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	<title>critica militante &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Franco Cordelli, il critico militante come recensore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/11/06/franco-cordelli-il-critico-militante-come-recensore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 06:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Pubblico in una versione più estesa, un articolo apparso su &#8220;Alias&#8221; del 3/11/2019, con il titolo &#8220;Atletica della lettura, cioè ripensamento&#8221;] di Andrea Inglese &#160; Quando nel 1997 esce La democrazia magica. Il narratore, il romanziere, lo scrittore, Franco Cordelli ha già alle spalle Partenze eroiche del 1980, altro libro di genere saggistico, che avrebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-81418" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/cordelli-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" />[Pubblico in una versione più estesa, un articolo apparso su &#8220;Alias&#8221; del 3/11/2019, con il titolo &#8220;Atletica della lettura, cioè ripensamento&#8221;]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando nel 1997 esce <em>La democrazia magica. Il narratore, il romanziere, lo scrittore</em>, Franco Cordelli ha già alle spalle <em>Partenze eroiche</em> del 1980, altro libro di genere saggistico, che avrebbe però, a detta del suo stesso autore, il limite di essere una mera <em>collezione </em>di interventi critici, ognuno concluso in sé e autosufficiente. <span id="more-81184"></span><em>La democrazia magica</em>, invece, pur raccogliendo di nuovo articoli e saggi scritti durante gli anni, è animato dall’ambizione di organizzare il molteplice secondo una prospettiva unitaria. Cordelli sostiene ora di tenere assieme il suo materiale con maggiore maturità e compattezza strategica. A ciò si aggiunga la convinzione, ben sottolineata nella prefazione, secondo cui egli si sarebbe liberato “dall’ossessione del romanzo”. In lui, d’altra parte, il critico non può mai essere del tutto disgiunto dal romanziere. Il tormentato rapporto con il genere romanzesco, infatti, è qualcosa che attraversa la sua duplice attività, di critico militante, e di autore di libri editorialmente assimilati al genere “romanzo”, ma che romanzi non sono del tutto o non vogliono essere. Insomma, Cordelli si dirige verso il nuovo millennio, consapevole di aver limitato il rischio di dissipazione e erraticità della sua prosa saggistica, e di essersi lasciato alle spalle l’ingiunzione superegoica, propria del modernismo letterario, di praticare il romanzo come forma privilegiata di conoscenza. Dopo cinque anni appena, però, per Le Lettere escono simultaneamente due corpose raccolte d’interventi, <em>La religione del romanzo</em>, a cura di Enzo Di Mauro, e <em>Lontano dal romanzo</em>, a cura di Massimo Raffaeli. Stando alla forma e ai titoli di questi libri del 2002, le buone intenzioni del Cordelli di <em>La democrazia magica</em> sembrano essere già abbandonate.</p>
<p>Oggi Theoria pubblica la sua quinta e sesta raccolta di “scritti letterari”, <em>Un mondo antico</em>, con postfazione e cura di Domenico Pinto, e <em>Il mondo scintillante</em>, curato da Enzo Sallustro e chiuso da uno scritto dello stesso autore. Ebbene? Lo scrittore che adesso è Cordelli ha sconfitto alla fine i suoi demoni, ridimensionando il suo interesse per il romanzo, dato per morto negli anni Settanta e risorto come nuovo circa un decennio dopo? Ha eluso i rischi di dissipazione, che la sua vocazione di critico militante assoldato dal giornalismo culturale paventava? Dei 113 interventi di <em>Un mondo antico </em>e dei 124 del <em>Mondo scintillante</em>, la maggior parte sono articoli usciti per “Il Corriere della Sera” e per il suo supplemento culturale “La Lettura”. E quasi tutti sono stati dedicati alla recensione di romanzi, che fossero prime edizioni o nuove edizioni di opere già apparse. D’altra parte, se il romanzo come genere campeggia ancora al centro del suo lavoro critico, Cordelli non l’ha mai neppure ripudiato seriamente come autore. È solo del 2016 <em>Una sostanza sottile</em>, romanzo stregante per intelligenza, ritmo compositivo, e rovello saggistico, dentro una lingua cristallina e impeccabile.</p>
<p>In realtà, negli attuali volumi sono proprio sia la quantità sia la brevità dei pezzi a fare la differenza. Sono questi aspetti che definiscono il profilo di “militanza critica” che più si addice a Cordelli. Dobbiamo, però, sancire il pieno fallimento del suo programma di fine secolo: nessuna democrazia dei generi e nessuna architettura saggistica ad ampie campate. <em>Un mondo antico </em>e <em>Il mondo scintillante</em> non sono altro, per lo più, che raccolte di <em>recensioni</em> dell’unico genere letterario, il <em>romanzo</em>, che l’editoria, il pubblico, la cultura dominante reputano universale. In questa apparente fragilità di risultati, o addirittura rinuncia, bisogna cogliere il punto di forza, e il carattere eccezionale, dell’opera critica di Cordelli.</p>
<p>Innanzitutto, abbiamo il caso di uno scrittore dalla duplice vocazione, romanzesca e critico-saggistica, alle prese con tutte le <em>contraintes</em>, i vincoli, del giornalismo culturale, e sappiamo quanto un tale rapporto sia difficile: l’arte del saggio o del romanzo e il mestiere giornalistico viaggiano non solo su binari diversi, ma spesso anche in direzione opposta. Nel Novecento, tra letteratura e giornalismo, non si dà solo una relazione più o meno intensa e opportunistica, ma anche l’occasione di manifestare aperta inimicizia. La parola sull’attualità che il giornalista tesse di giorno, il romanziere disfa di notte nelle sue esplorazioni intorno al reale. Ma vi sono stati casi esemplari, in cui la potenza dello scrittore ha stabilito, a differenza di quanto generalmente accade, un compromesso al rialzo nei confronti dei limiti imposti dalla comunicazione giornalistica. Penso, ad esempio, alla collaborazione settimanale di George Orwell per <em>Tribune</em> con la rubrica <em>Come mi pare</em> (<em>As I please</em>) durante gli anni cruciali che vanno dal 1943 al 1947. In piena guerra mondiale, con la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica che sostengono ancora da sole, e in un’alleanza forzata, l’impegno bellico maggiore contro il nemico nazista, Orwell prende di striscio l’attualità, commenta piccoli episodi quotidiani, si occupa dell’uso della lingua, ecc. L’esercizio giornalistico in Orwell era motivato da una finalità politica, quello di Cordelli, in tutt’altro contesto storico, lo è da una finalità letteraria, ma con ricadute inevitabili anche sul piano etico e politico. Quello che rende a miei occhi pertinente il paragone, pur nei contesti storici così diversi, è lo scontro tra intelligenza e caso, tra la monotonia di certe ossessioni e la varietà dei materiali e dei fatti su cui esse si esercitano, tra l’antidogmatismo dell’autore e le certezze del lettore, e tutto questo scandito dalla routine professionale (una certa quantità di battute in cambio di una certa somma di denaro). Cordelli, insomma, ha realizzato in questi anni una delle più efficaci e lucide forme di critica militante <em>in quanto recensore</em>, e lo ha fatto strappando il genere della recensione non solo al destino di genere minore, ma anche di genere irrilevante, in quanto forma di giudizio sempre più parassitata da esigenze di marketing editoriale.</p>
<p>Per che cosa, allora, milita il critico Franco Cordelli? Sul fronte del giornalismo culturale, egli combatte contro la pigrizia dell’intelletto e le letture distratte. Lo scriveva già in un pezzo di <em>Lontano dal romanzo </em>dedicato a Flaiano, “il male del giornalismo” è quello “di pensare per eredità ricevute, per frasi fatte, per convenzioni”. Il critico militante, quindi, in veste di giornalista, nuota costantemente controcorrente, intralcia la pacifica circolazione degli stereotipi culturali. Ma non è questo l’unico fronte lungo cui si definisce e distingue la sua pratica. Sul fronte del saggismo accademico, egli combatte gli eccessi dell’intelletto, la sua <em>h</em><em>ỳ</em><em>bris</em>, che per amore di sistema, di pulizia, di completezza, o di solidità dottrinaria, tende a canonizzare, da un lato, a dovuta distanza dalle opere, o a prodursi in cartografie ortogonali del contemporaneo. Come ha sottolineato Domenico Pinto, nella sua postfazione a <em>Un mondo antico</em>, Cordelli “sfugge alla dittatura della formula, per non dire della dimostrazione, sviluppando invece una misura di non finito e ripensamento che sono lo stigma, il ritmo della sua prosa, fatta di continui rovesciamenti di idea, fino all’abbandono e alla smentita.” Di questo, l’autore stesso è ben cosciente, perché già nelle pagine di <em>Democrazia magica</em> considera la propria scrittura saggistica priva “di qualsivoglia linearità. Procede a strappi, in modo sussultorio, in una parola: in modo emotivo. Pure, si tratta di discorso.”</p>
<p>Vi è qui qualcosa di unico nel panorama italiano, uno stile critico che coniuga, da un lato, uno sguardo panoramico su di un paesaggio intimamente conosciuto e definito da una quantità di punti di riferimento indiscutibili, e, dall’altro, un sentimento che è attraversato da continui trasalimenti e inquietudini, poiché il moto storico, aperto e caotico, e l’incompiutezza della vita del critico, costantemente minano ogni immagine fissa che ci siamo fatti dell’opera, o dei valori che essa dovrebbe incarnare. Questa oscillazione tra prontezza del giudizio, e sua repentina fragilità, tra impressionante ampiezza di letture, e rinnovata ignoranza, non solo rende il gesto critico di Cordelli quasi abnorme rispetto a quello giornalistico, inteso soprattutto a motivare i lettori – non a destabilizzarli con dubbi e ripensamenti –, ma anche rispetto a quello accademico, che deve esibire un sapere più platonico che socratico, ossia definitivo e ben strutturato. Ciò costituisce il suo punto di forza che è innanzitutto anti-ideologico, nel significato marxiano di contrasto e critica nei confronti del discorso dominante, e nel significato che poeti come Williams Carlos Williams o Francis Ponge potrebbero dare a un tale termine, di priorità nei confronti delle cose e della loro diretta esperienza rispetto allo scintillio disincarnato dell’idea. Questo secondo aspetto è particolarmente importante in sede di critica, in quanto rende immune la scrittura di Cordelli non solo da mode e gerghi intellettuali di matrice universitaria, ma più in generale da ogni catechismo, fosse pure quello dello studioso variamente progressista, che finisce per affrontare la complessità dell’opera letteraria con il goniometro etico-politico.</p>
<p>L’universo del romanzo, che sia quello dell’epoca eroica (il mondo <em>già</em> “antico” del Novecento), o quello attuale (“scintillante” e novissimo nelle pretese), non appare mai in Cordelli nella bidimensionalità della mappa urbanistica o catastale, ma come <em>una selva </em>a molteplici dimensioni, dove ogni opera emerge nell’intreccio di influenze con altre opere e stratificata da letture precedenti, in modo tale che non si legge mai un libro se non attraverso altri libri, e non lo si critica se non rispondendo ad altre critiche. Recensire <em>Bussola</em> del francese Mathias Enard comporta, allora, rettificare, smontandola come “risentita”, la stroncatura di Nicola Gardini al medesimo romanzo, trovare adeguate parentele (Lawrence Durrell), contrappore due estetiche del romanzo (Beckett contro Lukács), rileggere opere precedenti dell’autore francese (<em>Zona</em>) alla luce di apprezzamenti formulati da un altro autore italiano (Giuseppe Genna). A volte, però, è il Cordelli attuale che se la prende con il se stesso passato, criticando freddezze e diffidenze, grazie al mutato contesto di lettura.</p>
<p>A chi, a questo punto, chiedesse delle istruzioni per l’uso allo scopo di affrontare “serenamente” tale profusione di titoli, nomi, percorsi, rimbalzi, risponderei con le parole che Giuseppe Montesano ha premesso alle milleottocento pagine del suo volume <em>Lettori selvaggi</em>, uscito per Giunti nel 2016: “È un libro che si usa come si vuole, e come si può. Si comincia dal primo rigo o dal decimo, a metà di una pagina o a partire da un nome, per curiosità o a caso, si legge una pagina o cinque, si apre, si chiude, si riapre: secondo l’umore, secondo il piacere.” (A quest’opera di Montesano, ne assocerei un’altra che, per voracità conoscitiva, mi ha fatto pensare a <em>Un mondo antico</em> e <em>Il mondo scintillante</em> di Cordelli. Mi riferisco a <em>Un dialogo infinito </em>di Massimo Rizzante, uscito nel 2015 per Effigie.) In conclusione, questi due volumi vanno considerati come una magnifica palestra in cui ogni scrittore, romanziere o saggista, possa confrontarsi con l’atletica della lettura e del giudizio di Cordelli, imparando ad eseguire con lui (o magari contro di lui) i più spregiudicati esercizi. Ciò vale ancora di più per il semplice lettore, che sarà invitato a un andirivieni costante tra l’intrico dei testi e lo spessore dell’esistenza senza che mai gli sia concesso l’alibi della medietà o, all’opposto, quello dell’erudizione sazia di sé.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Jesi. La critica militante e la riflessione sull’uso politico del mito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2012 07:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Enrico Manera]]></category>
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					<description><![CDATA[(è in uscita FURIO JESI Mito, violenza, memoria, Carocci editore, l’autore ce ne regala un estratto, dal secondo capitolo, e noi lo ringraziamo. G.B.) di Enrico Manera Jesi muove dalla storia delle religioni allo studio delle sopravvivenze mitologiche nella cultura e del rapporto tra mito e politica; dopo aver metabolizzato la classicità con gli strumenti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44090" title="image002 copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/image002-copia-186x300.gif" alt="" width="186" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/image002-copia-186x300.gif 186w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/image002-copia.gif 472w" sizes="(max-width: 186px) 100vw, 186px" />(è in uscita FURIO JESI <em>Mito, violenza, memoria, </em>Carocci editore, l’autore ce ne regala un estratto, dal secondo capitolo, e noi lo ringraziamo. G.B.)</p>
<p>di <strong>Enrico Manera</strong></p>
<p>Jesi muove dalla storia delle religioni allo studio delle sopravvivenze mitologiche nella cultura e del rapporto tra mito e politica; dopo aver metabolizzato la classicità con gli strumenti della filologia e dell’antropologia ha orientato la sua ricerca dall’antico verso la letteratura moderna e contemporanea. Attento alla porosità dei tempi e alle reciproche interazioni, ha inteso fonti e documenti come tracce di una storia culturale che è anche un’indagine antropologica sulle modalità di costituzione delle identità. In questo senso condivide le istanze più urgenti degli anni settanta, a partire dall’esigenza di un sapere vitale e antagonista delle scienze dello spirito tradizionaliste: la scelta della forma-saggio di sapore benjaminiano e il richiamo al metodo anacronico delle tesi<em> Sul concetto di storia </em>(1940) diviene strumento di discussione dello storicismo e di critica della razionalità tardo-borghese, in particolare della concezione del <em>continuum</em> spazio-temporale in cui epoche e avvenimenti paiono inseriti in una concezione lineare e statica del passato, quasi fossero le stazioni perenni di un percorso necessariamente orientato verso il progresso.</p>
<p>Nei suoi saggi Jesi pratica una fenomenologia della cultura che ha anche una funzione di critica politica, mettendo in atto una «decostruzione dei meccanismi di funzionamento [&#8230;] operanti nelle culture moderno-contemporanee», dei loro «meccanismi performativi [&#8230;] e in particolare del rapporto che esse intrattengono con la sfera del religioso e del sacro» (Bidussa, 1993, p. 100; 2009, p. 156). L’importanza, la validità e il fascino dei suoi studi risiedono nel sondaggio dei territori del sacro, della letteratura e del potere, condotto con un impegno di critica dell’ideologia radicalmente illuminista: la ricerca intorno al mito (e al culto della morte che esso sottende) è una critica della cultura che avviene nel segno di un marxismo eterodosso, intellettuale, rivoluzionario. L’indagine sul concreto «funzionamento dei meccanismi della macchina mitologica» è considerata «la necessità più urgente» che egli considera di grande importanza strategica (Jesi, 1973, p. 109).</p>
<p>I suoi libri più apertamente politico-filosofici sono il postumo <em>Spartakus</em>, scritto tra il 1967 e il 1969 e pubblicato solo nel 2000, e <em>Cultura di destra </em>(1979), ma bisogna menzionare almeno l’attività pubblicistica su «Comunità» e «Resistenza. Giustizia e libertà» e poi su «Nuova sinistra. Appunti torinesi», in cui mostra un pensiero politico caratterizzato da un marxismo libertario, radicale, iconoclasta e mondialista.</p>
<p>Compito degli intellettuali in una vera e propria battaglia culturale è promuovere il rovesciamento della tradizionale codificazione della mitologia, storicamente al servizio delle classi dominanti: studiare il mito significa smontarlo per compiere un’opera di smascheramento e demistificazione, emancipativa e pedagogica. L’obiettivo è la comprensione del rapporto dinamico che si instaura tra le forme discorsive del mito e le pratiche politico-sociali che ne sono la proiezione, mitologie vissute che si realizzano nella storia e che sono inseparabili da ogni forma di <em>autorità</em>, <em>potere</em> e <em>violenza</em>, le tre accezioni italiane del tedesco <em>Gewalt</em>. ‘Mito’ è uno «zero efficiente» (Jesi, 2002 a, p. 31), un nulla in termini ontologici che si mostra come sostanza e che si rivela capace di mobilitare masse e individui.</p>
<p align="center">[…]</p>
<p>Mario Pezzella (1989, pp. 300 ss.) ha proposto un proficuo schema per interpretare complessivamente l’opera di Jesi. Il suo pensiero può essere definito come una «costellazione in tensione tra tre poli»: (1) una dimensione «festiva del simbolo» appartenente al passato che nella modernità risulta impossibile e tale da apparire solo nelle sue «polarizzazioni negative, intrise di morte»; (2) una concezione del «compimento del nichilismo» e del «muto confronto con il dio ignoto» per cui il<em> </em>presente è il tempo della desolazione e della inevitabile distruzione di ogni illusione mitica; (3) il «rinvio utopico al futuro» nei termini di un «idea regolativa di un agire politico» che ha l’aspetto di una sintesi tra marxismo e messianismo. Alla luce dell’intreccio tra le tre dimensioni (tempo delle origini, tempo del nichilismo, tempo utopico) la dimensione del mito inteso come utopia politica è l’altro volto della critica del mito metafisico.</p>
<p>Tutte le opere di Jesi mostrano questa duplicità di sguardo e si interrogano sull’importanza dell’utopia e sulla possibilità problematica di un ‘mito di sinistra’: il ricorso al mito da parte della propaganda politica rischia di diventare un elemento intrinsecamente reazionario anche quando le sue finalità sono progressiste. Servirsi di immagini dotate di forte impatto inconscio e capaci di suscitare forte emozione significa infatti neutralizzare la razionalità critica necessaria a una lucida azione di trasformazione della società.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tutti i linguaggi propagandistici [&#8230;] sono usati in modo moralmente condannabile là dove non si prevede il superamento dell’esperienza raggiunta entro l’evocazione tecnicistica del mito. [&#8230;] Se cioè il linguaggio del mito tecnicizzato è considerato un linguaggio oggettivo e pieno di intrinseca verità, la reazione resta reazione. [&#8230;] Com’è possibile indurre gli uomini a comportarsi in un determinato modo – grazie alla forza esercitata da opportune evocazione mitiche –, e successivamente indurli a un atteggiamento critico verso il movente mitico del comportamento? Tutto ciò non ci sembra praticamente possibile</em> (Jesi, 2002, pp. 42-43).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A dispetto del fatto che ragione critica e uso del mito siano incompatibili, nella propaganda politica, anche di sinistra, il riferimento al passato in vista del futuro avviene costantemente. Si rende necessaria allora una «demitizzazione nella propaganda politica del mito tecnicizzato» e un rilancio del discorso artistico come esperienza ‘genuina’ capace di parlare alla collettività nel «rispetto per l’uomo».</p>
<p align="center">[…]</p>
<p>La pratica sovversiva linguistico-letteraria prepara il momento rivoluzionario perché interrompe il rapporto di reciproca alimentazione tra produzione ideologica e strutture produttive: in questo modo una nuova scienza della letteratura, antistoricista, anticlassica e antidogmatica, deve produrre al tempo stesso la critica della ‘reificazione borghese’, il processo generato dalla cultura del capitalismo in seguito al quale gli uomini stessi vengono ridotti a oggetti e merci sottoposti alle leggi del mercato e dunque privati della loro umanità. Così Jesi ha condiviso con la sua generazione di intellettuali l’idea che «la scrittura letteraria porta insieme l’alienazione della Storia e il suo sogno. [&#8230;] La moltiplicazione delle scritture istituisce una Letteratura nuova nella misura in cui questa inventi il proprio linguaggio solo per proiettarlo nel futuro: la letteratura diventa l’Utopia del linguaggio» (Barthes, 1960, p. 108).</p>
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		<title>aspettando l&#8217;oltre (con Berardinelli)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 09:30:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[alfonso berardinelli]]></category>
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		<category><![CDATA[critica militante]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/l1uglhczrtcc.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/l1uglhczrtcc-300x225.jpg" alt="" title="l1uglhczrtcc" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-38021" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/l1uglhczrtcc-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/l1uglhczrtcc.jpg 768w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Gaia Manzini</strong></p>
<p>Nel prezioso libello di Alfonso Berardinelli c’è un solo elemento che rende dubbiosi. Il titolo: <em>Che intellettuale sei?</em> Domanda che s’immagina pronunciata con sussurro gentile. Domanda che in realtà presuppone un lettore già eletto, o auto-elettosi, intellettuale. Tutti gli altri potenziali lettori si escludono da sé con orgoglioso diniego: tipico di chi, suo malgrado, è stato fatto fuori da un’élite. E questo è un peccato. L’intellettuale è un misantropo. Forse un filantropo critico. Possiede un’attitudine umana (la tendenza a isolarsi) che determina o sostiene un’attitudine dello sguardo. Critica e smonta il vivere sociale, le sue finzioni e le sue menzogne. E’ conscio di aver iniziato a esistere come individuo nel momento in cui ha scelto la solitudine e sa che l’ambiente sociale è diventato conoscibile solo da quando ha smesso di farne parte. Non era Montaigne a fare di solitudine saggezza? L’intellettuale misantropo vive <em>fuori</em> dalla società. Un <em>fuori</em> che diventa un <em>oltre</em> migliore. E qui viene il punto.<br />
<span id="more-38018"></span><br />
Il punto è che tra Ruby, Minetti, Macrì &amp; co.; tra Lele, Emilio e bellezze varie che si scambiano telefonate su potenti cavalieri, con molte macchie, ma senza paura alcuna (né della legge, né della patetica figuraccia); tra genitori, fratelli e amici che istigano a scegliere la scorciatoia della coscia allegra; telegiornali, giornali e magazine scandalistici che si avvitano intorno alle stesse immagini da soft porno e alle stesse notizie da sultanato di un’Italia saudita &#8211; tanto che qui si sta parlando di cose trite e ritrite (ormai un classico come <em>Le mille e una notte</em>)- , a sentirsi <em>fuori</em> dalla società sono in molti, e soprattutto in molte. Molti e molte che magari non vivono indicando un <em>oltre</em>, ma sicuramente aspettando un <em>dopo</em>.</p>
<p>Questo essere <em>fuori </em>dai giri senza neanche saperlo (perché manco si sapeva che ci fossero dei giri così diffusi) ci può far definire intellettuali inconsapevoli? Oppure, se non intellettuali, possiamo ad ogni buon conto considerarci l’<em>oltre </em>migliore a cui anelare? Sarebbe troppa presunzione. Lasciando la critica militante di cui parla Berardinelli alle anime nobilissime, mi butterei a capofitto in quella ludica e cialtrona. Ecco, proporrei un gioco (qualcosa a metà strada tra il Risiko e il Gioco dell’Oca). Mettiamo caso che ci siamo sbagliati. Mettiamo che quelli lì e quelle lì di cui tutti parlano non rappresentino affatto la società, ma siano una minoranza da sempre sola ed emarginata. (Ovviamente qui non si potrà parlare di misantropia o filantropia critica, piuttosto di misoginia militante. Ma questo è sotto gli occhi di tutti). Mettiamo che siano una setta di strateghi e acutissimi osservatori della realtà, che ci ha studiato per anni e poi ha deciso di vendicarsi smantellandoci, mandando a quarantotto le nostre certezze con la dialettica del push up e l’ermeneutica del tanga, la retorica del lifting e l’epistemologia del “pago pretendo”. Una specie di movimento culturale secondario, con tutto un corpo ben nutrito di argomentazioni. Benissimo. Allora, tutti noi (quelli che se ne sentono estranei: filosofi, critici, scrittori, giornalisti, ma soprattutto gente comune, gente altra), siamo molto più forti e numerosi di quello che crediamo. Non un’élite emarginata al bivio se scegliere l’omologazione berluschese o vivere come invisibili. No. Al limite, possiamo considerarci una vasta società di misantropi fino ad ora (misantropicamente) poco in contatto.</p>
<p>In quest’ottica il <em>Che intellettuale sei?</em> di Berardinelli diventerebbe perfetto. Da usare come codice di riconoscimento. Da rivolgerselo in autobus, in palestra, al supermercato. Un po’ come chiedersi l’un l’altra “preferisci il mare o la montagna?” e subito stabilire una vasta appartenenza. E, chissà, magari da lì trovare un’idea (più creativa che intellettuale) per questo <em>oltre</em> tanto anelato da molti, ma ancora da definire. Sia esso su una spiaggia o in cima al Monte Bianco.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Berardinelli_intellettuale_cover_web.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-38020" title="Berardinelli_intellettuale_cover_web" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Berardinelli_intellettuale_cover_web.jpg" alt="" width="145" height="205" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Berardinelli, <em>Che intellettuale sei?</em>, nottetempo, pp. 94, eu 7,00.</strong></p>
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		<title>&#8220;Per una critica futura&#8221; n° 5/6 &#8211; editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 13:51:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[critica militante]]></category>
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		<category><![CDATA[Viaggio alla presenza del tempo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Esce l&#8217;ultimo numero di Per una critica futura, in formato numero doppio: il 5 &#038; il 6. Sezioni dedicate a Viaggio nella presenza del tempo di Majorino e a Tiresia di Mesa, dialoghi su manierismo e pop, poeti che riflettono sul proprio lavoro &#8211; De Francesco e Fratus -, 3 poesie di Fabio Teti, ecc.] [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Esce l&#8217;ultimo numero di <em><a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm">Per una critica futura</a></em>, in formato numero doppio: il <a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/PER UNA CRITICA FUTURA 5.pdf">5</a> &#038; il <a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/PER UNA CRITICA FUTURA 6.pdf">6</a>. Sezioni dedicate a <em>Viaggio nella presenza del tempo</em> di Majorino e a <em>Tiresia</em> di Mesa, dialoghi su manierismo e pop, poeti che riflettono sul proprio lavoro &#8211; De Francesco e Fratus -, 3 poesie di Fabio Teti, ecc.]</p>
<p><strong>Il provincialismo letterario, i dieci lettori e lo spaesamento della critica</strong></p>
<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Scrivere nella provincia letteraria</em></p>
<p>Il provincialismo letterario è un fenomeno perfettamente coerente con un paese come il nostro, in declino, sempre più spaventato e credulone, che disprezza la cultura e la ricerca, in cui rifioriscono nostalgie fasciste e si rafforzano sogni di linciaggio. Provincialismo letterario e paranoie nazionaliste, di corpi sociali sani, belli ed onesti, sono fenomeni che si sposano bene. Soprattutto quando aumenta, come è il caso, la miseria. Come dice lo storico francese Gérard Noirel: “Per chi non possiede nulla il richiamo all’identità nazionale diventa l’unico bene di cui andare fieri”. (Provincialismo letterario e fascismo estetico vanno a braccetto: la complessità o l’imprevedibilità del messaggio è il male da annichilire, così come tutta l’umanità non conforme al modello della maggioranza mediatica.)<br />
<span id="more-30184"></span><br />
Tutto quanto ci serve noi ce lo abbiamo, è accessibile, sottomano. Ammirare, copiare, spiare gli altri, imparare qualcosa dagli altri, non va bene. (È roba di giapponesi e cinesi.) La massima sicurezza di sé, nel momento di massima miseria di sé. Scrivere in questo paese è diventata una cosa facile, talmente facile, che chi ha la pessima abitudine di non scrivere facile è sospetto. Il pluralismo è un lusso che il provincialismo letterario non si può permettere. Che ci siano forme e pensieri diversi della forma, che ci siano i tempi di comprensione della forma, diversi per i diversi lettori, questo è un elemento di eccessivo disturbo. Tutto a tutti, nel minore tempo possibile. Il provincialismo letterario può essere perfettamente accettato a sinistra, in un paese proteso a destra. Si fa così: delle tante persone che scrivono e pensano, se ne rendono note sole alcune, dei temi e delle forme d’espressione se ne selezionano solo certuni; poi si fa in modo che i soliti noti parlino sempre delle solite cose, negli stessi termini. Tutto questo crea un’aria familiare, un paesaggio riconoscibile, senza brutte sorprese e tranelli, senza troppi malintesi, quasi che, prima d’incontrarsi e dialogare, già tutto sia deciso, saputo, masticato. E in questo modo i libri si vendono anche più facilmente.</p>
<p>Naturalmente il provincialismo letterario, dall’alto dei suoi placidi assolutismi e delle sue fiere autarchie, è a sua volta sobborgo della letteratura. Lo è inconsapevolmente. Così come i periferici <strong>Gombrowicz </strong>e <strong>Kiš</strong>, ognuno dei quali costretto nelle beghe della sua provincia letteraria, polacca per uno e jugoslava per l’altro, sono diventati continenti, di cui la grande Europa letteraria – Gran Bretagna, Francia, Germania – è col tempo divenuta provincia.</p>
<p>I malintesi sono il pane quotidiano di una letteratura vivente: le forme evolvono nel tempo attraverso una continua sfida al pensiero; le forme sollecitano un pensiero che sia alla loro altezza. Nel mondo del malinteso, la critica letteraria ha un ruolo fondamentale, non tanto perché scioglie i malintesi, ma perché li riconosce come tali, scopre la difficoltà dell’intendere, accoglie il tempo necessario che una forma esige per essere compresa in quanto forma. Il primo dei malintesi letterari, infatti, è:<em> la forma non si vede, eppure c’è</em>. (Malinteso esemplare: <strong>Landolfi</strong> legge <em>L’innominabile</em> di <strong>Beckett</strong>, e dice: stenografia di una nevrosi personale, non c’è forma.) La critica non può far amare un autore, ma può mostrare chi è un autore. La critica non può rendere popolare una forma, ma può essere in grado di riconoscerla. Questo è il ruolo principe della critica. Essa si occupa, per definizione, anche di ciò che non è popolare. Essa si occupa di esibire, al di là degli uniformi gusti del pubblico e delle dogmatiche poetiche degli autori, la pluralità delle forme possibili. Verrebbe quasi da dire, per essere espliciti e rozzi, la critica garantisce l’esistenza delle minoranze letterarie.</p>
<p>Che cosa sono le <em>minoranze letterarie</em>? Sono gli autori marginali, gli autori cosiddetti “appartati”, il sottobosco letterario? No. Minoranze letterarie è un concetto grezzo, ma utile oggi per rendere comprensibile il mio discorso. Le minoranze letterarie non sono autori minori. Sono autori che, pur pensando la forma, pur lavorando attraverso una forma, non sono popolari o suscitano malintesi (non c’è forma!). Ma se c’è una forma, ci sarà anche un lettore: in quanto la forma è <em>per </em>il lettore, è ciò che apre il mondo al lettore, attraverso un testo organizzato. A questo punto, al critico come all’autore, poco importa che i lettori vengano a frotte, che quella forma venda, incontri il gusto o lo scontri. </p>
<p>In Italia, ormai, passa per democrazia l’esatta <em>degenerazione</em> della democrazia, così come è stata denunciata da due secoli a questa parte già da Tocqueville e Stuart Mill). Democratico, oggi, in Italia, è il potere assoluto della maggioranza: solo chi è maggioranza ha diritto di parola, e sia fatta la sua volontà. La minoranza ha sempre torto e taccia. (Ovviamente, questa è quella che si chiama <em>dittatura della maggioranza</em>, non sana democrazia). Ora il mercato editoriale, e i suoi autorevoli interpreti, non sembrano seguire altre logiche. Inizialmente si dice: non siate elitari, valorizzate la letteratura che vende (popolarità o massificazione?). Anch’essa ha un suo pubblico, una sua ragion d’essere. E, in più, fa campare bene gli editori. Tutti siamo d’accordo: nessuno vuole mettere all’indice Fabio Volo e tutta la folta letteratura <em>easy reading</em>. Solo che, a poco a poco, la questione viene rovesciata: è colui che scrive per pochi che deve giustificarsi, dimostrare che ha qualche diritto d’esistenza, che non è un poco di buono, o semplicemente un esecrabile inetto. Ma, nel migliore dei casi, nessuno decide di scrivere per pochi; semmai individua la forma per dire certe cose che, <em>in quel momento</em>, trova ascolto solo presso alcune persone. Per molti, questa situazione è frutto di una grossa carenza, un guasto. Scrivere per pochi è una colpa. (Ora la critica, oggi, può servire anche a lavare gli autori dalle loro colpe, distinguendo ciò che non ha forma, da ciò che ha forma e attende di trovare dei lettori disposti a guardare il mondo attraverso di essa.)</p>
<p><em>Scrivere per dieci lettori</em></p>
<p>È davvero così esecrabile uno scrittore che ha <em>dieci lettori</em>? Si tratta di una forma d’insopportabile autismo culturale? Ponendomi queste domande, mi è stato d’aiuto un brano di <strong>Roberto Roversi</strong> di una forza sovversiva e profonda: si tratta di un’intervista del 2003 fattagli da Fabio Moliterni (in <em>Tre poesie e alcune prose</em>, a cura di Marco Giovenale, Sossella, 2008), in cui l’autore fa riferimento alle sue recenti opere, in prosa e versi:</p>
<p>“Anche in <em>Dopo Campoformio</em> e nelle <em>Descrizioni in atto</em> utilizzo un linguaggio stratificato, il discorso giornalistico assieme al parlato quotidiano, eccetera. Ma con la cautela che mi veniva dal rispetto riferito ai miei lettori, che quantificavo in otto, dieci unità. Li vedevo naso per naso, occhio per occhio: il mio lettore auspicabile non era il lettore universitario o raffinato. Era il lettore che aveva, in quel momento, un interesse per quei problemi che affrontavo: mi leggeva, ma non mi cercava, si imbatteva in me coinvolto dall’interesse per le questioni che trattavo.”</p>
<p>Si possono avere dieci lettori scrivendo un libro di poesia, un saggio, una raccolta di racconti, un romanzo. Poco importa. Dal punto di vista della letteratura, della vita e della metamorfosi delle forme, quei dieci o cento lettori ne valgono centomila o cinquecentomila. Non è un’affermazione consolatoria, è un promemoria, in tempi di generale offuscamento e di cultura subordinata all’unico modello del successo commerciale. E come ha ben sottolineato Roversi non è una questione della solita dicotomia cultura alta-cultura bassa, o letteratura di ricerca-letteratura di genere. In determinati casi, il talento di uno scrittore consiste nell’individuare una forma divulgativa per un tema culturalmente arduo. È il caso ad esempio dello <strong>Sciascia</strong> de <em>Il giorno della civetta</em>, che si pone il problema di tradurre in forma romanzesca, scegliendo il sottogenere popolare del poliziesco, un fenomeno complesso come quello mafioso. Scrive nella postfazione: “Ma di opere letterarie, romanzi racconti teatro, e sono quelle che meglio del saggio e dell’inchiesta raggiungono e informano un pubblico più vasto, ce n’erano soltanto due (…)”. In altri casi, si tratta di esprimere una visione estremamente singolare, che non può abbandonare un certo livello di complessità, pena la sparizione del suo specifico tema.</p>
<p>Ovviamente, il numero dei lettori di un’opera non può mai dirci nulla di decisivo rispetto ad essa. Per questo motivo la critica è necessaria. Ma, ripeto, non per dire quali sono i libri o gli autori migliori, ma quali sono i libri e gli autori che <em>varrebbe la pena leggere e per quale motivo</em>.</p>
<p><em>La difficile condivisione</em></p>
<p>Esposto questo nobile principio, torniamo con i piedi per terra. E consideriamo quello che è l’argomento di questa rivista telematica: la critica letteraria prevalentemente di poesia. Si tratta di un’attività difficile, che implica la capacità di padroneggiare un bagaglio tecnico complesso, e che però si esercita, tolti i morti e i canonizzati, su una realtà nebulosa e mediaticamente irrilevante. Un critico di poesia può guadagnarsi il pane proponendo le sue competenze all’università, alle pagine culturali di quotidiani e periodici, all’editoria. L’università favorirà il suo lavoro solo sui morti e sui pochi viventi sufficientemente canonizzati. Egli sarà quindi costretto, nei ritagli di tempo che la sua carriera gli offre, a dedicarsi a “scappatelle” militanti, laddove la sua azione è più che mai necessaria (identificare e descrivere le forme). </p>
<p>Le pagine culturali, per lo più, s’interessano ai poeti quando si buttano giù dal balcone, finiscono in manicomio, tirano sotto la moglie, crepano di cirrosi epatica, e in pochi altri casi. (Uno di questi casi, però, è particolarmente vergognoso, e bisognerà almeno ricordarlo. Vi sono critici-critici o critici-autori che di tanto in tanto si spendono nella critica di poesia, come attività di ossequio privato ad amici, padrini, figliocci, nipoti. Poiché in poesia non vi sono interessi economico-editoriali in gioco a garantire una minima forma di bilanciamento dei giudizi, l’interesse privato in atto pubblico è divenuto una prassi consolidata. Si parla in nome della poesia, quando in realtà si manifestano affetti amicali o si scambiano favori di corporazione. Tutto questo riguarda anche altri generi di cui si occupa la critica letteraria militante, ma nel caso della poesia la sua poca rilevanza mediatico-editoriale rende il margine di arbitrio critico esorbitante.)</p>
<p>L’editoria non vende con la poesia, e quindi s’interessa a singhiozzo, in modo capriccioso di poesia, e mai più di tanto. Questo dimostra a sufficienza come sia difficile, oggettivamente, fare il critico di poesia. Era per questi stessi motivi, che Biagio Cepollaro ed io avevamo lanciato questa iniziativa. Raccogliere le forze disperse e provare a concentrarle, in modo da rendere più accessibile quel che di interessante si produceva in Italia e che rientrava nel nostro raggio d’attenzione.</p>
<p>La nostra idea era quella di aprire lo spazio a critici accademici, a critici militanti e a critici-autori. Ed era quella di proporre della incursioni “leggere”. Oltre ad essere leggeri, questi quaderni, erano consapevolmente militanti, ossia si portavano dietro alcuni presupposti poetici del curatore e dei suoi compagni di strada. Insomma, in nessun modo ci siamo proposti di parlare in nome della Poesia e di farcene i più accreditati interpreti, anche perché c’interessava davvero sollecitare un confronto, riuscire a mettere in circolazione dei temi, dei vocabolari, uno stile di lavoro, degli strumenti di analisi. Tutto ciò compatibilmente con le nostre idiosincrasie e con le nostre mai del tutto sedate propensioni polemiche.</p>
<p>Ad esperimento inoltrato, posso provare a tirare alcune somme. L’impressione è che i “Quaderni” abbiano risposto ad una produzione critica variegata e di qualità, che cerca delle occasioni per condensarsi e giungere a confronto. Non mi interessa, però, valutare qui la tenuta o l’interesse di un percorso. Chi si è servito dei “Quaderni” può farlo benissimo da solo. Io intendo parlare soprattutto dell’obiettivo più alto che questi “Quaderni” si ponevano, ed era quello appunto della <em>condivisione</em> con altri di strumenti, temi, riflessioni. Questa condivisione aveva come scopo ulteriore quello di ottenere una sedimentazione tale di materiali, da permettere al discorso critico sulla poesia di partire ogni volta un po’ più articolato e sfumato, un po’ più pertinente e comprensivo. Ora, mi sembra che è proprio questo che non è avvenuto. La mia impressione è che di questa ambita condivisione non c’è traccia né nelle discussioni estemporanee sui blog né in altri ambiti più istituzionali o specializzati.</p>
<p>Ora io credo, come altri in questo momento, che soprattutto nell’ambito fragile e frastagliato della critica di poesia sia essenziale giungere ad un minimo di condivisione, per poter in seguito sedimentare, e fare in modo che ogni volta un argomento non sia ripreso da zero, come se uscisse fresco fresco dai dibattiti degli anni Sessanta, o Settanta, o nei migliori casi Novanta. <em>Proviamo ad essere contemporanei gli uni degli altri</em>. I “Quaderni” su questo versante non possono fare più di tanto, non sono uno strumento adatto. Ne intuisco anche i motivi, che sono in parte determinati dai pregiudizi (reciproci) che spesso impediscono un confronto tra diversi (per poetica, gruppo o rivista d’appartenenza, scuola, ecc.).</p>
<p>Per questi motivi il cammino dei “Quaderni” termina per ora qui, con questo numero 5. Non c’è però nessun senso di lutto in questa fine. Il compito della condivisione rimane e cercheremo altri modi per realizzarlo. Ne approfitto anzi per evidenziare alcuni temi che mi si sono chiariti con il tempo e che penso i “Quaderni” possano lasciare in eredità a chi continua a svolgere lavoro critico in altri contesti.</p>
<p><em>Un caso (mancato) di critica militante</em></p>
<p>Prenderò come esempio l’“Annuario” ultimo (<em>poesia 2009</em>, Gaffi, 2009) di Giorgio <strong>Manacorda</strong> e Paolo <strong>Febbraro</strong>, che si propone come l’“unico Annuario critico pubblicato in Italia”. Scelgo l’“Annuario” per due motivi: il primo perché al di là delle sue pretese di unicità, si tratta di una pubblicazione che ha una sua storia alle spalle e che è incentrata sulla critica militante di poesia; il secondo riguarda uno degli obiettivi che quest’ultimo numero si è posto attraverso una specifica inchiesta. Tale obiettivo – nelle parole di Febbraro – consiste nel verificare “se c’è qualche speranza di parlare un linguaggio comune”. È, in effetti, un obiettivo che interessa molti di noi.</p>
<p>Ora, senza entrare in un’analisi dettagliata delle 360 pagine dell’“Annuario”, voglio giusto rilevare alcuni errori a mio parere fondamentali dell’impostazione dei curatori. Errori da evitare, qualora lo scopo ultimo fosse davvero la condivisione di un vocabolario minimo. </p>
<p>Cominciamo dal primo. Ad un certo punto del suo editoriale, Febbraro scrive: “Cronachismo, classicismo, neoermetismo: i tre mali della poesia d’oggi.” A questi si aggiunge, lo “sperimentalismo”, che Febbraro cita in apertura di “Annuario”, attraverso un breve ritratto parodistico del “ricercatore del linguaggio”. La stigmatizzazione delle correnti, per via satirica, è una tentazione molto forte, che però non produce, dal punto di vista critico, nessun reale progresso. Ognuno, infatti, può porsi di fronte al poeta che incarna un’avversa poetica e fargli un divertente, sagace, ritratto parodistico. A che cosa davvero servono questi ritratti? Generalmente fustigano i poeti mediocri delle varie correnti, nel migliore dei casi possono fungere da contravveleno per le giovani leve o acuire il senso critico di qualche sprovveduto lettore. Ma di questi ritratti la nostra letteratura critica da Berardinelli in poi abbonda. Il progresso cognitivo che essi favoriscono, rispetto a quanto oggi si fa di buono, è zero. In compenso, sono un’arma che qualsiasi autore (talentuoso o scarso) può usare contro qualsiasi altro.</p>
<p>Bisognerebbe partire su tutt’altro passo. Ricalco qui un illuminante monito di Majorino: “Considerare l’avversario al meglio dei suoi argomenti e dei suoi risultati estetici”. Ciò significa accettare, a mio parere, la pluralità delle poetiche, non riconducibile ad alcun paradigma unico della Poesia. Ma accettare tale pluralità significa anche riconoscere che ogni diversa corrente, scuola, maniera, può esprimere dei risultati importanti, degni di grande interesse. Da ogni corrente possono emergere singoli autori che sono in grado di richiamarsi ad una certa eredità, riuscendo a vivificarla e non ponendosi come semplici epigoni. Piuttosto che limitarsi a dire che il cronachismo è il male della poesia contemporanea, sarebbe utile individuare i migliori dei “cronachisti” e valutare quanto di bene ci possa essere in loro e quanto invece di definitivamente sclerotizzato. E ciò vale, ovviamente, per qualsiasi corrente. Le poetiche sono uno sfondo, rispetto alle quali mettere a fuoco un autore. E un autore importante è sempre un individuo, compie un lavoro singolare, e come tale sfugge all’orizzonte stesso delle sue intenzioni, trasgredisce o reinterpreta in modo inedito vecchi precetti. </p>
<p>Il secondo errore è direttamente legato a questo. Febbraro e Manacorda, pur essendo consapevoli del loro approccio militante, e quindi parziale, se lo dimenticano spesso e pretendono di parlare in nome della Poesia, come se fossero di colpo divenuti dei pazienti ed equanimi fenomenologi, secondo lo spirito di Anceschi. Ma la fenomenologia delle forme poetiche richiede un’attenzione e una pazienza che non può essere presente laddove lo spirito polemico e militante prevale. I ritratti parodistici e la fenomenologia delle forme si collocano agli antipodi: i primi sono metodi di lettura riduzionista (riducono la varietà delle forme concrete all’unità di un carattere allegorico); la seconda è un metodo di lettura pluralista e complessa (si segue la molteplicità delle forme all’interno di una stessa figura d’autore).</p>
<p>Con questo non intendo ovviamente negare l’approccio militante (il dogmatismo della poetica d’autore). Dico solo che è bene esserne consapevoli e togliersi, però, ogni residuo schema monoteistico dalla testa: non è possibile pretendere che l’essenza della poesia sia interamente custodita nell’orizzonte del proprio lavoro formale. Anche se detesto le inflazioni manieristiche o neormetiche, mi aspetto sempre di trovarmi spiazzato e affascinato da qualche importante autore manierista o neormetico. (Io amo Penna, e Caproni, e Fortini, e Pagliarani, e Zanzotto, e Cavalli, e Rosselli, ecc.)</p>
<p>Ma vorrei qui venire al punto di critica maggiore di questo “Annuario 2009”. Esso concerne quello che viene presentata come il pezzo forte del volume, ossia “Un’inchiesta sulla critica e la poesia” di Giorgio Nisini. Gli obbiettivi dichiarati dell’inchiesta, secondo le parole di Febbraro, consistevano nello stabilire “come fosse costituito l’uditorio della poesia italiana contemporanea; e se la critica letteraria ha una parvenza di leggibilità, di compattezza, di coerenza, e anche di libertà dal canone puramente editoriale e distributivo.” (Per fare ciò si chiedeva a due gruppi di persone, dei critici-critici e dei critici-autori, di stilare una lista di poeti contemporanei che vengono letti “con piacere” e che si inserirebbero “in un’antologia, all’infuori di ogni criterio di età e di visibilità editoriale”.)</p>
<p>È evidente una certa confusione negli obiettivi proposti. Il termine “uditorio della poesia italiana” richiama l’idea del lettore comune, ma l’unica domanda in cui consiste l’inchiesta non è rivolta a dei lettori comuni. Quanto alla “leggibilità” della critica italiana, non capisco sinceramente a cosa Febbraro si riferisca. Più chiara è invece l’idea di compattezza, anche se sinceramente non la trovo così interessante. Mentre decisivo, e senza dubbio interessante, è l’obiettivo finale, che per altro sarà ben individuato da Umberto Fiori, uno dei poeti che declinerà l’invito a stilare la lista, motivando pubblicamente la sua scelta. Scrive Fiori: “Il risultato potrebbe essere interessante se rivelasse – come forse vi augurate – che i nomi “privatamente” più stimati non coincidono con quelli più accreditati pubblicamente.”</p>
<p>Bene. Questo è davvero uno dei più alti e difficili compiti della critica militante: battersi contro i falsi valori; alzare i grandi ingiustamente ignorati e abbassare i piccoli ingiustamente ingranditi. È davvero questo che si sono messi in testa di fare Febbraro e Nisini? Se così fosse, nonostante la loro visuale magari militante e parziale, nonostante i risultati magari poco convincenti e non ben giustificati, non si potrebbe che accogliere con favore una tale buona intenzione. Ma in realtà né Febbraro né Nisini si vogliono prendere nessuna responsabilità. Non vogliono lontanamente mettersi a fare lo spinoso lavoro del critico, che cerca di <em>giustificare con argomenti</em> perché una forma sia più degna d’interesse di un’altra. Febbraro, prima, e Nisini nel suo solco, elaborano un nuovo metodo quantitativo, che permette di delegare agli altri quello che loro avrebbero dovuto fare. Sperano, insomma, che ogni critico-autore e critico-critico stili con sincerità e segretezza una <em>hit parade</em>, capace di ribaltare i falsi valori della popolarità poetica, legata probabilmente a fattori extraestetici. Quindi il critico-critico o critico-autore che dice in pubblico il poeta Tizio è il migliore – per interesse, calcolo, amicizia, viltà, bisogno di denaro, ecc. – nel dossier anonimo può finalmente dire che è Caio il migliore, raddrizzando i torti che lui stesso, ufficialmente, contribuisce a perpetrare.</p>
<p>Il vero problema, però, non è sostituire una lista ad un’altra, ma semmai rendere pubbliche le ragioni che perturbano l’ordine ufficiale dei valori poetici. Ma di ragioni né Febbraro né Nisini vogliono sentir parlare: il loro metodo è quantitativo. E Nisini, pur ammettendo che siamo di fronte a un caso di “azzeramento della critica”, prosegue in esso con convinzione, sostenendo che tale azzeramento ci dà un risultato “più attendibile di altri”. Più attendibile per chi? Probabilmente per un analfabeta della critica letteraria, che non disponendo più di alcuno strumento, si rifà al metodo delle occorrenze. Nisini non fa che calcolare le occorrenze di un certo poeta in una certa lista stilata da coloro che hanno partecipato all’inchiesta. Siamo passati dalla critica <em>ipocrita</em> (i valori ufficiali sono falsati) alla critica <em>matematico-oracolare </em>(la verità estetica è custodita nelle occorrenze di un certo nome tra un campione di addetti ai lavori). Il progresso conoscitivo è ovviamente nullo. Tutto ciò che ci interessa del discorso critico – l’analisi e la comprensione della forma – è spazzato via. Ma alla trovata della critica matematico-oracolare sono dedicate 47 pagine. Il passo successivo potrebbe essere la critica <em>poliziesco-matematico-oracolare</em>: si piazzano a casa di critici e poeti rinomati delle cimici in grado di registrare conversazioni e telefonate private. Si calcolano le occorrenze dei nomi dei poeti citati, e si stila il super-canone affidabilissimo. A tale canone, infatti, parteciperebbero a loro insaputa anche i giurati refrattari (Fiori) o assenteisti (tutti quelli che non hanno risposto al dossier).</p>
<p>Ho evocato la vicenda dell’inchiesta quantitativa di Febbraro-Nisini perché è probabilmente sintomatica di uno spaesamento più generale della critica di poesia. Uno spaesamento che sembra amplificarsi ad ogni nuovo tentativo di uscirne, con rimedi che si rivelano ben peggiori dei mali.</p>
<p>Naturalmente sarebbe sbagliato generalizzare. Nonostante le difficoltà e lo spaesamento di molti, esistono critici universitari e critici-autori che riescono ancora a svolgere una fondamentale azione “militante” di chiarimento e giustificazione. Il problema rimane la dispersione e la conseguente mancata <em>sedimentazione</em> dei tanti lavori puntuali e degni che esistono sulla nebulosa della poesia vivente. Per questo la condivisione rimane ancora un obiettivo primario. Condividere, in quest’ottica, non vorrà dire condividere gli esiti e i giudizi, ma almeno delle categorie di base, condividere almeno un vocabolario, una strumentazione.</p>
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