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	<title>Como &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non ce lo meritiamo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/12/non-ce-lo-meritiamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2023 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianni Biondillo</strong> <br />
Qui si confonde l'arte fascista con quella che si è prodotta non ostante il Fascismo. Come se Piacentini e Terragni fossero la stessa cosa. Ma se c'era un architetto che Terragni odiava dal profondo del cuore era proprio Piacentini. Non a caso Terragni non costruì mai nulla nella capitale della retorica imperiale, Roma.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2017, ospite di un consesso internazionale, mi ritrovati all&#8217;Università di Tokyo ad assistere a una conferenza di Fumihiko Maki, architetto premio Pritzker nel 1993.</p>
<p align="JUSTIFY">Maki ad un certo punto proiettò una tabella molto interessante che mostrava quali fossero le cinquanta architetture mondiali del novecento che gli studenti della Columbia University avrebbero voluto assolutamente visitare. Inevitabilmente con gli occhi andai a cercare i nomi degli architetti italiani. Pochi, molto pochi. Praticamente nessuno. C&#8217;era Renzo Piano con il Beaubourg, che, ad essere precisi condivideva il progetto con un architetto inglese, Richard Rogers. E poi a Parigi, non in Italia. Insomma, un progetto internazionalista e poco italiano, a ben vedere. C&#8217;era la casa Malaparte a Capri di Adalberto Libera, anche se la paternità a Libera è stata messa in discussione ormai da una generazione, al punto che potremmo dichiararla quasi un caso di abuso edilizio auto costruito (da uno scrittore geniale). E poi c&#8217;era la Casa del Fascio, di Giuseppe Terragni.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-105097" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como.jpeg" alt="" width="976" height="716" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como.jpeg 976w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como-300x220.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como-768x563.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como-150x110.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como-696x511.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como-573x420.jpeg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/La-Casa-del-Fascio-di-Como-80x60.jpeg 80w" sizes="(max-width: 976px) 100vw, 976px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, un giovane architetto americano, per il suo aggiornamento culturale, se fosse passato in Italia, avrebbe fatto un pellegrinaggio non a Milano o Firenze o Roma, ma a Como.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi fece piacere leggere il nome di Terragni (i miei ventiquattro lettori sanno della mia passione insana per lui), ma non mi ha stupito. Giuseppe Terragni è forse l&#8217;architetto italiano del novecento più studiato al mondo. E che la Casa del Fascio fosse un capolavoro era cosa palmare fino dai tempi della sua costruzione. Ovviamente solo in Italia una pubblicistica dal vago sapore scandalistico ha fatto del nome dell&#8217;edificio un&#8217;onta da nascondere. I problemi nominalistici sembrano gli unici che interessino chi di arte nulla sappia. Chiamiamo, in effetti, Palazzo Medici-Ricciardi a Firenze un edificio dove i Ricciardi nulla hanno fatto se non comprarselo nel &#8216;700 e farlo diventare casa loro. Non hanno altro merito. Anche se forse anche questo è un merito. L&#8217;edificio è giunto fino a noi anche grazie alle loro cure. Analogamente potremmo discutere di come chiamare un edificio che è stato solo per nove anni al servizio di un partito e per oltre mezzo secolo sede della Guardia di finanza. Ricordo come da ragazzo sulle guide turistiche dedicate a Como l&#8217;edificio non veniva neppure messo in evidenza. Poi, negli anni, segnalato con un generico “Sede della Guardia di Finanza” e persino come “Casa Terragni” quasi fosse il palazzo nobiliare della famiglia comasca. Adesso, a quasi un secolo dalla posa del primo mattone, s&#8217;è trovata una soluzione mediana: “Ex-Casa del Fascio”. Cosa che in effetti è. Ex.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-105098" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2022-01-14-alle-11.34.58.png" alt="" width="894" height="712" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2022-01-14-alle-11.34.58.png 894w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2022-01-14-alle-11.34.58-300x239.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2022-01-14-alle-11.34.58-768x612.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2022-01-14-alle-11.34.58-150x119.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2022-01-14-alle-11.34.58-696x554.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2022-01-14-alle-11.34.58-527x420.png 527w" sizes="(max-width: 894px) 100vw, 894px" /></p>
<p align="JUSTIFY">E pensare che a pochi anni dalla fine del conflitto mondiale si paventò persino di abbatterla per una operazione di speculazione edilizia. Come reagì la comunità degli architetti e degli amanti dell&#8217;arte dimostra come già all&#8217;epoca tutti sapevano che si era di fronte a un edificio imprescindibile. E l&#8217;episodio la racconta lunga su come una narrativa vittimistica di una certa cultura di estrema destra sia completamente campata in aria. Leggo ancora oggi di epurazioni, di nascondimenti, di censure nei confronti dell&#8217;arte fascista. Con un errore metodologico che dimostra come quelle lamentele siano innanzitutto ideologiche. Qui si confonde l&#8217;arte fascista con quella che si è prodotta non ostante il Fascismo. Come se Piacentini e Terragni fossero la stessa cosa. Ma se c&#8217;era un architetto che Terragni odiava dal profondo del cuore era proprio Piacentini. Non a caso Terragni non costruì mai nulla nella capitale della retorica imperiale, Roma.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-105099" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Vista-della-facciata-posteriore-foto-depoca.jpeg" alt="" width="477" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Vista-della-facciata-posteriore-foto-depoca.jpeg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Vista-della-facciata-posteriore-foto-depoca-300x236.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Vista-della-facciata-posteriore-foto-depoca-150x118.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Vista-della-facciata-posteriore-foto-depoca-696x547.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Vista-della-facciata-posteriore-foto-depoca-534x420.jpeg 534w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" />Fortunatamente, gli architetti già nel primo dopoguerra sapevano ben distinguere il grano dal loglio. C&#8217;è una lettera di Franco Albini che lo testimonia con chiarezza (voglio qui ringraziare la Fondazione Albini che me l&#8217;ha fatta conoscere). Albini scrive alla sorella Maria, transfuga a Parigi da un decennio e attiva nella resistenza francese. Siamo nel settembre del 1945. Albini racconta come, finita la guerra, ci sia stato un riposizionamento da parte di quegli “inetti” (così li definisce) “che non hanno mai avuto idee per la testa” e che ora riappaiono “a dire che sono perseguitati dal fascismo e a parlare di libertà: tutti parlano di libertà, che è la libertà di fare i propri schifosi interessi.” C&#8217;è descritto molto del carattere dell&#8217;italiano medio, in questa lettera privata. Il tipico saltare sul carro del vincitore, più realisti del Re. Albini non ci sta e critica “quei tali inetti, che dicono “arte fascista” a quell&#8217;arte che è fiorita qui malgrado il fascismo, e che proprio per il suo carattere internazionale dimostra di essere universale, e per niente legata alla politica”. Albini è un architetto “di sinistra” ma non ha problemi a criticare quegli “artisti, che si dicono comunisti, e che dichiarano di fare l&#8217; “arte comunista” che scivolano verso il contenutismo (un quadro che rappresenta Lenin è più bello di uno che rappresenta Mussolini)”. Concludendo con un esempio preciso, che cita proprio il nostro Terragni: “Bisogna battersi ancora molto nel campo critico, e chiarire che l&#8217;arte è arte per sue ragioni particolari e non perché abbia o no una destinazione politica: la casa del fascio di Terragni è arte anche se è la casa del fascio, e il grande monumento a Stalin non lo è.”</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 1945 l&#8217;avanguardia degli architetti italiani sapeva che Terragni era un maestro. Furono gli stessi che polemizzarono nel 1956 contro l&#8217;abbattimento della Casa del Fascio (fra questi Ernesto Nathan Rogers, ebreo perseguitato dal regime, e Lodovico Belgiojoso, sopravvissuto al campo di concentramento di Gusen). Nel 1968 il critico Bruno Zevi (ebreo e antifascista) pubblicò un “Omaggio a Terragni” che portò l&#8217;opera dell&#8217;architetto comasco nel mondo. Che Terragni fosse o non fosse fascista importava, e importa, davvero poco. La sua opera resta la più luminosa, la più poetica, del ventesimo secolo in Italia. Intere generazioni di progettisti nel mondo l&#8217;hanno studiata e approfondita, famosi architetti americani contemporanei si sono rifatti a Terragni quasi fino a plagiarlo.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class=" wp-image-105101 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1.jpg" alt="" width="444" height="354" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1.jpg 1310w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1-1024x817.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1-768x613.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1-150x120.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1-696x555.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1-1068x852.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Asilo-SantElia-discarica1-527x420.jpg 527w" sizes="(max-width: 444px) 100vw, 444px" />Eppure l&#8217;asilo Sant&#8217;Elia, l&#8217;ultimo capolavoro di un architetto morto troppo giovane, è da ormai un lustro vuoto. I “turisti colti” di passaggio a Como (quelli a cui dovrebbe mirare un comune lungimirante) vengono per visitarlo e si ritrovano davanti a una staccionata raffazzonata e a un edificio abbandonato. Avendo io a Milano l&#8217;esempio del Marchiondi Spagliardi, capolavoro del brutalismo di Vittoriano Viganò vincolato dalla Sovrintendenza e abbandonato a se stesso da decenni, so già, purtroppo, come andrà a finire: infiltrazioni, topi, spoliazioni, scrostature, crolli.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci fregiamo, con un campanilismo peloso, di aver dato i natali a geni come Terragni, ma poi, nei fatti, ci disinteressiamo del loro lascito materiale. Non ce lo meritiamo Terragni, questa è la verità. Non ce lo siamo mai meritati.</p>
<p>(<i>pubblicato su </i>L&#8217;Ordine <i>del 16 luglio 2023</i>)</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Looking for Giuseppe Terragni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/03/looking-for-giuseppe-terragni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo (Sta per essere pubblicato un libro, Negli immediati dintorni, nato dall&#8217;iniziativa di Viavai &#8211; contrabbando culturale Svizzera/Lombardia &#8211; in collaborazione con Edizioni Casagrande e con gli amici di Doppiozero. Nel volume c&#8217;è anche un mio testo, che qui vi allego. L&#8217;8 febbraio ne parlano Marco Belpoliti, Luigi Grazioli, Matteo Campagnoli e Alberto Saibene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">(Sta per essere pubblicato un libro, <i>Negli immediati dintorni</i>, nato dall&#8217;iniziativa di <a href="http://www.viavai-cultura.net/">Viavai</a> &#8211; contrabbando culturale Svizzera/Lombardia &#8211; in collaborazione con <a href="http://www.edizionicasagrande.com">Edizioni Casagrande</a> e con gli amici di <a href="http://www.doppiozero.com/">Doppiozero</a>. Nel volume c&#8217;è anche un mio testo, che qui vi allego. L&#8217;8 febbraio ne parlano Marco Belpoliti, Luigi Grazioli, Matteo Campagnoli e Alberto Saibene a <a href="http://www.writersfestival.it/programma/">Writers</a>. <i>G.B.</i>)</span></span></span></p>
<figure id="attachment_50718" aria-describedby="caption-attachment-50718" style="width: 753px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-50718" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569.jpg" alt="Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, Como, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015" width="753" height="503" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569.jpg 753w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 753px) 100vw, 753px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50718" class="wp-caption-text">Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le città non sono musei, c’è poco da fare. E meno male, viene da aggiungere. Sono organismi complessi, mutevoli, palinsesti su cui gli abitanti scrivono e cancellano segni di continuo. Anche per questo l’architettura è un’arte ibrida, sporcata con la vita quotidiana. È vero, molti architetti hanno segnato il volto di una città, e una persona, per fare un esempio, se volesse conoscere Palladio dovrebbe, soprattutto, girare per Vicenza. Ma le sue opere non sono di certo disposte una dietro l’altra, seguendo un ordine cronologico, così come appunto in un museo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Penso a tutto questo mentre faccio la mia ennesima capatina a Como. Da Milano è poca roba col treno. In fondo è un viaggio che molte persone per lavoro fanno tutti i santi giorni della settimana. Ma per me venire a Como è sempre una specie di regalo, di piccola vacanza a portata di mano. Ci venivo da bambino con i miei genitori, quelle domeniche mordi e fuggi viaggiando sui treni delle Ferrovie Nord, ci sono tornato da studente d’architettura, ci vengo ora con le mie figlie. E non c’è volta che non provi a fare il mio personale pellegrinaggio razionalista, che non provi a capire come sia possibile che, dopo tutti questi anni, Giuseppe Terragni riesca ancora a stupirmi. Como è la sua città, lo sappiamo. Certo, ha lasciato in giro, fra Seveso ed Erba, fra Lissone e Milano, qualche manciata di opere, ma è qui che ha segnato il gusto di un intero territorio. E forse di un intero periodo, non solo in Italia.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A voler consigliare al turista volenteroso un itinerario seguendo l’ordine topografico, dovrei dirgli di iniziare dall’Asilo Sant’Elia. A sud, in via Alciato, fuori dalla città storica. Che però è praticamente la fine del percorso umano del progettista. L’edificio assolve ancora oggi alla sua funzione, con decoro. Sembra anzi costruito da poco. A guardarlo appare incredibile che, mentre nel resto del paese la tipologia di queste costruzioni era ancora tetragona e monumentale, qui Terragni, consapevole di ciò che si teorizzava nel resto d’Europa, elaborasse edifici bassi, d’un solo piano, candidi, a misura di bambino, fin nello studio degli arredi. Ma oggi non mi posso fermare, sono di fretta. Devo, risalendo, tornare indietro nel tempo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Non c’è molto da fare, le città non sono musei, l’ordine d’apparizione delle opere è sempre topografico, mai cronologico. Occorre saper saltare di palo in frasca, riconnettere le discrepanze. Che nel caso di Terragni, sperimentatore indefesso, si fanno così evidenti che pare abbia operato per decenni, quando invece la sua parabola umana è stata tragicamente breve. Salto Casa Pedraglio, una delle sue ultime opere, incompiuta, in via Mentana, e punto senza indugi verso il suo capolavoro.</span></span></span></p>
<figure style="width: 688px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="" src="http://www.doppiozero.com/sites/default/files/imagecache/rub-art-preview/img_6525_0.jpg" alt="" width="688" height="459" name="immagini2" align="BOTTOM" border="0" /><figcaption class="wp-caption-text">Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Aggiro il centro, mi lascio alle spalle l’abside del duomo, supero la ferrovia e resto a contemplare la facciata della Casa del Fascio. C’è ancora qualche guida che la chiama, con un pudore che suona falso, Palazzo della Guardia di Finanza. L’adesione al Partito Nazionale Fascista determinò la sfortuna critica di Terragni, una sorta di onta incancellabile nella generazione storiografica del dopoguerra. Ridicolaggini. Non solo perché quella di Terragni fu una adesione imposta dall’alto, che accettò più per quieto vivere, </span></span></span><em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">all’italiana</span></span></span></em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">; non solo perché, nei fatti, anche promulgate le leggi razziali, non smise mai di frequentare amici, intellettuali e artisti ebrei; non solo perché, morto nel ’42 al ritorno dal devastante fronte russo, non poté come molti altri “ex-fascisti” riscattarsi vivendo gli anni della Resistenza, ma semplicemente perché, su tutto, la sua fu una architettura, qualunque fosse la sua intima ideologia politica, naturalmente lontana dalla retorica di regime.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Basti pensare che, mentre progettisti suoi coetanei (alcuni poi anche partigiani o deportati nei campi) riuscirono a edificare praticamente tutti in quel laboratorio di architettura fascista che fu l’Eur, l’unico progetto a rimanere sulla carta fu proprio quello del Danteum di Terragni e Lingeri: troppo poco retorico, troppo alto, troppo poetico per la greve propaganda di quegli anni.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Una Casa del Fascio così concepita, a ben vedere, poteva essere costruita solo qui, ai confini dell’impero italico, lontano da Roma, a pochi chilometri dalle brume calviniste. Neppure un balcone, un arengario, neppure un romanissimo arco, nessuna torre. Semmai una macchina formale perfetta. Un manifesto razionalista che sapeva essere autonomo, che guardava al mondo ma che conosceva perfettamente il valore del contesto, in polemica con le dottrine d’oltralpe. Lo dimostra il fatto che Terragni non ha rispettato nessuno dei cinque punti dell’architettura moderna che Le Corbusier imponeva a chi voleva essere </span></span></span><em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">à la page</span></span></span></em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, riuscendo a trovare lo stesso, anzi proprio per questo, una sua lingua davvero personale, scabra e poetica.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_50719" aria-describedby="caption-attachment-50719" style="width: 753px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-50719 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954.jpg" alt="" width="753" height="503" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954.jpg 753w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 753px) 100vw, 753px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50719" class="wp-caption-text">Giuseppe Terragni, Hotel Metropole Suisse, 1926-27, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">L’incarico glielo affidano nel ’32, penso, mentre mi muovo verso piazza Cavour. Aveva 28 anni. Poco più che un ragazzo. Il razionalismo, in Italia – che poi significa a Como –, è stato una “cosa di ragazzi”. Lo erano Radice, Rho, Cattaneo, Sartori. La sua prima opera da laureato ventiduenne era stata il rifacimento della facciata dell’Hotel Metropole Suisse, quello che ho di fronte ora. Certo, nulla a che vedere con quello che sei anni dopo farà con la Casa del Fascio. Eppure si vede già la sua voglia di novità, di slancio verso il moderno, che qui ha un’inflessione viennese, secessionista. Ma era ancora un esercizio di stile, da ex studente del Politecnico. Basta proseguire, andare verso il Novocomum, verso lo stadio, quartiere all’epoca di nuova edificazione, per capire quanto la sua fosse stata davvero una battaglia civile ed etica, persino integralista, per la modernità.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nel ’27 consegna un progetto alla commissione edilizia che poi, in cantiere, sconfessa radicalmente. Due anni appresso, compiuti solo 25 anni, tolte le impalcature rivela ai suoi concittadini questa sorta di transatlantico pronto a navigare nelle acque del lago. Uno shock. I rifacimenti del dopoguerra hanno deturpato la tavolozza cromatica dei serramenti (e qui Terragni guardava all’Olanda neoplastica e al costruttivismo russo), ma la massa tettonica, confrontata col contesto, resta considerevole.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Proprio qui dietro c’è Casa Giuliani-Frigerio, la sua ultima opera, progettata lavorando sulle sezioni e non sulle piante, mentre era al fronte. L’inizio di un nuovo percorso che purtroppo non sapremo mai dove lo avrebbe condotto. Lo so, detto così sembra che io sia preso da sacri e romantici furori. Ma forse per comprenderne il portato rivoluzionario dovremmo pensare che, mentre Terragni lavorava al cantiere del Novocomum, la città celebrava Alessandro Volta, il suo scienziato più insigne, col tempio a lui dedicato che formalmente pare provenire da un’altra epoca, da un passato pacificato e irrealistico.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_50720" aria-describedby="caption-attachment-50720" style="width: 603px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-50720" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586.jpg" alt="Attilio e Giuseppe Terragni, Monumento ai Caduti, 1931-33, ph. Giovanna Silva 2015" width="603" height="703" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586.jpg 603w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586-257x300.jpg 257w" sizes="(max-width: 603px) 100vw, 603px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50720" class="wp-caption-text">Attilio e Giuseppe Terragni, Monumento ai Caduti, 1931-33, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E proprio a pochi passi da qui, a pensarci bene, il cerchio si chiude. Il Monumento ai Caduti sul lungolago è la sintesi materiale che tiene assieme due generazioni di giovani talenti lariani. La sua storia è presto detta: un primo progetto, il risultato di un concorso, rifiutato; poi l’idea lanciata da Marinetti di lavorare sul disegno della Torre Faro di Antonio Sant’Elia, il giovane architetto futurista morto al fronte; infine l’affido dell’esecuzione proprio a Terragni. Un passaggio di testimone inevitabile. Guardo il monolite di granito e diorite e mi commuovo. Ragazzi. Che hanno cambiato il modo di vedere l’architettura. Qui è il mio approdo, oggi. Il mio punto d’arrivo di questa passeggiata nella memoria urbana. Quanto vorrei fosse, però, un punto di partenza, logico, naturale, per ogni architetto che voglia davvero scrivere sul palinsesto della città con consapevolezza, con etica, con responsabilità.</span></span></span></p>
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