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	<title>complotto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l&#8217;ecologia del seggio elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 17:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Leonardo Bianchi si è messo a scavare su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</b></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Leonardo Bianchi </span><a href="http://www.vice.com/it/read/le-pagine-buongiorniste-passate-a-fare-campagna-per-il-s-al-referendum"><span style="font-weight: 400">si è messo a scavare</span></a><span style="font-weight: 400"> su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “</span><a href="https://www.facebook.com/homersimpsonpresidentedelconsiglio/?ref=page_internal"><span style="font-weight: 400">800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio</span></a><span style="font-weight: 400">”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, ma i contenuti sono integralmente antigrillini. Leonardo mappa il tutto e dice alla fine che si tratta di un’operazione di marketing politico. Mattia Salvia, in ottobre, si era “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/settimana-facebook-movimento-5-stelle"><span style="font-weight: 400">informato solo tramite pagine facebook per una settimana</span></a><span style="font-weight: 400">” e la differenza c’è: sta proprio nel fatto che la prima delle due </span><i><span style="font-weight: 400">echo chambers </span></i><span style="font-weight: 400">è costruita attorno al sì al referendum, la seconda descrive un intero universo di riferimento (oggi c’è il referendum, ieri c’era qualcos’altro, domani ci sarà qualcos’altro ancora). Si vede che qualcuno ha studiato </span><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e segue le regole del </span><i><span style="font-weight: 400">confirmation bias</span></i><span style="font-weight: 400">. Qualcuno che ha preso atto di come funziona e prova a lavorarci su, applicando una semplice strategia </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tit_for_tat"><span style="font-weight: 400">tit-for-tat</span></a><span style="font-weight: 400"> (cioè brutalmente “pan per focaccia”). Avrà successo? I numeri dei like, il commentario pletorico di queste pagine buongiorniste per il sì sono grossi ma boh, più di questo non si può dire. Si può dire però con certezza che qui termina ufficialmente l’era dei cacciatori di bufale e dei debunkers: loro combattono con il fioretto mentre sul campo di battaglia esplodono bombe atomiche. Soprattutto si configurano come qualcosa di “neutrale”, cioè un qualcosa che non ha il formato del social network, dunque sono destinati a sparire col fiorire di falsi cacciatori di bufale, debunkers bufalari ecc.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Disvelatori di complottoni di tutto il mondo unitevi! Auguriamogli miglior sorte di quella alla quale è andato incontro Iacoboni, perché la merita. Questa cosa dei siti buongiornisti riconvertiti alla propaganda renziana del sì, che scimmiotterebbe er peggio der peggio del grullismo, nella nostra prospettiva è davero affascinante. E tutto sommato rispecchia bene i temi di questa campagna elettorale, che se vince il sì pare che ormai ti ricrescano pure i capelli. Ugualmente interessante sul fronte del debbunking abbestia è</span><a href="https://www.buzzfeed.com/albertonardelli/italys-most-popular-political-party-is-leading-europe-in-fak?utm_term=.pqLLVwR9JD%23.hj3RgDkOAG"><span style="font-weight: 400"> l’articolo di Nardelli e Silverman uscito su </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che collega l’hacker russo ai siti moldavi, impelagati con Trump, al movimento cinquestello italiano, ma anche a Putin e Assad. Tenendo da parte il fatto che il buongiornismo è un complottone di suo, meritevole di un approfondimento (l’</span><a href="http://www.vice.com/it/read/ho-usato-facebook-come-un-cinquantenne-per-una-settimana"><span style="font-weight: 400">articolo di Mattia Salvia su </span><i><span style="font-weight: 400">Vice</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che abbiamo già citato da qualche parte nelle puntate precedenti scoperchiava il dramma in tutta la sua tragica evidenza), si può parallelamente pensare che se andiamo avanti così potremo scoprire che in realtà è tutta una manovra propagandistica per promuovere il film di Stone su </span><i><span style="font-weight: 400">Snowden</span></i><span style="font-weight: 400">, che ho scaricato da un sito russo, appunto, proprio ieri. La battuta meglio è quella della fidanzata, che a un certo punto si dichiara molto lusingata del fatto che le sue #fotoditette possano essere una cosa che ha a che fare con la sicurezza nazionale, quando lui, paranoico, le dice di cancellarle dall’hd. Neanche male il cerotto sulla telecamera del laptop, che potrebbe spiarli mentre scopano, perché l’hacker russo sa attivarle anche da remoto col computer </span><i><span style="font-weight: 400">idle</span></i><span style="font-weight: 400">. Insomma, siamo un po’ al punto che anche la #fotodicazzo in DM assume un rilievo drammatico per le sorti del mondo intero, cosa che probabilmente riflette il dramma schizoparanoico degli utenti buongiornisti dei social network. Ma la cosa che forse fa più ridere di tutte dell’articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i><span style="font-weight: 400"> è l’emergere sotto traccia di una questione inedita e inaudita, cioè la possibilità, ma che dico l’eventualità, non so bene come dirlo nemmeno, di una politica estera grillina. Cioè, cos’è il mondo cinquestello? L’estero, concetto che ci rimanda indietro agli anni ‘cinquanta (“sei stato all’estero?”), appare di per sé come grande complottone. I ghiacci polari sono già squagliati? Gli americani hanno tutti il chip sottopelle? La trivalente è una trasfusione di sangue rettiliano proveniente dall’Africa? Anche senza scherzare, la storia dell’immigrato spedito in Italia dagli americani per destabilizzarci, sotto le mentite spoglie del profugo siriano fa veramente tagliare in due da ridere. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Fa molto ridere in effetti. Gli “esteri” per queste persone qui sono qualcosa che ha molto a che vedere nel migliore dei casi col concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">mirabilia</span></i><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Le meraviglie dell’India je spicciano casa a questi, veramente! Prete Gianni who? Marco Polo facce ‘na pippa!</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Nel peggiore – e temo che ci avviciniamo molto al peggiore – il tutto è inquadrabile in un quadro pesantemente xenofobo: gli unici amici che avremmo sarebbero autocrati e tiranni con cui fare affari. Laddove la xenofobia è proprio una delle cifre dei regimi dittatoriali, con buona pace di chi, in tempi lontani, </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/09/23/con-lislam-non-si-parla/"><span style="font-weight: 400">rendeva “neutro”</span></a><span style="font-weight: 400"> il concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofobia </span></i><span style="font-weight: 400">associandolo a quello di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofilia</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Una Camboggia.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Un marasma insopportabile, nel quale dovremmo imparare a nuotare per non affogare.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Daje</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ad esempio si possono fare le mappe delle storie e delle parole, per capirci qualcosa. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Spiegati.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Cioè, invece di impegnarci stupidamente in un </span><i><span style="font-weight: 400">debbunking</span></i><span style="font-weight: 400"> (ormai ci piace con due b) teso a stabilire se in questi deliri ci sia aderenza o meno  alla realtà, possiamo utilizzare due o tre strumenti di analisi, per avere qualcosa di sensato su cui ragionare. Per fare questa cosa bisogna prima di tutto disinteressarsi della relazione tra fatti e racconto. Esempio: i miti di fondazione raccontati oralmente sulla costa Swahili. Da essi non riusciamo a ricostruire un fatto storico positivamente dimostrabile in quanto tale, ma possiamo inferire che nelle città-stato in formazione ci doveva essere una contesa politica tra le parti, ognuna delle quali aveva il suo mito di fondazione (</span><a href="http://assets.cambridge.org/97805213/23086/sample/9780521323086ws.pdf"><span style="font-weight: 400">questo</span></a><span style="font-weight: 400"> è un punto di partenza su questo tema). Ora: prendiamo </span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/"><span style="font-weight: 400">l’</span><i><span style="font-weight: 400">Antidiplomatico</span></i></a><span style="font-weight: 400">: non riusciamo davvero a capire cosa succede “all’estero” (ed è perfettamente inutile che diciamo “voi dite cazzate”), ma capiamo benissimo che “gli esteri” per i cinquestelli sono uno dei campi di battaglia della politica interna, capiamo, insomma, che nel mondo cinquestello si parla di esteri in relazione al fatto che i cinquestelli vogliono vincere le prossime elezioni. La cartina di tornasole si ottiene valutando cosa dicono i cinquestelli che stanno al parlamento europeo. Lo dicevo </span><a href="https://news.vice.com/it/article/assad-siria-fascisti-sinistra-italia"><span style="font-weight: 400">qui</span></a><span style="font-weight: 400">: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Più ci si allontana da Roma più i grillini </span><a href="https://vicinoriente.wordpress.com/2016/01/17/schizofrenia-a-5-stelle/"><span style="font-weight: 400">diventano meno assadiani</span></a><span style="font-weight: 400"> — i loro rappresentanti al Parlamento Europeo, ad esempio, hanno a suo tempo denunciato le torture di Assad, dopo aver visto le fotografie di Caesar.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E questo è un evento che non ha avuto alcuna risonanza qui in Italia. Facendo questa sorta di analisi areale (o meglio calcolando sommariamente il </span><i><span style="font-weight: 400">fetch</span></i><span style="font-weight: 400">) delle opinioni cinquestelle su Putin e Asad scopriamo insomma la loro funzione. Da lassù i cinquestelli non “percepivano” che il putinismo e l’asadismo del loro movimento funzionasse davvero bene in politica interna. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. È interessante questa cosa che dici e ci permette di leggere il complottismo in una chiave estremamente provinciale. Abbiamo sottolineato poco questo aspetto che è invece caratteristico e decisivo, che cioè quando vivi ar paese, e l’Italia in particolare è un posto dove la gente vive ar paese, anche quando si è trasferita in una metropoli cosmopolita da generazioni, l’unica cosa di cui ti frega è il paese e la canizza del paese. Voglio dire che qualunque cosa accada nel mondo ti interessa solo se riferita agli effetti che ha sul paesello in cui vivi e siccome non ne ha nessuno, ma devi trovare di necessità un punto di contatto tra quello che succede nel mondo e la tua vita, per non dover concludere che è inutile e priva di significato, ecco che il mondo intero diventa un complotto contro di te, ovvero contro il paesello e i suoi valori genuini.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, infatti. Che poi, se inseriamo tutto nella dinamica telefonone-Bello Figo, possiamo in questo modo intercettare quello che è definibile come “effetto Gorino”, se ci pensi. Di fronte a un evento assolutamente irrilevante e microscopico, cioè l’arrivo di poche persone bisognose e tranquille in un villaggio, dei criptofascisti hanno bloccato la viabilità innalzando pseudo-barricate.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E così, anche, si spiegano bene i complotti americani per invadere l’Italia di africani, da Cerasito di Mezzo, per dire, a Gorino appunto, luoghi che, in realtà non esistono (soprattutto il primo, che è in Molise e non so se abbia a che fare con l’immigrazione, in realtà) fuori dalla mente di chi li popola. In sintesi, il complottismo, oltre a tutte le cose che abbiamo detto fin qui, è una forma profondamente provinciale. La scia chimica è un chiaro esempio: il mondo entra nel tuo campo visivo per il tramite di un aereo che solca il cielo e sparisce alla vista, l’impronta che lascia non può che essere nociva, perché vorresti essere su quell’aereo, ma non lo sai nemmeno, perché il tuo scenario di desiderio è sotto il tuo stesso livello di percezione, invece stai in un buco di culo sperduto e ci morirai sepolto senza che sia fregato niente a nessuno di chi eri e di chi non eri. Perché non eri assolutamente un cazzo di niente.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Mentre il telefonone ti segnala che al mondo succedono miliardi di cose importantissime che ti stai perdendo, facendoti scattare l’unico succedaneo del desiderio che sei capace di percepire: l’ansia.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto, è evidente che, date queste premesse, ogni ingresso del mondo nel campo percettivo del grande provincialismo che ci circonda non può che diventare una minaccia delle multinazionali, della finanzia internazionale, delle </span><i><span style="font-weight: 400">elité</span></i><span style="font-weight: 400"> liberal, che vogliono frocizzare i tuoi figli, farli copulare coi negri, contaminare le abitudini tradizionali, stanarti da quel buco in cui ti senti al sicuro. Una grande verità che Corbin O’Brien, il </span><i><span style="font-weight: 400">supervisor</span></i><span style="font-weight: 400"> alla NSA dice a Snowden durante una scena di caccia del film di cui sopra è che “non vogliono libertà, vogliono sicurezza”. Stiamo perfettamente dentro questo </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">. Il complotto è la forma che la minaccia costituita dall’enormità, dalla vastità, dalla grande complessità del mondo, assume agli occhi provinciali degli individui insignificanti sepolti nel paese sperduto, programmati, in realtà, dal battesimo all’estrema unzione (e quello è il vero complotto, cioè, il complotto sono loro).</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. L’altro esempio che mi piace fare è sull’arrivo in Italia della parola “wahhabismo”, che si riferisce al movimento nato nel XVIII secolo nel Najd, attuale Arabia Saudita e che poi è divenuta la confessione ufficiale in quel paese e in Qatar. Notare: i wahhabiti non si definiscono wahhabiti: sono altri soggetti che chiamano i seguaci di Ibn Abd al-Wahhab in questo modo. Loro si definiscono semplicemente “musulmani” o (usando una semplificazione) “unitari” (muwahhidun) cioè “coloro che professano l’unicità di Dio” (unico vero caposaldo teologico dell’islam). In Italia la “fortuna” della dicitura è recente e si deve all’ingresso della propaganda russa, che ha fatto irruzione in Italia con la questione siriana e più precisamente da quando la Russia ha iniziato a uscire allo scoperto in Siria. Diciamo, sommariamente, a partire dal 2013. I russi chiamavano i jihadisti ceceni in questo modo perché una volta finita l’Unione Sovietica i sauditi iniziarono a fare proselitismo nelle ex-repubbliche sovietiche a suon di corani lanciati dagli aeroplani e/o costruendo moschee a tutto spiano. Prima si preferiva parlare di salafismo (che poi sarebbe meglio chiamarlo neo-salafismo ma lasciam perdere). Oggi chi parla di wahhabiti a sproposito è spesso individuabile come persona che subisce o si associa a quella propaganda russa, usando fonti come </span><i><span style="font-weight: 400">Russia Today</span></i><span style="font-weight: 400"> o </span><i><span style="font-weight: 400">Sputnik</span></i><span style="font-weight: 400">. Ovviamente l&#8217;uso si espande anche ad altri soggetti ma riusciamo ancora a fare una mappa della provenienza delle notizie usando come bussola la parola “wahhabita”. Tante altre cose le possiamo mappare così.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Si aprono vari fronti, se inquadri il problema così. Innanzitutto quello dell’approssimativa “precisione” nella descrizione dei fenomeni sociali e culturali, ma anche nei fatti della cronaca e della politica in genere. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Il </span><i><span style="font-weight: 400">tagging</span></i> <i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> al quale qualsiasi cosa, per essere intercettata da un pubblico, deve essere sottoposta.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ci sono tantissime etichette </span><i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> che si usano per apparire più credibili e affidabili che alla fine non sono per niente pertinenti, non più che se, appunto, chiamassi tutti “gli arabi”. E questa cosa rimanda al problema che più volte abbiamo notato, che cioè o le cose le sai, o non le sai e se non le sai faresti meglio a interpellare chi le sa per capirle, invece di lanciarti in sbandatissime improvvisazioni.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, il fenomeno è di portata universale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Più in generale c’è quest’altro livello di analisi che caratterizza la formazione di opinioni sulla contemporaneità, che da una parte fa, diciamo così, </span><i><span style="font-weight: 400">pendant</span></i><span style="font-weight: 400"> con il complottismo, basato sull’associazione abusiva di fatti irrelati, e dall’altra con la gestazione delle </span><i><span style="font-weight: 400">fake news</span></i><span style="font-weight: 400"> basata su un’inversione del rapporto tra dato e metadato, tra fatti che accadono e categorie che li spiegano, con le seconde che, paradossalmente, producono i primi. Si tratta del fatto che le posizioni su un determinato argomento, diciamo la crisi dei rifugiati, la guerra in Siria, il terremoto, se deve uscire tizio o caio a un talent show o a quell’altro, se era rigore o no, qualunque cosa, non dipendono più tanto da come veramente la pensi, ma da quello che ti fa comodo per polarizzare l’opinione pubblica su un altro tema. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Assolutamente. E qui si spiega molto di quello che entra in gioco nei complottismi. Anche in questo caso ignorando l’aderenza dei racconti alla realtà fattuale e ragionando sulle proprietà dei nessi causali messi in ruolo si riesce a capire chi polarizza, come e perché.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo quindi aggiungere alle due modalità che abbiamo accertato anche questa terza, che è lo spostamento continuo dell’oggetto del contendere, con risultante distanziamento dai fatti in quanto tali, dei quali in fondo non te ne frega veramente nulla. Cioè, se affonda un altro barcone nel mediterraneo non te ne frega di per sé, perché sei di fronte ad una catastrofe umanitaria e devi in qualche modo trovare una soluzione per farla finire, ma perché ti interessa dire che questo o quell’altro ti sta facendo invadere dagli africani su mandato di una potenza straniera che avrà un suo qualche vantaggio (mai chiaro).</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Proprio così. Per anni mi sono dato pena di discutere sulla Siria, poi ho capito che della Siria a questi discussori non fregava assolutamente niente. Che a questi interessava dire qualcosa su, che ne so, l’antimperialismo o Renzi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si tratta di una nuova versione del mondo fatto a nostra immagine e somiglianza, in maniera anche più stupida e vana che in passato. Cioè, non usiamo categorie nostre per descrivere cose che non capiamo, come i culturalismi ci hanno abituato a pensare. Parrebbe che adesso, pur avendo eventualmente gli strumenti per capire, non lo facciamo di proposito, perché un mondo disegnato in maniera intenzionalmente proiettiva serve a costruire opinioni su altri temi. Oppure, peggio ancora, relativizziamo qualunque cosa, perché la dobbiamo ricondurre alla dinamica della canizza paesana.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Usando le nostre categorie: è evidente che una visione complottistica che metta insieme da una parte Soros, Renzi, la Clinton, il compagno del liceo che su facebook scrive cose sarcastiche e il saccente barista, dall’altra Murdoch, Grillo, Trump, il tassinaro e lo zio picchiatello è più rapido, semplice e comunicabile che non provare a capire fatti complicatissimi come quelli che attraversano la contemporaneità, che determinano assetti apparentemente improbabili, geometrie variabili di accordi e disaccordi di un sistema polimorfico, difficile da ridurre a questi contro quegli altri.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Di sicuro se vuoi catalizzare l’attenzione, secondo il modello Povia o Marco Carta, di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti, piuttosto che discettare dei precari equilibri tra le tribù sunnite in Iraq, o ragionare sulle problematiche che emergono dal rapporto ISTAT, fai prima a tirare fuori il complotto della matita copiativa appena uscito dalla cabina referendaria, come Piero Pelù, un altro cantante in via di santonizzazzione:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-66138 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png" alt="peloo" width="668" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-768x395.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo.png 990w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">A seguito di ciò possiamo riportare indizi di un paese intero che, nella domenica del derby, per dire, si ritrova in preda alla psicosi della matita. Un complotto di Alfano che poi dà ordine di scancellare i voti no? In che modo c’entra di mezzo l’hacker russo? L’invasione degli africani? La scia chimica che traccia il cielo sopra al tuo paesello natio?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Questa è molto istruttiva. La mente complottista è fortemente adattativa, e trova soluzioni (sbagliate) in tempi brevissimi. Mi allungo un po’ però sta cosa mi sembra importante: <a href="http://www.drjuliashaw.com/research.html">nel libro di Shaw</a> sulle false memorie si spiega molto bene il fatto che il pilastro della memoria è di tipo associativo. Ogni memoria, e ogni pensiero che ne deriva, vive in una sua ecologia fatta di altre memorie che vi si associano in forme più o meno stabili e/o corrette. L’esempio che fa è molto semplice: quando dico “poliziotto” penserò a qualcosa che è associato in maniera molto forte al concetto di “legge” e molto poco a quello di “tavolo”. Bene, in una mente complottista queste ecologie sono sostanzialmente sostituite da quella del complotto, che si associa praticamente a ogni cosa, essendo una specie di carattere jolly, molto comodo (ma anche riflesso di un sottile malessere, o forse proprio di una modalità psichiatrica), che si attiva ogni qual volta l’ecologia di quel concetto è assente o scarsa. In altre parole: se dici “Soros” o “ISIS” molti non hanno quasi altro concetto da associare se non “complotto”. La memoria interviene quando ragioni sulle cose ma anche quando hai esperienza di qualcosa. Nel caso peluviano, il cantante stava vivendo l’esperienza di votare e probabilmente si sentiva profondamente a disagio in quella situazione dovendo in qualche modo esprimere “protesta”, cioè rappresentarsi come il Cantante Rock anti-establishment. Niente di più facile, in quelle condizioni, che accendere il neurone del complottone, poiché così attivi l’ecologia protestataria che hai alimentato a modo tuo per una vita intera, dando un senso a quel momento di assoluta solitudine che è l’Esperienza dell’Urna. E poiché davanti all’autore di </span><i><span style="font-weight: 400">Eroi nel Vento</span></i><span style="font-weight: 400"> c’è solo un foglio e una matita, una delle due cose dovrà pur rappresentare un problema. La scelta cade sulla matita. Il tutto poi incontra il </span><i><span style="font-weight: 400">sentiment </span></i><span style="font-weight: 400">di masse infinite di persone che manco la matita avevano pensato ed erano uscite dall’urna con un attacco di panico incipiente, determinato dall’evidente sensazione di non contare un emerito niente e/o aver sbagliato tutto nella vita. Ecco fatto, il complotto espresso. Niente di più probabile, stando a ciò che diciamo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Inteso dall’angolazione ecologica il caso della matita di Pelù diventa comprensibilissimo. Il seggio elettorale è per Pelù un luogo che si collega in automatico ad un complotto: il posto dove si esercita il più sacrosanto momento della democrazia non può che essere associato ai brogli, perché le istituzioni sono corrotte e ti inoculano vaccini autistici testati dai rettiliani sulle scimmie che l’animalismo cerca di proteggere eccetera. Automaticamente la sua interazione con la matita porta con sé un’idea di mondo, è cioè ibridata da un sistema di credenze, fatto caratteristico delle ecologie umane, come dicevamo con una collega estone </span><a href="http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/9602"><span style="font-weight: 400">in un articolo mirato a sviluppare tecniche di apprendimento situato della letteratura</span></a><span style="font-weight: 400">. Quindi la matita sarà scancellabile pefforza, perché ti pare che non ti scancellano il voto per rendere l’esito della consultazione elettorale conforme ai desideri della finanza internazionale? </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Niente di più ovvio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma pensiamo a quelli che la leccano: proprio un’altro livello di interazione corporea, altra gestualità, è un tema sul quale dovremmo interpellare minimo Vittorio Gallese, veramente!</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Cade dalla sedia in preda a convulsioni provocate dal riso]</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. [Continuando però imperterrito a parlare] In realtà, se ci pensi, può essere anche un modo fantastico di drammatizzare situazioni a bassa intensità. Quando vai a votare, dai il documento, ti danno la scheda, voti e te ne vai. Che palle. Cioè, dopo mesi di isteria sui social network vorresti qualcosa di più avventuroso. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Da sotto al tavolo, in lieve ripresa] Che almeno il presidente del seggio si riveli essere un Grigio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Sì. O che almeno esploda il cesso della scuola in cui vai a votare. Dunque ti inventi la matita che non scrive, la lecchi, poi denunci l’accaduto, scatti una foto, la pubblichi, tutto il mondo parla di te… che figata. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/">Da “sticazzi” a “mecojoni!”</a>, senza gran sforzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ritorniamo lì. Al Graal del “mecojoni!” che dà senso al telefonone. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il cerchio si chiude di nuovo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E per ora direi che è tutto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Passo a chiudo quindi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Passo e chiudo, sì.</span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La postverità e il pallone sbagliato dalle veline dell&#8217;ISIS ai tronisti della «loi travail»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2016 06:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. Forse si può riprendere la questione del complottone per elaborare qualche idea su come funzioni la verità del discorso corrente, cioè per ragionare su cosa significa oggi dire una cosa vera. Disponendo sull’asse delle ordinate un gradiente di menzogna/verità e su quello delle ascisse populismo e democrazia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Forse si può riprendere la questione del complottone per elaborare qualche idea su come funzioni la verità del discorso corrente, cioè per ragionare su cosa significa oggi dire una cosa vera. Disponendo sull’asse delle ordinate un gradiente di menzogna/verità e su quello delle ascisse populismo e democrazia, il complottismo si situa al punto di intersezione. È un po’ il grado zero di questa configurazione, che peraltro disegna abbastanza bene il quadro politico delle democrazie contemporanee, ossessionate dalla ricerca del consenso. Si potrebbe anche dire che il complottismo sia il punto in cui il rodimento di culo cosiddetto populista e la suadente risposta tecnocratica dei regolamenti si trovano a confliggere su cosa sia vero o falso e lì vuole stare la politica oggi, perché quello è il vero <em>point break</em> dell&#8217;onda di consenso: quando sei sopra vuoi surfarla all&#8217;infinito. E per populismo sarà bene spiegare che intendiamo quello che diceva Alessandro Lanni in <a href="http://www.marsilioeditori.it/catalogo/libro/3171090-avanti-popoli"><em>Avanti Popoli</em></a>, cioè l&#8217;emergere di queste categorie del tipo di «Popolo della Rete», che nascono come semplificazioni giornalistiche, ma ritraggono scenari economici, come nel caso del «Popolo delle Partite IVA», o politici, come in quello del «Popolo Viola» (per chi se lo ricorda) o in maniera più nota del «Popolo della Libertà», in maniera trasversale rispetto alle tradizionali appartenenze di classe.</span><span style="font-weight: 400">  Ad ogni modo, finché è in corso un conflitto su cosa sia vero o falso, la tenuta democratica sembrerebbe garantita. È però anche chiaro che all’interno di questo conflitto c’è sempre più spazio per visioni centrate su ipocrisia o, peggio, veri e propri deliri. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">tipico di un mondo pre-scolare (o post-scolare, se vogliamo), mi vien da dire, che surroga l’educazione con le competenze passive accessibili dal telefonone, posto che, come abbiamo ricordato nella puntata precedente, una ampissima maggioranza delle persone nel mondo è solo spettatrice e “replicatrice” (memetica) della comunicazione telematica.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Credo che sia proprio così, soprattutto se pensiamo alla scuola come il luogo dove sei costretto fin da bambino a misurare la tua condizione percepita con quella degli altri, dunque con un’idea di realtà che emerga dalla sintesi di questa prospettiva dialettica in cui la tua idea di te stesso non dipende soltanto dal modo in cui ti percepisci da solo o nello scambio coi tuoi più stretti familiari. È ben evidente che se devi relativizzarti in base al modo in cui ti pensano persone diverse da te e anche in relazione al fatto che sei in condizione di pensare gli altri diversi da te, poiché la scuola ti mette a contatto con loro, con il loro modo di vita e di intendere il mondo, ecco che difficilmente potrai pensare che tutto ciò che diverge dalla tua prospettiva originaria sia un complotto contro di te.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b>.<span style="font-weight: 400"> Tutto ciò potrebbe condurci a sviluppare qualche riflessione appuntata sul nostro file aperto a proposito di </span><span style="font-weight: 400">«Tecnocrazia e populismo nel mondo globalizzato del doposcuola», ma, seguendo i ragionamenti sulla <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il">grande truffa del decostruzionismo</a> (ma vedi anche <a href="http://theconversation.com/the-surprising-origins-of-post-truth-and-how-it-was-spawned-by-the-liberal-left-68929">questo bell&#8217;articolo</a>, uscito dopo <em>a dir la verità</em>), è forse il caso di prendere di petto questa questione del rapporto tra vero e falso, realtà e finzione, cronaca e narrazione. Specialmente perché abbiamo passato settimane a situare queste categorie nella dimensione del grande complottone, per poi scoprire che l&#8217;affabulatore numero uno è proprio Zuckerberg, il capo di Facebook, quando vorrebbe spiegarci che «Of all the content on Facebook, more than 99% of what people see is authentic. Only a very small amount is fake news and hoaxes» (<a href="https://www.theguardian.com/technology/2016/nov/13/mark-zuckerberg-vows-more-action-to-tackle-fake-news-on-facebook">lo si legge ad esempio sul Guardian</a>). </span></p>
<p><b>Anatole</b>. Questo pensiero percorre un esile sentiero tra un baratro e l&#8217;altro, contrapponendo l&#8217;autenticità dei contenuti alle <em>fake news</em> e agli <em>hoax</em> (concetto interessante, che rimanda a questioni di carattere filologico fin dalle sue origini, riconducibili al libro di Tomas Ady <em>A candle in the dark, or a treatise on the nature of witches and witchcraft</em>  del 1666, come osservava già Robert Nares nel secolo XVIII). La questione dell’autenticità è davvero delicatissima, specialmente se, come fa Zuckenberg, la metti in relazione alla verità o meno di un fatto. Vero e autentico sono in realtà aspetti diversi del rapporto di un racconto con la realtà: hanno di sicuro molto a che fare l’uno con l’altro, ma troppo spesso vengono sovrapposti abusivamente.</p>
<p><b>Lorenzo</b>. <i><span style="font-weight: 400">Authentic </span></i><span style="font-weight: 400">è la parola centrale: autentico, genuino, vero nel senso di non artefatto. L&#8217;autenticità è un attributo che si può applicare al falso. &#8220;E&#8217; un autentico falso&#8221; si può dire, si può concepire, così come &#8211; in diplomatica e nel diritto &#8211; l&#8217;idea di &#8220;falso autentico&#8221;. Mi vengono fra l&#8217;altro in mente tutte quelle microstar della De Filippi che dicono &#8220;sono una persona vera&#8221;, che non è una tautologia (le persone sono tutte vere), ma una dichiarazione di genuinità, di autenticità. Eppure non riesco a pensare a qualcosa di più pataccato di una microstar della De Filippi. C&#8217;è chi dice che la maggior parte dei contenuti di Facebook non è né verificabile, né falsificabile, ad esempio Alexios Mantzarlis su <em>Poynter</em>, e in questo senso</span><span style="font-weight: 400"> l&#8217;affermazione di Zuckerberg è in un certo senso un falso. Io però andrei più a fondo perché, al di là di questo dato incontrovertibile che gli scienziati mettono sul piatto, l&#8217;affermazione di Zuckerberg è anche vera &#8211; nonostante sia ovvio che egli ne strumentalizzi le implicazioni. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Nathan Jurgenson, il fondatore di <em>Real Life Magazine</em> e ricercatore a <em>Snapchat</em>, riconduce il problema all&#8217;algoritmo che filtra l&#8217;utenza di notizie su Facebook, osservando che: «getting rid of obvious fake news doesn&#8217;t make people informed when you&#8217;re only seeing a targeted sliver of reality». Dice che, in sostanza, puoi distinguere una sezione di contenuti controllati, affidabili, trasformandoti di fatto in un editore, oppure mettere gli utenti in condizione di scegliere da loro che genere di contenuti ricevere nel <em>feed</em>. Di sicuro, aggiunge, il fatto stesso che si chieda a Facebook di diventare responsabile del mondo in cui informa mediante i contenuti che veicola spiega di per sé la ragione per cui non accadrà: perché la filosofia è quella di dare agli utenti quello che vogliono, non ciò di cui avrebbero bisogno. Indugiare sul piano etico di «cosa gli utenti vogliono» e ciò di cui «gli utenti hanno bisogno» ci ricondurrebbe a questioni inerenti la scuola, la formazione, cioè la necessità di alzare drammaticamente l&#8217;asticella del sapere critico in una società centrata sull&#8217;informazione. Per rimanere al livello in cui ci stiamo muovendo, quello del rapporto tra autenticità e verità, c&#8217;è sicuramente da osservare che i contenuti veicolati dai social network s</span>pesso non sono veri, nel senso che non reggono ad una falsificazione basata su evidenze positive, ma sono autentici nel senso che sono autenticamente formulati dalle fonti che li producono. Ci sarebbe davvero da sviluppare una teoria filologica dell’informazione, per evitare di confodere verità, autenticità e realtà di un determinato fatto veicolato da un discorso pubblico, che ormai è un discorso in generale, poiché di discorsi privati sembrerebbe che non ne esistano più. Forse si potrebbe fare anche una filologia del tronista, ma forse è esagerato. Di sicuro mi viene da pensare che questa cosa dell’essere se stessi, del presentarsi in maniera non artefatta, che poi deriva dalla cultura del rap, quel <em>get real</em> che ti configura come credibile, espone ad una continua verifica del piano di autenticità. Un po’ come se ci si dovesse dimostrare credibili in base ad un principio di conformità rispetto al modo in cui ti pensi e appari, piuttosto che in considerazione del fatto se hai detto una cosa vera o una stronzata atomica. Se ti qualifichi come uno che dice stronzate atomiche, allora è quasi meglio che continui a dirle, perché se per caso dici la verità non sei più credibile, in quanto inautentico.</p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Esatto. L&#8217;autenticità implica un piano di autorialità, non necessariamente un piano di verità. La Donazione di Costantino è falsa, ma il documento che la descrive è autentico. Un documento che, fra le altre cose, sancisce la nascita del potere temporale della Chiesa e lo mette in ruolo. In altre parole: se io su Facebook scrivo che i rettiliani mi hanno rapito dico una cazzata autentica, oltre che un&#8217;autentica cazzata. E l&#8217;algoritmo di Zuckerberg non andrà a scovare il mio post per cancellarlo, il ché è sostanzialmente corretto, perché quel post è autentico, cioè non lo ha scritto qualcuno in mia vece, registra una (qualche) realtà, non una verità. D&#8217;altra parte è corretto anche il discorso sulla non verificabilità/falsicabilità di un post sul rapimento rettiliano: la cosa avviene perché sostanzialmente quel post è narrativa.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Certo, c’è un piano di verità che trascende la verità dei fatti. Ci sto lavorando a proposito della verità del romanzo nelle sue forme più antiche, con un confronto tra due opere francesi della seconda metà del secolo XII, il </span><i><span style="font-weight: 400">Roman de Rou</span></i><span style="font-weight: 400"> di Wace, un’opera di carattere storico, e il </span><i><span style="font-weight: 400">Chevalier au lion</span></i><span style="font-weight: 400"> di Chrétien de Troyes, un romanzo vero e proprio. Se Wace dice che è andato a cercare la fonte meravigliosa di Barenton nella foresta di Brocéliande e non l’ha trovata, biasimando se stesso per il fatto stesso di averla cercata, Chrétien non si fa scrupolo ad impiegare il luogo letterario screditato di valenza storica. Questo perché la verità del romanzo non dipende dall&#8217;effettiva consistenza dei luoghi in cui gli eventi si svolgono, quanto piuttosto con quella delle emozioni dei personaggi, con ciò che provano, che sentono, nella prospettiva idealizzata in cui il loro autore li situa. Nel prologo del </span><i><span style="font-weight: 400">Chevalier au lion</span></i><span style="font-weight: 400"> Chrétien dice chiaramente che i cavalieri di Artù amavano davvero, mentre quelli del tempo in cui vive e scrive hanno trasformato Amore in <em>fable</em> e <em>mançonge</em>, finzione e menzogna, perché dicono di essere innamorati, ma in realtà non provano davvero quel sentimento. La verità del <em>Chevalier au lion</em> risiede nell’autenticità del sentimento che Yvain prova per Laudine de Landuc, verificato attraverso tutta l’estensione del romanzo, non già in quella dei luoghi attraverso i quali la storia si svolge.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Proprio in virtù di questo parallelo possiamo forse archiviare l’idea che &#8220;Trump ha vinto grazie a Facebook&#8221;, per quanto sia vero che sempre di più le persone &#8220;si informano&#8221; sui social network, cioè non leggono notizie ma storie (questo è il motivo per cui Zuckerberg dice una mezza verità). In un contesto come il social network i &#8220;fatti&#8221; (veri o falsi che siano) discendono dalle argomentazioni e non viceversa. Secondo la nuova retorica &#8220;l&#8217;uditorio è tutto&#8221; e Zuckerberg questa cosa deve averla capita bene se, invece di mettere il bottone &#8220;vero/falso&#8221;, ha messo il bottone &#8220;mi piace/sono orripilato/mi fa ridere/ mi fa piangere&#8221;.  Su FB sono in contatto con diversi operatori dell&#8217;informazione che della verità fanno la loro bandiera. È una cosa meritoria, assolutamente. Mi piace questa cosa che fanno, sorrido, metto un cuore. Approvo il loro argomento, ma la compresenza di informazione e narrativa, la sovrapposizione di queste due categorie, la confusione a volte, è tale da rendere necessario un altro approccio alla questione.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Esatto. C’è un problema evidente di sovrapposizione di registri, cioè di racconti di finzione che si spacciano per notizie, di notizie mascherate da racconti di finzione, o filtrate mediante il registro del sarcasmo, commenti che sono racconti, racconti che sono commenti, come in un grande zibaldone che confonde i registri e mescola tutto con tutto. A questo proposito cade bene il fatto che la parola dell&#8217;anno dell&#8217;Oxford Dictionary sia il sostantivo &#8220;Post-truth&#8221;, anche preferita ad &#8220;alt-right&#8221;, venuta di sodissima soprattutto dopo la vittoria di Trump alle presidenziali americane. È interessante osservare che la parola abbia una storia lunga alle spalle, poiché, <a href="https://www.theguardian.com/books/2016/nov/15/post-truth-named-word-of-the-year-by-oxford-dictionaries?CMP=share_btn_tw">come riporta il Guardian</a> «the first time the term post-truth was used in a 1992 essay by the late Serbian-American playwright Steve Tesich in the Nation magazine» relativo allo scandalo Iran-Contra e la Guerra del Golfo. In particolare, Tesich diceva che «we, as a free people, have freely decided that we want to live in some post-truth world», denunciando la già avvertibile predominanza di una propaganda volta a mistificare i dati di realtà al fine di produrre effetti politici e militari di rilievo planetario. La forma stessa della parola evidenzia, d&#8217;altra parte, addentellati evidenti con la teorizzazione postmoderna, che, come diciamo fin dal primo di questi dialoghi, appare sempre più una profezia che si auto-avvera, cioè un progetto politico e culturale, più che un&#8217;analisi della realtà.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b>. A proposito di vero e falso, autentico e genuino nell&#8217;epoca <span style="font-weight: 400">postmoderna della postverità l’esempio che subito mi viene in mente in relazione ai miei interessi mediorientali è la storia del mercato degli schiavi nei territori di Stato Islamico. </span><span style="font-weight: 400">Il meme che ancora circola in rete, che non ha mai smesso di circolare, è questa fotografia che ritrae donne in abaya e niqab che, incatenate, si dirigono da qualche parte accompagnate dai loro aguzzini.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65671 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/yazidiok-300x168.jpg" alt="yazidiok" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/yazidiok-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/yazidiok.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">La fotografia, pubblicata nel 2011 da <em>Le Monde</em>, è autentica. E&#8217; stata scattata in Libano, durante le celebrazioni della Ashura, una ricorrenza dell&#8217;Islam sciita che assumono talvolta la forma di rievocazioni allegoriche. Cioè è una foto autentica che registra la realtà di una allegoria messa in scena da una denominazione religiosa che con Stato Islamico non ha nulla a che fare, anzi attualmente gli si oppone. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65672 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde-300x202.jpg" alt="le-monde" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde.jpg 520w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">L&#8217;</span>articolo che linko <a href="http://observers.france24.com/en/20141106-slave-yazidi-women-islamic-state">qui</a> è molto chiaro su questa cosa. Dice: &#8220;Many Yazidi women captured by the Islamic State (IS) group have been forced into slavery. After months of speculation while photos claiming to show their plight circulated online, the group finally confirmed these rumours in its online magazine Dabiq. However, all of the photos of these slave women circulating on social networks are fake. Even though the jihadists boast about enslaving these women, they keep them hidden away&#8221;. Ossia: il mercato degli schiavi è una cosa reale, lo conferma anche la rivista di Stato Islamico, ma le foto sono false (cioè false in relazione alla notizia perché, nei fatti, sono autentiche). <span style="font-weight: 400">Un capitoletto recita: &#8220;A reality illustrated by false images&#8221; ma quello ciò circola sono proprio quelle &#8220;false images&#8221;, il meme è quello. </span><span style="font-weight: 400">Non è finita, però. Il pezzo linkato è dell&#8217;11 giugno 2014 ma ancora nel novembre seguente l&#8217;International Business Time, <a href="http://www.ibtimes.com/corporate/about">una testata online dalla buona diffusione</a>, usava ancora quell&#8217;immagine <a href="http://www.ibtimes.co.in/shocking-isis-official-slave-price-list-shows-yazidi-christian-girls-aged-1-9-being-sold-613160">in un articolo</a> in cui si parlava di un presunto documento dello Stato Islamico in cui si riportavano i prezzi degli schiavi. </span>Il documento <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/isis-price-list-for-captured-yazidi-girls-being-sold-as-slaves-dismissed-as-fake-propaganda-9845679.html">era a sua volta un falso</a>: portava la data del 16 ottobre 2014 ma era intestato allo Stato Islamico di Iraq, un&#8217;organizzazione antesignana dello Stato Islamico di Siria e Iraq (aprile 2013) e dello Stato Islamico (giugno 2014). Nessuno si chiese chi potesse averlo fabbricato, cioè chi ne fosse autore: scoprendolo avremmo ricavato una notizia <em>vera </em>riguardante persone e gruppi che fanno circolare dei falsi. Si preferì &#8220;smontare&#8221; il documento e basta, quello che rimase fu la conferma dell&#8217;esistenza di un mercato degli schiavi da parte di Stato Islamico e il &#8220;discorso&#8221; su questo fatto.  A un certo punto, l&#8217;anno dopo, era all&#8217;inizio di agosto, una rappresentante dell&#8217;ONU <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/isis-price-list-for-child-slaves-confirmed-as-genuine-by-un-official-zainab-bangura-10437348.html">disse</a> di aver effettivamente visto circolare un prezzario degli schiavi nei territori di Stato Islamico. Non disse che quel documento &#8220;emerso&#8221; l&#8217;anno precedente era autentico, disse che aveva visto coi suoi occhi una lista dei prezzi degli schiavi bambini fra le mani di combattenti di Stato Islamico in Siria e Iraq. Ciò però non impedì ai redattori di Russia Today di <a href="https://www.rt.com/news/311612-un-isis-sex-slave/">scrivere</a>: <span style="font-weight: 400">&#8220;After circulating for almost a year, the UN has finally confirmed the authenticity of the Islamic State Sex Price list being offered to their fighters and other men trying to purchase sex slaves as young as one for $165&#8221;. </span>Russia Today in quell&#8217;articolo riportava un tweet in cui compariva indovinate cosa:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65670 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave-300x295.png" alt="tweetschiave" width="300" height="295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave-300x295.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave.png 633w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un marasma come questo è ovvio che non si riesce più a parlare &#8220;bene&#8221; di questi maledetti schiavisti di Stato Islamico &#8211; come di qualsiasi altra cosa &#8211; senza che qualcuno ti metta in dubbio che alla base ci sia un fatto vero. Ricordo un mio “amico” di Facebook, Oussama Abu Musab, che parteggiava per l’ISIS (poi una volta parliamo degli amici di Facebook, con calma). Ogni giorno portava tonnellate di argomenti basati sul <em>debunking</em> di storie simili. In un’ecologia come quella appena drscritta lui ci sguazzava benissimo. E avendo pascolato (con sofferenza) nel network di Stato Islamico posso dire che questa dinamica è pressoché obiqua. Mi viene da pensare che anche Trump e i suoi abbiano potuto contare su una situazione simile. In questo non c&#8217;è alcuna differenza fra lui e Abu Bakr al-Baghdadi.</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Tra i tanti fatti di casa nostra che si potrebbero associare a questo che presenti, mi viene in mente la foto fotoscioppata di un corteo contro la loi travail in Francia alla fine del maggio scorso, quella che ritraeva i manifestanti dietro uno striscione della CGT (Confédération Générale du Travail, la CGIL francese per capirci) sul quale ci sarebbe stato scritto «Nous ne ferons pas la fine de l&#8217;Italie». Si trattava chiaramente di un falso, un&#8217;elaborazione grafica, dunque racconta un fatto mai avvenuto. Fatti linguistici puntavano inesorabilmente in questa direzione, senza che ci fosse nemmeno bisogno dell&#8217;intervento del filologo. Senza calcolare l&#8217;improbabilità del costrutto maccheronico «ne ferons pas la fine de l&#8217;Italie», quindi l&#8217;incongruenza sintattica, la parola «fine» è in francese aggettivo femminile, qui scambiato per il sostantivo «fin» e corretta in «fin» in versioni più recenti della stessa elaborazione grafica. L&#8217;immagine la trovavi condivisa sulle pagine dei social network dell’autore di corsivi antigovernativi al vetriolo de <i>Il Fatto Quotidiano</i>, senza nemmeno la decenza di una parola di scusa nei confronti delle centinaia di (più o meno) ingenui lettori, che l&#8217;hanno a loro volta propagata a macchia d&#8217;olio. Anzi, il nostro giornalista professionista provava poi addirittura a farci lo splendido, additando al pubblico ludibrio una povera disperata che richiedeva per Renzi lo status di dittatore e la pena di morte per i dissidenti. Il fatto di aver procurato l&#8217;isteria di una povera di spirito non rendeva meno grave che un giornalista professionista diffonda un conclamato falso senza verifica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65676 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tumblr_inline_o7z81yFovH1sfcpl5_540-1-300x244.jpg" alt="tumblr_inline_o7z81yfovh1sfcpl5_540-1" width="300" height="244" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tumblr_inline_o7z81yFovH1sfcpl5_540-1-300x244.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tumblr_inline_o7z81yFovH1sfcpl5_540-1.jpg 540w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Si potrebbe commentare che tra il rilancio di una foto adulterata e lo scatto superpiacione di Renzi con Obama ci passa un abisso, almeno in termini di professionalità: la narrazione epica renziana sarà stucchevole quanto vogliamo, ma almeno le foto del Presidente che siede pensieroso su un gradino all&#8217;Arsenale a Venezia o gioca alla Playstation con Orfini mentre si vota l&#8217;Italicum, come quelle della Boschi con la bambina africana che le fa la treccina, sono vere, cioè raccontano fatti realmente accaduti. Ma è più interessante notare che la cura del dato positivo, il fatto verificato, l’evento prodottosi tende qui, e in tanti altri casi, ad identificarsi con la sua interpretazione, fino al punto che la seconda produce il primo. Molte delle argomentazioni di chi provava a giustificare il contributo alla propagazione della foto manipolata suonavano, infatti, nel senso di «anche se è un falso, questo argomento è stato usato dai lavoratori francesi in lotta», motivo per cui il falso non sarebbe poi così falso.  Cioè, la postverità, almeno in questo caso, è una cosa falsa che confermerebbe un pensiero corrente vero, una sorta di emblema della verità.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> In effetti la traiettoria &#8220;emotiva&#8221; è la stessa rispetto al tema &#8220;mercato degli schiavi&#8221; dell&#8217;Isis. Uguale proprio. Il risultato, in questo caso, è che non riesci a parlare della loi travail in maniera sensata (nell&#8217;altro si trattava di parlare con sensatezza del mercato degli schiavi di stato Islamico) perché ti trovi in una situazione in cui tutti intorno a te hanno indossato la casacca, e anche l&#8217;arbitro è uno scemo. Stanno giocando una partita a pallavolo con un pallone da basket e non se ne sono accorti. E se vai lì e gli dici:«scusate, avete sbagliato pallone» ti guardano pure male.</p>
<p><strong>Anatole. </strong>Appare piuttosto conseguente che l’esclusione dal dibattito sulla democrazia e il suo funzionamento delle discipline che accertano la verità dei fatti su base documentaria conduca alla definizione di un sistema di opinioni centrate su un giudizio che si produce in anticipo rispetto all’accadimento dei fatti dai quali dovrebbe scaturire, o magari anche in loro assenza, cosicché non sorprende che il giudizio arrivi anche a produrre il fatto, secondo un capovolgimento dell’ordine naturale delle cose.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Sì, ritorniamo al punto individuato nel primo nostro dialogo, quello intitolato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/">&#8220;Cinque matti&#8230;&#8221;</a> ma la cosa si allarga. Già nel 2004 Ron Suskind sul New York Times <a href="http://www.nytimes.com/2004/10/17/magazine/faith-certainty-and-the-presidency-of-george-w-bush.html">ci raccontava</a> che nel 2002 un <em>senior adviser </em>di George W. Bush aveva già un nome per quelli che «believe that solutions emerge from your judicious study of discernible reality». Li definiva in maniera derisoria una &#8220;reality-based community&#8221;. Siamo a un anno dall&#8217;11 settembre e a pochi anni dalle teorie sulla &#8220;fine della storia&#8221;, sul &#8220;conflitto di civiltà&#8221; e altre panzane. Già allora qualcuno pensava che &#8220;quelli che credono che le soluzioni emergano da uno studio giudizioso di una realtà distinguibile&#8221; debbano essere descritti come una &#8220;comunità&#8221;, cioè che il problema della realtà non riguardi l&#8217;intera umanità bensì, in definitiva, quattro scemi che parlano in salotto (raccontavi, <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il">nell&#8217;articolo che abbiamo citato all&#8217;inizio</a>, di come a Stanford a voi filologi vi definissero <em>positivist</em>). Flaminia Saccà lo ha spiegato molto bene nel suo <em>Culture politiche, informazione e partecipazione nell’arena politica 2.0 </em>(in <em>Sociologia</em>, L, 3, ottobre 2016, p. 38) aggiungendo:</p>
<blockquote><p>La realtà viene qui chiaramente intesa come una scelta di appartenenza, come una delle variegate possibilità caratterizzanti la società umana. Non un fattore di coesione, non una condizione comune, non una necessità, bensì una delle tipologie identitarie fra le tante. Minoritaria, verrebbe da dire, perché “questo non è più il modo in cui funziona il mondo oggi”, come venne spiegato al giornalista [&#8230;].</p></blockquote>
<p>Un&#8217;osservazione come questa mi riporta a ripendere una cosa che mi è cara. Siamo ancora nel 2004 quando John K. Galbraith in <i><a href="https://www.ibs.it/economia-della-truffa-limiti-dell-libro-john-k-galbraith/e/9788817037310">L&#8217;economia della truffa</a> </i>scrive:</p>
<blockquote><p>le opinioni condivise, che altrove ho chiamato &#8216;sapere convenzionale&#8217;, sono altra cosa dalla realtà [&#8230;] Non sorprendentemente, tra le opinioni e la realtà ciò che conta, alla fine, è la seconda [&#8230;] in seguito a pressioni economiche e politiche e alle mode del momento, tanto l&#8217;economia quanto realtà politico-economiche ancora più vaste coltivano una versione della verità. La quale non ha necessariamente qualche rapporto con la realtà.</p></blockquote>
<p class="western">È per questo che se uno dice che Stato Islamico è una organizzazione criminale globalizzata di tipo mafioso molti ti guardano male come se avessi detto quella cosa del pallone sbagliato.</p>
<p class="western"><strong>Anatole</strong>. Questa sintesi iconica del pallone sbagliato mi pare perfetta. Mi piacerebbe calciarlo nella direzione del complottema per eccellenza, quello de &#8220;L&#8217;HACKER RUSSO&#8221;, il vero cattivo che si profila all&#8217;orizzonte, passando dal ritratto dei manifestanti americani antitrump come comparse pagate da Soros (la finanza internazionale con la quale noi élite liberal intellettuali saremmo colluse) <a href="https://www.left.it/2016/11/17/il-feroce-burattinaio-soros-trump-e-linformazione-spazzatura/">di cui parla bene Martino Mazzonis</a>, e il complotto filorusso del Movimento Cinquestelle in Italia <a href="http://www.lastampa.it/2016/11/16/italia/politica/palazzo-chigi-denuncia-laccount-della-cyber-propaganda-pro-ms-mOsOd6Vh4O8y4y0n4WrwlN/pagina.html">denunciato da Iacoboni</a> e <a href="http://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/la-rete-social-del-m5s-una-macchina-perfetta-che-si-nutre-di-rabbia-e-ignoranza/">ripreso da Salamida</a>.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Aspetta, Fermati qua. Hai dimenticato la polemica su questa gif fotoscioppata, o forse l&#8217;hai rimossa:</p>
<p class="western"><img loading="lazy" class="size-medium aligncenter" src="http://static.snopes.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/signgif.gif" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p class="western">In realtà quella persona reggeva un cartello che diceva: «WE LOVE YOU JOIN US». Bello, no? Ti ho fatto male al pancreas? Non hai idea del panico che ha generato su twitter&#8230; Complotto!</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> &#8230; [sgrana gli occhi] L&#8217;idea del movimento complottista che complotta a sua volta stabilisce una circuitazione ermeneutica da sbrocco senza precedenti, che riporta tutto il ragionamento sull&#8217;autenticità e la verità al piano sul quale ci siamo mossi nelle ultime settimane. Mi rendo però conto che già così abbiamo tirato giù una lenzuolata illeggibile (ma il <em>superlong form</em> dialogato è l&#8217;unica risposta possibile alla retorica del complotto).</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Effettivamente si è fatta una certa e non abbiamo ancora iniziato la partita a <em>Illuminati</em></p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> Ok, allora concluderei con un commento sulle ultime parole di Albus Dumbledore a Harry Potter nel finale della serie a proposito del concetto di realtà.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Sei sicuro di ciò che stai facendo, vero? Con Potter partono treni, autostrade, navi spaziali.</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> La dico e basta: «of course it is happening inside your head, Harry, but why on earth should that mean that it is not real?».</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> &#8230; [fissa Anatole]</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> &#8230; perchè mi guardi così?</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> No, vabbe&#8217;. Spiegala.</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> Cioè: una cosa che accade anche soltanto nella tua testa ha una sua realtà, nel senso che determina il modo in cui vedi le cose, dunque incide sulla realtà, interagisce con essa, la modifica. Anche la più inverificabile delle notizie, la più apertamente falsificata, voglio dire la più atomica cazzata, ha un suo statuto ontologico non dissimile da una notizia vera, poiché incide sulla realtà, non solo quella che prende forma nella testa dei patiti del complotto, ma anche quella di chi si trova costretto ad interagire, magari anche solo indirettamente, con ciò che seminano nella semiosfera dei social network. È un po&#8217; il punto che <a href="https://populismi.wordpress.com/2016/11/22/da-dove-viene-la-post-verita-e-cosa-fare-per-conviverci/">segnala giustamente</a> Alessandro Lanni, interpretando l&#8217;articolo dell&#8217;Economist sul fatto che <a href="http://www.economist.com/news/books-and-arts/21709937-politicians-words-particular-change-world-and-donald-trump-does-not-choose-his?fsrc=scn/tw/te/bl/ed/morethanwordsmerespeechhaspowerfulconsequences"><em>“Mere” speech has powerful consequences</em></a> alla luce del concetto di «gesto linguistico» formulato da Peirce, cioè con «l’idea che il significato delle parole non sia un fatto là fuori ma che abbia a che fare [&#8230;] con gli effetti che esso mette in moto». Insomma, la realtà che abitiamo non è soltanto il prodotto di dati fattuali, trascende la cronaca giornalistica, dialoga con la verità assoluta, ma anche con un sacco di altre cose, che sono vere solo in senso molto relativo (perché ad esempio qualcuno le pensa) o non lo sono proprio. Non si può escludere che si possa sconfiggere il Male facendosi paladini della verità e rimanendo determinati a questa sola ed unica causa, ma quello che sappiamo di certo è che si può sconfiggere il Bene dicendo un sacco di cazzate.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo</strong>. &#8230;</p>
<p class="western"><strong>Anatole</strong>. &#8230;.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Ok, siamo a posto. Da qui ripartiremo per nuove avventure, sicuramente.</p>
<p class="western">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il Grande Complotto che dà senso al Telefonone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2016 13:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. dopo l’uscita dell’ultimo pezzo ho dovuto fare un po’ di controcomplottistica, cioè il corrispettivo digitale della prepugilistica. Mi sono dedicato a un esercizio complesso: combattimento cinguettante. Che la forma dialettica naturale di Twitter sia la bagarre è evidente: quel social non è fatto per dialogare e articolare un ragionamento complesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. dopo l’uscita dell’ultimo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/10/29/la-filologia-del-grande-complottone-raqqua-sic-ar-torrino-ritorno/">pezzo</a> ho dovuto fare un po’ di controcomplottistica, cioè il corrispettivo digitale della prepugilistica. Mi sono dedicato a un esercizio complesso: combattimento cinguettante. Che la forma dialettica naturale di Twitter sia la</span><span style="font-weight: 400"> <em>bagarre</em> è evidente: quel social non è fatto per dialogare e articolare un ragionamento complesso in una serie di pensierini da 140 caratteri è semplicemente impossibile. Dunque è un’ottima palestra: sono passato di livello, </span><span style="font-weight: 400">credo</span><span style="font-weight: 400">, e ho maturato l’idea che la controcomplottistica sia una disciplina a sé stante, che necessita di un training </span><i><span style="font-weight: 400">ad hoc</span></i><span style="font-weight: 400"> &#8211; ad esempio esercizi di empatia gratuita &#8211; e che abbia come fine l’elisione della contrapposizione. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Mi stai dicendo che puoi vincere battaglie ma non le guerre: devi fare la pace. Ma la pace è una forma di adesione leggera alla forma del complotto. Cioè, che la forma dialettica naturale della contemporaneità è in sostanza un complotto.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, è così. L’esercizio mi ha portato a pensare a 2 cose: </span></p>
<ol>
<li><span style="font-weight: 400"> c’è da approfondire questo discorso delle catene causali. I complottisti non li convinci perché, di fronte a una evidente <em>debacle</em>, risalgono in su, sulla catena causale, che risulta essere quasi infinita e, spesso, circolare: insomma non si arriva mai. Definirei questo processo “sindrome dei duemarò”. I complottisti fanno un po’ come i salmoni. Quando li vedi saltare indietro entri nel dominio della controcomplottistica. Se il salto non riesce hai la possibilità di ripartire dicendo una cosa come “e allora i duemarò?”. </span></li>
<li><span style="font-weight: 400">Tra le 5 “W” del giornalismo (what, who, when, where, why) ce n’è una, la quinta, attorno a cui si gioca tutto il mondo del complottismo. Cioè: una notizia ti dovrebbe dire cosa, chi, quando, dove e perché. E su questo </span><i><span style="font-weight: 400">perché </span></i><span style="font-weight: 400">a livello teorico si è ragionato moltissimo, essendo che puoi spiegare la presenza di un cane rosa di fronte ai Vigili del Fuoco di via Marmorata come un “abbandono di cani” o come un “preciso disegno che Loro mettono in atto per danneggiare il Sindaco”. Cioè: il “perché” del giornalismo (ovvero la causalità della cosa) sarebbe da intendere in un senso estremamente terra terra. Il cane rosa era lì perché è stato abbandonato, basta. Qualsiasi altro tentativo di spiegazione non pertiene al campo del giornalismo, se non in forme ben codificate: editoriali, fondi ecc. </span></li>
</ol>
<p><b>Anatole. </b>I<span style="font-weight: 400">n quell’esempio che facevi l’altra volta (le Toyota americane in mano all’ISIS) la cosa era rivoltata. Prima c’era un lunga spiegazione del perché, e alla fine la notizia, che poi non era una notizia.</span></p>
<p><b>Lorenzo:</b><span style="font-weight: 400"> Sì, questo allungarsi sul perché ha un inquietante risvolto rispetto a quello che nella puntata precedente vedevi come un “mischione” fra fatti e invenzioni. In un complotto sono i perché ad agire. In una struttura complottista (cioè quella dell’immagine che avevamo riportato) tutte le notizie possono essere tutte vere, basate su fatti, sono i legami a essere falsi. Certo, si fabbricano falsi per confermare catene false, ma al centro della cosa c’è la catena, non il fatto. Sento che hai bisogno di discutere attorno a una delle caratteristiche fondanti di queste catene causali.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Mi permetterei di proporre un significativo sviluppo delle cose importantissime che ha detto Segre a proposito del tempospazio letterario, anzi l’ho già fatto in un articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">Critica del Testo</span></i><span style="font-weight: 400"> che hanno letto tipo in cinque nel mondo. Che cioè etichettiamo quotidianamente come “fiabesco” o “medievale” o tutt’e due il fattore di sincronicità grazie al quale in realtà diamo ancora senso a determinati fatti in base alla loro concomitanza. Questo perché la sincronicità non sarà una struttura profonda della nostra psiche nei termini junghiani, ma di sicuro rappresenta un meccanismo di grande efficacia quando dobbiamo dare </span><i><span style="font-weight: 400">shensho</span></i><span style="font-weight: 400"> alla nostra vita, che in realtà non ce l’ha.</span></p>
<p><b>Lorenzo:</b><span style="font-weight: 400"> [pensa] Per esempio?</span></p>
<p><b>Anatole:</b><span style="font-weight: 400"> Esempio. Se io mi trovo di fronte ad un terremoto devastante ho la scelta tra l’arrendermi al fatto che questa cosa non ha nessun senso e attaccarmi al cazzo, oppure elaborare un sistema retorico che gliene conferisca uno. Se devo vendere le copie di un giornale o attrarre l’attenzione su di me in qualche maniera, è ben evidente che la prima soluzione funziona meno della seconda. Adesso non so se al corso di Narrazione della Scuola Holden te lo insegnano così, ma la sostanza è questa, da Chrétien de Troyes a Harry Potter, dal romanzo medievale in versi fino a Hollywood. Col complottismo si arriva al punto che la ragione, la motivazione, il significato non si limita a spiegare un fatto, ma lo determina proprio, ne caratterizza lo stato ontologico, secondo modalità narrative caratteristiche di quello che abbiamo etichettato come racconto di finzione. </span>Se poi i racconti di fiabe dei cacciatori neolitici fossero costruiti in base ad una provvidenzialistica interpretazione della coincidenza di due o più fatti irrelati, la cosa potrebbe anche non stupire, perché loro stessi magari provavano a darsi un senso così, anche se a me apparirà sempre più probabile che la filologia romantica abbia rielaborato i loro racconti secondo codici romanzeschi.</p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ok, ora è chiarissimo. Nel giornalismo &#8211; del quale sono allibito osservatore &#8211; sta cosa si fa con la quinta W. E il volano che permette sulla rete di avere tanti click è di fatto su quel perché. Ma il web 2.0 non è fatto di giornalisti, è l’antitesi del giornalismo. I click arrivano quando quella notizia trova un perché nelle narrazioni di una massa di persone che si raccoglie attorno a casse di risonanza social. Questo è il motivo per cui la Siria sta perfettamente dentro Povia anche se un Povia probabilmente non sa nemmeno dove la Siria stia di casa. </span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Cioè Povia il cantante? Quello dei bambini che fanno oh?</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Racconto solo questa, ché Povia l’ho incrociato per via della Siria. È il 22 settembre 2015 e la pagina Facebook di Arianna, l&#8217;editore del già citato Daniel Estulin pubblica </span><a href="https://www.facebook.com/AriannaEditrice/photos/a.421474736203.212368.164160051203/10153677699371204/?type=3"><span style="font-weight: 400">questa cosa qua</span></a><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Le donne siriane hanno gli stessi diritti che hanno gli uomini, nello studio, nella salute e nell’educazione. In Siria le donne non hanno l’obbligo di portare il Burqa. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale. La Siria è l’unico paese arabo con una Costituzione Laica e non tollera i movimenti estremisti islamici. Circa il 10% della popolazione siriana appartiene ad una delle tante denominazioni cristiane presenti da sempre nella vita politica e sociale. In altri paesi arabi la popolazione cristiana non arriva al 1% a causa delle discriminazioni subite. La tolleranza religiosa siriana è unica nella zona. La Siria è l’unico paese del Mediterraneo che è ancora proprietaria della sua impresa petrolifera, che non l’ha voluta privatizzare. La Siria ha un’apertura alla società e cultura occidentale come nessuno degli altri paesi arabi.. Prima della guerra, la Siria era l’unico paese pacifico nella zona senza guerre ne conflitti interni. La Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo Monetario Internazionale. La Siria è l’unico paese del mondo che ha ammesso rifugiati iracheni senza nessuna discriminazione sociale, politica o religiosa. Bashar Al Assad ha un&#8217;approvazione estremamente popolare. Lo sapevate che la Siria ha riserve di petrolio di 2.500 milioni di barili, il cui sfruttamento è riservato alle imprese statali? FORSE ADESSO PUOI COMPRENDERE</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Ora: potrei fare qui un po&#8217; di debunking, un bel po&#8217; di debunking, giusto per riavviare la cirrosi epatica, ferma da un po&#8217;. Meglio però soffermarsi su questo “forse adesso puoi comprendere” (il debunking lo trovate in fondo al pezzo, la cirrosi è ripartita, in effetti). Diciamo: ammesso che sia tutto vero, che cosa mai dovremmo </span><i><span style="font-weight: 400">forse </span></i><span style="font-weight: 400">comprendere? Ovvio: dovremmo comprendere che è tutto un complotto contro la Siria, che Loro hanno preparato da tempo per motivi che hanno a che vedere col Fondo Monetario Internazionale e il petrolio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ma la cosa non finisce qua, anche se poi quel post fece 1.4k di like. Lo stesso 22 settembre 2015 scopro che Giuseppe Povia ha fatto un video che mette in musica il testo. Il video </span><a href="https://www.facebook.com/Giuseppe.Povia/videos/10153645249464670/"><span style="font-weight: 400">stava su facebook</span></a><span style="font-weight: 400"> ma ora non c&#8217;è più. La cosa davvero molto divertente è che il 29 settembre sul blog “Siamo la gente” esce un post dal titolo “</span><a href="http://siamolagente2.altervista.org/giuseppe-povia-ecco-perche-attaccano-la-siria-altro-che-isis-video-da-vedere-prima-che-venga-eliminato-sia-il-video-che-povia/"><span style="font-weight: 400">Giuseppe Povia – ECCO PERCHÈ ATTACCANO LA SIRIA, ALTRO CHE ISIS… Video da vedere prima che venga eliminato (sia il video che Povia) !!</span></a><span style="font-weight: 400">”. Nel post leggevamo “Obama disperato non sa proprio come fare per entrare in Siria” ma in effetti in Siria Obama ci era già entrato da qualche anno, anche se non nella forma auspicata quelli di “Siamo la gente”. Ma, soprattutto risalivamo la “catena delle cause”: anche in base a tutto questo discorso sulla Siria noi dovevamo continuare “</span><span style="font-weight: 400">a diffondere il brano: </span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=K-ecOmENIhM"><span style="font-weight: 400">CHI COMANDA IL MONDO</span></a><span style="font-weight: 400">”, cioè un brano che ci spiegava non solo la situazione della Siria ma anche </span><i><span style="font-weight: 400">tutto il resto</span></i><span style="font-weight: 400"> e che secondo testate come Informarexresistere raccontava una certa qual verità, </span><a href="http://www.informarexresistere.fr/2015/03/12/povia-rischia-la-denuncia-per-il-suo-nuovo-video-meglio-non-cantare-chi-comanda-il-mondo/"><span style="font-weight: 400">tanto da rischiare di essere censurato</span></a><span style="font-weight: 400">. </span><span style="font-weight: 400">Il fatto è che in questo video si diceva che Gesù Cristo (che ricordiamolo, fino a prova contraria era ebreo) era stato ammazzato in Israele, cioè in un paese nato più 1900 anni dopo Gesù Cristo stesso, e la cosa aveva sollevato &#8211; mettiamola così &#8211; un certo moto di repulsione nei confronti del cantante che dopo iniziò a farsi ritrarre incatenato e imbavagliato. </span><span style="font-weight: 400">Ironia della sorte: “Chi comanda il mondo” è ancora lì, il video sulla Siria no.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ci sono dei veri e propri operatori del settore, che fungono da transponder delle varie argomentazioni complottistiche. Citavamo nella puntata precedente il cantante Marco Carta, che forse cerca di seguire le orme di questo grandissimo genio della telepredicazione social che citi, Il Grande Povia, anche lui originariamente cantante. È probabile che stia nascendo una nuova professione di <em>entertainer</em> a tutto tondo, ispirata all’idea (sbajata) che il patetico contemporaneo si debba fare giulleria medievale (non ritorniamo sulla matrice bachtiniana della scatologia populista, di cui parlavo <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/107115571484/3-lestetica-dellosceno-il-movimento">qua</a>). Ad ogni modo, seguendo la tua pista Povia mi capita di vedere che già a proposito delle scosse del gennaio 2014 costui, rispondendo ad un seguace che adduceva varie possibili cause del terremoto, quali «esperimenti militari in mare», «test nucleari sotto l’Appennino», rispondeva che «molte cose non tornano», rimbalzando la faccenda dei «test a 1000 metri sotto L’Aquila». Il rimbalzo tra social network e media ufficiali, che si fanno eco gli uni con gli altri al fine di creare un rumore abitabile attorno agli eventi catastrofici, era già tale che questa storia </span><a href="http://www.corriere.it/spettacoli/14_gennaio_22/povia-terremoti-forse-colpa-7-miliardi-persone-che-si-muovono-65844e12-836b-11e3-9ab1-851e2181383b.shtml"><span style="font-weight: 400">finiva sul Corriere della Sera</span></a><span style="font-weight: 400">. Cronologicamente congrua è la lettura in filigrana della clamorosa cazzata diramata dal Ministero dell&#8217;istruzione, dell&#8217;Università e della Ricerca del governo Berlusconi ai tempi della Gelmini, che definiva la «scoperta del Cern di Ginevra e dell&#8217;Istituto nazionale di fisica nucleare» sui neutrini, «un avvenimento scientifico di fondamentale importanza», aggiungendo che «alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l&#8217;esperimento, l&#8217;Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro». Era il settembre 2011 e l’hashtag #tunnelgelminì scalò rapidamente tutte le classifiche del pubblico ludibrio social. Ora, a cinque anni di distanza, la stessa storia colpisce ancora. Ne parlava già </span><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/26/terremoto-centro-italia-spuntano-teorie-complottiste-dalle-operazioni-nato-al-castigo-divino-post-unioni-civili/2997836/"><span style="font-weight: 400">un articolo de Il Fatto</span></a><span style="font-weight: 400">, riassumendo i complottismi vari sorti a seguito delle scosse di agosto e in questi giorni riemerge il famoso tunnel con tanto di mappa dell’autostrada di neutrini lungo la quale al CERN «eseguono esperimenti sparando materia oltre la velocità della luce», che poi sarebbe tipo il tracciato della E35-A14. </span><span style="font-weight: 400">Poi, come se non bastasse, </span><a href="http://www.segnidalcielo.it/terremoti-haarp-abbiamo-la-conferma-che-il-sisma-e-indotto/"><span style="font-weight: 400">ci sono quelli </span></a><span style="font-weight: 400">che trovano la conferma del “sisma indotto” da «</span><span style="font-weight: 400">forti emissioni elettromagnetiche ed onde ELF ed ULF di ritorno dalla ionosfera»</span><span style="font-weight: 400">. Sostanzialmente «</span><span style="font-weight: 400">l’ipocentro poco profondo e la genesi del sisma avvalorano la tesi del terremoto artificiale, scientificamente voluto» per ragioni di carattere politico. Uno penserebbe alla SPECTRE e invece no: «in un periodo politico difficile per il Governo Renzi [&#8230;] sarebbe venuto utile un nuovo evento che distraesse l’opinione pubblica dalla questione “Referendum” e da altre mille magagne di questo Governo illegittimo e dittatoriale». Cioè il terremoto “ce lo siamo fatto da soli”, come gli amerikani con le torri gemelle. L’aspetto fondamentale di questo genere di visioni complottistiche è la “plausibilità” del discorso, che alla lettura di un ignorante in materia di geologia o astrofisica può sembrare perfettamente “scientifico”. Tipo così:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Si chiama effetto rimbalzo o “bunching”. La ionosfera viene riscaldata (e quindi gonfiata verso l’alto) con l’emissione di impulsi ad alta frequenza sfasati di tempo e frequenza (es. 10.000 hz e 10.006 hz) e che creano una risonanza ELF ed ULF verso terra. Quindi, una volta interrotto il segnale, la ionosfera ritorna velocemente alla sua forma naturale, creando un effetto domino verso gli strati di atmosfera sottostanti nonché sulle faglie, già sollecitate dalle bassissime frequenze che risultano dallo sfasamento di fase creato da due impulsi inviati con piccola distanza di tempo l’uno rispetto all’altro.</span></p></blockquote>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Insomma Quelo, il predicatore pugliese di Guzzanti, aveva ragione: &#8220;</span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=WGQ7JZRZ65M"><span style="font-weight: 400">ti chiedi quasi quasi, e miagoli nel buio, ma le risposte non le devi cercare fuori, la risposta è dentro di te epperò è sbagliata</span></a><span style="font-weight: 400">&#8220;. Ma vorrei fare un passo avanti anche rispetto a Quelo, perché secondo me in molti, invece, dentro di sé non hanno nemmeno una domanda a cui rispondere. Mi riferisco all&#8217;universo degli analfabeti strumentali e funzionali, quelli che </span><a href="http://www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2016/03/28/analfabetismo-italiano-e-la-repubblica-fondata-sullignoranza/"><span style="font-weight: 400">Tullio De Mauro studia da circa 53 anni</span></a><span style="font-weight: 400">. Nel 2014 sono usciti i risultati del Programme for International Assessment of Adult Competencies che suddivide le popolazioni in età da lavoro (16-65) di 30 paesi, fra cui l&#8217;Italia, in cinque livelli di alfabetizzazione e &#8220;numeracy&#8221;. Più di due terzi della popolazione italiana in età da lavoro rientra nei primi due livelli (analfabetismo strumentale, cioè totale, e analfabetismo funzionale &#8220;insufficiente alla comprensione e scrittura di un breve testo&#8221;). Ecco io penso che questo 70% non sia in grado di elaborare una teoria del complotto e neanche di porsi una domanda. La qual cosa mi rimanda molto ad una delle costanti della letteratura complottista, che suona: «ti sei mai chiesto perché&#8230;» o, per riprendere i simpatici “editori” di Arianna: «forse adesso puoi comprendere». </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">quindi quel 70% sarebbe un bacino di utenza che poi, nei social, come nel telefono senza fili, gonfia la &#8220;teoria&#8221; finché tutto si trova imprigionato dentro di essa.</span> A<span style="font-weight: 400"> scrivere e rielaborare i complotti sono sostanzialmente gli <em>opinion lìder</em>, che fanno evidentemente parte del 30% sopra il livello dell&#8217;analfabetismo funzionale. In altre parole la complottogenesi è fatto elitario, presentato come sapere diffuso di massa, secondo modelli caratteristici delle teorie sull&#8217;origine popolare dei fatti culturali. Il &#8220;popolo&#8221; non ha mai inventato niente, manco le famose fiabe, questa è la verità, le ha solo ritrasmesse male, cosicché il filologo le ha poi dovute riscrivere, come si diceva prima. </span></p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Oggigiorno la maggior parte di quel 70% ha un telefonone, cioè lo strumento di diffusione del complottone. E chiariamoci su come funzioni il telefonone: il mondo dell&#8217;informazione è pieno di questi personaggi che ti dicono che ci sono bebè che usano i tablet e i telefononi come e meglio degli adulti. Quelli che dicono questa cosa dimenticano o non percepiscono che tablet e telefononi sono oggetti di consumo, sono fatti per essere comprati. Sono pensati, dunque, per chi può comprarli: persone dotate di danaro. Per far sì che questi oggetti siano acquistabili da queste persone, che nella stragrande maggioranza sono quasi incapaci di leggere, bisogna fare degli oggetti che &#8220;potrebbe usare anche un bambino&#8221;. Insomma: capito il tema? Se i bambini sanno perfettamente cosa fare con un telefonone e ci si divertirebbero per moltissimo tempo se li lasciassimo da soli con essi, essendo persone aperte alle esperienze, la maggior parte degli adulti che acquistano quei telefononi, coi telefononi non sanno davvero che farci. In realtà se non li si inducesse a pensare che questi oggetti servono, essi li userebbero come clave.</p>
<p><b>Anatole. </b>L&#8217;acquisto di tecnologia sottoutilizzata al centro commerciale nel weekend è un mio tema, mi trovi perfettamente sintonizzato. In sostanza, &#8220;dacci oggi il nostro complotto quotidiano&#8221;, così diamo un senso al fatto che ci siamo comprati sto telefonone col quale non sappiamo, in sostanza, cosa cazzo fare.<span style="font-weight: 400"> Il telefonone risponde a domande che lui stesso ha formulato. Brillante. Praticamente diventi spettatore del tuo stesso telefonone, mentre l&#8217;idea di fondo sarebbe quello di metterti in condizione di comunicare meglio. Questa cosa riporta un po&#8217; indietro alla società dello spettacolo, in realtà, a dispetto delle promesse di emancipazione dalla produzione dei contenuti di massa. Non ci si emancipa, perché i contenuti che la massa produce alla fine sono ridondanti e rompono il cazzo: quanti gatti sulla poltrona, torte, tramonti, cani che sbavano, culi, tette e cazzi puoi reggere prima di accendere i pacchi su RAIUNO? La massa di <em>prosumer</em> alla fine abbisogna di un senso, non per sé, ma per quel coso da cinquecento euro che si ritrova in tasca. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">C&#8217;era questo articolo uscito su Vice dal titolo </span><a href="http://www.vice.com/it/read/ho-usato-facebook-come-un-cinquantenne-per-una-settimana"><span style="font-weight: 400">&#8220;Ho usato Facebook come un cinquantenne per una settimana&#8221;</span></a><span style="font-weight: 400">. Racconta di un universo in cui si augura “un buon martedì” a tutto il mondo e si può stare a dire cose qualsiasi, in forma profondamente sgrammaticata, di fronte a una vecchia fotografia. La vera sfida di chi vende il telefonone è far sì che degli adulti tendenzialmente analfabeti siano indotti a passare del tempo sul telefonone, affaccendati in un&#8217;attività qualsivoglia che faccia dir loro: &#8220;guarda, uso il telefonone&#8221;. Avere il telefonone fa sì che queste persone pensino di essere tecnologicamente &#8220;in tune&#8221; &#8211; motivo per cui si indignano quando vedono un profugo che ne ha uno (e che magari lo usa davvero) &#8211; cioè che siano veramente parte di qualcosa che succede al di fuori della (sterminata) community di </span><i><span style="font-weight: 400">candy crush</span></i><span style="font-weight: 400">. Di fronte a un panorama del genere una letteratura del complotto è sostanzialmente l&#8217;unica possibile.</span></p>
<p><strong>Anatole. </strong>Di sicuro <span style="font-weight: 400">siamo sempre più dentro una storia, forse anche proprio dentro una Storia, che prevede vari livelli di soluzione dei problemi, trascendendo la forma del poliziesco classico, che alla fine vuole una verità, un colpevole, una soluzione chiara e condivisa, ma forse anche quella del più ardito dei film di spionaggio. Da una parte il meccanismo di proliferazione dei livelli fa in modo che ne possa affiorare sempre uno nuovo, dove due fatti irrelati finiscono per trovare una qualche addentellato che li collega. Dall’altra sembrerebbe di vivere dentro una narrazione autoconsapevole, ad ingegneria inversa, in cui il giudizio arriva a produrre il fatto, secondo un capovolgimento dell’ordine naturale delle cose. Entrambi questi fattori puntano in una direzione molto interessante, che riporta alle origini della cosiddetta “finzione” moderna, cioè a quelle del romanzo medievale in versi, dove il conflitto sulla verità si gioca ad un livello che trascende la sostanza dei fatti, investendo piuttosto il loro significato emotivo. È più importante ciò che si prova, del fatto che lo si prova perché qualcosa è davvero accaduto, come se ci fosse quasi un desiderio di provare una determinata rabbia o indignazione a fronte di circostanze che devono prodursi perché quel sentimento possa protrarsi. Nel prologo del <i>Chevalier au lion</i> Chrétien de Troyes lascia intendere in maniera allusiva che la verità della sua storia non va cercata nella topografia della foresta di Broceliande, dove difficilmente il viaggiatore troverà la meravigliosa fonte di Barenton (e Maistre Wace in un celebre passo del <i>Roman de Rou</i> dice appunto di non averla trovata). Piuttosto dovrà interrogarsi sulla verità del sentimento amoroso che caratterizzava la disposizione affettiva dei cavalieri del buon tempo antico, cioè della corte di Artù, a fronte di quelli dei tempi suoi, la fine del XII, che di amore hanno fatto <i>fable</i> e <i>mensonge</i>. La verità dei sentimenti, la stessa sulla base della quale sono confezionati i film hollywoodiani, è l’unica vagamente appagante, mentre quella dei fatti è noiosa, vagamente nichilista, ci rilancia continuamente problemi che non siamo in grado di risolvere, ci costringe a riflettere fuori dalle polarizzazioni dicotomiche.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b>Sì, è un forse po&#8217; la differenza che passa fra la noiosissima geografia amministrativa di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ibn_Khordadhbeh">Ibn Khurdadhbih</a> (IX-X secolo, e cito Wikipedia perché <em>so chi ha scritto la voce</em>), funzionario statale dell&#8217;impero Abbaside &#8211; il cui libro probabilmente non uscì mai dalle mura di un palazzo governativo &#8211; e l&#8217;esaltante ciclo di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sindbad_il_marinaio">Sindbad il marinaio</a> (stesso discorso di prima: <em>so chi è il revisore della voce</em>) ne <em>Le Mille e una notte</em> &#8211; la cui genesi Calvino collocò, correttamente, in un contesto &#8220;borghese&#8221;,  sebbene la diffusione di quella narrativa arrivò a toccare, attraverso l&#8217;oralità, lo strato popolare. Con in mezzo una cosa come &#8220;<a href="https://books.google.it/books?id=GJCqCgAAQBAJ&amp;pg=PA1&amp;lpg=PA1&amp;dq=libro+delle+meraviglie+dell%27india&amp;source=bl&amp;ots=WIqmhVub2X&amp;sig=gDf-tsyZTQ22bQ2mLL9qNcTy2ao&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ved=0ahUKEwjtoJbekp7QAhWMnBoKHU9MAmoQ6AEIKTAD#v=onepage&amp;q=libro%20delle%20meraviglie%20dell'india&amp;f=false">Il libro delle meraviglie dell&#8217;India</a>&#8221; che, forse, potrebbe funzionare come parametro per misurare quello che vediamo oggi sui telefononi: una cosa che suscita <em>meraviglia </em>basandosi su fatti, fattoidi e veri e propri falsi. Comunque: <span style="font-weight: 400">Quattrociocchi e Vicini, al capitolo 5 di </span><a href="http://www.unilibro.it/libro/quattrociocchi-walter-vicini-antonella/misinformation-guida-societa-dell-informazione-credulita/9788891742254"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i></a><span style="font-weight: 400">, lo dicono chiaramente: “In fondo anche coloro che credono di essere bambini indaco, con un&#8217;aura particolare e con speciali attitudini (extra)sensoriali, cosa fanno se non alimentare speranze illusorie e collettive in una nuova e migliore umanità?&#8221; (p. 108)</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">sempre tenendo conto di Quelo, però.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">ovviamente.</span></p>
<p><b>Anatole. </b>Potremmo concludere che, più dei gattini, delle tette o del cazzo in DM, il complottone riesce a dare senso al telefonone, il quale da solo non basta a distrarre il disadattato e il fallito dalla noia<span style="font-weight: 400"> che scaturisce dall&#8217;ignoranza.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Come dice Rust alla fine di </span><i><span style="font-weight: 400">True detective</span></i><span style="font-weight: 400">: “Una volta c&#8217;era solo l&#8217;oscurità. Se me lo chiedessi, ti direi che la luce sta vincendo”.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Poi ti svegli e ha vinto Trump: chiediamo a Rust se sia ancora di quell’opinione&#8230;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">* </span><i><span style="font-weight: 400">Le donne siriane hanno gli stessi diritti che hanno gli uomini, nello studio, nella salute e </span></i><i><span style="font-weight: 400">nell’educazione? </span></i><span style="font-weight: 400">Sì, ma non nel matrimonio, che si stipula su basi confessionali. Lo Statuto personale in Siria è materia religiosa. </span><i><span style="font-weight: 400">In Siria le donne non hanno l’obbligo di portare il Burqa? </span></i><span style="font-weight: 400">Sì, ma in nessun paese musulmano vige l&#8217;obbligo di portare il burqa, che è un indumento afghano. Nei territori dei talebani vige l&#8217;obbligo di portare il burqa. </span><i><span style="font-weight: 400">La Sharia (legge islamica) è incostituzionale? </span></i><span style="font-weight: 400">Eppure l&#8217;articolo 3 (versione del 2012) si legge: </span><span style="font-weight: 400">1. Il Presidente deve appartenere alla religione islamica. 2. La dottrina giuridica islamica è fonte principale della legislazione. 3. Lo Stato rispetta tutti i credi religiosi e garantisce la libertà di praticare tutti i riti, purché non contravvengano all’ordinamento generale. 4. Il benessere personale e lo statuto delle confessioni religiose sono rispettati e tutelati.</span><i><span style="font-weight: 400">La Siria è l’unico paese arabo con una Costituzione Laica e non tollera i movimenti estremisti islamici? </span></i><span style="font-weight: 400">Non mi sembra. Oltre ad aver fatto transitare per anni (dal 2003 in poi) i jihadisti diretti in Iraq e aver dato un pulpito a personaggi </span><span style="font-weight: 400">come Abu al-Qaqa, predicatore jihadista (salvo poi ammazzarlo quando era diventato scomodo), nell&#8217;arco di 50 anni ha inaugurato 18.000 nuove moschee, ha chiuso migliaia di cinema e teatri. </span><i><span style="font-weight: 400">Circa il 10% della popolazione siriana appartiene ad una delle tante denominazioni cristiane presenti da sempre nella vita politica e sociale? </span></i><span style="font-weight: 400">Vero. </span><i><span style="font-weight: 400">In altri paesi arabi la popolazione cristiana non arriva al 1% a causa delle discriminazioni subite? </span></i><span style="font-weight: 400">In Egitto i copti sono il 6% della popolazione. In Libano circa il 40% della popolazione è cristiana. Ma mettersi a dare i numeri è riduttivo. Ogni paese ha una sua storia e di certo discriminazioni ci sono state, ma ciò significa quasi nulla. In Siria la gestione delle confessioni è parte di un quadro più ampio in cui le minoranze sono in una forma o in un&#8217;altra asservite al potere. Ai curdi, ad esempio, non è concessa la cittadinanza fino al 2012 quando Asad, messo alle strette dalle proteste, decidere di “includere” i curdi nel suo progetto di mantenimento del potere. Dunque: </span><i><span style="font-weight: 400">la tolleranza religiosa siriana è unica nella zona?</span></i><span style="font-weight: 400"> Formalmente sta molto meglio la Turchia, ad esempio. Ma l&#8217;intolleranza politica, sia in Siria che in Turchia è la regola. Questa, comunque, è un&#8217;opinione non un fatto, basata su affermazioni false. Andiamo avanti. </span><i><span style="font-weight: 400">La Siria è l’unico paese del Mediterraneo che è ancora proprietaria della sua impresa petrolifera, che non l’ha voluta privatizzare? </span></i><span style="font-weight: 400">Ma come cazzo scrivi, Arianna Editrice? Vabbene, nel merito: il suo regime clanico-mafioso possiede tutta l&#8217;economia, un&#8217;economia di mercato. </span><i><span style="font-weight: 400">La Siria ha un’apertura alla società e cultura occidentale come nessuno degli altri paesi arabi? </span></i><span style="font-weight: 400">Questa è un&#8217;opinione non un fatto, si vedano ad esempio Tunisia, Egitto, Algeria e Marocco. E comunque non è affatto detto che un&#8217;“apertura alla società e cultura occidentale” renda la Siria e questi altri paesi migliori di altri. Cioè: non è affatto automatico che “il bene” stia dalla parte di qualcuno, per finta o per davvero, si apre alla società e allla cultura occidentali. </span><i><span style="font-weight: 400">Prima della guerra, la Siria era l’unico paese pacifico nella zona senza guerre ne conflitti interni?</span></i><span style="font-weight: 400"> Ma davvero? E perché allora in carcere stavano decine di migliaia di dissidenti, regolarmente torturati e a volte uccisi? </span><i><span style="font-weight: 400">La Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo Monetario Internazionale? </span></i><span style="font-weight: 400">Può essere, ma ha tanti debiti ad esempio con l&#8217;Iran, che sta colonizzando il paese. </span><i><span style="font-weight: 400">La Siria è l’unico paese del mondo che ha ammesso rifugiati iracheni senza nessuna discriminazione sociale, politica o religiosa?</span></i><span style="font-weight: 400"> Questa vorrei capirla meglio, ma lascio perdere, diciamo “può essere, chiedetelo agli iraqeni”. </span><i><span style="font-weight: 400">Bashar Al Assad ha un&#8217;approvazione estremamente popolare? </span></i><span style="font-weight: 400">E&#8217; lingua italiana questa? Comunque è così popolare che un intero popolo gli si è rivoltato contro mentre lui trucca le elezioni e brucia le anagrafi. </span><i><span style="font-weight: 400">Lo sapevate che la Siria ha riserve di petrolio di 2.500 milioni di barili, il cui sfruttamento è riservato alle imprese statali? </span></i><span style="font-weight: 400">Lo sapevate che una riserva del genere è microscopica? Leggete </span><a href="http://www.indexmundi.com/Map/?v=88&amp;r=xx&amp;l=it"><span style="font-weight: 400">i dati </span></a><span style="font-weight: 400">sulla produzione annuale di petrolio per Stato.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La filologia del grande complottone, da Raqqua [sic!] ar Torrino (e ritorno)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2016 12:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. Avremmo adorato continuare ad ignorare la questione del complottismo, ancorché informi senza ombra di dubbio gran parte dello Zeitgeist contemporaneo, ma troppi fatti coincidenti la chiamano in causa in maniera veemente e non più eludibile. Lorenzo. Sì, è chiaramente un complotto di Loro contro di Noi. Non ci possiamo più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b></b><b>di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</b></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Avremmo adorato continuare ad ignorare la questione del complottismo, ancorché informi senza ombra di dubbio gran parte dello </span><i><span style="font-weight: 400">Zeitgeist</span></i><span style="font-weight: 400"> contemporaneo, ma troppi fatti coincidenti la chiamano in causa in maniera veemente e non più eludibile. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Sì, è chiaramente un complotto di Loro contro di Noi. Non ci possiamo più sottrarre. Dobbiamo parlare!1!!1 Dopo vent&#8217;anni circa, poi: pensavamo compiuta la missione quando spiegammo la celebre canzoncina dei <em>Quarantaquattro Gatti</em> alla luce dello scomparso numero Sama.</span></p>
<p><strong>Anatole. </strong>Non ti ho mai parlato della mia controteoria della ridiffusione del nome Samanta in tempi recenti, cioè a seguito della canzoncina dello Zecchino d&#8217;Oro (Samanta nel senso di sama per dieci). Il riaffioramento del rimosso! Né dell&#8217;interpretazione negazionista della canzone di Anna Identici a proposito della Repubblica Partigiana dell&#8217;Ossola, secondo la quale il giorni di libertà sarebbero, appunto, samanta, ma nei giorni cancellati si sarebbero consumate efferatezze contro i collaborazionisti dell&#8217;occupazione nazista, cancellate poi dagli storici marxisti.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> E non dimentichiamo il disvelamento del complotto del ripetitore alieno.</p>
<p><strong>Anatole. </strong>Ah ricordo, la nostra interpretazione dell&#8217;assurdo monumento dedicato a Chico Mendes a Collalto Sabino. Cos&#8217;altro poteva essere se non un ripetitore alieno?</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Fu, se ricordo bene, uno Sbaglio del Ripetitore Alieno (Sbra) a generare la tempesta psionico-magnetica che alterò il risultato della partita di pallone Roma-Lecce nel 1983.</p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Sempre che quel monumento non sia stato finalmente rimosso anche lui, come il numero sama (avremmo dovuto dare seguito all&#8217;idea di censire e monitorare tutti i MADIEM, Monumenti Assurdi Disseminati in Italia e in Europa e nel Mondo), è probabile che c&#8217;entri anche col primo goal regolare annullato da un arbitro alla Juventus nella storia del Campionato di Calcio Italiano da sempre ad oggi. Evidentemente gli equilibri geopolitici stanno mutando in una direzione imprevedibile e forse pesa il fatto che a realizzarlo sia stato Miralem Pjanic, ex fantasista della Roma. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Questo è ovvio, è perfettamente ovvio. Perché non ci avevo pensato? Vai avanti.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">In molti sostengono che il database della Federazione Italiana Arbitri lo desse ancora come romanista, nel disperato tentativo di spiegare questo fatto altrimenti inconcepibile. </span></p>
<p><strong>Lorenzo. </strong>Assolutamente</p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole.</strong> Il susseguente piagnisteo dei tifosi juventini, forse l’evento più paradossale della storia del mondo, suscita una certa ilarità. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> [Ride] La suscita, in effetti.</span></p>
<p><b>Anatole. </b>V<span style="font-weight: 400">olendosi fare un altro tipo di risate, ma qui non è cazzeggio nostro purtroppo, bisogna leggere per intero l’intervista rilasciata a Repubblica due giorni dopo (il martedì 25 ottobre) dalla Sindaca Raggi, la quale dichiara che la monnezza in strada a Roma sarebbe un complotto contro di lei. Imprecisati soggetti, ma l’imprecisione del soggetto è caratteristica-chiave del complottismo, passerebbero la notte a distribuire rifiuti ingombranti, dal frigorifero alla tazza del cesso, dallo scaldabagno al divano sfondato, in giro per le vie della capitale. Che siano agenti del Bilderberg, della Trilateral o della Spectre non siamo ancora in grado di dirlo con certezza, ma è probabile che scavando nei commenti social varie teorie si stiano già confrontando proficuamente. Dovendo immaginare una logica, è probabile che queste forze oscure complottino per impedire all’assessore Muraro di riaprire la discarica di Malagrotta, per ragioni che avranno certamente a che fare col tentativo di mascherare la presenza dei rettiliani tra noi. D’altra parte ricorderemo come già in campagna elettorale la parlamentare Taverna avesse avuto modo di spiegarci che era in corso un complotto contro il Movimento Cinquestelle per farlo vincere a Roma. Segnalando il primo caso di complotto a vincere mai registrato nella storia, come quello del goal annullato alla Juve, Taverna illustrava implicitamente un altro tratto caratteristico del complottismo corrente: anche le forze più estreme del populismo non sono in realtà attrezzate quando si tratta di confrontarsi con l’inusuale. Si ricorre frequentemente al complottismo ogni qualvolta si produca un fenomeno che viola l’ordine naturale delle cose, certo sorprende che ciò accada anche quando quello stesso fenomeno è stato non solo auspicato, ma procurato mediante un’azione costante ed efficace. Sembrerebbe, cioè, che certe modalità siano così profondamente radicate nel populismo contemporaneo, da non riuscire a farne a meno neanche quando gli autori del presunto complotto sembrerebbero sconfitti dai fatti. Ma è evidente che la questione trascende la scena nazionale ed investe l’ordine delle cose su scala planetaria. Cioè, non è solo una forma di sbrocco del nostro sistema di <em>infotainment</em> locale, per quanto esso sia di gran lunga il più svalvolato dell’intero globo terraqueo praticamente da ogni punto di vista. La guerra in Siria, ad esempio, è quotidianamente spiegata sulla base di un complotto di seguito all’altro, anche in ragione del fatto che, a seconda del fronte che vai a considerare, l’alleanza di tutti contro tutti è tale da confondere anche i commentatori più avvertiti.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Sì, leggevo proprio ieri su FB </span><a href="https://www.facebook.com/leila.shrooms/posts/737506656401124"><span style="font-weight: 400">un commento </span></a><span style="font-weight: 400">di Leila al-Shami &#8211; autrice insieme a Yassin-Kassab di un librone che si intitola </span><a href="http://press.uchicago.edu/ucp/books/book/distributed/B/bo23468319.html"><i><span style="font-weight: 400">Burning Country</span></i></a> <span style="font-weight: 400">&#8211; a </span><a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/10/usa-must-come-clean-about-civilian-deaths-caused-by-coalition-air-strikes-in-syria/"><span style="font-weight: 400">un pezzo di Amnesty</span></a><span style="font-weight: 400"> sulle vittime civili provocate dai bombardamenti dell’alleanza a guida americana in Siria. Il commento dice: “da quando gli Stati Uniti sono intervenuti in Siria contro Daesh [isis, stato islamico insomma] si stima che i civili uccisi dalle forze della coalizione siano 600-1000. Ma non vedrai alcuna folla anti-guerra manifestare contro questo fatto. Loro sembrano preoccupati soltanto di un ipotetico intervento in cui gli Stati Uniti avrebbero come obiettivo il fascista Asad”. Insomma è questo il problema, anche: certi complottismi &#8211; in questo caso il punto d’arrivo è che gliamerikani tramano da sempre per attaccare Asad e solo grazie a Pooteen non l’hanno ancora fatto &#8211; sono così forti che se avviene una cosa simile, ma non coincidente con la tesi del complotto, questi qua neanche la vedono.</span></p>
<p><strong>Anatole. </strong>Notevole.</p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo.</strong> L’ultima cosa che ho esaminato, in fatto di letteratura complottista, sta su un fantastico blog, </span><i><span style="font-weight: 400">L’antidiplomatico</span></i><span style="font-weight: 400">, una pubblicazione che definirei “spettacolare”. Il titolo del pezzo è già un capolavoro: “</span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-vi_ricordate_i_pick_up_dellisis_la_toyta_risponde_a_una_richiesta_russa_e_siriana_e_rivela_retroscena_interessanti/16658_17595/"><span style="font-weight: 400">Vi ricordate i pick up dell&#8217;ISIS? La Toyota risponde a una richiesta russa e siriana e rivela retroscena interessanti</span></a><span style="font-weight: 400">“. Lo è per un motivo che vado a spiegare. L’articolo è <em>ambientato</em> nell’oggi, è datato 24 ottobre 2016, va sotto la rubrica “piccole note” ed è definito in calce una “notizia”, quindi ci aspettiamo che ci parli di un fatto, e specificamente del fatto che questi russi e questi siriani hanno ricevuto questa risposta dalla Toyota. Ma prima di riceverla, questa notizia, dobbiamo leggere lunghi brani in cui si riscrive per la milionesima volta questa roba del complotto contro Asad, dei qatarini e sauditi che finanziano l’Isis ecc. Quando la riceviamo scopriamo che </span><a href="https://arabic.rt.com/news/796145-%D8%AF%D8%A7%D8%B9%D8%B4-%D8%AA%D9%88%D9%8A%D9%88%D8%AA%D8%A7-%D8%B3%D9%8A%D8%A7%D8%B1%D8%A7%D8%AA-%D8%AA%D8%AD%D9%82%D9%8A%D9%82/"><span style="font-weight: 400">la fonte</span></a><span style="font-weight: 400"> della notizia sarebbe Russia Today </span><i><span style="font-weight: 400">in arabo</span></i><span style="font-weight: 400">, ed è dell’8 ottobre </span><i><span style="font-weight: 400">2015</span></i><span style="font-weight: 400">. Quindi abbiamo un titolone che rimanda a un articolo di un anno fa e noi siamo portati a pensare che questa è effettivamente una </span><i><span style="font-weight: 400">notizia</span></i><span style="font-weight: 400">, motivo per cui ci leggiamo tutto il pippone complottista precedente alla spiega di questa cosa delle Toyota per arrivarvi. Non basta: poiché la fonte è in arabo, sebbene scritta da un organo di propaganda russo, quasi nessuno (ché mica l’arabo lo leggono tutti quanti) è in grado di verificarne la correttezza. Leggendola scopriamo però che la fonte non è primaria. </span><a href="http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fabcnews.go.com%2FInternational%2Fus-officials-isis-toyota-trucks%2Fstory%3Fid%3D34266539&amp;h=IAQEbGUBw"><span style="font-weight: 400">La fonte</span></a><span style="font-weight: 400"> di questa fonte è la Abc americana (ma RT non la linka, la cita e basta). Entrando &#8211; con sofferenza, lo ammetto &#8211; nei meandri della fonte primaria capiamo che sono alcuni </span><i><span style="font-weight: 400">officials</span></i><span style="font-weight: 400"> americani, nel 2015, e non i russi e i siriani, a chiedersi come mai quelli dell’ISIS abbiano tutte queste Toyota nuove di pacca. Danno un po’ di numeri, tipo le vendite della Toyota in Iraq negli ultimi anni, e così fa RT, ma </span><i><span style="font-weight: 400">l’antidiplomatico </span></i><span style="font-weight: 400">cita le vendite delle Toyota in Arabia Saudita, Qatar e Giordania (e non si sa da dove ha preso queste cifre, fra l’altro). Lo fa perché tutto il pezzo deve ridondare attorno al complottone. Il quale, in sostanza, è l’unica cosa </span><i><span style="font-weight: 400">vera </span></i><span style="font-weight: 400">nel pezzo. Cioè: l’unico dato di realtà che estraiamo dal brano è che qualcuno ha una teoria del complotto attorno agliamerikani che da almeno 5 anni non aspettano altro che attaccare Asad (che nel frattempo abbiano ucciso dai 600 ai 1000 civili non frega nulla a nessuno).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole. </strong>Un capolavoro, davvero. Mi chiedo sempre se questa capacità di buttarla sul complotto possa risalire ad una forma primitiva di ragionamento intuitivo che si possiede senza </span><i><span style="font-weight: 400">training</span></i><span style="font-weight: 400">, senza addestramento. Non riesco a credere che una roba simile sia </span><i><span style="font-weight: 400">del tutto </span></i><span style="font-weight: 400">in cattiva fede. Anche ripensando alle note di Wittgenstein al <em>Ramo d&#8217;Oro</em> di Frazer si può forse osservare che c&#8217;è una forma di stupidità non certo primitiva, non certo infantile, ma universale e molto razionale a ben vedere, basata sulla necessità di intendere i collegamenti casuali come causali, fino al punto di inventarli proprio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo:</strong> Qualche mese fa ho trovato questa immagine (su FB, chiedo venia, non mi ricordo in quale bacheca l’ho trovata) abbastanza esplicativa:</span></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65082 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/info-conoscenza-complotto-300x161.png" alt="info-conoscenza-complotto" width="300" height="161" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/info-conoscenza-complotto-300x161.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/info-conoscenza-complotto.png 592w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><span style="font-weight: 400">Qualcuno mi ha fatto notare che nel terzo riquadro si disegna una stella di David. Cioè: capisci cosa intendo?</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Perfettamente e che la teoria del complotto sia questa cosa secondo la quale colleghi i puntini in modo da dare addosso a chi ti è più scomodo è plateale. Ci sono vari fatti che contribuiscono a rendere la teoria del complotto il vero modello organizzativo dell’<em>infotainement</em> contemporaneo e sono tutti quanti piuttosto evidenti, cioè, enunciandoli non si rivela chissà quale gran scoperta. Il primo è senza meno il bisogno di un’interpretazione olistica, cioè il fatto che si ha bisogno di ricollegare qualunque cosa accada ad un unico disegno complessivo che tenga insieme tutto. È naturale che se ragioni in questo modo, che etichettiamo tipicamente come medievale o religioso, ma in realtà ci appartiene alla stessa maniera in cui apparteneva alla cultura medievale, soprattutto dalla <em>Summa</em> di Tommaso d’Aquino in poi (quindi il medioevo è quasi finito, stando alle periodizzazioni correnti), e all’elaborazione culturale attorno al pensiero religioso, ogni fenomeno deve essere riconducibile non soltanto ad un unico disegno, ma anche ad una causa unica. Probabilmente questa operazione, quando riesce bene, supportata da una buona retorica che colleghi i fatti in maniera plausibile, ancorché non falsificabile, dà una certa ebbrezza, una forma di sicurezza che appaga la mania di controllo, il vero motore della consapevolezza di massa, poiché somiglia alla conoscenza scientifica.</span><i><span style="font-weight: 400"> Tout se tient</span></i><span style="font-weight: 400">, quindi siamo a posto. Non dobbiamo preoccuparci di niente, non c&#8217;è nulla di complicato da capire che ci sfugge. Possiamo tornare a fare i cazzi nostri in pace.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> su questo ho un esempio importante, Daniel Estulin. Scrittore lituano è famosissimo per il suo </span><i><span style="font-weight: 400">Il Club Bilderberg</span></i><span style="font-weight: 400">, un libro che ho avuto l’avventatezza di acquistare e che &#8211; posso dirlo &#8211; non ha né capo né coda, nel senso che non si capisce dove sta l’introduzione, se ci sono dei capitoli, di cosa narrano, se quella roba alla fine del libro è un’appendice. La cosa da dire su di lui, oltre al fatto che ha una nonbiografia, è che la sua produzione è integralmente complottista. Cioè la sua cifra intellettuale è il saper scrivere di complotti, non importa quali, non di applicarsi a un tema con un qualche rigore o attitudine. L’ultimo titolo è </span><i><span style="font-weight: 400">ISIS spa: storia segreta della cospirazione occidentale e del terrore islamico</span></i><span style="font-weight: 400">. Un capolavoro. Scusa, ti ho interrotto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole.</strong> La Lituania è essa stessa un complotto, contro di me in particolare. Se vogliamo fare un po&#8217; d&#8217;ordine, si tratta come al solito di ripartire dalla conclusione del </span><i><span style="font-weight: 400">Tractatus</span></i><span style="font-weight: 400"> e poi dalle </span><i><span style="font-weight: 400">Ricerche Filosofiche </span></i><span style="font-weight: 400">di Wittgenstein, per osservare come</span><span style="font-weight: 400"> la catena di collegamenti che reggono insieme la rete non possa mai arrivare ad un’origine ultima, a meno che non si operi un salto metafisico. Ma a ben vedere il tenersi insieme delle teorie del complotto è ancora più labile, poiché i collegamenti tra i fatti o fenomeni non è necessariamente stringente e modelli alternativi del reticolo sono sempre possibili, come l’immagine che alleghi illustra chiaramente. Il secondo è il principio base della cosiddetta “narrazione”, quello che si utilizza tradizionalmente per una sceneggiatura hollywoodiana, che se il racconto è costruito per arrivare da qualche parte, il collegamento casuale deve spiegarsi in termini di sincronicità, deve cioè intervenire una conversione della casualità in causalità, poiché altrimenti gli innamorandi non si incontrano, l&#8217;eroe non intraprende la ricerca che renderà lui stesso migliore ed il mondo salvo, eccetera. Una narrazione che contenga troppi elementi casuali, che non si spiegano nel senso dei rapporti di causa effetto, perde di senso, ma una soltanto basata su di essi ci annoia mortalmente e non ci dice niente di interessante su di noi. Il terzo elemento, di cui parliamo da mesi ormai, implica un salto nel campo ideologico, che può anche essere inteso come un passaggio dalla retorica alla dialettica, ovvero una inevitabile subordinazione della prima alla seconda.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo.</strong></span><span style="font-weight: 400"> C’è un’urgenza di polarizzazione che supporta la concretizzazione di un senso. Si tratta di identificare il bersaglio di un discorso polemico, secondo un modello tipicamente forense, e tutto il resto viene da sé. Attorno ad un argomento valido, magari certificato, possono a quel punto affastellarsi una serie di ipotesi, illazioni, dubbi, deduzioni l’una sull’altra, senza che il discorso perda di verosimiglianza.</span></p>
<p><strong>Anatole.</strong> Poi certo, interviene di recente un quarto fattore, che implica un salto di livello notevole, consistente nella capacità di accumulare argomenti complottisti in un’unica macronarrazione, capace di fungere da collettore. Alcune forze politiche europee, ma sicuramente anche alcune mediorientali, funzionano così. Non c’è dubbio che, ad esempio, il Movimento Cinquestelle sia nel suo complesso una grande narrazione complottista, che tiene insieme di tutto, dalle scie chimiche alla congiura romana dei frigoriferi, dalla guerra all’alta velocità ferroviaria alle medicine alternative. Forse, ma questo lo sai meglio te, anche l’ISIS è, in realtà, una grande teoria del complotto di carattere occidentalista.</p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Sì, l’ISIS non fa eccezione anzi, è un esempio paradigmatico perché si può individuare una sola variante in termini di macronarratsione, quella che consiste nell’intestare tutto “all’islam”. Ci sono tanti esempi che posso portare su polarizzazione, bersaglio polemico eccetera. C’è questo </span><a href="https://videopress.com/v/mjRqgqAP"><i><span style="font-weight: 400">And no respite</span></i></a><span style="font-weight: 400"> del 24 novembre 2015 che è molto istruttivo in materia. Contiene tutti i possibili luoghi comuni occidentalisti (occidentalisti nel senso ben spiegato da Ian Buruma e Avishai Margalit in </span><a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/ian-buruma-avishai-margalit/occidentalismo/978880617198"><i><span style="font-weight: 400">Occidentalismo</span></i></a><span style="font-weight: 400">, cioè di un qualcosa che non pertiene soltanto agli “orientali” che odiano l’occidente ma anche, e prima degli “orientali”, a molti “occidentali”, quelli che definirei “tramontisti”, quelli che non hanno capito le metropoli, culla del meretricio, quelli che i “popoli germanici” ecc. ecc.). In breve passiamo in rassegna tutti i più grandi stronzi del pianeta, che sono “I Nemici”. Ma i più stronzi di tutti sono gliamerikani: i loro soldati ingoiano antidepressivi e si suicidano perché non trovano un senso in quello che fanno (avendo vissuto nel meretricio ecc. ecc.), mentre i Guerrieri dell’ISIS, poiché portano avanti il Vessillo dell’Islam, non hanno paura, sono contenti di morire, sono ardimentosissimi ecc. ecc. e combattono contro TUTTI gli altri, cioè contro tutti quelli che complottano da sempre contro l’islam. Sarebbe divertente, se non fosse tragico, notare che poi la stampa quando parla di una cosa come la battaglia di Mosul non esita a raccontare il suicidarsi di quelli dell’ISIS come un atto di eroismo che tutti gli altri temono, portando acqua al mulino della loro propaganda e, soprattutto, sdoganando la suddetta macronarrazione. E, al di là di questo, è chiarissimo (proprio perché vediamo questi “nemici della civiltà” fare qualcosa che fanno tutti, soprattutto quelli che vorrebbero essere i “salvatori della civiltà”) che fra “And no respite” e un qualsiasi altro prodotto identitario, confezionato da un qualsiasi altro agente politico, economico o sociale di questo pianeta, non c’è alcuna differenza. </span></p>
<p><b>Anatole. </b>M<span style="font-weight: 400">i rendo conto.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">L’esempio forse più “divertente” rispetto ai temi che hai scodellato al centro è però questo documentario che mostrai qualche tempo fa durante un evento di </span><i><span style="font-weight: 400">Unponteper </span></i><span style="font-weight: 400">presso un cimena dell’Eskwileeno nell’aftermath di uno dei tanti attentati in Francia. E’ in inglese e si chiama: </span><a href="https://videopress.com/v/O39QMitE"><i><span style="font-weight: 400">The dark rise of the banknotes and the return of the gold dinar </span></i><span style="font-weight: 400">ed è del 15 ottobre 2014</span></a><span style="font-weight: 400">. Al di là della tecnica, sopraffina ma anche no, con cui è realizzato, della quale non ci può interessare di meno ma sulla quale centinaia di ziliardi di </span><i><span style="font-weight: 400">analisti </span></i><span style="font-weight: 400">si sono soffermati producendo rumore, è interessante perché ci narra di come sia necessario fuggire dal dominio di Goldman Sachs, Rockefeller, dalle catene di Bretton Woods insomma dalla Cospirazione Globale dei Signori del Signoraggio e dai loro amici demoplutomassoncomunistigiudaici attraverso l’eliminazione della cartamoneta e l’introduzione del dinaro d’oro. Non importa il fatto che questo dinaro d’oro non sia mai stato coniato, che le transazioni finanziarie dell’ISIS sono sempre state e continuano ad esse in dollari, che gli americani abbiano preso di mira nei loro raid aerei alcuni depositi di dollari contanti nelle aree dell’ISIS, che alle aste dei dollari, che si tengono ogni mese a Baghdad, partecipano quelli dell’ISIS (che poi con le valigie piene torneranno a casa e distribuiranno il contante ai loro broker che su quei dollari ci faranno la cresta). Importa, invece, che appunto questa storia del signoraggio &#8211; che tutti abbiamo imparato a conoscere nostro malgrado &#8211; finisca nell’unico modo possibile per l’ISIS stesso: è “l’islam” che restituirà il Potere d’Acquisto Reale ai “musulmani”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole.</strong> In altre versioni “occidentali” quel potere lo restituirà la lira, o il franco svizzero, o la pizza de fango del Camerun, ma la sostanza &#8211; cioè la macronarrazzzione &#8211; è la stessa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo.</strong> Esatto. Poi sulle altre “forze politiche mediorientali” ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia. Il complottismo che le dittature in Medio Oriente continuano a secernere da una sessantina d’anni a questa parte si è certamente evoluto in quanto a stile e a strumenti di diffusione, ma ha avuto sempre grande cittadinanza (laddove in molti paesi mediorientali possiamo parlare di sudditi e non di cittadini). E’ un po’ nella natura delle dittature, specialmente se “nazionali”, fabbricare complotti. Le “serie” mediorientali sono: il complotto americano, il complotto sionista, il complotto dei fratelli musulmani, il complotto di un Nemico Esterno qualsivoglia. Queste serie possono incrociarsi alla bisogna. </span><span style="font-weight: 400">L’ISIS, in tutto questo, è anche (e forse soprattutto) figlio loro: non è panarabo, è panislamico ma l’architettura è simile (il panislamismo, d’altronde, nasce </span><i><span style="font-weight: 400">dopo </span></i><span style="font-weight: 400">il panarabismo). Ha anche uno spunto in più essendo roba globalizzata e dunque più </span><i><span style="font-weight: 400">in tune </span></i><span style="font-weight: 400">rispetto a ciò che succede altrove. Diciamo che ISIS arriva fino a Nizza, al-Sisi no.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> La cosa più comica delle teorie del grande complotto amerikano è che rimbalza indietro sulla politica estera americana, come sembrerebbe emergere da questo libro di Tim Airstrope intitolato </span><i><span style="font-weight: 400">Conspiracy Theory and American Foreign Policy</span></i><span style="font-weight: 400">, pubblicato a marzo dalla Manchester University Press, almeno stando all’abstract (non me lo sono letto, ma mi pare che meriti): </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Conspiracy theory and American foreign policy examines the relationship between secrecy, power and interpretation around international political controversy, where foreign policy orthodoxy comes up hard against alternative interpretations. It does so in the context of American foreign policy during the War on Terror, a conflict that was quintessentially covert and conspiratorial. This book adds a new dimension to the debate by examining the &#8216;Arab-Muslim paranoia narrative&#8217;: the view that Arab-Muslim resentment towards America is motivated to some degree by a paranoid perception of American power in the Middle East. This narrative subsequently made its way into numerous US Government policy documents and initiatives advancing a War of Ideas strategy aimed at winning the &#8216;hearts and minds&#8217; of Arab-Muslims.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">In sostanza c’è una guerra di propaganda che ruota attorno a temi che, in realtà, sono parte di teorie complottiste, divenute terreno di argomentazione volta alla persuasione. C’è una specie di circolo vizioso della disinformazione che scaturisce dalle teorie del complotto e se ne serve per inoculare argomenti virali o comunque ad introdurre contenuti tossici all’interno del dibattito. Se vuoi si ritorna sempre al punto della speculazione attorno al concetto di verità, messo in soffitta troppo frettolosamente dal decostruzionismo postcolonialista. Voglio dire che negando un piano di verità indipendente dalle adulterazioni discorsive, poiché ogni configurazione della verità sarebbe necessariamente di parte, si lascia campo libero al libero fluttuare del delirio, all’interno del quale diventa impossibile distinguere gli argomenti che pertengono originariamente ad una determinata teoria del complotto dai rami argomentativi che si producono sulla base di un vero complotto inteso ad adulterare in senso propagandistico il discorso complottista originario. Questo meccanismo sembrerebbe legittimare una vera e propria filologia del complotto, volta ad identificare l’originaria configurazione di una data teoria del complotto, depurandola dagli sviluppi surrettizi. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b> Q<span style="font-weight: 400">uesto è un altro punto fondamentale. Negando un piano di verità indipendente dalle argomentazioni scivoliamo nel dominio delle credenze. Come ricorda Benoît Bréville nel suo “</span><a href="http://www.monde-diplomatique.fr/2015/06/BREVILLE/53077"><span style="font-weight: 400">Dix principes de la mécanique conspirationniste</span></a><span style="font-weight: 400">” m</span><span style="font-weight: 400">olto spesso pubblicazioni e autori complottisti spingono sul metadato che recita: “non </span><i><span style="font-weight: 400">credere </span></i><span style="font-weight: 400">a quello che ti dicono”. Più estensivamente Walter Quattrociocchi (scienziato) e Antonella Vicini (giornalista), affrontando in </span><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=23650&amp;Tipo=Libro&amp;titolo=Misinformation.+Guida+alla+societa+dell+informazione+e+della+credulita"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation: guida alla società dell’informazione e della credulità </span></i></a><span style="font-weight: 400"> i temi delle </span><a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2795110"><i><span style="font-weight: 400">echo chambers</span></i></a> <span style="font-weight: 400">sui social e sul </span><a href="http://landman-psychology.com/ConfirmationBias.pdf"><i><span style="font-weight: 400">confirmation bias</span></i></a><span style="font-weight: 400"> che le determina,</span> <span style="font-weight: 400">parlano espressamente di “pensiero religioso” (pp. 101-108). Un pensiero che ha origine in ciò che Frédéric Lordon chiama &#8220;</span><a href="http://www.monde-diplomatique.fr/2015/06/LORDON/53070"><span style="font-weight: 400">Le symptôme d’une dépossession</span></a><span style="font-weight: 400">&#8221; e che Arjun Appadurai individua nel fatto che le comunità “nazionali” per via della globalizzazione subiscono mutamenti che non possono in alcun modo controllare o tracciare (vedi </span><a href="https://www.dukeupress.edu/fear-of-small-numbers"><i><span style="font-weight: 400">Fear of smalll numbers</span></i></a><span style="font-weight: 400">). E che sfocia in quella che tu chiami “urgenza di polarizzazione”  mentre i due autori di </span><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i><span style="font-weight: 400">, analizzando i social, descrivono come “legge di polarizzazione dei gruppi” (87-92). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole. </strong>Tutta questa roba fa sì che, ad esempio, le operazioni di </span><i><span style="font-weight: 400">debunking </span></i><span style="font-weight: 400">non servano praticamente a nulla se non a confermare il pregiudizio di chi già crede che alcune cose vadano demistificate.(129-132), cioè: il </span><i><span style="font-weight: 400">debunking </span></i><span style="font-weight: 400">convince chi è già convinto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo.</strong> Secondo Antonella, con cui ho parlato ieri sera, chi </span><i><span style="font-weight: 400">crede </span></i><span style="font-weight: 400">non accetterà mai le “verità indipendenti” contenute nel libro. “Abbiamo citato il World Economic Forum”, mi ha detto. “una mente complottista non può </span><i><span style="font-weight: 400">credere </span></i><span style="font-weight: 400">in una fonte come il World Economic Forum”. Altri </span><i><span style="font-weight: 400">crederanno </span></i><span style="font-weight: 400">al libro </span><i><span style="font-weight: 400">soltanto </span></i><span style="font-weight: 400">perché è basato su uno studio scientifico rigorosissimo. Lo useranno come si usa una bandiera. Ieri, per prenderli in giro, scrivevo su FB che per me il loro libro è una </span><i><span style="font-weight: 400">bibbia</span></i><span style="font-weight: 400">. Evidentemente appare chiaro a tutti quanti che come dicevi all’inizio il complottismo è la cifra dell’infotainment (e questo decostruzionismo postcolonialista non ha fatto che oliare il meccanismo). In sostanza: non c&#8217;è competizione fra complottisti e non ma fra tipi diversi di complottismo (</span><span style="font-weight: 400">e tornando ai dittatori: s</span><span style="font-weight: 400">e c&#8217;è una cosa che i dittatori non sopportano è che qualcun altro elabori la propria teoria cospirazionista). </span><span style="font-weight: 400">I non complottisti, invece, non sono un gruppo, non hanno </span><i><span style="font-weight: 400">echo chambers</span></i><span style="font-weight: 400"> che fanno da cassa di risonanza a </span><i><span style="font-weight: 400">credenze</span></i><span style="font-weight: 400">. Sono proprio antropologicamente un’altra roba.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Certo emerge chiaramente una dimensione settaria del complottismo. I teorici del complotto si riuniscono in sette, ciascuna caratterizzata da una sua idea di complotto. Potremmo quasi sintetizzare che ogni setta o gruppuscolo è in realtà di per sé una teoria del complotto. Anche molta deriva gruppettara marxista potrebbe essere caratterizzata in questo senso. Forse in quest’epoca la differenza la fanno i grandi collettori di teorie del complotto, capaci di elaborare, come si diceva, dei macrocomplotti che inglobano tutti i complotti che ti vengono in mente. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b>Le<span style="font-weight: 400"> grandi agenzie di propaganda in questo periodo di guerra diffusa lavorano alla grande, ad esempio. Sì, secondo me funzionano un po’ come “aggregatori di complotti”. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E la cosa peggiore è che tra un complotto e l’altro ci infilano dentro fatti veri e veramente preoccupanti. È un po’ un mio chiodo fisso che la concomitanza e la continua contaminazione della verità con la menzogna, caratteristica dell’epoca dei social network, sia stata certamente favorita dal proliferare del decostruzionismo nelle scienze sociali e non solo in quelle, dunque dall’accantonamento delle discipline, tra cui le nostre, che investigano la verità storica dei fatti. Alla conoscenza si è affiancata una controconoscenza alternativa, che anche questa origina dal settarismo di certi approcci gruppettari al marxismo per diffondersi a macchia d’olio nella società di massa.</span></p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> La controconoscenza, o anche da noi “a controcurtura”, è il classico strumento euristico sulla base del quale le teorie del complotto fondano la loro strutturata verità.</p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole.</strong> In un interessante libro del 2008, intitolato appunto </span><i><span style="font-weight: 400">Counterknowledge</span></i><span style="font-weight: 400"> e sottotitolato opportunamente </span><i><span style="font-weight: 400">How we surrendered to conspiracy theories, quack medicine, bogus science and fake history</span></i><span style="font-weight: 400">, Damian Thompson introduce un ragionamento sull’industria della controconoscenza, o conoscenza alternativa (p. 175), osservando che «most dynamic people in Western society make a living from counterknowledge». Taluni riescono anche a costruire formazioni politiche di successo sulle medesime basi controconoscitive, fungendo da aggregatori di teorie del complotto inzeppate di verità alternative. Citando il celebre libro sugli </span><i><span style="font-weight: 400">Outliers</span></i><span style="font-weight: 400">, Thompson osserva che «they are not just salesmen: they are what Malcolm Gladwell calls ‘connectors’, ‘people with a special gift for bringing the world together’». Non si tratta, infatti, di vendere qualcosa, come accadeva nell’epoca appena superata, quella di Berlusconi, per capirci, ma di ricostruire un’idea organica del mondo in cui tutto abbia senso e ciascuno trovi un suo posto, da qualunque esperienza provenga, come in Italia fa Beppe Grillo. In sostanza, l’aggregatore di complottismi ha soppiantato il piazzista. Sembra proprio che Thompson stia parlando di figure come Grillo qui (pp. 175-176): «Connectors make friends and business contacts across a wide range of subcultures and niches. They can efficiently spread a message–a health fad or a conspiracy theory–to charities, government, schools, specialist websites and, above all, the mainstream media. If the counterknowledge entrepreneur is lucky, word of mouth takes over and provides free publicity». </span></p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Assolutamente sì. Possiamo parlare di una diversa strategia di marketing che organizza la destra in maniera non identitaria, o meglio coordinando in un grande calderone complottista tutte le varie direzioni microidentitarie. E così facendo si porta appresso la sinistra sbroccatona senza speranza, quella orfana di una visione sistematica polarizzante.</p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole.</strong> La straordinaria efficacia del meccanismo di aggregazione si dimostra quotidianamente, metticonto quando un cantante italiano, Marco Carta, verosimilmente un prodotto di qualche </span><i><span style="font-weight: 400">talent show</span></i><span style="font-weight: 400">, se ne esce su <em>twitter</em> che i frequenti terremoti nel centro Italia sarebbero l’effetto di attività umane incontrollate. Il nostro beniamino adduce a supporto di questa teoria complottista del terremoto una vistosa miscela di argomenti falsi, assurdi, meno assurdi ma comunque implausibili, quali «le iniezioni di CO2 o di acque di scarico, l’estrazione &#8211; convenzionale o meno del petrolio o gas naturale tramite fracking oppure i progetti dell’industria mineraria o la costruzione di tunnel». Non contento, spiega che «anche i cambiamenti operati dall’uomo sulla superficie terrestre possono dar luogo a terremoti, ad esempio quando i laghi artificiali si riempiono per la prima volta d’acqua». Questo delirio in pochi minuti finisce sui media più o meno ufficiali (ad esempio qua </span><a href="http://www.giornalettismo.com/archives/2180336/marco-carta-terremoto/"><span style="font-weight: 400">http://www.giornalettismo.com/archives/2180336/marco-carta-terremoto/</span></a><span style="font-weight: 400">) e si propaga, rimbalzando indietro sui social, cioè offrendo a chi colleziona argomenti a favore del megacomplotto un nuovo tema da taggare ed includere dentro il suo schema inclusivo, accanto alle scie chimiche, metodi che curerebbero il cancro, le campagne contro i vaccini e via così. Non sorprende, quindi, che il complottismo antiamerikano di matrice occidentalista, quello che funge da vero terreno di coltura per il terrorismo cosiddetto ‘jihadista’ in occidente, funziona più o meno nello stesso modo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo.</strong> No, non sorprende in effetti. Su vero e falso, in questo contesto, ci sarebbe da ragionare tantissimo. Quella che chiamo spy literature, un serbatoio inesauribile di complottismi che si spaccia per “informazione”, è proprio in sintesi l’arte di dire una montagna di stronzate complottiste attorno a un nucleo di verità. Ossia: tu mi dici una cosa vera, giusto per darti un po’ di autorevolezza, e poi inizi a tessere la trama delle causalità arbitrarie. Al termine io crederò che a uccidere Giulio Regeni è stato David Cameron. Sulla controinformazione mi permetto il lusso di citarmi. </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2012/08/01/controinformazione-il-bambino-e-lacqua-sporca/"><span style="font-weight: 400">Qui</span></a><span style="font-weight: 400"> c’è un mio post dell’agosto 2012. Fa da corollario a ciò che hai detto tu, prima: il suffisso contro- implica una subalternità “irriducibile” che non può che creare mostri: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">si prende “un discorso” fatto dal “mainstream” e lo si “decostruisce”, dimostrando che è falso o tendenzioso. Ma facendo questo si dimostra, sempre che ci si riesca, che qualcosa è falso o tendenzioso, non si dà un’informazione su cosa succede. Il risultato è che per avere un’informazione si ricorre comunque “al mainstream” perché è il mainstream a produrre e la controinformazione a chiosare. Fare controinformazione in questo senso significa scontrarsi con “l’informazione mainstream” giocando al suo gioco e sapendo di perdere. E dunque, paradossalmente, questa attitudine rafforza l&#8217;”informazione mainstream” stessa, perché viene temporalmente “dopo” il “mainstream” e in conseguenza ad esso. Che il mondo dell’informazione sia stracolmo di magagne, propagande, mistificazioni, superficialità, scorrettezza è un dato assodato. E fare continuamente “critica della notizia” o “critica dell’informazione” è essenziale. Ma rimane “il mondo dell’informazione” sia che i suoi attori siano corretti o meno, siano pagati per dire qualcosa invece che un’altra etc. etc. Estrarre informazioni dal mondo dell’informazione per fare “controinformazione” è semplicemente demenziale.</span></p></blockquote>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> il complottismo è un serpente che si morde la coda, come in quel giuoco da tavolo meraglioso che giocavamo da giovani, </span><i><span style="font-weight: 400">Illuminati, The Game of Cospiracy</span></i><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b>[spalanca gli occhi, guarda in un punto lontanissimo dell&#8217;universo] <span style="font-weight: 400">Uh, </span><i><span style="font-weight: 400">Illuminati</span></i><span style="font-weight: 400">!</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Nella versione Trading Card Game (ho comprato due mazzi, dobbiamo giocarci al più presto!) vedo ora che tra le sette hanno introdotto anche quella dei Cospiracy Theorists, accanto agli Illuminati di Baviera, I Nani di Zurigo, i Rosacrociani, gli Elders of Zion, il KKK, il Vaticano e i Fratelli Musulmani. Tra le carte azione c’è, naturalmente, anche Hoax. Ma la cosa più divertente sono i blog che interpretano la grafica delle carte come un complotto a sua volta, tipo <a href="https://sheepnomoreblog.wordpress.com/2013/04/18/illuminati-card-game-predictions-and-prophecy/">questo </a></span><span style="font-weight: 400"> o <a href="http://bloggie-360.blogspot.it/2016/04/playing-illuminati-1995-card-game.html">questo </a></span><span style="font-weight: 400">o ancora <a href="https://missiongalacticfreedom.wordpress.com/2015/11/29/illuminati-card-game-predictions-coming-true-whats-next/">questo </a></span><span style="font-weight: 400"> e <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AZZCrNTJwlM">questo</a></span><span style="font-weight: 400">, ma sono tantissimi! Cioè il complottismo è talmente complottista che se ti inventi un geniale giuoco che parodizza il complottismo divieni preda a tua volta del complottismo al punto che vieni trattato come un complotto!</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> E allora dotiamoci di una buona bottiglia di Côte de Nuits e vai con la partita a Illuminati. Non si può farne a meno, ora che l&#8217;hai evocati.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> E il fumo, però, che senza il complottismo mi viene male.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b>Va bene. <b><span style="font-weight: 400">Avrei voluto anche parlare di come la memoria umana è facilmente riscrivibile tanto che tu, malevolmente, puoi far sì che qualcuno ricordi cose che non ha mai fatto. C’è questo libro molto bello, </span><i><span style="font-weight: 400">The Memory illusion</span></i><span style="font-weight: 400"> di Julia Shaw. Ma forse era un po&#8217; off-topic.</span></b></p>
<p><strong>Anatole.</strong> Manco tanto, pare un complottone pure questo. e poi la Teoria del Complotto è forse l&#8217;unico discorso che invera l&#8217;idea della semiosi infinita, ce casca bene dentro tutto.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Vabbene, magari la riprendiamo in Il Complottone II, la vendetta, prima o poi&#8230;</p>
]]></content:encoded>
					
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