci travolge altissima. Finiamo anzi per farne parte.</p>
<p>Il problema non sono cellulari e <em>app</em> di per sé, ci mancherebbe. Chi scrive ne ha fatto e fa uso in diverse fasi del viaggio. Il problema è che possono prendere il sopravvento e l&#8217;iperconnessione può snaturare il senso del partire. Non siamo educati alla tecnologia e non ne capiamo i rischi: cosa guadagniamo e cosa perdiamo. Non c&#8217;è un foglio illustrativo che menzioni tempo sprecato e solitudine, e che ci parli del senso di vuoto di arrivi in hotel con connessione immediata al wi-fi, invece di posare le valigie, affacciarci alla finestra e andare. Fotografiamo il mare in tempesta prima di farne parte. Accogliamo esultanti ogni nuova connessione, ma è comunque su un piccolo schermo, magari acceso di notte: illumina gli sguardi spiritati di ragazzi nei letti a castello, in un ostello che ha gli spazi comuni semivuoti, birre che meriterebbero di essere stappate, amache da dondolare e linguaggi da esplorare.</p>
<p>Nell&#8217;ultimo “Album Viaggi” de «<em>la Repubblica</em>», nell&#8217;articolo <em>Nessuna mappa né conoscenza, l&#8217;app ci guiderà, </em>Marino Niola scrive: «Ormai non servono più né cartine né senso dell&#8217;orientamento, né esperienza né conoscenza, né organizzazione né preparazione». Non servono a cosa? Occorre metterci d&#8217;accordo sull&#8217;obiettivo del viaggio: se è muovere il nostro corpo in luogo altro, allora è vero, non servono a niente. Se invece è conoscere e rigenerarci, tutto ciò è ancora indispensabile. Altrimenti il viaggio diventa una specie di “Pokemon Go”, una realtà virtuale aumentata, dove inseguiamo, acchiappiamo e passiamo oltre. Una processione di gente accartocciata su uno smartphone e non un cammino che drizza la schiena, alza le antenne e spalanca gli occhi e le narici.</p>
<p>La pallina che si muove su una mappa disseminata di stelle sarà anche a volte utilissima, ma il rischio è di essere solo pedoni su una scacchiera di percorsi consigliati. È l&#8217;emozione della scoperta a venir meno, se non in forma di imitazione e di sentire obbligato: possiamo arrivare più velocemente possibile alla stella (ma può mai essere lei quella cercata da Terzani?), inanellare una dopo l&#8217;altra le giostre della città luna park, possiamo farlo, certo, ma possiamo anche spegnere il cellulare, chiedere indicazioni in un negozio di alimentari, restare a parlare due ore di musica, uscire con una busta di caffè verde che non ci serve a niente. Possiamo, come invoca Claudio Magris ne <em>L&#8217;infinito viaggiare</em> (Mondadori, 2017), «viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai»<em>.</em></p>
<p>Non consumare, ma immaginare e poi interpretare un luogo. Attendere, fantasticare. Masticare entusiasmo e timore. E, una volta arrivati, perché no, annoiarci pure. «Benevola noia, protettrice insignificanza», per dirla sempre con Magris. Foriera di intuizioni e incontri risolutivi. Starcene a guardare, sentire di perdere il tempo. Invece di riempire il vuoto fissando lo schermo tentatore, passare dalla sospensione all&#8217;azione, dal silenzio alla conversazione inattesa con i compagni di viaggio. Alzarci di scatto e fare una scelta indimenticabile. Trovarci a giocare a calcio in piazza con bambini colombiani, e segnare tre gol. Scoprire la musica portoghese da un vecchio juke-box. Fingere di essere assistenti di Tony Renis per poter entrare negli <em>studios</em> di Abbey Road (ma questa è un&#8217;altra storia).</p>
<p>Un luogo è molto più di un safari. È molto più di tre o quattro stelline di valutazione o di un hashtag. Persi tra reporter e blogger che dei loro viaggi sanno raccontarci solo un selfie e un sorriso smagliante (centinaia di like, consenso facile, un enorme “embè?” a spazzarli via) dimentichiamo di essere un paese di grandi raccontatori. Così Renzo Biasion in <em>Sagapò </em>(Einaudi, 2014): «Sulla passeggiata, nella parte della città rimasta intatta, tutto era come prima. Le donne camminavano allacciate ai loro amanti, reclinando la testa sulla loro spalla. Bambini, ignari, giocavano. Un vecchio seduto su una panchina fumava lento, assaporando con delizia ogni boccata di fumo. Le donne erano tanto belle, pulite, coi capelli lucidi, lunghi, abbandonati sulle spalle». Che cosa c&#8217;è in una passeggiata! Capiamo ancora che i bambini sono “ignari”, sentiamo anche noi la delizia del fumo lento? Cerchiamo donne belle solo in foto.</p>
<p>Niola saluta l&#8217;arrivo delle app che ci permettono «di cercare anime sorelle, desiderose di condividere la nostra erranza»<em>. </em>Ma allora cosa rimane dell&#8217;erranza? Cos&#8217;ho in comune con queste anime sorelle, se non una certa ansia? Intento come sono a cercarle con un dito sullo schermo, a scorrere il catalogo delle autorappresentazioni, non troverò nessun&#8217;anima sorella, né alimenterò la mia con conversazioni da treno, ricordi d&#8217;infanzia e sogni.</p>
<p>Infine, propone Niola, «se poi sentiamo la mancanza delle persone che fanno parte del nostro quotidiano materiale e virtuale, c&#8217;è la possibilità di ricevere un alert [&#8230;] che ci avverte se un conoscente, un amico o un nostro contatto è in giro negli stessi giorni e dalle stesse parti». Per amor di Dio! Non è meglio dimenticare per un po&#8217; il nostro quotidiano (materiale e ancor di più virtuale), senza esserne prigionieri? Possiamo cambiare identità, in viaggio: ci rendiamo conto? Possiamo fingerci dj, scrittori maledetti. Possiamo tuffarci nel nuovo, e tornare un po&#8217; nuovi anche noi, nel quotidiano.</p>
<p>L&#8217;anno scorso a Parc Guell, circondato da schiavi del selfie che non guardavano dov&#8217;erano, da allucinanti pose da sfilata di moda, osservavo un agente della Security con l&#8217;impossibile speranza di un suo intervento, un sequestro di cellulari. L&#8217;applicazione di un decreto legge che fissa un tetto alle foto, che proibisce quelle con autori inclusi. In un futuro ipotetico di selfie vietati, vuoi vedere che molti non troverebbero più ragioni per viaggiare? In quanti accetterebbero di confrontarsi con genti nuove, invece di condividere affannosamente con la nebulosa virtuale di conoscenze vecchie?</p>
<p>E invece siamo pronipoti di “Capitan Video”, il crocerista maniaco della telecamera ritratto nel 1997 da David Foster Wallace in <em>Una cosa divertente che non farò mai più </em>(Minimum Fax, 2010): «La registrazione magnetica dell&#8217;esperienza in crociera extralusso di Capitan Video deve essere una di quelle cose noiosissime alla Andy Warhol, di lunghezza esattamente pari alla crociera […] La gente mostra una tolleranza sorprendente verso Capitan Video, almeno fino alla terzultima sera, durante la Scorpacciata Caraibica di Mezzanotte in piscina, quando fa irruzione nel trenino conga e cerca di cambiarne la direzione in modo da riprenderlo al meglio; e a quel punto c&#8217;è una specie di incruenta ma irritata sommossa contro Capitan Video, che mostra uno sguardo offeso per il resto della crociera, mentre riordina e cataloga i suoi nastri».</p>
<p>La rivolta ha avuto vita breve. Adesso, tra tanti “Capitan App”, il trenino conga stenta a partire, e se parte è irriconoscibile: tutti sembrano più intenti a riprenderlo e a dargli un voto che a divertirsi. E poi è un trenino già ampiamente previsto, se ne conoscono i componenti da settimane. Non vale quanto quello dell&#8217;altra nave da crociera, il viaggio altrui che scorre sullo schermo.</p>
<p>E ci smarriamo smarriti, tra la gente che non sa smarrirsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/25/les-nouveaux-realistes-alberto-bile/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>diventare Fabrizio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/06/diventare-fabrizio/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/06/diventare-fabrizio/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2013 07:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[diventare se stessi]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Centofanti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47071</guid>

					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Voglio parlare di Diventare se stessi di Fabrizio Centofanti (Effatà editrice, 2013, 173 pagine, € 12), perché è un libro che mi ha preso per mano e mi ha condotto alla fine senza permettermi di distrarmi e nello stesso tempo senza mai darmi un punto fermo, a cui attaccarmi; sì, qualche frase [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Fabrizio-Centofanti.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Fabrizio-Centofanti.jpg" alt="Fabrizio Centofanti" width="300" height="225" class="alignleft size-full wp-image-47072" /></a><br />
Voglio parlare di <em>Diventare se stessi</em> di <strong>Fabrizio Centofanti</strong> (Effatà editrice, 2013, 173 pagine, € 12), perché è un libro che mi ha preso per mano e mi ha condotto alla fine senza permettermi di distrarmi e nello stesso tempo senza mai darmi un punto fermo, a cui attaccarmi; sì, qualche frase isolata buttata lì senza parere, ma che dice molto più di quel che sembra, e invece un continuo inseguimento di sé, mai davvero raggiunto. Sono passati otto anni da quando lessi <em>Alla cieca</em>, di <strong>Claudio Magris</strong> (Garzanti, 2005), ma questo libro di Fabrizio me l’ha fatto ricordare. Con tutte le differenze del caso, naturalmente, anche rispetto alla mole del lavoro, ma anche in quel caso, arrivato furiosamente alla fine, mi chiesi perché non andava avanti, perché non mi trasportava ancora un po’ più in là.</p>
<p>Tra le righe Fabrizio parla della sua adolescenza, di una problematica giovinezza, della vocazione sacerdotale, della figura di don Mario Torregrossa ― il parroco di S. Carlo da Sezze di Acilia (RM), che il 24 novembre del 1996 fu gravemente ustionato per opera di uno squilibrato ― che per la vita di Fabrizio ebbe un’importanza vitale, ma ne parla con uno stile e una leggerezza davvero uniche. Sono 84 capitoli, ciascuno di una pagina, una e mezza, lampi di delirio nei quali lo scavo nella memoria del proprio passato è continuo, spudorato e impietoso.</p>
<p>Apro a caso e vi copio qui il <em>cap. 26</em>:</p>
<blockquote><p>«Il marinaio<br />
L’adolescenza è un magma di sensazioni senza capo né coda: vuoi essere tutto e non sei nulla. Resti il bambino timido con la paura di sbagliare, e nello stesso tempo ti scopri una specie di playboy di cui s’innamorano tutte le ragazze; stacanovista, curvo sui libri un pomeriggio intero, e studente cui basta niente per distrarsi: un libro di racconti lasciato lì per caso, la copertina glamour con la donna che ti guarda sorridendo, il film di Zorro che comincia tra poco alla TV. Sei sempre lo stesso, e cambi ogni minuto. Adesso vai da Massimo, il compagno di classe che abita di fronte a casa tua; seduti al tavolo rotondo, scrutate un rettangolo di cartone rigido, con un perimetro di caselle colorate e otto percorsi interni, grigi, di forma disuguale. Devi decidere gli obiettivi che hai intenzione di raggiungere: Soldi, Fama e Felicità; attribuire a ognuno un valore numerico, in modo che la somma sia sessanta. Un guaio per te, che prendi sul serio pure i giochi. Scegliere tra le carriere, poi, è ancora più penoso: astronauta? politico? attore? marinaio? Professore universitario: è questa, per uno come te, la strada più indicata per ottenere la dose giusta di fama e di felicità. Già ti vedi nei corridoi della Sapienza, con l’ordinario che ti stringe la mano e Alexandra che ti squadra con l’espressione da regina egizia, sempre abbronzata, l’aria complice di chi è uscita con te la sera prima, nelle vie del centro, ascoltando rapita il Romeo e Giulietta di Tchaikovsky. Non lo conoscevo. Non mi dire! Lo trovo straordinario. Sorride; non capisci mai se sia il momento di piazzare la frase galeotta, o se saresti fulminato dallo sguardo aristocratico e la vedresti uscire, offesa, dalla macchina. Non è come le altre: ha scritto libri, tenuto lezioni in aula magna, conosce professori prestigiosi, anche parigini, e tu pensi di poterla conquistare con un semplice Tchaikovsky? È l’unica capace di tenerti in soggezione: non trovi il coraggio di farle una carezza, di avvicinare le labbra alle sue labbra regali. Pensa se, poi, lo riferisse al titolare: ci ha provato, direbbe, in via Ripetta; mi ha sussurrato a tradimento, con l’occhio di triglia: non senti qualcosa pure tu? Ma io gli ho riso in faccia; ci vuol altro per una come me. Il professore ti osserva in modo strano: dice che sì, sognare è. bello, ma bisogna pestare, pestare; e a te vengono in mente la cicala, il cedro, l’orario di lavoro, e ti chiedi se al mondo esistano davvero i trenta punti di felicità che hai scelto come tuo obiettivo. Massimo ti guarda con aria rassegnata, coi dadi in mano, che sta cercando di passarti da mezz’ora. Ho cambiato idea, gli dici, voglio fare il marinaio.»</p></blockquote>
<p> È fatto di brandelli di esperienza del corpo vivo dell’autore, questo libro, che non cerca applausi, non ammicca, si piazza lì davanti a te lettore e dice, beh, a me è successo così, e a te, lettore, cosa succede, qual è la tua storia, ti ricordi come sei diventato quello che sei adesso?<br />
Fabrizio ha scritto molto, basta guardare <a href="http://www.ibs.it/libri/centofanti+fabrizio/libri+di+fabrizio+centofanti.html">qua</a>, perché mi pare abbia la scrittura nel sangue, così come ha nel sangue la capacità di relazione, e riesce forse a conciliare, cioè a trovare il tempo sia per la scrittura che per il suo defatigante lavoro di parroco, perché pratica entrambi con la stessa stupefacente intensità.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/06/diventare-fabrizio/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>ADIEU, VENISE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/adieu-venise/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/adieu-venise/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 11:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Battiato]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[Bernardo Bertolucci]]></category>
		<category><![CDATA[Burri]]></category>
		<category><![CDATA[Carmassi]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Augias]]></category>
		<category><![CDATA[Dalla]]></category>
		<category><![CDATA[dario fo]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Severino]]></category>
		<category><![CDATA[Ennio Morricone]]></category>
		<category><![CDATA[ermanno olmi]]></category>
		<category><![CDATA[Esposizione internazionale d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Fazio]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Bandini]]></category>
		<category><![CDATA[Ferzan Ozpetek]]></category>
		<category><![CDATA[franco loi]]></category>
		<category><![CDATA[Furio Colombo]]></category>
		<category><![CDATA[Gene Gnocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Letta]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio agamben]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Pressburger]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Clair]]></category>
		<category><![CDATA[joseph beuys]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Zoderer]]></category>
		<category><![CDATA[Josip Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[Luciana Littizzetto]]></category>
		<category><![CDATA[marina ripa di meana]]></category>
		<category><![CDATA[mimmo calopresti]]></category>
		<category><![CDATA[monica ferrando]]></category>
		<category><![CDATA[Morgan]]></category>
		<category><![CDATA[padiglione Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Giorgi]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Pozzessere]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele La Capria]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Vlad]]></category>
		<category><![CDATA[sandro bondi]]></category>
		<category><![CDATA[Savinio]]></category>
		<category><![CDATA[sebastiano vassalli]]></category>
		<category><![CDATA[sgarbi]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Lacasella]]></category>
		<category><![CDATA[Tahar Ben Jelloun]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[toni servillo]]></category>
		<category><![CDATA[Tonino Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Tullio De Mauro]]></category>
		<category><![CDATA[valerio magrelli]]></category>
		<category><![CDATA[venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimir Luxuria]]></category>
		<category><![CDATA[walter siti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40058</guid>

					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Visitare il Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia organizzato da Vittorio Sgarbi è un’esperienza abissale, nel senso che ci conduce nell’abisso della situazione intellettuale e artistica contemporanea, di cui l’Italia è un’avanguardia ormai riconosciuta in tutto il mondo. L’idea di Vittorio Sgarbi è stata quella di invitare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg" alt="" title="il-risveglio-di-primavera1-300x226" width="300" height="226" class="alignnone size-full wp-image-40059" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Visitare il Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia organizzato da Vittorio Sgarbi è un’esperienza abissale, nel senso che ci conduce nell’abisso della situazione intellettuale e artistica contemporanea, di cui l’Italia è un’avanguardia ormai riconosciuta in tutto il mondo.<br />
L’idea di Vittorio Sgarbi è stata quella di invitare più di 250 uomini e donne di cultura a scegliere un’opera di un artista italiano vivente e poi di riunire, o meglio, di ammassare in un unico spazio, le Corderie dell’Arsenale, tutte le opere, intitolando l’esposizione <em>L’arte non è cosa nostra</em>.<br />
Credo che, se stiamo al titolo e alla disposizione della mostra, i due intenti maggiori del curatore siano stati in primo luogo affermare che l’arte non è qualcosa che appartiene alla mafia dei critici d’arte, dei galleristi e dei collezionisti, ma a tutti gli uomini e donne di buona cultura e di buona volontà, e, in secondo luogo, che le opere d’arte, private di un giudizio critico in grado di definire una qualsiasi gerarchia di valori, possono essere collocate alla rinfusa, come qualsiasi altra merce, in un deposito.<span id="more-40058"></span><br />
La giustificazione del curatore alla morale del deposito è stata, riassumendo, la seguente: che cos’è la vita se non caos? E l’arte non è forse l’espressione del caos della vita? E che cosa fanno quei mafiosi di curatori, critici d’arte e galleristi se non mortificare la vitalità degli artisti innalzando loro dei peana in quella specie di cimiteri che sono diventati i musei? E poi chi ha detto che abbiamo bisogno che qualcuno ci ponga degli aut-aut? La sola morale della vita contro la morte è la morale del deposito, la morale, ha dichiarato Vittorio Sgarbi, dell’«et-et», che è la morale della nostra babele linguistica e culturale –  dell’integrazione e non dell’esclusione –  del nostro mondo post-comunista e post-industriale che ha abbattuto tutte le frontiere del sesso, del’età, della religione, dei costumi, della storia, delle civiltà&#8230; Insomma, la morale del Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia è la morale della vita e del caos al tempo della morte della nozione di opera, che per sua stessa natura è un cosmo o, almeno, un tentativo di dare una forma al caos della vita. </p>
<p>***</p>
<p>La morale del deposito mi sembra celebrare lo <em>status quo</em>. Perciò non è affatto provocatoria, ma retorica. Non è affatto “reazionaria”. Non reagisce al presente, ma lo assume come paradigma: è la morale del presente assoluto. Infatti, che cosa c’è oggi di più culturalmente paradigmatico di un enorme spazio – vedi database, vedi enciclopedia digitale –, dove si affastellano centinaia e centinaia di quadri e installazioni in modo tale che nessuna opera singola possa essere distinta, separata dalle altre e diventare così degna di essere contemplata?<br />
Siamo al paradosso: un celebre critico e storico dell’arte, il curatore del Padiglione Italia Vittorio Sgarbi, organizza una mostra al fine di sottrarla alla critica (<em>krinein</em> significa discernere, separare e non giudicare) e perciò alla Storia. Come possiamo dare valore a un’opera se non la collochiamo in una continuità storica? E come possiamo collocare un’opera in una continuità storica se azzeriamo la nostra capacità critica di separarla dal flusso di tutte le altre, se non riusciamo a distinguere l’insignificante dall’essenziale?<br />
A meno che – ed è ciò che il curatore insinua allestendo il suo Padiglione Italia della Biennale come un grande deposito – lo storico e il critico d’arte abbiano già da tempo abbandonato la loro funzione di custodi del discernimento e si siano arresi all’ipertrofia della produzione artistica, all’arte ridotta a <em>décor</em>, a ornamento dell’essere, a tappezzeria dello sguardo turistico, a sfondo pubblicitario o a <em>location</em> per un’umanità di comparse che pagano il biglietto soltanto per rivedersi, una volta tornate a casa, come attori e attrici protagonisti sui loro grandi schermi al plasma.<br />
A meno che a nessuno, neppure ai critici e agli storici dell’arte, e in particolare al curatore del Padiglione Italia della Biennale, importi più un fico secco dell’arte. Perché un’opera d’arte è qualcosa di complesso e denso. E lo è in funzione anche dei suoi confini. L’opera è una <em>potenza di potenze</em> che, grazie alla sua concentrazione in uno spazio specifico, sprigiona un’immensa energia. Ora questa energia è diversa da quella di un semplice atto, uno di quegli innumerevoli gesti che compiamo perfino senza accorgercene. L’opera è un atto potente di potenzialità, allo stesso tempo deliberato e oscuro, che viene dal passato e chiede futuro. Ora, come si può accogliere la potente potenzialità di un’opera, la sua richiesta di passato e di futuro, se la morale che presiede alla sua esposizione è quella del deposito, della mancanza di confini, dell’ipertrofia e del presente assoluto?</p>
<p>***</p>
<p>Se poi con pazienza si scorre la lista degli uomini e delle donne di cultura invitati da Vittorio Sgarbi a indicare un artista da esporre al Padiglione Italia, si possono fare incontri ed incroci assai interessanti. E, prima ancora, ci si può addirittura sorprendere.<br />
Ad esempio, ci si può chiedere: che ci fanno nella lista Walter Siti, Bernardo Bertolucci, Ferzan Ozpetek, Joseph Zoderer, Mimmo Calopresti, Pasquale Pozzessere, Vincenzo Consolo, Antonio Moresco, Furio Colombo, Toni Servillo, Dario Fo, Tiziano Scarpa Tahar Ben Jelloun, Jean Clair, Sebastiano Vassalli, tutti scrittori, giornalisti, registi, attori, filosofi, poeti, uomini di teatro, studiosi e critici d’arte (ma i critici d’arte non erano stati banditi dal curatore Vittorio Sgarbi per pericolo di collusioni mafiose con gli artisti? E che ci fa nella lista lo stesso Vittorio Sgarbi? Si è autoinvitato nelle vesti di <em>anchorman</em>?) da sempre molto polemici, per non dire ostili, rispetto alla cosiddetta gestione politica della cultura italiana degli ultimi vent’anni e da questa spesso ingiustamente emarginati, combattuti o addirittura vessati? Perché hanno accettato l’invito? Non potevano dire di no?<br />
Comprendo meglio il sì di Tullio de Mauro, di Roman Vlad, di Franco Loi, di Emanuele Severino, di Ermanno Olmi, di Claudio Magris, di Andrea Zanzotto, di Ennio Morricone, di Raffaele La Capria, di Giorgio Pressburger, di Tonino Guerra e di altri <em>probi viri</em> che per età e prestigio acquisito immagino siano tirati per la giacca ogni giorno da ogni genere di individui. La questua degli opportunisti deve essere pressante, fastidiosa, a volte insopportabile. Qualche cedimento è umano.<br />
Del tutto naturale invece, secondo la prospettiva ecumenica e inclusiva dell’ «et-et» e non dell’aut-aut proposta dal curatore Vittorio Sgarbi, la presenza nella lista di personaggi del <em>gossip</em> come Vladimir Luxuria e Marina Ripa di Meana, di esponenti della musica popolare come Morgan, Battiato e Lucio Dalla, di comici come Luciana Littizzetto e Gene Gnocchi, di presentatori televisivi come Fabio Fazio, e di autorevoli esponenti del partito di governo come Sandro Bondi, già Ministro della Cultura e poeta in grado di rinnovare in solitudine la sepolta tradizione della poesia bucolica italiana.</p>
<p>***</p>
<p>Mentre mi aggiravo nel Padiglione ho pensato a Baudelaire – qualcuno a cui cerco di rimanere aggrappato allorché mi sforzo di leggere l’arte contemporanea non come un atollo disperso nell’oceano della storia dell’arte senza legami con i secoli precedenti – e ai suoi resoconti al direttore della «Revue Française» negli anni Cinquanta del XIX secolo. Per lui l’artista si era già all’epoca colpevolmente trasformato in un «adolescente viziato» per il quale l’immaginazione, invece di essere concepita come «regina delle facoltà», era diventata un «pericolo e una fatica», mentre lo studio del passato addirittura «tempo perso». Molte opere del Padiglione Italia mi hanno ricordato anche la celebre frase di Joseph Beuys, proferita alla fine degli anni Sessanta del XX secolo, tanto vuota quanto profetica: «Ogni uomo è un artista; tutto ciò che fate è arte». Mi sono chiesto: di quale modernità vogliamo essere figli? Di quella di Baudelaire o di quella di Beuys?<br />
Quello che è certo è che grazie a Beuys &#038; Company oggi, agli inizi del XXI secolo, la morale del deposito e del presente assoluto è diventata la morale dell’arte e il mestiere dell’artista sempre più prossimo a quello del <em>broker</em>. </p>
<p>***</p>
<p>Tuttavia, in apparente contraddizione con la tradizione beuysiana del «basta vivere e sarete artisti», girovagando nel bazar Italia della Biennale, ho riscontrato la presenza minacciosa di un altro genere di artisti, non qualificabili come «adolescenti viziati», ma piuttosto come <em>adulti anacronistici</em>, molto simili a coloro che Baudelaire avrebbe definito «copisti del dizionario», dove il dizionario è il mondo espunto da ogni circostanza, da ogni transitorietà. In altre parole: artisti per i quali il presente è «tempo perso».<br />
M&#8217;imbatto in un pastello di Monica Ferrando, dove una ragazza ricoperta da una tunica bianca sembra stia cogliendo qualcosa, forse un fiore. L’uso dei pastelli mi suggerisce la volontà da parte dell’artista di lasciarsi alle spalle decenni e forse un secolo di esperimenti tecnici su materiali i più disparati, che ne so, mi vengono in mente i “sacchi” di Burri, o le “sabbie” di Carmassi. Bene, ma da qualcuno che desidera ricominciare dai fondamenti, pretendo almeno che l’anatomia del corpo umano abbia il suo peso e che il paesaggio non sia un misto di affettazione impressionistica e illustrazione fiabesca&#8230; Mi ricorda, in bruttissima copia, alcuni pastelli di Ruggero Savinio. Poi leggo che Monica Ferrando ha tratto il pastello da un libro composto a quattro mani con Giorgio Agamben – che l’ha scelta come artista per il Padiglione Italia – intitolato <em>La ragazza indicibile</em>. La ragazza in questione è Kore-Persefone: storia di rapimenti, stupri, discese all’Ade, ritorni sulla Terra, e soprattutto di misteri, quelli Eleusini. Forse Monica Ferrando, attraverso la sua opera, ha voluto riportare il suo e il nostro sguardo non solo sull’archetipo femminile, ma su ciò che gli iniziati vedevano e tacevano. Tuttavia, qui non ci si trova alle soglie di Eleusi, ma <em> sumus in Arcadia</em>. Dopo qualche minuto, vedo un paio di quadri di Silvio Lacasella, quei suoi pronunciamenti paesaggistici da artista appartato ed epigonale, che devono a Guccione quasi tutto, compreso quel minimo di scatto meditativo. Chi ha scelto Lacasella? Vado a vedere. Interessante e sorprendente! Due poeti molto stimati, Magrelli e Bandini, amano lo stesso pittore. Mi chiedo: può un ottimo poeta amare un artista mediocre? Sì, perché le storie delle arti seguono ritmi diversi e spesso sono soggette a discrasie temporali che non permettono all’inquilino del primo piano di salire ogni giorno dall’inquilino del secondo per chiedergli come sta, né a quello del secondo di bussare con insistenza alla porta di quello del terzo per sapere se ha letto il suo ultimo libro, senza contare che quello del terzo può essere sordo e perciò non sentire nulla, così quando aprirà la porta per scendere giù, l’inquilino del secondo piano se ne sarà già andato al lavoro, etc.<br />
Infine mi blocco davanti a un quadro di Paolo Giorgi, <em>Il risveglio della primavera</em>. Il pittore, in sintonia sia con la stanchezza generale rispetto alle difficili vie dell’arte modernista, sia con il rifiuto dell’eterna <em>trouvaille</em> di molta parte dell’arte contemporanea, sia infine, forse aderendo a suo modo all’ennesima dichiarazione di ritorno alla realtà (l’eterno realismo italiano!) da parte di qualche gruppo di trentenni e quarantenni alla ricerca di rispettabilità, presenta uno stupefacente interno con al centro una ragazza dallo sguardo malinconico distesa su un sofà con tanto di carta da parati al muro e un quadro in cui si vede un panorama di Roma dalla terrazza del Pincio. Di che si tratta? Della mancata lezione di Ugo Attardi che approda all’iconografia illustrativa di Gigino Falcone? Di un frutto di <em>art pompier</em> maturato fuori tempo massimo? O di un’opera concepibile soltanto nel tempo perduto e ovattato di un salotto romano, mentre all’esterno le proteste di migliaia di giovani malinconici hanno trasformato Piazza Venezia in un suburbio di Londra o Los Angeles?<br />
Una sorpresa ulteriore la ricevo appena leggo che Giorgi è stato scelto per il Padiglione Italia sia da Corrado Augias che da Gianni Letta, come dire dalla sinistra e dalla destra italiane perbene e colte. Forse mi sbaglio, ma, tra un salotto e un altro, televisivo o con vista sul Pincio, questo mi sembra un segno inequivocabile di un’ormai definitiva assenza di confini anche in politica.<br />
La destra e la sinistra benpensante frequentano gli stessi salotti e amano gli stessi artisti. D’altra parte, destra e sinistra, in Italia come nel resto d’Europa, una volta al potere, hanno fatto a gara negli ultimi venti anni a occuparsi di arte contemporanea, soprattutto da quando hanno scoperto che di fronte all’opinione pubblica tale propaganda permetteva loro di vestire i panni delle persone di spirito, aperte, moderne (anche nel XXI secolo «il faut être absolument moderne»). Poco importa se nel frattempo le poche Scuole d’arte cadevano a pezzi e i programmi di insegnamento della storia dell’arte si facevano sempre più risibili.<br />
Resto fedele a Josip Brodskji: l’estetica viene prima di tutto, dell’economia, dell’etica, della politica. Non posso aspettarmi nulla di nuovo – nessuna creazione politica, nessuna vera critica al liberalismo finanziario che distrugge il mondo, nessuna riflessione contro l’ideologia progressista che pensa di salvarlo affrancando la tecnica da ogni misura umana – da chi condivide un gusto estetico così anacronisticamente adulto o così viziato dalla mancanza di immaginazione.<br />
Se l’artista non è mai fino in fondo figlio del proprio tempo, lo è in ragione del fatto che la sua opera è un concentrato di potenzialità immaginative che vengono dal passato e che chiedono futuro. Se l’opera ci dice qualcosa del presente è in virtù proprio di questa duplice apertura.<br />
Ma a Venezia, al Padiglione Italia della 54a esposizione internazionale della Biennale d’arte, non c’è futuro e neppure passato. Qui uomini e donne di cultura si aggirano nel deposito del presente assoluto.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/adieu-venise/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>46</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/il-mal-di-montano-di-enrique-vila-matas/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/il-mal-di-montano-di-enrique-vila-matas/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni comisso]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37631</guid>

					<description><![CDATA[recensione per la quale è necessario avere letto il libro di Gianluca Cataldo «“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena Claves de razón práctica. E non ho alcuno motivo per non credere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>recensione per la quale è necessario avere letto il libro</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>«“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena <em>Claves de razón práctica</em>. E non ho alcuno motivo per non credere alla buonafede del suo gioco di parole, del suo inganno. Ortega y Gasset aggiungeva, molto tempo prima, che il linguaggio serve anche per nascondere i nostri pensieri, per mentire. E che l’inganno risulta essere “un umile parassita dell’ingenuità”. E chi siamo noi per non credergli? E se a tanto illustri pensatori chiosa un Canetti, che scrive che “è la precisa conoscenza di quel che si tace a rendere il silenzio così vantaggioso”, come non possiamo trasformarci in tanti parassiti letterari e, come un Borges qualsiasi o un Vila-Matas, dire per loro bocca che non dire, ma lasciare dire, sia meglio che opinare?</p>
<p>È mia opinione – scrivo io che di mestiere faccio tutt’altro – che le opinioni, ultimamente, siano troppe e troppo mollemente tollerate. Come le contraddizioni. E le rivendico entrambe!, le mie opinioni e le mie contraddizioni».</p>
<p>In questa maniera un po’ irritante iniziava un articolo che qualche tempo fa ho letto in uno dei tanti blog su internet. Mi era piaciuto al punto da scriverci sopra, ma durante il trasferimento dall’Italia le poste svizzere (strano a dirsi ma è così) hanno perso tutte le scatole contenenti i miei libri, scatole che, come quelle di Zuckerman, aumentano di anno in anno, decuplicando la mole di citazioni che posso utilizzare, col solo sforzo di memorizzarne la provenienza.<span id="more-37631"></span></p>
<p>Come sempre, sento il dovere di concretizzare le mie idee in qualcosa che non siano le mie idee, in un oggetto alieno da esse, in un contenuto simile all’opinione ma che se ne distacca per una certa oggettività. Tale oggettività è ottenuta, il più delle volte, romanzando un’opinione, nobile intento di renderla più duratura di quanto non sarebbe se lasciata nella sua forma, per così dire, scarnificata.</p>
<p>Ricordo che dopo avere letto quell’articolo telefonai ad Alessandro. Quando rispose gli domandai se fosse in Cile, mi contestò che stava dormendo. «In Cile?», insistetti io, e, con mia gran sorpresa, rispose «No, a casa mia». Strano, lo sapevo in Cile. «Ti sapevo in Cile». Mi chiese per cosa di tanto importante ero disposto a fare una chiamata internazionale.</p>
<p>Non era arrabbiato, lo conosco sin dai tempi del liceo, era piuttosto divorato dalla curiosità, e lo immaginai, dal mio verde e triste letto a una piazza e mezzo, sfregarsi gli alluci nel suo sempre pieno letto matrimoniale.</p>
<p>«Cosa stai leggendo?», domandai infine dopo 23 secondi di suspense. Prevedibilmente finse di adirarsi – «è per questo che ci hai svegliati?» – sentii una voce femminile chiedere che ore fossero. «Sì, cosa leggi?», mi accarezzai l’orecchio sinistro, anche se lui questo non poteva di certo vederlo. Lui, da sempre più veemente di me, stropicciò il suo.</p>
<p>Un’ira fittizia dura giusto il tempo di porre una seconda domanda o, come nel mio caso, di porre  per la seconda volta la stessa domanda.</p>
<p>Calmatosi, ripose «<em>L’arte di tacere</em>, di Joseph Antoine Toussaint Dinouart&#8230; mi piace molto dirlo per intero». «Ah, il buon abate», dissi io. Silenzio. «Ho bisogno di una bella frase a effetto».</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>«Che?»</p>
<p>«Una citazione Alessandro, proprio da quel libro». Stavolta si adirò davvero, perché non era la prima volta che mi rimproverava questo modo discutibile che ho di gestire la letteratura altrui. Era convinto che essere infermi di letteratura non avrebbe creato altro che tanti vampiri letterari alla ricerca di acculturate letture, col solo scopo, ben nascosto dietro gli occhialini tondi – strana frase da parte sua dato che, per inciso, io ho una vista perfetta – di succhiarne l’ingegno, il disgusto e la sofferenza. Una volta mi sorprese a inventare note a piè di pagina ricamandole sull’edizione del <em>Mein Kampf</em> della biblioteca regionale di Palermo. Ero convinto, in quel periodo, che se Foster Wallace fosse nato in Europa non ci sarebbero stati i totalitarismi, ma si sarebbe andati direttamente oltre nel vano tentativo di una spiegazione senza fine di quello che stava succedendo allora.</p>
<p>Ricordo l’ira di Alessandro mentre spezzava la matita con entrambe le mani, senza togliermi gli occhi di dosso, aggiungendo poi che avrebbe preferito che mi fossi convertito in un <em>agrafo tragico</em> piuttosto che in un amanuense da quattro marchi. Alessandro in quel periodo era molto euroscettico, anche se già prima dell’euro parlava quattro lingue e credeva nella stabilità della Deutsche Bank.</p>
<p>Ma forse sto facendo un po’ di confusione con le date, e perdendo di vista lo scopo di questa recensione.</p>
<p>Lo snodo fondamentale è se davvero si è convinti che la letteratura possa salvare il mondo o, al contrario, che il mondo moderno minacci la letteratura. Magari che internet minacci la letteratura. Domandarsi di quali difese disponga la letteratura e se un uomo qualunque, magari un uomo senza qualità, debba ergersi a prosopopea della letteratura e per bocca di un altro (il suo scrittore) parlare in sua vece al giusto tribunale del plagio, se di plagio si tratta. Perché a me pare, che più che essere infermo di letteratura il Vila-Matas del <em>Mal di Montano</em> (l’unico che ci è dato conoscere) abbia reclutato una schiera di Chisciotte per dimostrare proprio il contrario, per palesare all’industrioso mondo di topi che lavora in gran segreto sotto il vulcano dell’isola di Pico, che la letteratura ha già issato le sue difese, basta chiamarle a raccolta tramite uno strano meccanismo di comunicazione-possessione pre/post-mortem. O tramite un diario che, a ben vedere, è postumo come una seduta spiritica. È questo, a mio parere, è il suo libro.</p>
<p>Ciò che mi tormenta è, però, un&#8217;altra cosa. E precisamente quanto bisogna spingersi in là, quanto sacrificare non per la letteratura, ma <em>alla</em> letteratura.</p>
<p>Per essere sicuro che questa piccola recensione anomala del suo libro – anomala e invero troncata di netto – gli piacesse, l’ho inviata prima che al signor Raos, direttamente a Enrique Vila-Matas, tramite il suo editore spagnolo, Anagrama. Mi rispose in maniera, debbo dire, molto stringata: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Avevo già letto quella frase, ma non ricordavo dove, così ripresi tra le mani qualche vecchio libro e, convinto che avesse avuto una ricaduta – come si ha per un’infermità – nel suo stile, mi misi a frugare tra i ricordi letterari, passando in rassegna le costine dei miei libri e leggendo, di quando in quando, alcune pagine cui avevo posto, in alto, una piccola piegatura. Lo faccio per i miei figli, senza segnare altro, lasciando una pagina di libertà entro cui cercare loro padre, ma questo è un fatto personale che con il mal di Montano ha poco a che vedere.</p>
<p>Mi capitò fra le mani un libro di Comisso, <em>Un gatto attraversa la strada</em>, e mi rimisi a leggere il racconto “due soldati di regioni lontane”, un soldato siciliano e uno piemontese. La loro amicizia passa per la scrittura, non quella tanto letteraria cui siamo abituati, ma la scrittura da apprendere, la scrittura per un’analfabeta che non sa né leggere né scrivere, perché nel paesino sperduto in cui vive, oltre alle pecore che suo padre pascola, è difficile trovare altro. Mi commosse rileggere dell’ansia di sbagliare la “o”, la lettera più facile, la più simile alla ruota di una bicicletta, come Cesco, il soldato piemontese, insegna a Salvatore. Il tempo passa e Salvatore viene congedato. I due si salutano e Cesco gli regala una vera penna stilografica. Forse sto andando troppo oltre nell’interpretazione di un racconto, in fin dei conti, non tra i più belli della raccolta, però il gesto di Salvo, una volta tornato in Sicilia, di affidare la penna alla sua fidanzata, non prima di averle dimostrato che sa <em>davvero</em> scrivere, da sempre mi intenerisce. Dopo «ritornò ai suoi monti, alle sue pecore, ritrovò gli orizzonti lontani solcati di valli, con la limpida aria attraversata dal sole violento a bruciare il suo volto. Vide i tramonti con la prima stella a brillare, e le albe impetuose di luce a succedersi dopo la notte passata con le sue pecore nella grande grotta del monte. Risentì il profumo delle erbe dei suoi pascoli, il sapore del suo pane, e rientrò nel chiuso giro della sua vita di pastore», vedendo tutte queste cose e facendo a meno della scrittura e della lettura, ma, forse, non della letteratura.</p>
<p>Mi capitò di rileggere una frase di Cortázar, lo scrittore che più ammiro: «Estetica, etica, religione. Religione, estetica, etica. Etica, religione, estetica. Il pupazzetto, il romanzo. La morte, il pupazzetto. La lingua della Maga mi fa il solletico. Rocamadour, l’etica, il pupazzetto, la Maga. La-lingua, il solletico, l’etica». Mi sono sempre chiesto, per ogni piccolo elenco, quale sia l’ordine? Se si debba considerare l’ultima parola la più importante, o la prima. Come per tutto <em>Rayuela</em> non ci è dato saperlo.</p>
<p>Infine trovai la frase che Vila-Matas mi scrisse per mail, e la trovai proprio nel <em>Mal di Montano</em>. Ma la cosa che trovai geniale fu che l’autocitazione era, in realtà, una citazione di Magris, e non da un suo libro, bensì proprio da Claudio Magris in quanto uomo, che una notte a Barcellona disse a Vila-Matas: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Se così è non deve sembrarci troppo grave essere infermi di letteratura.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/il-mal-di-montano-di-enrique-vila-matas/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Viaggiare per non arrivare mai</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/05/11/viaggiare-per-non-arrivare-mai/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/05/11/viaggiare-per-non-arrivare-mai/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2009 04:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pahor]]></category>
		<category><![CDATA[carso]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[frontiera]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Daltin]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=16896</guid>

					<description><![CDATA[di Mauro Daltin Racconta lo scrittore Claudio Magris: “Da ragazzino, andavo a giocare sul Carso. E spesso arrivavo alla Cortina di ferro. Oltre, c’era un mondo misterioso, inquietante. Il mondo di Tito e di Stalin. Qualcosa di conosciuto e sconosciuto, familiare e impressionante. Un Paese chiuso dalla frontiera, che non conosceva frontiera. E che mi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Daltin</strong></p>
<p>Racconta lo scrittore Claudio Magris: “Da ragazzino, andavo a giocare sul Carso. E spesso arrivavo alla Cortina di ferro. Oltre, c’era un mondo misterioso, inquietante. Il mondo di Tito e di Stalin. Qualcosa di conosciuto e sconosciuto, familiare e impressionante. Un Paese chiuso dalla frontiera, che non conosceva frontiera. E che mi portava a interrogarmi sulla mia identità: quando cessiamo d&#8217;interrogarci sull’identità, andiamo verso la fossilizzazione”. La provocazione sta tutta in questa ultima frase dell’intellettuale triestino che, in sostanza, sostiene che il confine sia giusto, ma vada superato, che non ne possiamo fare a meno, che, forse, il concetto di frontiera è proprio dell’essere umano fin dalla sua nascita, è la molla che lo fa andare avanti. Crearsi i confini per poi abbatterli e proseguire. Non tutti i confini, ovvio, non quelli creati ad hoc per dividere, per provocare disuguaglianze, ma quelli che segnano differenze, quelli che ci mettono di fronte non solo all’altro ma a noi stessi.<br />
<span id="more-16896"></span><br />
In questa sorta di geografia del confine, partiamo con le parole di Claudio Magris e da una delle città più contraddittorie della nostra storia, quella Trieste slava e austriaca, italiana a volte, mitteleuropea e provinciale allo stesso tempo. Da qui nascono spesso risentimenti, rigurgiti di una destra aggressiva, qui il mare inghiotte una lingua, un’intera invisibile minoranza, quella slovena, che non ha mai trovato rappresentanza vera. Nemmeno oggi, anche se le cose sono molto migliorate. Non è un caso che sia da qui che si sia levata la voce dello scrittore italiano di minoranza e di lingua slovena Boris Pahor, narratore sublime degli orrori del nazismo in <em>Necropoli</em>, ma anche testimone lucidissimo di quello che voleva dire essere sloveno a Trieste in certi anni. Così racconta in un’intervista pubblicata sulla rivista <em>Pagina Zero &#8211; Letterature di frontiera</em>: “Hanno preferito che non si raccontasse mai la verità su quello che i fascisti hanno fatto qui a Trieste, in Slovenia, in Croazia. E non parlo della guerra, ma del periodo tra le due guerre mondiali. Ci hanno annientati. Ci hanno trattato peggio degli schiavi neri. Quelli, almeno, parlavano la loro lingua, mantenevano le loro tradizioni. A noi hanno negato tutto: la lingua, la cultura, l’identità. Se parlavi in sloveno per strada a Trieste in quegli anni rischiavi che qualcuno ti allungasse uno schiaffo!”. Da quegli anni, il confine è mutato, si è saldato, ha diviso fino a sfaldarsi in mille pezzi. Ancora negli anni Ottanta e Novanta, per la maggior parte della gente Lubiana sembrava una città lontanissima, appartenente a un mondo altro, e quando si oltrepassava il valico di Fernetti e si andava di là, c’era una sorta di timore di qualcosa che non si sapeva bene cosa fosse. Adesso Lubiana è lì, a un tiro di schioppo da Trieste, città giovane e piena di energie, capitale di una Repubblica vivace da cui potremmo imparare molto. Ora il rischio si chiama occidentalizzazione, perdita della differenza “slovena”, paura di una uniformazione delle città, costruzione di non-luoghi. Una sorta di continuità fra “noi” e “loro” che poi non distingua più nulla, che faccia galleggiare tutto sulla superficie. Ma è anche una sfida, senz’altro.</p>
<p>Il 27 dicembre 2007 la Slovenia è entrata nell’area Schengen dopo che nel 2004 aveva fatto ingresso nell’UE. L’abbattimento delle frontiere è avvenuto prima per le merci che potevano circolare liberamente e solo dopo per gli esseri umani che quelle merci consumano. Per un certo periodo si dovevano mostrare carte d’identità senza senso, provare quella ingenua adrenalina per una stecca di sigaretta di troppo nascosta goffamente sotto il sedile e sentire quel “dichiara?” che suonava fuori tempo e fuori luogo. Così è successo, mentre ora è un continuum quando si passa da uno stato all’altro, come se quel confine non rappresentasse più nulla, quando invece, fino all’altro ieri, aveva rappresentato tutto. E ci accorgiamo di come il mondo si possa ribaltare da un momento all’altro e se fino a qualche anno fa erano sloveni e croati a riempire i nostri MercatoniZeta e gli iper centri commerciali di bassa qualità, ora siamo noi che sconfiniamo alla ricerca disperata di cure di ogni genere e di dentisti a bassissimo costo.</p>
<p>Ma per andare di là, si deve sempre attraversare una regione, il Friuli Venezia Giulia che è terra strana, fatta essa stessa di confini al suo interno, presenti già nel suo stesso nome: quel Friuli a volte diviso da un trattino da tutto il resto, dalla Venezia e dalla Giulia. Frontiere naturali, storiche, linguistiche, politiche, culturali. Terra eterogenea e proprio per questo ricca, come tutte le zone al limite, sul bordo di qualcosa che sia altro. Ma anche contraddittoria, chiusa, insoddisfatta nell’essere di colpo diventata da servitù militare di una nazione, dove si concentrava la metà di tutto l’esercito, a ponte verso l’Oriente, fulcro della MacroRegione, della Piattaforma dell’area Alpe Adria, tutti termini che sembrano provenire da altri mondi e che il Friuli non sente propri. Terra di contraddizione, dicevo, dove il maggior quotidiano della regione si chiama Messaggero Veneto, come a rimarcare anche oggi la presenza della Serenissima e quella Venezia nel nome che strizza l’occhio alla provincia pordenonese, molto più veneta che friulana. Simbolo di questo <em>melting pot</em> nostrano è Gorizia, seconda tappa di questo immaginario viaggio fra confini veri o immaginari. Provincia dove si parla un dialetto simile al triestino nel capoluogo, il “bisiaco” nella Sinistra Isonzo, il gradese nell’isola di Grado, lo sloveno vista la forte presenza della minoranza e il friulano nella parte più occidentale. Gorizia, città unica e doppia, Gorizia/Nova Gorica, due anime nello stesso luogo. Sembra passato un secolo dalle parole di David Maria Turoldo scritte nel suo <em>Il mio vecchio Friuli</em> nel 1980: “Povere strade del Friuli, percorse solo dai militari! Mio dimenticato Friuli, porta sull’Italia e sull’occidente mediterraneo per le masse del Danubio e dell’Asia. Ora la martoriata Gorizia è attraversata da una rete, il misero confine che ti passa in mezzo al cuore, conficcato dentro come una lama! E al di là di quella rete non c’è che l’oriente, il grande mare che arriva fino al Giappone…”</p>
<p>Si sale lungo la frontiera passando le Valli del Natisone e la Val Resia, mondi quasi a parte, dove miti e leggende rimangono vivi chissà come, e dove, finalmente, ti rendi conto che Caporetto non si chiama così, ma Kobarid, città a tutti gli effetti slovena, ma che noi italiani abbiamo mentalmente fatto nostra. E ti puoi specchiare nell’acqua verdissima dell’Isonzo / Soča, fiume che cambia nome al di là e al di qua della frontiera come a sottolineare che gli unici veri confini sono quelli fatti da fiumi, acque, montagne.</p>
<p>E puoi continuare fino ad arrivare lassù in alto, sul Monte Forno / Dreilandereck / Pec, cima che riunisce i confini di tre stati, l&#8217;Italia, l&#8217;Austria e la Slovenia e dove ogni anno italiani, sloveni e austriaci si ritrovano per festeggiare insieme.</p>
<p>Probabilmente il modo migliore di osservare un confine è viverlo, attraversarlo, fermarcisi sopra, come sulla vetta di una montagna, come su un filo. Non rimanere né di qua né di là, ma sul. È un po’ come un muro, una rete, un ponte. Obbligano a optare, preferire, decidere. A volte sarebbe bello semplicemente poter camminare su un cornicione, su un filo, senza cadere né a destra né a sinistra, vivere le zone neutre, il colore grigio che può diventare bianco o nero, ma può anche rimanere per sempre grigio. E paradossalmente la frontiera non divide noi da qualcun altro, ma da noi stessi. Se non ci confrontiamo, se non desideriamo mai andare di là, superare il confine per vedere cosa si nasconde oltre, il rischio, come diceva all’inizio Claudio Magris, è quello di non interrogarci più sulla nostra identità, sul nostro essere.</p>
<p>Non serve che i confini cadano politicamente, che dall’alto decidano con il righello di quanti chilometri si sposti a est o a nord. In fondo, se chiediamo a 100 persone sparse per l’Italia chi è il presidente della Slovenia o della Croazia, forse uno saprà rispondere correttamente. Se poi chiedo a 100 lettori forti italiani di indicarmi uno scrittore croato o sloveno, penso che pochissimi mi saprebbero indicare qualcuno. Questi sono i veri confini che nascondono le paure, anche le presunzioni di essere “migliori”, che siano gli altri che debbano sempre e comunque adeguarsi. Ma la ruota gira e tutto torna. E torniamo sempre a leggere una citazione di Claudio Magris: “Oltrepassare le frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di essere soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare il più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai”.</p>
<p>*</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/05/11/viaggiare-per-non-arrivare-mai/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-21 12:42:40 by W3 Total Cache
-->