<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>collana autoriale &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/collana-autoriale/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 11 Jun 2018 07:28:04 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Non so cosa sia la poesia, ma qualcosa ho imparato dai poeti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/08/non-so-cosa-sia-la-poesia-ma-qualcosa-ho-imparato-dai-poeti/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/08/non-so-cosa-sia-la-poesia-ma-qualcosa-ho-imparato-dai-poeti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2018 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[collana autoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Majorino]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Un'autonantologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=73734</guid>

					<description><![CDATA[[Questo testo è incluso in Poesie e prose 1998-2016. Un&#8217;autoantologia, pubblicata per Dot.Com Press nel 2018] di Andrea Inglese E poi scrivi la tua biografia intellettuale, mi ha detto Biagio Cepollaro, spiegandomi come funzionava questa cosa dell’autoantologia. Io naturalmente ho risposto felice all’invito, perché il progetto è davvero bello, perché l’invito è venuto da un amico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo testo è incluso in <i>Poesie e prose 1998-2016. Un&#8217;autoantologia</i>, pubblicata per Dot.Com Press nel 2018]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>E poi scrivi la tua biografia intellettuale, mi ha detto Biagio Cepollaro, spiegandomi come funzionava questa cosa dell’autoantologia. Io naturalmente ho risposto felice all’invito, perché il progetto è davvero bello, perché l’invito è venuto da un amico che io ho a lungo considerato nel mio percorso poetico come un fratello maggiore, ossia uno che ne aveva già viste prima di me, e che aveva avuto tempo di elaborare illusioni e disincanti, scoperte e punti morti. C’è però anche un altro fatto. Tutto questo lavoro lo sto facendo a poche settimane dall’anniversario del mio mezzo secolo di vita. Mezzo secolo. Sembra davvero tanto, se non fosse invece così poco. Fatto sta che tutto sembra organizzarsi, per invogliarmi a un bilancio. Ho iniziato a scrivere versi a sedici anni, ho pubblicato la mia prima raccolta a trentun anni e da quasi vent’anni sono divenuto, almeno formalmente, un poeta pubblico. Che cosa questo voglia dire, però, non sono sicuro di saperlo, né per quanto mi riguarda, né per quanto riguarda quell’entità chiamata “poesia” che mi dovrebbe includere e trascendere.<span id="more-73734"></span></p>
<p>(Prima di continuare, ho bisogno d’inserire almeno in parentesi due dati sulle mei origini familiari e di classe. Nonostante sia nato a Torino, ho vissuto a Milano per buona parte della mia vita, prima di trasferirmi definitivamente a Parigi. Ho avuto fino a sette anni un’infanzia disastrata, sia sul piano materiale che degli affetti. Un modo rapido di dire la cosa è: la mia infanzia è stata la conseguenza di una famiglia borghese esplosa. Dall’università in poi, comunque, ho potuto godere di privilegi tipici della mia origine (malgrado tutto) borghese. Senza questi privilegi materiali non avrei potuto studiare così a lungo e approfonditamente, e probabilmente anche il mio rapporto con la scrittura sarebbe stato diverso. Oggi sono comunque ben contento di fare un lavoro – l’insegnante – che poco o nulla c’entra con la scrittura.)</p>
<p>Se dovessi fare un bilancio del mio percorso poetico, in quanto poeta italiano non più giovane – fuoriuscito ormai persino dall’eterna giovinezza dei poeti italiani –, non posso pensarlo che in termini disgraziati. Dopo vent’anni di attività, pur non avendo avuto mai vere difficoltà nel pubblicare in Italia, i miei libri non sono mai esistiti nei pur piccoli e marginali scaffali di poesia delle librerie. Pur avendo alle spalle delle collaborazioni con musicisti e artisti, e una discreta esperienza nell’ambito performativo, non sono mai entrato nel giro dei festival internazionali di poesia, e di rado vengo invitato in Italia, soprattutto se è incluso il rimborso spese. Naturalmente questo bilancio inglorioso lo posso condividere con parecchi poeti anche più talentuosi di me. Ho fatto questi due esempi, perché li considero almeno significativi sul piano di una spicciola sociologia letteraria, e poi anche perché parlano dell’aspetto inevitabilmente narcisistico della figura autoriale. Come poeta, quindi, sul piano sociologico e narcisistico in vent’anni di attività il bilancio è abbastanza in passivo. E con questo i piagnistei sono chiusi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che cos’è la poesia?</em></p>
<p>Non lo so, nel senso che non lo so stabilmente, non ho credenze sufficientemente ferme intorno a questa pratica, ai suoi prodotti, e al modo in cui si possono usare. Certo, una risposta facile sarebbe: “la poesia è la tradizione”. La capisco bene questa frase, ma non mi convince. La tradizione è, in molti casi, la poesia, ma in molti altri casi non lo è più. Dipende dai giorni. A volte ho voglia di leggere Dante, Pessoa, Pound, e funziona; altre volte non funziona per niente, non so cosa farmene, non capisco a cosa serva il verso, il computo metrico, e tutta una serie di altre istituzioni che mi sembrano come il residuo di un arto atrofizzato, progressivamente dismesso dalle sue originarie funzioni nel corso dell’evoluzione, e reso inutilizzabile e inutile. D’altra parte, non riesco neppure ad abbracciare fino in fondo una nuova fede che soppianti i vecchi valori con i nuovi, la vecchia poesia <em>demodé</em>, per professoresse di liceo classico, con le nuove “scritture di ricerca” o con la nuova “post-poesia”, per cerchie intellettuali più aggiornate e sofisticate. Ancora una volta è l’elemento fideistico, l’adesione incondizionata, un qualche bel dogma a cui tenersi saldi, è questo tipo di postura che mi manca. Distruggere mi sembra giusto e bellissimo, e così anche sfigurare, dileggiare tutto quanto è sacro, ma è difficile farlo senza erigere nuovi altarini a destra e a manca. Sia ben chiaro: 1) non m’illudo che si possa scrivere al di fuori di una qualche ideologia letteraria – e coloro che proclamano la scomparsa della letteratura, o lo scrivere al di fuori della letteratura, hanno la loro bella ideologia letteraria come tutti gli altri –; 2) non m’interessa, nemmeno, assumere una qualche posizione di <em>neutralità</em> di fronti alle ideologie presenti nel campo poetico. So che la mia attitudine non incontrerà grandi favori, né sarà facilmente compresa, ma essa nasce da una necessità profonda, in cui pensiero e affetto, ragionamento e idiosincrasia, vanno assieme. Io difendo l’idea di una <em>criticità</em> permanente nei confronti della pratica di scrittura che si muove da o verso ciò che la tradizione chiama “poesia”. Questa criticità per prima cosa accetta l’incertezza epistemologica intorno alle caratteristiche e ai confini del genere, valorizzando quindi a tutto campo la dimensione della ricerca; nel contempo, però, è scettica nei confronti di ogni allegra liquidazione della tradizione e, soprattutto, non ha una visione lineare e “progressiva” dell’evoluzione letteraria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che cos’è un poeta?</em></p>
<p>Sembra che, oggi, solo i poeti di paese, o al massimo i poeti canonizzati in fin di vita, siano disposti senza schermirsi, senza autoimmunizzarsi con sarcasmo e ironia, senza spergiurare di non c’entraci più nulla, a accettare tale titolo con convinzione. Quando da adolescente ho cominciato a scrivere poesie, della poesia propriamente detta sapevo poco o niente, ma del poeta credevo di aver capito qualcosa d’importante: era un nemico dell’ordine costituito, era in grado di scavare dentro di sé in modo forsennato, era capace di vivere diversamente dalla maggioranza delle persone. Si potrebbe pensare che ciò non fosse altro che il residuo del mito romantico, ottocentesco, del poeta, mito che il Novecento avrebbe dovuto spazzar via come un’anticaglia. Che si tratti di un mito, è fuori di dubbio, ma di un mito ancora attivo in forme e versioni diverse lungo tutto il Novecento, passato ovviamente anche attraverso avanguardie e neoavanguardie. Pur con tutte le revisioni del caso, e soprattutto dopo averlo svuotato di enfasi, questo mito è per me irrinunciabile, qualcosa di esso, almeno, vorrei conservarlo nella mia scrittura poetica, e soprattutto nel mio modo di connettere scrittura e vita. Ne ho parlato esplicitamente nel romanzo <em>Parigi è un desiderio</em>, dove racconto come, a vent’anni, la poesia sia stata per me il proseguimento del punk con altri mezzi, con mezzi molto più meditati, sofisticati se vogliamo, mezzi che vengono dalla lingua innanzitutto, ma la continuità tra punk e poesia è data dalla matrice libertaria, dalla rabbia anarchica e sovversiva. A questo si aggiunga, però, una capacità di autoderisione “napoletana”, che situa il poeta tra le persone “leggere”, “incompiute”, nei gironi dell’ironia metafisica e dell’umorismo. E qui varrebbe la pena di citare l’amico Massimo Rizzante che un giorno mi fece l’elogio del <em>gesto arbitrario</em>, ossia il gesto immotivato, fuori luogo, spropositato, che non è per forza il gesto del provocatore professionista. A me piace tenermi stretto questo mito adolescenziale, che non mi permette – è vero – di prendere sul serio l’idea di una “carriera” di poeta, né di un “mestiere” di poeta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Franco Buffoni</em></p>
<p>Franco Buffoni, almeno per quelli della mia generazione, è stato il <em>talent scout</em> più attento, sistematico e generoso all’interno del mondo della poesia italiana. C’era anche De Angelis che impazzava, a Milano, in quegli anni. Nel senso che aveva costituito un seguito folto di ammiratori, adepti, emuli, e lo sapeva coltivare bene. La differenza tra i due coltivatori di talenti era, però, semplice e decisiva: Franco elaborava consigli, premure e attenzioni in funzione della particolarità del nuovo arrivato, Milo funzionava per assimilazione, come per altro la maggior parte dei “vecchi” quando s’interessano ai “giovani”. Ma veniamo al punto. Che ruolo ha avuto, Franco, per me? Credo che sia colui che con più pazienza ha <em>dissacrato</em> la poesia, ha svuotato di fantasmi e risvolti mitologici il ruolo del poeta, portandomi a concepire, pragmaticamente e storicamente, l’esistenza di un campo poetico, entro cui si tracciavano percorsi e si configuravano opere. Tutti sono capaci d’incantare la gioventù, ma per disincantarla ci vuole un vero talento pedagogico, e Franco lo avuto. Che io abbia scelto di conservare parte dell’incantamento, è affar mio, ma gli sarò sempre grato per avermi orientato grazie al suo sguardo sobrio e lucido, radicato nella sua cultura atea e illuminista che molto ha per piacermi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Giancarlo Majorino</em></p>
<p>Di Majorino ho amato quella che lui stesso chiama “noncuranza”, ossia la capacità di essere completamente presi dalla scrittura, ma anche la capacità di dimenticarsi completamente di essa per rituffarsi nella vita. E qui varrebbe la pena d’inserire un piccolo paragrafo a parte, intitolato:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Scrittura e mondo</em></p>
<p>Quando si scrive, si è inevitabilmente sprofondati nel linguaggio, nelle frasi già scritte, nelle frasi che si dicono, nelle frasi da scrivere. Nei versi, nelle parole, nelle spaziature, nella disseminazione del testo, e in tutto quello che volete voi di puramente segnico-linguistico-testuale. E tutto questo sprofondamento avviene in genere in casa, seduti su una sedia, di fronte a un computer, con una scrivania ingombra di cose scritte e da leggere. Quando, però, finalmente ci si stacca da tutto ciò, ci si sfila da questa tremenda rete segnico-linguistica, e si torna nel mondo, si esce per strada, insomma, è come se la nostra menta esultasse di fronte alla straordinaria consistenza non linguistica o non-solo-linguistica delle cose, delle persone, degli animali, e di tutte le meraviglie e brutture organiche che adornano il nostro mondo in gran parte cementizio e asfaltato. Majorino parlava di “gremito”. È proprio questo che si manifesta per contrasto, ossia la carnalità del mondo, e l’erotismo insito in questo rapporto carnale con le cose e le altre carni. Dopo aver tanto soggiornato tra i libri scritti e da scrivere, ci sembra sorprendente il fatto che esistano piedi infilati nelle scarpe, che la gente, senza conoscersi e parlarsi, cammini sullo stesso marciapiede, indossando capi d’abbigliamento a volte molto simili, e altre volte molto diversi. Questa sorpresa nei confronti del mondo, non esiste se non in funzione di quel momento più o meno prolungato di ritiro nella stanza, in mezzo alle cose scritte e da scrivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di Majorino, poi, mi è sempre piaciuta questa sua indipendenza nei confronti di correnti e fazioni, che gli ha permesso di proseguire una ricerca ambiziosa e radicale, senza dover incarnare una qualche ideale di scuola poetica o di tendenza. A me piacciono le compagnie, le compagnie di amici scrittori, fedeli, agitati e solidali, ma mi piacciono soprattutto quando vige ancora in esse una sorta di baraonda e d’incertezza di sé. Quando in una compagnia cominciano a calare ruoli troppo precisi e definiti, ci si inizia a divertire molto di meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Biagio Cepollaro </em></p>
<p>Il poeta che mi ha aiutato di più a scrivere <em>Prove d’inconsistenza </em>è stato probabilmente Cattafi. Un poeta molto presente negli <em>Inventari</em> è Biagio Cepollaro, il Cepollaro direttore di “Baldus”, membro del Gruppo ’93, autore di <em>Scribeide </em>e <em>Luna persciente</em> – ma con lui anche il più comico-grottesco Paolo Gentiluomo. In realtà, non mi sono mai spinto molto avanti nelle tecniche del <em>pastiche</em>, ma quell’esperienza letteraria mi ha permesso di allargare di molto lo spettro figurativo e lessicale, rafforzando in me il progetto di una poetica dell’inclusione. Ma la vera lezione di Biagio è arrivata da un altro versante, più esistenziale che stilistico. Forse non è nient’altro che la lezione della poesia intesa come espressione dell’<em>underground</em>, ossia pratica di minoranza, consapevole dei propri limiti, ma convinta delle proprie potenzialità. E in questo è centrale un’insofferenza per tutto quanto perdura ancora nell’attività poetica di galateo, mondanità, mediazione istituzionale, ansia di successo, situazioni ingrate, ecc. Biagio è un estremista di tipo francescano: va verso l’arte e la felicità, per spoliazione. E non si confonda questa insofferenza per un disinteresse nei confronti del lavoro degli autori, che è quanto invece più conta per lui. Nel corso della sua attività di editore <em>underground</em>, Biagio prestava attenzione tanto al giovane Gherardo Bortolotti, ancora inedito, che al vecchio Luigi di Ruscio, tornato inedito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Giuliano Mesa</em></p>
<p>Per alcuni mesi, Giuliano ha vissuto a casa mia a Milano. Durante quel periodo abbiamo discusso in abbondanza soprattutto dei casini della vita, dei casini dell’alcol e delle droghe, dei casini dell’amore. E di tanto in tanto ci restava anche il tempo per parlare di letteratura e di politica. Giuliano mi ha insegnato una cosa più di tutte: a leggere gli altri poeti, specialmente quelli più giovani, con serietà, benevolenza e sincerità. Lui lo sapeva fare questo. Era il migliore lettore che io abbia conosciuto. Oggi, quando mi arriva un libro di poesia, e sento che quel libro chiede e merita un certo ascolto, mi dico che è un dovere trovare il tempo di leggerlo, per rifletterci sopra e per rispondere qualcosa di non cerimoniale e evasivo all’autore. (Non sempre ci riesco, e in tali casi non ne vado fiero.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Su amicizia e letteratura</em></p>
<p>Un giorno scriverò un saggio su amicizia e letteratura, per dimostrare come l’esperienza della scrittura poetica, che è assai difficile, solitaria, e in gran parte insensata, non potrebbe essere portata avanti senza l’amicizia con certi morti e certi vivi. Per ragioni di spazio, mi sono limitato a parlare di alcuni poeti più vecchi di me, padri o fratelli maggiori, perché trovo che sia stata particolarmente meritoria la loro attenzione e generosità nei confronti di qualcuno più giovane. Ma dovrei citare anche il gruppo <em>Gammm</em>, che ha funzionato per me come una camera d’iperstimolazione teorico-pratica, oltre che come compagnia per importunare l’educato e composto ambiente della poesia italiana – e in esso vanno citate le sigarette che Andrea Raos mi ha sempre offerto, senza mai permettermi di accenderle con il suo accendino –, una triade con cui riporterei in auge le comuni anarchiche e i sogni di connubio arte-vita, ossia Mariangela Guatteri, Renata Morresi, e Alessandra Cava (e saprei di poter contare anche su Simona Menicocci e Fabio Teti), Paolo Maccari e la banda di Valigie Rosse, con i quali facendo un libro, si è fatta pure una bella e rara amicizia, e così via. Ma qui devo scusarmi con tutti quegli amici e quelle amiche che non ho citato, e che ho conosciuto percorrendo il piccolo mondo della poesia italiana. Ognuno di loro contribuisce alla rinascita di quel desiderio sconsiderato di scrivere qualcosa, e di renderlo pubblico, e questo accade per il loro, altrettanto sconsiderato, desiderio di fare ancora qualcosa con la poesia che esiste, che viene ad esistere, leggerla certo, ma magari anche criticarla, studiarla, pubblicarla, esporla su scaffali, farla esistere in occasioni collettive. E nonostante l’odierna religione dei grandi numeri, è grazie alle reciprocità ingiustificata di questi desideri, che la poesia o qualcosa di simile ad essa continua ad esistere ancora nel poco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel caso quanto scritto sopra risulti poco avvincente per un lettore aggiornato e scaltrito, vorrei condensare in una frase il mio rapporto antropologico con la poesia: “Vujo Dingarac aveva narrato in versi quanto di terribile era accaduto un giorno nel nostro bagno, quando un pigiama di papà aveva preso fuoco” (Bora Ćosić, <em>Il libro dei mestieri</em>, 1966).</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/08/non-so-cosa-sia-la-poesia-ma-qualcosa-ho-imparato-dai-poeti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-26 10:05:02 by W3 Total Cache
-->