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	<title>Corvetto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non chiamatela Banlieue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2024 06:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di  <strong>Gianni Biondillo </strong> <br /> 
Innanzitutto: non è una banlieue. Smettiamola di usare parole a sproposito, non aiuta a capire di cosa stiamo parlando. E, a ben vedere, non è neppure più una periferia. Dal Corvetto a Duomo ci vuole un quarto d'ora di metropolitana, siamo ormai nel cuore della metropoli lombarda.]]></description>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Innanzitutto: non è una <i>banlieu</i><em>e</em>. Smettiamola di usare parole a sproposito, non aiuta a capire di cosa stiamo parlando. E, a ben vedere, non è neppure più una periferia. Dal Corvetto a Duomo ci vuole un quarto d&#8217;ora di metropolitana, siamo ormai nel cuore della metropoli lombarda. Milano è una città densa e piccola, dimentichiamo l&#8217;idea novecentesca di periferia come quartiere operaio ai margini della città. Gli operai non ci sono più, come le fabbriche, Milano è cresciuta e ha inglobato questi quartieri. Come se non bastasse, poi, il Corvetto è anche un bel quartiere. Ora qualcuno mi prenderà per matto, ma lo dico e ribadisco. È il più grande progetto di edilizia popolare costruito negli anni venti del novecento in città, quando, in quel secolo, dare una casa a tutti era un imperativo morale. Quando una casa era un diritto, non una merce di scambio.</p>
<p>A progettarlo fu il più prolifico e dimenticato degli architetti lombardi, Giovanni Broglio, che ideò per lo IACP case fino a tutti gli anni cinquanta. Un bel quartiere, insisto. Case semplici, ma non banali. Una piazza, un parco, un mercato al coperto, delle scuole. Da qualche anno s&#8217;è pure trasferita una grande parte degli uffici comunali, in via Sile. E se ci aggiungiamo i nuovi progetti previsti a Santa Giulia per le olimpiadi, continuare a raccontare questo quartiere come se fosse sulla luna, lontano da tutto, senza neppure un servizio, è una bugia. Nessuno dei quartieri “difficili” di Milano sta sulla luna. Abito in via Padova, la strada più multietnica d&#8217;Italia, che è a dieci minuti a piedi da Città Studi. Il quartiere San Siro, quello dei “video trapper”, è a cinque minuti a piedi dalle ricchissime case di calciatori e notai.</p>
<p>E poi ci sono loro, i ragazzi. Quelli che cerco di raccontare da sempre, come ne <i>I cani del barrio</i>, ambientato proprio al Corvetto (e a Quarto Oggiaro e in via Padova&#8230; insomma, in piazza del Duomo non ci vado mai nei mie libri). Ricordo una scritta su un muro, letta in pieno centro: “Le periferie vi guardano con odio”, diceva. Magari lo fosse, pensai. Era evidente che l&#8217;estensore del graffito fosse un figlio della borghesia “di sinistra”, che in quelle periferie non c&#8217;è mai stato. Innanzitutto perché le periferie, in senso geografico, non esistono. Esistono luoghi di frizione sociale, spesso persino a un passo dal centro storico, come via Gola. Depositi degli ultimi, dei poveri, degli immigrati, degli anziani, dei disabili, di chi non produce, di chi non è dentro la narrazione della città che non si ferma mai. E vivono spesso in case dalle condizioni igieniche precarie, come sono precarie le loro vite. Ma non c&#8217;è odio. C&#8217;è frustrazione. La città scintillante, cool, internazionale, la città dei grattacieli sbilenchi e dei boschi sui balconi, la città della riccanza è a un passo, proprio uno, dalla loro città. Ma sembrano non incontrarsi mai. Gli unici rapporti che hanno con le istituzioni sono quelli di tamponamento: assistenti sociali, preti di strada, poliziotti.</p>
<p>Ricordo quando nel 2005 l&#8217;allora preside Sarkozy diede della <em>racaille</em> (della feccia) ai ragazzini che misero a ferro e fuoco le <em>banlieu</em>es parigine. Più d&#8217;un giornalista mi chiese se dovevamo temere lo stesso qui in Italia. Ricordo la risposta: questa è la prima immigrazione importante in Italia. E ogni prima immigrazione cerca di stare nelle regole, cerca un posto di lavoro, un&#8217;opportunità, non prevedo, oggi, nulla di simile. Ma ricordiamoci che sono venuti qui per restare. Facciamo tesoro della lezione di Parigi e lavoriamo per la prossima generazione. Evitiamo che si senta esclusa, costruiamo, prima che tutto venga distrutto. Eccola la nuova generazione. Avrei voluto essere smentito dai fatti, avrei voluto spogliarmi del mio ruolo di Cassandra. Non abbiamo fatto nulla, abbiamo messo la testa sotto la sabbia. Non è neppure più una questione “etnica”. Spesso queste bande giovanili sono composte da ragazzi di provenienza mista, italiani compresi. È più un fatto generazionale. Viviamo in un paese che odia i giovani, che non fa nulla per loro, e in una città dove un affitto di un monolocale costa come un rene. In più questi “immigrati di seconda generazione” (lo sentite l&#8217;intimo razzismo di questa definizione?) non hanno la cittadinanza italiana, non hanno un lavoro, non votano, non hanno un peso politico, non contano niente. Qui, dove tutto sembra a portata di mano. Insisto, non è rabbia, è frustrazione.</p>
<p>Era già successo, al Corvetto, come in via Gola, come a San Siro. Tutti quartieri popolari sotto l&#8217;attenzione degli speculatori immobiliari. Pezzi di città enormi, lasciati andare alla deriva, in attesa di essere “rigenerati” dal mercato, dato che il pubblico non ha più soldi. Era già successo, insisto, e l&#8217;abbiamo subito dimenticato. Ora resta solo la repressione. Bene. Fatelo pure, si passa facilmente all&#8217;incasso con la repressione. Sono voti sicuri. Ma non fingiamo di non sapere che non servirà a nulla.</p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">(<i>precedentemente pubblicato su </i>La Repubblica<i> il 27 novembre 2024</i>)</span></span></span></p>
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		<title>Hic sunt leones</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 06:30:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo A farci un giro a piedi fra queste strade attorno a Piazzale Gabriele Rosa, senza pregiudizi, togliendosi le fette di salame dagli occhi, bisognerebbe ammirare la qualità dell’edilizia, la compattezza urbanistica, il patrimonio arboreo. Un quartiere popolare, certo. Ma come si progettavano quando Milano era davvero una città che aveva a cuore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/GRosa.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/GRosa.png" alt="" title="GRosa" width="473" height="212" class="alignnone size-full wp-image-36472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/GRosa.png 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/GRosa-300x134.png 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a></p>
<p>di<strong> Gianni Biondillo</strong></p>
<p>A farci un giro a piedi fra queste strade attorno a Piazzale Gabriele Rosa, senza pregiudizi, togliendosi le fette di salame dagli occhi, bisognerebbe ammirare la qualità dell’edilizia, la compattezza urbanistica, il patrimonio arboreo. Un quartiere popolare, certo. Ma come si progettavano quando Milano era davvero una città che aveva a cuore il decoro e la dignità dei suoi abitanti, anche quelli più disagiati. A modo suo un bel quartiere, da conservare per la sua coerenza urbana, proprio come l’asse di via Padova, con la sua valida cortina edilizia e l’infilata di vetrine di negozi che può fare invidia a molti pachidermici centri commerciali. E proprio come in via Padova anche qui si è deciso da parte del Comune di applicare un incomprensibile coprifuoco che vieta ai negozianti di restare aperti dopo le dieci di sera. Nel nome della sicurezza. Si sa, le kebaberie sono covi di temibili terroristi e negli internet point è un via vai di loschi figuri. Nel frattempo, per non dispiacere al vicesindaco De Corato, i pestaggi per strada e <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_agosto_23/circondano-e-picchiano-un-vigile-in-20-per-liberare-un-arrestato-gianni-santucci-1703622737727.shtml">le minacce ai vigili urbani </a>si fanno di giorno, prima dello scattare del provvidenziale coprifuoco.<br />
<span id="more-36471"></span><br />
La contraddizione è tutta qui: svuotare le strade non le rende più sicure, ma le trasforma in luoghi dove l’illegalità detta legge. La politica meneghina gioca col fuoco, da troppi anni. Urla i suoi diktat demagogici, validi solo per l’ennesima campagna elettorale, ma non fa nulla, assolutamente nulla di concreto sul territorio. La sicurezza si ottiene con i progetti sociali a lungo termine, non con i proclami. Per dire: sono ormai 30 anni che a Milano non si fa più pianificazione sociale; che non significa solo edilizia popolare ma anche asili, scuole, ambulatori, piazze, cimiteri, biblioteche, etc., cioè presidi sul territorio della legalità, attestazione concreta di un interesse collettivo per le zone periferiche.</p>
<p>Al di là dell’imbalsamata Zona 1, oltre la cerchia dei navigli, per gli amministratori comunali <em>hic sunt leones</em>: una marmellata indistinta di proletariato, piccola borghesia, pensionati, extracomunitari. Lo stesso malaugurato passaggio amministrativo attuato anni addietro da Albertini -dalle 20 alle 9 zone di decentramento- è la dimostrazione di come nella loro mente, fuori dal centro storico, quello delle banche e della ricca e indifferente borghesia alla quale il nostro sindaco appartiene, il resto del territorio non ha personalità, storia, coerenza. Quindi chi se ne frega dei borghi storici o dei quartieri popolari, con le loro vicende e le loro esigenze. Basta ogni tanto mostrare il pugno di ferro, fare la voce grossa. </p>
<p>Ma dopo tutti questi anni la strategia dell’emergenza perenne mostra la corda. Non ci vuole l’esercito per evitare che un gruppo di ragazzi italiani &#8211; sempre gli stessi, conosciuti sin dall’adolescenza dalle forze dell’ordine &#8211;  si sentano padroni di un quartiere, mettendolo sotto scacco, con le loro incursioni, pestaggi, violenze indiscriminate. Non ci vogliono leggi speciali per risolvere un problema di criminalità di strada, altrimenti con quella organizzata cosa facciamo, un bombardamento termonucleare? </p>
<p>Ormai il disagio non è solo dei quartieri popolari. A poche centinaia di metri dal Corvetto sorge l’imponente monumento al fallimento urbano che è Santa Giulia: edilizia residenziale senza alcun servizio pubblico, asilo nido, luogo di scambio sociale; edificato, a sfregio del senso di cittadinanza dei suoi abitanti, su terreni contaminati. La casa concepita solo come un bene speculativo, non come bene d’uso, bisogno, rifugio, diritto. Abbandonando la dimensione sociale della città abbandoniamo il territorio, che si barrica, autoghettizandosi, dietro inferriate mentali e reali. L’identità dei quartieri (non solo quelli popolari) è, come è ciclicamente, in via di ridefinizione. Ci sono problemi e contraddizioni. Se non si interviene con progetti costruttivi (e non restrittivi), se non si dà spazio alle realtà positive che sorgono dal basso, si lascia agli umori del posto la spartizione del territorio. Ciò significa però fomentare una guerra per bande, etnica e sociale.</p>
<p>Questa compagine politica amministra la città da ormai 17 anni, senza soluzione di continuità. Non scarichi perciò il barile delle colpe ad altri se Milano al posto di assomigliare alla metropoli internazionale che per talento e dimensioni doveva diventare &#8211; una “città aperta” 24 ore al giorno, cuore pulsante di una nazione-, si ritrova ad essere una città abbandonata alla microcriminalità di strada, al sospetto e alla paura del diverso, desiderosa solo di chiudersi in casa, indifferente alle sue stesse sorti e al suo futuro, che pare ogni giorno sempre più passato.</p>
<p>[<em>pubblicato in una versione più breve l&#8217;altro ieri sulle pagine milanesi del Corriere della Sera</em>]</p>
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