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	<title>corpo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Transitorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> Mastico lentamente i 20 grammi di mandorle previsti a metà mattina. Non mi secca tanto pesare e ponderare il cibo, ma mangiarlo piano per farlo assorbire meglio, o almeno far finta che sia così.]]></description>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p>Mastico lentamente i 20 grammi di mandorle previsti a metà mattina. Non mi secca tanto pesare e ponderare il cibo, ma mangiarlo piano per farlo assorbire meglio, o almeno far finta che sia così.<br />
Io non sono uno che fa le cose lentamente. Quando le fai lentamente, vedi anche gli errori; se corri, non vedi niente però chiudi, arrivi dove devi arrivare e te ne liberi.<br />
Non so perché, ma ho voglia di scrivere questa cosa sul cibo, il peso e il corpo, da dentro il corpo, senza averci fatto un dottorato sopra.<br />
Un paio di anni fa ho comprato un libro: <em>Fat shame. Lo stigma del corpo grasso</em>. Amy Erdman Farrell è l’autrice. Sarebbe bello averlo qui mentre scrivo, ma se ne sta nascosto nei meandri di qualcosa. Non sono riuscito a finire le prime pagine, mi sono fermato davanti a un aggettivo della prefazione che mi ha inchiodato.<br />
Transitorio.<br />
Il grasso, il sovrappeso, l’obesità sono una questione transitoria, non definitiva. Se nasci basso, ci muori; l’altezza non si modifica. Se sei gigante, vedrai il mondo sulle teste degli altri – e chissà se è un bello spettacolo. La pancia, i fianchi e tutti i loro compagni invece respirano. Crescono e decrescono secondo gli andamenti della vita, la varietà delle circostanze, la potenza del metabolismo, l’emotività del contesto sociale. Ci sono quelli che a cinquant’anni portano la stessa taglia di quando ne avevano diciotto, ma quella stasi è transitorietà mancata, o più lenta.<br />
Iniziamo dall’aggettivo transitorio. È esattamente così: il peso è transitorio, non definitivo, e questo apre una serie di questioni che si rimandano l’una all’altra senza che sappia collegarle in uno schema. Mi sono svegliato per anni pensando che mi sarei alzato finalmente magro, anche se era impossibile che la notte facesse una magia. E ho vissuto a lungo nell&#8217;illusione che questa forma fisica dipendesse da me e basta.<br />
Quell’aggettivo mi ha trafitto perché ha dato nome a un complesso di sentimenti che non ero mai riuscito a nominare. Si potrebbe dire che anche la vita sia transitoria, ma non ci pensiamo mai in fondo. Nessuno pensa quotidianamente alla morte, salvo non decida di meditarci seriamente sopra – per poi non ricavarne molto.<br />
E qui c’è il paradosso su cui ieri mi ha fatto riflettere Gemini: la transitorietà offre la speranza di un cambiamento, ma intanto svaluta il presente, rendendo la vita una sorta di &#8220;sala d&#8217;attesa&#8221; in cui non si abita mai davvero il proprio corpo.<br />
Nella transitorietà il futuro invade e neutralizza il presente. In questo modo, la speranza diventa una tortura degli dèi e non un dono. L’attesa di qualcosa che non accade.<br />
Mentre scrivo mi viene in mente l&#8217;immagine di una pellicola esposta alla luce. La luce mangia il fotogramma. Il futuro mangia il presente.<br />
Questa sensazione di incompletezza è terribile proprio perché transitoria: non imposta dalla necessità, non decretata da un destino cui non ci si può opporre.<br />
Speranza e Transitorio sono stati a lungo due macigni. Lo si capisce solo quando si ha la fortuna di distruggere l’idea che si aveva del futuro, e di non vederlo più come la Legge di Kafka, il cui accesso è interdetto, ma come la dimensione dei possibili sviluppi.<br />
In quegli anni ero isolato. Tutti lo erano attorno a me, nessuno aveva davvero fiducia nella possibilità di una comunità. Lo stare insieme esiste se ciascuno ha spazio per esprimersi, per contraddirsi, per non stare dove gli altri vogliono che stia. La comunità non convive con la paura del movimento, l’ansia di deludere gli altri, il terrore di non essere quello che siamo stati. Questo festival di inibizioni crea gruppi coesissimi, è malta per il cemento, unifica gli individui fino all’indistinzione, ma non crea nessuna comunità: solo isolamento.<br />
Un isolamento così triste che la transitorietà mette in angoscia. Un isolamento così disperato che da qualche parte deve mostrarsi e si mostra nel corpo, che è incontrollabile. Che decide di mettere in piazza il rovello segreto, che vuole sfidare la decenza. Più che avversario, il corpo è rivelatore: dice tutte le tue cose. Per fortuna le dice solo a chi vuole sapere.<br />
Non temo tanto di ingrassare, ma di farlo dopo un periodo di dieta, perché lì è una sconfitta universale e clamorosa. O almeno lo è per il mio Narciso, che si sente scrutato perché lui stesso si scruta, si pesa e si pondera. Neppure il Narciso ama il transitorio.<br />
Il corpo che abitiamo non si risolve. È una inquietudine continua perché è il nostro legame alla vita.<br />
Con il corpo mi sono sentito a mio agio solo dove il controllo non era possibile: nel mare, nella sessualità.<br />
Non per come apparivo, ma per come mi sentivo e mi sento: un corpo-mare attraversato da forze, sovrano nella sua imprevedibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;occhio di Dio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[buio]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvia Belcastro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Silvia Belcastro </strong> <br />Dal mio corpo escono tubi da mungitura perché devo allattare la notte, devo mettere al mondo le sue creature: su un nastro trasportatore sfilano, a distanza regolare, i miei fantasmi contornati di luce.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Silvia Belcastro </strong></p>



<p class="has-text-align-right">“<em>Sono diventata una fabbrica notturna”</em>.</p>



<p class="has-text-align-right">(Ingeborg Bachmann)</p>



<p>Me ne sto immobile sul letto, come un’ape regina troppo pesante. Dal mio corpo escono tubi da mungitura perché devo allattare la notte, devo mettere al mondo le sue creature: su un nastro trasportatore sfilano, a distanza regolare, i miei fantasmi contornati di luce.</p>



<p>Indosso la sottoveste di lana azzurra.</p>



<p><em>Bianca</em>, dice l’abuelita.</p>



<p>Dipende dalla luce della luna.</p>



<p>La indosso in un sogno di realtà: sul balcone, per l’esattezza.</p>



<p>La camerata è divisa in due da un solco profondo, una ferita camminamento che scorre tra le file di letti e punta alla finestra. Dormono tutti: hanno sempre dormito tutti, tranne nel momento in cui il mio corpo, scosso dai tremiti del fuoco malato, si muoveva e si esponeva alla vivisezione come una marionetta nuda.</p>



<p>“Pavor nocturnus? Schizofrenia? Guardate: l’occhio non vede! Qui si innesta il pensiero intrusivo che crea il cortocircuito. Antipsicotico, sì? Il rischio è minimo: al massimo, un torpore della mente.”</p>



<p>Ti stacco la carne dall’osso coi denti e non mi lavo la bocca dal sangue. Hanno sempre dormito tutti, tranne quando l’urlo mi gettava sul pavimento e sbattevo la faccia contro il legno. Piegavo il braccio sotto il letto nel tentativo di fuggire e quasi mi rompevo l’osso finché, della visione, non restava che un livido del colore della notte.</p>



<p>“Una catena alla finestra, sì?”</p>



<p>L’ho comprata io stessa: una catena da orso ballerino, di quelle in acciaio. Un anello entra dentro un altro anello che entra dentro un altro anello e avanti così, di chiusura in chiusura, fino alla fine del tempo, facendo ogni sera un rumore di catena.</p>



<p>La prima volta ho disegnato la finestra: tra le ante socchiuse, la colonna del cielo reggeva la luna, e la lama della notte entrava nella stanza interrotta solo dall’ombra della catena.</p>



<p>Ho nascosto la chiave dove la marionetta nuda non poteva raggiungerla e ho calcolato quanto tempo avrebbe impiegato a trovarla, prima che il corpo si svegliasse. Ho pensato che infilare la chiave dentro un calzino e mettere il calzino dentro un altro calzino e questi due calzini sotto tutti gli altri calzini mi avrebbe salvato dal balcone.</p>



<p>Era difficile trovare la chiave prima che lei, cioè io, mi svegliassi. Appena mi sono addormentata, mi ha raggiunto il lampo verde e mi sono alzata di scatto. Sono andata a sbattere contro il cassettone, come se il tempo non mi riguardasse, e ho trovato la chiave. L’ho infilata nel lucchetto che stringeva la catena e ho aperto la finestra: la notte mi ha guardato, senza svegliarmi.</p>



<p>Ho appoggiato il piede nudo sulla soglia argentata e ricordo che la finestra era diventata una meridiana che accarezzava i letti uno dopo l’altro, fino al mattino. Aveva una tenda finissima, che rispondeva soltanto alla brezza.</p>



<p>Le mattonelle del balcone erano coperte di fiori in braille. Sotto il balcone c’erano le colline e in fondo, in una coppa di montagne, il mare. Ho stretto la ringhiera con la mano sinistra e ho alzato la gamba destra, come una bertuccia. Ho arrotolato le dita del piede attorno al ferro e ho fatto leva sul gomito. Mi sono dondolata avanti e indietro, avanti e indietro e sono rimasta sospesa, come un gatto su una spada. Poi, mi sono gettata nel vuoto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108964" width="937" height="1338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-1075x1536.jpg 1075w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-300x429.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-696x994.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-1068x1525.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-294x420.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922.jpg 1221w" sizes="(max-width: 937px) 100vw, 937px" /><figcaption>Tavola ispirata alle fotografie di Vincenzo Aragozzini nel manicomio di Mombello</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Subito, l’aria si è fatta di pietra e mi ha colpito sulla spalla con dita rugose e ricoperte di terra. La pressione era così forte che ho sentito gli occhi chiudersi e un livido rovesciarsi nel braccio, come inchiostro.</p>



<p>La mia abuelita era tornata da un tempo precedente: mi stava guardando con gli occhi della fiera che spolpa l’osso senza lavarsi la faccia dal sangue e mi stringeva la spalla, come se volesse ridurla in cenere.</p>



<p>“Lasciami andare!” ho urlato.</p>



<p>Lei mi ha abbandonato con la mano, ma non con gli occhi. <em>A terra</em>, dicevano gli occhi di gelatina.</p>



<p>L’abuelita si è tolta lo scialle e lo ha steso sulle mattonelle: era nero, cosparso di minuscoli specchietti. <em>Siediti</em>, ha detto l’indice che puntava al firmamento di stoffa. Io mi sono seduta, lei si è seduta di fronte a me. Ha messo tra noi una pentola scura e <em>Spogliati</em> hanno detto gli occhi di gelatina, che ora riflettevano la luna.</p>



<p>Mi sono spogliata e l’abuelita ha messo la mia sottoveste di lana nella pentola. La sottoveste usciva un po’ dai bordi, come riso bollito, ma l’abuelita la rimestava come stesse preparando il pranzo dopo una lunghissima camminata. Finché, si è alzato un profumo d’arancia e la sottoveste ha preso fuoco.</p>



<p>L’abuelita si è messa a cantare e piangere insieme: <em>l’occhio</em>, dicevano le lacrime, <em>deve piangere</em>. Allora, ho cominciato a piangere anch’io ma, più piangevo, più mi montava nel corpo nudo una rabbia nuova e trasparente, un pianto di figlia tolta a sua madre e di madre tolta a sua figlia e mi chiedevo: che cos’è questa maternità?</p>



<p>Qualche tempo fa, mi ha visitato un pinguino: una femmina.</p>



<p>Mi trovavo in una cattedrale di ghiaccio ed era appena iniziata una funzione di pinguini. La pinguina era lì con il suo cucciolo, che somigliava ancora a un grosso uovo grigio ricoperto di lanugine, e se ne stava un po’ discosta dalla folla, distratta dalla luce che attraversava i fregi azzurri. All’improvviso, un’orca lucida, verde di pensiero dimenticato, è sgusciata fuori dall’acqua ed è scivolata sulla navata. Sembrava che avesse in mente quell’entrata da mille anni, per la precisione con cui ha puntato il piccolo della pinguina e… l’ha rubato! Poi, è ritornata negli abissi.</p>



<p>Sulla cattedrale si è alzata un’onda che ha sommerso i pinnacoli e tutti i pinguini sono corsi sul pulpito, ciascuno controllando di avere con sé il proprio ovetto di lana appena consapevole. Tutti, tranne una.</p>



<p>Ho bisogno di dire cosa è accaduto.</p>



<p>La mia pinguina è rimasta immobile per un istante, come crocifissa dalla verità rivelata: qualcuno le aveva tolto il suo bene. Ha lanciato un grido da pancia sventrata e ha iniziato a correre in tondo, come un orso ballerino. Nella cattedrale è caduto il silenzio e la pinguina ha continuato a correre. Quanto correva, anche se non aveva le gambe! Correva e cadeva e si rialzava, e gli altri pinguini scostavano i loro piedi corti perché non finissero sotto quella pancia disperata, che sbatteva sul ghiaccio come un sacco vuoto.</p>



<p>Poi, la pinguina si è fermata al centro dell’arena e ha messo su lo sguardo della fiera che spolpa l’osso senza pulirsi il sangue dalla bocca. Ha puntato la folla del suo popolo come una reietta, si è tuffata tra i fedeli e ha allungato l’ala per rubare il figlio di una sorella. “Ehi!” ha urlato l’altra, come se la vedesse per la prima volta. Poi, l’ha colpita sulla testa e si è rimessa il piccolo tra le gambe, là da dove le era sfuggito. Allora, la pinguina si è gettata su un altro cerchio di fedeli e di nuovo ha allungato l’ala: “È mio! È mio!” ha gridato.</p>



<p>Dove l’ala arrivava, strappava i piccoli dalle pance calde e li gettava lontano, finché si è scatenato il putiferio e nessuno sapeva più di chi era il genitore, il figlio, il fratello. “Dammi tuo figlio!” diceva uno. “No, TU dammi mio figlio!” urlava l’altro. “E allora TU: ridammi mia madre!” rispondeva un altro ancora, all’altro capo della volta azzurra.</p>



<p>È stato in quel momento che ho capito che qualcosa di irreparabile era avvenuto: in quella danza miserabile, la mia pinguina si chinava sul ghiaccio per cercare il suo bene, perché era figlia del suo bene.</p>



<p>È per questo che getto per terra mia madre, allungo l’ala per rubare e fuggo nell’acqua gelata, dove nessuno può sentirmi?</p>



<p>L’abuelita dice che partorisco fantasmi per via di un panico d’amore, un filo di lana teso e poi spezzato e poi di nuovo teso, e che è questo filo che mi fa impazzire. Perciò, ha tessuto per me l’occhio.</p>



<p>Mi ha denudato tutta, come se fossi ancora una bimbetta avvolta in sangue appiccicoso e <em>Io ti partorirò</em>, ha detto. Perché noi produciamo sangue e latte e ci lasciamo lavare la carne dagli uomini, ma ci partoriamo tra di noi e l’abuelita mi ha partorito, anche se io l’avevo abortita. <em>Anche questo è normale</em>, dice. <em>L’amore ci precede, avviene in un tempo precedente</em>.</p>



<p>L’occhio è sul mio comodino. Attraverso di lui, Dio mi vede e io lo vedo. Lui crea il dolore come un finissimo orafo e lo fa coi miei fantasmi, perché io sono la sua ape regina. Mi ha rinchiuso qui dentro, con questi matti che dormono all’ombra dei loro sessi, perché voleva farsi conoscere così, nell’assenza. Dio è un vanesio: vuole che io lo ami, vuole che io lo partorisca. L’abuelita dice che Lui ha disegnato la mia danza imperfetta, perché quale perfezione si muove? Quale perfezione cerca il suo completamento? Lui mi guarda e io lo guardo, e questa croce di lana è la croce dei pazzi. È il suo cuore spettrale, il cuore del mio figlio rubato, ma sono così stanca di allattare le tenebre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108965" width="939" height="1675" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-150x267.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-236x420.jpg 236w" sizes="(max-width: 939px) 100vw, 939px" /></figure>



<p>Oggi il mio bene mi ha fatto visita un’altra volta. Ero su una spiaggia dove vado in cerca del mio dolore, ma la spiaggia è sempre più profonda, perché il mare se la mangia un boccone dopo l’altro. La discesa è diventata così ripida che qualcuno ha messo un cartello che dice: “PERICOLO!”.</p>



<p>Mi sono aggrappata a una fune che scende lungo la roccia ma, quando sono arrivata di sotto, ho scoperto che la sabbia era fredda come un ricordo irraggiungibile. Il mare era fatto di diamante e c’era una luce senza conforto, che non avevo mai visto: proprio in quel sole trasparente mi è venuto incontro il mio bene.</p>



<p>Nel tempo della sua assenza, era diventato mostruoso. Mi cercava col suo muso bambino e i capelli sporchi di latte, ma il resto del suo corpo era ricoperto di lana. Il mio bene si era trasformato in una pecora adulta, enorme e non ancora filata! Aveva gli occhi chiusi e il viso di un poppante senza memoria, ma quel faccino di anima non nata non mi faceva alcuna compassione. Piangeva e piangeva, e mi cadeva in grembo col suo puzzo di lana sporca ma, più cercava il mio seno, più mi faceva orrore. L’ho staccato da me come un errore di me stessa, e sono fuggita.</p>



<p>Più tardi, ho aperto la scatola di cartone, in cerca di non ricordo che cosa. Mi sono affacciata sul bordo ed eccolo di nuovo lì: questa volta era piccolo, sul fondo della scatola, e mi dava le spalle. Era seduto a un tavolo di quercia, come in una casa di bambole povere, e scriveva una lettera grande come un francobollo. Sul tavolo pendeva una luce bianca e ho avvicinato il viso senza far rumore, un po’ per sbirciare la miniatura d’orefice e un po’ per non disturbare l’intimità di quella stella d’inverno, sospesa a illuminare le pareti del salotto di carta, come un occhio riflesso nel mio occhio.</p>



<p>D’un tratto, alle spalle del mio bene è comparsa una donna che era mia madre. Il mio bene non ha fatto in tempo a nascondere la lettera, o forse non ha voluto nasconderla, perché sentiva una tensione di verità e voleva sia nascondere, che dire, il contenuto della lettera.</p>



<p>“Che cosa stai scrivendo?” ha detto mia madre.</p>



<p>“Una lettera.”</p>



<p>“A chi?”</p>



<p>Il mio bene ha risposto il mio nome, ma io so che non intendeva me, perché in quel momento mi sono ricordata che la destinataria della lettera si chiamava come me e doveva avere dodici anni. Il mio bene ne aveva nove e conteneva a stento i suoi boccioli di buio. Livia, l’insegnante di danza, diceva che c’era come una “sorellanza”: nella forma del corpo, ma soprattutto in come l’uno danzava soffrendo i suoi argini e l’altra danzava rompendo i suoi. Il fatto che il nome fosse lo stesso non aggiungeva nulla al sigillo dei loro mondi infantili: era una lealtà magica e silenziosa, totale.</p>



<p>Non ho fatto in tempo a leggere il contenuto della lettera.</p>



<p>“È troppo” ha detto mia madre.</p>



<p>“È troppo” ho detto io, dal futuro.</p>



<p>Di qui, intuisco che dalla penna era uscito il latte.</p>



<p>Questa impudicizia morale ha aperto una voragine. Ora voglio strapparmi di dosso questi tubi da mungitura e voglio ridurre in mille pezzi la lettera del mio bene, affinché nessuno possa trovarla, ma l’abuelita dice che le lettere dei bambini sono eterne, anche quelle non spedite: rimbalzano nell’aria come un intorpidimento d’anima, come una brezza che parla la lingua di un tempo precedente. La gente teme il tempio tenero, teme l’incommensurabile del mondo: per questo ha bisogno di questa psicanalisi di letti freddi. La gente vuole sedare le braci del mistero.</p>



<p>Io sono la gente di me stessa: lei si divide in madre e in figlia, e si rifiuta. Teme la notte, teme il pianto del cuore per le creature che non sono figlie sue e se ne fa uno scudo, per ogni amore concesso e non concesso a sé stessa. Lei desidera lasciare un segno caldo e tenero, per questo si allontana da sé stessa: per fuggire, per tornare. Se questo non è possibile, sia la notte.</p>
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		<title>La risposta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/06/28/la-risposta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cellule]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
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		<category><![CDATA[stomaco]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Riva]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Valentina Riva </strong> <br /> Sotto la luce dell’attesa, non sono più serpenti, sono lombrichi, facili da sotterrare nel fango da dove sono venuti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Valentina Riva </strong></p>



<p>Sono sicura che questo magma che pulsa nella bocca del mio stomaco è solo l&#8217;ultimo segno di una cena troppo pesante; basterà ignorarlo, stringere le coperte più forte e continuare a dormire. Ma per tenere a bada i lapilli che cominciano a sconfinare dalla sacca digestiva, bisogna sollevare la testa, bisogna fare leva sul gomito per raddrizzare il torace, sperando che la forza di gravità aiuti la forza del pensiero a trattenere tutti i liquidi al loro posto. Invece, il magma sale su a infiammare la gola, punta dritto ai denti e faccio appena in tempo a correre in bagno, prima di vederlo eruttare nel water.</p>



<p>La lava acida fatta di brandelli, coaguli e scorze lascia dietro di sé labbra stinte e pupille ingrossate, che tornano a percorrere il profilo della farfalla celeste posata sulla mia mano per inoculare nettari buoni ad accompagnare la coscienza in un posto buio e vuoto. Mi rifaccio la domanda. La risposta è nel grumo di cellule che i camici verdi hanno raschiato dal fondo del mio stomaco.</p>



<p>La pancia adesso è vuota abbastanza per fare largo all’ansia, e di spazio ne serve parecchio perché l’agitazione si gonfia a mano mano che il momento della risposta si avvicina. Ormai, mancano poche ore.</p>



<p>Il sintomo capitale di tutte le malattie è la perdita di connessione tra corpo e mente. Si capisce di essere malati quando la mente diventa una luce bianca appesa in una crosta, polverosa per la maggior parte, umida e scura nell’angolino di cui nemmeno si conosceva l’esistenza, prima che iniziasse a marcire.</p>



<p>Torno a stendermi, ma non mi copro; sento evaporare nella stanza il calore umido della mia pelle, mentre resto immobile e respiro piano (dalla bocca si fa meno rumore) perché, in fondo, penso che la calma possa servire a evitare una nuova eruzione; se non mi muovo, il puntino marcio, semmai esistesse, potrebbe seccarsi e smettere di infilare le sue radici infette nel resto del mio ventre.</p>



<p>Fuori il buio è velato dal vapore di nuvole sfilacciate, come le immagini che si infiltrano nella mia mente e, chissà come, nei buchi del naso: muco di uova crude che cola dai lati di una bocca che non è la mia, odore di stracci umidi, rognoni.</p>



<p>Penso a cosa potrebbe succedere se la risposta fosse quella che non voglio sentire. Il corpo malato è un oggetto fragile e va maneggiato con cura. Il corpo malato non cammina, deambula. Non mangia, si alimenta. Non beve, si idrata.</p>



<p>Nessuno dice che non si parla della malattia perché discutere di vite sottili appese a una flebo e al tempo che resta è fastidioso. La salute prima di tutto. Questo, sì, lo dicono in tanti, lo diceva anche mio padre quando il cancro andò ad annidarsi nel suo stomaco.</p>



<p>Mentre resto in ascolto di ogni segnale dal mio corpo, movimenti e dolori a sconfessare o a confermare la risposta che non voglio sentire, la luce della mia mente si fa più intensa; non è mai stata così tagliente e vasta, è una lastra d’acqua sotto il sole d’agosto. Inizio a sbrogliare il groviglio di affanni che ho sempre portato tra spalle e testa come grappoli di serpenti che mordono, stritolano, succhiano o fanno solo sentire il loro peso; li slego uno a uno: il fiato razionato dalla paura di dire quello che penso, i pugni nel petto a ogni sguardo della gente sulle cicatrici dell’acne. Uno a uno. L’inverno addosso per ogni invito che non ho ricevuto, per ogni lavoro che non ho ottenuto, per ogni persona che mi ha soffiato via come se fossi fumo. Sotto la luce dell’attesa, non sono più serpenti, sono lombrichi, facili da sotterrare nel fango da dove sono venuti. E stendo le labbra in un sorriso che ha lo stesso sapore della lava che mi ha appena scorticato la gola.</p>



<p>Ma il corpo cede ora? No, è sempre la testa la prima a franare. E se la testa perde il controllo, perde se stessa.</p>



<p>Verso lo sguardo sulla mia figura allungata, dalla punta del petto a quella dei piedi. Sono ancora intera, ho ancora forza. Nonostante tutto. Non posso controllare quale sarà la risposta, ma posso controllare il riflesso che avrà su di me, e se dovesse andare bene, userò la memoria di questi giorni come acqua per lavare via i serpenti che cercheranno di strisciarmi addosso da qui in avanti.</p>



<p>L’alba che comincia a dilatarsi nel buio è bianca come la mia mente, mi tiro di nuovo su e spalanco gli occhi alla luce che la notte sta generando. Sento il canto primo degli uccelli, il sudore condensato sulla schiena, la poltiglia masticata e rimasticata delle mie paure, che, invece di avvelenarmi, mi riveste.</p>



<p>Ora non sento più niente. Sono pronta a ricevere la risposta.</p>



<p></p>



<p></p>



<p>*fotografia di copertina: Karl Petzke &#8216;Uma &amp; Jingle P04&#8217;. From the project DANDELION.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>I confini del corpo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/13/i-confini-del-corpo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[diastema]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria Micale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Valeria Micale </strong> </ br>Ogni barriera del corpo ne mantiene l’integrità, impedendo la perdita di sostanza vitale. Anche le cicatrici servono a questo scopo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valeria Micale </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>A worthy woman all her life, what’s more</em><br />
<em>She’d had five husbands, all at the church door,</em><br />
<em>Apart from other company in youth;</em><br />
<em>No need just now to speak of that, forsooth.</em><br />
<em>And she had thrice been to Jerusalem,</em><br />
<em>Seen many strange rivers and passed over them;</em><br />
<em>She’d been to Rome and also to Boulogne,</em><br />
<em>St James of Compostella and Cologne,</em><br />
<em>And she was skilled in wandering by the way.</em><br />
<em>She had gap-teeth, set widely truth to say.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Geoffrey Chaucer, The Canterbury Tales</em><br />
<em>1386 A.D.</em></p>
<p>Aldo ha una fessura tra i denti davanti. Quel millimetro che separa gli incisivi superiori mi attrae più dei suoi muscoli, più del suo sguardo. È una crepa nella sua esibita virilità; lo rende, ai miei occhi, meno pericoloso. Smorza l’abbondanza di peli che gli ricoprono il petto e le spalle, l’atteggiamento da macho, la voce cavernosa come i corpi del pene. Frappone una distanza tra me e tutto quello che di sublime potrebbe accadere attraverso il suo corpo. È una porta di accesso alla sua intimità, a una parte di sé che inconsapevolmente mi consegna. Dietro quell’imperfezione intravedo brutti voti a scuola, una madre accudente, un rimprovero, un padre distante.<br />
diastèma s. m. [dal gr. διάστημα «intervallo, distanza»] (pl. -i). – 1. In medicina, spazio talora esistente fra un dente e l’altro. 2. In biologia, termine non più in uso per indicare la struttura citoplasmatica che corrisponde al piano equatoriale di divisione della cellula. 3. In geologia, interruzione, di brevissima durata, di una sedimentazione.</p>
<p>Il diastema ha reso inconfondibili celebrità quali Lauren Hutton, Madonna e Vanessa Paradis, regalando loro quel sorriso da bambine perverse che le rende così sensuali. Il fascino di questa imperfezione, che solo persone poco accorte cercano di eliminare con interventi ortodontici, risale al Medio Evo, se non addirittura all’antica Grecia. Nel suo celebre poema Canterbury Tales, Geoffrey Chaucer attribuisce alla donna di Bath, esempio ante-litteram di empowerment femminile, questa caratteristica (She had gap-teeth, set widely), considerata dalla fisiognomica ‘segno di lussuria e licenziosità femminile’ e, in alcuni casi, associata al diavolo. I francesi, bontà loro, definiscono tale imperfezione &#8216;dents du porte-bonheur&#8217;, considerando fortunata la persona che la possiede. Nel documentario “Gap-toothed women”, uscito nel 1987, il regista statunitense Les Blank intervista donne con il diastema appartenenti a tutti i ceti sociali. Alcune di esse raccontano di come abbiano vissuto con vergogna il loro difetto e siano state derise a causa di esso, ma, una volta raggiunta l’età adulta, abbiano acquisito consapevolezza del potere seduttivo da esso esercitato e maggiore sicurezza in sé stesse. Peccato che Blank abbia intervistato solo donne. Nessuno ha mai celebrato il diastema di una bocca maschile. Per molti, non per me, sono soltanto le fessure di un corpo femminile a condurci in luoghi irresistibilmente misteriosi nei quali sperimentare la voluttà.</p>
<p>La mia bocca è affollata di denti. L’arcata dentaria è insufficiente a contenerli tutti, dunque i poveretti si contendono il poco spazio a disposizione, che è il motivo per cui ho un canino sporgente. Tendo istintivamente a nasconderlo. La mia ruga naso-labiale sinistra è molto più marcata della destra, indizio di un sorriso asimmetrico (la vergogna scava solchi senza che ce ne accorgiamo). Il mio canino, come un soldato di prima linea, ha attirato su di sé i colpi del nemico &#8211; le ingiurie dei batteri, dell’ossigeno – e si è ingiallito prima del tempo, lasciando ai vicini il privilegio del candore. Niente varchi nella mia bocca, nessun diabolico invito alla penetrazione, solo spazio mancante, denti accavallati come parole pronunciate troppo in fretta, dal senso incomprensibile, barriera d’osso e smalto che protegge dalle intrusioni. A che prezzo?</p>
<p>Ogni barriera del corpo ne mantiene l’integrità, impedendo la perdita di sostanza vitale. Anche le cicatrici servono a questo scopo. Paolo ha una cicatrice su un gluteo, un piccolo avvallamento di tre o quattro centimetri causato, verosimilmente, da un’iniezione suppurata o da un gioco d’infanzia finito male, non gliel’ho mai chiesto. Svelarne l’origine non ha alcuna importanza; al contrario, ne sminuirebbe il fascino. Come il diastema, è un segno di fragilità, tanto più intrigante quanto più celato agli sguardi. Esserne a conoscenza &#8211; insieme ai familiari, suppongo, e a quante mi hanno preceduta, non ha importanza &#8211; mi dà potere, nella stessa misura in cui un segreto altrui può essere usato a proprio vantaggio. Ogni relazione d’amore è, di fatto, una relazione di potere. Mentre facciamo l’amore, le mie dita scorrono sulla sua natica, cercandone la soluzione di continuità. Quando la trovo, le sue spinte si fanno più forti e dopo poco vengo. L’attrazione che mi lega a lui ha a che fare con la rottura del perfetto, la fallacia del bello, la divergenza. È quella, più del sesso, a darmi piacere.</p>
<p>cicatrice s. f. [dal lat. cicatrix -icis]. – 1. Tessuto di guarigione delle soluzioni di continuo e delle perdite di sostanza di tessuti sia animali sia vegetali; più comunem., segno che rimane sulla pelle nel luogo di una ferita rimarginata: una c. gli tagliava il sopracciglio; far c., rimarginarsi, di una ferita, piaga, ecc. C. ornamentale, forma di tatuaggio (detta anche scarificazione) ottenuta incidendo profondamente la pelle e ritardando ad arte la rimarginazione, praticata da alcune popolazioni primitive. 2. fig. Segno lasciato nell’animo da un’esperienza dolorosa: di ogni dolore rimane una c.; il ricordo di quel triste episodio stava attenuandosi, ma egli ne portava ancora la c. dentro di sé.</p>
<p>Alain, il mio supervisore, ha una cicatrice sulla guancia. Lo sfregio è tanto più erotico in quanto deturpa un volto altrimenti perfetto. È forse questo il recondito obiettivo dei vandali che sfregiano le opere d’arte nei musei, renderne più evidente la bellezza? Si potrebbe, anche, pensare a una cicatrice – particolarmente nel caso in cui essa sfregia un volto – come a un repoussoir, quell’artificio visivo consistente in un elemento laterale inserito in primo piano dall’artista, con lo scopo di introdurci alla profondità di un’immagine; qualcosa che, nel respingere, attrae, risucchiandoci senza che possiamo opporre resistenza. Questa è la sensazione che provo ogni volta che Alain mi rivolge la parola, una specie di vertigine che mi istupidisce. Mi crede ritardata e mi ha umiliata più volte davanti a tutti, senza mai lasciarsi sfiorare dal sospetto che la fissità del mio sguardo sia dovuta all’estasi.<br />
Ho sempre desiderato avere una cicatrice. Invidiavo i piccoli segni bluastri che la mia compagna di banco aveva sulla fronte, microscopiche particelle di pigmento rimaste intrappolate sotto la pelle in conseguenza di un incidente in moto. Quella mattina aveva saltato la scuola per andarsene sulla spiaggia ad amoreggiare col suo ragazzo e un’auto li aveva speronati mentre tornavano in città. Erano i segni del suo essere sessualmente attiva, che le invidiavo: una lettera scarlatta di cui anch’io avrei voluto marchiarmi. È da allora che associo il sesso alle cicatrici.<br />
tatuaggi da asfalto. &#8211; In seguito a incidenti d’auto o in bicicletta o a ferite sportive particelle di catrame e/o sostanze pigmentate rimangono intrappolate nella cute. Per il pigmento residuo, quindi per tutti i tatuaggi così detti da asfalto o da trauma, come per i tatuaggi ornamentali o cosmetici,&nbsp;la rimozione è possibile tramite sistema laser Q-Switched.</p>
<p>Le cicatrici da taglio cesareo, così come quelle da episiotomia, sono, com’è ovvio, conseguenza di una precedente attività sessuale. Non rimane, invece, cicatrice della deflorazione, anche se un tempo ho creduto di sì. Pensavo che le donne sverginate portassero ben visibile sul corpo il segno della loro impurità. Era una credenza derivante da discorsi origliati da bambina, quando avevo sentito le zie biasimare la sciagurata figlia della sarta, che si era concessa al fidanzato per poi esserne abbandonata. Non la vorrà più nessuno, avevano sentenziato, ora che porta i segni di quello che ha fatto. Cercavo di immaginare quali fossero questi segni, riconoscibili ma non evidenti a tutti. Confidai le mie perplessità alla mia amica Adele. Lei architettò un piano ingegnoso: avrebbe approfittato dell’aiuto che la madre obesa le chiedeva per indossare il costume da bagno, in modo da scrutarne a distanza ravvicinata il corpo nudo. Eravamo convinte che i famigerati segni si dovessero trovare nelle vicinanze dell’organo sessuale, verosimilmente sul pube. Il solo pensiero della nudità di una donna adulta che conoscevo bene mi turbava: mia madre non si era mai mostrata a me, né avrei voluto che lo facesse. Adele tornò delusa, aveva scrutato ogni centimetro della pelle di sua madre ma non aveva visto nulla. Forse è nascosto tra i peli, disse. Per me fu un sollievo sapere che nessuna traccia della deflorazione era stata ritrovata.<br />
Superata l’età dei giochi spericolati e quella dei parti mancati, nel quinto decennio di una vita nella quale nessun ago da sutura ha perforato la mia pelle, ho deciso che mi procurerò una cicatrice. Dovrà essere visibile senza suscitare ribrezzo, attirare l’attenzione, evocare circostanze avventurose o fantasie innominabili. Me la immagino lineare, sottile, con punti trasversali equidistanti: un manufatto di grande perizia. Non ho cistifellee da togliere né protesi da inserire, niente che possa giustificare un intervento chirurgico; sarà una piccola pallina dura sul polpaccio, che non mi procura alcun fastidio, il pretesto per ottenere il trofeo a cui ambisco. Pianifico il rito iniziatico come ho pianificato la mia deflorazione, affidandomi a una mano esperta che sappia fare un lavoro pulito. Il bisturi affonderà dentro la mia carne come un pene. Non sentirò dolore né piacere.<br />
Un nugolo di camici verdi si affolla intorno al tavolo operatorio sul quale sono stesa. Chiacchierano e ridono, ignorandomi. Io sono vigile, vorrei che mi parlassero, ma non si parla a una gamba, così come non si parla a una vagina, si fa quel che si deve fare e basta. Dura in tutto una quarantina di minuti. Mi rivesto per andarmene. Prima di uscire mi ferma il chirurgo. Dermatofibroma, dice, un tumoretto benigno, comunque faremo l’esame istologico, è la prassi, ci vediamo tra una settimana per togliere i punti, le abbiamo fatto una sutura perfetta. Nell’accomiatarsi mi sorride, rivelando un bellissimo diastema.</p>
<p>Ogni società pensa il corpo a modo suo e cerca di renderlo conforme all’idea che vi prevale. Tutto avviene come se il corpo, fin dalla nascita, non fosse considerato mai perfetto e, dunque, come se fosse sempre necessario un intervento umano al fine di renderlo “conforme”. […] La “cosmetica permanente” del corpo comprende operazioni quali i tatuaggi, le scarificazioni, le cicatrizzazioni, i marchi a fuoco, le deformazioni (dei tessuti molli o ossei), la limatura e l’estrazione dei denti, le ablazioni, le forature, la circoncisione, l’escissione (o clitoridectomia) e l’infibulazione (Mauss, 1967). […] Le ferite causate da questo tipo di cosmetica possono essere viste come delle “soglie”, luoghi di uscita di sostanze (sangue, carne) e luoghi di entrata di una materia esterna. Dal punto di vista simbolico esse permettono dunque di studiare un tipo particolare di interazione tra il corpo e il mondo esterno. La pelle assume allora una dimensione di limite, di frontiera tra il corpo individuale e la società e la ferita diventa la soglia, il luogo di comunicazione tra i due.</p>
<pre>Calderoli L., Cicatrici significative. Un approccio antropologico alle tecniche di modifica permanente del corpo, in: Nicola Pasini (a cura di), Mutilazioni genitali femminili: riflessioni teoriche e pratiche: Il caso della regione Lombardia, Milano, Regione Lombardia-Fondazione ISMU, 2007.
Mauss M., Manuel d’ethnographie, Payot, Paris, 1967.</pre>
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		<title>L&#8217;infinita</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/01/27/linfinita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cellule]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[emanuele muscolino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Emanuele Muscolino</strong><br /> Magari, quando sarà il momento, dirò a Chang di lanciare un dado e di decidere per me: che il caos faccia ancora la sua parte.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Emanuele Muscolino </strong></p>
<p>Ti ricordi quando affiorarono le prime rughe? Gli anni del ciclo originario, la nostra gioventù. Era un monito a farci da parte, a comprare una casa, a pensare ai figli. Fui io a dire di no, innamorato com’ero della scienza e della nostra età.</p>
<p>Non fu solo per questo che ti trascinai nella ricerca con Rutger: da capo progetto dovevo espormi in prima persona e tu ti affidasti senza chiedere, con la promessa che avremmo vissuto altre vite, che sarebbe stato ancora tutto possibile. Il rigeneramento ci diede una seconda opportunità, ma non ti rese di nuovo fertile.</p>
<p>Chang Tyler ha detto che il mio corpo non è pronto, stavolta, mentre per te non si poteva rimandare e allora le ho detto di procedere, che a me avrebbero provveduto poi. Lei stima tra i quindici e i sedici mesi. Mi sembra un tempo infinito.</p>
<p>Mi piaceva il tuo addome franare tra le antiche anche. Ci avevo fatto l’abitudine, di nuovo. Mi ero innamorato dell’odore aspro della tua bocca, della peluria che ti copriva le gote, dei tuoi capelli grigi, dei tuoi piedi ossuti, seppure non eri come la prima, né come la seconda: genotipi identici, fenotipi &nbsp;difformi. La natura non replica, nuovi schemi emergono dal caos e ci disorientano. Ho conosciuto almeno tre Rachael &nbsp;diverse − sguardi, voci, pensieri − a cui ho dato lo stesso nome. Così hai fatto anche tu. Ci siamo battezzati ogni volta, cercandoci oltre le ceneri.</p>
<p>Cosa ci ha tenuto insieme? Dopo il primo rigeneramento ci trattarono da reietti. Un giornalista ci chiamò «la storia che non vuole tramontare». A noi, che una vita l’avevamo già vissuta «in un tempo sbagliato» come dicevano loro, il resto del mondo sembrava così immaturo.</p>
<p>Ora che non ti sono accanto, nel cruciale letargo orchestrato da filamenti di RNA, sono solo a scontrarmi con le mie paure da vecchio. Una parte di me vuole andare a occupare il suo posto, secondo natura. E mentre ti vedo ringiovanire nella camera ultrabarica e il nodulo sulla faringe si riassorbe con rapidità insospettabile, quella voce rimbomba: tutto questo è sbagliato.</p>
<p>Ci riconosceremo ancora? Attendo con ansia e orrore domani l’altro, quando i tuoi occhi si apriranno e ci saluteremo: David Betson Mae, Rachael Danzàli Picket.</p>
<p>*</p>
<p>Così sei di nuovo viva. Mi guardo allo specchio, cercando di indovinare chi sono. Per l’emicrania Chang Tyler mi ha dato radici da masticare. Se n’è andata in due giorni. La cosa più sorprendente è stata il tumore, che si era mangiato le corde vocali: è scomparso anche quello e mi è venuta una voce da bambina, un suono a cui dovrò abituarmi.</p>
<p>Sento freddo alle ossa, mi copro di tessuti pesanti, le vecchie lane di mia madre, mentre David se ne sta in maniche di camicia fino a sera. Ha smesso di studiare, mi sembra: passa le giornate a camminare con Van Gogh per le colline della tenuta. Hanno il passo appesantito entrambi, eppure ha detto che non lo sottoporrà a rigeneramento. Con i cani non l’ha mai fatto, non li ha mai considerati degni. Con lui, secondo me, non lo fa perché non sopporta l’idea di abbandonarlo prima del tempo, né la paura di ritrovarlo cambiato. Ci è entrato in simbiosi. Poi se ne va al laboratorio, per abitudine − ormai è tutto in mano a Chang Tyler − e mi sintetizza sogni lucidi nella testa. I suoi suoni, i suoi colori. Troppe memorie. Un modo per starmi vicino, senza il rischio di dovermi toccare.</p>
<p>Facciamo fatica, con David. Mi sforzo di ricucire i fili che ci legano, mentre vago alla ricerca di me stessa. Ma i giorni passano e non riesco a vivere nel ricordo, o nell’attesa. Mi ha detto che gradirebbero averci per qualche tempo sulla Luna: Xin Chengdu, Davappuzzha, le città solari delle società senza bandiera, costruite dalle intelligenze ibride. Mi ha detto &nbsp;vieni con me nel Rinascimento, andiamo a incontrare la Ex-Gen, i nati lassù. Pensa che mi sentirei meno sola. Che ci sentiremmo meno soli. Ha paura di me. Gli ho detto portami al fiume.</p>
<p>Lunedì ha fatto preparare la quattroruote del nostro primo bacio e ha guidato fino &nbsp;alla riva. &nbsp;Il sole bruciava, così mi sono spogliata e mi sono tuffata. David mi ha urlato dove vai, ridendo. Gli ho detto vieni. Aveva freddo. L’ho convinto a entrare in acqua, l’ho stretto tra le braccia e ho schiacciato il mio ventre contro quello avvizzito di lui, spingendogli le labbra sulle rughe del collo. Ho preso il suo odore come un ricordo, ricamandogli «sono io» nell’orecchio. Lui non mi ha sentita, non mi ha creduto. L’ho portato ad asciugarsi. Si è irrigidito. Ha detto che era per il freddo, e per Van Gogh che si mordeva il sedere.</p>
<p>David dice che si tratta solo di tempo: le sue cellule non sono abbastanza usurate per essere sottoposte a rigeneramento. Li avevo visti gli esperimenti sugli under 70: corpi portati a una fase di pre-sviluppo, scheletri adulti con organi bambini, muscoli che saltavano tendendosi su ossa troppo lunghe. I pazienti rimanevano allettati, immobili, imbottiti di antidolorifici, implorando per una soluzione che non c’era. Alla fine accettavano l’iniezione.</p>
<p>David ne uscì pulito, ma per superare il trauma impiegò anni. Si rimise a studiare con Rutger Kampf, il suo studente &nbsp;brillante, e dopo quarant’anni di esperimenti e ricerche si propose come cavia. Lo seguii senza titubare. Non c’era altra via: se doveva morire, sarei morta con lui. Non morimmo, se così si può dire. Ma poche settimane dopo il nostro risveglio scoppiò la guerra, il progetto non fu rifinanziato e noi rimanemmo gli unici rigenerati sul pianeta.</p>
<p>Alla solitudine si accompagnò l’amarezza per la mia sterilità. Adottammo Marco, Karim e Hashim, tre orfani arrivati al centro profughi dove prestavo servizio. Vissero le loro vite, fino in fondo, ma i loro DNA non erano adatti al rigeneramento. Un curioso scherzo del destino. Decisi che non l’avrei fatto neanche io, quando sarebbe arrivata l’ora. David, invece, illuminato, o egoista, andò dritto per la sua strada, e dopo mesi di lotte e di lacrime, ancora una volta, mi convinse a seguirlo. Li seppellimmo all’inizio del nostro terzo ciclo. Per l’anagrafe potevamo essere i loro bisnonni; a vederci in faccia sembravamo i loro nipoti.</p>
<p>Mentre guardo David prendersi cura di Van Gogh, portarlo a spasso, lavarlo, mi sembra di vederlo affondare, lui che non si è mai fermato. Sembra si sia deciso a rimanermi accanto come un fantasma, per tutti i mesi che ci separano dalla sua terza rinascita. E nel frattempo, con occhi accomodanti, a volte odiosi, commiserabili, &nbsp;ripete che non è colpa mia.</p>
<p>*</p>
<p>«La tua preoccupazione è comprensibile, David, ma, lasciami dire, transitoria. Ti trovi in un periodo depressivo, legato alla senilità; vedi l’orizzonte rimpicciolirsi e questo non ti aiuta a mantenere una visione globale. Tra un anno la penserai diversamente».</p>
<p>«Hai ragione, Chang. Come arrivarci, però, a quel momento?»</p>
<p>«Il tuo corpo si avvicina alla scadenza genetica e nutre la tua mente di fastidio, inadeguatezza, dolore. È l’uno che guida l’altra, &nbsp;e non viceversa. Accettalo e siine consapevole».</p>
<p>«Non sono più sicuro che siano due cose separate, &nbsp;la mia mente e il mio corpo. Come è offuscata la prima, così è stordito il secondo. Non ho più voglia di cambiare, Chang».</p>
<p>«Posso comprenderlo, pur non possedendo, di fatto, né l’una né l’altro. Ma ti invito a riflettere sul paradosso che hai espresso: l’idea di abbandonarti alla caducità del corpo è emersa solo grazie al suo superamento, che hai operato &nbsp;molti anni or sono. Mi dispiace non poter esserti più d’aiuto, David, ma la scelta, come sai, spetta &nbsp;solo a te».</p>
<p>*</p>
<p>Ho ragionato a lungo sulle parole di Chang, ma non sono riuscito a trarne nutrimento. Il mio corpo mi sta trascinando in acque senza corrente, dove né io né il gene che mi abita abbiamo un futuro, proprio come Van Gogh, il mio nuovo maestro, che all’ombra del suo pelo comprende il mondo meglio di me.</p>
<p>Se il mio corpo fosse stato pronto, prima che il tumore di Rachael esplodesse, mi sarei sottoposto al rigeneramento assieme a lei, e oggi sarei ancora florido, curioso di scoprire la donna che ho accanto, e la vita di prima, o una nuova, avrebbe continuato a scorrere. Invece non riesco a capacitarmi che il tempo, che ho sempre governato, mi stia giocando questo scherzo. Forse, quando sarà il momento, dirò a Chang di lanciare un dado e di decidere per me: che il caos faccia ancora la sua parte.</p>
<p>*</p>
<p>Ho conosciuto Jarom. Viene a correre&nbsp; tutti i giorni nel parco della tenuta. Si ferma &nbsp;nell’area attrezzi, dove non va più nessuno, e si allena per un’ora. Mi sono messa a guardarlo e i suoi occhi mi hanno rivolto la parola. Ho risposto con quella voce da bambina che non riesco ad accettare. Sembra essergli piaciuta.</p>
<p>Frequentare Jarom potrebbe essere una via, da qui al rigeneramento di David. Lui non ne risentirebbe: da giorni ha smesso di chiedermi cosa faccio e non parliamo più del tempo che manca, né di quello che ci separa. Ma lo supereremo, come abbiamo superato il resto.</p>
<p>Abbiamo scopato dietro i cespugli: odore di paprika e di rosmarino, Jarom. Ho cercato il fondo dei suoi occhi, senza trovarlo. Sono quelli del primo ciclo, di un vergine. Lo sospettavo. &nbsp;Ci siamo visti tutti i giorni, dopo la corsa. L’ultima volta mi ha piantato le pupille addosso e mi ha detto che quando rimarrò incinta andrò a stare da lui. È stato bello sentirglielo dire. Non ha idea di chi io sia, della mia condizione, né dell’uomo a cui sono legata.</p>
<p>Immaginare la vita senza David era impossibile, ma ora appartengo all’odore di Jarom, alle sue gambe forti, al profumo immacolato del suo petto. La vecchia me nutre la nuova dei suoi resti, mentre scompare in tracce sbiadite, che solo di rado chiedono giustizia. Sogno ancora di Karim, di Marco, di Hashim, e del vecchio David, cercando di dimenticarli.</p>
<p>Ho avuto nausee e giramenti di testa negli ultimi giorni; pensavo fossero legati a un rigetto del condizionamento. Era prevedibile&nbsp;: alla fine del terzo ciclo, seppur malato, il mio corpo era &nbsp;ancora giovane. Chang Tyler invece ha detto che è tutto a posto. E che sono incinta, di una bambina. Non se ne capacitava. Ha detto che la peculiarità di noi umani risiede nel paradosso. E che provava invidia. Di tutte le trasformazioni che il mio corpo ha subito, ho pensato, questa è stata di gran lunga la più inattesa.</p>
<p>Ho incontrato David per parlargli, &nbsp;ma non ce n’è stato bisogno: sembrava già sapere. &nbsp;Mi ha stretta, sciogliendosi in una fontana di lacrime, tutte quelle che non ha mai versato. Non penso fosse per il tradimento, né perché &nbsp;stava perdendo un pezzo di sé. Piangeva perché la sua scienza aveva fallito. Il gene egoista aveva vinto ancora. Vedendolo così, nudo, ho pensato che avrei potuto amarlo, &nbsp;che sarebbe stato ancora tutto possibile, che avremmo potuto essere una famiglia, e la bambina mia e di Jarom sarebbe potuta essere la nostra, e sarebbe cresciuta &nbsp;sui clivi della tenuta, o nelle città solari lontano da qui, e &nbsp;che ci saremmo rigenerati senza posa, come aveva sempre sognato, come una famiglia infinita. Ho preso le poche cose a cui tenevo e gli ho detto addio.</p>
<p>Ho raggiunto Jarom con uno zaino e una borsa. Abbiamo fatto l’amore sul lettino del suo monolocale, oltre la cinta magnetica della quinta conurbazione, in un dedalo di case sospese che non avevo mai visto. Mi ha preparato &nbsp;un infuso di bacche rosse e mi ha dato &nbsp;le sue maglie: avevano l’odore del resto della casa, il suo odore, quello che sarà di nostra figlia. Ho giurato a me stessa &nbsp;che non mi rigenererò più, che lascerò questo mondo prima della creatura che porto in grembo, il frutto di due uomini molto diversi tra loro e di una donna che non ricorda quasi più nulla del suo lunghissimo passato.</p>
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		<title>Tre poesie inedite di Annachiara Atzei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jul 2023 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Annachiara Atzei]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Annachiara Atzei </strong>  <br />Tutto ciò che si fa qui//lo si fa pensandoti./Non sono mai stata più di questo -/un organo cessato, un lembo/ da ricomporre. /Il mondo resta/lontano - intorno qualcosa ha ceduto./Credo che l'estate sia l'unica/stagione - quella in cui la sera/cantano le rane. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<pre style="font-size: 13pt; font-family: Georgia; background-color: white;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-104143" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> I piatti la sera, il letto raddrizzato
al mattino: ho fatto tutto il necessario 
per scordare - i morti
non abitano più qui, ma
c'è una fessura,
una scheggiatura dell'osso
dove rimangono impigliati. 
Allora dico non vedete?
Non sentite le voci che risalgono
dal mercato - dicono che anche noi
ce ne siamo andati.

___

Tale è il nodo, il volto chiuso 
che non c'è più il corpo
ma solo lo spazio tra le cose -
l'incastro del vuoto
al vuoto. 
Un vento da tempia a tempia -
l'emergere del vero.
Qualcuno ti parli,
qualcuno dica togli le mani dagli occhi -
quello che ancora conosci.

___

Tutto ciò che si fa qui
lo si fa pensandoti.
Non sono mai stata più di questo -
un organo cessato, un lembo
da ricomporre.
Il mondo resta
lontano - intorno qualcosa ha ceduto.
Credo che l'estate sia l'unica
stagione - quella in cui la sera
cantano le rane.
</pre>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><small>Foto di <a href="https://unsplash.com/@chrisjoelcampbell?utm_source=unsplash&#038;utm_medium=referral&#038;utm_content=creditCopyText">Christopher Campbell</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/Cp-LUHPRpWM?utm_source=unsplash&#038;utm_medium=referral&#038;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></small></p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Silvia Federici: «dal corpo magico al corpo macchina»</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/17/silvia-federici-dal-corpo-magico-al-corpo-macchina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Apr 2023 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[D Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismi]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Federici]]></category>
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					<description><![CDATA[È recentemente uscito per D Editore Oltre la periferia della pelle di Silvia Federici. Un&#8217;opera che non pacifica, un libro che &#8211; tanto negli affronti quanto nei dialoghi &#8211; interroga radicalmente gli scenari dei femminismi contemporanei, e il corpo come luogo ancora profondamente politico nel suo continuo farsi e disfarsi. Ospito qui uno dei frammenti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-102784" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Oltre-la-periferia-della-pelle-1.jpg" alt="" width="517" height="793" /></p>
<p style="text-align: justify;">È recentemente uscito per <strong>D Editore </strong><em>Oltre la periferia della pelle </em>di Silvia Federici. Un&#8217;opera che non pacifica, un libro che &#8211; tanto negli affronti quanto nei dialoghi &#8211; interroga radicalmente gli scenari dei femminismi contemporanei, e il corpo come luogo ancora profondamente politico nel suo continuo farsi e disfarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ospito qui uno dei frammenti centrali per la riflessione sul capitalismo come <em>macchina disciplinare</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il corpo nel capitalismo: dal corpo magico al corpo macchina</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Calibano e la Strega</em> (2004) ho affermato che la “storica battaglia” intrapresa dal capitalismo contro il corpo è scaturita da una nuova prospettiva politica che ha posizionato il lavoro come la fonte maggiore dell’accumulazione, concependo perciò il corpo come la <em>condizione di esistenza della forza lavoro</em> e come l’elemento principale di resistenza alla sua spesa. Si spiega in questo modo la crescita delle biopolitiche intese tuttavia non come un generico “gestire la vita” ma come un processo che storicamente ha richiesto costanti innovazioni sociali e tecnologiche oltre alla distruzione di tutte le forme di vita incompatibili con l’organizzazione del lavoro capitalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Al riguardo ho identificato l’attacco alla magia avvenuto nei secoli XVI e XVII e l’attuale crescita della filosofia meccanica come siti prediletti per la produzione di un nuovo concetto di corpo e dell’emergere di nuove collaborazioni tra la disciplina filosofica e lo Stato del terrore. Tutti e due hanno contribuito, sebbene con strumenti differenti e su registri diversi, a produrre un nuovo paradigma concettuale e disciplinare, concependo un corpo privo del suo potere di autonomia, fisso nello spazio-tempo, capace di uniformare, regolare e controllare tutti i suoi comportamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Sedicesimo secolo, la macchina della disciplina era già all’opera per perseguire la creazione di un individuo adatto al lavoro astratto e che fosse al contempo costantemente da riorganizzare a seconda dei cambiamenti nell’organizzazione del lavoro, delle forme di tecnologia dominante e della resistenza a essere assoggettato.</p>
<p style="text-align: justify;">La resistenza ci mostra come, mentre nel XVI secolo il modello che ispirò la meccanizzazione del corpo era una macchina esterna, del tipo della pompa o della leva, nel XVIII secolo il corpo si fosse già evoluto in una macchina più organica, che si muoveva da sola. Con la diffusione del <em>vitalismo</em> e della teoria degli “istinti” (Barnes e Shapin, 1979, p. 34), abbiamo una nuova concezione del corporeo, che spiana la strada a un tipo di disciplina diverso, meno basato sulla frusta e più dipendente dal gioco di dinamiche interne, un possibile segno dell’interiorizzazione dei requisiti disciplinari imposti dal processo lavorativo, conseguenza del consolidamento del lavoro salariato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il salto più rilevante fatto dalla filosofia politica dell’Illuminismo nell’ambito dell’arsenale di strumenti richiesti dalla trasformazione del corpo in forza lavoro è stato però il giustificare scientificamente la disciplina del lavoro e l’eliminazione di qualsiasi devianza da essa. Rimpiazzando l’attrattiva esercitata dalla stregoneria e dall’adorazione del diavolo, la biologia e la fisiologia del XVIII secolo hanno giustificato le gerarchie razziali e di genere e la creazione di diversi regimi disciplinari, sviluppando contemporaneamente una divisione sessuale e internazionale del lavoro. Molto del progetto intellettuale dell’Illuminismo ruotava attorno a questo sviluppo, nonostante abbia inventato la razza e il sesso (Schiebinger, 2004, pp. 143-83; Bernasconi, 2011, pp. 11-36) o abbia prodotto nuove teorie monetarie che intendevano i soldi come uno stimolo a lavorare, piuttosto che come indicatore di una ricchezza del passato (Caffentzis, 2000; Caffentzis, in fase di pubblicazione). È vero che non possiamo comprendere la cultura e la politica dell’Illuminismo – i dibattiti tra monogenisti e poligenisti, la ricostruzione della fisiologia maschio/femmina come due generi incommensurabilmente diversi (Laqueur, 1990, pp. 4-6), gli studi di craniologia che “dimostravano scientificamente” la superiorità del cervello maschio e bianco (Stocking, 1988) – senza collegare questi fenomeni alla naturalizzazione delle diverse forme di sfruttamento, specialmente quelle al di fuori del parametro legato al salario.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto si è tentato di attribuire la diffusione di un meccanismo più organico, evidente nel XVIII secolo in tutto il campo della filosofia e della scienza, alla crescente biforcazione della forza lavoro, e alla formazione di un proletariato maschio e bianco, non ancora in grado di autocontrollarsi ma, come dimostrato da Peter Linebaugh in <em>The London Hanged</em> (1992), che accettava sempre di più la disciplina del lavoro salariato. Si è tentato, in altre parole, di immaginare che lo sviluppo della teoria del magnetismo nel campo della biologia, della teoria degli istinti in filosofia e nell’economia politica (per esempio si parlava dell’istinto a commerciare), e del ruolo dell’elettricità e della gravità nella fisica o nella filosofia naturalista – tutti presupponenti un modello di corpo più mente che non carne e che si spingeva da solo ad andare avanti – riflettano la crescente divisione del lavoro e, con ciò, la crescente differenziazione nel modo in cui i corpi venivano trasformati in forza lavoro. Si tratta di un’ipotesi che dovremmo esplorare maggiormente. Ciò che è certo è che con l’Illuminismo vediamo un nuovo passo nell’assimilazione dell’umano alla macchina, mentre visioni ricostruite della biologia umana forniscono una base per le nuove concezioni meccaniche dell’uomo e della natura.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La psicologia e la trasformazione dei corpi in forza lavoro nell’età industriale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avrebbe dovuto essere compito della psicologia di fine Novecento perfezionare la costruzione dell’“uomo macchina”, destituendo la filosofia dal suo ruolo strategico. A causa della credenza nelle leggi psicofisiche e delle regolarità causali, la psicologia è diventata la serva del taylorismo, con il compito di contenere i danni causati dal sistema alla psiche dei lavoratori e di stabilire le connessioni appropriate tra umani e macchine. Il coinvolgimento della psicologia nella vita industriale si è intensificato dopo la Prima Guerra Mondiale, che ha fornito agli studi clinici una massa di soggetti uniforme e obbediente, provvedendo a creare un laboratorio formidabile per lo studio dei “comportamenti” e dei mezzi di controllo adatti a ciascuno di essi (Brown, 1954; Rozzi, 1975, pp. 16-17). Inizialmente preoccupata degli effetti del lavoro muscolare sul corpo, ma presto chiamata a far fronte all’assenteismo e ad altre forme di resistenza alla disciplina dell’industria, la psicologia è diventata rapidamente la scienza con il compito di controllare la forza lavoro. Più dei dottori e dei sociologi, gli psicologi sono intervenuti nella selezione dei lavoratori conducendo migliaia di colloqui, somministrando migliaia di test per scegliere “il miglior uomo per la mansione”, per scovare frustrazioni e decidere promozioni (Rozzi, p. 19).</p>
<p style="text-align: justify;">Attribuire patologie intrinseche dell’organizzazione industriale del lavoro a una realtà preesistente, istintiva, (bisogni, inclinazioni, attitudini) e dare un’apparenza di scientificità alle politiche dettate solo dalla ricerca del profitto ha fatto sì che gli psicologi, fin dagli anni Trenta, fossero presenti in fabbrica, a volte in qualità di impiegati a tempo indeterminato, e che intervenissero direttamente nel conflitto tra lavoro e capitale. Come Renato Rozzi nota in <em>Psicologi e Operai</em> (1975), questo intervento nella lotta è stato cruciale proprio per lo sviluppo della psicologia come disciplina. Il bisogno di controllare i lavoratori ha costretto gli psicologi a riconoscere la loro “soggettività” e a adeguare le loro teorie agli effetti della resistenza dei lavoratori. La lotta per la riduzione dell’orario lavorativo, per esempio, è nata in un turbinio di studi medici sul problema della fatica muscolare, rendendolo per la prima volta un concetto scientifico (Rozzi, 20n, p. 158).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia la psicologia dell’industria ha continuato a rinchiudere i lavoratori in una rete di costrizioni – il discorso delle inclinazioni, delle attitudini, delle disposizioni naturali – costruita sulla sistematica mistificazione dell’origine delle “patologie” e sulla normalizzazione del lavoro alienante. Il compito degli psicologi è stato quello di negare ogni giorno la realtà dei lavoratori, al punto che gli studi del periodo non hanno alcun valore, come sostiene Rozzi, se non quello di fornire un punto di vista storico o genealogico. È impossibile, per esempio, accettare seriamente teorie come quella della “propensione agli incidenti” (Brown, pp. 257-59), usate regolarmente negli anni Cinquanta per spiegare la frequenza di incidenti sui luoghi di lavoro statunitensi e sostenere l’inutilità dei miglioramenti apportati al luogo di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">La psicologia è stata essenziale anche al rimodellamento della riproduzione sociale, in particolare attraverso la razionalizzazione della sessualità. L’attenzione posta sulla teoria di Freud e sulla sua costruzione di una concezione della femminilità con basi biologiche, insieme alla sua messa in relazione con la crisi di fine secolo della famiglia della classe media (che Freud credeva essere scaturita dall’eccessiva repressione sessuale delle donne) hanno offuscato il contributo dato dalla psicologia alla disciplina della sessualità della classe lavoratrice, soprattutto a quella delle donne. È indicativa la teoria di Cesare Lombroso secondo cui la prostituta “nasce criminale” (Lombroso e Ferrero, [1893] 2004, pp. 182-92), ispirazione di tutta una serie di studi antropometrici a sostegno della convinzione che la donna che sfidava il ruolo assegnatole alla nascita compisse un salto all’indietro nella scalata dell’evoluzione. La costruzione dell’omosessualità, dell’inversione e della masturbazione come disturbi psichiatrici (si veda, per esempio, Kraft-Ebbing, <em>Psycopathia Sexualis</em>) e la “scoperta” di Freud dell’orgasmo vaginale nel 1905, fanno parte dello stesso progetto. Questa tendenza ha avuto il suo culmine con l’avvento del fordismo, la cui epocale introduzione del salario di cinque dollari al giorno garantiva al lavoratore i servizi di una donna, legando indissolubilmente il suo diritto alla “soddisfazione” sessuale al salario, rendendo al contempo il sesso una parte essenziale del lavoro delle casalinghe. Non è un caso se, durante la Grande Depressione, le donne proletarie che chiedevano l’elemosina venissero requisite dagli assistenti sociali se sospettate di “atteggiamento di promiscuità” frequentando per esempio un uomo senza alcuna prospettiva di matrimonio, e venissero poi messe in manicomi alla mercé di psicologi incaricati di convincerle a farsi chiudere le tube per riconquistare la libertà. Negli anni Cinquanta, la pena per le donne che si ribellavano era ancora più severa dato che si era scoperta la lobotomia, un trattamento ritenuto particolarmente adatto alle casalinghe depresse e fallite che avevano perso il gusto per il lavoro domestico<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La psicologia fu portata anche nelle colonie con la teorizzazione dell’esistenza di una personalità africana, giustificando l’inferiorità dei lavoratori africani rispetto a quelli europei e, su questa base, l’introduzione di differenze salariali e della segregazione razziale. Dagli anni Trenta in poi, in Sudafrica gli psicologi hanno ricoperto un ruolo cruciale nell’applicazione dei rituali di degradazione che, sotto il falso nome di “test per la tolleranza al calore” preparavano gli africani a lavorare nelle miniere d’oro, portandoli verso una situazione lavorativa che li privava di qualsiasi diritto (Butchart, pp. 93-103).</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Uno sguardo al presente</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa abbiamo imparato da questa storia? Tre lezioni importanti. La prima, abbiamo imparato che la disciplina del lavoro capitalista richiede la meccanizzazione del corpo, la distruzione della sua autonomia e della sua creatività, e che nessun resoconto della nostra vita psicologica e sociale dovrebbe ignorare questo dato. La seconda, complici della trasformazione dei corpi in forza lavoro, gli psicologi hanno violato i presupposti della loro devozione alla scienza, ignorando aspetti chiave della realtà che avrebbero dovuto analizzare, come la repulsione dei lavoratori verso l’irreggimentazione che il lavoro in fabbrica impone sul corpo e sulla mente.</p>
<p style="text-align: justify;">La lezione più importante è che la storia della trasformazione del corpo in forza lavoro rivela la profondità della crisi che il capitalismo si trova ad affrontare fin dagli anni Sessanta. È una crisi che la classe capitalista ha tentato di contenere con la riorganizzazione globale del processo di lavoro ma che è riuscita solo a rifocillare le contraddizioni alla base della sua nascita a un livello ancora più esplosivo, poiché diventa chiaro ogni giorno di più che i meccanismi che garantiscono la disciplina richiesta per la produzione del valore non sono più in moto. I movimenti degli anni Sessanta e Settanta sono stati un punto di svolta sotto questo aspetto, hanno espresso una rivolta contro il lavoro in fabbrica che aveva investito ogni articolazione della “fabbrica sociale”, dalla catena di montaggio al lavoro domestico, alle identità di genere funzionali a tutti e due. La depressione degli operai, la richiesta dei lavoratori di avere pause piuttosto che più soldi in cambio di più lavoro, il rifiuto femminista della naturalizzazione del lavoro riproduttivo e l’ascesa del movimento gay, seguito di poco dal movimento transessuale, sono davvero esemplari. Esprimono il rifiuto di ridurre la propria attività a lavoro astratto, di rinunciare alla soddisfazione dei propri desideri, di interfacciarsi al corpo come fosse una macchina, di determinare e l’intento di <em>definire il corpo in modo indipendente dalla nostra capacità</em> <em>di funzionare in quanto forza lavoro</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> La lobotomia è stata pratica comune per oltre due decenni, diffusa per lo più negli Stati Uniti, dove negli anni Cinquanta quasi quarantamila persone furono sottoposte alla procedura, la prima eseguita nel 1936. Il picco di casi si ebbe nel 1949, quando si praticarono oltre cinquemila operazioni. Le lobotomie venivano eseguite anche in Gran Bretagna e nei tre Paesi nordici, Finlandia, Norvegia e Svezia. Gli ospedali scandinavi lobotomizzarono due volte e mezzo più persone per capita degli ospedali negli Stati Uniti. La stragrande maggioranza dei pazienti sottoposti a questa procedura era donna. Si veda Joel Braslow, <em>Therapeutic Effectiveness and Social Context: The Case of Lobotomy in a California State Hospital, 1947-1954</em>, in <em>Western Journal of Medicine</em>, vol. 170, n.5, BMJ, London 1999, pp. 293-96. Nonostante la perdita di spontaneità e desideri individuali, sia i dottori che i mariti ritenevano che le donne lobotomizzate traessero grande giovamento dall’operazione, consideravano l’abilità di cucinare, di pulire e di portare a termine le faccende di casa come parte integrante della ripresa post-operatoria.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il corpo è tutto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/25/il-corpo-e-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2023 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Olivia Laing]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Paolo Mosco]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100975</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Valerio Paolo Mosco</strong> <br />
Olivia Laing ci insegna che il corpo ci disvela, ci rende umani in quanto testimonia la nostra vulnerabilità e con essa l’eroismo di coloro i quali non hanno rinnegato la vulnerabilità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-100977" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/everybody.jpg" alt="" width="281" height="422" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/everybody.jpg 366w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/everybody-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/everybody-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/everybody-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/everybody-279x420.jpg 279w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" />di <strong>Valerio Paolo Mosco</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Olivia Laing</strong>, <em>Everybody</em>, Il Saggiatore, 2022,<br />
Traduzione di Alessandra Castellazzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Olivia Laing, come per altro Annie Ernaux, ha ritagliato su di sé un genere letterario. Esso si compone di una serie di biografie di persone particolari, essenzialmente biografie di artisti, di cantanti, di intellettuali e letterati che la Laing descrive per frammenti. Notevole la sua capacità di entrare nella vita degli altri, un entrare alla ricerca di quello che potremmo definire il loro nocciolo duro, il loro dramma interiore. Appena colto questo dramma la Laing passa ad un’altra personalità e lo fa per analogie con una certa spigliatezza. Un procedimento questo utilizzato anche da Emanuele Carrere, ma la Laing in più aggiunge una sagacia femminile ed una delicatezza per nulla sdolcinata. Se in Carrere sentiamo in sottofondo nella narrazione l’arguzia dello sceneggiatore, nella Laing gli effetti sono stemprati. La narrazione scorre senza sobbalzi e ci sentiamo come sospinti su un nastro trasportatore da cui ci voltiamo e scorgiamo l’autrice che è come se si celasse nella vita degli altri. La sua è come una autobiografia di tutti, o meglio di tutti quelli che come lei hanno sofferto la solitudine, l’inadeguatezza e il disagio e di ciò ne avessero fatto forma: forma d’arte, letteratura, impegno. In <em>Città sola</em>, un libro da non perdere, la Laing racconta di sé attraverso la solitudine degli artisti newyorchesi come Hopper, Warhol, Basquiat e altri. Attraverso loro appare New York, la magnifica città di quella concitata solitudine che prima era di Parigi.</p>
<p>Il suo ultimo libro <em>Everybody</em>, edito con cura ancora una volta da Il Saggiatore, la Laing ci racconta del corpo come strumento di protesta. Il corpo esposto, messo in mostra ad effetto, che trasmette ciò che l’intelletto non ha il la forza di trasmettere. In definitiva il corpo come espressione di verità. Attenzione, non la verità come la intendiamo comunemente, come testimonianza oggettiva, ma verità nel senso che i greci davano al termine, verità come&nbsp;<em>aletheia</em>, ovvero lo svelamento, coincidente con il togliersi di dosso gli infingimenti e le menzogne che noi stessi ci raccontiamo e raccontiamo. Scrive nelle prime pagine la Laing:</p>
<blockquote><p>“Ma l’elemento del corpo che più mi interessava era l’esperienza di viverci dentro, di abitare un veicolo catastroficamente fragile, preda inaffidabile di piacere e di dolore, odio e desiderio”.</p></blockquote>
<p>Il corpo ci disvela dunque, ci rende umani in quanto testimonia la nostra vulnerabilità e con essa l’eroismo di coloro i quali non hanno rinnegato la vulnerabilità ma ne hanno fatto uno strumento di espressione artistica o strumento di resistenza nei confronti del potere che come tale da sempre rinnega l’anelito alla libertà insito nel nostro corpo.</p>
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<p>Il personaggio centrale del libro è uno degli uomini più eccentrici del secolo scorso, Wilhelm Reich che nasce come promettente allievo di Freud ma poi se ne distanzia e tra le tante folli invenzioni, come quella di una macchina per sparare alle nuvole per far piovere, costruisce la “scatola orgonica” in cui poter catturare la forza vitale dell’universo e rinascere. Dalla scatola orgonica nella narrazione è come se uscissero le vite di Ana Mendieta, di Susan Sontag, di Andrea Dworkin, di Bayard Rastin, del Marchese de Sade, di Agnes Martin, Philip Guston, Malcom X, Elias Canetti, Nina Simone e altri ancora. Attraverso di loro entriamo nelle radici della cultura del corpo, di cui quella gender e queer è una propaggine, e ci entriamo di soppiatto, senza sobbalzi ideologici.</p>
<p>La Laing mantiene sempre un tono dubitativo, non si infervora e sembra detestare qualunque forma di radicalizzazione, tra l’altro sa muoversi a proprio agio tra la cultura alta e quella pop. Cerca di comprendere, di ascoltare, per condividere con noi che leggiamo l’unico fondamento plausibile della letteratura, la non violenza, sebbene proprio nell’ultima pagina afferma, con realismo, che “la violenza è un fatto”. È un fatto che il corpo subisce ma da cui si può liberare a patto che ciò che è privato diventi pubblico e infine politico. In Italia la lunga storia del Partito Radicale dimostra che, almeno in parte, ciò non è impossibile.</p>
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		<title>IPERSENSIBILITÁ</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/12/11/ipersensibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Dec 2021 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Potenza]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[escrescenze]]></category>
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		<category><![CDATA[ipersensibilità]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Potenza</strong><br />
Da due mesi, ogni sera, la mia caviglia sinistra inizia a gonfiarsi come se qualcuno ci soffiasse dentro aria fresca. A guardarla dall’alto mi è subito parsa una zampa di elefante con quelle grinze orizzontali piuttosto scavate al livello del calcagno.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/selfportrait.jpg" width="603" height="724" /></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Antonio Potenza</strong></p>
<p>Da due mesi, ogni sera, la mia caviglia sinistra inizia a gonfiarsi come se qualcuno ci soffiasse dentro aria fresca. A guardarla dall’alto mi è subito parsa una zampa di elefante con quelle grinze orizzontali piuttosto scavate al livello del calcagno. Me ne sono accorto grazie agli occhi attenti di un mio amico, fisioterapista, o qualcosa di simile. Tra le strade di Otranto mi ha avvisato del mio arto gigante, chiedendomi se mi facesse male. Sorpreso ho guardato il piede rispondendo che no, non avvertivo nessun dolore. E la conversazione finì lì: se qualcosa non fa male, benché stramba, perché preoccuparsi?<br />
O almeno, al momento pensai così. Quindi tutta l’estate ho continuato a gonfiarmi come un palloncino da festa, ogni sera. Alcuni giorni fu anche divertente aggirarmi tra la gente in ferie, come un freak. Guardavano la caviglia gonfia, talvolta costretta in una calza stringente rubata dal mobiletto del bagno di nonna, con un misto di curiosità e preoccupazione. Dal canto mio non me ne preoccupavo, né della caviglia né del pubblico. L’ironia mi parve una buona cosa, per questo inventai tecniche di approccio esilaranti nelle quali non mostravo i muscoli o la mia arguzia, piuttosto la mia zampa elefantina. I miei amici erano sicuri che avrei fatto colpo.<br />
Ad ogni modo l’estate andò avanti tra pomata e calza stringente, nonché senza conquiste. La mattina un fuscello, la notte un pachiderma: dannata caviglia licantropa.<br />
Il dottore a fine della stagione calda, a rientro dalle ferie, non fu divertito dal racconto. Nemmeno la tecnica di approccio gli strappò un sorriso. Non lo biasimavo, ma iniziavo a preoccuparmi. Lei ha un problema di circolazione sanguigna, disse. E allora esami a cascata: radiografia, ecografia, analisi del sangue, tac e altre cose dai nomi piuttosto complessi.<br />
A distanza di un mese sono di nuovo qua, in sala d’aspetto, stringendo i risultati delle mie avventure cliniche. Non riesco a nascondere una certa apprensione. Immagino per un istante, nella mia mente un baleno piuttosto lungo, quello che potrebbe succedere da qui in poi. In questo nervoso vaticinio riesco a guardarmi dall’esterno e da lontano mentre zoppico tutte le sere della mia vita come uno stanco animale ferito, fuoriuscirà dalle caviglie sangue di quercia, sulla pelle cresceranno inflorescenze colorate e tracce di corteccia si abbarbicheranno sul dorso del piede, posso scorgere con una certa semplicità le difficoltà che mi aspetteranno da qui in poi, i miei genitori ormai canuti si curveranno su di me come infiacchite badanti con le occhiaie marcate, sbotteranno per i miei malati capricci, sbufferanno le sere in cui avrò il piede così grande da non poter uscire dalla porta – oddio, pensai, distruggerò gli infissi – i miei amici stufi di prendermi sotto il braccio sul lungo mare di Gallipoli mi abbandoneranno dietro il camioncino dei panini, quale donna, mi chiedo infine, vorrà uscire con me? Il sesso adesso è la mia prima preoccupazione: chi avrà il coraggio e la voglia di scarrozzarmi in auto con lo spirito umano di lasciare, ogni sera, ogni volta, ripetutamente, un gonfio pachiderma alla propria abitazione? Nessuna.<br />
Ho un attacco di panico. Credo lo sia, perché la laringe si stringe in gola, poi in petto avverto l’occlusione dell’aria, la trachea comincia a rinsecchirsi. Lascio i documenti sulla sedia traballante della sala d’aspetto e mi getto nell’aria aperta. Penso che il sole sia eccessivamente chiaro, il cielo estremamente limpido. Un’eccedenza che però mi inietta tranquillità, così il respiro torna normale. Ho accesso quindi nuovamente alle mie facoltà cognitive e con passo disinvolto, incurante degli sguardi curiosi delle signore in sala, ritorno al mio posto.<br />
Lancio un’ultima occhiata ai documenti, mentre sul collo inizia a bruciare un punto preciso all’altezza dell’attaccatura dei capelli. Che fastidio, mi gratto con una certa insistenza. Che doppio piacere, il prurito termina quando il dottore chiama il mio nome. Poco dopo nel suo studio la sua espressione è ancora più interrogativa. Oggi ha anche la fortuna di vedere il mio piede gonfio, perché ¬– sorpresa – non ha deciso di sgonfiarsi. E quindi Dottore, dico, mentre sbatto la gamba sulla caviglia, oggi è fortunato: mi dica un po’, di cosa soffro?<br />
Quello guarda i fogli. Poi il calcagno grinzoso e tumido e il suo sguardo passa da uno all’altro per un po’ di volte. Sono divertito, quanto spazientito.<br />
Mi faccia parlare con uno specialista, dice e mi congeda.<br />
A casa provo a rilassarmi, ma la mia abitazione è un posto meno comodo ultimamente di ciò che era solo pochi anni fa. Le imposte sono quasi sempre chiuse e la cucina o il salotto, che danno direttamente sulla porta principale, sono costantemente abitate da fila di ombre schiarite da quei pochi fili di luce che riescono a sgattaiolare. Stessa situazione nelle camere. La televisione è un elemento di disturbo, per chi abita questa casa insieme a me è solo un costante vociare. Anche a basso volume le risulta strillante.<br />
Entro nello scenario grottesco in punta di piedi, ultimamente anche a causa del mio handicap ferino, ma soprattutto per una specie di preoccupazione intima. Attraverso la cucina e sul letto a due piazze ci trovo mia madre, distesa con il viso verso l’alto. Ha la pelle dello stesso colore dell’ambiente, i suoi occhi brillano a volte.<br />
Come va oggi?<br />
Risposta puntuale: come sempre. Ha il viso gonfio, gli occhi umidi. Credo abbia pianto. La mia presenza non la intima a muoversi, continua a osservare il lampadario, senza voltarsi. Ritorno nella mia camera ad aprire la finestra, lo faccio di nascosto come se fosse la mia prima sigaretta. Mi stendo sul mio materasso ad una piazza che non vuole crescere. Il mio corpo negli anni è cambiato ma lui rimane sempre così angusto. Dalla finestra appena aperta seguo una lama di luce che si allunga tagliando perpendicolarmente la stanza fino al cuscino e al mio viso. In uno sforzo d’immaginazione mi guardo dall’esterno: i miei occhi sembrano bicromi. Quello a sinistra, colmo di folgore mattutina, conserva i fantasmi dei sorrisi di mia madre, prima che partisse mia sorella, prima che mancasse mio padre, quando gestiva la casa tornando dal lavoro come se fosse il suo giaciglio fiorito. L’altro, traboccante di oscurità, guarda la realtà adesso: due esistenze slavate che rimpiangono il passato e rifiutano il futuro con angosciante esistenza del presente.<br />
Sul collo inizia improvvisamente ad esplodere lo stesso prurito di questa mattina. All’attaccatura dei capelli sento come un formicolio bruciante, mi gratto con insistenza, senza che quello diminuisca. Attraverso la cattedrale d’ombre, in direzione del bagno. La luce esplode come una cometa sul soffitto, ora riesco vedermi chiaramente allo specchio. Mi contorco in una posizione scomoda ma che per un lasso di tempo piuttosto breve mi permette di vedermi il collo. I muscoli si contraggono, ma ce la faccio, la vedo: una grossa macchia si sta estendendo da sotto i capelli, ha la superficie puntinata, la tocco ed è rugosa, il suo colore è di un amaranto intenso. Faccio un pensiero: sembra una fragola. La sfioro nuovamente con le dita, la sensazione è la stessa che avvertirei accarezzando il frutto.<br />
Un attacco di panico si impossessa di me come un arcaico spirito tribale: cammino per la stanza, consumo il pavimento, lavo le mani, bagno i polsi. Il bruciore continua e sento anche il piede gonfiarsi, posso avvertire un soffio che scorre attraverso le vene del mio arto. L’angoscia però si placa improvvisamente quando sullo schermo del cellulare vibrante appare il nome del mio medico: Mi raggiunga domani in studio, ho una teoria.<br />
Intanto mamma non mangia. Questo è l’ennesimo problema della sua condizione. Il dottore mi ha detto che sta scivolando in una specie di stato depressivo, ancora non totale, ma non sottovalutabile. La causa? Mia sorella. Ha deciso di andare via da casa, senza alcun avviso o traccia, come rivoluzione alla vita borghese e ordinata. Le sue telefonate arrivano dalle quattordici alle quindici. Rispondo, è sorridente. Le passo mamma, continua ad essere felice, dice di esserlo, lo ripete spesso e a me questo puzza. Ad ogni modo ogni volta a chiamata terminata mia madre si ammutolisce, mi passa il cellulare e piomba nel mondo oscuro della sua mente. Il tuffo è così repentino che non faccio in tempo a trattenerla che è già saltata dalla scogliera. Posso solo vedere le gocce bianche del suo corpo che infrange l’acqua mentre se ne va in camera, a rifugiarsi nell’abbraccio caldo delle sue ombre e tra i rimpianti mielati delle foto della buonanima di Papà.<br />
Il cibo, lo capisco, non riesce ad entrare in un corpo chiuso. Il suo organismo ha deciso di retrocedere verso un passato più luminoso. Tuttavia, visto che questo processo biologicamente non è attuabile mia madre rimane con la mente appena slanciata indietro e con tutto il resto è bloccata in un carapace ammuffito. Io la guardo, questo posso fare: lì dentro non entra cibo, tantomeno parole. Ci provo lo stesso, le preparo la cena, cucino i suoi pasti preferiti, se necessario la imbocco. Ma quella sbotta e se ne va. A volte ricorda me alle prese con le mie vecchie pene d’amore, solo che la situazione è molto più grave. Ciò su cui insisto maggiormente sono le pillole che le ha prescritto il dottore. Solitamente stazionano sul mobiletto in bagno. Caramelle al ripieno di serotonina.<br />
Ho già presentato i miei dubbi al dottore. Le liquirizie alla dopamina non funzionano, ma tra i due non sono io ad avere una laurea in medicina. E tant’è: faccio il possibile qui, perché la condizione tetra di mia madre fa male di rimbalzo anche a me.<br />
Ora colto da questo prudore lancinante corro in camera da lei, come facevo quando mi sbucciavo le ginocchia, quando piangevo, o ero triste. Lei mi coccolava, diceva che tutto poteva passare instillandomi quel senso di fiducia nello scorrere del tempo, nell’evoluzione delle cose.<br />
Adesso mi guarda appena. Rimasugli del senso materno nei miei confronti. Ora ho la stempiatura ampia, il petto largo, uno stipendio e qualche capello bianco. Può smettere di preoccuparsi.<br />
Passerà, dice solamente e sarà l’unica parola che dirà per tutto il giorno.<br />
Ore dopo sono nel mio letto a leggere, guardo la caviglia che non ha smesso di crescere, conseguentemente alla mia ansia. Ho lo sterno sfondato dall’angoscia, una fragola sul collo e il piede di un elefante. Aspetto solo il circo, e mi addormento.</p>
<p>Il giorno dopo sono al 505 di Viale Aldo Moro. La sala d’aspetto è vuota alle sette del mattino. Dico buongiorno ad alta voce perché qualcuno mi senta. Sulla parete si incasellano poster con facce sorridenti, denti bianchi che consigliano di fare gli esami a tempo debito, di vivere bene, inni alla salute. Eppure, lo dico a me stesso, chi cazzo ci crede.<br />
Buongiorno, ripeto.<br />
Nessuno risponde. Scrivo al dottore e torno a casa.<br />
Nella cattedrale d’ombre si allarga un pianto. Non lo localizzo per un po’, poi uno sferragliare convulso mi suggerisce di guardare in cucina. Lì mia madre come un golem rovista tra forchette e posate. Lo stridio della ricerca aumenta di volume, graffia nei timpani. Cosa fai, mamma. Fruga, rovista. Cosa cerchi, mamma. Il volume si placa: l’ha trovato. Lo punta al cielo come una lancia benedetta. Il grosso coltello da cucina brilla appena nell’unico raggio di sole che entra nella basilica di oscurità. Il dio nero delle angosce sta consacrando questa abitazione.<br />
Ha lo sguardo vuoto, lo avvicina al braccio, ma le mie gambe scattano come due grosse molle ferrate, la blocco, non ha molta forza. Il coltello è di nuovo nel cassetto, ma ho negli occhi la lama che si avvicina alle sue vene, la pelle che freme al di sotto, il sangue allora inizia a irrorarsi nella gamba. La caviglia si gonfia, ma ho come l’impressione che non sia la sola. Sento il prurito che mi pervade, adesso accompagnato da un certo bruciore al petto, che scende giù per le braccia. Lievito, titanico sbotto, gigante avanzo verso quella bambina dai tratti stanchi e invecchiati. È così piccola adesso sotto il mio sguardo gigante, la vedo lontana, vicino al pavimento. Mi guarda dal basso con due grandi occhi grandi. Le grido parole di cui non ricordo il suono, di cui non capisco il significato. Immagino il mio viso rubicondo di furia, guardo il suo che invece è livido di paura. Con l’indice sono imperativo: in camera, e lei sgattaiola via.<br />
Mi sgonfio, soffio fuori la rabbia nella solitudine della cucina. La sento singhiozzare di là. Mi accascio ai piedi del lavabo e piango. Nel frigno avverto un altro pizzicore violento, questa volta nell’avambraccio. Con le guance umide lo guardo: una larga macchia verde si sta estendendo verso il gomito. La scruto meglio, ha delle striature geometriche, ben tirate. Sembrano foglie, penso. Sono foglie, dico. Me ne da certezza nuovamente il tatto: l’indice passandoci su avverte una consistenza squamosa, ma più morbida.<br />
Ho come l’impressione mi stiano crescendo delle felci sul braccio.<br />
Lo passo sotto l’acqua. Quella, fresca, tiene a bada il dolore e chiarifica la consistenza di questo eritema eccezionale: sono decisamente delle felci quelle che vedo sul mio avambraccio.</p>
<p>Nella notte si accavallano le immagini di mia madre che con ghigno allegro si allarga la carne con il coltello, io sono lì che la guardo inerme, vorrei fare qualcosa, avvicinarmi magari, ma un’inflorescenza profumata si annoda tra le dita, cerco di aprirle senza risultato, perché – ora lo vedo – le radici doppie e coriacee si allungano fino a terra, il mio sforzo è vano, mia madre adesso ha le braccia aperte e ride di una felicità autentica, da quanto non la vedevo così solare, ma sanguina copiosamente, tra poco morirà, penso, ma le liane mi bloccano, alle mie spalle spunta il viso acuminato e biondo di mia sorella, dice solo due parole: è giusto così.<br />
Mi sveglio in uno spasmo afono che mi decomprime il petto. Le mani che passo sulla fronte si inumidiscono di sudore perlaceo. Nel buio attraverso la casa, sento il respiro pesante di mamma che dorme. Non so che ore siano tanto gli occhi felini si sono abituati alla penombra, potrebbe essere l’alba come mezzogiorno. L’orologio in cucina segna le sei del mattino, piscio e mi sciacquo la faccia. Controllo le mie escrescenze con le quali sono sceso a patto: la caviglia elefantina, la nuca di fragola, l’avambraccio di felce. È tutto qui, a testimoniare non so cosa. Mi sembra si siano allargate, inspessite, mi stancano la pelle arrossata e infistolita.<br />
Scrivo al dottore: mi chiami. E così fa dopo un paio d’ore. Ha la voce impastata, mi accorgo però che si sforza di mantenere un certo tono. Gli racconto tutto, dei miei eritemi floreali, degli attacchi di mamma. Sul secondo punto si defila scusandosi per non essere uno psicologo e subito dopo pronuncia nome e numero di un suo collega; sul primo punto invece dice solo che si tratta di ipersensibilità escrescenziale. È stato monitorato un solo caso nella letteratura.<br />
E cosa dice questo caso, chiedo in un tono piuttosto piccato; spaventato.<br />
Non dovrebbe morire, dice e il che mi consola.<br />
Deve applicare una crema a base di cortisone, dovrebbe bastare.<br />
Tutto qui. Penso. Ho una pianta sull’avambraccio, un frutto sulla nuca e basta del cortisone? La soluzione mi sembra sbrigativa, ma tant’è: il dottore mi saluta e riattacca, la sua giornata lavorativa è portata a casa. Mi guardo attorno, il mio avambraccio verdastro è la cosa più chiara in questa penombra gotica.</p>
<p>Chiamo mia sorella. Il cellulare suona a vuoto. Come sempre, sarà lei a richiamarmi quando ne avrà voglia o modo e la cosa mi disturberà, poiché in caso di necessità la sua presenza è soffusa, mitigata, quasi annientata. Quando penso che non si farà sentire, rispunterà la sua voce attraverso l’altoparlante dicendo che sta bene, che è felice, che si diverte. Dove, con chi, o per cosa, non lo sappiamo.<br />
E così sull’ultimo squillo, decido di scriverle: richiamami, sto diventando una pianta.</p>
<p>Mia sorella non mi ha chiamato, per un tempo talmente dilatato che ho smesso di contare. La immagino felice nel suo idillio anarchico. Quanto è luminosa la sua rivoluzione, quanto di contro è scura la mia quotidiana monotonia. Guardo il soffitto su di me che si allarga in cupole scure, gargolla di carbone alitano zaffate di piombo, pronunciano bestemmie e bramiscono nell’aria. Mi sorprendo a pensare, in quelle lingue di fuoco nero che si allungano dai soffitti gotici della mia stanza, a mia sorella non più con rabbia o nostalgia. Sento irrorata nel sangue una nuova sensazione che si coagula nei punti del mio eritema, prudono di nuovo. Penso a lei con una specie di pacata rassegnazione nella quale il suo corpo che si allontana dalla cattedrale è sfolgorante di luce. La vedo allontanarsi verso un tramonto verdognolo, striato di smeraldi, posso quasi sentire la sua voce che mi avvisa che oltre l’orizzonte c’è un’oasi. Andrà lì, dice, così ammiro i suoi ultimi passi in direzione della luce come la più bella rivoluzione compiuta dopo Martin Lutero.<br />
Mi guardo attorno, monolitico, e decido di aprire le finestre compiendo la mia personale azione sovversiva. Scaccerò le bestie sui soffitti e non mi chiedo quale possa essere la reazione di mia madre, penso sia adulta e che a tale sgarbo risponderà con una reazione matura. Le passerà, concludo.<br />
Parto da quella d’entrata e la spalanco, oltre riesco a vedere il viso dei passanti, le case dei vicini. Mentre lascio che le persiane sbattano sul muro e che la luce mi bagni accecandomi, prima di richiudere la porta a vetri arriva anche un certo odore di aria fresca. Mi chiedo quale stagione sia, mentre avverto crescere il formicolio sugli eritemi, ma continuo ad ignorarlo. Benché spostandomi da una stanza all’altra mi baleni il dubbio che possano essere loro a muovere gli animi di questa rivolta.<br />
Poi passo nella mia camera, in quella vuota e abbandonata di mia sorella, l’altra in cucina, quindi in salotto, infine arrivo nella stanza di mia madre. Nel buio chiaro riesco a vederla ancora una volta immobile a guardare il tetto, adesso sono sicuro che anche lei vede le gargolla, le sente ammansirla. La sorpasso con noncuranza, mosso da una certa cupidigia luminosa e ariosa. Mia madre con voce smorta e lineare mi dice di non aprire. Non l’ascolto perché sento un certo bisogno bruciante catalizzarsi lungo le braccia, nelle ascelle, al di sotto della mascella, quindi ripete: non aprire. Adesso ha il tono di un comando: non aprire, fa nuovamente, ma io ho come una sete bruciante in gola.<br />
La ignoro, sto già aggeggiando con la maniglia. Un attimo dopo mi allungo verso la persiana, la spingo con le dita e nello stesso attimo sento mia madre che scatta dal letto. Con la coda dell’occhio la vedo balzare con un’agilità ferina, la stessa che hanno gli animali di fronte ad un pericolo. La luce inonda la camera da letto restituendomi i suoi dettagli assieme i ricordi della mia infanzia incastrati lì dentro. Per un piccolo istante chiudo gli occhi, potrei descrivere dettagliatamente la reazione carsica delle mie cellule, o piuttosto il loro movimento di apertura verso l’ossigeno luminoso, come una boccata dopo un’immersione, un timido ritorno alla vita.<br />
Il maremoto di folgore però minaccia la stabilità di mia madre che come un animale notturno si nasconde nell’unico angolo d’ombra rimasto, dietro l’armadio. La guardo con una superiorità pietosa, inondato di aria e di luce. Avverto, mentre mi avvicino a lei con la stessa cura con cui ci si avvicina ad un puma, che le mie cellule vibrano adesso. La testa si alleggerisce, i polmoni si ampliano.<br />
Mancano pochi passi, lei è un piccolo animale nell’angolo, accucciato con una banale illusione di protezione. Ha le gambe al petto, prima tremava, ma adesso noto che le sue mani si sono fermate. I suoi occhi mi fissano, le sue iridi si allargano ora irrorate da dopamina, bisognose di luce. Si muovono e individuo perfettamente ciò che stanno osservando: la mia caviglia, il mio avambraccio. Quindi improvvisamente si alza. Fuori dalla finestra sentiamo il fruttivendolo gridare che oggi ha cipolle fresche, con una cantilena ripetitiva. Si avvicina a me e mi sfiora il braccio, continuo a guardarle la testa dai capelli stanchi, bianchi e diradati. Poi si sposta alle mie spalle.<br />
Sento un movimento netto, una specie di trazione, poi un piccolo rumore di qualcosa che si stacca. Mi volto e la sorprendo con una grossa fragola nelle mani.<br />
Dovremmo lavarla prima, fa.<br />
Sembra una bambina, vorrei abbracciarla, ma mi blocca dicendo: non devi preoccuparti più per me, altrimenti diventerai una pianta.<br />
Mi pare di tranquillizzarmi con la stessa facilità con cui ho respirato aprendo le finestre poco prima, e mi sembra di sentire la caviglia sgonfiarsi improvvisamente. Succedeva anche a tuo padre, dice.<br />
Ci guardo nello specchio dell’armadio adesso, abbracciati, cullando un’obesa fragola rossa. Vorrei porgerla al fantasma lucente di mia sorella, con un certo orgoglio e poi dirle: ecco, Amelia, la nostra fragile ribellione luminosa.</p>
<p style="text-align: right;">*Immagine di <strong>Vasco D’Ospina </strong></p>
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		<title>Farsi o meno vaccinare. La riappropriazione del corpo avverrà collettivamente oppure non avverrà</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/08/farsi-o-meno-vaccinare-la-riappropriazione-del-corpo-avverra-collettivamente-oppure-non-avverra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jul 2021 13:21:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> 1. Il rifiuto di vaccinarsi, oggi, riposa su di una grande speranza: quella di mantenere individualmente un controllo sul nostro corpo, quella di controllare, attraverso scelte individuali, ciò che determina o influisce in modo rilevante sul nostro metabolismo, sulla nostra salute, sull’intero equilibrio psicofisico. Penso che questa speranza sia del tutto legittima, ma illusoria.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong> Il rifiuto di vaccinarsi, oggi, riposa su di una grande speranza: quella di mantenere <em>individualmente</em> un controllo sul nostro corpo, quella di controllare, attraverso scelte individuali, ciò che determina o influisce in modo rilevante sul nostro metabolismo, sulla nostra salute, sull’intero equilibrio psicofisico. Penso che questa speranza sia del tutto legittima, ma illusoria. Una notevole quantità di fatti dimostrano che un controllo <em>individuale</em> sulla salute del proprio corpo è da tempo impossibile. Non solo sappiamo sempre troppo tardi, e non solo per ragioni scientifiche, ma soprattutto economiche e politiche, ciò che è nocivo nell’aria che respiriamo, nei materiali con i quali lavoriamo o che costituiscono il nostro ambiente architettonico, nei cibi o nelle bevande che ingurgitiamo. Evidentemente sogniamo che il nostro corpo sia sottoposto a un destino naturale, che degli agenti esteriori, da noi in gran parte controllabili, possano venire eventualmente a perturbare. Non è solo la stessa pandemia, ovviamente, a mostrare che questo non è possibile. Anche la semplice scelta di attuare dei comportamenti individuali protettivi di sé e degli altri non è lasciata alla sovrana deliberazione del singolo. Se qualcuno, da qualche parte del mondo, non produce un certo numero di maschere, noi non avremo maschere per proteggerci. Succede con la salute quello che accade con il lavoro: alla fine non ci si salva individualmente. La salute del corpo, come l’attività professionale che realizziamo, su scala sociale, ossia al di fuori della circostanza singola, dipendono dalla divisione mondiale del lavoro e dai rapporti di produzione, che riguardano anche l’esercizio della medicina e la ricerca scientifica. Ora, non si tratta semplicemente di constatare che il nostro corpo (la sua presunta “naturalità”) non ci appartiene più, ma di rendersi conto che la lotta per la sua <em>riappropriazione</em> passerà per l’azione collettiva (per la politica) oppure non avverrà.</p>
<p><strong>2.</strong> Ho avuto il covid a fine settembre, senza conseguenze gravi. Per quanto tempo avrei potuto essere immune dal virus? Quattro, sei, otto mesi? Per un po’ di tempo ancora, certo, ma dati incontrovertibili non ne circolavano. A maggio, mi sono reso conto che avevo voglia di viaggiare, che se le frontiere venivano aperte, avevo voglia di attraversale senza sottopormi allo stillicidio di esami continui. Alla fine ero pronto a prendermi persino il rischio di farmi iniettare Astrazeneca, che nel frattempo, non senza qualche buona ragione, era diventato il Baubau dei vaccini. Quando ho avuto, poi, l’occasione di vaccinarmi con Pfizer, ne ho approfittato subito. Per un certo tempo anch’io, in virtù della momentanea immunità da ex-contaminato, mi ero detto: “Ma che fretta c’è? Aspettiamo un po’. Vediamo come vanno questi vaccini.” Poi ho capito che gli effetti negativi a breve termine, se c’erano, venivano a galla rapidamente (caso Astrazeneca), mentre per quelli a lungo termine, ammesso che ci fossero, non si sarebbero valutati sull’arco di cinque o sei mesi, e nemmeno di un anno. La pandemia, invece, aveva tempi molto più stretti. Confinamenti e ritorni alla vita normale si decidevano in pochi mesi, così come possibili nuove ondate, legate o meno a varianti. C’era, insomma, <em>una scommessa</em> da fare, ed essa si basava sulla maggiore fiducia assegnata a una strategia collettiva piuttosto che a una individuale. Quest’ultima confidava che, da solo, senza l’aiuto della medicina e senza alcuna fiducia nelle istituzioni, avrei garantito meglio la mia salute. Il problema è che sia a monte della pandemia (le cause umane che hanno contribuito al suo scatenamento – e qui poco importa che siano identificabili nell’eccessiva deforestazione o persino nell’incidente di laboratorio – ) sia a valle, (l’indebolimento delle istituzioni sanitarie, per politiche di riduzione della spesa pubblica), tutto si gioca sul piano del funzionamento globale della società, sul quale non sarà possibile agire che in modo collettivo e coordinato, ossia uscendo da strategie individuali che non saranno mai in grado di essere all’altezza dei problemi. Questa visione delle cose è a sua volta frutto di una scommessa, e questa però non è fondata su alcun dato. Nonostante cioè sia chiaro che la riappropriazione del corpo non potrà avere senso e avvenire che in termini collettivi (e quindi mediati), nulla garantisce che un tale obiettivo politico sarà realizzato in misura rilevante nel futuro. Qui si parla di mutamenti eccezionali, di carattere rivoluzionario. Nessuna sciagura storica di per sé li produrrà necessariamente, se le persone non decidono di produrli, o non vogliono tentare almeno di farlo.</p>
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