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	<title>cultura ebraica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A serious man</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 11:33:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cultura ebraica]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli Coen]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Qualcuno ha scritto che A serious man di Joel e Ethan Coen è un film incomprensibile per chi non conosce a fondo la cultura ebraica. Molti sono infatti i riferimenti alla lingua, alla Torah, al bar mitzvah. Forse è per questo che l’inizio, una scena ambientata in uno sperduto shtetl polacco del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/a_serious_man-300x194.jpg" alt="a_serious_man" title="a_serious_man" width="300" height="194" class="aligncenter size-medium wp-image-27422" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/a_serious_man-300x194.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/a_serious_man.jpg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Qualcuno ha scritto che <em>A serious man </em>di Joel e Ethan Coen è un film incomprensibile per chi non conosce a fondo la cultura ebraica. Molti sono infatti i riferimenti alla lingua, alla Torah, al <em>bar mitzvah</em>. Forse è per questo che l’inizio, una scena ambientata in uno sperduto shtetl polacco del secolo scorso, sommerso dalla neve, recitata in lingua originale coi sottotitoli, sembra scollegato dal resto del film?<span id="more-27421"></span></p>
<p>Ma non è solo l’episodio iniziale a sembrare scollegato. E’ tutto il film che appare sconclusionato, a tratti sgangherato, pervaso da una sorta di follia centrifuga che fa esplodere le scene, i personaggi, i dialoghi, in un caos espressivo che pone molte domande e non è esente da un fascino perverso, come perverso può essere un senso di squilibrio che ci confonde e ci disorienta. Certo, è nello stile dei temibili Coen lanciare sfide dure a noi spettatori, all’attitudine a seguire una storia, nella sua progressione logica, che loro si divertono a spezzare di continuo. </p>
<p>Così la storia di Larry Gopnik, ambientata in una comunità ebraica del Minnesota, nel 1967, è tutto sommato semplice: lui è un tipo mite, onesto, buffo, timido, un po’ sfigato, con un figlio che pensa solo a farsi le canne di marijuana e ad ascoltare i Jefferson Airplane in cuffia mentre l’anziano professore fa lezione in ebraico; la figlia ha come pensiero fisso quello di rifarsi il naso e la moglie sta progettando di andare a vivere col vicino di casa, che considera meno sfigato di lui. Suo fratello, disadattato e disoccupato, dorme in soggiorno e si consuma nella depressione. Il suo lavoro di professore universitario di fisica è minacciato da lettere anonime che la direzione dell’istituto riceve in continuazione, e da un tentativo di corruzione/ricatto da parte di uno studente coreano. Larry chiede aiuto ai rabbini, perché gli spieghino come si deve comportare, e a un avvocato, finché uno dei rabbini, un caratterista vecchissimo, che sembra una statua antica, in una scena surreale non gli cita i nomi dei Jefferson  Airplane (meno Jorma Kaukonen, di cui non ricorda il cognome) e parte, per l’ennesima volta, il potente <em>Somebody to love</em>. </p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/GO5Rc5LjOsM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>Dunque è questo che gli sta spiegando il rabbino? Larry ha bisogno di qualcuno da amare? E’ l’unica certezza possibile nella sua vita incerta? Inutile cercare risposte. I registi confondono tutto, si dilettano a esibire una carrellata di facce straordinarie, grottesche, che sembrano uscire da antiche favole yiddish, dialoghi dadaisti che strappano più di una risata, a mescolare il sacro col triviale. E il finale è tronco, irrisolto, e non esente da una forma di aggressione allo spettatore, come già avevamo visto in <em>Non è un paese per vecchi</em>.</p>
<p>Forse, con la buona volontà dello spettatore collaborazionista (verso due registi allergici al concetto di collaborazione), potremmo definirlo un film <em>psichedelico</em>. Infatti uno dei gruppi musicali più psichedelici dell’epoca è oggetto di un remix con la destrutturazione dei meccanismi narrativi. Ma è soprattutto un procedimento stilistico, perché non vi è alcuna interazione col contesto: l’ambiente, i personaggi, gli arredi, sono quanto di più antipsichedelico si possa immaginare. </p>
<p>Più semplicemente, può essere un film da vedere come saggio di stile destabilizzante, che fa briciole delle nostre abitudini a una visione lineare, della nostra adesione emotiva ai personaggi, a una condivisione con le loro storie, senza irritarci se talvolta questa sfida estetica si trasforma in uno sberleffo. </p>
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