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	<title>Contropiano dalle cucine &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>«Contropiano dalle cucine». Quarant’anni per (non) pensarci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2015 12:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Contropiano dalle cucine]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Wages against housework]]></category>
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					<description><![CDATA[di Deborah Ardili Per rispondere alla riproposizione di Contropiano dalle Cucine [Federici 1975], si può partire proprio dall’articolo firmato da Nicole Cox e Silvia Federici per avviare un ragionamento — spero non del tutto banale a partire da un contributo a prima vista così datato, così legato alle circostanze polemiche che ne hanno provocato l’apparizione, così marcato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/129_Drummond_St_front_Anne-758x310.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-56325" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/129_Drummond_St_front_Anne-758x310.jpg" alt="129_Drummond_St_front_Anne-758x310" width="758" height="310" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/129_Drummond_St_front_Anne-758x310.jpg 758w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/129_Drummond_St_front_Anne-758x310-300x123.jpg 300w" sizes="(max-width: 758px) 100vw, 758px" /></a></p>
<p><strong>di Deborah Ardili</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Per rispondere alla<a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/08/13/soldi-non-amore-contropiano-dalle-cucine/" target="_blank"> riproposizione di <em>Contropiano dalle Cucine</em></a> <span style="font-family: Palatino, serif;">[</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Federici 1975], si può partire </span>proprio dall’articolo firmato da Nicole Cox e Silvia Federici per avviare un ragionamento — spero non del tutto banale a partire da un contributo <i>a prima vista</i> così datato, così legato alle circostanze polemiche che ne hanno provocato l’apparizione, così marcato da un lessico che sembra consumare la sintassi femminista di quelle pagine fino a cancellarla quasi del tutto, o comunque a isolarla da altre elaborazioni maturate nel contesto della «seconda ondata» e baciate da maggiore fortuna quanto a opportunità di circolazione nel dibattito contemporaneo.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Quando si parla di «fortuna» del femminismo il virgolettato è d’obbligo: segnala la presenza di una difficoltà impossibile da ignorare, a maggior ragione quando ci si avventura in un lavoro di traduzione da passato a presente. Questa difficoltà ha a che fare con la consapevolezza del fatto che non è possibile imbastire un discorso attendibile sull’eredità del femminismo senza fare contestualmente i conti con il paradosso segnalato da Anna Bravo a proposito di tante riletture degli anni Settanta: </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Su un solo punto commentatori e protagonisti fanno coro, il femminismo. Ironia: per anni temuto, minimizzato, a volte messo in ridicolo, il femminismo è diventato il parente ricco dei movimenti, la loro faccia bella buona e democratica, di cui non ci si può appropriare ma che viene comunque rivendicata alla spirito del tempo e delle lotte. Ma su come sia nato devono essere mancate finora la capacità o la voglia di documentarsi, con la buffa conseguenza che in certi testi lo si elegge a sola rivoluzione riuscita del ‘900, e dopo due pagine si passa a altro [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Bravo 2008: 7]</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Probabilmente non si spiegherebbe questa «buffa» riabilitazione postuma senza tener conto della tendenza diffusa a leggere retrospettivamente le vicende del movimento femminista come una semplice reazione alle strozzature di un processo di modernizzazione impetuoso e disordinato: o, se si preferisce, come «supplemento d’anima» finalizzato a rinvigorire dal basso l’impulso riformista che, in quella fase della storia del nostro paese, poté apparire rilevante. Ammettere invece che quel movimento sia stato altro, significherebbe «riconoscere l’esistenza di domande collettive che investono la legittimità del potere e l’uso delle risorse sociali» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Melucci 1991: 20; Ergas 1986</span><span style="font-family: Palatino, serif;">] e, di conseguenza, dotarsi di criteri di valutazione completamente diversi per misurarne meriti e debolezze. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">È verso questa seconda opzione che vorrei orientare la riflessione. Non si fa torto ― al contrario ― alle pioniere della «seconda ondata» constatando che ragioniamo a partire da una rivoluzione che </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>non è riuscita</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">, a dispetto di quanto afferma un interessato ottimismo di maniera; che dunque ha ancora senso rivolgersi alle analisi elaborate negli anni Settanta per interrogarsi sui limiti dell’emancipazione e delle sue promesse, oggi cucinate in salsa neoliberista; e che precisamente per questo motivo vale la pena rischiare in un lavoro di traduzione politica dagli esiti non prevedibili. Preliminare al quale è, ovviamente, uno sforzo di inquadramento storico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">L’obiettivo di queste note è quello di sgombrare il terreno da alcuni dei pregiudizi più tenaci che hanno pesato sulla memoria dell’esperienza teorica e politica legata ai gruppi per il salario al lavoro domestico, finendo per ridimensionarne il rilievo oltre il giusto, quando non a restituirne un’immagine deformata fino al grottesco. </span><span style="font-family: Palatino, serif;">Chiariti questi aspetti, si tratterà di capire se la prospettiva aperta ormai più di quarant’anni fa si presti a integrare acquisizioni più recenti, ed eventualmente a farsene a propria volta integrare.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/foto34.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-56328" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/foto34.jpg" alt="" width="350" height="210" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/foto34.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/foto34-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><b>1.</b></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> È stato giustamente notato che un serio ostacolo al consolidamento di una tradizione femminista proviene dal fatto che ogni scritto tende a essere accolto come se affiorasse dal nulla: una singolarità sporadica, errante, senza storia e senza contesto [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Rich</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1979: 11]. Se un articolo come </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Contropiano dalle cucine </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">si espone oggi al rischio di una ricezione mutila, ciò dipende anzitutto dall’appartenenza del testo a un filone di pensiero e a una tendenza militante di cui il dibattito femminista contemporaneo sembra aver smarrito completamente le tracce. Cominciamo, quindi, con qualche indicazione relativa allo scenario che, nel 1974, vede apparire lo scritto in questione [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Toupin 2014</span><span style="font-family: Palatino, serif;">].</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Le autrici — Silvia Federici e Nicole Cox ― militavano all’epoca nel </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>New York Wages For Housework Committee</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">, una delle sezioni statunitensi del Collettivo Internazionale Femminista. Fondato a Padova nel luglio del 1972 da una ventina di donne di diversi paesi, il CIF si proponeva di coordinare la rete di gruppi per il salario al lavoro domestico che, nell’arco del decennio, avrebbe preso corpo, oltre che in Italia, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, nelle regioni anglofone del Canada, in Messico, in Argentina, in Germania e in Svizzera. Se è probabilmente esagerato definirlo</span><i> </i><span style="font-family: Palatino, serif;">(con le parole del collettivo svizzero </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>L’Insoumise</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">)</span><i> </i><span style="font-family: Palatino, serif;">«un’embrione di Internazionale delle donne», è pur vero che la vocazione transnazionale del CIF rifletteva e accentuava al massimo una caratteristica importante della «seconda ondata» femminista: evacuare gli spazi di una politica basata sulle logiche statuali della rappresentanza e incardinata sui temi della cittadinanza democratica, per operare invece nel senso di una snazionalizzazione delle donne [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Ellena 2014: 277-300; Bracke 2013</span><span style="font-family: Palatino, serif;">]. Al centro della prospettiva che animava quei gruppi femministi si trovava pertanto la scelta di praticare non il terreno dei diritti civili, bensì quello della riproduzione sociale, secondo le linee di analisi messe a punto nel testo che aveva ufficializzato la scoperta dell’«altra fabbrica»: vale a dire ― mi riferisco ovviamente a </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Potere femminile e sovversione sociale</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> di Maria Rosa Dalla Cosa — la scoperta della «funzione essenziale nella produzione del plusvalore» di tutti quei servizi necessari alla produzione e alla riproduzione della forza-lavoro che vanno sotto il nome lavoro domestico [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Dalla Costa 1972: 49</span><span style="font-family: Palatino, serif;">]. Da quelle premesse originava quella che è stata opportunamente definita «una prospettiva intersezionale </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>avant la lettre</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Toupin</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 2014: 23], sorretta cioè dall’ambizione di mettere in comunicazione e costruire momenti di solidarietà militante tra i segmenti dispersi della filiera riproduttiva, utilizzando il lavoro domestico gratuito e le lotte autonome contro questo tipo di lavoro come un prisma attraverso cui leggere e raccordare i diversi aspetti della insubordinazione femminile della società. A questa esigenza rispondeva la composizione di un movimento capace di mobilitare strati socialmente diversificati e che, al proprio interno, aveva visto fiorire collettivi come </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Black Women for Wages for Houswork </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">e </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Wages Due Lesbians</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">: non soltanto, dunque, donne bianche eterosessuali di classe media o di estrazione operaia, ma anche afroamericane in carico all’assistenza sociale, lesbiche, madri sole, prostitute, cameriere, infermiere, lavoratrici dei servizi sociali. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Contropiano dalle cucine </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">vede la luce in questo contesto e obbedisce all’esigenza di chiarire, contro la veemenza dei detrattori, premesse o obiettivi del movimento in fase di costruzione. L’occasione immediata che stimola la stesura dell’articolo è la pubblicazione, su «Liberation», di un intervento di Carol Lopate intitolato </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Women and Pay for Housework</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">. La scelta lessicale operata da Lopate («</span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>paga</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> per il lavoro domestico») merita attenzione. Nel termine adottato precipita una serie di obiezioni ripetutamente sollevate contro i gruppi per il salario, talvolta accusati di ritardare la marcia trionfale dell’emancipazione con una campagna finalizzata a immobilizzare le donne nel ruolo di casalinghe tramite indennizzo monetario; talaltra di perseguire un obiettivo reso superfluo dal crescente inserimento delle donne nel mercato del lavoro retribuito; o, ancora, di ricodificare attraverso una metafora abusiva un complesso di attività per le quali il termine «cura» appare più idoneo di quello di «lavoro». A rendere significativo lo slittamento semantico da «salario» a «paga», in ogni caso, è la possibilità di leggervi in filigrana la resistenza non di una singola interlocutrice, ma di un’intera cultura abituata a riconoscere lavoro (e di conseguenza sfruttamento, interessi in conflitto e comando politico sul lavoro) soltanto in presenza di rapporti di scambio tra forza-lavoro e salario, come se l’attività extramercantile finalizzata alla conversione della busta paga in reintegro della forza-lavoro appartenessse al regno della natura e non a quello dei rapporti sociali di produzione tra soggetti sessuati.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/lesbians_wages.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-56334" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/lesbians_wages-300x216.jpg" alt="lesbians_wages" width="300" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/lesbians_wages-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/lesbians_wages-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/lesbians_wages.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Sia qui permessa una breve parentesi, da riprendere più estesamente al termine di questo contributo. A posteriori, è possibile affermare che la rimessa in questione di questo persistente residuo naturalistico all’interno della teoria sociale (non esclusa quella di ispirazione marxista) segni una tappa critica di rilievo anche per le femministe delle generazioni successive. Orfane di movimento, magari perché nate — come chi scrive — alle fine degli anni Settanta, e perciò stesso forzate a un accesso in primo luogo letterario al femminismo, alcune di loro si sarebbero abituate ad associare alla «teoria performativa del genere» la via maestra della «denaturalizzazione», della problematizzazione della categoria «donna» e della possibilità stessa di concepire la resistenza all’identificazione corrente come un eccesso culturalmente e politicamente produttivo [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Butler 1990; 1993; 2004</span><span style="font-family: Palatino, serif;">]. Posto ovviamente che si accetti di scavare più a fondo negli spazi bianchi della teoria in questione, e di ricercare nelle forme elementari del vivere i contenuti delle </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>performances</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> che concorrono a disciplinare l’esistenza del genere e che aspirano a inquadrarla — pena lo scivolamento nella penuria di reti stabili di supporto sociale — nelle istituzioni dell’eteronormatività, sembra difficile minimizzare l’apporto fornito in questa direzione dalle femministe del salario. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Prendere sul serio la ridefinizione dei confini tra personale e politico, tra pubblico e privato, imposta dal movimento femminista comportava in effetti spingere l’analisi abbastanza in là da aggredire l’ambito delle pratiche più quotidiane in cui — prima ancora di cristallizzarsi in grandi sistemazioni ideologiche e di sedimentarsi nel senso comune — la destorificazione e la ritrascrizione in chiave naturalistica del rapporto gerarchico tra i sessi si crea e si rinnova. Aprire la scatola nera del lavoro domestico implicava, al tempo stesso, mettere in luce l’inadegutezza di un punto di vista incapace di scorgervi altro che un detrito semi-feudale sopravvissuto come per errore alla corrente della modernizzazione, senza vedere in che modo il capitalismo rilanci il patriarcato sulla base del lavoro riproduttivo gratuito. Si trattava, insomma, di sollevare la questione che «la sinistra non si è mai posta» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Federici</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1975: 47], o a cui si era limitata a rispondere con un atto di fede nell’«irrazionalità» di un avversario ritenuto incapace di stare al passo con le esigenze sociali dello sviluppo economico: e cioè spiegare come mai, a dispetto della propria vocazione alla colonizzazione mercantile di ogni anfratto dello spazio sociale, il capitale permetta la sopravvivenza di tanto lavoro escluso dalla codificazione salariale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Per sollevare la questione, occorreva scuotersi di dosso ogni complesso di inferiorità intellettuale e cominciare a chiedere referenze a un marxismo compromesso dalla tendenza ad attivare le proprie premesse materialistiche a fasi alterne: attribuendo cioè a motivazioni meramente culturali l’oppressione delle donne, come se l’ideologia potesse sussistere e operare in assenza di un’oppressione materiale che essa serve a giustificare. Si rilevava, in quel modo, l’inconfessabile complicità di quel materialismo a mezzo servizio con il modello emancipazionista liberale che associa al processo di modernizzazione la progressiva perdita di funzioni produttive della famiglia, ipotizzando e auspicando la «transizione da un ruolo femminile totalizzante (quello familiare) a un altro ruolo (quello lavorativo maschile), attribuendo a quest’ultimo un valore universalistico e definendo per differenza tutto quello che stava in mezzo come “ritardo”, “contraddizione”, “marginalità”» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Zanuso</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1987: 46].</span><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-56326" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages-300x300.jpg" alt="logo_wages" width="280" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages-900x900.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/logo_wages.jpg 1104w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Va detto d’altronde che, abbordando la questione, le donne del salario non si avventuravano su un terreno incolto. L’inasprimento della polemica con una sinistra rivelatasi impermeabile al tema era motivato anche dal fatto che di lavoro domestico, all’interno del movimento femminista, si discuteva abbondantemente. Sul piano internazionale, la questione della critica dell’«economia politica del patriarcato» si era imposta all’attenzione nel 1969 con un articolo di Margaret Benston che rivendicava al lavoro domestico una funzione produttiva, pur incontrando delle difficoltà a spiegarne la gratuità. Di lì si sarebbe alimentato un dibattito la cui posta politica verteva sulla necessità di stabilire se l’oppressione delle donne potesse essere analicamente incorporata nell’analisi del capitalismo accettata dalla sinistra o se facesse parte di un sistema differente che richiedeva una spiegazione parte [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Delphy, Leonard 1992</span><span style="font-family: Palatino, serif;">]. Nel 1976 l’assemblea plenaria del Tribunale internazionale dei crimini contro le donne, presieduto da Simone de Beauvoir, votava «quasi all’uninamità» una risoluzione presentata dai gruppi per il salario aderenti al CIF, in cui si dichiarava che</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">il lavoro domestico non pagato è una rapina; che questo lavoro, e la sua mancanza di salario, costituisce un crimine da cui derivano tutti gli altri; che questo lavoro ci marchia a vita come sesso debole e ci consegna senza potere ai padroni, agli agenti del governo e ai legislatori$, ai medici, alla polizia, alle istituzioni carcerarie e psichiatriche, così come agli uomini, per una vita di servitù e di reclusione. Chiediamo un salario al lavoro domestico per tutte le donne, pagato dai governi del mondo. Ci organizziamo internazionalmente per riappropriarci della ricchezza che ci è stata rubata in tutti i paesi, e per mettere fine ai crimini commessi contro di noi ogni giorno [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Russell, Van de Ven 1976</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">: 199].</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">L’approvazione «quasi unanime» del documento non rifletteva un’adesione altrettanto massiccia delle duemila femministe riunite a Bruxelles all’indicazione fondata sulla rivendicazione economica come asse centrale a partire da cui impostare tutte le lotte. Essa indicava in maniera eloquente, tuttavia, il livello di popolarità raggiunto da un’analisi della condizione delle «senza salario» da cui poche, all’epoca, avrebbero potuto prescindere. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">In Italia, la questione del lavoro domestico aveva cominciato a fare capolino già nei documenti del femminismo radicale statunitense che, all’inizio degli anni Settanta, circolavano attraverso l’antologia </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Donna è bello </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">[</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Anabasi</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1972]. Di lavoro domestico come di «ciò che determina in prima istanza la donna» parlavano, in un altro testo di quegli anni molto noto alle femministe italiane come </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>La coscienza di sfruttata</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">, le trentine del Cerchio Spezzato [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Abbà </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>et al.</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1972: 115]. Il gruppo di Rivolta Femminile dal canto suo, pur rimanendo programmaticamente appartato rispetto alle espressioni di movimento più motivate all’uscita sul sociale, non si era limitato a un accenno elusivo all’opportunità di «sfatare il mito della laboriosità sussidiaria» delle donne; il primo manifesto di Rivolta identificava a chiare lettere «nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Rivolta Femminile</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1970: 8]. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">La novità che le femministe del salario introducevano all’interno di una discussione che aveva toccato tutte le frange del movimento era un drastico supplemento di ambizione teorica e di determinazione strategica. Il lancio della parola d’ordine del salario al lavoro domestico come «un’indicazione di lotta e una direzione in termini organizzativi» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Dalla Costa</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1972: 53], contenuta in una nota di </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Potere femminile e sovversione sociale </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">e via via formalizzata negli incontri internazionali del CIF, si esponeva perciò stesso a reazioni ambivalenti. Se per un verso infatti il lavoro di Dalla Costa si inseriva nella corrente viva del femminismo dando voce a fenomeni di insubordinazione interpretabili come «</span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>estraneità </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">delle donne al cosiddetto </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>bene comune</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Dalla Costa, Fortunati</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1976: 14], per altro verso il richiamo perentorio alla necessità della «direzione organizzativa» doveva suscitare forti diffidenze all’interno di un movimento in gran parte persuaso — per quanto riguarda le forme dell’aggregazione politica —di poter affidare all’informalità l’onere di logorare il paradigma maschile di gestione del potere. Mal si adattava alla propensione diffusa per un modello organizzativo reticolare e policefalo la spinta centralizzatrice finalizzata a «dare ordine al fiume in piena del femminismo» attraverso una codificazione particolarmente rigida dei rapporti tra ‘vecchie’ e nuove reclute, che poteva per esempio arrivare al punto di decretare l’apertura della sede padovana di Lotta Femminista alle nuove secondo orari prestabiliti, «per non fare da freno al lavoro politico» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Zanetti</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1998: 199-200]. La stessa Lotta Femminista, d’altronde, sarebbe stata attraversata da un grosso dibattito al riguardo: il rischio di veder riprodotto il modello organizzativo di Potere Operaio era avvertito e criticato (in Emilia Romagna, a Milano, a Venezia, a Firenze) dalle sezioni del gruppo che, pur non praticando ufficialmente l’autocoscienza, dedicavano una parte consistente del confronto tra donne ai temi della vita quotidiana di ognuna e avevano integrato il proprio bagaglio con la lettura di Carla Lonzi e dei testi del femminismo radicale statunitense</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Un ulteriore elemento di distinzione rispetto alle punte alte del dibattito coevo era dato, come si è accennato, dalla scelta di interpretare il lavoro domestico gratuito come un modo di produzione e riproduzione indissociabile dalla società salariale. Mentre in Francia la tendenza materialista aveva isolato il «nemico principale» inquadrando il lavoro domestico all’interno di un modo di produzione patriarcale teoricamente indipendente dal processo di accumulazione capitalistica [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Delphy</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 2013], le femministe del salario escludevano risolutamente la possibilità di concepire un capitalismo — diremmo oggi — </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>gender blind</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">, situato </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>accanto</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> al modo di produzione patriarcale: capace, cioè, di far funzionare la catena complessiva della produttività sociale senza attingere alla riserva gratuita di lavoro domestico e senza utilizzare il salario come leva di comando sul lavoro non retribuito.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/black-women-for-housework.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-56327" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/black-women-for-housework-232x300.jpg" alt="black women for housework" width="232" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/black-women-for-housework-232x300.jpg 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/black-women-for-housework.jpg 260w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Infine, l’aspetto più di altri destinato a provocare scandalo (molto più di quanto potesse suscitarne all’epoca l’evocazione del </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>free love</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">, come ha giustamente notato Adrienne Rich parlando della campagna </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Wages for Housework</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">), e a generare controversie anche all’interno del CIF relativamente all’impostazione dell’intervento nei diversi contesti in cui i gruppi operavano, era la richiesta di </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>free money</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">. Limitarsi a deplorare l’assegnazione femminile al lavoro domestico non retribuito senza andare oltre avrebbe significato, secondo le teoriche del salario, rassegnarsi ad accettarne la gratuità [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Lotta Femminista 1974</span><span style="font-family: Palatino, serif;">]. Naturalmente non mancavano dei precedenti storici a cui rifarsi, per quanto riguarda la richiesta di retribuzione alla prestazione domestica: si è soliti citare, al riguardo, il movimento delle </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Welfare Mothers </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">afroamericane o quello inglese delle </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Unsupported Mothers</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">, madri sole avevano formato comitati per ottenere un salario in cambio del lavoro svolto a casa. Risalendo ancora più indietro nel tempo, si possono trovare già nel </span><span style="font-family: Palatino, serif;">xix</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> secolo correnti femministe orientate alla richiesta di retribuzione del lavoro casalingo. Ma la novità dirompente legata alla prospettiva del salario al/contro il lavoro domestico consisteva nel rivendicare soldi non a titolo di scambio, bensì soldi </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>sganciati dalla prestazione e rivendicati in cambio di nulla</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> come condizione necessaria per riguadagnare livelli accettabili di controllo sul proprio tempo, sul proprio corpo e sulle proprie relazioni. Questa doveva essere la condizione ― la «leva di potere» ― per ricontrattare con lo Stato e con la società la posizione delle donne e le condizioni generali della riproduzione. Come si legge ne </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Le operaie della casa</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Una </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>leva di potere </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">per cui le donne riescano in una posizione di forza a contrattare le </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>condizioni del lavoro domestico stesso</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">, le </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>condizioni del lavoro esterno</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">, le </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>condizioni dei servizi</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">, le </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>condizioni della procreazione e della sessualità</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">. Visto allora che questo del “crearsi una leva di potere” è il </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>reale problema che sottosta a qualunque lotta </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">sul lavoro di casa, sul lavoro esterno, sui servizi, sulla procreazione e sulla sessualità, noi diciamo: </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><b>Non si può denunciare solamente</b></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">, e per di più </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>unanimemente</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">, il lavoro domestico come primo anello della catena che sfrutta tutte le donne e </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>fermarsi alla denuncia, come fanno larghe sezioni del Movimento femminista.</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Adesso che invece di piangere sole nelle case, come spesso hanno dovuto fare le nostre madri, credendo di essere le uniche disgraziate, abbiamo scoperto di essere milioni nella stessa condizione, la consapevolezza di </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>essere milioni </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">ci dà un’altra possibilità: </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><b>Lottare</b></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>.</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> D’altronde non si può, come altre sezioni del Movimento fanno, </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><b>saltare</b></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> dalla denuncia della gratuità del lavoro domestico alla lotta sul lavoro esterno o sui servizi. Perché sarebbe fare il gioco che i riformisti ci hanno sempre costretto a fare e che ci ha condannato all’impotenza: andare a lottare su un secondo fronte dove eravamo in poche e non lottare sul primo dove ci siamo dentro tutte [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Collettivo Internazionale Femminista 1975: 22</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">].</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">[Fine prima parte].</p>
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