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	<title>crimini contro l&#8217;ospitalità &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Migranti, la condanna all’immobilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2014 05:00:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Donatella Di Cesare (Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, un estratto da “Crimini contro l’ospitalità”, il melangolo 2014. Tra denuncia politica e reportage filosofico, questo libro è un viaggio in un centro di identificazione e espulsione, quell’Ade invisibile e nascosto dove vengono relegate le scorie umane della globalizzazione. Ma il viaggio diventa occasione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Donatella Di Cesare</strong></p>
<p>(<em>Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, un estratto da <a href="http://www.ilmelangolo.com/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage.tpl&amp;product_id=3802&amp;category_id=524&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=59" target="_blank">“Crimini contro l’ospitalità”, il melangolo 2014</a>. Tra denuncia politica e reportage filosofico, questo libro è un viaggio in un centro di identificazione e espulsione, quell’Ade invisibile e nascosto dove vengono relegate le scorie umane della globalizzazione. Ma il viaggio diventa occasione per riflettere sui campi per gli stranieri, sulla retorica ambigua dell’accoglienza. Dove finisce la protezione umanitaria e dove comincia il controllo poliziesco? Lo stato di permanente emergenza ha sottratto gli stranieri al diritto e ha permesso che, in una continuità inquietante con il passato, si materializzasse in Europa lo spettro del “campo”. Il neorazzismo è la convinzione che ciascuno debba vivere nel proprio paese, la reazione alla mobilità degli esseri umani, la pretesa di bandire gli indesiderabili.</em>)</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-48789" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed.jpg" alt="Crimini_contro_l'ospitalita" width="300" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed.jpg 511w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nel mondo globalizzato il successo si misura con la possibilità di muoversi liberamente. L’immobilità è invece il segno della sconfitta: chi resta indietro è emarginato, escluso dai luoghi che gli altri possono attraversare, confinato a una dimensione locale.</p>
<p>Non stupisce, allora, che il divieto di muoversi rappresenti la punizione più dura, il castigo più crudele, lo strumento più efficace per neutralizzare i soggetti ritenuti pericolosi.</p>
<p>Anche nel passato la segregazione è stata il modo per risolvere il problema posto da tutti coloro che non erano accettati nel corpo sociale: schiavi, stranieri, ebrei, pazzi, malati, lebbrosi, eretici, vagabondi. Il permesso di uscire dai quartieri, in cui erano relegati, prevedeva tuttavia l’obbligo di esibire in pubblico un marchio di appartenenza che li rinviava a uno spazio diverso. La segregazione, cioè l’isolamento spaziale, ha avuto così nei secoli lo scopo di rendere visibile e di perpetuare l’estraneazione dei diversi.</p>
<p>L’idea della prigione nasce da qui. Incarcerare non è che la forma estrema di restrizione dello spazio. Perciò l’internamento è sempre anche esclusione.</p>
<p>Pur nella continuità che lega il CIE alle forme precedenti e coeve di segregazione, c’è però una differenza che non deve sfuggire. Non solo non vi è alcun regolamento, né sono previsti una disciplina formale, un lavoro produttivo o una attività organizzata. Al contrario di altre istituzioni totali, che hanno una finalità riabilitante e mirano alla guarigione, alla reintegrazione o al recupero, sebbene manchino poi spesso il loro obiettivo ufficiale, il CIE non ha altro scopo che il trattenimento e l’espulsione.</p>
<p>La sorveglianza deve assicurarsi costantemente che gli internati, bloccati in quella mortificante sala d’attesa per il terzo mondo, restino dove sono. Non importa quello che fanno; l’importante è, anzi, che non facciano nulla. L’esclusione passa per quel <em>nulla</em> a cui li assegna la <em>condanna all’immobilità</em>.</p>
<p>In questo senso Ponte Galeria, più che a un campo di concentramento, quel laboratorio della società totalitaria, dove si sperimentava la schiavizzazione dell’uomo, appare un campo in cui, nella società planetaria, si mettono a punto le tecniche per smaltire le scorie umane della globalizzazione.</p>
<p>Al rifiuto e all’esclusione si aggiunge dunque, potenziandoli, l’immobilità forzata che, nell’era dell’illimitato, significa negare le libertà globali a una parte dell’umanità. In campi come questi emerge con chiarezza quello che Zygmunt Bauman ha più volte ribadito, e cioè che la globalizzazione al vertice procede di pari passo con la frammentazione e il disadattamento al fondo.</p>
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