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	<title>cultura digitale &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Critica progressista e comunità d’ascolto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[ (Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Il ponte&#8221; (n° 11-12, 2016), all&#8217;interno di un dossier curato da Luca Lenzini e intitolato Critica letteraria al tempo di internet; esso raccoglie interventi dello stesso Lenzini, di Riccardo Donati, Italo Testa, Marco Gatto, Antonio Tricomi, Lorenzo Marchese, Roberto Gerace, Gabriele Tanda, Enrico Fantini e Rino Genovese.) di Andrea Inglese L’inflazione delle rivoluzioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong> </strong>(Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Il ponte&#8221; (n° 11-12, 2016), all&#8217;interno di un dossier curato da Luca Lenzini e intitolato</em> Critica letteraria al tempo di internet; <em>esso raccoglie interventi dello stesso Lenzini, di Riccardo Donati, Italo Testa, Marco Gatto, Antonio Tricomi, Lorenzo Marchese, Roberto Gerace, Gabriele Tanda, Enrico Fantini e Rino Genovese.)</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>L’inflazione delle rivoluzioni antropologiche</em></p>
<p>Il problema delle rivoluzioni antropologiche è che, all’epoca di Pasolini, sembravano potersi<span id="more-66540"></span> circoscrivere facilmente e essere tutto sommato rare. Dalla fine degli anni Settanta, però, i mutamenti all’interno delle società capitalistiche, ben presto vincenti sull’orbe terracqueo, sono diventati così rapidi e di ampia portata, da creare, almeno nelle cerchie intellettuali, un fenomeno d’inflazione di mutamenti di paradigma e svolte antropologiche. Sembrerebbe necessario, ad esempio, piuttosto che arrovellarsi ancora una volta intorno alle funzioni della critica, chiedersi se, in tale nuovo contesto di produzione e fruizione di prodotti culturali, qualcosa come il critico letterario o addirittura l’opera letteraria esistano ancora, o assomiglino sufficientemente a ciò che sotto il loro nome abbiamo conosciuto nel Novecento. Non è in realtà mia intenzione provare a rispondere a questa domanda, ma vorrei capire quanto possa essere pertinente porsela per riflettere sul futuro della critica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sopravvivenza del critico progressista e della sua comunità d’ascolto</em></p>
<p>Per prima cosa, mi rifarò a una ben determinata concezione del critico, mostrando poi perché (e a chi) una sua eventuale scomparsa procurerebbe angoscia. Non penso, ovviamente, al critico che, come scrive Fortini, concepisce la sua attività come “l’avventura di un’anima tra i capolavori”, ossia esalti il dialogo tra lettore ed opera, come se quest’ultima fosse un isolato e astorico serbatoio di valori, a cui solo una cerchia di eletti possono in ogni epoca attingere. Nemmeno mi rifaccio all’idea che, paradossalmente, oggi è più obsoleta della precedente, secondo la quale la critica è un’attività scientifica (da scienziati della letteratura). Neppure il critico si riduce a un semplice studioso di letteratura. Il suo scopo consiste, semmai, secondo le parole di Fortini, “nella implicazione di vari ordini conoscenze <em>in occasione e a proposito</em> della conoscenza di un oggetto letterario” . Per semplificare, potremmo dire che questi vari ordini di conoscenze sono riconducibili a due categorie, le conoscenze relative al <em>linguaggio</em> e quelle relative al <em>mondo storico</em>. Il critico è qualcuno che discute di un un’opera (testo, prodotto linguistico), avendo come sfondo il mondo in una sorta di andirivieni, tale per cui questo esercizio permette una reciproca (dialettica?) illuminazione. Il critico, insomma, non è un semplice lettore particolarmente attrezzato (di gusto, di memoria letteraria), ma qualcuno che pretende, anche, di avere una qualche idea del contesto (il mondo storico) e del modo in cui il mondo storico generalmente condiziona l’universale attitudine comunicativa degli esseri umani, ossia i modi e le forme del loro linguaggio. Ma Fortini, oltre alla natura saggistica, ibrida, non sistematica, del discorso critico, ne chiarisce anche l’aspetto più politico: “la possibilità di una critica letteraria (come discorso sui rapporti reali fra gli uomini, la società e la storia loro, <em>a proposito</em> della metafora di quei rapporti che le opere letterarie sono) è in relazione al grado di omogeneità e circolazione degli interessi (intellettuali, morali, politici) della società o della parte di essa cui quella critica vuole rivolgersi” .</p>
<p>Ciò che conta in questo passaggio non sono tanto le prerogative del critico (il suo discorso e i suoi talenti), né quelle dell’oggetto a cui si rivolge (l’opera letteraria), ma il pubblico che lo ascolta, che ha <em>necessità</em> di ascoltarlo. Noi critici <em>progressisti</em> dovremmo almeno riconoscerci in quest’idea, secondo cui la critica è un discorso <em>parziale</em>, in quanto essa non pretende di rivolgersi a tutti (all’umanità alfabetizzata), ma a una sua <em>parte</em>, con la quale <em>condivide</em> degli interessi importanti. Quella critica che parla del mondo a proposito dell’opera, ha come sua condizione necessaria un uditorio non qualunque, con il quale sia stato, implicitamente o meno, stabilito un patto. Il succo di questo patto mi sembra stare in una triplice convinzione: 1) la società tende a mentire a se stessa, 2) questa menzogna è <em>interessata</em> (procura vantaggi agli uni e svantaggi agli altri), 3) le opere letterarie contribuiscono a lottare contro questa menzogna. (Si tratta, sia chiaro, di menzogne storicamente determinate.) In altre parole, qualcosa come l’ideologia esiste, essa condiziona il nostro modo di vedere il mondo, e quindi di parlare e scriverne; tale ideologia favorisce chi è in posizione di dominazione sociale, e perpetua forme di ineguaglianza; il critico progressista assolda la letteratura in quella forma di combattimento per l’emancipazione che va sotto il titolo di “critica dell’ideologia”. Quello, quindi, di cui vorrei qui discutere è la possibilità che <em>questa</em> critica scompaia, e che quindi venga meno questo sguardo politico sulle opere o, per meglio dire, questo sguardo sul carattere politico delle opere stesse, nel momento in cui concorrono a interrogare polemicamente i regimi connessi di visibilità e dicibilità del mondo “reale”, incrinando l’armonico (ideologico) rapporto tra parole e cose . È quindi importante capire se questa bizzarria della critica progressista possa ancora avere seguito, se cioè oltre al godimento innegabile che l’opera fornisce ai suoi lettori, si riconosca nella sua fruizione anche una dimensione ulteriore, conoscitiva e d’emancipazione, che trova le sue radici in tutto un contesto d’interessi condivisi almeno da una <em>minoranza</em>. Ci sono sufficienti risorse politiche, etiche e intellettuali per fare sì che questa minoranza non si dissolva, e riesca a tramandare, di generazione in generazione, alcuni dei suoi valori e idee fondamentali?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Estinzione della letteratura?</em></p>
<p>Il bello delle cifre, è che esse vengono mobilitate soprattutto quando hanno un potere terrorizzante. Prendiamo, per cominciare cautamente, cifre dell’indagine Istat sui lettori di libri in Italia. Nel 2015, il nucleo dei cosiddetti “lettori forti” (coloro che leggono in media almeno un libro al mese) costituiva solo il 13,7% dei lettori, mentre i “lettori deboli” (non più di tre libri all’anno) ben il 45,5%. Se andiamo poi a guardare l’evoluzione di questi dati, ci rendiamo conto che, tra il 2010 e il 2014, diminuiscono i lettori “deboli” e permangono stabili i lettori “forti” . Ciò sta a ricordarci che, una volta acquisiti compiutamente, i privilegi non si gettano con facilità alle ortiche. Se vogliamo, infatti, dare una coloritura di classe alle cerchie di lettori “forti” e “deboli”, possiamo constatare il fatto abbastanza prevedibile che: “Livelli di lettura superiori alla media si riscontrano tra i laureati, i direttivi quadri e impiegati, i dirigenti, imprenditori e liberi professionisti e gli studenti; quelli più bassi tra chi possiede la licenza elementare o nessun titolo di studio, gli operai, i ritirati dal lavoro e le casalinghe” (dati Istat 2010). Questo vuole dire, tra l’altro, che l’uditorio del critico progressista – indipendentemente dalla sua classe di provenienza – si situa più nelle fasce sociali dei dominanti che in quelle dei dominati. Fin dall’origine, il fenomeno “letteratura”, intesa non solo come corpo delle opere, ma anche come orizzonte di ricezione, implica competenze e criteri di lettura che appartengono a una <em>minoranza</em> della popolazione.</p>
<p>Veniamo ora alle cifre che veramente spaventano. Intanto, siamo nel mondo globalizzato e, più precisamente, nel sistema-mondo capitalistico, quindi diamo un’occhiata a quei paesi che, tutt’oggi, sono in posizione di dominio: gli Stati Uniti, ad esempio. Il colosso statunitense del commercio elettronico, Amazon, nel 2015 stava oltrepassando la soglia dei 300 milioni di utilizzatori attivi nel mondo, e da solo era responsabile della vendita, almeno negli Stati Uniti, del 40% dei libri nuovi. Ora, questa piattaforma non è solo un’infrastruttura tecnica che innova il commercio e la comunicazione, restando, secondo il proverbio popolare, <em>neutra</em>, ossia esposta a degli usi saggi o indiscriminati. Amazon, come altre piattaforme importanti del commercio e della comunicazione in rete – perché le due cose, tra l’altro, tendono sempre più spesso a diventare indiscernibili –, contribuisce a modificare in modo radicale l’universo dello scambio culturale. Lo ha ricordato Gherardo Bortolotti, in uno dei saggi più importanti, almeno in Itala, sull’argomento. In <em>Oltre il pubblico. La letteratura e il passaggio alla rete<b> </b></em><b></b>, Bortolotti dedica un paragrafo specifico, intitolato <em>La logica culturale dell’user-generated content</em>, al peso massiccio che, nel circuito della comunicazione in rete, acquista non solo la risposta attiva del fruitore dei prodotti culturali, ma la sua autonoma e permanente intraprendenza, sempre a metà tra comunicazione funzionale e espressione individuale. Scrive l’autore: “Gli utenti accedono, in quanto operatori, ad una modalità attiva di partecipazione ai circuiti mediatici e culturali e sono riconosciuti nel loro ruolo di produttori di discorso senza bisogno di alcun meccanismo di selezione. La loro legittimazione è in funzione della semplice connessione alla rete e alle sue piattaforme di produzione e di scambio”. In concreto: una parte di quei 300 milioni di utilizzatori attivi di Amazon, che non comprano solo scarpe o melanzane, ma anche libri, dischi e film, si dedicano, sollecitati dalla stessa piattaforma, all’attività più o meno estemporanea di recensori, ossia producono un flusso ingentissimo di critica letteraria a bassa intensità, che ha però ricadute commerciali, e in definitiva culturali, indubitabili. (Studi sul commercio elettronico hanno ribadito correlazioni esistenti tra opinioni espresse dai fruitori e tendenze di acquisto.)</p>
<p>Naturalmente Bortolotti non si limita a ragionare sul ruolo della critica, ma della letteratura (autori e opere) <em>tout court</em>. Non dimentichiamo, infatti, che oltre al dispositivo delle recensioni esiste quello delle (auto)pubblicazioni. Sempre Amazon offre agli aspiranti scrittori anche un servizio gratuito di pubblicazione digitale, diventando così distributore oltre che editore dei nuovi autori, con la promessa di garantire loro un vasto pubblico. Ma l’esortazione “espressivista”, per utilizzare il concetto formulato dal filosofo Charles Taylor, è insita anche in piattaforme (apparentemente) non commerciali come Facebook, per non parlare, oggi, degli smartphone connessi costantemente alla rete. Le conclusioni, a cui giunge Bortolotti nella sua analisi, pur essendo formulate in un tono neutro e distaccato, sono drastiche. Egli annuncia la semplice sparizione del fenomeno (moderno) della letteratura:</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Il requisito della novità, a cui ancora faceva riferimento il Jameson da cui siamo partiti, per quanto effimero possa diventare come parametro formale richiede comunque la padronanza di un canone e del bagaglio di strumenti teorici e tecnici a cui lo stesso canone fa da supporto. Questa padronanza, quantomeno pratica, a sua volta implica un ruolo, quello dell’artista per intenderci, che la possiede o la dovrebbe possedere tra le proprie competenze. A sua volta, il ruolo dell’artista è il risultato di una differenziazione interna che connota un’implementazione peculiare di ciò che siamo soliti chiamare “cultura” e che, tra le altre cose, prevede il ruolo del pubblico come separato e specializzato nella fruizione degli “oggetti culturali” che gli artisti producono. Se viene a mancare il primo requisito, se ogni parametro formale perde di importanza e conta solo l’accumulo dei contenuti, tutto ciò che vi è collegato, nella logica del sistema a cui appartiene, perde di senso e consistenza.&#8221;</p>
<p>Considero l’analisi di Bortolotti dei mutamenti indotti dalle infrastrutture della rete (motori di ricerca, piattaforme commerciali, social-network) estremamente acuta e utile, mentre mi pare che le sue conclusioni pecchino d’ingenuità, per così dire, “antropologica”. Non sono convinto che la crescita di una certa dinamica culturale, in cui i “parametri formali” perdono rilevanza, implichi di per sé la scomparsa di un altro tipo di dinamica culturale, seppure minoritaria, in cui quei parametri invece continuano a funzionare e a essere considerati importanti. Inoltre, e questo lo possiamo verificare noi stessi, a partire dalla nostra esperienza quotidiana, è possibile partecipare simultaneamente, all’interno di una stessa vita, a pratiche culturali diverse se non apertamente contraddittorie. Molti di noi, sia in quanto autori sia in quanto critici, sperimentano un lavoro sulla forma di tipo lento e artigianale, senza per questo rinunciare alla quotidiana disseminazione e liquefazione del senso, attraverso la comunicazione/espressione estemporanea e semi-automatica su piattaforme in rete. Giochiamo simultaneamente due partite, senza per questo che una delle due debba avere definitivamente l’ultima parola. Certo, c’è il rischio che le più giovani generazioni finiscano con il giocare un’unica partita, quella che tende alla produzione indifferenziata. Ma questo avrebbe senso se la minoranza ora custode di certi parametri formali (di certe pratiche artigianali) fosse del tutto incapace di trasmetterli. Ed è su questo punto che, a mio parere, varrebbe la pena di concentrare l’attenzione, una volta acquisita la preziosa analisi di Bortolotti. Per quanto riguarda, poi, il nostro argomento specifico – le comunità d’ascolto che permettono la circolazione e la valorizzazione di un certo tipo di discorso critico –, bisognerà chiedersi in quale modo e in quali luoghi, dentro e fuori la rete, esse mantengono una loro coesione e la capacità di perpetuarsi. Dovremo quindi spostarci immediatamente in un contesto più ampio e complesso, dove diverse pratiche culturali, istituzioni, dinamiche sociali entrano in gioco, senza rimanere limitati alla pur pervasiva realtà della comunicazione in rete. Non è insomma così semplice prevedere l’evolversi di un patrimonio di competenze, connesse in buona parte a privilegi di classe, ma anche a delle istituzioni tendenzialmente egualitarie come la scuola e l’università pubbliche. Se poi spostiamo l’attenzione a livello mondiale, siamo confrontati a dati abbastanza sorprendenti. Una approfondita ricerca sulle abitudini mediali di giovani e adulti realizzata in 30 paesi nel 2005 situa la Tailandia al secondo posto nel mondo sia per il numero di ore di lettura a settimana che per il numero di ore passate al computer, al di fuori dell’attività lavorativa . Non solo, ma la Tailandia è anche al primo posto mondiale nel consumo settimanale di televisione. Dal nostro osservatorio europeo, sembra intuitivo concludere che la cultura della rete non possa che crescere a discapito della cultura del libro, e che entrambe, poi, siano in opposizione rispetto alla cultura televisiva.</p>
<p><em>Conclusione</em></p>
<p>Sarà sufficiente la nuova, invasiva, logica culturale dell’<em>user-generated content</em>, sollecitata dalla diffusione delle piattaforme informatiche, per dissolvere logiche culturali caratterizzate da “parametri formali” forti, che implicano una perdurante distinzione tra produzione e fruizione, e la sopravvivenza della cultura del libro, con le sue modalità di distanziamento critico nei confronti della realtà? Dare risposte troppo semplici, significa ancora una volta sottostimare la plasticità del soggetto umano, e la sua capacità sia di resistenza sia di riappropriazione inedita rispetto alle abitudini indotte dalle innovazioni tecniche e dagli ambienti tecnologici. Se poi questi processi culturali in atto contribuiranno a dissolvere alcuni miti della letteratura moderna, come la sacralità e la compiutezza dell’opera, il sacerdozio dell’autore, la “naturale” superiorità morale del pubblico competente, tutto ciò non farà che rafforzare una tendenza critica già insita in quella letteratura, e più volte espressa dalle avanguardie nel corso del secolo scorso. Discorso simile, va fatto per la crisi del canone. Le grandi opere del passato sono già “in memoria”, difficile ignorarle tutto a un tratto. Per quelle che verranno, dovremo soprattutto operare affinché ancora esistano delle comunità d’ascolto in grado di accoglierle, valorizzarle, tramandarle, anche al di fuori di ogni crisma di ufficialità e universalità. Tutto ciò corrisponderà ad esigenze e interessi di<em> minoranze</em>, che non troveranno che in se stesse la propria legittimazione. Questo, infatti, costituisce uno dei punti più delicati. Né l’università, come laboratorio a vocazione universalistica delle pratiche culturali, né la contestazione sociale, come laboratorio di classe delle pratiche politiche, stanno entrambe sufficientemente bene, per garantire <em>dall’esterno</em> legittimità a quel tipo di critica. Essa dovrà trovare in sé la propria legittimazione, e fare leva sul proprio corpo provvisorio e fragile, fatto di slanci ed errori, di collocazioni ibride e instabili, cercando di trarsi dalla palude dell’indifferenziato come il Barone di Münchhausen, prendendosi per i capelli.</p>
<p>*</p>
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