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	<title>consumo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>i morti &#8211; una compilation</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2014 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[consumo]]></category>
		<category><![CDATA[i morti]]></category>
		<category><![CDATA[ironia]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Micaletto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di manuel micaletto il rumore degli autocicli in manovra, quando nella sequenza di un parcheggio a più fiate si soffermano, dedicano il peso a un’area circoscritta e sotto sfrigolano, oppressi, i coriandoli dell’asfalto, che squama. a suo modo, riferisce. congratulazioni stampanti. ok anche telefoni SIP in guisa di saponetta, con la scocca lucida. ma certo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>manuel micaletto</strong></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/john-pilson.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-48444" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/john-pilson.jpg" alt="john pilson" width="446" height="389" /></a></p>
<p style="text-align: justify">il rumore degli autocicli in manovra, quando nella sequenza di un parcheggio a più fiate si soffermano, dedicano il peso a un’area circoscritta e sotto sfrigolano, oppressi, i coriandoli dell’asfalto, che squama. a suo modo, riferisce.</p>
<p style="text-align: justify">congratulazioni stampanti. ok anche telefoni SIP in guisa di saponetta, con la scocca lucida. ma certo la particolare grammatura, nonchédimeno porosità, delle plastiche in dote alla maggiorpiù delle stampanti, le favorisce e così si distinguono primissime, nel volgere dei tempi, in quantità di anni ragionevoli, consone all’umana durata, nell’assumere quel colore, quel tono ambrato caratteristico delle rovine. (altrimenti, toner).</p>
<p style="text-align: justify">nelle macchinine (e già dire OK è dire poco) più modeste, ad esempio quelle di stanza nel buio, incistate nelle uova di cioccolato, le cui quali ruote per loro neppure è stata prevista, in sede progettuale, una chance di rotazione, oppure sì ma la realizzazione è scadente al punto di bloccarle al loro perno, in queste macchinine i refusi, le eccezioni che la plastica muove allo stampo, le sbavature, gli sticker SPEED, RACE, 85 (o altri numeri che garantiscono velocità elevate), così pure i fanali da applicare o preapplicati spastici (cfr. gelati tartarughe ninja, che una volta separati dall&#8217;involucro rivelano una configurazione facciale tradita a tutte le altezze, la delusione di un raffaello trisomico): in queste, la serialità ben disposta all&#8217;errore. in queste, nessuna redenzione. kinda (&amp;kinder) related.</p>
<p style="text-align: justify">l’invincibile certezza di pancarré nell’aula vuota, tirata a lucido dal personale ATA, con l’alcol fucsia e volatile che dai banchi sale, entra a forza nelle narici ancora disposte secondo i ritmi del sonno.</p>
<p style="text-align: justify">la natura modulare delle grandi catene, che tendono a ricreare la stessa esperienza in diversi luoghi, mantenendo simili le proporzioni, identiche le stazioni radio (spesso proprietarie), concedendo qualche leggera variazione all’offerta commerciale (edizioni speciali): offrendo un corner di familiarità certa e garantita, un ricovero, una zona sanata dalle novità, dove lo spazio tutt’intorno dirama le sue differenze. al puntuale proposito, impossibile tacere del plurititolato team AUTOGRILL, che ancora conserva il suo solidissimo primato: trattasi, gli autogrill, di elementi modulari (se non modulari, frattali, riproduzioni in scala) inseriti a distanze regolari nell’ambiente modulare per definizione, l’autostrada: perciò, essi risultano cari alle divinità.</p>
<p style="text-align: justify">l’orario 16 tra 24 del giorno, che si lascia attraversare senza attrito, tra tutti il più docile. recando, del vuoto, le sembianze.</p>
<p style="text-align: justify">la visione di supermarket inabitati, lo schieramento delle merci, i prodotti installati alle latitudini più frequentate dall’umano sguardo e dall’umana attenzione, nel convesso dell’orario feriale, a più mai nessuno rivolti, fuor di competizione, che vivono una tregua. bravi yogurt, alla grande merendine, beate conserve lucide nel buio appena smentito dalle luci di emergenza.</p>
<p style="text-align: justify">l’unico modo di intraprendere le cose, che nonostante tutti gli sforzi e i tentativi di rimozione resta: avvalendosi di un’epica povera, da spot BMW.</p>
<p style="text-align: justify">il rumore consueto del mondo, le stringhe casuali del traffico che avanza in impressioni continue di scooter, autobus, accelerazioni, velocità congrue alla legge o che la legge eccedono, secondo cadenze variabili ma dando l’impressione di un loop, dove la ripetizione trova varie sedi: 1) a livello microscopico: alcune sequenze sono ribadite, opel corsa, xmax, 156. tra una sequenza identica e la stessa, identica, ma ancora, possono intercorrere alcuni minuti, possono intercorrere gli anni. indifferentemente. 2) a livello macroscopico: ma ad un ordine di grandezza troppo grande per poter assistere, nel volgere di un’umana partecipazione al mondo et alle sue vicende, ad un’intera esecuzione dello spartito. 3) per certo. 4) seguenti.</p>
<p style="text-align: justify">nelle gallerie, il finestrino che smette di filtrare LA TOSCANA, capovolge il vettore della visione, facendo leva sul buio in attuale versamento, e ti restituisce la faccia spettrale e tua, installata tra altre nell&#8217;ambiente di uno scompartimento, nel distretto di un vagone, nell&#8217;andare a linee di un treno. altrimenti irrelate.</p>
<p style="text-align: justify">il di cui prima sottofondo del mondo sovrascritto dal phon che, avendo (dai pleonastici capelli) estromesso l’acqua come si conviene, ed essendo perciò giunto a piena cessazione del suo esercizio, di nuovo lascia campo agli effetti audio abituali, che però non si manifestano subito, ma solo dopo un certo lasso di tempo, come se il rumore che fino a poco prima li aveva rimpiazzati avesse scavato, al loro interno, una nicchia, un vuoto, avesse ricavato una distanza, che abbisogna di essere colmata per ripristinare il contatto. archiviata sotto: situazione di sicura connivenza.</p>
<p style="text-align: justify">la verità, <a href="http://www.jumpy.it/" target="_blank">www.jumpy.it</a> sempre nei nostri cuori.</p>
<p style="text-align: justify">stipulare una salda amicizia et a bruciapelo con le miniature dei legionari X fretensis, le ceramiche inappetibili dietro le vetrine, i loghi di alcune case automobilistiche asiatiche, i palloncini promozionali e non, le luci dei cancelli automatici, quelle accennate dei citofoni, i vecchi NPC che guardano il mare sul promontorio di VERDEAZZUPOLI (e se interrogati, questo e non altro riferiscono), non esistendo, forti della beatitudine che da una simile condizione deriva. avvertirne, adempiendo al proprio tempo, nelle alterne fasi dell&#8217;esserci, la vicinanza più prossima, e mite.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #000000">applausi i POLARETTI. meglio ancora in forma flebo, invece che solida, lockati nel loro astuccio, pari ai pennarelli (prima dell&#8217;uso), con i colori a crescere, ordinati. barre di uranio, iridescenti, in condizione di luce favorevoli. non è negoziabile.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #000000">in certa misura, i tatuaggi a tempo delle merendine, egregi trasferelli, ed emeriti. appena dapprima applicati tirano la pelle e brillano, ma in un tuttavia subito cominciano a gravarsi della polvere, anneriscono, somigliano a formazioni cancerose, sicché la finestra temporale in cui puoi vantare un pinguino sul braccio è risicatissima, mentre quella della malaria sèguita nei giorni. nello stesso subito o dintorni, peraltro, si dilatano, crepano, vanno alla deriva come la PANGEA, espongono i propri pixel come immagini low-res sottoposte ad un&#8217;implacabile azione di zoom. non scompaiono ma si scompongono a puzzle, assecondando le texture epitiliali, rivelandole. resta una frattura. qui, piena complicità.</span></p>
<p style="text-align: justify">nel preciso quando di mario kart che ti vede &#8211; per effetto degli ENVIRORMENTAL HAZARDS o di un corretto impiego, da parte degli avversari, degli ITEMS abilitati alla morte e alla sua distribuzione &#8211; consegnato al vuoto, sia detto vuoto più o meno consueto, più o meno imprevisto: non necessariamente un telefonatissimo baratro RAINBOW ROAD, con le curve che piegano a precipizio sui pianeti, senza barriere a contenere la corsa, a scongiurare la partecipazione di KOOPA al niente siderale che tutto intorno insiste, e preme; ma anche i vuoti hardcore, quelli ignoti perfino ai level designer, i vuoti che naturalmente scaturiscono in assenza di progetto, laddove la pianificazione langue, cui ottieni accesso per tramite di una serie di eventi sfortunati et esclusivi (che cioè mirano all’esclusione), la deflagrazione di una BOB-OMB che ti ribalta la vita e la riporta al suo normale incedere orizzontale proprio nel momento in cui un GREEN-SHELL muove ciecamente nel tuo slot e di nuovo ti costringere ad avvitare l&#8217;aria, fino a che non superi una recinzione apparentemente invalicabile (neppure può essere considerata, propriamente, una recinzione, dato che non si pone come elemento di separazione tra due luoghi distinti, ma come semplice limite all&#8217;azione) ed ecco che fai quell&#8217;esperienza di un vuoto inedito, un vuoto inatteso, che esiste in virtù di te e te soltanto, e delle circostanze che ti hanno condotto fino a quell’oltre cinetico il quale da bravo è l&#8217;esito di un sistema chiuso di regole, una rosa esauribile di possibilità, che tuttavia collide al suo interno, si inventa, esce da sé come KOOPA ora differisce il tracciato, deposto nell&#8217;abisso che presto vorrà restituirlo, estraneo ai radar del conflitto.</p>
<p>gli stormi che agiscono in torsione contro lo schermo del cielo, davanti ai dead pixel del pirellone. hoc modo comunicando un&#8217;attesa, mentre in background un&#8217;intera città esprime uno schema, esegue il suo script, si riduce alla consistenza di uno screensaver (di giorno: proliferazione di volumi poligonali, a saturare il campo visivo; di notte: una striscia braille, o una scheda perforata, con la luce che evidenzia i buchi).</p>
<p style="text-align: justify">le insegne dei bar, in prospettiva, che l&#8217;una all&#8217;altra si sommano, e dritto al cuore portano un comeché di trafittura.</p>
<p style="text-align: justify">vicende relative all&#8217;acqua, specie in atteggiamenti concentrici, nei wallpaper di default.</p>
<p style="color: #000000">l&#8217;alluminio leggero, sonoro (assumendo, per ipotesi, un urto), dei cartelloni recanti impressi i gelati, opportunamente associati ai rispettivi prezzi, spesso arbitrariamente corretti tramite l&#8217;applicazione di appositi talloncini adesivi, oppure presenti solo a chiazze, o assenti del tutto. l&#8217;azione erosiva che il sole, con sorprendente facilità, opera sui pigmenti che accendono il colore originale, il quale nelle intenzioni e negli effetti rende l&#8217;intero roster desiderabile (al biscotto di più). questa azione, va notato, non incontra resistenza alcuna da parte dei soggetti presi in esame. facilmente, dei gelati indicati, nessuno è poi disponibile all&#8217;acquisto, specie nei casi più nostalgici, cfr. SANSON: trattasi di pure installazioni. essi cartelloni sono lo strumento più accurato e sensibile di cui disponiamo per la misurazione della qualità dei bar che li ospitano: vere et proprie cartine tornasole: tanto più il colore difetta, tanto meglio high rated sarà il bar. di lato: somigliano a quel compasso che è la morte, quando gira attorno al suo perno. (una partnership? certo che a dire, dice).</p>
<p style="text-align: justify">anomalie sui palinsesti sportivi, oscillazioni delle quote, strani segni tra le partite della coppa di danimarca e la seconda divisione norvegese, addirittura minuscoli geroglifici incisi tra l&#8217;AALBORG BK e il DROGHEDA UNITED, qualcosa come le coordinate criptate di un tragitto spaziale e fantastico.</p>
<p style="text-align: justify">al tavolino di un bar switchare, nell&#8217;immaginazione, la telecamera: come in FIFA14, visuale a volo d&#8217;uccello. il tavolo è allora quella puntina che fissa un tempo al sughero del giorno.</p>
<p style="text-align: right">&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">(da una raccolta di prossima uscita per EDB. immagine: john pilson, <em>interregna</em>, 2007)</p>
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		<title>Per nuove regole d&#8217;ingaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Dec 2012 11:12:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[12.12.12]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Lenzini Di ritorno dai funerali di Pinelli annotava nel dicembre ’69 Franco Fortini: «Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita una età, cominciata ai primi del decennio.» Così fu veramente e oggi lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44317" rel="attachment wp-att-44317"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-44317" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-643x1024.jpg 643w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-60x96.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-23x38.jpg 23w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-135x215.jpg 135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-80x128.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli.jpg 742w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<div style="text-align: justify">
<p>Di ritorno dai funerali di Pinelli annotava nel dicembre ’69 Franco Fortini: «Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita una età, cominciata ai primi del decennio.» Così fu veramente e oggi lo comprendiamo meglio, se appena alziamo lo sguardo dallo scialo delle ricorrenze e di quanto le accompagna. <span id="more-44315"></span>Su quegli anni, Fortini (un poeta, figuriamoci) molto scrisse che è stato con accortezza dimenticato, e a distanza di tempo, nei tardi e marci Ottanta, dette all’«Espresso» una lettera pubblica che aveva per destinataria Licia Pinelli. Occasione (1986) ne era la disputa su un monumento a Bresci.</p>
<p>Precisava Fortini in apertura che «l&#8217;idea anarchica di che cosa l&#8217;uomo sia» non era mai stata la propria; nondimeno, auspicava che «i sassi e muri scritti portassero i nomi che più possono offendere l&#8217;ipocrisia pubblica e il progressismo omicida e suicida: Bakunin, Vanzetti, Macnò, Durruti, Berneri, Serantini, Bresci, Pinelli.» Quei nomi, aggiungeva, potevano aiutare a «fare più lucida la divisione degli interessi e dei bisogni contro la infame pace sociale predicata all&#8217;ombra delle portaerei e delle centrali atomiche.» Poi però, come per un soprassalto che distolga da un comportamento o da un discorso divenuto rituale e senza più verità, concludeva la lettera correggendosi, anzi contraddicendosi recisamente: no, meglio non perseverare in forme di memoria affidate a monumenti, lapidi e anniversari. Come se date e nomi ritualizzati, istituzionalizzati, non potessero più turbare né offendere chicchessia, e tanto meno l’ipocrisia pubblica; e perciò, esortava: «via dai cimiteri, dalle commemorazioni, dall&#8217;odore di moderna rifrittura che il vento mi porta dalle feste settembrine di partito; via fin dai libri di storia.»</p>
<p>Senza più memoria, dunque? Nemmeno quella di parte, il ricordo delle vittime dell’ingiustizia? «La memoria dovrebbe avere ben altro, e altrimenti, da capire senza pietà e da fare», così finiva la lettera a Licia Pinelli. A queste domande e a quella richiesta di «ben altro» non è mancata la risposta, di tutt’altro segno da quello alluso da Fortini: non solo una lunghissima restaurazione, di cui nel dicembre ’69 risuonavano i primi e atroci accordi, ma un’ampia e capillare opera di rimozione per sovraesposizione, lo strumento più idoneo per mantenere tutto come prima e per giunta salvarsi la coscienza, magari attenendosi alle istruzioni bipartisan sull’uso della storia. Tutto feticizzare, da Auschwitz a Hiroshima a Ground Zero, da Piazza Fontana a Columbine High School, idroscalo di Ostia o Capaci, ecco una soluzione soddisfacente e sempre valida; l’«altro» riassorbito e omologato, tenuto a distanza nell’immediata vicinanza, nel flusso senza pause delle parole e delle immagini, che già contengono nello sguardo di chi le fabbrica il consumo prossimo, l’acquiescenza e la garanzia preventiva di un generico e interessato consenso, peggiore dell’oblio e di quello complice. Così l’atrofia indotta, l’ignoranza procurata, la diserzione intellettuale, l’afasia petulante, il cinismo autoimmune e il solipsismo di massa dei nostri anni hanno creato un vasto inframondo che ormai solo raggi molto speciali, di certi artisti, riescono a intercettare. Notte o giorno, per il drone non fa differenza, è sempre stagione di caccia; le <em>killing list  </em>sono aggiornate in tempo reale. Tutto va per il meglio, possiamo stare tranquilli e continuare a credere di essere dove siamo.</p>
<p>Ma uno che con le immagini lavora da sempre, un fotografo per esempio, come può trovare un punto di vista che faccia saltare l’accordo unanime che presiede a tutto questo? Come penetrare nelle sedimentazioni culturali che hanno assunto l’aspetto di “natura”, e fanno parte di noi stessi? Su questi temi ha riflettuto, tra i tanti, Georges Didi-Huberman, in <em>Immagini malgrado tutto</em> e in un ampio studio sull’<em>Abc della guerra</em> di Brecht; più di recente, parlando di Pasolini, si è soffermato sul lavoro di Laura Waddington in <em>Border 55</em>, video girato nei pressi del campo della Croce Rossa di Sangatte, da dove fuggiaschi irakeni o afghani tentano di raggiungere il tunnel per l’Inghilterra: immersi nella notte e nel rischio, in fuga dai protervi riflettori dei guardiani d’Europa, essi appaiono e scompaiono come brevi bagliori e ombre dileguanti in inquadrature incerte, in immagini sgranate e rubate all’oscurità e alla legalità. Davanti al lavoro di Patrizio Esposito, da <em>Monitor Iraq</em> a <em>Necessità dei volti</em>, viene da chiedersi se non vi sia, in esso, un rapporto di solidarietà con l’idea di Didi-Huberman di «far apparire scintille di umanità» proprio dagli esseri in fuga, prede disperate ma ancora con «l’ostinazione di un progetto, il carattere indistruttibile di un desiderio.» Se l’analogia è legittima, come credo, è perché il lavoro di Esposito non solo sa esprimersi, anch’esso, in intermittenze, in bagliori d’esilio e speranze clandestine, ma in quanto si realizza attraverso una sperimentazione prolungata, multiforme, un artigianato fatto di materia e di tempo che al consumo e alla dimenticanza, all’offesa del falso vero si oppone altrettanto caparbiamente. A Gaza o a Napoli, a Milano o nel Sahara Occidentale, quel lavoro non è già più “resistenza”, ma qualcos’altro: inventare una «comunità di bagliori», cercare la «lacuna aperta tra il passato e il futuro» (Didi-Huberman) comporta un cammino fuori delle mappe ufficiali, appostamenti in territori rimossi, percorsi che s’intravedono solo strada facendo. Forse è così che prende forma il “fare” che è proprio della memoria non amputata o anestetizzata, bensì in tensione, mobile e sensibile al risveglio di un progetto.</p>
<p>Il tempo non è un unico tempo, dovevamo saperlo. Per il transfuga, tra abbagliamenti e oscuramenti, tra una ronda e l’altra, ogni passo è a tentoni, ogni istante è guadagnato alla sorte. Ma anche quel che non è stato e poteva essere, in certi momenti può chiederci udienza. Lì, in quel punto, ci conduce il lavoro di Esposito. Poiché non solo dobbiamo imparare la pluralità dei tempi ma, insieme, affrontare l’impensato e attrezzarci per ritentare un discorso comune, un alfabeto nuovo e condiviso. In <em>Milano quattro secondi,</em> dedicato a Pinelli e al crinale storico che porta il suo nome, una molteplicità di luoghi e di strumenti &#8211; dal digitale al manufatto, dai quaderni di “alfabeto urbano” a pezzi unici in consegna a testimoni esemplari &#8211; cospira per una scena essenziale, scarna e antiretorica, e però popolata da una eco collettiva, che si riattiva per un contrappunto di piani opposti e dialettici, necessari ed elementari: luce/ombra, alto/basso, pieno/vuoto. Il luogo è un luogo (cantiere o magazzino), non un monumento; una data è una soglia (12.12.12) e i numeri incisi non una lapide ma segnali per chi s’addentrerà nel bosco, nel tunnel o nel deserto. Ma la «lacuna» può essere ovunque e in ogni momento: ne parla la foto dispersa che per un attimo appare su una superficie di polvere e poi svanisce, il chiarore del fuoco che convoca i senza dimora e gli assenti, il fascio di luce che indica un varco: proprio lì, dov’eravamo stati senza vederlo. Quell’attimo che si dilata stabilisce l’apertura e insieme il limite provvisorio di un lavoro in continua evoluzione, che recupera il principio brechtiano dello straniamento ma non lo immette nella cornice di una rappresentazione: il precipitare di una esistenza (quattro secondi) non è rappresentabile, né deve esserlo (nemmeno quel breve, minuscolo sciame di braci di sigaretta, giù dalla finestra); piuttosto sollecita la dimensione individuale, agita il piano dell’esperienza, ne fa vacillare le fondamenta. A chi condivide questa perturbazione non è offerta la “verità” ma un lampeggiamento, quindi una <em>chance</em>: ognuno porterà con sé un indizio, un frammento, un’attesa incerta o una domanda. Quanto può bastare, ora, per un inizio: via dai libri di storia ma dentro altro, che sia davvero diverso.</p>
<p>[Articolo apparso su «Alias», 8 dicembre 2012. Foto: <em>Simulazione della caduta di Pinelli dall&#8217;ufficio del commissario Calabresi</em>, manichino costruito da Carlo Rambaldi, 1971.]</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Nota bibliografica</p>
<p>Franco Fortini, <em>Il funerale di Pinelli</em>, in <em>L’ospite ingrato primo e secondo</em>, Casale Monferrato, Marietti, 1985 (poi in <em>Saggi ed epigrammi</em>, Milano, Mondadori, 2003, pp. 999-1003);<em> Lettere da lontano. A Licia Pinelli</em>, «L’espresso», XXXII, n.38, 28 settembre 1986; Georges Didi-Huberman, <em>Immagini malgrado tutto</em>, Milano, Raffaello Cortina, 2003; <em>Quand les images prennent position</em>, Paris, Les Editions de Minuit, 2009; <em>Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze</em>, Torino, Bollati Boringhieri, 2010; Collettivo Informale Sahara Occidentale, <em>Necessità dei volti</em>, «Alias», 20 ottobre 2012.</p>
<p>&#8212;</p>
</div>
<div style="text-align: justify">
<p>I <em>Datari</em> di “Milano, quattro secondi”, contengono le date degli anni trascorsi dal 12/12/69 e dal 15/12/69 ad oggi. Sono mostrati in alcune città, secondo modalità decise dai diversi promotori.</p>
<p>Siena: libreria Zona, film <em>12 dicembre</em> di Pasolini; conversazione con Luca Lenzini e Luca Baranelli &#8211; 0577232502</p>
<p>Topolò (UD): camminata ai cippi di frontiera del monte Kolovrat, cura di Stazione di Topolò/Postaja Topolove &#8211; 3349752517</p>
<p>Palermo: casa laboratorio di via Mastrangelo, 7 &#8211; 3803843745</p>
<p>Macerata: libreria Scaramouche, cura di Giuditta Chiaraluce &#8211; 3331259449</p>
<p>Napoli: ex Asilo Filangieri, cura de La Balena e Maurizio Zanardi &#8211; labalenanapoli@gmail.com; sottosuolo piazza del Gesù, cura di Roberto Roberto &#8211; 3465053174</p>
<p>Milano: Leoncavallo,  15 dicembre 2012, ore 20.</p>
<p>&#8211;</p>
<div>
<p>Il programma dell&#8217;incontro milanese:</p>
</div>
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<p>15 DICEMBRE PINELLI ASSASSINATO</p>
<p>VALPREDA INNOCENTE<br />
PIAZZA FONTANA STRAGE DI STATO</p>
<p>Sabato 15 dicembre, ore 20<br />
Leoncavallo, via Watteau 7 &#8211; Milano<br />
interventi:<br />
Piero Scaramucci, giornalista<br />
Mauro Decortes, Ponte della Ghisolfa<br />
Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico sulle nuove destre<br />
Onorio Rosati, Segretario Camera del Lavoro<br />
un rappresentante della FIOM<br />
Roberto Gargamelli e Lello Valitutti, compagni di Valpreda<br />
contributi di Silvia e Claudia Pinelli<br />
video inedito di Alberto Roveri sulla famiglia Pinelli</p>
<p>interventi a sorpresa nell’attualità<br />
e concerto di <em>Teatro degli orrori</em></p>
<p>Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa<br />
adesione di <em>Memoria antifascista</em></p>
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		<title>Abusare la terra, abusare gli umani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/05/16/abusare-la-terra-abusare-gli-umani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2011 06:29:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[abusi edilizi]]></category>
		<category><![CDATA[consumo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli (il manifesto, 15/5/2011) E saniamole queste case abusive, dice il Caro Leader. L&#8217;abuso eretto a norma, morale prima che giuridica, pare ormai uno dei segni più marcati di questa età di Fine Impero. L&#8217;abuso è generalizzato, ci dice il Caro Leader strizzandoci l&#8217;occhiolino, siamo tutti complici di un&#8217;illegalità diffusa: ovviamente non quell&#8217;illegalità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong></strong><em>(il manifesto, 15/5/2011)</em></p>
<p>E saniamole queste case abusive, dice il Caro Leader. L&#8217;abuso eretto a norma, morale prima che giuridica, pare ormai uno dei segni più marcati di questa età di Fine Impero. L&#8217;abuso è generalizzato, ci dice il Caro Leader strizzandoci l&#8217;occhiolino, siamo tutti complici di un&#8217;illegalità diffusa: ovviamente non quell&#8217;illegalità diffusa invocata anni fa in nome di una trasformazione rivoluzionaria collettiva, ma un&#8217;illegalità individualistica finalizzata al “si salvi chi può” – dove poi, a salvarsi e prosperare sulle spalle di un massacro sociale generalizzato, sono sempre quelli che partono da posizioni di vantaggi acquisiti. Che in questo paese, dove la forbice tra i più ricchi e i più poveri è larghissima, assume contorni devastanti.Tutto questo appare in una luce particolare, dalla prospettiva del Duomo di Massa, dove da due settimane stiamo conducendo una lotta a sostegno degli immigrati in presidio permanente che chiedono di essere regolarizzati avendo subito truffe in occasione del decreto flussi colf-badanti del 2009. <span id="more-39036"></span>E&#8217; una lotta difficile, con margini ristretti per conseguire gli obiettivi prefissi. Da una parte, una legislazione schiavista che non lascia spazi per poter dare giustizia a coloro che hanno consegnato migliaia di euro a qualche falso datore di lavoro, e sono stati lasciati nella clandestinità da cui volevano emanciparsi, senza i propri risparmi frutto di una fatica immane. Dall&#8217;altra, un percorso che in questi giorni si riapre in conseguenza della sentenza del consiglio di Stato che annullato la circolare Manganelli che escludeva dalla regolarizzazione coloro che avevano subito la doppia espulsione: un percorso però arduo, visto che la possibilità di accedere alla regolarizzazione non riguarda tutti coloro – e sono tanti &#8211; che non hanno fatto ricorso dopo la loro esclusione.Ecco, da questa prospettiva irta di difficoltà, in cui tocchi con mano passo dopo passo che cosa significhi essere persone “non-persone”, la ventilata sanatoria degli abusi edilizi appare come scandalo. Da una parte un territorio che può venir devastato impunemente, e ogni suo abuso può essere sanato. Dall&#8217;altra, invece, non si sana per nulla al mondo la condizione giuridica di persone che lavorano e che non devono venire riconosciute nei propri diritti di lavoratori, e prima ancora di esseri umani. Sotto questa apparente contraddizione, però, si legge una logica unitaria, e fondativa della nostra epoca: il <em>consumo </em>di <em>oggetti </em>elevato a principio supremo. Territorio e persone sono usati e abusati, ciascuno a suo modo: da ciascuno ciò che può dare. Anzi: da ciascuno e da ogni cosa ciò che si può estrarre. (E, come corrispettivo: a ciascuno ciò che egli si può prendere). Così uso e abuso di persone e di territorio sono legittimati. Uso e abuso, indifferentemente, perché nella prospettiva del consumo totale scompare la soglia tra i due concetti, che si confondono: ogni uso è sempre cattivo (ab-uso), in quanto smisurato. E&#8217; questo, insomma, il tempo della <em>hybris </em>(e Luciano Gallino ci ha detto, di fatto, come sia questa la marcatura “etica” di questa nostra età del finanzcapitalismo). E non possiamo continuare a rimandare la questione di fondo: come salvarsi da questa tracotanza del genere in-umano.</p>
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		<title>La decrescita non è un impoverimento</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/08/la-decrescita-non-e-un-impoverimento/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 08:21:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Questo articolo è apparso sul numero 6 di &#8220;alfabeta2&#8221;] di Marino Badiale e Massimo Bontempelli L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso sul numero 6 di <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;alfabeta2&#8221;</a>]</em></p>
<p>di <strong>Marino Badiale</strong> e <strong>Massimo Bontempelli</strong></p>
<p>L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.<span id="more-38055"></span></p>
<p>La decrescita è necessaria per risparmiare all’umanità la gravissima crisi di civiltà alla quale ci sta portando l’attuale organizzazione economica e sociale, che ha nella crescita il dogma che non può essere messo in discussione. C’è ormai una presa di coscienza sempre più diffusa del fatto che non ci può essere una crescita illimitata in un pianeta le cui risorse sono limitate, e che sono ormai stati raggiunti (e superati) i «limiti della crescita». Ma oltre a questo, è necessario acquisire anche un altro livello di consapevolezza: la crescita economica degli ultimi trent’anni è stata ottenuta con la distruzione delle conquiste dello Stato sociale e con una tendenziale riduzione della logica di funzionamento della totalità sociale alla logica del profitto e del mercato. In questo modo, lo sviluppo capitalistico non distrugge solo la natura, distrugge anche ogni forma di coesione sociale e lo stesso equilibrio mentale degli individui. La decrescita, l’opposizione a questo sviluppo cancerogeno, è dunque un passaggio necessario per salvare la civiltà umana. Essa non deve però essere considerata una dura e sgradevole necessità. La decrescita non è impoverimento: essa è definita, come abbiamo ricordato sopra, nei termini della diminuzione delle merci e non necessariamente dei beni. La decrescita non comporta, in linea di principio, la diminuzione di beni e di servizi fruiti dalla popolazione. Comporta piuttosto un ripensamento e una riorganizzazione della produzione e del consumo, incentivando, per fare qualche esempio, i beni ottenuti con l’autoproduzione o con scambi non mercantili, le merci ottenute con produzioni locali, le merci programmate per durare a lungo e per essere facilmente riciclate alla fine del loro ciclo d’uso. Questo comporta ovviamente un cambiamento profondo degli stili di vita delle popolazioni, ma non un loro impoverimento. Per esempio, comporta un drastico ridimensionamento della dimensione della moda e della pubblicità che ci fanno considerare desueti oggetti ancora perfettamente funzionali, ma anche la diminuzione generalizzata dell’orario di lavoro (inteso come lavoro salariato) per rendere possibile l’autoproduzione di una parte dei beni e la cura delle relazioni umane e dei rapporti di comunità, al cui interno possono avvenire scambi non mercantili di beni e servizi.</p>
<p>Per approfondire questo punto, il fatto cioè che la decrescita non è l’impoverimento, occorre riflettere sulla nozione di povertà. L’errore che viene commesso comunemente, a tutti i livelli, è di definire la povertà nei termini quantitativi di un livello di reddito monetario. Un qualsiasi articolo giornalistico sulla povertà nel mondo conterrà sempre il richiamo al fatto che «al mondo ci sono x milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno», dove appunto si intende che «povertà» sia definita quantitativamente dall’avere un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Si tratta, come dicevamo sopra, di un errore: la povertà va definita in termini qualitativi, sociali e storici, e non in termini quantitativi. Due persone ugualmente povere secondo la definizione quantitativa, cioè allo stesso (basso) livello di reddito monetario, possono vivere tale situazione in maniera completamente diversa a seconda del contesto sociale. Per fare un esempio, ci possono essere, come in certe epoche del Medioevo, situazioni nelle quali il povero è rispettato, e soprattutto la povertà è considerata una delle possibili condizioni umane, non l’espressione di un fallimento personale come adesso. Per cui il povero, economicamente aiutato da comportamenti caritativi non episodici e non umilianti, non è povero nel nostro senso della parola. Ma per venire a considerazioni più vicine al tema della decrescita, pensiamo alla situazione di un contadino inglese di bassa condizione sociale nella fase in cui ha la possibilità di usufruire di una serie di beni comuni (boschi, pascoli), e confrontiamola con la fase successiva nella quale i beni comuni sono stati appropriati dai grandi proprietari terrieri (le famose <em>enclosures</em> sulle quali ha tanto insistito Marx). È chiaro che, nelle due situazioni, lo stesso reddito monetario si coniuga a una situazione materiale ben diversa, perché nel primo caso il contadino ha la possibilità di integrare uno scarso reddito monetario con beni e servizi ai quali ha accesso senza passare per lo scambio monetario, mentre nel secondo caso questa possibilità non c’è più. Per fare infine un ultimo esempio, pensiamo alla condizione in cui si trovavano un tempo i domestici che vivevano nella stessa casa dei padroni: essi avevo diritto a una casa, al cibo, spesso agli abiti, e a uno scarso reddito monetario. Un tale scarso reddito, assieme alla condizione di servitore, implicava certamente l’essere in fondo alla gerarchia sociale, ma non una condizione di miseria, come lo sarebbe invece stato se lo stesso reddito monetario, o anche uno leggermente superiore, avesse dovuto essere utilizzato per l’acquisto del cibo e il pagamento di un affitto<strong>1</strong>.</p>
<p>Possiamo allora adesso capire più facilmente l’errore del discorso comune sulla povertà, che la identifica con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il punto è che due dollari al giorno possono indicare una situazione in cui è possibile vivere, oppure possono indicare la miseria più disperata, a seconda delle condizioni sociali. Se le persone vivono all’interno di una economia di sussistenza, nella quale cibo e altri beni sono prodotti e scambiati al di fuori del meccanismo del mercato, la vita con meno di due dollari al giorno può essere possibile e può perfino essere ricca, non dal punto di vista materiale ma dal punto di vista delle relazioni umane. Ma se le persone vivono con meno di due dollari al giorno in una situazione in cui l’accesso ai beni fondamentali come cibo e acqua è mediato dal denaro, allora davvero si trovano in una situazione di disperazione.</p>
<p>Il punto è che ciò che comunemente si chiama «sviluppo dei paesi poveri» consiste essenzialmente nel passaggio da economie non monetarie di sussistenza a economie monetarie: per quanto abbiamo appena detto, è allora assai probabile che l’effetto di questo sviluppo sia la creazione di povertà autentica, disperata, invivibile, al posto di una situazione in cui le persone e le comunità potevano sopravvivere (certamente con meno agi rispetto a quelli ai quali noi occidentali siamo abituati)<strong>2</strong>. Queste osservazioni rappresentano fra l’altro la risposta a una tesi che ricorre frequentemente, nelle discussioni sulla decrescita, la tesi cioè secondo la quale la decrescita potrebbe essere una buona idea per i paesi sviluppati ma è improponibile nei paesi poveri. La risposta è dunque che la crescita è distruttiva sia nei paesi sviluppati che in quelli sottosviluppati, e la decrescita è una strategia di salvezza per l’intera umanità<strong>3</strong>.</p>
<p>Un altro aspetto di cui tenere presente, quando si parla di povertà, sta nel fatto che la povertà ha sempre anche un aspetto comparativo: si è più o meno poveri in riferimento allo status medio della società nella quale si vive e alle merci che essa considera necessario possedere. Spingendo all’acquisto di sempre nuovi oggetti, l’attuale sistema economico crea nuove povertà, perché non tutti sono in grado di acquistarli. Oggi molte persone che definiremmo povere spendono parte del loro scarso reddito per acquisti come quello del telefono cellulare: bisogna averlo perché tutti ce l’hanno, lo usano e danno per scontato che tutti debbano essere attraverso di esso rintracciabili, quindi senza di esso ci si sente più poveri. La società basata sulla crescita genera quindi povertà, da un lato perché genera bisogni cui non tutti possono accedere, dall’altro perché è organizzata in modo da rendere necessari certi acquisti. Questo è ciò che capita se per esempio scompaiono i piccoli negozi e sono disponibili solo supermercati lontani da casa, rendendo così necessaria l’automobile, oppure se a poco a poco si trasferiscono su internet gran parte della transazioni della vita quotidiana, rendendo necessario l’acquisto del computer e il suo continuo aggiornamento.</p>
<p>L’identificazione di decrescita e impoverimento deriva quindi da un’idea sbagliata di povertà, un’idea nella quale si sono fatti scomparire tutti gli aspetti storicamente e socialmente determinati della povertà stessa.</p>
<p>Allo stesso modo, occorre distinguere fra decrescita e recessione economica. La recessione è la diminuzione del Pil in un quadro immutato di mercificazione dell’economia e, più in generale, di configurazione sociale. Recessione significa allora che l’individuo ha sempre gli stessi bisogni di prima (ha bisogno dell’automobile, dell’asilo a pagamento per i figli, di cambiare continuamente il vestiario per seguire la moda e così via), ma non ha più il reddito monetario per soddisfare questi bisogni, quindi è più povero.</p>
<p>La decrescita, al contrario, è un mutamento qualitativo, non solo quantitativo. Decrescita significa che il Pil diminuisce per due ragioni. In primo luogo certi beni che prima venivano prodotti come merci vengono prodotti come beni non mercificati, oppure restano merci ma includono spese minori per il trasporto e la pubblicità (che andrebbe abolita). In secondo luogo cambia la struttura dei bisogni: se ci sono presidi sanitari sparsi nel territorio che forniscono prestazioni gratuite di buon livello, non si sente il bisogno dell’assistenza sanitaria privata, e chi non ha i soldi per questa non si sente povero. Se un quartiere viene attrezzato per avere una vita sociale autosufficiente, non si genera il bisogno di andare a cercare una discoteca a cento chilometri di distanza, e chi non ha la possibilità di farlo non si sente povero. La scelta della decrescita è in sostanza la scelta di una vita sobria, nella quale una volta raggiunto il soddisfacimento di una serie di bisogni fondamentali non si cerca, come succede oggi, il consumo compulsivo e distruttivo di sempre nuovi oggetti, ma si ricerca la vera ricchezza che oggi ci manca: il tempo per costruire relazioni umane ricche e rapporti di comunità significativi.</p>
<p>La differenza fra decrescita e recessione si comprende anche dall’osservazione che la recessione è un automatismo dell’economia di mercato: interviene necessariamente, date certe condizioni iniziali. Al contrario la decrescita è un progetto che deve essere attivamente perseguito, e sicuramente non si instaurerà in modo automatico.</p>
<p>Se si è compreso tutto questo, è allora facile capire come la decrescita rappresenti un progetto rivoluzionario, l’unico autentico progetto rivoluzionario oggi disponibile.</p>
<p>Infatti, l’organizzazione economica capitalistica spinge alla mercificazione di ogni aspetto della realtà sociale e di quella naturale: si tratta di un meccanismo necessario alla riproduzione allargata della creazione di plusvalore. Chi vuole la decrescita vuole bloccare e invertire questa tendenza, e quindi ha una posizione anticapitalistica, anche se la coscienza di questo non sembra essere pienamente chiara in coloro che la sostengono e neppure nei critici anticapitalisti della decrescita stessa.</p>
<p>La confusione fra decrescita e povertà, o fra decrescita e recessione, è in ultima analisi un prodotto dell’attuale egemonia del capitalismo. Si tratta del fatto che all’interno della società capitalistica appare del tutto inconcepibile una società che produca e consumi secondo una logica non mercantile. La decrescita appare inconcepibile, oppure concepibile solo come una sventura, perché il nostro immaginario è dominato da un’idea di povertà e ricchezza, e in generale di vita e di umanità, forgiata dal capitalismo. La lotta anticapitalista deve oggi essere una lotta contro questo immaginario.</p>
<p>1. A scanso di equivoci, precisiamo che non stiamo facendo propaganda alla condizione del domestico di famiglia, che era comunque una condizione di subalternità sociale e poteva accompagnarsi a freddezza o durezza nei rapporti umani. Stiamo semplicemente sottolineando come lo stesso livello quantitativo di reddito monetario sia compatibile con condizioni reali di vita molto diverse fra loro.</p>
<p>2. Ovviamente la dinamica reale dello «sviluppo» nei paesi poveri può essere molto diversa a seconda delle diverse situazioni. Ci possono essere casi nei quali lo sviluppo non ha tutte le conseguenze negative che potenzialmente potrebbe avere. Non stiamo qui indagando casi determinati, stiamo facendo considerazioni generali sulla nozione di «povertà».</p>
<p>3. Con queste osservazioni non intendiamo naturalmente dire che le economie di sussistenza, ancora largamente diffuse nei paesi «poveri», debbano essere conservate così come sono, ma semplicemente suggerire che un autentico progresso umano per quei paesi dovrebbe avvenire senza inseguire il modello di mercificazione universale tipico del capitalismo.</p>
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