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	<title>comunità &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Storia con assemblea condominiale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/24/storia-con-assemblea-condominiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 06:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese &#160; Nessuno sa cosa può accadere durante un’assemblea condominiale. Goethe “Ci troviamo in una situazione così così, diciamo pure… gravida… diciamo… Ci siamo capiti. Non voglio accusare nessuno, non voglio insospettire nessuno. Quaggiù in quanti siamo, oggi?” “Poco consona! Mi presento: Dario Zanotti, ufficio Palestre. Poco consona, la situazione.” “D’accordo, ci troviamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-83641" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/societa-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/societa-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/societa-1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/societa-1-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/societa-1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/societa-1-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/societa-1-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Nessuno sa cosa può accadere durante un’assemblea condominiale.</em></p>
<p>Goethe</p>
<p>“Ci troviamo in una situazione così così, diciamo pure… gravida… diciamo… Ci siamo capiti. Non voglio accusare nessuno, non voglio insospettire nessuno. Quaggiù in quanti siamo, oggi?”</p>
<p>“Poco consona! Mi presento: Dario Zanotti, ufficio Palestre. Poco consona, la situazione.”</p>
<p>“D’accordo, ci troviamo in una situazione poco consona. E senza ragione apparente siamo costretti a riunirci…”<span id="more-83067"></span></p>
<p>“A me le ragioni sembrano chiarissime.”</p>
<p>“Lei è il signor?”</p>
<p>“Perché me lo chiedi? Guarda che seduto dietro a un tavolo ci sono io. Tu sei semplicemente in piedi, e per di più in ciabatte.”</p>
<p>“D’accordo, d’accordo, ma si presenti.”</p>
<p>“Proprio tu, Meloni, fai finta di non conoscermi.”</p>
<p>“Anche se sei mio fratello, non per forza tutti lo sanno.”</p>
<p>“Ma non vi somigliate per niente!”</p>
<p>“Avrebbe dovuto dire <em>fratellastri </em>signora, ma se ne vergogna.”</p>
<p>“Comunque ha ragione. Meloni faccia parlare Meloni, l’altro intendo. Lei ha le ciabatte. Non può dirigere questo gioco… ”</p>
<p>“Non è per niente un gioco. Sempre io, Zanotti delle palestre. Sapete benissimo che non è un gioco…”</p>
<p>“Va bene, ma conduca il Meloni fratellastro! E sbrighiamoci, perché tra poco tornerà e la luce e l’acqua corrente.”</p>
<p>“Per come la vedo io è semplice…”</p>
<p>“Non preferisce parlare da sopra il tavolo? Qui in fondo si sente poco.”</p>
<p>“È perché sei imbriaco Sassetti!”</p>
<p>“Ti senti più concentrato tu, con quella bambola gonfiabile in mezzo alle braccia?”</p>
<p>“Signori Sassetti e Domino, vi ricordo che qui, data l’urgenza, e il carattere inspiegabile di questa riunione, non sono consentite valutazioni di carattere personale, giudizi morali, né sono permessi provvedimenti politici o religiosi.”</p>
<p>“Meloni mi oppongo!”</p>
<p>“Meloni si oppone a Meloni. Gustoso. Ma salga sul tavolo fratellastro, il Sassetti ha ragione.”</p>
<p>“Aspettate. Io sono in ciabatte, d’accordo. Non ho le idee chiare. Ma faccio subito una proposta sostanziosa, invece di perdermi in chiacchiere. Il bambino che è rimasto tutto solo nell’appartamento dell’ultimo piano. Dobbiamo innanzitutto decidere che farne. Non lo possiamo lasciare in una situazione di pericolo. Ormai dobbiamo gestire noi la cosa. Io propongo di portarlo in riva al lago, e chi avrà il coraggio dei propri atti, lo anneghi. Al punto in cui siamo, è ancora la soluzione più pietosa che possiamo considerare.”</p>
<p>“Io lo lascerei nel suo brodo, ma parlo da mamma.”</p>
<p>“Signora Taglia non è questione… Di quanto è accaduto da noi, e di quanto accadrà nei prossimi giorni, non possiamo lasciare tracce.”</p>
<p>“Giusto Meloni, lasciamo un cadavere. Che bella furbata!”</p>
<p>“Con quale Meloni sta parlando Domino?”</p>
<p>“Guardi che io sono Zanotti.”</p>
<p>“Ora che sono in piedi sul tavolo, e che tutti mi vedono e sentono, Meloni stai zitto. Il Meloni di riferimento sono io. La faccenda del lago non risolve il problema. Della Responsabile dei cortili, chi se ne vuole occupare?”</p>
<p>“State parlando di me?”</p>
<p>“Certo, signora Ceroli. Un mese fa, su sua richiesta, le abbiamo sbattuto fuori di casa il marito. Zanotti e Sassetti l’hanno portato in macchina fino al cementificio. Al telefono lei ha detto loro cosa farci. Ci han messo un paio di ore a seguire tutte le sue indicazioni, anche perché Sassetti, sbronzo come al solito, sbagliava continuamente mira. E non avevano neanche la strumentazione adatta. Adesso che è da sola, dovremmo occuparci noi di lei?”</p>
<p>“Allora adotto il bambino dell’ultimo piano.”</p>
<p>“E con chi si comporterà come una moglie esperta?”</p>
<p>“Con chi volete voi, ma non con Domino, quello non pensa altro che a infilarmi degli ortaggi nel culo!”</p>
<p>“Guardi Ceroli che di lei mi faccio proprio un baffo. La vede la mia Miranda come è bella, la vede che capelli lisci, che labbra morbide. E ce ne ho un’altra così, bionda e più tettona, che mi aspetta in soggiorno.”</p>
<p>“Scusate, ma così, a forza di fare eccezioni, di comporre nuovi nuclei familiari all’ultimo momento, giusto per pigrizia, per non occuparci dell’esecuzione dei pesi morti, e dello smaltimento cadaveri, non è che facciamo un gran favore alla comunità. Cosa c’è scritto nel giuramento, che abbiamo formulato e trascritto almeno una decina di anni fa?”</p>
<p>“I tempi cambiano Zanotti.”</p>
<p>“Domino stia zitto, è l’altro Domino che ha voce in capitolo.”</p>
<p>“Il mio fratellastro ha ragione su di un punto. Ma non so quale. Ammazzare oggi non lo si riesce a fare facilmente…”</p>
<p>“Io vorrei dire una cosa più urgente. C’è un episodio avvenuto all’inizio del secolo di cui vorrei parlare.”</p>
<p>“Quale secolo? Con quelle rughe che ti mascherano la faccia, meglio specificare…”</p>
<p>“Vuole per caso ritornare sul caso della bici da cross rubata?”</p>
<p>“Ragazzi dobbiamo chiudere l’assemblea, Giangi ha appena visto due uomini che si sbaciucchiavano sulle scale.”</p>
<p>“Sono i due commendatori della scala B! La solita manfrina. Fanno finta di amarsi durante l’assemblea condominiale, poi si sparano a colpi di pallettoni da un piano all’altro, che bisogna rifare l’intonaco ogni sei mesi…”</p>
<p>“È calato il sole da ben due minuti, secondo il mio minutografo. Proseguire questa confessione aperta è completamente sbagliato. Decidiamo una cosa qualsiasi, un delitto da compiere entro il mese, e andiamo a stenderci.”</p>
<p><em>I presenti approvano con un cauto battimani.</em></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Immagine mia della serie <em>Ambienti</em>.]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;isola che c&#8217;è. Laboratorio autobiografico in comunità</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/12/11/lisola-che-ce-laboratorio-autobiografico-in-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2019 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[azzurra d'agostino]]></category>
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		<category><![CDATA[luca buonaguidi]]></category>
		<category><![CDATA[sassiscritti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura autobiografica]]></category>
		<category><![CDATA[tossicodipendenze]]></category>
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					<description><![CDATA[Disintossicarsi dai pregiudizi sulle tossicodipendenze L’isola che c’è – un laboratorio autobiografico in comunità è un libro che raccoglie l’esperienza di scrittura all’interno di una comunità terapeutica del pistoiese gestita dalla Coperativa Gruppo Incontro, pubblicato da SassiScritti nel luglio 2019. Contiene oltre ai testi prodotti durante il percorso, un saggio riferito alla metodologia e il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-81594" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover-728x1024.jpg" alt="" width="310" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover-728x1024.jpg 728w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover-768x1081.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover-250x352.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover-200x282.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover-160x225.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/ISOLA-CHE-CE-cover.jpg 1595w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" />Disintossicarsi dai pregiudizi sulle tossicodipendenze</strong></p>
<p><em>L’isola che c’è – un laboratorio autobiografico in comunità</em> è un libro che raccoglie l’esperienza di scrittura all’interno di una comunità terapeutica del pistoiese gestita dalla <a href="https://incontro.coop">Coperativa Gruppo Incontro</a>, pubblicato da SassiScritti nel luglio 2019. Contiene oltre ai testi prodotti durante il percorso, un saggio riferito alla metodologia e il senso di attività legate alla scrittura in contesti di sofferenza e disagio, a cura dei due psicologi che hanno condotto il lavoro.</p>
<p><strong>Per avere copia del libro, o maggiori informazioni: <a href="mailto:info@sassiscritti.org">info@sassiscritti.org</a></strong></p>
<p><strong>FLASHBACK</strong></p>
<p><em>Il laboratorio si è aperto con un esercizio semplice ma essenziale nel suo appello alla biografia di ognuno dei partecipanti e al recupero della rispettiva memoria affettiva, invitandoli a stilare una lista di esperienze emotivamente dirompenti che potesse diventare un inventario a cui ritornare anche per i prossimi incontri. </em><em>I partecipanti sono stati invitati alla rievocazione dei momenti principali della loro vita attraverso il concetto di flashbulbmemory, la memoria fotografica che a distanza di tempo ci ripropone il ricordo dell’evento e delle condizioni in cui si è verificato attraverso dettagli ambientali. </em><em>È stato importante scegliere un tema alla portata di tutti, su cui nessuno non ha niente da scrivere, per abbattere sentimenti tipici di insicurezza legata a compiti presentati come “artistici” e spesso  accompagnati dalla credenza che li vorrebbero al di fuori delle proprie competenze e aspirazioni. </em><em>È stato come sollevare un velo disposto sul forziere di dati ed emozioni autobiografiche dei partecipanti. Se questo incontro è servito a predisporre un inventario del forziere, nei prossimi incontri l’obiettivo sarà riprendere quegli oggetti dimenticati e interrogarne le potenzialità latenti.</em></p>
<p>Musica in sottofondo: “Nocturnes”, <em>Frédéric Chopin</em></p>
<p><strong>GARY</strong></p>
<ul>
<li>A casa con mamma, ed eravamo solo io e lei, portò a casa una bambina chiamata H. Io avevo quattro anni.</li>
<li>Giocavo in cortile e mamma e papà mi chiamarono dalla porta di casa e in sala mi dissero che ero stato adottato. Avevo undici anni.</li>
<li>Avevo fatto bene all’esame di terza media ma mamma e papà parlavano di mandarmi in collegio. Ero terrorizzato dal collegio. Avevo tredici anni.</li>
<li>Ho finito gli esami di “O Level” in Zimbabwe e come premio papà mi ha comprato un biglietto d’aereo per Milano, per stare con la zia e la sua famiglia per un po’.</li>
<li>Sono tornato in Zimbabwe e mamma e papà mi hanno fatto sapere il perché. Mi sono comportato molto male mentre ero ubriaco. Avevo sedici anni.</li>
<li>Sono stanco dell’aria cattiva che respiro a casa. Sono pieno di rimorsi e la notte continuo ad avere lo stesso sogno. Sabato mattina andai in cima al palazzo e mi buttai.</li>
<li>Quando ho deciso di smettere l’università. Stava andando tutto bene finché N. mi ha lasciato e sono caduto in una depressione alcolica.</li>
<li>Credevo di avercela fatta, stavo lontano dall’alcol, avevo lavoro, moglie e casa quando mia moglie perse il nostro bambino. Ancora oggi è un dolore molto forte.</li>
<li>Quando ho comprato casa con mia moglie.</li>
<li>Quando mia moglie mi ha detto che mi lasciava.</li>
</ul>
<p><strong>MICHELANGELO</strong></p>
<ul>
<li>Al mare con mia madre e mio padre da bambino, ero felice.</li>
<li>Le grandi amicizie con F. e A. quando facevo le elementari.</li>
<li>Voglio un fratello/sorella e i miei genitori mi donano una sorella, G., quando avevo nove anni.</li>
<li>La passione per l’arrampicata sportiva e gli intensi allenamenti e le gare all’età di 14 anni.</li>
<li>La sperimentazione delle droghe leggere e l’amicizia con due persone del mio paese A. e M. a 15 anni.</li>
<li>L’uso di eroina insieme al mio primo grande amore A.</li>
<li>Gli studi all’Università dell’Aquila, serate straviziate e vita indipendente.</li>
<li>Poi, la conoscenza di A., la scoperta dello psicofarmaco e l’inizio dell’abuso di Rivotril.</li>
<li>Conosco S., il mio più grande amore.</li>
<li>Il primo arresto per droga, il carcere.</li>
<li>La comunità ad Assisi dal 2010 al 2012.</li>
<li>Torno a casa dai miei, mi laureo e trovo lavoro.</li>
<li>Poi mi trovo una casa per conto mio e convivo con S., passando un periodo molto felice, ma sempre più colmo di sostanze.</li>
<li>Perdo il lavoro, mi arrestano di nuovo, il mio mondo fantastico crolla totalmente.</li>
<li>Dopo un po’ entro in comunità a Pistoia.</li>
</ul>
<p><strong>ANTONINO</strong></p>
<ul>
<li>Sono nato in casa. Mi ricordo poco della mia infanzia. Mia madre e mio padre per motivi di lavoro non li sentivo vicini. Mi ricordo che stavo con il padrino senza ricevere nessun affetto. Che ricordo? Mi ricordo solo quando facevo la pipì a letto e mi sgridavano.</li>
<li>Poi all’età di sette anni mi sono trovato in collegio con le suore. Non ricordo nulla dei momenti particolari, solo quando la suora mi ha frustato con l’ortica. Poi vennero mio padre e mia madre a prendermi in collegio. La cosa più bella che ricordo è che c’era un lago grande e mio padre mi portò a fare un giro sul motoscafo. L’ho anche guidato. Bellissimo.</li>
<li>Poi mi sono trovato in Germania con tutta la famiglia. Avevo otto anni. Sono andato a scuola non capendo nulla della lingua, ma piano piano sono riuscito a parlare il tedesco e scrivere e fare amicizia con i miei compagni di scuola. Per la prima volta ricordo di avere un amico con cui passare la giornata. Mi ricordo che si prendeva la funivia e si mangiava il pollo. Bellissimo.</li>
<li>Poi all’età di nove anni mi sono preparato per fare la comunione. Non ricordo nessuna emozione con i miei amici. Ma ricordo che ero contento di fare la comunione. Mi sentivo accolto. Bellissimo. Il giorno in cui dovevo prendere la mia prima comunione non ci sono andato perché mio padre aveva deciso di partire per l’Italia. Non sono riuscito a dirgli nulla. Vedevo mia madre silenziosa e così non ho fatto la comunione, piangendo. Lasciando tutto, scuola e amici.</li>
<li>Poi arriviamo in Italia. Io non ricordo molto. Sono confuso. Non avevamo casa, so che dormivamo sul furgone con la frutta e la verdura. Lavoravo il giorno. Mi ricordo di un signore che mi ha fatto una foto in mezzo alla frutta in bianco e nero. Ce l’ho ancora. Ero a Firenze.</li>
<li>Poi all’età di dieci anni mi ricordo che si occupava le case. Mi ricordo che sono stato a Campi Bisenzio (Firenze) e all’Osmannoro. Nessun alloggio fisso. Poi abbiamo trovato una casa fissa a Ponte di mezzo. Una casa vecchia.</li>
<li>Poi dovevo riandare alla scuola. Io non capivo bene l’italiano. Parlavo solo tedesco e siciliano. Ero in quinta elementare. Mi ricordo che dovevo rifare la prima elementare. Mi sentivo molto a disagio.</li>
<li>All’età di 16 anni mi sono fatto degli amici con cui si stava al bar a giocare a calcio balilla. Poi la domenica si andava a ballare al Poggetto. Lì ho conosciuto la ragazza della mia vita. A quell’epoca mi facevo le canne. Si rideva, si scherzava. Ero felice, non pensavo più ai miei problemi di casa.</li>
<li>Poi il fumo non faceva più effetto e ho provato l’eroina. Ho provato a tirarla su di naso ma non era piacevole. Era amara e vomitavo in continuazione. Poi con il passare del tempo ci ho sentito un piacere più forte del fumo. Era molto rilassante e mi portava in un’altra dimensione tutta mia.</li>
<li>La mia ragazza mi stava sempre addosso. Poi ci siamo sposati quando io avevo 19 anni e lei 18. Le avevo promesso che smettevo di drogarmi ma non era facile. Ho provato ad andare in comunità di recupero di tossicodipendenza. Ma niente, non resistevo. Scappavo sempre.</li>
<li>Un giorno mia moglie era incinta di un bambino di nome G. La sua nascita mi ha cambiato la vita da tossicodipendente. Mi riempiva la giornata in tutti i sensi, sia affettiva che lavorativa. Nel frattempo mia moglie era felice e nell’arco di due anni è nata F. Una bella coppia. Mi sentivo proprio fortunato. Poi è arrivato il terzo figlio, un maschio di nome M.</li>
<li>In tutto questo noi si abitava a Prato in un negozio adibito a casa di 50 metri quadrati. Così abbiamo fatto domanda per la casa comunale. Abbiamo aspettato tanto. Nel frattempo è nata S. Eravamo disperati ma la cosa più bella che mi poteva capitare è che sono nati tutti sani nonostante io sia sieropositivo. Beh voi capite che per me era una rinascita.</li>
<li>Poi ci hanno dato una casa a Castelnuovo. Una bella casa vera con due stanze da letto, un bel salone, una cucina. Eravamo felici non ci mancava niente. Ci aiutavano tutti dai servizi sociali ai parenti.</li>
<li>Dopo ancora è nato D. Si ripresentava il problema della casa. Il comune non ci faceva stare più lì ma ci dava una casa più grande. Abbiamo lasciato quella casa con dispiacere. Abbiamo ricevuto una casa da 130 metri quadrati a Iolo. Poi è nata M. Non pensavo più alla droga. Siamo andati avanti così con il tempo.</li>
<li>Poi però si è ripresentato il conto della mia vita personale: da piccolo mio padre e mia madre non sono riusciti a darmi una sicurezza, una responsabilità, un’autostima della persona. Un vivere alla giornata, insomma tutte le cose che un bambino avrebbe bisogno di vivere. E così tutto questo era troppo grande per me da affrontarlo da solo e sono ricaduto non nell’eroina ma con la cocaina e il gioco.</li>
<li>Non potevo sopportarlo di rivivere la vita da tossico e ho pensato di uccidermi tante volte buttandomi giù dal balcone ma non avevo il coraggio di farlo. Mi è stato proposto di entrare in comunità. Molto scettico ho accettato e con tanta fatica grazie ai miei figli che si sono imposti ce l’ho fatta e sto bene.</li>
</ul>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gli artisti di quartiere a difesa della collettività: la storia di via Roma, Reggio Emilia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/06/gli-artisti-di-quartiere-a-difesa-della-collettivita-la-storia-di-via-roma-reggio-emilia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 06:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[arte e comunità]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Irene Russo C’è una via Roma quasi in ogni città di Italia, c’è una via Roma speciale a Reggio Emilia. Questa storia può aiutarci a immaginare che si può vivere bene ovunque, se i cittadini escono dalle proprie case e cercano la felicità negli spazi pubblici, nei progetti comuni, nelle case degli altri. In [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Irene Russo</strong></p>
<p>C’è una via Roma quasi in ogni città di Italia, c’è <strong>una via Roma speciale a Reggio Emilia</strong>. Questa storia può aiutarci a immaginare che si può vivere bene ovunque, se i cittadini escono dalle proprie case e cercano la felicità negli spazi pubblici, nei progetti comuni, nelle case degli altri.</p>
<p>In via Roma a Reggio Emilia i cittadini condividono progetti e servizi, ma soprattutto l’utopia di una città ideale dove <strong>la creatività genera relazioni di fiducia</strong>. Da un approccio artistico e divergente ricavano la risposta alle istanze strettamente sociali.</p>
<p>Proviamo a chiederci se la creatività può contribuire a costruire una società coesa, fondata sulla convivenza e gli scambi tra persone diverse per età, cultura, provenienza. E se, viceversa, <strong>un quartiere coeso </strong>può essere uno stimolo per le persone creative, attratte per loro natura da quei <strong>luoghi del mondo favorevoli all’ispirazione</strong>. Quesiti che possono trovare risposta nell’esperienza dei cittadini di via Roma a Reggio Emilia, e probabilmente in tante altre piccole storie più o meno note che si nascondono nelle strade del nostro Paese.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-77558" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-1024x683.jpg" alt="" width="590" height="393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti.jpg 1200w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>Una via “degradata” si è trasformata in un laboratorio di innovazione</strong></p>
<p>Via Roma a Reggio Emilia è una strada del centro storico dove i <strong>richiedenti asilo</strong> vivono in hotel fatiscenti e i creativi organizzano <strong>mostre d’arte</strong> in luoghi insoliti, dalle lavanderie ai distributori automatici. Fino a metà del Novecento la via era abitata dal Popolo Giusto, una schiera di indigenti solidali che – secondo i racconti  –  rubavano ai ricchi per dare ai poveri. Poi è arrivata l’ondata di migranti che l’ha elevata alle cronache locali per questioni di risse e spacci. Ma, come scrive il geostorico <a href="https://issuu.com/erodoto108/docs/erodoto108_speciale/16">Antonio Canovi</a>, “Il degrado è una componente fondamentale del processo di metabolismo che determina accrescimento, rinnovamento e mantenimento degli organismi viventi. E il metabolismo di via Roma non ha mai smesso di lavorare”.</p>
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<p>Oggi via Roma è un <strong>laboratorio di innovazione sociale</strong> che conserva un’anima popolare e accogliente, senza rinnegare il proprio passato. Il cambiamento ha preso forma attorno a una piccola impresa collettiva: organizzare una costola del <strong>festival cittadino “Fotografia Europea”,</strong> che nei cortili e nelle case private trova la sua dimensione più vivace e underground. Da cinque anni, il quartiere si anima grazie al lungo <strong>lavoro volontario di professionisti e artisti</strong>, attirando migliaia di appassionati in cerca di atmosfere coinvolgenti fuori dallo spirito delle gallerie.</p>
<p>Ma in via Roma si viene anche nel resto dell’anno, perché sono tornate le osterie e si sono moltiplicati gli eventi culturali. In cinquecento metri si allineano botteghe locali ed etniche, istituti superiori, la scuola di Comics, la Camera del Lavoro, l’<a href="http://www.ghirbabiosteria.it/">osteria Ghirba</a> gestita da una decina di donne, bar e locali notturni da cui si può osservare la vita di una città normale, poco frequentata dai turisti, molto apprezzata dai viaggiatori che arrivano senza aspettative e si lasciano sorprendere da un’atmosfera felice anche senza clamori.</p>
<p>Un piccolo <strong>orto condiviso</strong> ospita frutti che appartengono a tutti, non solo a chi li coltiva. Coinvolti nel progetto, i richiedenti asilo si impegnano a seminare pur non avendo la certezza di poter rimanere così a lungo da raccogliere. E ad agosto sono loro gli unici a prendersi cura delle piante, mentre gli altri vanno in villeggiatura. In via Roma ognuno trova il proprio posto. “Il suo fascino”, scrive sempre Canovi, “è di essere un quartiere non tanto premoderno quanto piuttosto antimoderno: quello che succede qui in occasione di Fotografia Europea, ma anche in altri momenti, è la rivelazione di una sorta di <strong>intelligenza collettiva</strong> che anima un nuovo popolo giusto”.</p>
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<p><strong>La creatività favorisce la coesione sociale </strong></p>
<p>Cosa c’entrano la creatività, l’arte, con la <strong>coesione sociale</strong>? L’arte contemporanea oggi non ha bisogno di opere tangibili per essere apprezzata, ma può assumere il mondo come tela. <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2017/04/critica-cultura-arte-contemporanea/">Christian Caliandro</a> immagina un nuovo ruolo per l’artista, che potrebbe “sognare di cedere importanti quote e gradienti di autorialità a favore di un processo culturale dal basso, che abbia a che fare davvero con una comunità e con le sue istanze e con le sue esigenze profonde (non presunte) e con le sue vocazioni” e quindi mettersi in testa “di far venir fuori da tutto questo un’<strong>opera collettiva </strong>che magari non sembra più neanche un’opera ma proprio un <em>pezzo</em> di esistenza quotidiana (di quartiere, di città, di educazione, di urbanistica, di cinema, di letteratura, ecc.), dedicandosi a costruire una grande e funzionante <em>infrastruttura di relazioni</em> umane e trasferendo lì (lì dove è sempre stata, o dove sempre avrebbe dovuto essere: nel territorio dell’umanità) la sua dimensione autoriale”.</p>
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<p>Il piccolo miracolo di via Roma si è costruito per la convergenza di alcune circostanze favorevoli. Il quartiere è abitato e frequentato da <strong>persone non autoctone</strong>, che vi sono approdate senza una rete sociale a fare da cuscinetto per la propria migrazione. Persone motivate a ricostruire una sfera di legami che li rendono più forti e integrati. Persone che cercano <strong>occasioni di riscatto</strong> da condizioni precedenti. Persone che possono inaugurare <strong>nuovi filoni creativi,</strong> originali e dirompenti, perché non ancorati al passato e alla tradizione. Forse perché gli immigrati devono dimostrare qualcosa e vivono esperienze diversificanti, ovvero “eventi o situazioni molto inusuali e inaspettati che sono attivamente sperimentati e spingono l’individuo al di fuori del campo della ‘normalità’”, secondo la definizione della psicologa Simone Ritter.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-77563" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas.jpg" alt="" width="590" height="518" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas.jpg 592w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-300x264.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-250x220.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-200x176.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-160x141.jpg 160w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p>In parte, come spesso accade nei <strong>quartieri “alternativi”</strong>, si tratta di persone creative: non necessariamente artisti e talenti, ma in generale persone sensibili ai problemi, flessibili, capaci di strutturare in modo nuovo le proprie esperienze. Oggi consideriamo la creatività come un <strong>processo intellettuale divergente</strong> rispetto al normale processo logico astratto: è per questo che la creatività offre molte chances in più per affrontare problemi ordinari o straordinari… e risolverli.</p>
<p>Scrive E. Weiner in <em>Geografia del genio</em>:  “Gli artisti sono più sensibili degli altri, importano la sofferenze di un mondo imperfetto, la processano, la riformulano come arte e la esportano, alleviando la loro tristezza e aumentando il nostro piacere. Un esempio di simbiosi perfetta”.</p>
<p>La creatività permette di guardare lontano, oltre la lite di condominio e le classiche lamentele del comitato di quartiere. <strong>La creatività è immaginazione</strong>: quando le comunità sono capaci di una visione a lungo termine, riescono a intravedere il risultato oltre i propri sforzi. Nei lunghi preparativi di un festival, la coesione sociale si crea perché le persone si incontrano e lavorano insieme. Sudare sullo stesso metro quadro fa sentire tutti più vicini.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-77564" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta.jpg" alt="" width="590" height="394" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta.jpg 1600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/gazzetta-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p>Ma c’è di più: i linguaggi creativi costruiscono <strong>il racconto degli eventi</strong> e dei loro retroscena, rendendolo più visibili per il pubblico e per la stessa comunità. Prendiamo appunto il caso di via Roma: le rassegne, i festival e i progetti diventano storie per il sito, il giornale di quartiere, i profili social, le conferenze stampa, i blogtour, i flipbook per bambini. C’è perfino una app che permette di citofonare virtualmente agli abitanti della strada per conoscere le loro storie (l’<strong>app “Via Roma Trip” </strong>si può scaricare gratis, per <a href="https://itunes.apple.com/it/app/via-roma-trip/id868039651?mt=8">iOs</a> o <a href="https://play.google.com/store/apps/details?id=it.fotografiaeuropea.viaromatrip2">Android</a>). Media e linguaggi che compongono un <strong>racconto crossmediale </strong>molto diversificato, ma al contempo veicolano un’idea comune di società.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-77565" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2.png" alt="" width="500" height="750" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2.png 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2-200x300.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2-250x375.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2-160x240.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><strong>La coesione sociale favorisce la creatività</strong></p>
<p>La creatività trova il suo habitat ideale dove succedono cose inaspettate e circola un discreto numero di personaggi stravaganti. Ci sono <strong>tante storie di incontro</strong> dentro un grande contenitore di coesione sociale come via Roma. Alcuni esempi? I fotografi francesi aiutano i richiedenti asilo a esprimere la propria idea di bellezza. La parrucchiera sudamericana presta il negozio per organizzare un dj set. I ragazzi sinti suonano la chitarra durante un vernissage. La signora Giuliana mostra le foto dei suoi morti durante un tour teatrale nelle case private. I blogger di viaggi si ritrovano in osteria per preparare il nuovo numero di una rivista. La blogger americana impara a “chiudere” i cappelletti.</p>
<p>E poi in via Roma ci sono i bar, che non hanno l’atmosfera dei caffè viennesi ma sono <strong>buoni luoghi di incontro dove scambiarsi idee in modo informale</strong>. Molti artisti e pensatori ne hanno bisogno per fare il pieno di socialità prima di ritirarsi nella solitudine creativa.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-77566" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2.jpg" alt="" width="590" height="393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>Le residenze d’artista come antidoto al provincialismo</strong></p>
<p>Via Roma è il cuore alternativo di una città di medie dimensioni, troppo piccola per concedere evasioni da <em>flâneur</em>. L’antidoto al provincialismo è l’introduzione dell’elemento “alieno”: ogni anno gli abitanti invitano alcuni artisti a trascorrere una settimana come ospiti del quartiere, mentre gli esercizi commerciali della via aggiungono alcuni benefit, dal taglio gratuito di capelli dal barbiere o dalla parrucchiera, al servizio lavanderia o a un buono colazione, un pasto o un piatto di cappelletti presso i ristoranti. La formula della <strong>residenza d’artista</strong> è diffusa un po’ ovunque, ma in via Roma si traduce in una relazione di <strong>vera e propria ospitalità</strong>. Quando arriva, ogni ospite scombina le carte e offre nuovi spunti.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-77569" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa.jpg" alt="" width="590" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-768x488.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-250x159.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-200x127.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-160x102.jpg 160w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p>Gli abitanti ci tengono a condividere questa esperienza con chiunque sia interessato, così organizzano <strong>eventi pubblici aperti</strong> alla cittadinanza. Via Roma non vuole essere un’oasi nel deserto, ma un’<strong>esperienza replicabile</strong>, un invito a sperimentare in altri contesti. Nel mondo dell’arte si parla sempre più spesso di <em>secret concert</em>, di esposizioni di artisti nelle case private, di catering riservati, contesti nei quali la condivisone non è pubblica. In questo scenario, Via Roma vuole configurarsi come un contesto che offre possibilità di ricerca, aperto ma non evidente, accessibile ma non scontato. Un contesto che non coinvolga solo un’élite, ma riesca ad attirare persone diverse, curiose e interessate.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-77567" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel.jpg" alt="" width="590" height="443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>L’ideologia della fiducia contro il clima della diffidenza</strong></p>
<p>I tempi sono cambiati e la sfida della fiducia appare ancora più difficile. Da un lato preme un <em>home enterteiment </em>sempre più sofisticato (ciascuno guarda le vite degli altri sullo schermo di un tablet), dall’altro tuonano le voci minacciose di chi predica la diffidenza e l’esclusione. Qual è la strada di via Roma? Ora che non c’è più la necessità di <strong>consolidare legami di fiducia</strong> al proprio interno, è interessante vedere cosa sceglie la comunità anche in relazione al contesto esterno.</p>
<p>Intanto, il gruppo informale che ha lavorato in questi anni al progetto ha costituito l’associazione <strong>“Via Roma Zero”.</strong> Come a sottolineare che si è sempre all’inizio, non si è fatto ancora abbastanza né si può dare nulla per scontato. “Zero” è il numero civico di chiunque si senta parte di via Roma anche senza possedervi una casa, per il profondo bisogno di legarsi a un territorio in cui si riconosce. Dove le cose in comune non emergono dagli algoritmi di una profilazione digitale, ma dalla buona abitudine di <strong>salutare per strada </strong>anche chi non ci assomiglia.</p>
<p>Questi tempi duri richiedono una grande giovinezza interiore e lo stupore dei bambini per contrapporsi ai balbettii di un pensiero conservatore e regressivo.</p>
<p><strong>Per saperne di più</strong></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/viaRomaReggioEmilia/"><strong>Pagina Facebook Via Roma, Reggio Emilia</strong></a></p>
<p><a href="https://www.instagram.com/viaroma.re/?hl=it"><strong>Profilo Instagram Via Roma.re</strong></a></p>
<p><a href="http://www.ghirbabiosteria.it/"><strong>Fotografia Europea in via Roma</strong></a><strong> sul sito della biosteria Ghirba</strong></p>
<p><a href="https://mylifesamovie.com/project-expat-american-living-in-italy/"><strong>Articolo della blogger Alyssa Ramos</strong></a><strong> (in inglese)</strong></p>
<p><strong>Per partecipare a Fotografia Europea in via Roma (12-14 aprile 2019), scrivi una mail a cittadiniviaroma@gmail.com</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Breve relazione attorno alla pena capitale e ad altre consuetudini in vigore nella nostra comunità</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/01/breve-relazione-attorno-alla-pena-capitale-e-ad-altre-consuetudini-in-vigore-nella-nostra-comunita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Nov 2018 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[armi da fuoco]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[condannati]]></category>
		<category><![CDATA[Dario De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[eccezioni]]></category>
		<category><![CDATA[esecuzione]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[pena capitale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dario De Marco Nella nostra terra è ancora in vigore la pena capitale. Siamo coscienti che questo può determinare un pregiudizio negativo nei nostri confronti, né possiamo in tutta sincerità negare la fondatezza di eventuali critiche che partano da questo dato di fatto. Tuttavia invitiamo ad usare tolleranza, e una certa misura di benevola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>di Dario De Marco</strong></p>
<p>Nella nostra terra è ancora in vigore la pena capitale. Siamo coscienti che questo può determinare un pregiudizio negativo nei nostri confronti, né possiamo in tutta sincerità negare la fondatezza di eventuali critiche che partano da questo dato di fatto. Tuttavia invitiamo ad usare tolleranza, e una certa misura di benevola prudenza, verso la nostra comunità: d&#8217;altro canto per noi la democrazia e i diritti civili sono conquiste recenti, sia in generale sia rispetto alla millenaria storia della nostra razza. Le libertà personali, l&#8217;uguaglianza, lo stato di diritto: sono concetti che abbiamo assunto nel nostro sistema di valori teorici, e che purtuttavia spesso abbiamo difficoltà a tradurre in pratica. Non siamo incivili; o meglio lo siamo, ma non del tutto: sappiamo che possiamo, anzi dobbiamo migliorare, e stiamo compiendo degli sforzi in tal senso, come si potrà desumere dal seguito del presente rapporto.</p>
<p>In verità, la pena capitale non è l&#8217;unica particolarità che contraddistingue gli usi vigenti, essendoci relativamente ad essa un&#8217;altra antica tradizione: la sentenza non specifica la data dell&#8217;esecuzione. Quest&#8217;ultima può avere luogo tanto immediatamente, quanto svariati anni dopo la condanna; e in questo lasso di tempo non è affatto scontato che il soggetto sia privato della libertà personale. Si sono dati casi di persone che hanno circolato senza ostacoli per decenni, ma che non sono sfuggite all&#8217;Amministrazione quando è arrivato il momento opportuno: la libertà di movimento non è un problema per l&#8217;Amministrazione, che ha i suoi mezzi per controllare e raggiungere i condannati ovunque siano.</p>
<p>Infatti, l&#8217;esecuzione della pena capitale presso la nostra comunità è legata a un&#8217;altra prassi giuridica peculiare: la sentenza non si cura di fissare un luogo preordinato per l&#8217;esecuzione. Nella maggior parte dei casi la sanzione è applicata dopo un periodo più o meno lungo di soggiorno in strutture di contenzione, appositamente pensate per i condannati: spesso la sentenza viene eseguita in questi luoghi, ma altrettanto spesso all&#8217;ultimo momento l&#8217;Amministrazione lascia ai soggetti, o ai loro parenti, la possibilità di scegliere, con umana clemenza spostando l&#8217;esecuzione nella privata dimora del condannato; il quale così può dare addio al mondo serenamente, circondato da oggetti noti e confortato dal calore dei suoi cari. Non sempre però un&#8217;esecuzione “casalinga” è sinonimo di dipartita quieta: molti qui ricordano la fine di quell&#8217;uomo, un padre di famiglia che si trovava solo in casa mentre moglie e figlie erano in vacanza, e che l&#8217;Amministrazione fece giustiziare nottetempo e senza preavviso (in quel caso la contestuale distruzione completa dell&#8217;immobile a mezzo combustione fu correttamente rubricata sotto la voce di pena pecuniaria accessoria). In altre situazioni, l&#8217;esecuzione è in luogo pubblico, anche se ciò non comporta necessariamente la presenza di un numeroso pubblico: ci sono persone giustiziate in piazza in pieno giorno, ma anche casi in cui l&#8217;Amministrazione lascia che il condannato si allontani verso un luogo poco frequentato o del tutto deserto, come la cima di una montagna, e lì interviene; sono questi i non rari casi in cui il recupero della salma è difficoltoso quando non impossibile.</p>
<p>Da quanto detto si sarà capito che c&#8217;è un&#8217;altra curiosa omissione, nelle sentenze che la nostra Amministrazione emette: non vi è specificato neanche il modo in cui esse andranno eseguite. Naturalmente quel che prova un condannato nell&#8217;ora del trapasso, nessuno è in grado di saperlo finché non lo sperimenta in prima persona, e in quel caso, non è poi in grado di riferirne; ciononostante, possiamo senza dubbio supporre che alcune modalità siano più cruente – molto utilizzate armi da fuoco, elettricità, gas, iniezione o ingestione di sostanze letali, meno frequente ma pur sempre previsto il ricorso ad acqua, fuoco, armi da taglio, persino animali – e altre prive o quasi di dolore; in certi casi il decesso avviene nel volgere di pochi minuti, in altri dopo mesi se non anni di così acute sofferenze – fisiche per il condannato, psicologiche per i parenti, che sono autorizzati e quasi obbligati ad assistervi – che potrebbero essere chiamate torture da un conoscitore superficiale della nostra realtà, ma che noi ci guardiamo bene dal riprovare, non essendo a conoscenza delle recondite ragioni dell&#8217;Amministrazione. Una modalità molto ambita presso i condannati è quella dell&#8217;esecuzione durante il sonno; salvo poi che, nelle rare occorrenze in cui la dispone, l&#8217;Amministrazione si ritrova sommersa dai reclami, avanzati ovviamente non dal diretto interessato ma dai parenti, che probabilmente si sentono defraudati dalla circostanza di essersi trovati anch&#8217;essi in analogo stato di ottundimento sensoriale.</p>
<p>Di fatto le modalità, varie e del tutto prive di orpelli formali, con cui le sentenze vengono eseguite consentono l&#8217;applicazione del dispositivo legale in qualsiasi circostanza, anche molto piacevole. Si danno casi, rari quanto eclatanti, in cui il condannato riceve la sua pena mentre è alle battute finali di un incontro amatorio: se da un lato questo può rappresentare una punizione aggiuntiva, c&#8217;è anche chi la interpreta come una condizione favorevole, una dolcissima variante, un&#8217;apoteosi dei sensi e dell&#8217;intera esistenza. Altre volte, la pena capitale arriva in modo oggettivamente misericordioso, come quando a essere giustiziata è una persona anziana che ha appena perso tutti i suoi cari: allora l&#8217;esecuzione arriva quasi come una grazia, troncando il seguitare di inutili sofferenze. C&#8217;è da dire peraltro che le sopra dette sono eccezioni, essendo la maggior parte delle esecuzioni messe in atto in circostanze che si faticherebbe a definire diversamente che normali: situazioni qualsiasi, non particolarmente gioiose né incredibilmente dolorose, come a voler rimarcare l&#8217;indifferenza della pena capitale rispetto all&#8217;ora e al luogo – e forse anche alla persona – in cui quanto stabilito si traduce in realtà. Senza peraltro permettersi di avanzare ipotesi sulla natura delle imperscrutabili decisioni per cui è giustamente famosa, bisogna aggiungere che l&#8217;Amministrazione sembra a volte espletare le proprie funzioni con un velo di qualcosa lontanamente avvicinabile all&#8217;ironia: non si spiegherebbero altrimenti casi come quello del condannato che venne inviato in una regione impervia, un deserto ribollente di caldo e di scorpioni, dove infuriava un conflitto feroce; vedeva attorno a sé compagni di sventura cadere come birilli, giustiziati nei modi più vari, dalla fucilazione al veleno, dalla decapitazione al soffocamento fino al rogo, ma lui restava inspiegabilmente in vita; finché quando ritornò, trionfante e convinto di essere stato graziato, fu giustiziato pochi metri prima di raggiungere la propria casa. O casi come quello di un altro militare condannato, che mentre guidava la sua macchina volante si ritrovò in picchiata verso il suolo senza riuscire a fermare la caduta: credette allora di stare eseguendo la propria sentenza, mentre alla fine restò illeso, perché ad essere in atto era l&#8217;esecuzione di due intere classi di scuola materna.</p>
<p>Già, ci rendiamo conto che questa è la parte che risulta più ostica per chi si avvicina alla nostra civiltà, ma non si può spiegare con altre parole quello che già i lettori di questo rapporto avranno dedotto: non sono solo il modo, il giorno e il luogo che la sentenza tiene segreti; ad essere interdetta al pubblico è la sentenza in sé, nonché lo svolgimento del processo, e lo stesso capo d&#8217;accusa. Vedete, la vostra difficoltà a comprendere queste notizie e a mettervi nei nostri panni non è superiore a quella che prova l&#8217;estensore della presente relazione nel dover esplicare ciò che per noi è vita quotidiana, come l&#8217;azoto che respiriamo. Sapete, non si sa neanche quandoè stata emessa la sentenza. Naturalmente su questi aspetti delle nostre normative sono sorte le più varie teorie politiche e interpretazioni giuridiche. La più seguita corrente di conservatori asserisce che la sentenza viene emessa al momento stesso della nascita (secondo una minoranza di giuristi, anzi, in quello del concepimento) e tutto quanto accade dopo è già preordinato benché ignoto al condannato e a chi gli è vicino. Dall&#8217;altro canto i progressisti respingono sdegnati la tesi, sostenendo che una corretta condotta di vita è quanto si raccomanda a tutti, e che in ogni caso le motivazioni della condanna vadano sempre ricercate in un comportamento non conforme alle leggi, in un atteggiamento che arreca danno od offesa nei confronti degli altri membri della comunità, o di se stessi. Ancora, rappresentanti di una fetta minoritaria dell&#8217;estrema sinistra non si pongono la domanda, anzi argomentano che sia privo di senso porsela; in questo le loro posizioni paradossalmente coincidono con quelle della più antica, e oggi declinante, tra le formazioni conservatrici. Infine, non mancano i sovversivi, le formazioni clandestine che dal buio dei loro rifugi avanzano addirittura dubbi sul sevenga emessa la sentenza. E in passato ci sono stati anche insigni studiosi che in seguito a traversie personali hanno smarrito il raziocinio, e hanno iniziato a sostenere la più anarchica delle tesi: non è solo la sentenza, è la stessa amministrazione che non esiste; ma di costoro per fortuna si è persa ogni traccia.</p>
<p>Neanche a dirlo, l&#8217;Amministrazione non ha confortato, né d&#8217;altro canto sconfessato, nessuna di queste ipotesi; limitandosi a lasciare qua e là i segni della propria presenza, dei propri interventi (eccettuati ovviamente quelli quotidiani in occasione delle esecuzioni): segni che ogni partito politico ha avuto gioco nel leggere a proprio vantaggio.</p>
<p>Ma quello che accomuna tutte le posizioni, dall&#8217;estrema destra all&#8217;estrema sinistra, è l&#8217;ammissione che la condanna sia in sospeso per tutti, che ciascuno di noi è nel braccio della morte. Questa sicurezza, benché possa sembrare indecifrabile ai vostri occhi, ci dà la tranquillità che deriva dal conoscere il destino che ci attende.</p>
<p>E poi, nonostante la condanna che pende, il fatto che tutto continui a funzionare come se niente fosse, e ogni essere umano gioisca e lotti e soffra, e mostri un attaccamento alla vita non meno commovente che ingiustificato &#8211; come se non fosse un moribondo: non è meraviglioso?</p>
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		<title>Anche le storie piccole fanno rumore. La scuolina di Santomoro</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Dec 2017 06:15:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Anticipo subito ai lettori di Nazione Indiana che questo è un pezzo legato a una realtà locale, minuscola, quasi microscopica &#8211; la mia, sulle colline del comune di Pistoia, nella Valle delle Buri. Certamente scopro l&#8217;acqua calda, ma sto maturando sempre più in questi anni la convinzione che se artisti e intellettuali non torneranno a conoscere bene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Anticipo subito ai lettori di Nazione Indiana che questo è un pezzo legato a una realtà locale, minuscola, quasi microscopica &#8211; la mia, sulle colline del comune di Pistoia, nella Valle delle Buri. Certamente scopro l&#8217;acqua calda, ma sto maturando sempre più in questi anni la convinzione che se artisti e intellettuali non torneranno a conoscere bene i loro territori,  a interagire e impegnarsi con essi,  una certa idea bellissima in cui molti di noi credono è destinata a scomparire. Quest&#8217;idea è la comunità accogliente. Favorirla, difenderla, raccontarla, immaginarla è un nostro dovere, perché ne siamo capaci, forse più di altri. Buon Anno a chi resiste, a chi lotta, a chi spera, a chi sa che &#8220;me stessa, me stesso&#8221; sono parole che si perdono in tanto altro per restare vive. Non sempre le storie piccole non fanno rumore. (F.M.)</em></p>
<p><strong>Articolo già apparso su ReportPistoia a questo link:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportpistoia.com/agora/item/54894-la-bella-fiaba-dello-scoiattolo-di-santomoro-che-rischia-di-essere-cancellata.html">http://www.reportpistoia.com/agora/item/54894-la-bella-fiaba-dello-scoiattolo-di-santomoro-che-rischia-di-essere-cancellata.html</a></strong></p>
<figure id="attachment_71768" aria-describedby="caption-attachment-71768" style="width: 470px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-71768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o.jpg" alt="" width="470" height="627" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o.jpg 1511w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o-768x1024.jpg 768w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /><figcaption id="caption-attachment-71768" class="wp-caption-text">Fotografi e collage di Chiara Vitali, una della tante anime attive de Lo Scoiattolo e di Santomoro.</figcaption></figure>
<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Non tutte le scuole sono uguali, alcune sono grandi, altre piccole, alcune si trovano in pianura e altre in collina o in montagna, alcune hanno vicino un torrente, altre delle strade antiche – alcune, infine, sono il fulcro di una comunità intera, che le protegge. Conosco molto bene uno di questi casi – è la Scuola dell’Infanzia Lo Scoiattolo a <a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.it/"><strong>Santomoro</strong></a>, il paese dove sono tornata a vivere e dove è nato il mio compagno. Ho scelto da quando ero bambina di essere vicina ai piccoli e credo che sia proprio quando ho scoperto questa scuola, grazie a mia nipote Marta, che ho iniziato a comprendere e amare questo paese. Ci vuole pazienza, quanto scrivo non è un semplice appello ed è più di un articolo e io sento di dover dire a tutti la preziosità di questo luogo per far capire il rischio che stiamo correndo.  Allora era Natale proprio come ora. Dovevano consegnare i regali ai bambini e fu idea della maestra Laura di far apparire un’aiutante di Babbo Natale… fu deciso che fosse una fata (o mezza strega) con campanellini alle caviglie e quella fata ero io. Non era la prima volta che raccontavo fiabe ai ragazzi, ma era la prima volta che entravo lì dentro, di rosso vestita, mentre fuori fioccava un po’ di neve. Tornata a casa da mia suocera, mi raccontarono che quando Tiziano aveva cinque anni e sua sorella tre si prendevano per mano e andavano da soli alla scuolina, scendendo le scalette e attraversando la strada, vegliati da tutto il paese. Perché quando si arriva a quella scuola non si va semplicemente in un posto bello, da qualche parte sulle colline, ma si entra nel vivo di Santomoro e tutti hanno una parte – bambini, genitori, paesani, anziani. Come mai? Cosa succede lì? <span id="more-71767"></span>Lo Scoiattolo è una scuola comunale e in virtù di questo ospita attività speciali, dove il paese tutto, i bambini e il personale della scuola collaborano, si incontrano, condividono. Così a me capita di uscire e magari trovarmi sulla strada un gruppetto di ragazzini che tornano dalla nostra Bure d’inverno e in primavera, coi cestini pieni dei regali degli alberi e della terra: “Ciao Francesca, siamo stati in gita!” mi diceva due anni fa Giulio, che ora è in seconda elementare. Oppure vanno a trovare gli abitanti delle aie del paese guidati da Alberto, che non è un maestro e non lavora a scuola – è Alberto, abita a Santomoro, fa il volontario con la Croce Verde e molto altro. O vengono al Centro Sociale, struttura che ha un patto di territorio con il comune di Pistoia, per fare dei laboratori con artiste e amiche, per dipingere con la verdura, per scoprire i segreti dell’acquarello, per decorare con la lana una cancellata, per ascoltare una storia o fare dei sacchetti magici con le cose che hanno recuperato dal bosco. Li accompagnano le maestre e a volte ci segue perfino uno dei miei gatti, che ormai conoscono tutti. Poi ci sono le feste: la Sera dei Racconti a fine ottobre, quando sia la scuola che il Centro si animano e i bambini vanno in giro per il paese e poi arrivano da noi, a ricevere un libro misterioso nella nostra biblioteca. La pesca di beneficienza natalizia, che si svolge per tutta una giornata e vi sbagliereste pensando che riguardi solo le famiglie: dal paese arrivano i più anziani, coloro che andavano alla scuola negli anni Settanta, noi dal Centro Sociale – è, senza bisogno di dircelo, un momento importante per la nostra comunità, che esiste grazie ai bambini. Noi li guardiamo un po’ stupiti che abbiano già dei pensieri misteriosi, li guardiamo convinti che saranno migliori di noi e noi ci faremo da parte, li sosterremo. Sempre a Natale, arriva nella scuola il Postino a bordo di una vecchia lambretta e con la tuta da neve, perché scende, solo a Santomoro, direttamente dal Polo Nord. Un Postino molto strano che assomiglia tanto a Valentino di Montagnana, ma si sa che per le feste tutti diventano un po’ incantati. E ancora, la Caccia al Tesoro primaverile, un’iniziativa nata all’interno del calendario del Centro Sociale e che ha nelle maestre Antonella e Letizia un supporto fondamentale – si svolge la domenica, quando la scuola è chiusa, ma si cresce insieme ben oltre gli orari lavorativi, ed è per questo che lo Scoiattolo è una tappa della Caccia, che le maestre vestono a tema, trasformandosi, per esempio, in piratesse come è accaduto in quella bellissima giornata dello scorso aprile. Fanno molto di più, le maestre: ci consigliano, ci chiamano per darci idee, ci ispirano. Mi fermo e potrei continuare e so che se qualche paesano mi leggesse mentre scrivo di sicuro avrebbe da aggiungere la sua, magari dicendomi che io non c’ero quando è stato fatto questo o quello coi bambini. Anzi un’ultima storia la voglio raccontare: è accaduta quest’estate, quando al Centro Sociale è stata recapitata una lettera della vecchia maestra ora in pensione, quella Laura che mi aveva trasformato in fata, anni fa. Una lettera piena  di gratitudine che spero sempre saremo all’altezza di meritare. Scriveva, Laura, del suo sogno di una scuola che vive in tutto il paese e nella Valle. Ho detto l’ultima, ma non è vero: perché poi c’è la storia della maestra Antonella, anima e informatrice del duello poetico fra adulti tra Iano e Santomoro, essendo lei di Iano e insegnando qui da molti anni. C’è la nostra Liliana che non posso certo definire solo “collaboratrice scolastica” – è una custode, nel senso più alto del termine, una parte integrante dello Scoiattolo e di Santomoro. Sembra una fiaba, vero? Sì, ed è una fiaba reale, è nostra e di chi viene a trovarci. Ma è notizia di poche settimane fa la volontà del comune di statalizzare questa scuola, perché quando si palesa un bisogno vero o presunto di denaro la prima cosa che si taglia è la scuola, nonostante chiunque, di qualsiasi segno politico, voglia riempirsi la bocca col “bene dei bambini prima di tutto”. Il bene di questi bambini è avere <u>questo</u> Scoiattolo, così com’è e questa è una notizia sconvolgente, è la banalità del male che riduce tutto a numeri ed economie, considerando le comunità meno di niente, mentre noi siamo persone, capite? Siamo un paese. Statalizzando Lo Scoiattolo certo la scuola non chiuderà, ma tutto quanto vi ho raccontato andrà perduto: ci sono altre regole nella scuola statale, regole di cui non discuto la giustezza, ma che occorre sempre contestualizzare e mal si calano a Santomoro, perché ledono e addirittura distruggono qualcosa di molto bello che c’è e vogliamo preservare.  Il personale è il primo ad andarsene; poi seguono tutte le attività, che semplicemente non sono permesse. La scuola si chiude in sé e il paese resta fuori a guardare. Niente più Racconti, niente più Bure, niente più gite con Alberto, niente più laboratori al Centro Sociale, niente più Postino, niente più iniziative fuori dagli orari, niente più Natale insieme. La scuola diventa una come tante altre, senza legame con il suo territorio, già in lotta perché è una periferia, una di quelle non riportate nelle guide turistiche, una di quelle realtà ricche di storia, passione, personaggi che la poesia sa amare, ma non gli amministratori ciechi. Il paese diviene mutilato. E non una mutilazione da poco – ci levano il cuore. E questo noi non lo possiamo permettere, perché quei bambini sono i figli di tutti, qui, sono i bambini di una Valle e hanno, oltre le loro famiglie, amici, compagne d’avventura, sorelle e fratelli maggiori.  Noi combatteremo perché il bene non china la testa e non si lascia colpire in silenzio. Noi saremo, come in una fiaba da raccontare ancora ai bambini, il Giacomo di Cristallo di Gianni Rodari – ci faremo coraggio l’un l’altro perché quanto scritto fin qui è vero e forte e ci rende più uniti contro ogni potere scellerato.</p>
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		<title>Fuori dalla Storia: adolescenza e spazio liberato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 05:22:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Antonio vive dal 2006 a Pistoia, ma ci siamo conosciuti e incontrati soltanto dopo la disfatta politica delle ultime elezioni che hanno visto la destra prendere il posto della sinistra in cui entrambi avevamo creduto e continuiamo a credere. Poi, una mattina, sul treno per Firenze, mi ha raccontato del suo coinvolgimento attivo nel quartiere di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Antonio vive dal 2006 a Pistoia, ma ci siamo conosciuti e incontrati soltanto dopo la disfatta politica delle ultime elezioni che hanno visto la destra prendere il posto della sinistra in cui entrambi avevamo creduto e continuiamo a credere. Poi, una mattina, sul treno per Firenze, mi ha raccontato del suo coinvolgimento attivo nel quartiere di Bari dove è cresciuto, ci siamo confrontati sul rapporto con gli adolescenti, sugli spazi liberati, difesi e a volte perduti, sul bisogno vitale di credere che quegli spazi siano riabitati, in modi a noi sconosciuti e sorprendenti dai più giovani. Gli ho chiesto di scrivere la sua storia per Nazione Indiana &#8211; cominciamo da qui, dal mettere in comune le esperienze e le speranze (f.m.).</em></p>
<p><strong>di Antonio Sofia</strong></p>
<p>Sono tornato all’oratorio dopo diversi anni, l’avevo lasciato alla fine della scuola. Il portone grigio di via Zuccaro è sempre semichiuso. Una catena permette il passaggio di un ragazzo alla volta. Capita che i più piccoli si contendano l’ingresso e finiscano per passare insieme, spalla a spalla. A questo prodigio segue una risata beffarda per aver violato la norma o la fisica, non lo so.</p>
<p>Non solo il portone è grigio, so che il grigio è ovunque: si stende per tutta la superficie dell’appendice parrocchiale, interrotto solo dai tracciati dei campi di calcetto, di pallavolo, di basket, dalle grate per lo scarico dell’acqua piovana. Superato il portone, c’è spazio per tutti e tutti insieme, quando ero ragazzo io, nei primi anni ‘90, eravamo più di cinquecento. Era stata l’intuizione di padre Mimmo, un prete assai basso e dalla chioma orgogliosamente corvina: tutto quello spazio poteva essere riempito, proprio perché non c’era spazio altrove. Bari era in continua espansione, i traffici nella buona e nella mala vita prosperavano, anche in virtù dell’improvvisa contrazione del Mediterraneo; un groppo in gola, una crisi di panico era stata l’urgenza albanese rivelatasi poi un affare per la Puglia, in mostra al mondo attraverso le immagini di un esodo drammatico, primi singhiozzi della globalizzazione di lì a poco a venire.</p>
<p>Nonostante la città crescesse e arrivasse a inglobare le frazioni vicine come fa la muffa ostinata su un solaio mal progettato, per bambini e ragazzi c’erano solo le strade, quelle sempre meno larghe. Le automobili erano un colesterolo di tracotanza e vanità, destinato a sedimentarsi nella rappresentazione di un corpo privato sempre più invadente lo spazio pubblico, eppure precarie, esposte allo sfregio ultrapop di un furto o all’aggressione tragica del fuoco minatorio. I bambini si annidavano sui cofani cercando quelli con gli allarmi meno sensibili. Stavano a guardare i ragazzi più grandi sciamare dietro un pallone di cuoio da poche lire, schierati in squadre variabili, composte intorno a pochi leader immediatamente riconoscibili per il tocco di palla o per la pettinatura aggressiva. I bambini aspettavano di esser convocati per fare numero, mentre le bambine giocavano per i fatti loro, impegnate in filastrocche infinite o in salti tra la terra e la luna; le ragazze più grandi si vedevano meno, comparivano incollate l’una all’altra come addobbi di una festa. Al loro passaggio la partita di calcio reagiva, come se di colpo tutto avvenisse su un piano privato d’equilibrio: allora occorreva un grande sforzo perché il pallone non scivolasse via, in una buca oppure oltre i bordi, verso l’ignoto.</p>
<p>Il prete aveva aperto l’oratorio, laddove la parrocchia affittava campi e campetti, l’aveva aperto ed eravamo arrivati da ogni parte, persino dalla provincia: tutti insieme, più di cinquecento, passavamo uno a uno da quel portone grigio di via Zuccaro, con un tesserino che costava cinquemila lire e serviva a contarci, a sapere da dove venivamo e a pagare le poche attrezzature. In questo oratorio avevamo un’altra città, dove si poteva fare tanto, molto di più di qualsiasi altrove mai visto prima, non perché ci fossero percorsi o attività, non per i campetti quasi rettangolari. Era quel grigio: quanto era bello, così vasto, così meravigliosamente vuoto!</p>
<p>Non ho dovuto aspettare molto davanti al fatidico portone.</p>
<p>Sono tornato all’oratorio poco più che ventenne, con un lavoro, anzi due, forse tre lavori temporanei che mi han permesso di andare via di casa e prendere una stanza non lontano da via Zuccaro. In questi anni ho studiato, viaggiato, mi sono innamorato, ho convissuto a Roma che da piccolo sembrava Marte e sono stato felice nello spazio, poi atterrato deluso e ferito, per questo sono tornato. Non ci sono più cinquecento ragazzi e ragazze, neanche cento, neanche cinquanta, spersi nel grigio saranno stati una ventina quasi tutti maschi, sparsi nel grigio a lambire i perimetri di gioco e a calciare pigne. Il portone l’ha aperto un prete che non conosco, si chiama Vincent e viene dalla Nigeria. Non c’è più il tesserino.</p>
<p>Facciamo due chiacchiere, gli dico chi sono e chi sono stato in quell’oratorio. Mi spiega dei problemi che ha con la parrocchia, che preferirebbe affittare i campi, mi dice che i ragazzi non sono tanti perché forse escono meno o hanno corsi e allenamenti, ma non ne è certo; in ogni caso per quelli che ci sono lui da solo riesce comunque a far poco. Non mi concedo tempo di esitare, gli prometto che, se lasciamo perdere discorsi su una mia improbabile conversione, gli darò una mano.</p>
<p>Ho mantenuto la parola. Per un anno e mezzo tutti i pomeriggi son stato presente dall’apertura del portone delle 15, alla chiusura per la cena; i miei lavori da cococo schiacciavano ogni progettazione del futuro e io mi rifacevo limitando il loro peso nel presente allo stretto necessario.</p>
<p>Aveva ragione Vincent: sembravano pochi quei venti ragazzi, ma non lo erano stati per lui, non lo sono per me. Non ho preso chissà quale iniziativa, hanno età diversissime, dai dieci ai sedici anni, come per la strada è il pallone che li fa stare insieme per tante ore. E riconosco le dinamiche di un tempo, tutti in fila spalle al muro, per fare le squadre: a dir il vero non tutti, c’è differenza tra chi sceglie e chi spera di essere scelto. Chi sceglie è il più bravo e si è guadagnato il diritto di stare faccia al muro, sono i capitani che scandiscono nomi a turno. Così nelle ultime battute si rivela chi nessuno vorrebbe in squadra, troppo scarso persino per quel palcoscenico, ma che, per una regola non scritta, potrà giocare come gli altri se garantirà l’impegno di limitare i danni e la pazienza di incassare insulti.</p>
<p>Li ho osservati e ho capito che, nonostante la turnazione, la composizione delle squadre si presta a derive subdole e accade quasi sempre che i migliori siano nella stessa compagine. Ho deciso di intervenire e capovolgere il meccanismo. Ho dato la scelta a quelli meno dotati tecnicamente, il muro dietro la schiena è toccato ai migliori. Poi ho iniziato ad arbitrare le partite stando sempre in mezzo al loro.</p>
<p>Possono giocare a calcio per ore e ore e non lo faranno mai senza impegno. Contestano, si arrabbiano, dal grigio emergono con le braccia alzate per chiedere un passaggio, urlano per un fallo e si promettono botte, anche se in palio non c’è nulla. Sono sorpreso da questa determinazione. Da quando vigilo sulla composizione delle squadre le partite sono più incerte negli esiti; io li mescolo in continuazione sperando invano di limitare un agonismo che sconfina in rabbia al primo urto. Ma c’è dell’altro. Per quanto se ne dicano e se ne diano in campo, per quanto si infurino contro di me, al termine dei giochi tutto finisce. Dopo i primi conflitti con alcuni di loro, per un rigore non fischiato o per una espulsione non compresa, io ci stavo male: li cercavo per controllare che nulla si fosse compromesso, logorato da quest’ansia sin da piccino, quando le buscavo dai miei e temevo di essere il peggior essere umano di tutti i tempi. Scopro che a loro non gliene importa nulla, che hanno già altro per la testa; anche se poco prima avevano i goccioloni agli occhi e minacciavano vendetta, terminato il gioco io scompaio, le loro liti si spengono, non importa neanche più chi ha vinto. Per certi versi è frustrante, per altri penso che stiamo facendo qualcosa di sano insieme. In questo spazio così privo di caratteristica, in questo enorme cortile senza colori, noi passiamo un tempo tra parentesi, siamo fuori dalla Storia. E con questa premessa si può anche immaginare di non giocare solo al calcio.</p>
<p>Possiamo provare a raccontarci delle cose; mi chiedono e gli chiedo di raccontare ciò che avviene all’esterno del portone grigio, rispondo e mi rispondono, ma siamo d’accordo sempre sull’eccezionalità del nostro vivere senza scopo, niente lezioni, niente da imparare, solo racconti. Difficile che qualcuno desideri fare male nel gruppo o ostacolare gli altri, persino la competizione sfuma, settimana dopo settimana: quella strabiliante intenzione alla contesa dei primi giorni, feroce pur senza premi da ottenere e priva di conseguenze fuori dal gioco, ha lasciato spazio a un’ambizione nuova, quella di far ridere. Ci provano tutti con coraggio: dicendo e mimando oscenità, reinterpretando peripezie scolastiche o successi musicali del momento; o solo ridendo, perché ridere fa ridere. C’è servito tempo, un tempo tra parentesi che tornava giorno dopo giorno, per iniziare un’altra Storia, questa tutta nostra.<br />
Dalla scoperta di un tempo senza fini, né investimenti, siamo finiti un anno dopo a scrivere, a disegnare scenografie, a provare uno spettacolo per farlo bene anche se, per non contraddirci, avevamo a stento definito una struttura. Piuttosto vi si trovava una coerenza: ognuno di loro era impegnato a far ridere il pubblico oppure, più spesso, a ridere di se stesso. E l’allegria, ho pensato, si è presa una grossa rivincita sulla felicità.</p>
<p>Qualche settimana dopo lo spettacolo ho deciso di partire. Prima di salutarci siamo andati insieme al mare. Durante quel fine settimana ho assistito con loro a una messa, credo sia stata l’unica da allora. Li ho osservati nella piccola cappella mentre Vincent celebrava e mi sono chiesto cosa significasse per loro quel rito: un insieme di battute che stonavano nelle loro voci, le richieste di pietà e perdono a dio, la coscienza del bene e del male, l’astrazione necessaria a dichiararsi fratelli uniti da un sacrificio, l’amore universale e intangibile del miracolo. Come poteva appartenerci quel lessico e quella forma? Stavano tra i banchi e, per rispetto al prete e per abitudine, facevano quello per cui erano lì. Eppure credo di aver potuto apprezzare un ulteriore aspetto del nostro tempo tra parentesi: in quella liturgia, così come nelle brevi preghiere che Vincent faceva coi ragazzi prima di iniziare il pomeriggio insieme, avveniva di emettere tutti lo stesso suono nello stesso momento. Era stata quella l’accordatura, il legame tra i suoni prima della melodia, il coro come una sorgente. Le parole non erano importanti, quelle scelta da ciascuno sarebbero venute dopo.</p>
<p>Le mie giungono adesso, ho quarant’anni e sono padre. Quel tempo tra parentesi penso sia stata una grande scoperta, ma non potevamo far altro che viverlo e poi lasciarlo andare. Ne scrivo, incerto sulla verità di quanto mi dicono i ricordi, ma va bene così.</p>
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		<title>Poesie per farsi coraggio e per ricordarsi che non si è un esubero nel mercato mondiale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/19/poesie-per-farsi-coraggio-e-per-ricordarsi-che-non-si-e-un-esubero-nel-mercato-mondiale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Dec 2015 11:49:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giuliano Scabia, Bobo Rondelli, Manuela Dago, Cesare Basile, Mariangela Gualtieri, Francesca Matteoni, Alberto Prunetti, Massimo Giangrande, Elisa Biagini, Marco Simonelli, Compagnia Archivio Zeta, Compagnia Teatro Patalò, Fabio Franzin, Pino Marino, Peppe Voltarelli, Emilio Rentocchini, Umberto Maria Giardini, Oscar De Summa, Claudio Carboni, Carlo Maver, Vanni Santoni, Alessandro Raveggi sono i primi poeti,scrittori, attori, musicisti, cantautori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giuliano Scabia, Bobo Rondelli, Manuela Dago, Cesare Basile, Mariangela Gualtieri, Francesca Matteoni, Alberto Prunetti, Massimo Giangrande, Elisa Biagini, Marco Simonelli, Compagnia Archivio Zeta, Compagnia Teatro Patalò, Fabio Franzin, Pino Marino, Peppe Voltarelli, Emilio Rentocchini, Umberto Maria Giardini, Oscar De Summa, Claudio Carboni, Carlo Maver, Vanni Santoni, Alessandro Raveggi </strong>sono i primi poeti,scrittori, attori, musicisti, cantautori che hanno accettato il nostro invito ad incontrare gli operai e gli abitanti dell&#8217;Alta Valle del Reno in questo momento di grande crisi.</p>
<p><strong>La situazione:</strong></p>
<p>L’Alta Valle del Reno, realtà montana nella provincia di Bologna che comprende vari comuni, sta vivendo un periodo di gravissima difficoltà: dopo la chiusura del<strong> punto nascita dell’ospedale di Porretta Terme</strong>, la <strong>chiusura del Tribunale</strong>, continue difficoltà di collegamento lungo la <strong>tratta ferroviaria Porretta-Bologna</strong>, la <strong>crisi delle Terme</strong> –comparto essenziale per la vita non solo economica e sociale ma anche identitaria della zona – arrivano preoccupanti notizie dalle fabbriche locali come <strong>Metalcastello</strong> e la storica <strong>Demm. A queste notizie si aggiunge l&#8217;annuncio, risalente a fine novembre, di </strong><strong>Philips Saeco</strong> di Gaggio Montano, <strong> ditta specializzata nella produzione di macchine da caffè, di </strong><strong>oltre 240 esuberi. Esuberi che significano </strong>243 vite, 243 lavoratori della Saeco, acquisita da Philips nel 2009, spaventati dalla prospettiva di un futuro incerto e oscuro. Purtroppo nonostante le intercessioni del Governo, la multinazionale non ha riveduto le proprie posizioni,confermando gli esuberi e non ha neppure manifestato l&#8217;intenzione di presentare un piano di rilancio di un prodotto italiano che dà lavoro a tutta la comunità. A Gaggio Montano i dipendenti sono in presidio permanente; una mobilitazione che va avanti dallo scorso 26 novembre con il sostegno dei sindaci della montagna, i cittadini della zona.</p>
<p>SassiScritti, <strong>associazione apartitica</strong> affiliata ad Arci, non  può  e non vuole  rimanere in silenzio, il nostro lavoro inizia in queste valli, si nutre della bellezza ruvida dei borghi e della dignità dei suoi abitanti.</p>
<p>E occupandoci ormai da anni di portare i linguaggi dell&#8217;arte in luoghi “ai margini”, ci è sembrato importante ribadire il valore della poesia e dell&#8217;arte soprattutto in momenti d&#8217;emergenza, in cui idee nichilistiche sembrano oscurare i progetti.</p>
<p><strong>Crediamo in una repubblica ideale fondata sulle parole, una lingua  che possa  ridare forza alla coscienza pubblica, a un linguaggio che non resta inerte ma che  rilancia sempre di nuovo il senso dello stare insieme.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quello che proponiamo:</strong></p>
<p>Abbiamo chiesto a tutte le realtà artistiche interessate di creare un cartellone di appuntamenti che siano da sostegno al presidio attualmente organizzato dai lavoratori e dal sindacato davanti alla <strong>Philips Saeco (stabilimento loc. Torretta)</strong>. Un sostegno non solo simbolico a tutte queste realtà in crisi ma anche  morale e concreto. Una vicinanza a coloro che stanno vivendo un momento di difficoltà, un momento fatto di freddo, preoccupazione, senso di smarrimento. <strong><em>Poesie per farsi coraggio</em> in  questi giorni  sfiancati dal pessimismo e dalla solitudine.</strong></p>
<p>A queste sensazioni e a questi pensieri, che tutti i lavoratori della cultura purtroppo conoscono bene, l’arte può dare risposte forti. La musica, la letteratura, il teatro, la poesia, possono diventare non solo spazio di confronto e momento di conforto ai lavoratori, ma anche e soprattutto amplificatore a livello locale e sovralocale di unione e di forza, di pacifica ma determinata voglia di avere risposte che siano rispettose dei diritti e della dignità delle persone.</p>
<p>Intendiamo dunque dare vita a un calendario mutevole e vivo di incontri insieme a tutti coloro che lo desiderino, semplicemente coordinando le forze in modo da non disperderle, dando un aiuto logistico e soprattutto di comunicazione – qualcosa che è parte del nostro lavoro quotidiano e che mettiamo a disposizione della nostra valle con entusiasmo e voglia di vicinanza.</p>
<p>Ad ora tante sono state le adesioni, totalmente gratuite, che dimostrano la grande generosità degli artisti che hanno “risposto sì” al nostro invito.</p>
<p>Iniziamo<strong> Domenica 20 dicembre alle 21</strong> con un piccolo live acustico del cantautore <strong>Pino Marino</strong> che si terrà davanti al presidio di <strong>Gaggio Montano (Bo), loc. Torretta.</strong></p>
<p><strong>In allegato il calendario dei primi appuntamenti, un programma sempre in movimento di piccoli incontri, letture, live, che prevederà anche la realizzazione di una maratona artistica (in data ancora da definire) ideata dall&#8217;associazione. Un calendario “in emergenza” vicino a un comunità che non si vuole arrendere.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Info:</strong></p>
<p>Per seguire le nostre iniziative vi invitiamo a seguire <strong>l&#8217;hastag #poesieperfarsicoraggio; </strong></p>
<p>adesioni e comunicazioni saranno lette e vagliate scrivendo a  <strong>sassiscritti@gmail.com</strong></p>
<p>Il calendario aggiornato su sassiscritti.wordpress.com e su <strong>fb:<a href="https://www.facebook.com/LimportanzaDiEsserePiccoli/">SassiScritti &#8211; L&#8217;importanza di essere piccoli</a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.facebook.com/events/537360683086732/">L&#8217;EVENTO SU FACEBOOK</a></strong></p>
<p>GRAZIE!</p>
<p><strong>Associazione SassiScritti </strong></p>
<p>Daria Balducelli: 349 3690407/ Azzurra D&#8217;Agostino :349 5311807</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il bosco che ci contiene (per il paese di Torri)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 13:01:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Torri è un borgo della Sambuca Pistoiese a 912 metri di altezza sul livello del mare, dove termina una strada asfaltata che dal torrente, dalla Limentra Orientale, sale tra gli antichi castagneti. Quando arrivi lassù da bambino pensi che dopo non c’è davvero nulla, solo le valli che si aprono dagli scogli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>Torri è un borgo della Sambuca Pistoiese a 912 metri di altezza sul livello del mare, dove termina una strada asfaltata che dal torrente, dalla Limentra Orientale, sale tra gli antichi castagneti. Quando arrivi lassù da bambino pensi che dopo non c’è davvero nulla, solo le valli che si aprono dagli scogli assolati, uscendo dagli alberi quando vai per more e lamponi d’estate. Certo non è così e di sentieri e vie non asfaltate ve ne sono altre, ma è per quella deviazione della Riola che da Pistoia, da Prato o da Firenze e perfino da Porretta e dal bolognese, entri in questo paesino dei fiori e della pietra, da quando ti ricordi. È un viaggio incantato in ogni mese dell’anno e di notte è un viaggio tra animali che fuggono all’avvicinarsi dei fari. Perché quando abbuia, è noto, i paesi dormono e i boschi si svegliano. E tu, nel passarci in mezzo, senti sempre qualcosa che non sai nominare, ma che è molto importante, immutato dalla prima infanzia.<span id="more-50034"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A contarli i residenti di Torri sono meno di trenta persone, alcuni di ascendenza torrigiana, tornati a vivere in montagna per rifuggire il caos e il costo della vita cittadina; altri che hanno scoperto il paese, magari venendoci in villeggiatura in passato; e ancora ci sono coloro che hanno fatto una scelta radicale e da varie parti d’Italia sono approdati nei boschi dell’Appennino, per abitare in comuni o in casolari diroccati, che con pazienza hanno rimesso in piedi. Poi ci siamo tutti noi che saliamo al paese d’estate o qualche domenica d’inverno, chi con più assiduità, chi meno; e i volontari che hanno riattivato il circolo e il ristorante e che si adoperano perché il paese non sia popolato solo d’agosto. Ognuno di noi ha un legame manifesto con il luogo. Siamo nipoti, figli, sorelle di chi ci è nato; abbiamo scoperto qui un rifugio; abbiamo stretto amicizie che durano oltre il vivente. E poi però c’è dell’altro – c’è l’odore della stufa; c’è il falco nel cielo; c’è la castagna nel riccio pungente e la tristezza quando la stagione è tale da mandar tutto in rovina; c’è il fungo segreto che appare sotto un pulviscolo di luce; il cervo; i ghiri tra le travi; lo sgomento meraviglioso che ti prende se siedi nell’abetaia; i quarzi incastonati nella parete di roccia. Che cosa significa tutto questo? Nei piccoli paesi c’è anche il rancore, la maldicenza, l’inimicizia che connotano ogni comunità umana ristretta, dove chiunque è esposto all’altro, suo malgrado. C’è un mondo che si chiude e non vede oltre il crinale. La durezza, l’ottusità montanina. Ma ognuna di queste realtà stringe un nodo – fa sì che la vista del declivio, del monte che si fa collina e piano, sia il sentimento della casa, perché alla fine non vi è altra casa che quella che si abbandona, che quella che resiste da prima che ci fossimo, da prima perfino che ogni casa fosse edificata: insieme ostile e accogliente.</p>
<p style="text-align: justify;">Undici mesi fa, il 5 gennaio 2014, una frana, causata dalle piogge abbondanti e dalla condizione di incuria o manutenzione insufficiente in cui la montagna versa da decenni, ha isolato Torri, spaccando in due quell’unica strada percorribile da ogni mezzo, la strada che mia sorella fa quando rientra dai turni del lavoro. Da quel giorno e per molti mesi chiunque volesse raggiungere il paese doveva lasciare l’auto all’inizio della frana e percorrere circa un chilometro a piedi, oppure attendere che qualcuno dal borgo venisse in soccorso. Non racconterò questi fatti e i provvedimenti presi, che si trovano ben documentati in rete, ma proverò a dire il senso di una comunità ritrovata. Perché da allora i paesani hanno cominciato a salire a Torri ogni fine settimana, mangiando tutti insieme al circolo, ripulendo le vie dalla neve, riscoprendo un legame che è tutt’uno con la terra. Dai paesi vicini, come Treppio, qualcuno è venuto a pulire il bosco, a portare aiuto; qualche torrigiano si è reso disponibile per fare la spesa per i più anziani; altri si sono impegnati perché la voce del paese non si azzittisse, cercando un dialogo con le istituzioni e con la stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel disastro ambientale e nella superficialità con cui vengono trattate le questioni della montagna, è emerso un senso di famiglia che non annulla affatto le differenze e i difetti degli individui, ma ci suggerisce che è così che si recupera una dimensione normale dello stare al mondo. Riscoprendo che per quanto il sangue sia antico, l’acqua che ci forma e ci distrugge lo è di più – che i legami si creano proprio come le montagne, stratificandosi, che noi lo vogliamo o meno,  addolcendosi con il vento che porta via gli spigoli, imparando ancora che radice e foglia si parlano e che un luogo è fatto da chi lo abita e lo sogna: quando il luogo è in pericolo l’abitante lo ricerca nell’altro suo simile. L’altro suo simile è il luogo e il fratello. L’altro, suo simile, è per metà l’umano che di niente si cura, per metà quella cosa innominabile che viene dal bosco, dal terriccio nelle suole, ci fa molto male a volte, ci avvicina, ci tiene.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Il paese è ora di nuovo raggiungibile in auto, grazie all’allargamento della strada. Il provvedimento non sarà purtroppo risolutivo, poiché tutta la strada è ancora soggetta al rischio di frane e smottamenti).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Su <strong>ReportPistoia</strong> tutte le notizie riguardanti la frana e il paese, <strong><a href="http://www.reportpistoia.com/montagna/itemlist/tag/Torri.html">QUI</a></strong>.</p>
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		<title>Sillabario &#8211; Per un manifesto sulla Scuola Bene Comune (versione 1.0) &#8211; Dalla A alla F</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 07:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Generazione TQ  Nei giorni in cui novantacinque mila insegnanti e aspiranti tali hanno svolto, stanno svolgendo o svolgeranno gli scritti del concorso (truffa) per l’immissione in ruolo, i lavoratori e le lavoratrici della conoscenza trenta-quarantenni di Generazione TQ, dopo alcuni mesi di dibattito e lavoro interno, tornano a esprimersi pubblicamente, diffondendo un Sillabario sulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Generazione TQ </strong></p>
<figure id="attachment_44948" aria-describedby="caption-attachment-44948" style="width: 653px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44948" alt="Raimond Wouda - Liceo Mamiani, Roma 2011 -  fotografia tratta dalla serie Mentre tutto scorre (2010-2012)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda.jpg" width="653" height="520" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda-300x238.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda-96x76.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda-38x30.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda-269x215.jpg 269w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Liceo-Mamiani-Roma-2011-tratto-dalla-serie-mentre-tutto-scorre-raimond-wouda-128x101.jpg 128w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44948" class="wp-caption-text">Raimond Wouda &#8211; Liceo Mamiani, Roma 2011 &#8211; fotografia tratta dalla serie Mentre tutto scorre (2010-2012)</figcaption></figure>
<div><em>Nei giorni in cui novantacinque mila insegnanti e aspiranti tali hanno svolto, stanno svolgendo o svolgeranno gli scritti del concorso (truffa) per l’immissione in ruolo, i lavoratori e le lavoratrici della conoscenza trenta-quarantenni di Generazione TQ, dopo alcuni mesi di dibattito e lavoro interno, tornano a esprimersi pubblicamente, diffondendo un Sillabario sulla Scuola Bene Comune, in cui si fissa l’attenzione sulle priorità che dovrà affrontare il prossimo governo italiano se vorrà rimettere la scuola al centro dell’agenda dei cittadini e, al di là della contingenza elettorale, si ragiona sull’evoluzione di un’istituzione centrale per la formazione degli uomini e delle donne di domani.</em></div>
<div><em>A differenza dei manifesti su Politica, Editoria, Spazi pubblici, Università e ricerca, Patrimonio storico-artistico e archeologico diffusi dal 2011 a oggi (reperibili su <a href="http://www.generazionetq.org/" target="_blank" rel="nofollow">www.generazionetq.org</a>), il Sillabario è stato concepito e si presenta come un testo in progress, con voci che vanno dalla A di Autonomia alla T di TFA, alle quali se ne aggiungeranno altre, grazie alla pubblicazione in giornali e riviste, come «Alfabeta2» nel cui numero di febbraio è presente la versione integrale del Sillabario, e alla condivisione del documento in rete, nelle assemblee pubbliche e nelle altre occasioni in cui le/i TQ saranno chiamati a intervenire.</em></div>
<div><em>Chiediamo ai lettori di Nazione Indiana di proporre emendamenti costruttivi alle voci che verranno pubblicate in questo e nel prossimo post. </em></div>
<div><em>Ne terremo conto per elaborare la versione 2.0 del Sillabario. Come spunto per proporre emendamenti alle voci Formazione e Meritocrazia, si consiglia di ascoltare la la puntata della trasmissione “Tutta la città ne parla” di Rai Radio 3, </em><em>in cui per TQ è intervenuta Lucia Vergano </em><em>(<a href="http://www.radio.rai.it/podcast/A42575119.mp3" target="_blank" rel="nofollow">http://www.radio.rai.it/podcast/A42575119.mp3</a>).</em></div>
<div><em>Valerio Cuccaroni per Generazione TQ</em></div>
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<div style="text-align: center">°°°</div>
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<p><b>AUTONOMIA.</b> Le riforme scolastiche succedutesi in Italia negli ultimi anni, a partire da quella della cosiddetta «autonomia» varata dal ministro Berlinguer nel 2000, hanno avviato un processo di privatizzazione della scuola pubblica in obbedienza alle direttive impartite da organizzazioni internazionali come l’OCSE e l’ERT. La riduzione dell’istruzione a una merce, venduta in scuole-aziende in concorrenza tra loro, rientra a pieno titolo in quella tendenza generale del mondo contemporaneo che già all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso Jürgen Habermas definiva la «colonizzazione» in atto dei «mondi della vita» da parte del «sistema» economico-amministrativo. Ovvero la trasformazione dei valori vitali, tra cui rientra l’educazione delle nuove generazioni, in puri scambi commerciali e burocratici. Difendere l’autonomia della scuola significa allora sottrarla al dominio del mercato e ricollocarla in quello «spazio protetto» che naturalmente le compete in quanto bene pubblico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>BENE COMUNE.</b> La scuola pubblica è un bene comune e come tale deve essere tutelato. Produce beni immateriali preziosi per la società intera, per la sua coesione, per la sua crescita culturale e il suo sviluppo economico, primo fra tutti il sapere critico, cruciale per la formazione della cittadinanza e l’articolazione a tutti i livelli della democrazia. In anni di dittatura dell’ignoranza e del razzismo diffuso, con tutte le sue debolezze e mancanze la scuola pubblica ha continuato a svolgere questa sua funzione vitale. Oggi è il momento di affermare con forza che le tre «i» della scuola berlusconiana (inglese, impresa, internet), suffragate dal binomio Moratti-Gelmini, ancorché completamente disattese rappresentano una finta rivoluzione modernizzatrice. Modernità non significa formare tecnici addestrati a soddisfare le richieste del potere economico. Affinché la scuola pubblica sia un Bene comune, gli organi decisionali vanno aperti a tutte le componenti del mondo scolastico (compresi gli studenti e i loro genitori), respingendo gli stravolgimenti proposti dal DDL 993 Aprea-Ghizzoni (trasformazione dei Consigli di Istituto in Consigli dell’autonomia, ovvero consigli di amministrazione, con l&#8217;ingresso degli sponsor privati; abolizione degli organi di democrazia interna, con la sottomissione del Collegio dei docenti, ribattezzato Consiglio dei Docenti, in Consiglio dell’autonomia; aumento dei poteri del Dirigente scolastico). In quanto Bene comune la scuola pubblica deve poter contare su congrui finanziamenti da parte dello Stato, ridotti in questi ultimi anni, oltre che a causa dei tagli, anche a causa della contestuale elargizione di denaro pubblico alle scuole private paritarie. Perciò aderiamo alla campagna referendaria avviata a Bologna per abolire questo tipo di finanziamenti (<a href="http://referendum.articolo33.org/">http://referendum.articolo33.org/</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>COMUNITÀ.</b> Bisogna pensare alla scuola come spazio non segregato ma incluso nella città, come casa comune dei cittadini di oggi e domani, fulcro della formazione di giovani e adulti (corsi di italiano per stranieri, corsi di lingue, arti applicate, ecc.), luogo di integrazione e socializzazione. La scuola deve essere capace, al di fuori degli orari curricolari, di dare spazio alle istanze delle fasce più disagiate, attraverso forze innovative che emergano dal territorio. Le biblioteche scolastiche, un patrimonio ricchissimo ma sconosciuto a molti, potrebbero trasformarsi da luoghi chiusi e di difficile accesso (quando non del tutto inagibili per mancanza di spazi adeguati o di personale) a luoghi aperti alla città, enti capaci di interagire virtuosamente con le altre biblioteche presenti sul territorio e di promuovere progetti di lettura per adolescenti e giovani adulti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>ECOLOGIA.</b> Il rapporto con la natura dovrebbe costituire materia prioritaria di studio. La vita scolastica dovrebbe svolgersi nel rispetto di pratiche quotidiane virtuose, come le modalità di smaltimento differenziato dei rifiuti, la gestione virtuosa delle mense scolastiche, il risparmio energetico, l’organizzazione di piccole serre, la conoscenza del territorio quale habitat per l’uomo. Le scelte architettoniche e dei materiali costruttivi destinati agli edifici scolastici potrebbero ispirarsi alla filosofia delle scuole steineriane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>EDUCAZIONE.</b> (vedi anche RELAZIONE) La scuola odierna rischia di mancare il ricambio generazionale di «principi, comportamenti e conoscenze» di cui la gioventù di ogni epoca si fa portatrice, se non resta fedele al senso recondito del suo operare, contenuto nella radice etimologica della parola <i>educazione</i>, che, come noto, viene dal latino <i>educere</i> e significa «tirar fuori». L’educazione è primariamente un processo in divenire. L’idea e le pratiche di una scuola-museo devono lasciar spazio a quelle di una scuola-laboratorio, in grado di affinare capacità di giudizio, confronto, sperimentazione. Compito del docente è quello di porre quesiti e guidare il discente a trovare autonomamente le risposte, ricreando esperienze di vita tratte dal mondo esterno per poter presentare contesti e situazioni, aiutando così il discente ad esercitare e sviluppare le proprie capacità di giudizio ed interpretazione del reale. La conoscenza e il rispetto dei propri diritti e doveri, che costituiscono i presupposti per una convivenza civile nella società, spingono i ragazzi a esercitare i propri diritti in piena autonomia, stimolandoli sui propri doveri di cittadini. Le azioni educative non dovrebbero essere volte soltanto ad affinare le abilità cognitive dei ragazzi, ma dovrebbero occuparsi anche della loro sfera emotiva, sviluppando la capacità di dialogo tra l’intrapsichico (il mondo interno) e l’interpersonale (il sistema relazionale), attraverso l’utilizzo integrato di diversi linguaggi. L’educazione dovrebbe essere attuata attraverso pratiche che promuovano «un’intelligenza generale capace di riferirsi al complesso, al contesto in modo multidimensionale e globale» (Edgar Morin<a href="#_ftn1" target="_blank">[1]</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>FISICITÀ.</b> L’obiettivo primario dell’educazione resta imparare a convivere pacificamente condividendo risorse e spazi. L’educazione al sentire dovrebbe essere collegamento indispensabile tra la sfera intrapsichica del minore e la sfera interpersonale affinando le capacità relazionali. Il corpo, sempre più mortificato entro l’esiguo spazio di aule sovraffollate e costipato tra i banchi, dimenticato per ore davanti ai mezzi telematici e a una sempre più invadente realtà virtuale, sembra essere sempre più sconnesso dal mondo emotivo del ragazzo. Le questioni del corpo degli studenti vanno poste al centro della didattica interdisciplinare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>FLIPPED CLASSROOM.</b> (vedi anche SCUOLA 2.0) L’insegnamento ribaltato (<i>flipped classroom</i>), metodo introdotto nel 2004 da Jonathan Bergmann e Aaron Sams alla Woodland Park High School del Colorado, è fondato sulla trasformazione della didattica tradizionale <i>top-down</i> (dall’alto al basso) in una didattica <i>bottom-up</i> (dal basso in alto), euristica, sostituendo il binomio tradizionale «lezione frontale in classe + studio individuale a casa» con lezioni video, e altri materiali didattici preparati dall’insegnante, da consultare a casa e lavoro attivo in classe. In Italia è oggetto di pionieristiche sperimentazioni, di cui si può trovare traccia nel sito dell’Associazione dei Docenti Italiani (ADI): <a href="http://www.adirisorse.it/groups/progetti-in-corso/gruppo-di-discussione-su-flipped-classroom/" target="_blank">http://www.adirisorse.it/groups/progetti-in-corso/gruppo-di-discussione-su-flipped-classroom/</a> Per non lasciare questa sperimentazione, come di consueto, alla esclusiva buona volontà del corpo docente ma per svilupparla al pari dei Paesi più avanzati, sono necessari investimenti da parte dello Stato, che solo in questo modo potrà incentivare l’assunzione delle nuove tecnologie digitali quali strumenti indispensabili per una didattica effettualmente nuova.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>FORMAZIONE. </b>Con il termine «formazione» oggi ci si riferisce soprattutto alle nuove forze professionali che potrebbero entrare in campo nei prossimi mesi/anni (lo si auspica) all’interno del corpo docente. Formazione e aggiornamento sono dunque due componenti contigue, alle quali i professori devono dedicare una particolare applicazione, trovandosi di fronte una realtà quotidiana che consegna loro aule con studenti cosiddetti «nativi digitali» o quasi, abili e condizionati (e condizionabili) nell’utilizzo di nuove tecnologie e sistemi di comunicazione. Non si può più entrare in una classe senza conoscere le modalità e le potenzialità di un social-network, per fare un esempio; e anche per questo l’interazione, su basi diverse rispetto al passato più o meno recente, diviene sempre più necessaria. In più, non si può trascurare che nelle nostre scuole il binomio lettura-scrittura divenga ogni giorno un problema da affrontare con massima urgenza. Il livello di alfabetizzazione nelle scuole italiane va progressivamente e pericolosamente diminuendo. Formazione dunque vuol dire anche proporre iniziative che favoriscano la lettura (anche dei quotidiani, cartacei e on-line) e la scrittura in classe, attraverso lezioni frontali e laboratori, per recuperare la strada perduta in questi anni. È inoltre auspicabile istituire la presenza di figure distinte dai docenti e dotate di specifiche competenze psico-pedagogiche, in grado di favorire il confronto e il dialogo nelle relazioni tra docenti e discenti.</p>
<div></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a href="#_ftnref1" target="_blank">[1]</a>              Questa citazione è contenuta in <i>Formare una testa ben fatta. Edgar Morin entra in classe: giochi di ruolo e didattica per problemi </i>(2003), a cura di Luigi Tuffanelli e Dario Ianes. Una sintesi delle idee cardine del libro è presente all’indirizzo <a href="http://www.darioianes.it/slide/testa.pdf" target="_blank">www.darioianes.it/slide/testa.pdf</a><cite> </cite></p>
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		<title>piccole patrie, distretti economici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 06:13:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[da Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità [Da parecchie settimane, è scoppiato in provincia di Brescia il caso della scuola di Adro, il nuovo complesso scolastico della cittadina franciacortina tappezzato di simboli della Lega Nord come fosse la scuola di un regime totalitario. Il sindaco, Oscar Lancini, ha difeso e sta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>da Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità</strong></p>
<p>[<em>Da parecchie settimane, è scoppiato in provincia di Brescia <a title="la scuola di adro su google news" href="http://news.google.it/news/search?aq=f&amp;pz=1&amp;cf=all&amp;ned=it&amp;hl=it&amp;q=scuola+di+adro" target="_blank">il caso della scuola di Adro</a>, il nuovo complesso scolastico della cittadina franciacortina tappezzato di simboli della Lega Nord come fosse la scuola di un regime totalitario. Il sindaco, Oscar Lancini, ha difeso e sta difendendo questa operazione continuando a richiamarsi al concetto di identità territoriale, espressa anche dal massiccio consenso popolare della Lega alle ultime elezioni amministrative.</em></p>
<p><em>Per spiegare il successo della Lega, d’altra parte, si ricorre spesso a concetti come identità, comunità, radicamento e così via. Tutti strumenti ideologici che appaiono adeguati eppure insufficienti. Sarebbe interessante cercare di capire di quale realtà effettiva sono espressione e, al tempo stesso, strumento questi concetti.</em></p>
<p>Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità<em> è un libro edito nel 2008 da Manifestolibri e raccoglie i materiali di una giornata di discussione tenuta a Brescia in quello stesso anno e promossa da Associazione per il rinnovamento della sinistra e Centro riforma dello stato. Tra i vari interventi trovo quello di <strong>Matteo Gaddi</strong>, da cui ho selezionato i passaggi che riporto in questo post &#8211; estremamente utili, mi sembra, per capire di che cosa si parla, in effetti, quando si parla di identità, comunità, radicamento e “piccole patrie” in casi come questi.</em></p>
<p><em>Ringrazio per la disponibilità Manifestolibri e ringrazio anche Matteo Gaddi, che purtroppo non sono riuscito a contattare e che, magari, qualche lettore di NI può avvertire.</em>]</p>
<p>Da tempo la Lombardia, come evidenziano molti indicatori economici, “segna il passo”. Ce lo indicano i dati relativi alla riduzione della spesa per investimenti delle industrie lombarde, la diminuzione del valore aggiunto prodotto nei settori a tecnologia medio alta, il basso numero di brevetti a confronto con le regioni europee più sviluppate ecc.</p>
<p>In questo quadro di declino economico si colloca l’attuale tendenza del capitalismo alla mercificazione del territorio lombardo: si tratta di una vera e propria messa a valore del territorio e delle sue risorse. Per questo accolgo volentieri l’invito di Vittorio Rieser di concentrare la mia comunicazione su quelle che stiamo indagando come le trasformazioni del capitalismo di territorio, che hanno ovviamente ricadute e conseguenze immediate sulla composizione della forza lavoro, sulla sua distribuzione territoriale, sul tessuto sociale, sulle forme di organizzazione e di rappresentanza del mondo del lavoro e della società.</p>
<p><span id="more-36887"></span>Nel fare questo, cercherò di utilizzare alcune di chiavi di lettura.</p>
<p>La prima: si tratta di indagare e verificare come si è riorganizzata la produzione economica capitalistica in Italia, in particolare nel centro-nord, attraverso la struttura dei cosiddetti distretti territoriali produttivi, in alcuni casi esplicitamente teorizzati; cito, ad esempio, il libro di Beccattini sui distretti produttivi e il <em>Capitalismo molecolare</em> di Bonomi.</p>
<p>In particolare nel testo di Bonomi viene presentata una ipotesi, e una proposta, sul capitalismo di territorio secondo la quale il territorio stesso viene riarticolato e riorganizzato in piattaforme produttive.</p>
<p>Per limitarci alle regioni del Centro Nord sono almeno sette (su dodici complessive) le piattaforme produttive individuate da Bonomi che si sono strutturate nei territori e che da questi pretendono investimenti, servizi e infrastrutture per poter competere:</p>
<ul>
<li>l’asse Torino-Ivrea (meccanica ed elettronica);</li>
<li>il Piemonte del lavoro autonomo e della logistica da Cuneo ad Alessandria, con il porto di Genova come porta territoriale; in quest’area si collocano le multinazionali tascabili e il distretto agroalimentare;</li>
<li>la città infinita della pedemontana lombarda (da Varese a Brescia) dove operano transnazionali, medie imprese globalizzate e un pulviscolo di subfornitori;</li>
<li>la pedemontana veneta, anche questa caratterizzata da multinazionali tascabili e una miriade di piccoli produttori;</li>
<li>la via emiliana allo sviluppo caratterizzata da un capitalismo di comunità fatto di un mix tra distretti e multinazionali;</li>
<li>l’area adriatica che da Venezia, passando per Rimini e Ancona, arriva a Pescara e intreccia cultura dei servizi e modello produttivo;</li>
<li>la piattaforma tosco-umbro-marchigiana con medie imprese competitive campioni nel made in Italy.</li>
</ul>
<p>Si tratta di un’ideologia economico-produttiva che al Nord è assolutamente trasversale, tanto al centrodestra che governa le regioni di Veneto e Lombardia, quanto al centrosinistra impegnato in numerose amministrazioni locali.</p>
<p>L’idea che sta alla base della riorganizzazione territoriale del capitalismo è la cancellazione di ogni forma di conflittualità verticale, di classe, la classica contrapposizione proletariato/padronato.</p>
<p>A questa cancellazione ha fatto seguito un processo di sostituzione. Invece della conflittualità, della frattura, si è progressivamente affermata una doppia saldatura: la saldatura lavoratore/padroncino nei piccoli luoghi di lavoro; o addirittura la saldatura più ampia, quella di territorio, intendendo come territorio un contesto non solo geografico, ma economico, sociale e politico in competizione con gli altri.</p>
<p>Ora, intanto, cos’è successo nei distretti produttivi territoriali, che come tali vivono fortune alterne? Dopo il 2001 sembrava che fossero in grave difficoltà, messi all’angolo dal processo di internazionalizzazione delle grandi aziende, mentre dopo il 2005 appaiono in grande ripresa. La realtà attuale è fatta di luci ed ombre come mette ben in evidenza l’ultimo rapporto della Fondazione Nord Est sulla congiuntura del primo semestre 2008 e altri studi riferiti alle altre aree del Nord del Paese.</p>
<p>Nei distretti territoriali è avvenuta una grande frammentazione e riorganizzazione della produzione, quella che nei decenni scorsi era individuabile come una produzione, soprattutto a livello industriale, verticalmente integrata (stava tutto nella stessa unità produttiva, dalle attività manifatturiere ai servizi) si è distribuita &#8211; quasi polverizzata &#8211; sul territorio.</p>
<p>Il modello mantiene, in genere, una medio-grande azienda come capofila di una filiera, che costruisce attorno a sé quella che Bonomi chiama una ragnatela di relazioni con piccoli o piccolissimi produttori, spesso in precedenza espulsi da quello che era il ciclo produttivo originario.</p>
<p>Si tratta di veri e propri “sistemi a grappolo”, scrive Bonomi, “in cui poche medie imprese controllano la produzione di tante imprese minori” arrivando a raggiungere il risultato, per quanto concerne le medie imprese leader, di aver “verticalizzato molti dei sistemi produttivi locali, come ad esempio i distretti industriali”.</p>
<p>Insomma, quella che prima era una integrazione verticale del ciclo produttivo, a livello di singola fabbrica, adesso si ricrea a livello territoriale attraverso le filiere da cui prendono i nomi i vari distretti a seconda della specifica specializzazione produttiva.</p>
<p>Si tratta delle circa 4.000 medie imprese leader censite nel Rapporto redatto da Union Camere e Mediobanca, attive nei settori storici del made in Italy (tessile, abbigliamento, calzature, legno-arredo, meccanica leggera, meccatronica) con filiere composte in media da 244 fornitori.</p>
<p>Le prime undici province italiane per numero di medie imprese sono concentrate nel Nord: Milano, Brescia, Vicenza, Treviso, Padova, Modena, Bologna, Bergamo, Varese e Torino.</p>
<p>In questa espulsione, dal ciclo produttivo verticalmente integrato nella grande fabbrica, di singole lavorazioni o segmenti, la sinistra, soprattutto di governo, ha avuto un ruolo attivo nell’accompagnare, con sostegni finanziari e con incentivi, la nascita e la diffusione di attività economiche autonome. Con queste scelte si è favorito e accompagnato il processo di frammentazione e la distribuzione territoriale del ciclo produttivo. Mantenendo e quasi incentivando dimensioni d’impresa piccole e piccolissime che trovano conferma nei dati attuali relativi alle strutture produttive di molte aree del Nord.</p>
<p>Per fare un esempio: in Lombardia in vent’anni &#8211; cioè dagli anni ‘80 agli anni 2000 &#8211; il numero di imprese e il numero di addetti, a conferma dei dati che citava Montanari, è continuamente cresciuto. Ma dal 1981 al 2001 la dimensione media di impresa ha continuato a scendere, passando dai 6,51 addetti del 1981 al 4,95 del 2001.</p>
<p>Si è assistito, quindi, alla crescita del numero di imprese, all’aumento del numero di addetti, ma al tempo stesso si è verificata una significativa riduzione delle soglie dimensionali delle imprese. Con tutto quanto ne consegue &#8211; in termini fortemente negativi e peggiorativi &#8211; in tema di investimenti in ricerca e sviluppo, in innovazioni di processo e di prodotto, di lavorazioni ad elevato contenuto tecnologico ecc.</p>
<p>Quindi, quella che era la produzione integrata prima in una fabbrica, adesso si integra in maniera diversa sul territorio, e costruisce una filiera produttiva, che spesso coincide con quelli che sono i distretti produttivi territoriali, riconosciuti per legge, soprattutto per legge regionale.</p>
<p>Altrettanto spesso origina i distretti produttivi che, anche se non dispongono di un riconoscimento normativo, di fatto costituiscono realtà produttive immediatamente percepibili, tasselli del tessuto produttivo locale.</p>
<p>E attorno alla filiera si strutturano anche tutti i servizi: la logistica, i servizi amministrativi, quelli di supporto, quelli finanziari , di comunicazione, di marketing, quelli gestionali, ecc.</p>
<p>[…]</p>
<p>Appare interessante indagare dove e come si realizza quella doppia saldatura, la saldatura lavoratore/padrone (come passa, si afferma e si radica l’idea che le singole imprese e impresine per reggere la competizione nell’attuale fase di globalizzazione debbano realizzare questa saldatura di comunanza di interessi tra produttori, siano essi proprietari o lavoratori dipendenti) o addirittura la saldatura più ampia di territorio in competizione con altri territori. Non entro nel merito di questo, ma nei documenti di programmazione economico-finanziaria e nei programmi regionali di sviluppo della Regione Lombardia, il concetto dell’attivazione di tutte le risorse di territorio in funzione di competizione con gli altri è esplicitamente teorizzata, e alla teorizzazione sul piano economico-sociale segue anche una strutturazione istituzionale che cancella il governo pubblico con il concetto di governance.</p>
<p>Attraverso la governance ci si propone di costruire decisioni politiche con la compartecipazione di tutti questi attori, de-istituzionalizzando le decisioni e costruendo circuiti di produzione della decisione politica che vedono come partecipi poteri politici, istituzionali, economici, su un piano di pariteticità, ma al riparo da pericolosi processi di partecipazione delle comunità locali e, addirittura, delle stesse assemblee elettive (consigli comunali, regionali ecc.).</p>
<p>Ma torniamo al ragionamento sui distretti, al loro rapporto con il territorio, con i poteri e le istituzioni locali. Torino, Brescia e Vicenza sono i tre territori su cui si è deciso di focalizzare l’inchiesta: tra questi Brescia e Vicenza sono territori molto ricchi di distretti.</p>
<p>Vicenza, infatti, annovera i distretti del tessile abbigliamento, dell’elettromeccanica, dell’oreficeria, dei metalli e della ceramica (quindi almeno quattro).</p>
<p>A Brescia esistono almeno quattro distretti espressamente previsti per legge regionale (lavorazione metalli, tessili e calza, cuoio-calzature e confezione abbigliamento). Nel caso di Brescia, a conferma dell’esistenza di distretti di fatto anche se non riconosciuti sul piano normativo, andrebbe aggiunto, per dimensioni territoriali e impatto sociale, un distretto che per legge non verrà mai riconosciuto, cioè il distretto del rifiuto, che vede la convergenza tanto di aziende ex municipalizzate col ciclo dei rifiuti solidi urbani (ex Asm Brescia, ora A2A) che vede la propria chiusura con l’inceneritore, tanto la filiera della ferriera e acciaio, che anche sul piano dell’impiego, cioè della stratificazione dell’occupazione, sembra presentare dei profili molto interessanti &#8211; e preoccupanti &#8211; nell’ambito dell’inchiesta sociale. Cioè, nei segmenti più duri, meno qualificati e meno pagati del ciclo del rifiuto ovviamente lavorano gli ultimi della scala sociale, a partire dagli stranieri, meglio se irregolari.</p>
<p>Questa è la lettura, quindi, del capitalismo territoriale, che si intreccia con un secondo aspetto di piattaforme territoriali, che curiosamente, ma non troppo, trovano una loro intersezione col secondo elemento di proposta dell’inchiesta, che è la questione delle multiutility, cioè le ex aziende municipalizzate di servizi. Perché lo trattiamo? Primo: per l’evidente intreccio col territorio e con le ovvie conseguenze, negative, di carattere ambientale.</p>
<p>È la società A2A che gestisce l’inceneritore più grosso in Europa (750.000 t/anno di capacità di incenerimento) a Brescia e due inceneritori a Milano e le cui strategie nel settore dei rifiuti risultano completamente condizionate da questo approccio “inceneritorista”; è la società Iride (asse Torino-Genova) che propone continuamente di potenziare la produzione di energia elettrica attraverso nuove e più potenti centrali termoelettriche nell’area del Nordovest; sarà la futura multiutility del Nordest, che gestirà i rigassificatori di Trieste, gli impianti di produzione di energia e gli inceneritori del Veneto. Quindi, l’intreccio con le trasformazioni del territorio e gli impatti ambientali è fin troppo evidente.</p>
<p>Ma è anche uno snodo di quello che Tronti diceva questa mattina: le trasformazioni del capitalismo. Anche qui è evidente: gruppi industriali storici che dismettono le produzioni originarie &#8211; o almeno le ridimensionano fortemente &#8211; e si orientano su quello che si va strutturando come il mercato delle utilities, mercato che si va costituendo, più o meno forzatamente “grazie” ai numerosi provvedimenti di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e territoriali.</p>
<p>Cosa significa per i gruppi industriali riorientare la propria attività di impresa?</p>
<p>Significa, ad esempio, che tra il 2001 e il 2007 il numero di imprese manifatturiere a partecipazione straniera, nel settentrione, ha visto una contrazione di 385 operazioni di dismissione manifatturiera industriale. Su 385 operazioni soltanto 100 hanno coinciso con la cessione della proprietà in mani italiane, mentre in 185 casi si è trattato di vera e propria cessazione di attività. Nel Nord Est le cessazioni, su 206 dismissioni, sono state 142 e a queste dismissioni di attività manifatturiere da parte di gruppi societari stranieri ha corrisposto una analoga dinamica degli occupati: in sette anni nel Nord Ovest nelle imprese a controllo straniero gli addetti sono scesi da 312.000 a 279.000; mentre nel Nord Est la riduzione è stata da 96.000 a 93.000.</p>
<p>Contemporaneamente, però, sono gli stessi gruppi stranieri che stanno mettendo le mani sulle reti del Nord, cioè gli impianti fissi di trasporto pubblico, le reti di distribuzione di energia, le reti di distribuzione del gas, presto le reti di distribuzione dell’acqua. Quindi, una trasformazione forte che riguarda il capitalismo di territorio e un orientamento della sua produzione da quella che era la tradizionale attività manifatturiera-industriale, alla produzione e alla distribuzione di servizi pubblici.</p>
<p>È bene ricordare che si tratta di servizi dalla domanda fortemente anelastica: senza acqua, senza energia, senza servizio rifiuti, senza trasporto nelle città spesso non si vive.</p>
<p>Questi tre poli che abbiamo individuato, e che coincidono anche con i territori della ricerca, Iride, A2A, le multiutility del Nordest, presentano forti elementi comuni: processo di aggregazione e fusione societaria, di forte privatizzazione &#8211; cioè con l’ingresso di privati &#8211; e di finanziarizzazione di quelle che erano originariamente attività organizzate, gestite e prodotte in chiave prettamente industriale.</p>
<p>Su queste scelte la politica ha un ruolo decisivo. Altro che, come diceva qualcuno fino a qualche tempo fa, “crisi della politica”.</p>
<p>Ma quale crisi della politica? Nella ridefinizione del capitalismo di territorio, la politica, come produzione di decisioni efficaci, concrete, che determinano conseguenze immediate, visibile e percepibili, ha un ruolo di primo piano. E anche in questo noi scontiamo le cosiddette “idee ricevute”.</p>
<p>Qualche giorno fa ero a fare un seminario per i compagni di Rifondazione comunista dell’Emilia Romagna. Questi compagni mi dicevano che, a loro avviso il processo di aggregazione della maxi utility, Hera-Iride, era comunque inarrestabile e difficile da contrastare sul piano del senso comune perché nella testa della gente avrebbe prodotto economie di scala, vantaggi in termini di bollette e di riduzione dei costi. Questa è una classica idea “ricevuta”, rispetto alla quale la sinistra deve recuperare una piena autonomia di analisi e di giudizio. Andiamo a verificare cosa concretamente hanno comportato, non solo per i costi all’utenza, ma per la democrazia locale, per gli impatti ambientali e territoriali, e infine per gli impatti sul lavoro, questi tipi di aggregazioni e di privatizzazioni.</p>
<p>Sul lavoro abbiamo cominciato ad indagarli ed è bene farlo visto che in due città comprese nella presente ricerca/inchiesta, la platea dei lavoratori dei servizi pubblici risulta molto significativa: secondo i dati della ricerca condotta dall’Ufficio Studi di Mediobanca per la Fondazione Civicum a Brescia i dipendenti di queste aziende risultano essere 2.831 e a Torino addirittura 10.633.</p>
<p>Primo elemento: si determina la rottura dell’unità contrattuale, e chi fa sindacato sa bene cosa significa rompere l’unità contrattuale dei lavoratori di una medesima azienda, sia in termini economici che normativi . Prendiamo, ad esempio, il comparto energetico; nel quale magari erano in vigore i contratti tipici e ordinari, quello dell’energia, quello di Federgas-acqua . Per conseguire l’obiettivo della rottura dell’unità contrattuale si è proceduto alla segmentazione del ciclo produttivo e, attraverso la segmentazione del ciclo, alla individuazione di alcuni segmenti di questo ai quali applicare contratti che niente avevano a che fare col comparto tradizionale di Federgas-acqua e dell’energia, chiaramente svantaggiosi in termini salariali, in termini di contrattazione, di relazioni sindacali, sulla parte normativa ecc.</p>
<p>Secondo elemento: si è proceduto ad una vera e propria esternalizzazione di pezzi di servizio &#8211; spesso quelli che presentano il minor valore della produzione, quelli scarsamente qualificati sul piano tecnologico, della qualità e dell’organizzazione del lavoro ecc. &#8211; sui quali viene meno qualsiasi capacità di controllo da parte degli Enti locali proprietari. Una volta esternalizzati, su questi segmenti gli Enti pubblici non controllano più niente.</p>
<p>Terzo elemento: un uso smodato della procedura di subappalto. Basti pensare all’esempio più clamoroso, quello del Trasporto pubblico locale. Dove il subappalto viene esplicitamente teorizzato come un elemento di contenimento dei costi (del lavoro, ovviamente) e codificato per via normativa.</p>
<p>Il decreto Burlando che liberalizza il trasporto pubblico locale consente di arrivare fino al 15% di servizi di trasporto pubblico locale in subappalto. Tutte le leggi regionali, tutte le amministrazioni locali, a prescindere dal colore politico, hanno fatto ricorso al massimo di subappalto possibile per abbassare il costo del lavoro.<br />
Cosa vuol dire? Che gli autisti di autobus o di tram, gli autoferrotranvieri, potevano fare anche 12 o 16 ore di orario continuato perché le ditte in subappalto non garantivano loro le medesime condizioni di lavoro stabilite dai contratti dei dipendenti diretti delle società di trasporto pubblico locale.</p>
<p>E allora, attraverso questi elementi di indagine sulla struttura del capitalismo, di indagine sul territorio, di inchiesta sui lavoratori, crediamo che si possano riprodurre degli elementi di conoscenza e di approfondimento migliore, ma anche di intercettazione di lavoratori che ci sfuggono.</p>
<p>Nella filiera del distretto produttivo, pensate a quanti lavoratori sono impiegati in piccole o piccolissime aziende in cui il sindacato non è nemmeno presente e non c’è nemmeno un lavoratore sindacalizzato. Pensiamo a quanti lavoratori formalmente autonomi di fatto lavorano in condizioni di piena, se non peggiore, dipendenza del lavoratore dipendente ordinario. Si tratta di ditte piccolissime, a conduzione famigliare, che lavorano in condizioni di monocommittenza, con tempi, orari, costi definiti dalla grande e media impresa leader del distretto, quelle 4.000 famose censite da Unioncamere, da cui si diparte la struttura a ragnatela (o a grappolo) di produzione.</p>
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