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	<title>consumismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Europa rapita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 12:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Circa vent’anni fa un vecchio esponente democristiano, non mi ricordo più se schierato con Berlusconi o con il centrosinistra, disse che preferiva la Macarena a Bandiera Rossa. Credo che avesse fatto questa affermazione in risposta a una domanda di un giornalista che gli chiedeva di commentare il fatto che il congresso di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/193px-Ratto_di_Europa_III_sec._d.C..jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-55417" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/193px-Ratto_di_Europa_III_sec._d.C..jpg" alt="193px-Ratto_di_Europa_(III_sec._d.C.)" width="193" height="145" /></a></p>
<p>Circa vent’anni fa un vecchio esponente democristiano, non mi ricordo più se schierato con Berlusconi o con il centrosinistra, disse che preferiva la <em>Macarena</em> a <em>Bandiera Rossa</em>. Credo che avesse fatto questa affermazione in risposta a una domanda di un giornalista che gli chiedeva di commentare il fatto che il congresso di Rifondazione comunista si era chiuso intonando il vecchio inno. In questa battuta, che esprimeva largamente il senso comune, non si sosteneva soltanto che il consumismo aveva sconfitto il socialismo e ogni altra ideologia politica, ma nell’anteporre ironicamente un motivetto di successo a un canto politico emergeva per così dire un’antropologia implicita e assertiva: di soli consumi vive l’uomo.</p>
<p>Non che naturalmente questa antropologia sia priva di fondamento, anzi essa è autorizzata da un certo sviluppo storico delle società occidentali. Uno dei suoi corollari è che la partecipazione politica  del cittadino può e deve essere molto blanda e che qualsiasi forma di cittadinanza attiva, così pericolosamente vicina a quella che una volta si chiamava militanza, sia superflua, nella migliore delle ipotesi. Ovviamente la democrazia fa parte del kit della società dei consumi, ma esse viene intesa come una serie di procedure e di questioni amministrative anche importanti,  che tuttavia non avrebbero mai modificato nell’essenziale il tenore e i modi di vita della popolazione. Insomma le condizioni che si erano precariamente realizzate con il boom economico venivano percepite come un assoluto immodificabile, come una sorta di epifania della vera natura umana.</p>
<p>Piaccia o meno, era questa la cultura diffusa in cui è nata l’attuale Unione Europea, quella di Maastricht, degli anni novanta, prima era un’altra cosa per via del contesto internazionale.  Visto gli indubbi vantaggi che presenta per il potere una concezione che si rapporta così distrattamente alla dimensione politica, le élite europee lungi dal combatterla l’hanno coltivata, anche perché le idee dominanti sono quasi sempre quelle delle classi dominanti.</p>
<p>Ora, anche se non vivessimo in un’epoca di crisi e di repentini mutamenti, una siffatta mentalità sarebbe stata  largamente insufficiente per avviare un autentico processo costituente europeo, immaginiamoci in una situazione come quella attuale.  Inoltre questa scarsa propensione alle dimensione politica è stata rafforzata dal grande potere del capitale finanziario privato che è ormai, per usare l’eufemismo oggi in voga, postdemocratico.</p>
<p>In un contesto del genere qualsiasi contrasto che in una società democratica dovrebbe vestire le forme del confronto e, talvolta, perfino del conflitto politico, assume invece vesti diverse, pericolose che di solito attingono a un immaginario in grado di riattivare certe mitologie del passato e quando si riattivano le mitologie, esse poi hanno un funzionamento quasi automatico, macchinico, per dirla con Furio Jesi.</p>
<p>Per prendere il toro per le corna: nell’attuale vicenda greca la narrazione mediatica, ma ispirata da una parte influente dell’èlite europea,  è basata sullo stereotipo razzista del greco fannullone e un po’ imbroglione, al quale è stato risposto con un altro stereotipo ossia quello del tedesco  nazista, e prima ancora sul mito, solo apparentemente meno pericoloso, che le grandi questioni economiche dipendono in maniera automatica e consequenziale dai comportamenti individuali. Eppure lo scontro in atto sulla Grecia è descrivibile come uno scontro tra una parte politica che a fronte a un rischio di fallimento dello stato ha deciso di tutelare i grandi creditori privati, ivi compresi alcuni greci, e una parte che non accetta che a pagare i costi di questa tutela sia essenzialmente la popolazione.  Insomma lo spazio che dovrebbe essere della politica viene occupato dal rancore ancestrale, dal pregiudizio e dal mito.</p>
<p>E’ inutile lamentarsi della diffusione dei populismi, se poi sono le stesse classi dirigenti europee che preferiscono affrontare le proprie battaglie in una veste mitologica, pur di non riattivare processi di politicizzazione nella popolazione: almeno in parte sono esse stesse a fornire il propellente per i movimenti populisti. Altresì è molto pericoloso bollare come populiste tutte le forze che criticano gli attuali assetti europei e internazionali perché ciò rischia di fomentare una cultura autoritaria.</p>
<p>Il ruolo per un europeismo attuale, che non sia un irenistico richiamarsi a valori incomprensibili ai più, è  allora  nel politicizzare lo spazio europeo proprio nel momento in cui le sicurezze anche consumistiche dell’uomo europeo vacillano, come potrebbe confermare chiunque debba campare con un minijob nella ricca Germania.</p>
<p>E insomma, visto che ho parlato di mito, spero che mi si perdonerà se indulgo alla debolezza di paragonare la situazione attuale a quella di Europa rapita dal toro.</p>
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		<title>IL SANTO NATALE (autismi mitografici 3)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/18/natale-autismi-mitografici-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2013 10:00:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Purtroppo ogni anno a un certo punto incombe il Natale. Uno si illude fino all’ultimo di essersi liberato dalla reiterazione di quella nefasta tragedia collettiva (ma anche intima), si illude di scamparla, e invece lui si avvicina, puntuale come la morte. Prima vengono il freddo e le giornate corte, e lo scoramento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/12/18/natale-autismi-mitografici-3/chaissac_visagedansune-croix_1956_60x46_eafb63af4d/" rel="attachment wp-att-47166"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47166" alt="chaissac_visagedansune croix_1956_60x46_eafb63af4d" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/chaissac_visagedansune-croix_1956_60x46_eafb63af4d.jpg" width="250" height="311" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/chaissac_visagedansune-croix_1956_60x46_eafb63af4d.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/chaissac_visagedansune-croix_1956_60x46_eafb63af4d-241x300.jpg 241w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>Purtroppo ogni anno a un certo punto incombe il Natale. Uno si illude fino all’ultimo di essersi liberato dalla reiterazione di quella nefasta tragedia collettiva (ma anche intima), si illude di scamparla, e invece lui si avvicina, puntuale come la morte. Prima vengono il freddo e le giornate corte, e lo scoramento che accompagna i gelidi pomeriggi senza luce, e come mazzata finale si preannuncia l’incubo del Natale. Ce se ne accorge dalle antiecologiche luminarie nelle strade, dalle congestioni automobilistiche, dal pigia-pigia sui marciapiedi, da una frenesia consumistica più isterica di quella abituale, più scaltra, da certe minacciose telefonate dei parenti. Oddio, ci risiamo, ci si dice, rendendosi conto che l’esperienza dell’anno precedente e di quelli prima ancora non è servita a niente. L’uomo non è un animale logico, e quando vuole essere logico è ancora peggio, combina genocidi e altri disastri.</p>
<p>Com’è noto a Natale si festeggia lo scippo della memoria di un tipetto davvero in gamba, una sorta di rasta sveglio e pieno di buone idee (uno di quelli che per ogni cosa ti tira fuori la formula spiazzante), capace di divertenti numeri paranormali (senza peraltro ostentazione alcuna), da parte della più temibile associazione a delinquere della storia dell’umanità, la chiesa cattolica. Come tutti sanno nel corso di quasi duemila anni, nel nome di quel povero cristo finito crocifisso la chiesa cattolica si è adoperata in tutti i modi per fiancheggiare i potenti e per arricchirsi alleandosi con essi. Il tutto dando lezioni di morale a destra e a manca e punendo con pene orribili, spesso anche una morte atroce per combustione lenta, chi resisteva ai suoi precetti. Ora i potenti sono i mercanti di merci e di capitali, e allora la chiesa cattolica ha avvallato la trasformazione dell’antica festività pagana in una fiera mondiale del consumismo e dell’antiecologia. Proprio come in passato è andata a braccetto con i tiranni più spietati e i nazisti, avvallando altri misfatti.</p>
<p>La propaganda della chiesa cattolica e l’aggressivo marketing dei predoni finanziari si sono alleati per proporre annualmente un demenziale rito di purificazione delle coscienze. Presentato come un’apoteosi di pace e di armonia, un’oasi di concordia e benevolenza, di sereno gaudio merceologico, di giocondo godimento culinario. E invece è proprio a Natale, lasciando stare il parossismo consumistico (in barba alla più acuta crisi economica), che nelle famiglie le tensioni e le nevrosi e i livori si ingigantiscono e toccano il culmine. La spirale di odio lievita di solito nella fase dei preparativi, per poi imballarsi nella nevrastenia delle ore immediatamente precedenti, e sbocciare nel colmo degli ingozzamenti (di questo si tratta, evacuato ormai ogni afflato spirituale) veri e propri. Quasi sempre l’epilogo è rappresentato da cazziatoni, litigi, regolamenti di conti verbali, passaggi all’atto (qualche volta si arriva all’omicidio). È proprio il corto circuito tra l’interessata rappresentazione imposta dai poteri religiosi e finanziari (a suon di renne posticce, botticelliani angioletti e telefoni dell’ultima generazione), alla quale molti ingenui abboccano, e la violenza della sordida realtà, ad esacerbare gli attriti, a rendere ancora più esplosive le cerimonie culinarie e gli spacchettamenti. Quante parolacce, quanti insulti, quante maledizioni, quante ceramiche frantumate, quante digestioni interrotte, quanti irreparabili strappi, quanti traumi infantili. Tutto finisce però in omertà. Ed è proprio sfruttando l’omertosa complicità delle famiglie che la propaganda clericale e commerciale hanno ogni anno la meglio. Fino a quando dovremo subire questa impostura?</p>
<p>L’ultimo Natale che ho passato in famiglia è convogliato in un acre litigio con mia sorella. O meglio, lei litigava da sola, io ascoltavo interdetto. Alla fine sono stato scacciato dalla sede &#8211; ipocritamente addobbata con vischi e candeline &#8211; della cerimonia: la sua abitazione. Indicando con un indice tremante la porta d’ingresso (anch’essa bardata di vischi e palle luccicanti), mia sorella mi ha urlato che non mi voleva mai più vedere. Io e mia moglie abbiamo affrontato la notte proprio mentre le campane annunciavano la fatidica mezzanotte, come due ladri presi in flagrante, come due reietti Il tutto perché avevo osato interrompere una delle interminabili allocuzioni di suo marito per dire che secondo me capiva pochetto della psicologia delle persone. La languida tristezza che provavo (al fondo cova in me un’indole sentimentale) mi impediva di apprezzare la mia immensa fortuna: adesso finalmente ero libero. Avevo voltato pagina, ora ero immune da ogni lusinga natalizia. Avrei potuto campare anche cinquecento anni, mai più avrei subito un Natale in famiglia.</p>
<p>Ogni anno i miei parenti tornano all’attacco, si inventano nuovi argomenti, nuovi allettamenti, nuove scuse. Promesse di piatti succulenti e vini prelibati (manco a farlo apposta proprio quelli che preferisco), poco eleganti allusioni a fastosi regali, a arcadiche atmosfere. Ogni anno mi sento un asino (di un presepio?) al quale si sventoli una grossa carota davanti al naso. Ma intendiamoci, piovono anche accuse di egoismo e disumanità, poco velati ricatti morali, surrettizie minacce. Il bastone che accompagna sempre l’arancione radice dell’ombrellifera, utilissimo per ricordare come stanno davvero le cose. Si direbbe che con la scusa del Natale ogni arma, ogni colpo basso, siano permessi, come in certe selvagge forme di lotta corpo a corpo. Io lascio che dicano e minaccino. Tutto pur di non ritrovarmi davanti quell’affastellamento di inani merci sotto un derelitto cadavere di <i>Abies alba</i> (mozzato senza pietà per il sollazzo dei cosiddetti cristiani), in quel disgustoso odore di cera fusa e carni arrostite e nauseanti torte al cioccolato, quei sorrisi di farisea benevolenza, quei calici di irrequieti liquidi fermenati innalzati in brindisi alla doppiezza. Tutto pur di non ripetere la nefasta dipartita nella notte al suono delle campane cattoliche. Andiamo, andiamo!, taglio corto.</p>
<p>Certo poi si pone ogni anno il problema di cosa fare, scartata a priori l’impercorribile ipotesi famiglia. Purtroppo con l’approssimarsi del Natale gli amici diventano irreperibili: tutti occupati con parentele pregresse o in fieri, ex-mogli, ex-figli, ex cognati, futuri generi, o anche mai nominate prozie, nipoti, seconde cugine. Pure i più selvatici, i più impresentabile, quelli che a stento riescono a tenersi quieti cinque minuti, a Natale tirano fuori una mamma o una sorella dalla quale recarsi. Da non crederci. Uno può anche chiamare tutti i numeri dell’agenda, non troverà nessuno disponibile a farsi due spaghetti o due passi. E i cinema abbassano le serrande. All’estero nessuno ci crederebbe, ma la notte di Natale in Italia chiudono bottega anche i cinematografi. Proprio la serata nella quale potrebbero lavorare di più, accogliendo tutti i saggi come me, tutti i cinema, dico tutti, sono sbarrati. Non parliamo poi delle librerie, delle biblioteche, dei bar, degli altri tipi di locali pubblici. Di colpo non ci sono più locali pubblici: quei pochi aperti sono assoldati al festeggiamento annuale della buona coscienza. E anche le strade, con le loro minacciose luminarie, le finestre leziosamente decorate, gli osceni scorci di psicopatia natalizia che vi si intravedono, sono precluse. Resterebbe forse la televisione, se uno avesse la televisione. O la catalessi del sonno, se uno avesse sonno. E allora non resta che sedersi al tavolo della cucina, e rileggere qualcosa di Seneca. O anche, se si ha voglia di ridere, qualche tirata di Thomas Bernhard.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine:  Gaston Chaissac, &#8220;Visage dans une croix&#8221;, vernice &#8220;Ripolin&#8221; su vimini e cartone, 60&#215;46 cm, 1956)<br />
</em></p>
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		<title>Autismi mitografici 1 &#8211; I vestiti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/03/nuovi-autismi-32-i-vestiti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 08:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori I vestiti globalizzati che indossiamo sembrano fatti apposta per nuocere e risultarci insopportabili. Malmenano i testicoli, causando non di rado impotenze e disfunzioni (preludi di suicidi), segano in due l’addome, comprimono i seni, provocano sulle carni attriti, correnti elettrostatiche e allergie, costringendo financo i poveri piedi a una insana prigionia. Per un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/03/nuovi-autismi-32-i-vestiti/lauracraig-mcnellis51x71circa1982/" rel="attachment wp-att-45312"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45312" alt="lauracraig-mcnellis51x71,circa1982" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/lauracraig-mcnellis51x71circa1982-300x233.jpg" width="300" height="233" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/lauracraig-mcnellis51x71circa1982-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/lauracraig-mcnellis51x71circa1982.jpg 617w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>I vestiti globalizzati che indossiamo sembrano fatti apposta per nuocere e risultarci insopportabili. Malmenano i testicoli, causando non di rado impotenze e disfunzioni (preludi di suicidi), segano in due l’addome, comprimono i seni, provocano sulle carni attriti, correnti elettrostatiche e allergie, costringendo financo i poveri piedi a una insana prigionia. Per un curioso rovesciamento sociologico sono i ricchi e i potenti che si puniscono con gli indumenti più temibili: cravatte assassine, giacche che lasciano scoperte proprio i bronchi e le aree più delicate, o simili a camicie di forza, masochistiche cinture, calzature lucide e funerarie come bare. Più i vestiti sono pretenziosi e più sono nocivi, più allontanano dall’agio della nudità primigenia, più fanno penare. Forse proprio per dare l’esempio i cosiddetti rappresentanti della legge si parano con rigide uniformi, erti copricapo, ridondanti finimenti. Le donne ricche e potenti per mostrare che sono ricche e potenti prediligono vertiginosi tacchi, lunghi e claustrofobici stivali, interminabili o risicatissime gonne, cruenti orecchini e altri pendagli, non di rado accompagnati da catenacci e borchie, anelli, espressionistici dipingimenti delle labbra e degli artigli, elastici che tendono fino all’inverosimile i capelli, altri strumenti di tortura.</p>
<p>Il parossismo si raggiunge come è noto nelle cosiddette sfilate di alta moda, i cui sadismi sono secondi solo a certi fantasiosi esperimenti nazisti. Ma a differenza delle malefatte naziste non sono vituperati, e anzi vengono seguite con curiosità e soggezione. Le modelle e i modelli vi officiano con anoressica ieraticità, senza accumulare rancore per i loro seviziatori, senza urlare, chiusi nella loro autistica connivenza, come rassegnati schiavi legati l’uno all’altro dagli invisibili ferri della persuasione mediatica, della religione della celebrità. Ci vorranno ancora molti decenni, forse secoli, prima che si ribellino, prima che rendano ai loro aguzzini analoghe punizioni.</p>
<p>Purtroppo anche le persone meno ricche e potenti, e perfino quelle povere e inermi, in una folle corsa per non essere da meno, per mostrarsi altrettanto desiderabili di quelle ricche e potenti, per acquisire briciole di notorietà, se non altro domestica, professionale, associazionistica, si costringono in gonne e pantaloni simili a confezioni sottovuoto, o tutto all’opposto troppo vaste e lasse, medusiformi, spropositate. Abbondano anche qui i tacchi e gli altri paradossi ergonomici, le ridondanze, i barocchismi, le colorazioni posticce, i contorni oculari da ammaliatrice di circo, i minuti dettagli volti solo alla tortura. È una follia che ha contagiato anche i paesi svantaggiati, e non è raro vedere dei poveri ugandesi incravattati, plasticati, innestati in letali stivali, ricoperti da stucchevoli ceroni. Perfino i bambini vengono impacchettati senza nessuna pietà.</p>
<p>Gli sportivi sono tra i più fanatici adepti del culto vestimentario consumistico, prediligendo budelli sintetici dai colori violenti, aerodinamici, dechirichiani. Ogni sport ha il suo corredo di psicopatici paramenti, sarebbe un sacrilegio per esempio sciare addobbati da ciclisti, o tirare di scherma travestiti da montanari. Ma la stessa esistenza quotidiana è considerata ormai un insano sport. Ormai solo i barboni e qualche impresentabile vecchio si vestono in maniera davvero confortevole, solo i prigionieri indossano pratiche tute da ginnastica. Solo i pazzi, i dementi, i poeti non ancora corrotti, badano al sodo (finché qualcuno non li travia). Solo i militari, lodevole eccezione, dopo secoli di ridondanze autolesioniste tornano ora a una più salutare sobrietà, pur indulgendo ancora a un coloniale eccesso di tasche e taschini. Hanno finalmente capito che per morire convengono vestiti accoglienti. Che è poi quello che dovremmo capire tutti.</p>
<p>Adesso vengono considerati capi di abbigliamento anche orpelli inutili o dannosi, come per esempio gli occhiali da sole. Nella mia vita non ho mai incontrato essere umano che li inforcasse che non fosse un perfetto coglione, e francamente non credo che esista o possa esistere un individuo di tal fatta, ma si fa finta di nulla. Sono certo che i nazisti li avrebbero adorati, se solo fossero stati disponibili. Prezzolati oculisti affermano che tali enzimi del più bieco narcisismo neocapitalistico, tali nefaste maschere dell’emotività, sono benefici e anzi necessari per gli occhi, quando tutti sanno che l’uomo è vissuto alla grande cinque milioni di anni senza di essi. Anzi, probabilmente la specie umana si sarebbe estinta, se fossero stati inventati prima: i nostri antenati avrebbero tirato frecce silicee nel vuoto, avrebbero cannato fondamentali incastri sessuali, mandando in tilt l’evoluzione.</p>
<p>Il giorno in cui si denunceranno tutte le assurdità e le perversità dei singoli capi di abbigliamento, e si avrà il coraggio di addentrarsi nella complessa foresta dei loro concorsi e sinergie, è ancora molto lontano. Perché i danni fisici si potrebbero ancora sopportare, quello che è intollerabile dei vestiti sono il dispotismo e l’arroganza semiotica. Ogni minimo vestimento, ogni più infimo dettaglio, ogni tipo di stoffa, ogni cucitura, e non parliamo poi dei colori, delle fogge, delle citazioni implicite o esplicite, pretendono di significare qualcosa, di dirla lunga su noi che li portiamo a spasso, di qualificarci, rivelarci. Qualunque cosa ci si metta addosso, qualsiasi corredo si scelga, anche il più neutro, il più mimetico, grida dei significati che ci sono estranei e spesso odiosi, arbitrari, dittatoriali, liberticidi. Lo leggiamo giorno dopo giorno e ora dopo ora negli occhi di coloro che con una maggiore o minore sfrontatezza ci guardano: leggono i nostri cosiddetti indumenti come si decifra una pubblicità, come si naviga su un sito internet, e ne ricavano l’impressione di conoscere tutto di noi, di penetrarci fino al fondo dell’anima. Nell’era del consumismo elettronico la gente ormai sa a stento leggere e fare di conto, ma sa capire o crede di capire con disinvolto virtuosismo il linguaggio menzognero dei vestiti. È forse l’ultima reale competenza che è rimasta all’umanità: anche il più idiota passante in qualche decimo di secondo ti scannerizza e ti classifica, sintetizzando, comparando, memorizzando, archiviando. Ci sente violati, prigionieri di una legislazione estetica e comportamentale che ci è nemica. È una tortura.</p>
<p>Il mio sogno, visto che proprio non si può fare a meno di vestirsi, sarebbe indossare capi che passino inosservati e non dicano nulla di me, che non denotino affinità o idiosincrasie, che siano muti come pesci. Se ci fosse un negozio che li vende, correrei a rifornirmi. Ma naturalmente è una chimera: ogni indumento vuole parlare di me e raccontarmi, ogni dettaglio si interpone tra me e gli altri e mente sulla mia persona. Non sono libero, sono un coatto. Oggi per esempio non ho potuto mettermi dei pantaloncini corti, perché non essendo un bambino, e non essendo estate, sarei stato preso per pazzo. Come non avrei potuto indossare una gonna, o un casco da palombaro, un pennuto copricapo da indiano. Del resto io stesso, e questo la dice lunga sulla mia pusillanimità, cerco di adattarmi il più possibile ai contesti semiotici in cui mi trovo. Per le riunioni di lavoro scelgo un golfino che incuta una fiducia tecnologica consona al mio ruolo (la cravatta non potrei, non so fare il nodo), dei pantaloni senza i rammendi e le macchie di unto che contraddistinguono quelli che infilo a casa, delle scarpe comode ma anche assertive, convincenti. Quando vado in piscina o dalla psicologa (adesso dagli psicologi ti fanno togliere le scarpe), faccio attenzione a avere dei calzini senza buchi, per le cene tra amici scrittori mi travesto da agrimensore simpatico e alla mano, immerso nella quotidianità ma anche gravemente appartato, burbero però anche sentimentale. E via dicendo. Patendo di una sindrome di abbandono, sulla quale ora non mi dilungo, cerco di prevenire le competenze ermeneutiche dei miei interlocutori, in modo da massimizzare le probabilità di essere accettato.</p>
<p>Naturalmente faccio con i vestiti che ho, che spesso sono di seconda mano, e non nuovissimi. E beninteso i miei sono sforzi di dilettante, come tutto ciò che faccio: un certo margine di errore resta sempre. Anzi, a dire il vero tutto giusto non mi viene quasi mai. Rientrato a casa da un assembramento ufficiale in cui mi sono sentito a mio agio mi accorgo quasi sempre che avevo una grande macchia sul davanti, un buco sul gomito, la felpa storta, la canottiera che usciva sotto la maglia, o altre rilevatrici pecche. Più spesso ancora mi rendo conto che l’esegesi delle persone non è stata quella che mi aspettavo, è stata anzi opposta: i miei calcoli erano sbagliati. Ho fallito.</p>
<p>L’ideale sarebbe, se proprio non si può andare in giro nudi, cosa che a me stesso scoccerebbe (per un retaggio forse vittoriano, ma anche per un’insofferenza ai messaggi troppo crudi del mio stesso corpo), vestirsi tutti uguali. Stessi capi, identica stoffa e colore, identici dettagli. Finito il consumismo, svaporate le futilità. Forse per qualche settimana si vivrebbe bene. Ma certo salterebbe subito fuori qualcuno a dire che si sente come in un campo di concentrazione: scoppierebbero proteste e sedizioni, mirate a tornare il prima possibile all’assurdo stato presente. Abbiamo visto cosa ne è stato dei paesi comunisti. E comunque anche nella più rigorosa eguaglianza la gente troverebbe presto il modo per differenziarsi: giocherebbe sulla sfumatura di colori del filo dei bottoni, sull’usura delle maniche, sulla pulizia. Un po’ alla volta ci si abituerebbe a fare attenzione ai dettagli infinitesimali, che sembrerebbero enormità. Nascerebbero nuove mode, legate al numero di buchi dei bottoni o anche solo al modo di rivoltare un po’ in su il colletto, di lasciare il laccio della scarpa destra più lungo a sinistra, e quello della scarpa sinistra più lungo a destra. In poco tempo i vestiti tutti uguali sembrerebbero in realtà diversissimi, si sarebbe daccapo. Ancora a preoccuparci dei vestiti.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Laura Craig Mc Nellis, 51&#215;71 cm, circa 1982)</em></p>
<p><em>(PS: apprestandomi a scrivere questo pezzo mi sono accorto che i &#8220;Nuovi autismi&#8221; erano finiti, come tutte le cose &#8211; anche senza parafrasare l&#8217;adorato Parise &#8211; finiscono; forse se avessi prestato più attenzione avrei potuto accorgermene prima, forse sotto-sotto lo sapevo [non facevo forse fatica a trovare dei soggetti?; bruttissimo segno]; molto spesso ci si accorge però delle cose che ci succedono quando sono già successe, e è troppo tardi per intraprendere alcunché; tocca trovare un senso a quello che si è fatto, tocca voltar pagina)</em></p>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 05:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mattia Paganelli &#62;&#62; Lei &#8220;l&#8217;eterno download è l&#8217;ultima frontiera dell&#8217;oggetto senza aura?&#8221; &#62;&#62; Lui &#8220;o l&#8217;aura è la moltiplicazione infinita dei beni?&#8221;]]></description>
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<p style="text-align: left;">di <strong>Mattia Paganelli</strong></p>
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