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	<title>Daniel Galera &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Schiava bianca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2004 23:53:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Daniel Galera]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniel Galera Ho comprato un breve libro di racconti di un nuovo scrittore brasiliano (è nato nel 1979 a Porto Alegre). Si intitola Manuale per investire i cani, è stato pubblicato di recente dalla casa editrice Arcana, tradotto in un italiano smagliante da Patrizia Di Malta. Mi è piaciuto tantissimo, così ho chiamato la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniel Galera</strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8879662988/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8879662988&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><img loading="lazy" style="margin: 2px 4px; border: 0px none;" alt="8879662988.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/8879662988.jpg" width="200" height="298" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></a><em>Ho comprato un breve libro di racconti di un nuovo scrittore brasiliano (è nato nel 1979 a Porto Alegre). Si intitola <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8879662988/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8879662988&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Manuale per investire i cani</strong></a>, è stato pubblicato di recente dalla casa editrice <strong>Arcana</strong>, tradotto in un italiano smagliante da <strong>Patrizia Di Malta</strong>. Mi è piaciuto tantissimo, così ho chiamato la redazione di Arcana per chiedere il permesso di riprodurre qui uno dei racconti più belli. Ringrazio <strong>Martina Donati</strong> per la collaborazione. E’ piuttosto buffo mettere in rete una storia simile proprio oggi, ma a ben guardare si tratta di una resa incondizionata alle donne… Buona lettura, e auguri a tutte. (T. S.)</em><br />
________________________________</p>
<p>Avevo deciso che quello di cui avevo bisogno era una schiava bianca. Misi un annuncio sul giornale:</p>
<p><em>SCHIAVA BIANCA CERCASI</em></p>
<p><em>Giovane donna, bella presenza, interessata a ottenere vitto, alloggio, e ogni altro genere di comfort in cambio di presenza permanente in casa e favori sessuali illimitati. Preferibilmente snella, moderatamente formosa e perfetta. Livello culturale medio-alto. Capacità culinarie e musicali saranno altamente gradite. Periodo di prova di 6 mesi, con possibilità di estensione del contratto a tempo indeterminato. Le interessate possono inviare un’e-mail con foto e curriculum personale a…</em><br />
<span id="more-324"></span><br />
Passarono tre giorni e cominciai a temere che mi toccasse pagare un altro annuncio la settimana dopo. Ma il quarto giorno ricevetti un’e-mail. Elise, vent’anni. Aveva mandato una foto a figura intera. Aveva i capelli lunghi, castani, lievemente ondulati. Un naso espressivo e occhi profondi, azzurro-verdi. Labbra non troppo carnose, ben disegnate. A prima vista ha un bel seno, un bel sedere, e una bella schiena. Ma le foto sono subdole, possono trarre in inganno.<br />
Diploma di scuola superiore, un semestre di Giornalismo. Mmmm.<br />
La contattai e fissai un appuntamento per il giorno dopo. Arrivò con dieci minuti di anticipo. Era alta come me e aveva modi molto cordiali. Cominciai a istruirla.</p>
<p>&#8220;Le cose stanno così, Elise: tu abiterai qui con me. Avrai una stanza tutta per te, benché sia prevedibile che passerai la maggior parte del tempo nella mia stanza. Avrai un letto, vestiti, cibo, televisione e internet con moderazione, oltre a una vasta biblioteca con la quale occupare il tuo tempo libero. In cambio, desidero essere servito. Se voglio un pompino, tu mi fai un pompino. Se voglio una tazza di caffè, tu mi porti un caffè. Se voglio un massaggio alle palle, tu mi fai un massaggio alle palle. Insomma, quel tipo di cose che fanno le schiave bianche. Non ho intenzione di abusare. Sarò presente più spesso la sera e nei fine settimana. Non avrai l’obbligo di prestare i tuoi servizi ai miei amici, o cose del genere. Sarò il tuo unico padrone. Quando non ci sono, la casa è tua. Provvederò a ogni bene di conforto, per me e anche per te. Rispettando, sia chiaro, la dovuta gerarchia. Io comando, tu obbedisci&#8221;.</p>
<p>Lei fece soltanto un cenno affermativo con la testa. Da vicino era molto più bella che nella foto allegata all’e-mail. Le chiesi di togliersi i vestiti per dare una controllata. Lei se li tolse, apparentemente senza nessun pudore. Era splendida. Magra ma arrotondata nei punti giusti, scapole vigorose, spalle alte, tronco e arti ben proporzionati. E non avevo mai visto una lombare così ben articolata, con una curvatura e una composizione muscolare impeccabili.</p>
<p>Affare fatto. Lei accennò un sorriso e iniziò a fare qualche domanda di ordine pratico, tipo quando poteva trasferirsi, dove avrebbe alloggiato ecc. Le spiegai tutto.</p>
<p>Era nata per essere una schiava bianca. Aveva la giusta dose di iniziativa, in pochi giorni aveva già familiarizzato con le mie abitudini e faceva un ottimo caffè. Feci installare una vasca da bagno in casa. Le chiesi di aspettarmi sempre nella vasca da bagno piena di acqua calda, la sera quando tornavo a casa dal lavoro. Mi ci buttavo dentro e restavo una buona mezz’ora a scaricare le tensioni della giornata. Elise mi insaponava e si lasciava abbracciare dentro l’acqua. Era l’unica cosa di cui avevo bisogno dopo otto ore seduto davanti a un computer, con la schiena piantata su una sedia da quattro soldi e a respirare l’aria stantia dell’impianto centrale di condizionamento dell’ufficio. Cenavo e leggevo a letto, con lei al mio fianco, che mi copriva d’ogni sorta di piccole attenzioni, come cambiare la videocassetta o imboccarmi con il cucchiaio. Mi piaceva mettermi sotto le lenzuola con lei, sentire la sua pelle così morbida e il suo respiro sul mio collo. Quanto al sesso, mi piaceva soprattutto prenderla da dietro, da dove potevo guardare la sua splendida schiena e la televisione allo stesso tempo. Sembrava che la televisione durante il sesso piacesse anche a lei. A me piace, ma non per i programmi o per il suono, ma per la luce. Il mio ambiente preferito per fornicare è sempre stata una stanza illuminata dalla luce di un apparecchio televisivo. Lei lo aveva capito da sola senza che io avessi mai avuto il bisogno di dirglielo. E aveva anche capito che niente mi rendeva più felice di una bella succhiata. In questo aveva imparato a prendere l’iniziativa. Certi giorni mi svegliavo con lei che scivolava in fondo al letto, per un’inattesa fellatio mattutina.</p>
<p>Ma anche lei, a volte, aveva i suoi momenti no. Si chiudeva in se stessa e svolgeva le sue mansioni di malavoglia. Non l’ho mai rimproverata in quei suoi periodi. Di solito era così attenta, consenziente e sollecita che sentivo il dovere di concederle pause di solitudine e di indipendenza. In quelle occasioni, restava chiusa nella sua stanza, ad ascoltare musica e, soprattutto, a leggere. Come da accordi, potevo esigere che uscisse dalla stanza e mi venisse a maneggiare o altro del genere, ma non abusai mai dei miei diritti per interferire nei suoi momenti privati. Sembrava accorgersene, me ne era grata, e questo si traduceva in una devozione sempre più spontanea.</p>
<p>Tre mesi con Elise furono sufficienti a rianimarmi e rinvigorirmi a tal punto che i miei colleghi di lavoro, familiari e amici cominciarono a stupirsi del mio benessere. Quando dicevo loro che era merito della schiava, si rifiutavano di crederci. Cosa del resto comprensibile. Di solito, i rapporti con le schiave bianche iniziano bene ma diventano presto problematici. Alcune sono troppo sottomesse, o incompetenti, o abusano dei loro privilegi. Le schiave bianche sono screditate di questi tempi. Ma posso dire ai miei amici di avere avuto fortuna. Elise è una schiava bianca perfetta. E come se non bastasse tutto il talento che ha nel dispensarmi piacere, è una persona silenziosa e discreta per natura, e adora leggere.</p>
<p>Entrai spesso nella mia stanza trovandola a leggere uno dei miei libri. Non ama la poesia. Preferisce i romanzi e i racconti. Le è piaciuta moltissimo la raccolta completa dei racconti di Sergio Faraco e una piccola antologia di Cechov. Un pomeriggio entrò perplessa in cucina mentre stavo leggendo un giornale. Aveva Cechov in mano.<br />
&#8220;Hai letto quel racconto del soldato che viene baciato in una sala buia della villa?&#8221;.<br />
&#8220;Sì, l’ho letto&#8221;.<br />
&#8220;Perché non cerca la donna che aveva baciato, quando passa di nuovo davanti alla casa?&#8221;.<br />
&#8220;Buona domanda. Tu cosa pensi?&#8221;.<br />
&#8220;Non so. Da un lato è un atteggiamento comprensibile, dopo tutte quelle riflessioni che fa sul campo di battaglia… ma dall’altro… non mi sembra giusto. Sarebbe dovuto entrare. Io al suo posto sarei andata a cercarla&#8221;.<br />
&#8220;È una bella questione&#8221;, replicai. La sua perplessità era una cosa bella da vedersi. Essere testimoni dell’effetto provocato da un racconto di Cechov su una schiava bianca deve essere una cosa che succede raramente. Stava capendo il racconto. &#8220;La risposta non è nel testo, Elise, è in ogni singolo lettore&#8221;.<br />
&#8220;Mmm&#8221;, mugugnò, e tornò nella stanza.</p>
<p>I sei mesi erano passati, e volli parlare con Elise per valutare insieme la nostra esperienza. Eravamo entrambi molto soddisfatti, e decidemmo che il nostro rapporto continuasse a tempo indeterminato. Lei non aveva obiezioni da fare. Le chiesi se non le mancasse il potere uscire per la strada, andare al cinema, vedere delle persone o cose del genere. Con mia grande sorpresa, rispose di no. Il cinema non le interessava. La televisione, i video e i libri erano più che sufficienti. E ce n’erano di libri, su quello scaffale!</p>
<p>Per quanto possa sembrare strano, la sua risposta negativa mi deluse. In qualche modo desideravo che nutrisse delle ambizioni al di fuori della schiavitù. Avevo voglia di portarla al cinema, presentarla agli amici, portarla in un motel, che ne so. Non riuscivo più a vederla come una schiava. Gli schiavi sono oggetti. Lei era molto più di un oggetto. Io la stimavo. Al di là del sesso e del caffè e dei bagni, volevo sapere che cosa sentiva, a che cosa pensava quando decideva di rinchiudersi da sola nella stanza, che cosa faceva quando io ero in ufficio.<br />
Ma lei non voleva saperne in nessun modo. Quel modello di servitù le andava a genio. Quello che voleva veramente era restare in casa, soddisfarmi, avere una vita tranquilla, leggere gli innumerevoli libri sul mio scaffale.</p>
<p>Arrivarono le vacanze invernali. Tutto quello riuscii a fare con i miei pochi soldi fu affittare uno chalet in un paese di montagna, per noi due. Elise rimase un po’ confusa con questa storia del viaggio. Questo andava un po’ al di là del suo concetto di regime di schiavitù. Venne con me senza fare domande, ma il suo comportamento per tutto il tempo fu lo stesso. Adorabile sottomissione. E questo mi scoraggiava ogni giorno di più. Ma cosa pretendevo? Che andassimo a fare shopping insieme? Che mi aiutasse ad arredare la casa? Che prendesse la patente e andasse al supermercato ogni sabato? Fare dei figli insieme? Lei non voleva niente di tutto ciò: macchina, motel, feste, vestiti, acquisti, lavoro, bambini. Voleva solo una casa, un letto, cibo e libri da leggere in cambio della sua presenza, della sua attenzione, del suo corpo. A lei andava benissimo così. Essere parte della casa, una donna addomesticata. Ma io non riuscivo più a vederla come un oggetto di mia proprietà, un accessorio della casa. Volevo che lei facesse parte della mia vita. Piansi una notte intera dopo averlo pensato. Amavo.</p>
<p>Non era una buona idea. Ma è quello che era successo. Avevo bisogno di parlarne con lei. Potevamo rivoltare le vecchie regole e tentare una relazione nuova, paritaria. Solo che non riuscivo ad affrontare l’argomento, per paura di essere rifiutato. La mia convivenza con lei divenne una successione infernale di tentativi repressi di dichiararmi. E le nostre relazioni sessuali unilaterali, basate unicamente sulla soddisfazione dei miei soli desideri, oramai mi disgustavano.</p>
<p>Una mattina, trovai Elise che dormiva sul divano del salotto, con la tivù accesa a un volume praticamente inesistente. Probabilmente si era addormentata all’alba. Era in maglietta e mutande, arrotolata in qualche modo in una coperta di lana rossa che avevo rubato su un volo della Varig. Mi venne un desiderio irresistibile di avvicinarmi e svegliarla con tenere carezze. Grattai delicatamente una delle sue cosce, e lei miagolò. Andai avanti, lentamente. Mezz’ora dopo lei ebbe un orgasmo. Restammo abbracciati sul divano, ascoltando il nostro respiro e i rumori di fondo di un cartone di Tom e Jerry. Elise era imbronciata per qualche motivo ed evitava il mio sguardo. Si alzò e uscì dal salotto con il pretesto di fare il caffè. La ragione del suo muso era evidente: avevamo rotto il protocollo. Quella mattina, avevo smesso di giocare. Ero innamorato della mia schiava e a lei la cosa non piaceva per niente.</p>
<p>Decisi di reprimermi. Ora lei era cosciente dei miei sentimenti e pensai che era meglio lasciar maturare da sole le cose, nel bene o nel male. Cercare di imporle una relazione affettiva sarebbe stato un errore. Si sarebbe spaventata e mi avrebbe lasciato subito. Continuai a pretendere favori sessuali e domestici, benché trattare quella donna come un oggetto fosse per me un compito piuttosto penoso. Il nostro coinvolgimento personale si limitò ai libri, ai consigli, agli scambi di impressioni, ai piccoli dibattiti che mi stimolavano molto e mi aiutavano a distogliere la mia attenzione da Elise in sé, la donna, la creatura della quale ero innamorato.</p>
<p>Fino al giorno in cui arrivai in casa e lei mi disse: &#8220;Avevi ragione. Hilda Hilst è veramente forte. Hai qualcos’altro di suo?&#8221;.<br />
Mi dichiarai. Le proposi il fidanzamento e poi il matrimonio. Le feci ridicole promesse di felicità, fedeltà e ancora …tà …tà …tà. Lei mi guardò dall’alto in basso, delusa, scuotendo la testa.<br />
&#8220;Stai dando alle cose un verso che non mi piace&#8221;, brontolò.<br />
Cosa potevo rispondere? Era la verità. Aggrottai le sopracciglia, con la faccia del cane bastonato. Ero patetico.<br />
&#8220;Le relazioni sentimentali non facevano parte dell’accordo. Giusto?&#8221;.<br />
&#8220;Giustissimo. Però… È solo che…&#8221;.<br />
&#8220;Così non funziona. Non voglio. È meglio smettere prima che la situazioni peggiori&#8221;.<br />
Si licenziò il pomeriggio seguente, dandomi un bacio in fronte. Prima di uscire portò via dallo scaffale il libro di Cechov. Feci finta di non accorgermene.</p>
<p>____________________________________________________</p>
<p>Daniel Galera, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8879662988/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8879662988&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Manuale per investire i cani e altri racconti</em></a>, traduzione di Patrizia Di Malta, Arcana editrice, 103 pagine, 9 euro.</p>
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