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	<title>Covid-19 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Piccola antologia della peste</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/12/piccola-antologia-della-peste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Permunian]]></category>
		<category><![CDATA[Peste]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[(Il 22 ottobre è in uscita, per Ronzani Editore, Piccola antologia della peste volume ideato e curato da Francesco Permunian che raccoglie i testi di trentaquattro autori, tra poeti e narratori, corredato dai disegni di Roberto Abbiati. Il brano che segue è l&#8217;introduzione al libro del curatore che qui ringraziamo. G.B.) di Francesco Permunian Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-86397" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Copertina_fronte-641x1024.jpg" alt="" width="358" height="565" />(<i>Il 22 ottobre è in uscita, per Ronzani Editore, </i>Piccola antologia della peste<i> volume ideato e curato da Francesco Permunian che raccoglie i testi di trentaquattro autori, tra poeti e narratori, corredato dai disegni di Roberto Abbiati. Il brano che segue è l&#8217;introduzione al libro del curatore che qui ringraziamo. </i>G.B.) </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di <b>Francesco Permunian</b></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Il battito d’ali di una farfalla</i></p>
<p align="JUSTIFY">«Mentre Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo e il suo ordine di valori, separato il bene e il male e dato un senso a ogni cosa, Don Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo, che, in assenza del giudice supremo, gli apparve all’improvviso d’una spaventosa ambiguità; l’unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative che gli uomini si divisero tra loro. Nacque così il mondo dei Tempi moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello» – queste le parole di Milan Kundera, tratte da un suo breve saggio (<i>La denigrata eredità di Cervantes</i>) confluito poi in <i>L’arte del romanzo</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Ed è appunto a tali parole – e alla conseguente immagine di un vecchio mondo finito in frantumi sotto i colpi di un virus letale – che s’ispira il progetto di questa antologia costituita dalle varie voci di una realtà improvvisamente implosa e ‘scomposta’ in mille schegge impazzite. Nella speranza di poter ricomporre, attraverso il collante della scrittura, gli infiniti frammenti di un unico affresco nazionale; o perlomeno di riuscire a tracciare i tratti salienti di quella cartografia dell’angoscia e della speranza in cui si rispecchia il volto dell’Italia di oggi.</p>
<p align="JUSTIFY">I volti, per dirla con Fabio Pusterla, di quegli individui che si levano dal disastro contemporaneo e guardano verso l’alto «nell’ascolto dell’eco di un canto forse impossibile a cui non possiamo rinunciare». Ma anche i volti, aggiungo io, di coloro che guardano più prosaicamente verso il basso, nell’ascolto di un’arte nata come eco di quella risata di Dio che è il romanzo moderno.</p>
<p align="JUSTIFY">Prosa e poesia s’intrecciano infatti in questa sorta di originale prosimetro privo di qualsiasi pretesa antologica, simile piuttosto ad un’opera aperta che sta tra l’indagine socioculturale e un inesausto work in progress. Insomma, un ritratto in divenire dell’Italia alle prese col coronavirus affidato alla penna di una trentina di narratori e poeti appartenenti a differenti generazioni, alcuni al loro esordio, altri nella piena maturità artistica. Taluni più noti al pubblico dei lettori, altri invece più laterali o di nicchia, con la presenza non secondaria di una pattuglia di giovani autori che operano e scrivono soprattutto sul web.</p>
<p align="JUSTIFY">E, ciò che più conta, tutti provenienti dagli angoli più diversi del Belpaese, a conferma di una comune Patria letteraria fatta di tante piccole patrie locali, secondo la felice e feconda intuizione di Carlo Dionisotti. Una nazione, in sostanza, intessuta di svariate e molteplici parlate regionali, e perfino comunali: per dire, dal dialetto di una lontana contrada di Marsala – la contrada Cutusìu del poeta Nino De Vita – fino a quella ‘lingua di confine’, impastata di incroci ed esclusioni, che appartiene alla Lugano in cui vive e opera un altro poeta, Fabio Pusterla.</p>
<p align="JUSTIFY">Scendendo perciò da quel confine italo-elvetico, ecco che si giunge di lì a un po’ su quel lago d’Orta in cui risuona il timbro della voce narrante di Laura Pariani per arrivare infine, dopo un bel salto a volo d’uccello, sulle coste dell’Adriatico con la Venezia di Pasquale Di Palmo, la campagna trevigiana di Luciano Cecchinel e di Nicola De Cilia, nonché il Friuli più schivo e remoto di Anna Vallerugo. Compiendo con ciò un itinerario che passa inevitabilmente attraverso il suo centro nevralgico, ossia la Milano di Cristina Battocletti, Pierluigi Panza, Italo Testa, Franco Buffoni, Romano Augusto Fiocchi, Alessandro Zaccuri. Ma anche di Francesco Savio, direi, quotidianamente diviso tra il bancone di una libreria milanese e un quartiere di Brescia, in buona compagnia tra l’altro con Giuseppe Piotti e la sua terribile peste di Salò.</p>
<p align="JUSTIFY">Il tutto (tutto siffatto Nord letterario) storicamente e simbioticamente immerso in quel ribollente crogiuolo linguistico che è la Pianura Padana, humus da cui germogliano inquieti i fantasmi e i vampiri di Roberto Barbolini, arguto e brillante interprete di quella vena terragna e visionaria fiorita lungo il corso del Po e nelle zone adiacenti.</p>
<p align="JUSTIFY">Zone fatte di terra e di acqua dove si muovono, altrettanto inquieti e intrepidi, autori quali Giuliano Gallini (Ferrara), Alice Pisu (Parma), Andrea Cisi (Cremona), Francesca Bonafini (Bologna), per non parlare di Renato Poletti che rumina e rimugina le sue ombre nell’estremo lembo del Polesine di Rovigo.</p>
<p align="JUSTIFY">Proseguendo quindi lungo la dorsale appenninica ci si imbatte in Adrián N. Bravi, uno scrittore italo-argentino che da anni vive tra Recanati e Macerata e la cui prosa, guarda caso, dona l’impressione di essere misteriosamente sospesa tra le sottili invenzioni della sua lingua madre – lo spagnolo – e lo spettacolo melodrammatico della commedia all’italiana. In quanto, per dirla con le sue stesse parole, «possiamo scrivere, pensare e sognare in altre lingue, ma non potremmo mai fare a meno della maternità che la nostra lingua madre rivendica su di noi, perché la maternità di una lingua non ci insegna solo a parlare, ma ci dona uno sguardo e un modo di essere. Parliamo la nostra lingua madre in tante altre lingue».</p>
<p align="JUSTIFY">E oltrepassate le Marche di Adrián Bravi, siamo già alle porte di Roma. Sulla soglia di quell’Urbe eterna che, assieme a Milano, conta il maggior numero di adesioni e contributi a questa Piccola antologia: da Dacia Maraini a Paolo Mauri, da Valerio Magrelli a Elio Pecora e altri valenti poeti e narratori quali Andrea Di Consoli, Gabriele Ottaviani, Leonardo G. Luccone, Fabio Donalisio, Gianni Garrera, Andrea Cafarella. E infine, a conclusione del nostro viaggio immaginario sulle ali di un virus, dopo Roma non resta che tuffarci nel multiforme mondo partenopeo. In certi suoi gironi infernali, qui rappresentati dalla lingua cristallina di Silvio Perrella oppure da quella – in puro barocco napoletano – dell’esordiente Mimma Rapicano.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Postilla</i></p>
<p align="JUSTIFY">Nella premessa a <i>Nuova teoria del caos</i> («In matematica e in fisica, il cosiddetto ‘effetto farfalla’, causato dal semplice battito delle sue ali, esprime l’idea che minime variazioni nelle condizioni iniziali producano massime variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema») Valerio Magrelli suggerisce l’esistenza di una parentela non solo tra la poesia e la fisica matematica – vedi il suo <i>Millenium poetry</i> – ma altresì tra la chimica e la poesia, convinto com’è che <i>quest’ultima sia innanzitutto una sorta di forma-pensiero, pensiero fatto forma, forma fatta pensiero, chimica non soltanto di parole, bensì di sillabe, lettere, spazi</i>.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Autori vari</b>, <i>Piccola antologia della peste</i>, 2020, Ronzani Editore.</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Sopra una fotografia di camion nella notte (opinioni di un disadattato)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/07/13/sopra-una-fotografia-di-camion-nella-notte-opinioni-di-un-disadattato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2020 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[camion militari Bergamo]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[opinioni di un disadattato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Molti di noi tratterranno a lungo nella mente la fotografia in cui i camion dell’esercito trasportavano di notte le salme dei morti di Covid 19 da Bergamo ai crematori dell’Emilia. Credo che il motivo sia, al di là delle ovvie circostanze emotive, che questa è una foto di altri tempi o quanto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Molti di noi tratterranno a lungo nella mente la fotografia in cui i camion dell’esercito trasportavano di notte le salme dei morti di Covid 19 da Bergamo ai crematori dell’Emilia. Credo che il motivo sia, al di là delle ovvie circostanze emotive, che questa è una foto di altri tempi o quanto meno di altri luoghi. Benchè questa non sia un’immagine parlante e in futuro avrà bisogno di una didascalia che ne spieghi il contesto e l’oggetto preciso  e la morte non sia richiamata direttamente nella città spettrale in cui passano i mezzi, è evidente che una colonna di camion militari nella notte non solo non evoca nulla di buono, ma soprattutto nulla di quanto il senso comune ritiene che ci sia prossimo.</p>
<p>La recente epidemia con il suo luttuoso lascito ha portato una ventata di interesse e di riletture della tesi dello storico francese Ariès sulla tendenza delle società capitalistiche a tabuizzare la morte. Ariès sostiene infatti che, a partire dal Duecento contestualmente alla diffusione della dottrina del giudizio individuale dell’anima immediatamente dopo la morte corporale e non più solo alla fine dei tempi nel quadro del giudizio universale, si passa lentamente da una concezione della morte come evento quotidiano da trattare quasi con confidenza alla morte come evento straordinario e luttuoso, che raggiunge il suo culmine nel Romanticismo, invece a partire dal Novecento si assiste a una rimozione della morte e del lutto dalla vita sociale come se fosse un evento privato e un po’ sconveniente, sostituendosi al sesso come tabù principale. Ariès precisa che questa tendenza è lungi dall’essere univoca, per esempio, quando scrive alla metà degli anni settanta, dice che essa non ha ancora attecchito nei paesi europei di cultura cattolica e anche negli Stati Uniti, paese d’origine di questo nuovo tabù, sussistono non solo sacche di resistenza ma anche controtendenze. Insomma la morte come tabù appare essere per Ariés una tendenza importante ma non assoluta della nostra società. In effetti, se analizziamo la fotografia di Bergamo alla luce di questa tesi, si nota che da un lato essa non mostra la morte, dall’altro vi allude proprio nella sua sobrietà e nel suo essere indiretta e per così dire bisognosa di didascalia. Certamente è lontana anni luce dai modi mediatici di rappresentazione della morte attraverso la sua spettacolarizzazione, che è un modo per rispettare il tabù di cui sopra anestetizzando il pubblico per sovraesposizione: si pensi alle lucine verdi da videogioco con cui la televisione nel 1991 rappresentava il bombardamento di Baghdad o alla fotografia di un uomo che moriva di AIDS per una campagna pubblicitaria di maglioni.</p>
<p>Naturalmente il valore dell’immagine non è solo un fatto intrinseco alla sua forma, ma nasce anche dalla sua ricezione: per spettacolarizzare la morte nei bombardamenti di Baghdad non bastavano le lucine verdi, ma ci voleva qualcuno disponibile a credere che in fondo fosse soltanto un videogioco, così la sobrietà tragica della fotografia dei camion nasce da una disposizione d’animo diffusa a guardare cose a cui, comprensibilmente, non si guarda volentieri. E’ probabile che se questa fotografia non fosse stata presa e diffusa durante il periodo della quarantena, cioè in un periodo di sospensione forzata dei normali ritmi temporali della nostra vita sociale, si sarebbe persa nel rumore di fondo e nel ciclo rapido di apparizione e scomparsa delle immagini tipico dei nostri media e non si sarebbe colta la sua qualità dirompente rispetto al tabù della morte. E invece, nella disarticolazione e confusione seguite all’introduzione della quarantena, perfino gli operatori mediatici più tradizionali sono stati liberi di dare espressione a una loro umana emozione. Certo è chiaro che questa ricezione dipende anche dalla vicinanza dei luoghi e dei fatti, è da immaginare che questa fotografia in altri paesi non abbia avuto il medesimo impatto, così come è accaduto tante volte a parti inverse ovviamente.</p>
<p>Furio Jesi ne <em>Il tempo della festa</em> scrive che l’unica esperienza possibile nel mondo moderno della festa nel senso tradizionale del termine è quella della festa crudele, cioè quella che ha al centro il dolore e il lutto, per chiarire sceglie come esempio di feste crudeli sia l’assalto al forno delle Grucce sia la peste di Milano descritti nei <em>Promessi sposi</em> e ai quali Renzo si trova a partecipare involontariamente. Ora questi esempi, un moto di piazza e un’epidemia,  chiariscono che la qualità essenziale della festa  per il mitologo non  consiste nella sua periodicità o ritualità o tanto meno nel suo spirito ludico, ma nel fatto di essere un momento collettivo di sospensione del normale ordine temporale di una società.  Il festivo è insomma ciò che è fuori della scansione abituale del tempo. La fotografia di Bergamo naturalmente non è un’immagine festiva in questa particolare accezione perché la dimensione spettrale della città notturna confligge con l’aspetto collettivo dell’esperienza festiva, anche se triste ( nei <em>Promessi sposi</em> anche durante la peste c’è sempre in giro qualcuno: monatti, sbirri, untori, preti, Renzo stesso); come anche la quarantena è stata un’esperienza di rottura e grave da sopportare, si pensi a single abituati a un’intensa vita sociale per esempio o a coloro che vivono in appartamenti molto piccoli, in ragione proprio della sua natura innanzi tutto solitaria ed esclusiva.</p>
<p>Eppure nella quarantena un aspetto festivo c’è stato ed è  quello della sospensione dei ritmi sociali abituali: non è stata un’esperienza omogenea perché per esempio molte persone con il lavoro da casa hanno sperimentato una dilatazione della durata interiore del tempo di lavoro tramite l’invasività delle tecnologie informatiche, una sua mescolanza con il tempo domestico e con la sospensione di tutta una serie di sussidi e cure che aiutavano l’organizzazione della quotidianità, ma nel complesso c’è stata una tendenza marcata al rallentamento soprattutto in ragione dell’arresto delle forme d’intrattenimento e di movida, i cui ritmi sono ormai direttamente connessi con quelli sociali complessivi e lavorativi in particolare. In un certo senso è possibile affermare che nella quarantena è esistito un aspetto regressivo, l’isolamento e le restrizioni alla libertà di movimento, e uno progressivo che è stata un’uscita dai tempi sociali normali. E’ interessante da questo punto di vista la dichiarazione di Pietro Ichino secondo il quale parecchie persone hanno sfruttato la quarantena per lavorare poco o prendersi delle vacanze indebite: l’aspetto più significativo delle dichiarazioni del giuslavorista non è quello immediatamente antropotecnico di indicare dei capri espiatori, i fannulloni, a una società che presumibilmente esce spaventata e perciò incattivita da questa esperienza per i lutti, la perdita di sicurezza economica e le tensioni vissute, ma nel loro essere un campanello d’allarme per i ceti dirigenti segnalando che questa esperienza ha bloccato il processo di interiorizzazione dei ritmi di accelerazione sociale. E in quest’ottica devono essere lette quelle del sindaco Sala sui rischi dell’ “effetto grotta”.</p>
<p>Di fronte a questi richiami all’ordine sta la fotografia di Bergamo in cui l’ordine del tempo è sospeso per cause di forza maggiore, ma non c’è solo dolore in essa perché contiene una sollecitazione anche per il futuro. In questa fotografia, a dispetto della sua natura luttuosa, è possibile cogliere la verità di un’affermazione di Guy Debord  che “il mondo già possiede il sogno di un tempo di cui non ha che da possedere la coscienza per viverlo realmente” ( <em>Lo società dello spettacolo,</em> tesi 164). Nonostante infatti questa riappropriazione di tempi diversi da quelli dettati dalla logica dell’accelerazione sia stato legata al lutto, comunque per quanto non desiderabile una dimensione dell’esperienza umana, essa può servire da modello anche in altre occasioni, più collettive e magari più fauste, per non farsi dettare i ritmi da questa logica.</p>
<p>In uno dei pochi libri fondamentali del nostro tempo, <em>Accelerazione e alienazione</em>, Hartmut Rosa dimostra che la tendenza principale della nostra società è quella ad accelerare i ritmi di vita in maniera tale da compromettere il nostro rapporto con il mondo. E’ alla luce di questo principio che può essere interessante riflettere sull’esperienza di questi mesi sia nel momento della quarantena sia in quello della riapertura. In particolare può essere significativo intrecciare questo principio con gli allarmi, fondati o quanto meno plausibili, di chi ha letto le misure di isolamento sociale come una forma di sperimentazione di nuove tecniche di controllo sociale. Basterà citare quanto affermava Massimo De Carolis ricordando che c’è il concreto rischio che alcune misure dettate da necessità transitorie diventino stabili come nuove forme di governo delle persone. Si tratta, ripeto, non solo di timori condivisibili, ma, per quanto concerne la scuola per esempio, alcune uscite di un certo sottobosco ideologico rendono già visibili alcune linee d’intervento, per esempio nel tentativo di controllare la didattica dei docenti per via informatica. E’ anzi perfettamente tipico nelle logiche di gestione sociale contemporanee trasformare in regola strategica ciò che si è rivelato utile in un determinato frangente, pur non essendo stato prima pianificato. Credo però che nessuna forma che contrasti con il principio di accelerazione sociale verrà presa in considerazione stabilmente. In altri termini qualsiasi forma di disciplinamento che prevede il controllo della circolazione delle persone e dunque il loro rallentamento non avrà esito forse neanche in stati semiautoritari come l’Ungheria, mentre tutte le forme che prevedono un’intensificazione dei ritmi, degli obblighi e dei desideri sociali saranno largamente imposte. Insomma tutto ciò che aumenterà le possibilità di prestazione, che hanno non solo un valore di produttività ma anche di controllo sociale, verrà realizzato, ciò che frena l’accelerazione si concluderà con il periodo di cautela sanitaria.</p>
<p>In un contesto del genere allora ha senso augurarsi il ritorno alla socializzazione mantenendo la memoria di un possibile uso del tempo decelerato in un contesto non più fatto di necessità, ma come pratica collettiva di disobbedienza. Sarebbe un modo per dare un senso positivo a quanto ci è capitato. Queste esperienze, che nascono da eventi naturali, hanno naturalmente delle cause che devono essere indagate scientificamente, ma non hanno alcun significato in sé per la nostra esistenza individuale e collettiva, trasformarle in un’occasione di critica dello stato di cose presenti in nome di una vita migliore significa rendere ciò che ci è apparso in forma di morte e dolore viva vita da spendere amando, per quanto possibile, questo mondo che ci sfugge sotto le dita.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diari di maggio. Prescrizioni sanitarie e mutazioni del corpo (2/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/28/diari-di-maggio-2-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2020 12:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[confinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[disegni]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Tognoli]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[Testimonianze informali riscritte e disegnate da Elena Tognoli 13 maggio Ettore (la cedevolezza della carne) &#8220;Ha voluto abbracciarmi e mi è sembrata molle la sua pelle, pronta a cedere e a sprofondare nella carne. Dal 2 marzo non toccavo nessuno. Sento la responsabilità del tatto, la porosità che è il vuoto dentro le ossa. Mi dico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Testimonianze informali riscritte e disegnate da <strong>Elena Tognoli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-19-e1590526922535.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84862 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-19-e1590526922535.png" alt="" width="500" height="396" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-19-e1590526922535.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-19-e1590526922535-300x238.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-19-e1590526922535-250x198.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-19-e1590526922535-200x158.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-19-e1590526922535-160x127.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>13 maggio<br />
<strong>Ettore</strong> (la cedevolezza della carne)<br />
&#8220;Ha voluto abbracciarmi e mi è sembrata molle la sua pelle, pronta a cedere e a sprofondare nella carne. Dal 2 marzo non toccavo nessuno. Sento la responsabilità del tatto, la porosità che è il vuoto dentro le ossa. Mi dico che anche abbracciare qualcuno o qualcosa è abbracciare il vuoto, stringersi a nessuno.&#8221;<span id="more-84737"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-2-e1590589887538.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84856 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-2-e1590589887538.png" alt="" width="466" height="614" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-2-e1590589887538.png 466w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-2-e1590589887538-228x300.png 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-2-e1590589887538-250x329.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-2-e1590589887538-200x264.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-2-e1590589887538-160x211.png 160w" sizes="(max-width: 466px) 100vw, 466px" /></a></p>
<p>14 maggio<br />
<strong>Eduardo</strong> (ribellioni d’espatriato)<br />
“Ho l’impulso di resistere alla penuria di mezzi di trasporto, anche se non devo andare da nessuna parte. Fuggire, migrare, circumnavigare.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-4-def-e1590528138944.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84880 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-4-def-e1590528138944.png" alt="" width="449" height="508" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-4-def-e1590528138944.png 449w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-4-def-e1590528138944-265x300.png 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-4-def-e1590528138944-250x283.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-4-def-e1590528138944-200x226.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-4-def-e1590528138944-160x181.png 160w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" /></a></p>
<p>15 maggio<br />
<strong>Jen</strong> (lezioni da roditori)<br />
“Mi è rimasto questo modo di camminare rasente i muri, come i topi che scivolano furtivi fra i tombini. Le settimane scorse sono uscita anche quando non si poteva, cercando di non farmi vedere, sono sempre uscita, ero sola a casa e, quando mi svegliavo, il vuoto del giorno davanti mi schiacciava, mi veniva una paura indistinta come quando anni fa ero depressa. Allora sono uscita tutti i giorni, stavo attenta a non farmi vedere.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-23_def-e1590528198200.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84872 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-23_def-e1590528198200.png" alt="" width="429" height="509" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-23_def-e1590528198200.png 429w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-23_def-e1590528198200-253x300.png 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-23_def-e1590528198200-250x297.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-23_def-e1590528198200-200x237.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-23_def-e1590528198200-160x190.png 160w" sizes="(max-width: 429px) 100vw, 429px" /></a></p>
<p>16 maggio<br />
<strong>Marcela</strong> (la stranezza delle pietre)<br />
“Mi sembra diventata bitorzoluta la mia schiena. Non la vedo, ma la sento deforme. Anche come mi muovo è deforme.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio-e1590528399184.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84866 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio-e1590528399184.png" alt="" width="499" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio-e1590528399184.png 499w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio-e1590528399184-300x289.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio-e1590528399184-250x240.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio-e1590528399184-200x192.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio-e1590528399184-160x154.png 160w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></a></p>
<p>17 maggio<br />
<strong>Esther </strong>(risvegliarsi da un sogno)<br />
“Ho fatto un incidente anni fa. In questi ultimi due mesi è come se fosse tornato tutto presente. I dolori che pensavo andati, quelli che ero riuscita a curare, sono rivenuti, come se fossero semplicemente latenti, annidati in qualche parte del corpo.”</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-22_def-e1590528467634.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84867 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-22_def-e1590528467634.png" alt="" width="437" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-22_def-e1590528467634.png 437w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-22_def-e1590528467634-291x300.png 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-22_def-e1590528467634-250x257.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-22_def-e1590528467634-200x206.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-22_def-e1590528467634-160x165.png 160w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a></p>
<p>18 maggio<br />
<strong>Giordano </strong>(la profondità delle buste)<br />
“La mia compagna è rimasta bloccata a distanza e allora mi manda delle lettere (dentro c’è scritto poco o niente, ci infila residui della vita di tutti i giorni). Prendo le buste, mi soffermo sulla loro materialità (quasi mi commuove), tocco la texture della carta e l’inchiostro della penna.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-18-e1590528565590.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84861 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-18-e1590528565590.png" alt="" width="500" height="608" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-18-e1590528565590.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-18-e1590528565590-247x300.png 247w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-18-e1590528565590-250x304.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-18-e1590528565590-200x243.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-18-e1590528565590-160x195.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>19 maggio<br />
<strong>Milo </strong>(il peso delle mani)<br />
“Le mani mi sembrano diventate enormi, soprattutto al supermercato, come se giocassi con i pentolini dei miei figli e i cibi giocattolo che non mi stanno nei palmi. Non fanno presa, tutto scivola a terra.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-8.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84859" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-8.png" alt="" width="500" height="410" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-8.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-8-300x246.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-8-250x205.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-8-200x164.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-8-160x131.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>20 maggio<br />
<strong>Valentina </strong>(i ciclopi casalinghi)<br />
&#8220;Pulivo la casa e mi sembrava sempre sporca. Continuava a sporcarsi e io a guardare lo sporco che mi obbligava a fare tutto daccapo, a consumarmi i gomiti e gli occhi. Quando sono uscita la luce ha finalmente illuminato <em>altro</em>, non più solo i fornelli, il lavandino, il pavimento. Ma io ero ancora più cieca, come quando si passa dal buio alla luce improvvisa.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84865 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-e1590528848573.png" alt="" width="500" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-e1590528848573.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-e1590528848573-266x300.png 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-e1590528848573-250x282.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-e1590528848573-200x226.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-e1590528848573-160x180.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>21 maggio<br />
<strong>Fausta</strong> (il dislivello degli scalini)<br />
“Appena si è potuto c’è chi ha preso ed è partito per andare qui e lì a fare questo e quello. Io … mi sembra già tutto in salita, riesco solo a muovermi a piccolissimi passi e, se sono sincera, forse mi sento anche in colpa per questa mancanza d&#8217;azione.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-16.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84860" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-16.png" alt="" width="500" height="619" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-16.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-16-242x300.png 242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-16-250x310.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-16-200x248.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-16-160x198.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>22 maggio<br />
<strong>Fanny </strong>(stanchezza di carnevale)<br />
&#8220;Ho passato una bella giornata sul fiume. Quando ho aperto la borsa e dentro ci ho visto la mascherina mi è subito cambiato l&#8217;umore, ho risposto male alla mia compagna, insofferenza di bambina stanca.&#8221;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-5-e1590528920699.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84858 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-5-e1590528920699.png" alt="" width="429" height="443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-5-e1590528920699.png 429w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-5-e1590528920699-291x300.png 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-5-e1590528920699-250x258.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-5-e1590528920699-200x207.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-5-e1590528920699-160x165.png 160w" sizes="(max-width: 429px) 100vw, 429px" /></a></p>
<p>23 maggio<br />
<strong>Temperance</strong> (la paura ad orologeria nel petto)<br />
“Tutto è più normale, ma poi penso che forse è già partito il conto all’indietro, un countdown per tornare all’inizio, rinchiudersi daccapo.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><a style="color: #808080;" href="https://www.nazioneindiana.com/2020/05/21/diari-di-maggio-1-2/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> la puntata precedente di &#8220;Diari di maggio. Prescrizioni sanitarie e mutazioni del corpo&#8221;. </span></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Diari di maggio. Prescrizioni sanitarie e mutazioni del corpo (1/2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2020 12:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[confinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[disegno]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Tognoli]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[Testimonianze informali riscritte e disegnate da Elena Tognoli &#160; 1 maggio Antonia (Il nuovo rumore delle gambe) “Stamattina sono uscita a fare due passi, le mie gambe non sono più le mie gambe, sono gambe di legno, di burattino, gambe di comodino; ad ogni passo picchiettano sull’asfalto, bacchette senza tamburo.” 2 maggio Lorena (la presa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr">
<div style="font-size: 12pt; font-family: 'Calibri'; color: #000000;">
<div>Testimonianze informali riscritte e disegnate da <strong>Elena Tognoli </strong></div>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-12-final.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84785" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-12-final.png" alt="" width="506" height="485" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-12-final.png 506w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-12-final-300x288.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-12-final-250x240.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-12-final-200x192.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-12-final-160x153.png 160w" sizes="(max-width: 506px) 100vw, 506px" /></a></p>
<p>1 maggio<br />
<strong>Antonia</strong> (Il nuovo rumore delle gambe)<br />
“Stamattina sono uscita a fare due passi, le mie gambe non sono più le mie gambe, sono gambe di legno, di burattino, gambe di comodino; ad ogni passo picchiettano sull’asfalto, bacchette senza tamburo.”</p>
</div>
<p><span id="more-84735"></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-6_2_finale.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84787" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-6_2_finale.png" alt="" width="548" height="586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-6_2_finale.png 548w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-6_2_finale-281x300.png 281w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-6_2_finale-250x267.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-6_2_finale-200x214.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-6_2_finale-160x171.png 160w" sizes="(max-width: 548px) 100vw, 548px" /></a></p>
<div>2 maggio</div>
<div><strong>Lorena</strong> (la presa di contatto)</div>
<div>“Stando così … come dire? … circoscritti, è inevitabile prendere contatto, anche solo per sbaglio, con qualcosa di sé, rimanere bloccati in una postura scomoda.”</div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-3finale.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84796 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-3finale-e1589996018680.png" alt="" width="422" height="587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-3finale-e1589996018680.png 422w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-3finale-e1589996018680-216x300.png 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-3finale-e1589996018680-250x348.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-3finale-e1589996018680-200x278.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-3finale-e1589996018680-160x223.png 160w" sizes="(max-width: 422px) 100vw, 422px" /></a></div>
<div></div>
<div>3 maggio</div>
<div><strong>Gilles</strong> (la solitudine dei disinfettanti)</div>
<div>“Al supermercato, nei negozi, in ufficio, i dispenser igienizzanti mi fanno sentire lontano, non saprei dire se <em>solo</em>, di sicuro lontano.”</div>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-21_finale.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84797 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-21_finale-e1589996171973.png" alt="" width="481" height="552" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-21_finale-e1589996171973.png 481w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-21_finale-e1589996171973-261x300.png 261w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-21_finale-e1589996171973-250x287.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-21_finale-e1589996171973-200x230.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-21_finale-e1589996171973-160x184.png 160w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></a></p>
<div>4 maggio</div>
<div><strong>Tina</strong> (la vanità dei passi)</div>
<div>“Io e mio figlio siamo andati al parco e ci è venuta voglia di camminare a piedi scalzi (non sapevo se si poteva ma l’abbiamo fatto). La terra mi sembrava molle e fragile e i miei piedi orribili, come se calpestando il suolo potessi uccidere tutto.”</div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-11_3.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84790" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-11_3.png" alt="" width="524" height="563" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-11_3.png 524w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-11_3-279x300.png 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-11_3-250x269.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-11_3-200x215.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-11_3-160x172.png 160w" sizes="(max-width: 524px) 100vw, 524px" /></a></div>
<div></div>
<div>5 maggio</div>
<div><strong>Appio</strong> (… )</div>
<div>“Sento che qualcosa di me sta diventando bianco, sto rimanendo nel marmo, non posso farci niente”</div>
<div></div>
<div></div>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-15_2-e1589995685523.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84770 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-15_2-e1589995770152.png" alt="" width="458" height="548" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-15_2-e1589995770152.png 458w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-15_2-e1589995770152-251x300.png 251w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-15_2-e1589995770152-250x299.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-15_2-e1589995770152-200x239.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-15_2-e1589995770152-160x191.png 160w" sizes="(max-width: 458px) 100vw, 458px" /></a></p>
<div>6 maggio<br />
<strong>Felicitas</strong> (la ricrescita)<br />
“Sì, lo so che adesso si può uscire. Preferisco sporgermi, preferisco i davanzali.”</div>
<div></div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-7_2.png"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84772 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-7_2-e1589995729890.png" alt="" width="448" height="470" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-7_2-e1589995729890.png 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-7_2-e1589995729890-286x300.png 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-7_2-e1589995729890-250x262.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-7_2-e1589995729890-200x210.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-7_2-e1589995729890-160x168.png 160w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /></a></div>
<div>7 maggio</div>
<div><strong>Gherardo</strong> (le città fuori misura)</div>
<div>“Ho ripreso a camminare e mi sembra che tutto sia diventato fuori scala (i gradini, i marciapiedi, i passaggi pedonali, …) rispetto alle mie gambe rimpicciolite e moltiplicate, al mio passo da insetto.”</div>
<div></div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-1.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84758" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-1.png" alt="" width="400" height="514" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-1.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-1-233x300.png 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-1-250x321.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-1-200x257.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-1-160x206.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></div>
<div>8 maggio</div>
<div><strong>Armida</strong> (il sistema nervoso rosso)</div>
<div>“Dentro mi si è accesa una lampadina rossa, fa luce come una sirena d’allarme”</div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-13finale.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84801" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-13finale.png" alt="" width="500" height="518" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-13finale.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-13finale-290x300.png 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-13finale-250x259.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-13finale-200x207.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-13finale-160x166.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></div>
<div></div>
<div>9 maggio</div>
<div><strong>Berenice</strong> (la normalità del gusto del sangue)</div>
<div>“Ho pensato che anche le cose più brutte poi diventano normali, e che per strada quello che prima era normale oggi mi sembra strano, e che forse allora è importante stare allerta perché certe cose rimangano sempre strane, cioè inaccettabili.”</div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-14finale.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84795" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-14finale.png" alt="" width="500" height="684" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-14finale.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-14finale-219x300.png 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-14finale-250x342.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-14finale-200x274.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-14finale-160x219.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></div>
<div></div>
<div>11 maggio</div>
<div><strong>Eloise</strong> (la nostalgia delle Alpi)</div>
<div>“Ho sempre avuto le idee chiare perché per me, per la mia generazione, è stato bello e facile spostarsi attraverso tutte queste lingue. Adesso, però, ho una strana sensazione d’Europa, quantomeno confusa, quasi mi spaventa quello che penso.”</div>
<div></div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-10.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84777" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-10.png" alt="" width="500" height="489" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-10.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-10-300x293.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-10-250x245.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-10-200x196.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/4-maggio_-10-160x156.png 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></div>
<div>12 maggio</div>
<div><strong>Aboubacar</strong> (battiti intercontinentali extrasistole)</div>
<div>“…”</div>
<div></div>
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		<title>La mia segregazione (nuovi autismi # 33)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 12:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Devo confessare che adesso che sta per finire questa segregazione forzata non mi dispiace, ho quasi timore che finisca. Un po’ perché la mia vita ordinaria non è poi troppo differente, e quindi tutto questo mi è intrinsecamente familiare. Non sono un monaco di clausura, ma nella mia esistenza mi sono ritrovato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giacomo Sartori<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84640" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/20200503_184423_Giacomo.sartori_rid_web-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Devo confessare che adesso che sta per finire questa segregazione forzata non mi dispiace, ho quasi timore che finisca. Un po’ perché la mia vita ordinaria non è poi troppo differente, e quindi tutto questo mi è intrinsecamente familiare. Non sono un monaco di clausura, ma nella mia esistenza mi sono ritrovato a essere isolato, ne ho sofferto ma ci ho fatto anche il callo. Mi calmano le lunghe giornate di solitudine, nella concentrazione della scrittura e del lavoro scientifico, seduto al mio sbilenco tavolo adibito a scrivania. Mi appagano le azioni del vivere, la loro ripetizione fatta di minime ma vivide variazioni: prepararmi da mangiare, pulire, fare una lavatrice.<br />
Ho un rapporto di timida e tormentata frustrazione con gli sfrontati piaceri che la metropoli in cui vivo è così brava a sbandierare. Mi inebria passare davanti ai caffè e alle brasserie con i tavolini all’aperto dove gli avventori bevono in compagnia e si divertono ostentatamente, e magari c’è anche il banchetto delle ostriche (adoro la semplicità selvaggia delle ostriche, nonostante i freni etici), e mi rapisce spiare dentro le vetrine dei ristoranti, pensando che mi piacerebbe così tanto entrarci e approfittare di quelle soddisfazioni così invitanti. Mi eccita provare desiderio, e nutrirlo con promesse a me stesso che non manterrò. Nella realtà dei fatti sono sempre stato deluso, le rare volte in cui sono passato all’atto, diciamo così: ho trovato tutto molto caro, non poi così buono, e rovinato da questo o quell’altro elemento triviale, dalla noiosità delle persone. E insomma non ho più avuto voglia di tornarci, in quel locale che mi aveva tanto attirato.<br />
Sono quindi infinitamente più tranquillo ora che tutte quelle micidiali trappole di desiderio sono chiuse. Passeggio – ci vuole una autocertificazione valida un’ora, ma io da bravo italiano un po’ baro – e osservo le serrande abbassate, che mi danno un senso di ordine e di pace. Dentro di me so però che è qualcosa di davvero eccezionale: nemmeno durante la fantomatica Rivoluzione, nemmeno durante l’eroica Comune, e non parliamo dell’occupazione nazista, quando i locali giravano anzi al massimo regime, è successo.<br />
Sono sparite dalla circolazione anche le magnifiche longilinee ragazze e le belle donne, della quale la città è sempre stata molto generosa, anche questo mi da molta pace. Sono probabilmente sfollate nelle loro seconde case, o trasferite in un paradiso disegnato da Botticelli, o semplicemente chiuse nei loro appartamenti, non saprei dire, ma insomma per la strada non si vedono più. Nemmeno una. Le poche persone in giro non sono belle, sono come me (oltre al fatto che mi passano lontano, cambiano marciapiede quando mi vedono, per paura del contagio). A guardarle bene, e questo era vero soprattutto le prime settimane, sono davvero vestite male, fanno pensare alla trasandatezza ginnica dei carcerati. E insomma mi pacifica non essere turbato da nessuna magnifica reginetta, che trasporta magari una ciondolante borsina con il gomito a angolo retto (alla maniera che io dentro di me chiamo “alla parigina”), guardando in avanti come fanno le sfingi, fingendo di non essere cosciente del suo letale fascino. Con l’età mi sono molto calmato, ma questa improvvisa estinzione aiuta le mie inclinazioni più spirituali.<br />
Passeggio più tranquillo, molto contento anche che le automobili siano davvero pochissime, e l’aria sia buona. Cammino tra le case e fantastico di altre realtà e altre vite, che è quello che ho sempre più amato. Dovrei limitarmi al raggio di un chilometro da casa mia, ma pure in questo faccio l’italiano: pur restando nella parte povera della città, spazio molto di più. Quando mi salta il ticchio scatto qualche fotografia con il telefono. Relitti umani sdraiati per terra nella loro sporcizia, fragili fattorini di merci e cibi acquistati sulla rete, o precarie scritte sui muri, inebetite persone sole sedute su una panchina, piccoli ingressi di lerci albergacci, che a differenza di quelli di lusso hanno continuato la loro attività. A volte ne pubblico poi una su un social del quale faccio parte, ricevendo qualche sparuto like. Mai come in questo momento ho avuto la percezione del tirannico conformismo all’acqua di rose che domina su quel social di immagini, mai come ora l’ho percepito come la bacheca di uno sgualdrappato occidente alla deriva, con i suoi gatti e cani, foto di fiori e lussureggiamenti vegetali (siamo pur sempre in primavera), selfie, copertine di libri, immagini di vacanze precedenti al virus.<br />
Non ci sono belle ragazze, ma in compenso ci sono tantissimi animali, e io ho un legame istintivo con le bestie. Loro non mi turbano, mi stupiscono e mi allargano il cuore. Fuori dalla finestra del mio studiolo sembra una voliera, non si è mai visto un tale via via di uccelli. Per le strade sono spuntati molti gatti, i ratti ti guizzano adesso tra le gambe, e lungo il canale non lontano da casa una coppia di cigni ha fatto il suo enorme nido proprio a lato della strada, e si danno il cambio per covare. Nel canale stesso i pesci saltano nell’aria come delfini, tutti contenti che nessuno gli rompa le scatole.<br />
Ma intendiamo, a parte un’uscita giornaliera sto ligiamente confinato nel mio appartamento molto piccolo, dove certo molti altri soffrirebbero. Io però sono figlio di un alpinista, e da ragazzino adoravo i libri di montagna che leggeva mio padre, nei quali si trattava di resistere in condizioni estreme e tendine minuscole, e anzi questo era un modo per confrontarsi con i propri limiti e per migliorare se stessi. Adoravo anche i resoconti che leggeva mia madre delle solitarie traversate oceaniche di Sir Chichester, e anche lì c’erano spazi angusti e aperture metafisiche. Paradossalmente pure nei libri di guerra, da bravo ex-fascista mio padre ne aveva tantissimi, trovavo quella stessa tensione tra sofferenza e appagamento.<br />
Se fosse un veliero il mio appartamento sarebbe un nove metri. E’ piccolo, ma c’è tutto quello di cui ho bisogno, e credo che in uno spazio più grande starei peggio. Nella minuscola cucina la credenza è in un cassone sospeso nel vuoto che sporge dalla finestra: bisogna aprire le ante per accederci. Mi piace fare il cambusiere di me stesso, mi diverte calcolare per quanto tempo posso resistere. Anche se in realtà mangio per lo più riso e lenticchie, quindi con qualche chilo di riserve posso andare avanti a lungo. Vado raramente al supermercato, come approderei a un porto per imbarcare acqua e farina, e poi tiro avanti per settimane. Non devo attraversare l’oceano, devo traversare questo periodo nel quale diverse persone sono all’ospedale e muoiono.<br />
E poi non esageriamo, la solitudine di questi giorni è molto relativa, sono pur sempre accompagnato dalla cacofonia dei social, sovraffollati dalle immagini e dalle parole di tutte le altre solitudini, dalla fitta pioggia di informazioni, dalle interpretazioni che parlano e straparlano del presente, dai grafici e dalle cifre, senza parlare delle centinaia di eventi di rimpiazzo da vedere on-line, dai volonterosi surrogati di realtà sociale, le presentazioni di libri a distanza, le migliaia di filmati e concerti da gustarsi, l’immensità della rete. E ci sono soprattutto le videochiamate, che mi tolgono il disagio del telefono, mostrandomi gli occhi, e le parole dei corpi (i corpi non smettono di parlare) a cui voglio bene.<br />
La vera solitudine l’ho sperimentata, è ben altra cosa. Molti anni fa mi sono ritrovato a vivere in una città africana che era sede della legione straniera e di altri eserciti, e che era in realtà un immenso postribolo. Le strade erano postriboli, i caffè erano sordidi postriboli, e peggio che peggio i ristoranti e il porto: non avevo dove andare. Era troppo caldo per passeggiare, ammesso che si potesse passeggiare: non c’erano vie con marciapiedi, non c’erano giardini, fuori dalle baraccopoli che delimitava quella Gomorra non c’erano coltivazioni (anche se teoricamente ero lì per quello), non c’era natura, solo un infuocato paesaggio roccioso. Avevo uno stipendio, ero lì per guadagnare, ma non avevo lavoro. Il lavoro doveva sempre cominciare, e non cominciava mai.<br />
Avevo una villetta tutta per me, e perfino un grande fuoristrada con il quale avrei potuto andare dove mi pareva, se ci fosse stato qualche posto dove andare. Non potevo telefonare se non qualche minuto ogni tanto, perché i prezzi erano proibitivi. Internet non esisteva, e non avevo televisione. Avevo una piccola radio, che però non sono mai riuscito a funzionare. Passavano le settimane e i mesi, e c’era solo quel vuoto che mi distruggeva, quel sopravvivere senza fini e senza senso, senza contatti con altre persone. Quella di adesso non ha niente a che fare con quell’angoscia che mi stringeva la gola, è la condizione di una persona che ha bisogno di isolarsi per scrivere dei libri, che ha scelto di fare quello nella vita.<br />
Ma certo in parte la prendo così anche perché per me è tutto sommato un buon periodo. Ho risolto dei nodi che mi hanno fatto soffrire per tantissimo tempo, ho incontrato una persona che considero un dono che mi ha elargito qualche divinità: ci parliamo ogni giorno, so che la ritroverò quando ci lasceranno viaggiare. Il mio ultimo romanzo è uscito in autunno, non è stato travolto di petto come è successo a tanti altri libri. E perfino sul piano economico non sono messo malissimo, ho qualche mese di autonomia, un contratto già firmato per un nuovo lavoro scientifico di qualche altro mese. So benissimo che per molte persone ci sono ansie economiche, anche drammatiche, e relazionali, e io stesso, in altri periodi meno fasti, penerei molto di più.<br />
Del resto pure io per qualche settimana sono stato, all’inizio, molto turbato. Provavo una grande rabbia. E anche angoscia, sotto la quale trovavo, scavando bene, collera. Rabbia per la prevedibilità &#8211; l’imprevedibile prevedibilità &#8211; di quello che succedeva. L’imponente macchina capitalistica entrava in tilt per quei suoi eccessi e quella sua sconsideratezza che io avevo sempre criticato e vituperato, e che per la mia formazione scientifica e il mio lavoro conoscevo meglio di altri. Ora succedeva davvero, e io ero impotente, mi sentivo anzi corresponsabile. Non avevo fatto abbastanza, non mi ero impegnato a fondo, non avevo militato, e anche adesso me ne stavo con le mani in mano. E rabbia perché attorno a me vedevo solo nostalgia del passato, fretta di ritornare a quella pazzia collettiva di consumi e sprechi e materialismo che aveva causato la pandemia, e che certo, se si fosse riaffermata, avrebbe provocato in poco tempo danni ancora più devastanti, con il loro inevitabile corollario di guerre e morte.<br />
Mi dicevo che dovevo cambiare tutto nella mia vita, dovevo militare e battermi. Non potevo limitarmi ai miei inermi studi sulla terra, per quanto potenzialmente benefici possano essere, nella loro piccolezza, per una conoscenza dell’ambiente, non potevo restare chiuso nel solipsismo dei miei testi letterari. Nella foga ho scritto e pubblicato nel mio paese di origine un accorato appello a limitare drasticamente il consumo di carne, come misura concreta per cominciare a venire immediatamente a patti con la cosiddetta natura. Nessuno lo ha appoggiato, nessuno ne ha parlato, erano tutti occupati con la contabilità dei morti e le meccaniche della malattia, le allucinanti risposte del potere, così simili nei due paesi della mia vita. In qualche settimana le libertà personali e le più elementari basi della democrazia erano state spazzate via. Ci si accorgeva che non era poi impossibile che il capitalismo affrontasse davvero un problema ambientale da lui stesso causato, come si era sempre pensato: lo faceva perdendo però per strada la democrazia. Che è un po’ come spegnere il fuoco usando il sangue delle persone. Alla luce dell’esperimento preliminare che stiamo vivendo, l’ineluttabile via del futuro sembra rivelarsi quella. Ne ricavavo altra angoscia, che a ben vedere era rabbia.<br />
Poi un po’ alla volta ho capito che non sono il centro del mondo, non posso essere il suo salvatore, seguo anch’io quello che succede, come tutti. Magari davvero quello che sta accadendo è l’inizio dei rivolgimenti che porteranno guerra e morte, non lo posso sapere. Ho però un piccolo margine di manovra. Ho anch’io paura della morte, come è d’uso nelle nostre società materialistiche, ma posso lavorarci sopra. E a ben guardare qualcosa nel mio piccolo faccio anch’io. Nel mio lavoro ho sempre cercato di fare capire che i terreni sono fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo, e che vanno risparmiati e trattati bene. E anche nei miei romanzi i temi dell’ambiente e delle relazioni tra gli uomini sono al centro. E’ già qualcosina, anche se certo cercherò di impegnarmi di più. Adesso so che seguirò quello che succede, e proverò a fare il mio meglio. Per il momento assaporo la mia solitudine, che è sintonia con me stesso e con la morte, e coltivo il mio giardino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><em>(nella traduzione di Frederika Randall, questo pezzo entrerà nell&#8217;e-book dedicato alla pandemia che la casa editrice di Brooklyn <a href="https://restlessbooks.org/">Restless Books</a> pubblicherà a fine mese, con i contributi di molti loro autori di vari paesi; i ricavati di questo instant book  andranno alla <a href="https://www.bincfoundation.org/">Book Industry Foundation</a>, organizzazione che sostiene le librerie in difficoltà)</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Storia di un pacco (Dipartire ai tempi del confino)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 05:00:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[disegni e testi di Elena Tognoli Il pacco scivolava veloce su rotelle. &#160; &#160; Al pacco si può lasciare un ultimo messaggio a distanza di vivavoce. &#160; &#160; Aveva paura che al centro di smistamento confondessero il suo pacco con un altro pacco. &#160; Il suo pacco sapeva di fiori finti. &#160; &#160; Forse il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">disegni e testi di <strong>Elena Tognoli</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84235 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1.png" alt="" width="400" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1-250x250.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1-200x200.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipertire_elena_tognoli_1-160x160.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></strong>Il pacco scivolava veloce<br />
su rotelle.<span id="more-84149"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_2.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84238 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_2.png" alt="" width="400" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_2.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_2-296x300.png 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_2-250x253.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_2-200x203.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_2-160x162.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Al pacco si può lasciare un ultimo messaggio<br />
a distanza di vivavoce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_3.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84240 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_3.png" alt="" width="400" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_3.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_3-219x300.png 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_3-250x342.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_3-200x274.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_3-160x219.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Aveva paura che al centro di smistamento<br />
confondessero il suo pacco<br />
con un altro pacco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Schermata-2020-04-20-alle-16.00.21.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84283 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Schermata-2020-04-20-alle-16.00.21.png" alt="" width="400" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Schermata-2020-04-20-alle-16.00.21.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Schermata-2020-04-20-alle-16.00.21-213x300.png 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Schermata-2020-04-20-alle-16.00.21-250x353.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Schermata-2020-04-20-alle-16.00.21-200x282.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Schermata-2020-04-20-alle-16.00.21-160x226.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Il suo pacco sapeva di fiori<br />
finti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_5.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84245 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_5.png" alt="" width="400" height="387" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_5.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_5-300x290.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_5-250x242.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_5-200x194.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_5-160x155.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Forse il pacco era vuoto<br />
(forse c’era speranza).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_6.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84246 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_6.png" alt="" width="600" height="325" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_6.png 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_6-300x163.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_6-250x135.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_6-200x108.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_6-160x87.png 160w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a>Il pacco era circondato da mura visibili.<br />
Il pacco era circondato da mura invisibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_7.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84247 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_7.png" alt="" width="400" height="583" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_7.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_7-206x300.png 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_7-250x364.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_7-200x292.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_7-160x233.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Con uno sforzo metafisico<br />
il pacco fu incoraggiato a partire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_8.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84248 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_8.png" alt="" width="400" height="387" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_8.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_8-300x290.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_8-250x242.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_8-200x194.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_8-160x155.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>(Ricevuta di ritorno).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84249 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9.png" alt="" width="400" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9-250x250.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9-200x200.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_9-160x160.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Un giorno si svegliò ed ebbe voglia di prendere a pugni<br />
il pacco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_10_bis.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84261 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_10_bis.png" alt="" width="400" height="622" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_10_bis.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_10_bis-193x300.png 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_10_bis-250x389.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_10_bis-200x311.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_10_bis-160x249.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Cominciava a misurare la distanza con pollici, piedi, gambe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_11bisbis.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-84268" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_11bisbis.png" alt="" width="400" height="453" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_11bisbis.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_11bisbis-265x300.png 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_11bisbis-250x283.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_11bisbis-200x227.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_11bisbis-160x181.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Avrebbe voluto sentire il peso del pacco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_13.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84255 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_13.png" alt="" width="400" height="331" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_13.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_13-300x248.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_13-250x207.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_13-200x166.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_13-160x132.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Nel pacco lasciò qualcosa di lei<br />
a pezzi<br />
(un dito, un’unghia, una ciocca di capelli).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_14.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84256 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_14.png" alt="" width="400" height="388" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_14.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_14-300x291.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_14-250x243.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_14-200x194.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/dipartire_elena_tognoli_14-160x155.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Uscì di casa a comprare i francobolli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/ipacchi-11.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84257 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/ipacchi-11.png" alt="" width="400" height="447" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/ipacchi-11.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/ipacchi-11-268x300.png 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/ipacchi-11-250x279.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/ipacchi-11-200x224.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/ipacchi-11-160x179.png 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>(Fare finta di niente, ignorare la nuova ordinarietà dei<br />
fenomeni paranormali)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Nota dell&#8217;autrice: Queste immagini e queste parole sono dedicate a Massimiliano e a tutti coloro che hanno vissuto un lutto ai tempi del confino.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/21/storia-di-un-pacco/feed/</wfw:commentRss>
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			</item>
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		<title>L’alba reclusa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/08/lalba-del-recluso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 12:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alba]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianza]]></category>
		<category><![CDATA[Trentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini Saranno le 6 quando l’alba inizia a filtrare attraverso lo spiraglio fra le imposte, che ieri sera ho apposta lasciato socchiuse, per essere svegliato alle prime luci. Mia moglie dorme, e dorme, e dormirà beatamente fin chissà quando: l’emergenza Covid19, con la reclusione in casa, le ha tolto ogni pudore al riguardo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/11.-Cappellainnevata.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84074" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/11.-Cappellainnevata.jpg" alt="" width="400" height="264" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/11.-Cappellainnevata.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/11.-Cappellainnevata-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/11.-Cappellainnevata-250x165.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/11.-Cappellainnevata-200x132.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/11.-Cappellainnevata-160x106.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>Saranno le 6 quando l’alba inizia a filtrare attraverso lo spiraglio fra le imposte, che ieri sera ho apposta lasciato socchiuse, per essere svegliato alle prime luci. Mia moglie dorme, e dorme, e dormirà beatamente fin chissà quando: l’emergenza Covid19, con la reclusione in casa, le ha tolto ogni pudore al riguardo.<br />
Io qualche problema con la mia educazione protestante ce l’ho. Quand’è alba, io mi alzo. Ricordo mio padre che raccontava del nonno che nelle fredde albe trentine di primo Novecento passava nelle camere degli 11 figli a strappar via le coperte. Mio padre, lui uomo moderno, non lo ha mai fatto, praticamente. Ma insomma, la cosa ce l’ha insinuata int’a capa, anche se con altri mezzi: “a questo mondo non si viene per poltrire, ma per darsi da fare, ecc.” Anche se obiettivamente, in queste circostanze, risulta problematico. Siamo reclusi in casa, Conte tuona, in ogni telegiornale – non ce ne perdiamo uno questi giorni – contro chi c’ha ‘ste fisime di uscire. S’è incazzato pure con la disposizione che tollerava i genitori accompagnanti i pargoli ad un’ora d’aria. Nichts, nisba, niente ora d’aria per i pargoli: che guardino Raiplay cartoons. Verranno tempi migliori anche per loro, se non diventano rachitici prima.<br />
Io ho avuto resistenze quasi psicosomatiche: depressioni, melanconie, ire. Proprio adesso che abbiamo le montagne fuori dalla finestra … ed un faggeto proprio davanti al portoncino d’ingresso del condominio&#8230; Poi una volta mi hanno fermato i carabinieri: favorisca i documenti. E l’autorizzazione per gli spostamenti? Ma quale spostamento, sto andando a ritirare contante al bancomat più vicino, nella frazione qui da presso, sarà km 1! Ma anche loro Nichts, nisba, bastano e avanzano i bancomat. Ma quali bancomat! Proprio ieri sono andato dal giornalaio – l’acquisto dei giornali è autorizzato, eh! – a ricaricare il cellulare, e ho dovuto cacciare il contante, altro che bancomat. Ma loro sempre irremovibili, niente, sembrava una barzelletta sui carabbinieri. Sono dovuto ritornare alla base a tasche vuote. Per acquistare i quotidiani ho dovuto provvedere ad accedere ad un mutuo presso mia moglie, che ha ancora contante (beh, in fondo, poi il giornale lo legge anche lei, una volta svegliata).<br />
Alzo il termostato dell’appartamento rimasto sotto i venti gradi per la notte, e guardo fuori, la montagna davanti, che incombe sullo sfondo, sopra il basso tetto del caseificio. Incombe nell’ombra azzurra ancora universale, ma un leggero chiarore guizza appena appena nell’aria. Dall’altra parte dell’orizzonta si sta alzando il sole, non arrivano ancora raggi diretti, ma il dorsale montano mosso e ondulato, che termina a nord con una punta di roccia, comincia a rivelare le sue forme. Nell’ombra azzurra brilla solo l’insegna al neon dell’Hotel a tre stelle, chiuso pure lui, sprangato e con i carabinieri che gli gironzolano intorno, ma con l’insegna luminescente (praticamente uno spreco). Ma man mano che la luce si spande lei – l’insegna luminosa – sbiadisce. Poi cominciano ad arrivare i primi raggi diretti su in cima, proprio sulla linea del displuvio montano, che fanno brillare la neve rimasta lassù a far da confine con la sottostante (dall’altra parte) valle dell’Adige, ove scivola indisturbato il mondo economico essenziale. Pur ora eh! Sull’autostrada del Brennero scorre a fianco dell’Adige un flusso ininterrotto di TIR, dal Mediterraneo alla Mitteleuropa e viceversa. Al di là del crinale qui di fronte. E noi qui &#8211; minchia &#8211; che non possiamo manco muoverci da casa. Manco!<br />
Ora che s’è acceso il giorno arriva una autobotte al caseificio di fronte, di manovre “essenziali” ce ne stanno anche qui d’attorno, dunque. E io, io che non sono per nulla essenziale, mo che faccio? Sì, poi c’è da continuare l’Asor Rosa del Bilancio di un secolo, ma quello è l’impegno di lettura della giornata, della giornata piena, ma ora? Adesso? Tanto per iniziare adeguatamente, per dare un senso al risveglio, all’avvio. Controllo le agenzie di stampa e leggo del disastro sul portale dell’INPS, che ha fatto impazzire chi doveva registrarsi per richiedere gli ammortizzatori sociali. Penso subito alla nipotina a partita IVA rimasta a Milano, i cui lavori si sono tutti dileguati in un battibaleno, e la messaggio per chiedere come va. «Ciao zio – mi risponde – è stata una giornataccia ma alle 23 di ieri sera ci sono riuscita a registrarmi. Marco invece era riuscito già nel primo pomeriggio». Meno male, dai, è già qualcosa, è la prima volta che si predispone una simil-cassa integrazione anche per lavoratori precari (certo, Conte, che figura! Così vede ad aver cassato Boeri ed averci messo Tridico).<br />
Una pagina WEB di news mi dà un’idea per la doccia: «Un paio di ramoscelli di eucalipto legati con dello spago dove poggia il sifone per la doccia, ci regaleranno un momento di vero relax e ci aiuteranno a prevenire numerosi malanni!». Sì, eucalipto, e qui dove vado a raccattarlo? Mica siamo in Etiopia.<br />
Vabbè mi farò una doccia normale, con lo shampoo, come cantava Gaber</p>
<p style="padding-left: 120px;">«Una brutta giornata<br />
chiuso in casa a pensare<br />
una vita sprecata<br />
non c&#8217;è niente da fare<br />
non c&#8217;è via di scampo<br />
mah, quasi quasi mi faccio uno shampoo»</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Shelter in place (l’Italia in una stanza)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2020 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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		<category><![CDATA[san francisco]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Marinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sara Marinelli Nove ore di fuso non sono niente. Se dormo di giorno e sto sveglia di notte, sono in sincronia perfetta. Con lei. Con l’Italia, dove non vivo più da 13 anni, e che ora vive dentro la mia stanza. Nelle settimane di distanziamento sociale, nel confino del mio appartamento, la città fuori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sara Marinelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/cid_9A2703F1-5DEC-4E4B-A49C-DE5E58960273.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-84008" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/cid_9A2703F1-5DEC-4E4B-A49C-DE5E58960273.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/cid_9A2703F1-5DEC-4E4B-A49C-DE5E58960273.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/cid_9A2703F1-5DEC-4E4B-A49C-DE5E58960273-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/cid_9A2703F1-5DEC-4E4B-A49C-DE5E58960273-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/cid_9A2703F1-5DEC-4E4B-A49C-DE5E58960273-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/cid_9A2703F1-5DEC-4E4B-A49C-DE5E58960273-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Nove ore di fuso non sono niente.<br />
Se dormo di giorno e sto sveglia di notte, sono in sincronia perfetta. Con lei. Con l’Italia, dove non vivo più da 13 anni, e che ora vive dentro la mia stanza.<br />
Nelle settimane di distanziamento sociale, nel confino del mio appartamento, la città fuori — San Francisco — si dissolve, se ne sta sospesa dietro la porta di casa. E se la città fuori per molti giorni non esiste e non mi staglia davanti le sue strade, le sue insegne, e la sua gente, ricordandomi dove sono, la geografia pure scompare, e nel tempo capovolto, posso vivermi il sogno e l’incubo di essere in Italia, adesso, nei giorni della pandemia e del dolore. La mia stanza non ha più pareti, ma non ha alberi infiniti come dice la canzone — di quelli ne abbiamo più che mai bisogno — piuttosto squarci di vicoli e strade, piazze e balconi, chiese e gradini, sanpietrini e mare, che si aprono nitidi e chiari davanti a me in ogni dormiveglia, in ogni visione, quasi da poterli odorare.<span id="more-83964"></span></p>
<p>Abito da sola, e ora che la città non mi chiama più alla sua routine quotidiana, e non mi impone di risponderle in inglese, nel silenzio del mio isolamento irrompono le voci della radio, il cinema, i notiziari, i video italiani, assieme alle sue canzoni, che ascolto e canto senza balcone, e così mi sembra di non essere più qui, negli Stati Uniti. Ciò che riguarda la quarantena americana, con i suoi decreti, i divieti, le precauzioni, i numeri e le cifre del contagio, non mi scuote come tutto ciò che riguarda lei. Lei mi è dentro, mentre il resto è fuori, mi attraversa e non si radica. Apprendo le notizie locali quasi meccanicamente, rispetto le ordinanze e le regole, ma è come se non mi riguardassero, come se, appunto, io fossi altrove, o da nessuna parte.</p>
<p>Vivo il paradosso di una vita sdoppiata tra qui e lì, di trovarmi in ambedue i luoghi ma in nessuno. Annaspo tra due piani di realtà paralleli, non so a quale saldarmi: alla realtà vicina e fisica dove il mio corpo abita e deve tutelarsi e isolarsi; o alla realtà lontana ed emotiva per la quale tuttavia anche il mio corpo teme e freme fin dentro alle viscere, fin dentro alle ossa. Sospetto che sto cercando di fare l’impossibile: far coincidere dentro di me i due piani, condannandomi a vivermi una vita non soltanto sdoppiata ma doppia. Eccoci, due settimane dopo la vita a San Francisco è un deja vu imperfetto, il riflesso dell’altra realtà, e mi dona una falsa immunità. Il linguaggio e le emozioni della pandemia si ripetono due volte, le reazioni della gente, lo sconcerto, il panico, l’incertezza, e poi la responsabilità individuale e collettiva, il distanziamento, i divieti ufficiali, gli scaffali vuoti ai supermercati, le file ad aspettare il proprio turno.</p>
<p>Tutto si è duplicato. Anche la quarantena. Vado sommando i giorni italiani a quelli americani e ho perso il conto effettivo. Ho cominciato almeno una settimana prima dell’ordinanza statale del 17 marzo. Le notizie sul dramma italiano avevano allertato il mio istinto di salvaguardia ancor prima che qui fosse percepito il rischio. La città si godeva i suoi ultimi giorni di libertà senza saperlo, io me ne privavo. Avevo incassato troppi pugni nello stomaco guardando l’Italia sui giornali e sugli schermi per riuscire a reggermi in piedi davanti ai ristoranti pieni, i dive bar con le partite di baseball, la spensieratezza e le risate della gente di questa città giovane, città tech, città produttiva, città temeraria, che ha imparato a scansare imperturbata i senzatetto sui suoi marciapiedi. Non avevo bisogno di incassare un altro pugno, di alimentare il mio tormento, e sentirmi di colpo più straniera di prima. Ho preferito ritirarmi anzitempo. La mia casa è divenuta doppio riparo: dal Covid-19 e dall’inconsapevolezza, dalla normalità, dalla troppa salute presunta e presuntuosa.</p>
<p>Scomparso il mondo fuori, me ne sto rintanata nel mio “shelter in place.” Questo è il nome del decreto d’emergenza adottato per arginare la pandemia. Il decreto che in molti paesi utilizza la parola “casa,” qui accuratamente la evita. Qui in migliaia la casa non ce l’hanno. E chi il tetto ce l’ha ma è un espatriato, un immigrato in regola o meno, continua ancora a chiedersi quale sia davvero la sua casa. Ancor più adesso. Ancor più in un paese come l’America che sa accoglierti e respingerti con la stessa facilità; che non sai se sarà in grado di proteggerti e curarti, o se ti lascerà soccombere.</p>
<p>E allora in queste settimane si fa più acuto il desiderio di “tornare,” si fa più vivo che in mille altri momenti di tutti questi anni quando l’hai lasciato scemare davanti ad altrettanti mille ragionamenti che ti hanno convinta che non era ancora tempo, che non eri ancora pronta. Ora il desiderio si fa necessità dolente, forse insensata, dettata dalla nostalgia, dalla pena per il dolore della gente, l’ansia per i familiari, il lutto collettivo, il senso di colpa per essertene andata, e la voglia di stare più vicino a chi hai lasciato. O scatenata dal dileguarsi di un’illusione che in fondo non hai mai smesso di nutrire.<br />
Ogni espatriato italiano ha nella testa un chiodo fisso, anche quando non ne è pienamente consapevole, anche quando non lo ammette chiaramente a se stesso: quello di un giorno tornare. Non sa né quando né come, sa soltanto che ha un luogo perduto da ritrovare, seppure fosse soltanto per andarci a morire, per finire i giorni là dove sono cominciati.</p>
<p>Ma nelle settimane del contagio e del bollettino nefasto delle sue vittime, non è soltanto la nostalgia che spinge a considerare il ritorno improvviso e provvisorio, ma il terrore della perdita dei cari, e l’impossibilita del saluto. È il timore del pericolo per l’altro, non per se stessi, che spinge a cercare voli, a calcolare le date, a tracciare la mappa delle restrizioni, dei divieti di entrata e di uscita.<br />
L’Italia è oramai irraggiungibile. Isolata, blindata.<br />
Le frontiere sono chiuse, come chiuse sono quelle interne agli Stati Uniti e in altri scali europei. L’impossibilità del ritorno ti sbatte chiaro in faccia la tua appartenenza, rivendicata ancor più quando ti è sottratta. Seppure riuscissi mai ad arrivarci, resta il problema di dove stare, cosa fare, e poi come e quando rientrare. L’Italia è divenuto un paese da scartare, da temere. L’Italia, tua casa, dove per adesso non hai casa.</p>
<p>Forse “Shelter in place” è davvero il nome giusto in un paese come gli Stati Uniti, un paese che un italiano non riesce mai fino in fondo a chiamare casa, nemmeno dopo tredici anni, o anche più. Ma al quale riconosce l’opportunità di rifugio da qualunque cosa si sia scappati o si sia lasciati alle spalle in cerca di qualcos’altro.<br />
Rifugiarsi sul posto. Rendere qualsiasi luogo il proprio riparo, persino un parcheggio del centro commerciale, un sottopassaggio di autostrada, un campo sportivo, che dispone brandine e cartoni per i senzatetto a sei piedi di distanza gli uni dagli altri (6 feet è la misura ufficiale di distanza).<br />
Ripararsi come si può, dove si sta.<br />
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, scriveva Ungaretti durante la Grande Guerra. Questo verso si insinua improvviso nella mente a chiusura dei miei pensieri, come il verso di una canzone si è insinuato a principio. Si sta sospesi in attesa. Nel suo caso, poeta soldato, in attesa di poter cadere da un momento all’altro. Nel nostro, in attesa di rialzarci. In attesa di tutto ciò che sarebbe troppo da elencare: la fine della pandemia, delle morti, della reclusione, della paura, dell’incertezza.<br />
Ma davanti a ogni altra cosa adesso si antepone l’attesa di tornare. Di sostituire quel piano di realtà affettiva lontana a quello fittizio e immaginario ricreato dentro la mia stanza, che seppur mi dona conforto e una parvenza di vicinanza, acuisce il mio spaesamento.</p>
<p>Nove ore di fuso non sono niente — ho detto; invece lo so che sono tanto, che fanno la differenza tra oggi e domani. La notte di qui è il giorno in Italia. Quando riesco ad addormentarmi nella mia notte, perdo la sincronia e recupero la giornata italiana in differita. E proprio come una partita o una puntata in differita non voglio sapere come va a finire prima del tempo. Devo prima assaporare il piacere di pronosticare un buon risultato, di immaginare un buon finale. Insomma, devo prima imbottirmi di speranza, augurandomi che il suo oggi sia stato meno doloroso di ieri; augurandomi che quando domani sarà veramente domani per entrambi, lei, con nove ore di luce e di giorno in più, avrà contato meno vittime e meno contagi, che i suoi numeri siano forieri di una svolta, che le cifre incitino al coraggio, che la vita non si sia arresa alla morte.<br />
È soltanto dopo aver vissuto tutte le ore che posso del suo giorno, che procedo poi a occuparmi del mio. E ad accusare tutta la sua solitudine.</p>
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		<title>E fu sera e fu mattina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2020 12:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Luisa Venuta Questa notte ho sognato. Sono ad un incrocio qui vicino a casa a parlare insieme con Marta, un&#8217;amica di Lucca. È sera, racconta di un tipo che si è trasferito qui e abita in un appartamento talmente umido da averlo soprannominato &#8220;la laguna&#8221;. E dice &#8220;vado in laguna&#8221; invece che dire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-83992" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />di <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p>Questa notte ho sognato. Sono ad un incrocio qui vicino a casa a parlare insieme con Marta, un&#8217;amica di Lucca. È sera, racconta di un tipo che si è trasferito qui e abita in un appartamento talmente umido da averlo soprannominato &#8220;la laguna&#8221;. E dice &#8220;vado in laguna&#8221; invece che dire &#8220;vado a baita&#8221; come fanno i bresciani. E ridendo mi guardo in giro, siamo in tanti e parliamo e beviamo birra e bicchieri di pirlo e di vino e mi dico che è una sensazione strana, che forse c&#8217;è qualcosa di strano e una voce sussurra &#8220;ma è un assembramento e siamo tutti senza mascherine&#8221;.</p>
<p>Mi sveglio di colpo, pensando a dove diavolo si sia infilato il covid19 nel mio inconscio. Ecco, sogno di notte di uscire e che tutto sia finito e di tornare a dire cazzate in mezzo alla gente del quartiere del Carmine in centro a Brescia.</p>
<p>Noi stiamo bene. Due settimane fa avrei scritto che l&#8217;aria è pulita, si sentono gli uccellini al mattino ed è piacevole questa sospensione del tempo e che con Jacopo facciamo qualche compito e il resto è un po&#8217; inventato, mentre Youssef continua a lavorare dalle 8 alle 16 in un&#8217;agenzia bancaria e esce con mascherina, guanti e rientra un po&#8217; silenzioso, lava tutto in lavatrice e la tensione c&#8217;è, ma si stempera via.</p>
<p>Poi qualcosa è cambiato.</p>
<p><span id="more-83864"></span>La settimana scorsa è stata un&#8217;ecatombe. Almeno una persona conosciuta che sparisce ogni giorno. Un andar via continuo. Spesso mi soffermo a pensare che se questa è la sensazione che ho io che non sono nata a Brescia, chissà chi è nato e cresciuto qui che cosa sta provando. Le chat collettive si stanno facendo più silenziose: nessuno ha più tanta voglia di scherzare, di far girare video sciocchi o battute impertinenti. Le video call per gli aperitivi virtuali mostrano visi provati, fatiche e qualche segno di pianto. Si scherza sulla tenuta psichica nella reclusione e su quando si tornerà a bere il caffè al bar di Iaio al mattino dopo aver mollato i bimbi a scuola. Un sogno che ci diciamo ogni volta e, di solito, io ci aggiungo sottovoce, le altre sono astemie, che sogno una bella bottiglia di bollicine Franciacorta da scolarmi per strada in compagnia. Youssef si occupa della spesa sotto casa, al rientro, e anche con il Gruppo di Acquisto Solidale siamo riusciti a trovare un modo per andare a prendere le consegne e sostenere i piccoli produttori che per noi sono prevalentemente in zone della bergamasca o del cremonese: le signore di Castelcovati che fanno a casa i casoncelli, una agroittica di valle, la ragazza che alleva polli e tacchini. Insomma pensiamo a noi e a non farli sparire. Il lavoro a casa con i bambini è un terno al lotto ogni giorno: una prova conflittuale, di scelta costante su quello a cui dare priorità. Anche perché il computer è uno e al limite si usa il cellulare. Chi ha due, tre figli gioca al lotto a chi far fare i compiti o le videolezioni.</p>
<p>Le chat dei genitori si sono trasformate in luoghi di scambi compiti, dove sistemare audio, testi e altro per coloro che hanno solo un cellulare. Mercoledì il nostro istituto ha deciso quali sono le priorità per distribuire in comodato d&#8217;uso tablet non usati dal 21 febbraio: una redistribuzione di risorse presenti, direi, se fossi ad una conferenza sul tema &#8220;La resilienza ai tempi del covid19&#8221;. La realtà è che ci si chiede se la decina di tablet ordinati arriveranno mai in tempo utile: qui a Brescia non viene consegnato quasi nulla. E poi il problema è un altro. Ci sono famiglie che non sanno gestire un <em>device</em>: come si usa, che cosa vuol dire &#8216;applicazioni&#8217;, come si scarica un file o, ancor meglio, che cosa significa &#8220;scarica il file&#8221; o &#8220;inserisci login e password&#8221; o sono &#8220;scadute le credenziali&#8221;. Il divario sociale prima nascosto o evitato oggi è fonte di sparizioni totali di studenti e famiglie dai cruscotti della didattica a distanza. E in qualche scuola primaria le percentuali sfiorano il 30 o il 50 percento. Sono numeri importanti che interrogano tutti: insegnanti, i comitati genitori, le strutture che lavorano nel territorio. Tutti.</p>
<p>Con Jacopo ci siamo inventati un po&#8217; di cose, poi ci siamo anche stufati. Ci sono giorni di grande amore e intesa e altri in cui i suoi otto anni confliggono con questo star dentro in un appartamento senza amici con cui giocare, lottare.</p>
<p>E io perdo il senso del tempo. Ricordo una cosa fatta una settimana fa, ma forse ormai è stato tre settimane fa. E allora tiro fuori dal cilindro i trucchetti che mi hanno insegnato tanti anni fa i carcerati di San Vittore per non perdere il senso dell&#8217;orientamento spazio temporale. Loro erano dentro da anni, ormai esperti in tutto quello che si può fare in pochi metri quadrati senza orizzonti e io mi sento persa già dopo due, tre giorni a casa mia. Così segno e annoto su un quaderno quello che faccio, man mano che scorre la giornata. Così non perdo il filo rosso dei giorni che scorrono via e la mente si placa.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Attendiamo il dopoguerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 12:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Spallarossa]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandra Spallarossa</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/citt-deserta.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-83799" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/citt-deserta.jpg" alt="" width="512" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/citt-deserta.jpg 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/citt-deserta-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/citt-deserta-250x164.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/citt-deserta-200x131.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/citt-deserta-160x105.jpg 160w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a></p>
<p>Forse complice la memoria che sbiadisce dopo una certa età, forse anche il processo di rimozione dei ricordi dolorosi per salvaguardare la propria salute mentale, mia nonna al telefono mi spiega che la guerra fu meno pesante per loro rispetto a questa reclusione forzata e a questo dramma epidemiologico.<br />
La sua dichiarazione arriva in risposta al pensiero che ho condiviso con lei pochi secondi prima: “certo è dura ma per voi la guerra dev’esser stata molto peggio”. “No”, mi dice, lasciandomi sorpresa.<span id="more-83769"></span><br />
Mia nonna ha 87 anni, la sua giovinezza è stata segnata dal grande conflitto mondiale che ha tracimato tutta l’Europa, proprio come sta facendo ora il Covid-19, di cui il vecchio continente è diventato il nuovo epicentro.<br />
“Intanto noi sapevamo chi era il nemico e da dove arrivava” continua mia nonna con la sua voce traballante “e poi potevamo riunirci, anzi, ci riunivano tutte le sere, trovavamo conforto nella socialità” quelle parole mi procurano una strana sensazione allo stomaco, ma la voce di mia nonna al telefono continua “certo, poteva cascarti la casa addosso sotto i colpi dei bombardieri, ma io ero una bambina, mi sedevo sulle ginocchia di mio padre e mi sembrava che nulla di male potesse accadermi finché lui mi stringeva”.<br />
Non credo mia nonna intenda davvero sostenere la tesi che la guerra sia meglio di questa situazione, come non credo sia interessante cercare di assegnare premi agli eventi più traumatici della storia umana, eppure un pensiero emerge prepotentemente: la necessità umana del rapporto sociale e del contatto coi suoi simili.<br />
Sono trascorse ormai più di due settimane da quando il Presidente Conte ha messo tutto il paese in quarantena, e pochi giorni in meno da quando l’OMS ha dichiarato il Covid-19 pandemia mondiale. Siamo ogni giorno testimoni di una tragedia che segnerà la storia, che sta mettendo in ginocchio i nostri sistemi; il mondo pare essersi fermato, e mentre noi ci affacciamo alle finestre come carcerati, la natura là fuori si riappropria dei suoi spazi usurpati, dandoci un’amara lezione su cosa possa essere la vita sul pianeta senza l’uomo.<br />
Siamo tutti preoccupati, smarriti, provati, e chi non lo è non ha forse ben afferrato la situazione.<br />
I contagi in tutto il mondo continuano a salire e i morti ad aumentare, la cantilena del telegiornale impregna i nostri salotti senza sosta, ricordandoci continuamente che bisogna restare a casa e che solo così finirà presto. “Presto”, questa parola sembra ormai aver abbandonato il suo significato reale, sembra piuttosto voglia rivestirsi di speranza, perché la verità è che non sappiamo quanto ancora andrà avanti questa reclusione coatta e necessaria. I dubbi sono tanti, ma risposte non ce ne sono.<br />
Mentre aumenta il numero delle anime che si spengono, mentre il nostro paese barcolla sotto i colpi di tosse del coronavirus, qualcosa si aggrappa al nostro cuore ridandoci speranza: la prospettiva di poterci riabbracciare tutti “presto”.<br />
Quando mia nonna mi spiega perché la guerra era diversa si sofferma sul contatto umano, sulla speranza e la forza che scaturiscono da un semplice abbraccio, dall’ancestrale conforto che ci da e che oggi ci è negato. Per la nostra e altrui sicurezza siamo chiamati a reprimere alcune delle più forti connotazioni umane: la socialità, l’aggregazione, l’affetto, il senso di comunità. Allora usciamo sui balconi, tentando di accorciare un po’ quella distanza fisica, cantiamo insieme per sentirci di nuovo vicini.<br />
Mia nonna si sofferma anche sulla forma di questo nemico infido che ci ha costretti a fermarci e nasconderci, che è invisibile e che attecchisce all’interno dei nostri corpi in silenzio, sorprendendoci completamente disarmati.<br />
Sebbene siano giorni delicati e confusi il telegiornale e i media non fanno altro che ripetere che siamo in guerra; voglio credere che ricorrano a quest’espressione col solo scopo di farci mantenere la massima cautela, e non di spargere il panico. Eppure il paragone viene naturale, non serve il giornalista con la sua dialettica a farci sentire come se ci stessero bombardando. Non cascano i palazzi, il nemico si insinua nelle nostre cellule, non ci sono frontiere da difendere, la trincea è nelle corsie d’ospedale, non ci sparano addosso, il virus aleggia tra le strade cittadine, non perdiamo valorosi soldati che combattono per la patria, vediamo i nostri cari spegnersi ineluttabilmente, e a volte neanche possiamo vederli. Il Covid-19 ci ha privati anche del più sacro avamposto umano: l’ultimo saluto ai nostri cari perduti.<br />
Ebbene, nonostante tutto, non perdiamo la speranza, da questi giorni funesti si leva la tenace bellezza umana che non sembra volersi affievolire: l’inestimabile valore del vero contatto, che nessuna tecnologia può surrogare e nessuna tragedia può cancellare.<br />
Nonostante tutto ricordiamoci che il dopoguerra è stato un periodo florido, di rinascita economica, un boom demografico con un miglioramento nello stile di vita, allora anche questa “guerra” un giorno finirà e noi faremo tesoro delle lezioni imparate, apprezzando profondamente le cose più semplici, daremo vita ad un nuovo splendido mondo. Voglio credere che sarà così.</p>
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