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	<title>Conferenza sul clima di Ginevra &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Democrazia e riscaldamento climatico: oltre la politica dei piccoli gesti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 00:39:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Si potrebbe pensare che i Ginks – Green Inclination, No Kids – siano l’avanguardia nella lotta contro il riscaldamento climatico. Certo, la scelta di non riprodursi per non moltiplicare il consumo di energia, l’inquinamento, la distruzione della biodiversità è radicale e ammirevole.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-100682 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-1024x723.png" alt="" width="696" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-1024x723.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-300x212.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-768x542.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-150x106.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-696x491.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-1068x754.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-595x420.png 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-100x70.png 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1.png 1400w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Suicidio come soluzione ecologica</em></p>
<p>Si potrebbe pensare che i Ginks – <em>Green Inclination, No Kids</em> – siano l’avanguardia nella lotta contro il riscaldamento climatico. Certo, la scelta di non riprodursi per non moltiplicare il consumo di energia, l’inquinamento, la distruzione della biodiversità è radicale e ammirevole. Dando però un’occhiata alle cifre, non dal lato tanto dei volonterosi cittadini dalla propensione verde, ma dal lato multinazionali delle energie fossili, questi sforzi pur eroici rischiano di apparire lillipuziani. Forse si potrebbe fare di più: piuttosto che differire la riduzione dell’impronta carbonica individuale nel futuro (impedendo nuove nascite), si potrebbe procedere a un più efficace <em>Green Suicide</em>, ovvero ci si toglie di mezzo <em>ora</em>, azzerando la nostra triste contribuzione all’emissione di gas serra, ed inoltre si tronca la domanda energetica, che giustifica tutte le turpitudini delle multinazionali. Anche questo ragionevole piano, però comporta un rischio. Chi ci assicura che gli <strong>Elon Musk</strong> rimasti in vita, la cui contribuzione al riscaldamento climatico è proporzionale alla loro ricchezza, non ne approfittino per estendere ulteriormente la loro impronta carbonica? E decidano – nelle autostrade che il nostro sacrificio estremo ha lascito sgombre – di far circolare SUV a motore diesel senza conducente ma con l’algoritmo della guida automatizzata? Sarebbe una bella fregatura. Essersi ammazzati, per permettere ai i più ricchi “senza propensione verde” di godersi da soli il pianeta prima della catastrofe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La scienza (da sola) non ci salverà</em></p>
<p>La questione climatica è la questione politica del secolo XXI, ma non ci riguarda, perché non vogliamo, non sappiamo più, <em>fare politica</em>, e siamo d’accordo, con i nostri nemici, che la soluzione migliore è trasformarla in una questione <em>morale</em>. Questa scappatoia ha i suoi vantaggi e svantaggi. Innanzitutto, dà ai più benestanti e acculturati di noi la possibilità di essere virtuosi, di elevarsi moralmente rispetto alla plebe inconsapevole e inquinante, per limitarci ai vantaggi. Inoltre, abbiamo l’idea di riappropriarci del nostro destino, così come sui social ci riappropriamo quotidianamente della nostra immagine pubblica. Gli svantaggi, però, ci sono, soprattutto per i più giovani. Anche se virtuosi, gli piglia spesso una certa fifa, una certa ansia, che gli psicologi hanno già catalogato: è l’angoscia climatica. Come tutte le angosce, dovrebbe anch’essa essere curabile, previo numero più o meno grande di sedute terapeutiche.</p>
<p>Una cosa è certa: <em>non è la scienza </em>che sarà in grado di limitare il degradarsi del clima. Gli scienziati hanno già fatto il loro lavoro. <strong>Nel 1979</strong>, alla <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra, </strong>han detto all’umanità grosso modo quel che era importante sapere: l’attività umana è responsabile di cambiamenti climatici, che avranno impatti negativi per gli esseri viventi sull’intero pianeta. <em>La verità </em>è stata formulata nelle sedi istituzionali apposite, ma nonostante ciò essa non ha avuto forza vincolante, non ha prodotto necessarie conseguenze sul piano pratico. Dire <em>come le</em> <em>cose stanno </em>(verità scientifica) non permette di dedurre <em>quali decisioni bisogna prendere</em>, ossia quali azioni compiere. <em>La verità</em>, dunque, è stata dapprima cercata, poi trovata e formulata, e infine è stata perfettamente compresa, restando – come spesso accade – <em>lettera morta</em>. (Questo fatto ha persino permesso la produzione di discorsi <em>negazionisti</em>, che quella stessa verità smentiscono, senza ingombrarsi con criteri di scientificità, ecc.). Quei dati di fatto hanno atteso almeno 26 anni per tradursi in qualche vincolo legale, in qualche obiettivo specifico da realizzare, in occasione del <strong>protocollo di Kyoto</strong> <strong>nel 2005</strong>. L’aggiornamento di quegli obiettivi e vincoli si è avuto <strong>nel 2015</strong> con <strong>l’Accordo di Parigi sul clima</strong>, entrato in vigore l’anno successivo. Si tratta di un contratto di diritto internazionale che ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra, di mettere in opera programmi di adattamento rispetto ai peggioramenti climatici, di indirizzare risorse statali e private verso uno sviluppo a emissioni ridotte. Approssimativamente, potremmo dire che, rispetto ai primi allarmi lanciati dalla comunità scientifica, gli Stati e il diritto internazionale hanno lasciato passare un mezzo secolo prima di reagire in modo conseguente. (Si pensi alle difficoltà enormi, anche solo a livello europeo, per introdurre una qualche forma efficace di Carbon Tax. E la tassa sulle emissioni inquinanti per gli importatori stranieri approvata questo dicembre dalla UE – Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) – è salutata come la decisione politica più avanzata a livello mondiale nella lotta contro il mutamento climatico. Peccato che tutto ciò avvenga diciassette anni dopo il protocollo di Kyoto, che doveva segnare l’era delle “misure concrete”.)</p>
<p>Una tale inerzia in ambito decisionale dovrebbe ricordarci che, come la verità scientifica non è bastata a contrastare di per sé il mutamento climatico, così accadrà con il progresso tecnologico o la disponibilità finanziaria. L’organo che solo può indicare dove la ricerca scientifica vada indirizzata, quali priorità dare alle sue applicazioni tecnologiche e quali programmi energetici finanziare, è la <em>politica</em>, intesa non come sede decisionale – i governi dei vari Stati del mondo – ma come processo di confronto pubblico e di scelta collettiva. Si capisce ora che la concezione del rapporto tra comunità scientifica e cittadinanza democratica, come quella sviluppata da un <strong>Paul K. Feyerabend</strong>, è più che mai attuale. In <em>La scienza in una società libera</em> del 1978, il filosofo austriaco scriveva: “Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili”. Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: “La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati”.</p>
<p>In realtà, quello a cui Feyerabend – e altri pensatori come Cornelius Castoriadis o Bruno Latour – fa riferimento è un processo che implica varie tappe e vari soggetti. Oltre ai lobbysti buoni e cattivi, oltre alle ONG, oltre ai dirigenti politici, oltre agli scienziati, ossia a coloro che già oggi partecipano a questi incontri mondiali sul clima, finalizzati ad accordi più o meno vincolanti sul piano delle politiche industriali, sociali e territoriali, è necessario che sia mobilitato il numero più ampio di cittadini, e questo non può avvenire che in seguito a pubbliche discussioni, inchieste, capillari opere di divulgazione realizzate dagli organi d’informazione, dalla letteratura e dalle arti. Non sto evocando un mondo utopico dove la cittadinanza costantemente ben informata possa intervenire in tutta chiarezza e trasparenza sui processi decisionali che riguardino indirizzi scientifici o sviluppi tecnologici. Sto solo affermando che, nell’attuale contesto di minaccia climatica su scala planetaria, è auspicabile che i cittadini in un modo o nell’altro riescano a costituire un<em> contropotere</em> nei confronti dei potentati economici, in particolar modo i giganti delle energie fossili (carbone, petrolio, gas). Ora, anche ammesso che esista, almeno potenzialmente, un contropotere, esso deve porsi degli obiettivi pratici, e può farlo con una certa efficacia solo <em>in cognizione di causa</em>.</p>
<p>Il termine “contropotere” non è neppure forse il più adatto, perché suggerisce l’esistenza di un potere illegittimo (le multinazionali dell’energia? i dirigenti politici? gli esperti?) a cui si oppone un potere più legittimo. L’uno e l’altro, in realtà, sono definitivamente legati, e non potranno funzionare come realtà indipendenti e autonome. Nella capitolo conclusivo del suo <a href="https://antipodeonline.org/2013/03/19/book-review-mazen-labban-on-timothy-mitchells-carbon-democracy/">libro fondamentale</a>, <em>Carbon Democracy. Political Power in the Age of Oil</em> (Verso, London, New York, 2011), <strong>Timothy Mitchell</strong> scrive riguardo alla duplice minaccia che inquieta il XXI secolo: il limite “fisico” delle energie fossili – ne vorremmo all’infinito, ma esse sono risorse finite – da un lato, e il limite “climatico” dall’altro – se continuiamo a sfruttarne quante ne vorremmo, andiamo incontro alla catastrofe. L’appello ai “limiti” naturali dei “maltusiani” è contraddetto inevitabilmente dall’appello all’innovazione tecnica dei “tecnologi”, che contro qualsiasi affermazione di un limite “naturale” predicano l’imprevedibilità delle soluzioni “tecnologiche”. Di fronte a queste due prospettive, scrive Mitchell:</p>
<p>“Si può preferire una posizione alternativa, che consiste a riconoscere, non che gli esseri politici sono determinati dalle forze naturali, o, all’opposto, che il progresso continuo della scienza e della tecnologia li libererà dai vincoli naturali, ma che noi ci troviamo nel bel mezzo di un numero crescente di controversie sociotecniche. Contrariamente a quello che sostiene l’idea convenzionale della scienza, il cambiamento tecnico non sopprime le incertezze: le fa proliferare. (…) Queste controversie tecniche sono sempre delle controversie sociotecniche, ovvero dei conflitti sui tipi di tecnologie con le quali noi desideriamo vivere, ma anche sulle forme di vita sociale, e sociotecnica, che noi siamo pronti a fare nostre.”</p>
<p>La controversia energetica <em>e </em>climatica non si affronterà semplicemente come un conflitto di cittadini contro le multinazionali dell’energia o contro lo strapotere della tecnologia, ma come una riorganizzazione dei processi democratici, che permettano ai cittadini di parteciparvi efficacemente.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-100677 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1090" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-300x128.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1024x436.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-768x327.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1536x654.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-2048x872.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-150x64.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-696x296.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1068x455.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1920x817.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-987x420.jpg 987w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p><em>Limiti della politica dei “piccoli gesti” quotidiani</em></p>
<p>Qualcuno dirà che da tempo i cittadini “comuni” sono entrati nella controversia climatica. È ormai diffuso un discorso sulla <em>responsabilità</em> di ogni individuo nei confronti dei <em>suoi</em> consumi di energie fossili (diretti e indiretti) e dell’emissione conseguente di gas serra nell’atmosfera; in quest’ottica, d’altra parte, è nato il concetto di <strong>“impronta carbonica individuale”</strong>, elaborato all’inizio del secolo dall’agenzia di comunicazione statunitense Ogilvy &amp; Mather, su richiesta della British Petroleum (BP). I giganti delle energie fossili hanno un chiaro interesse nello spostare la responsabilità sull’individuo consumatore piuttosto che sull’azienda estrattrice. E l’operazione ha avuto un notevole successo. Ma il tipo di responsabilità a cui fa riferimento Mitchell va ben al di là del tentativo individuale di ridurre i consumi d’energia &#8211; tentativo, sia chiaro, non solo lodevole, ma necessario. Non è sufficiente l’emersione di nuove emozioni collettive, come la “vergogna di prendere l’aereo”, perché sia possibile esercitare una significativa responsabilità politica. (Faccio questo esempio, in quanto <strong>Greta Thunberg</strong>, in un suo recente intervento citava la nascita in Svezia del neologismo “flygskam”, che si riferisce appunto alla vergogna di viaggiare in aereo.) Ora, un calcolo sull’impatto che avrebbero comportamenti individuali “eroici” e “realisti” sulla riduzione dei gas serra, secondo gli obiettivi dell’accordo di Parigi – riduzione dell’80% entro il 2050 dell’impronta carbonica media di un cittadino francese – è stato fatto da <a href="https://www.carbone4.com/publication-faire-sa-part"><strong>Carbone 4</strong></a>, un’agenzia di consulenza indipendente e specializzata in strategie a basse emissioni di gas serra, che ha sede in Francia.</p>
<p>Secondo questo studio, nel migliore dei casi, ossia applicando un controllo virtuoso dei gesti quotidiani (rinuncia alla carne e all’aereo, prevalenza dello spostamento in bici, ecc.) si otterrebbe una riduzione del 25% sulla percentuale globale dell’80%. Se tutti questi cittadini virtuosi avessero, inoltre, anche notevoli capacità d’<em>investimento</em>, essi potrebbero attraverso ristrutturazioni, sostituzioni di caldaie, acquisto di auto elettriche, ecc., ridurre di un altro 20% la loro impronta carbonica. La <em>virtù</em> e <em>i soldi</em> di questi cittadini eco-responsabili non li sottrarrebbero però alla necessità di inventarsi qualcosa per fare in modo, stavolta al di fuori della politica dei “piccoli gesti” individuali, che qualcosa si ottenga collettivamente, ossia a livello istituzionale e giuridico affinché sia ridotto quel restante 35% di emissioni che non dipende da loro. In soldoni: anche se fossimo tutti delle irreprensibili Greta Thunberg, noi cittadini europei non potremmo evitare di passare dalla sfera delle scelte individuali e autonome a quella delle azioni pubbliche e politiche, affinché siano realizzati da tutti gli attori in gioco (Stati e imprese incluse) gli obiettivi di contenimento del riscaldamento climatico (accordo di Parigi). Più realisticamente, Carbone 4 ricorda che l’impegno individuale potrebbe in media ridurre le emissioni del 20%, lasciando fuori un corposo 60% che dipende dal nostro ambiente sociale, tecnico e politico. In questa fetta da ridurre, rientrano le emissioni dell’industria, del sistema agricolo, dei servizi pubblici, del settore trasporti, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Politiche contro i criminali climatici o contro le vittime del riscaldamento globale</em></p>
<p>L’insistere sull’efficacia dei “piccoli gesti” quotidiani e sulle nostre abitudini di consumo ha probabilmente qualcosa di rassicurante, ma di certo ci allontana da realtà spiacevoli che riguardano gesti di ben altra efficacia e che vanno in direzione del tutto contraria alla nostra buona volontà. Penso a quelle multinazionali dell’energia che il giornalista francese <strong>Mickaël Correia</strong> chiama <em>criminali climatici</em> e che hanno fornito il titolo del suo ultimo libro d’inchiesta (<em>Criminels climatiques. </em><em>Enquête sur les multinationales qui brûlent notre planète</em>, La découverte, Paris, 2022).</p>
<p>Correia ha realizzato un ritratto in effetti agghiacciante delle tre multinazionali che sono in testa alle classifiche delle emissioni di CO₂ sul nostro pianeta: si tratta di <a href="https://www.theguardian.com/environment/2019/oct/09/revealed-20-firms-third-carbon-emissions"><strong>Saudi Aramco</strong></a>, gigante saudita del petrolio, <a href="https://www.lifegate.it/carbone-cina-investimenti"><strong>China Energy</strong></a>, conglomerato nazionale di aziende che producono elettricità dal carbone e dell’oggi ben noto <a href="https://www.linkiesta.it/2021/03/russia-green-inquinamento-putin/"><strong>Gazprom</strong></a>, leader internazionale del gas sotto controllo del governo russo. “La sinistra trinità delle energie fossili. Se oggi questo trio climaticida fosse un paese, incarnerebbe la terza nazione per emissione di gas serra dietro la Cina e gli Stati Uniti”. Uno dei punti più interessanti dell’inchiesta riguarda non solo le malefatte di questi attori delle energie fossili non occidentali. I criminali climatici (di Stato) godono, infatti, di una vasta complicità nel settore privato dell’energia, della finanza mondiale e della stessa politica in Occidente, e particolarmente in Europa. (Sul fenomeno generale in Europa delle <em>revolving</em> <em>doors, </em>ossia di personale politico che continua la sua carriera nelle lobby delle energie fossili, si può leggere questo <a href="https://issuu.com/europeecologie/docs/report_of_revolving_doors_digital">studio degli ecologisti europei</a> ; sulle infuenze di Gazprom in amibito francese, <a href="https://www.mediapart.fr/journal/economie/140322/gazprom-un-criminel-climatique-russe-tres-implante-en-france">questo articolo</a> di Correia.) Il capitalismo estrattivista, insomma, non ha frontiere né geografiche né culturali né religiose.</p>
<p>L’intervento su tali realtà implica non solo un lineare passaggio dal privato al pubblico, dal personale al politico, ma implica &#8211; come suggerisce Mitchell &#8211; l’invenzione di nuove forme di azione politica assieme a nuove forme di diffusione delle conoscenze, di discussione e confronto pubblico, di auto-educazione collettiva, dentro <em>e </em>fuori i contesti istituzionali. Purtroppo la crisi ecologica, di per sé, non garantisce nessun tipo di necessaria “presa di coscienza rivoluzionaria”. E questo neppure ora, dove si passa dalla previsione scientifica all’esperienza empirica diretta. A partire dall’<a href="https://greenreport.it/news/copernicus-lestate-2021-e-stata-la-piu-calda-mai-registrata-in-europa/">estate del 2021</a>, anche i San Tommasi della climatologia hanno potuto <em>toccare con mano</em> il cambiamento climatico. Non solo esso esisteva per davvero, ma <em>era già lì</em>, a portata delle loro orecchie e dei loro occhi. Tutti, d’altra parte, ci siamo ritrovati come in un film distopico, a fissare imbambolati all’ora di cena immagini televisive di città sventrate dalle inondazioni e massicci incendi di foreste nelle più svariate parti del mondo.</p>
<p>Questa nuova paura climatica potrebbe avere su quegli stessi europei che si ritengono l’avanguardia ecologica del pianeta (anche con qualche legittima ragione), effetti devastanti, innanzitutto sul funzionamento delle nostre democrazie. La volontà individuale e collettiva di cambiamento si scontrerà sempre di più con l’idea che il nostro mondo, ossia le nostre istituzioni politiche e sociali vadano preservate così come sono (con il dispendio energetico che le tiene in piedi) e che queste istituzioni non siano compatibili con i flussi migratori attuali e futuri. Le diverse forze politiche saranno in disaccordo sull’età pensionistica, sulla legislazione relativa all’aborto o ai matrimoni gay – cose certo fondamentali – ma condivideranno un’attitudine bellica e autoritaria nei confronti dei migranti poveri alle loro frontiere. Insomma, come già da tempo si dice, la questione ecologica <em>è </em>indissolubile dalla questione sociale (di classe, all’interno di un paese, e di rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri, sul piano internazionale), ma essa determinerà anche il destino politico dei nostri paesi, ossia la capacità di quest’ultimi di sottrarsi o meno a soluzioni sempre più barbare nei confronti della popolazioni di non-cittadini che cercano di giungere sul nostro territorio.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-100678 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1024x987.jpg" alt="" width="696" height="671" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1024x987.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-300x289.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-768x740.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1536x1481.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-2048x1974.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-150x145.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-696x671.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1068x1030.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1920x1851.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-436x420.jpg 436w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>[Le immagini sono tratte dal fumetto di Jancovici &#8211; Blain, &#8220;Le monde sans fin&#8221;, Dargaud, 2021.]</p>
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		<title>&#8220;Don’t look up&#8221;, o come abbiamo tergiversato di fronte al mutamento climatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 22:45:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br />In "Losing Earth", Nathaniel Rich ricostruisce la storia del decennio (1979-1989) che ha visto emergere l’allarmante verità sul riscaldamento climatico all’interno delle istituzioni scientifiche e politiche internazionali, e che si è concluso con un nulla di fatto...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="background-color: #ffffff;">.</span></p>
<p>In <strong><em>Losing Earth</em></strong> (<em>Perdere la Terra. Una storia recente</em>) del 2019, lo scrittore e giornalista statunitense <strong>Nathaniel Rich</strong> ricostruisce la storia del decennio (1979-1989) che ha visto emergere l’allarmante verità sul riscaldamento climatico all’interno delle istituzioni scientifiche e politiche internazionali, e che si è concluso con un nulla di fatto, con una ottusa e sciagurata incapacità di agire, di prendere decisioni vincolanti per la riduzione delle emissioni di carbonio. Scrive Rich nel capitolo introduttivo del suo libro: “Nel corso dei dieci anni passati tra il 1979 e il 1989, questa opportunità [d’intervenire sul cambiamento climatico] si è veramente offerta a noi. A un certo momento, alle principali potenze mondiali non mancavano che poche firme per instaurare un quadro giuridico vincolante in grado di ridurre le emissioni”. Mai dopo di allora si è stati così vicini all’obbiettivo. Prima, insomma, che l’Antropocene diventasse un soggetto di dibattito “culturale” sui social e prima che si costituissero partiti più o meno spontanei di negazionisti, illustri scienziati avevano fornito ai dirigenti politici delle grandi potenze mondiali tutti i dati necessari, per stabilire tempestivamente una coordinata e condivisa correzione di rotta sul piano industriale ed economico. In questa vicenda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo primario, in particolar modo in occasione del <strong>Summit della Terra, tenutosi a Rio nel 1992</strong>, il più grande raduno di dirigenti politici che la storia abbia conosciuto. Oggi, in maniera quasi unanime, Rio 1992 è considerato l’imprescindibile punto di partenza nella battaglia contro il riscaldamento globale, il momento in cui si sono elencati i <em>principi</em> fondamentali in materia di ambiente, di sviluppo sostenibile e di effetti nocivi che il sistema produttivo umano causa sul clima dell’intero pianeta. E, come sappiamo, questi principi hanno trovato una loro prima applicazione concreta, ossia <em>vincolante </em>(con obbiettivi specifici da raggiungere) solo con <strong>l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto nel 2005</strong> per gli Stati firmatari. In sostanza, tra l’enunciazione dei principi in difesa dell’ambiente e l’accettazione di sottoporre a vincoli concreti e quantificabili le proprie politiche di sviluppo sono passati tredici anni. Quello che il libro di Rich ci ricorda è che Rio, in realtà, arrivava tredici anni dopo la <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, nel corso della quale gli scienziati di più di cinquanta nazioni si erano già trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dell’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Per quanto riguarda l’esito del Summit di Rio, Rich scrive: “In qualsiasi momento, Bush [senior] avrebbe potuto esigere la firma di un trattato giuridicamente vincolante, e avrebbe indubbiamente ottenuto successo: dopo lo smantellamento dell’Unione Sovietica non solo gli Stati Uniti dominavano economicamente e militarmente il mondo, ma erano responsabili di più di un terzo delle emissioni di carbonio dell’umanità”. Nulla di tutto ciò avvenne, ma in quegli stessi anni l’industria del petrolio e del gas statunitense passò da posizioni difensive e attendiste a un’offensiva massiccia per imporre, a suon di propaganda, l’idea che le cause umane del cambiamento climatico fossero soggette a controversia dal punto di vista scientifico.</p>
<p>È impossibile guardare <em>Dont’look up</em> di Adam McKay (Netflix 2021), senza coglierne l’aspetto non semplicemente satirico, ma anche allegorico. Sei mesi e qualche giorno separano la scoperta di una cometa diretta sulla terra dall’impatto catastrofico che essa avrà una volta giunta a destinazione. È una finestra temporale stretta, situata tra l’annuncio di un fatto “verificato scientificamente” di assoluta gravità e la sua altrettanto “prevedibile” realizzazione. In questo lasso di tempo, è dato all’umanità, attraverso i capi di Stato che dirigono le maggiori potenze mondiali, agire rapidamente e efficacemente, per evitare con tutti i mezzi possibili l’impatto letale del corpo celeste contro il nostro pianeta. L’intreccio tragicomico – difficile eludere l’ombra cupa che la meccanica ridicola proietta dietro di sé – è incentrato sul continuo incepparsi di ogni più razionale e condivisa risoluzione. Dapprima è lo sfavillante alone della futilità mediatica (televisiva e social) che vela ogni comprensione reale delle circostanze. Ad esso si aggiunge, quale ulteriore coltre offuscante, la dinamica dell’azione politica, dominata da una ottusa e feroce spinta di pura autoconservazione, incapace di stabilire minime gerarchie di valore e visuali temporali appena più ampie del calendario elettorale. Infine, è l’intervento dell’interesse privato, ossia dell’imprenditore visionario e monopolista, a minare definitivamente ogni operazione sensata, facendo prevalere un’avidità ormai sganciata da qualsiasi contesto reale.</p>
<p><strong>Ventisei anni sono passati</strong>, nella realtà, tra la prima World Climate Conference di Ginevra e l’attuazione del protocollo di Kyoto, dal momento, insomma, in cui si avvistarono i gravissimi problemi generati dall’uso dei combustibili fossili a quello in cui si è giunti alle prime risoluzioni concrete per limitarlo. Il riscaldamento climatico è parso un fatto altrettanto lontano, seppure scientificamente accertato, dell’esistenza, nel film di McKay, di un asteroide del diametro di alcuni chilometri che finirà per schiantarsi sul pianeta. A differenza di quanto alcuni amano pensare in tempi pandemici, i <em>fatti</em> continuano a esistere, e si prestano ancora ad accertamenti scientifici, ma è indubbio che, se qualcosa di simile a una verità circoscritta esiste, essa non è di per sé facilmente traducibile, comunicabile e dotata di una intrinseca forza di persuasione sulla mente umana. Da buon autore satirico, McKay possiede un’efficace sguardo sociologico e coglie perfettamente l’effetto di diffrazione che l’enunciato scientifico subisce una volta che è calato nei tre “campi” – per utilizzare a proposito la lezione di Bourdieu – che dominano la vicenda narrata: quello politico, quello dei media tradizionali e delle piattaforme elettroniche, e quello dell’economia. Ognuno dei tre campi funziona – lo sappiamo – secondo logiche in parte autonome, ma in questo caso le leggi del potere politico (incarnate dalla presidenza della Casa Bianca), della comunicazione giornalistica e digitale (incarnate dai conduttori televisivi e dal popolo dei social) e del profitto economico (incarnate dall&#8217;imprenditore Peter Isherwell) funzionano a pieno regime e in disconnessione completa con gli altri piani di realtà. Ciò a cui assistiamo non è il dissolversi dei fatti in un puro gioco d’interpretazioni, ma il tentativo di ognuno dei soggetti dominanti nei rispettivi campi d’imporre al resto della società il proprio punto di vista, la propria interpretazione del fatto d’interesse generale, ossia l’arrivo della cometa. La società contemporanea ha trasformato l’ego individuale in un organo proliferante e impazzito, che non è più in grado di essere bilanciato da alcun principio di realtà. Il diniego di tutto quanto intralcia la sacrosanta realizzazione di sé costituisce allora uno dei punti di convergenza tra governati e governanti, che si riconoscono ad un certo punto nello slogan &#8220;Don’t look up&#8221;. La verità che la cometa insopportabilmente ribadisce, però, è che qualunque sia la posizione di vantaggio relativo che occupiamo in una data società, tutti apparteniamo in definitiva a una sola e medesima Terra, e se questa è minacciata non ci sarà un <em>altrove</em> nel quale rifugiarsi. La permanenza delle ineguaglianze sociali e di classe ha legittimato per secoli l’idea che i privilegiati potessero accaparrarsi uno spazio di vita migliore, lasciando dietro di sé, alla maggioranza dei poveri, un mondo di miseria e violenza. L’asteroide che si abbatte nell’oceano pacifico – così come gli effetti del riscaldamento climatico – non risparmieranno i privilegiati neppure nei loro rifugi ipersecuritari, ipertecnologici, iperconfortevoli. Ma se c’è un momento in <em>Don’t look up</em> – che arriva ovviamente troppo tardi –, in cui anche le masse più obnubilate sono costrette ad accettare l’orribile realtà della fine, questo non accade per la cerchia più ristretta dei ricchi e potenti. Essi soffrono fino alla fine di quella che potremmo chiamare la sindrome di Elon Musk, ossia l’irresistibile desiderio di salvarsi, proiettando l’altrove sociale in un altrove planetario, e di essere pronti a lasciarsi dietro di sé non solo quasi otto miliardi di poveri cristi, ma anche l’unico pianeta dotato di vita che l’uomo abbia conosciuto.</p>
<p>(Ne approfitto per rinviare a <a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/blog/lettere/2021/12/18/news/perche_elon_musk_non_e_l_uomo_dell_anno-330705300/">un bell’articolo</a>, dedicato da <strong>Marco Mancassola</strong>, alla figura di Musk, e per citare un passo dall’ultimo libro di <strong>Bruno Latour</strong> (<em>Où suis-je? Leçons de confinemnt à l’usage des terrestres</em>, La Découverte 2021), dove è ancora questione dell’imprenditore d’origine sudafricana : “C’è da chiedersi se l’espressione ‘coscienza planetaria’ piuttosto vuota fino ad ora, non abbia cominciato a caricarsi di senso. Come se si percepisse in lontananza questo slogan imprevisto, ma ogni giorno meglio scandito: ‘Confinati di tutti i paesi, unitevi! Avete tutti gli stessi nemici, ossia coloro che vogliono scappare su di un altro pianeta&#8217;.”)</p>
<p><em>Don’t look up</em> s’inscrive nella migliore tradizione del cinema satirico statunitense e, pur mancando della fastosità di Kubrick e del genio comico di Peter Sellers, è accostabile al <em>Dottor Stranamore </em>(1964) o al più recente <em>War the Dog</em> di Barry Levinson (1997), con la coppia De Niro e Hoffman. L’efficacia di un film satirico è data, mi sembra, dall’ampiezza dei meccanismi sociali “malati” che riesce a trattare, ed è evidente che gli Stati Uniti, per il ruolo egemonico e di superpotenza planetaria che ancora svolgono, offrono un osservatorio straordinario, in cui anche le realtà più periferiche finiscono per riconoscersi. È fin troppo facile, realizzare satira su realtà culturali e politiche periferiche, minori, provinciali. Ovviamente, i quattro anni delle presidenza Trump, ma anche il ruolo crescente delle piattaforme elettroniche nella vita della popolazione mondiale, hanno preparato il terreno per quel trionfo dell’idiozia, che il film di McKay inscena. La satira ben riuscita, poi, ha una funzione fondamentale: essa permette di <em>disidentificarsi </em>dai modelli sociali vincenti e di rinnegare il tono <em>serio e convinto </em>con il quale assumiamo, facciamo nostri – come fosse una conquista dell’intelligenza (della mente aggiornata e “progressista”) – i discorsi dominanti, i temi del giorno, le opinioni d’ultima fattura, che sarebbe imperdonabile lasciar macerare nei meandri del dubbio e dell’esame critico.</p>
<p>Tra le prime scene del film, ve n’è una che riguarda un evento minore, assolutamente trascurabile a fronte delle vicende cruciali che si svolgono in seguito e che hanno portata mondiale. I due scienziati responsabili dell’identificazione della cometa e della sua orbita, accompagnati da un terzo scienziato che lavora per la NASA, sono spediti a Washington per parlare direttamente con il presidente (donna) della loro scoperta sconvolgente. Alla Casa Bianca sono accolti da un generale pluridecorato del Pentagono. Questi, dopo aver passato con loro lunghe ore di attesa fuori dalla stanza ovale, compare ad un tratto con bottigliette d’acqua e qualche pacchetto di patatine. Li distribuisce agli scienziati esausti e affamati, lamentando però il loro costo eccessivo: “Qui qualsiasi cosa costa un braccio”. Viene, quindi, da tutti rimborsato prontamente. Il personaggio più giovane, la dottoranda in astrofisica Kate Dibiasky – è lei che ha dato il nome alla cometa –, scopre però qualche ora dopo che snacks e bibite sono gratuitamente a disposizione di tutto il personale e degli ospiti della Casa Bianca. Nel frattempo il generale li ha mollati, per partire per Okinawa, dove lo attende qualche faccenda apparentemente più importante della probabile fine del mondo, di cui si dovrebbe discutere a Washington. Durante tutto il seguito della storia, fino a pochi giorni da quella che è ormai l’inevitabile e certa distruzione del pianeta, Kate Dibiasky non smetterà di chiedersi incredula per quale motivo il generale del Pentagono ha voluto truffarli, sottraendo loro una somma che di certo non lo ha arricchito. Non solo nessuno può garantire – come già insegnava Hume – che domani il sole sorgerà, o che la Terra sia ancora integra e preservata da un incidente cosmico, ma nessuno è neppure in grado di spiegare perché un generale del Pentagono sessantenne, all’apice della sua carriera, faccia pagare a tre scienziati che non hanno mai messo piede nella Casa Bianca qualche pacchetto di patatine e bottiglietta d’acqua, che ha prelevato gratuitamente nel bar a disposizione di tutti. Se il destino del cosmo è imprevedibile per la limitatezza del sapere umano, l’idiozia dell’uomo è impenetrabile, anche quando si manifesta nei gesti apparentemente più irrilevanti e banali, come la piccola truffa che il generale, dall’aria per altro garbata e cortese, ha realizzato alle spalle della Dibiasky e dei suoi due colleghi.</p>
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