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	<title>David Laurenzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>David Laurenzi: &#8220;mille aghi di pino e una cicala morta&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/17/ruggine-al-sole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[David Laurenzi]]></category>
		<category><![CDATA[Fve editori]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; È recentemente uscito per Fve editori il romanzo di formazione Ruggine al sole di David Laurenzi. Ospito qui una selezione di estratti. &#160; 1. L’anno è quello di un vecchio telefilm di fantascienza. Ne ho visto qualche episodio insieme a mio padre. Racconta della terra che esplode e della luna che, schizzata via dalla sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="wp-image-101794 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Ruggine-al-sole-copertina-de-singolaf-01.jpg" alt="" width="470" height="673" /></p>
<p style="text-align: justify;">È recentemente uscito per <strong>Fve editori</strong> il romanzo di formazione <em>Ruggine al sole </em>di <strong>David Laurenzi</strong>. Ospito qui una selezione di estratti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><strong>1.</strong></p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">L’anno è quello di un vecchio telefilm di fantascienza. Ne ho visto qualche episodio insieme a mio padre. Racconta della terra che esplode e della luna che, schizzata via dalla sua orbita, inizia a vagare per l’universo con sopra gli astronauti che ci vivono. Si chiama <i>Spazio 1999</i>.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">Il posto è sul Mar Tirreno.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">Io e mia madre combattiamo con le formiche da quando ci siamo arrivati, tre settimane fa. Il tempo dà sul brutto. L’umidità e il freddo aumentano, anche se ufficialmente siamo ancora in alta stagione e il calendario dice estate.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">Con la pioggia che va e viene non mi stupisce che le formiche corrano a decine a rifugiarsi nella nostra roulotte.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">Mia madre, comunque, combatte più per senso del dovere che per odio sincero. Delle formiche in realtà non le frega più di tanto; se non ci fossi io a lamentarmi probabilmente neanche ci farebbe caso.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">“Vammi a comprare le sigarette.” mi dice stando stesa sul più alto dei letti a castello. Sembra ignorare che lo spaccio del campeggio, adesso che è notte, è chiuso e che il distributore automatico più vicino è nella piazza del paese; a piedi ci vogliono venti minuti. Sembra anche ignorare che io ho solo dodici anni. Compiuti da poco.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Ci guardiamo a lungo, in silenzio, finché non prendo i soldi dal comodino e mi allontano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;"><strong>2.</strong></p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Il giorno del compleanno ho avuto un bellissimo cappello con la visiera, di un rosso acceso, con davanti la faccia di due famosi wrestler. Me l’ha regalato mio padre e non me ne separo mai. Anche adesso lo rigiro tra le mani mentre percorro la statale buia tra la pineta e i campi. La preferisco alla pista ciclabile che si snoda parallela, a fianco della spiaggia. Lì c’è troppa gente, troppe luci, troppi campanelli squillanti, troppe risate e troppi baci.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Io odio i baci, come deve averli odiati Cristo dopo quello di Giuda.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Il distributore è sotto i portici della piazza. Sto recuperando il pacchetto e il resto quando alle mie spalle arrivano tre ragazzi grandi. Avranno quindici, sedici anni. Nella penombra non riesco a vederne bene le facce.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“Non lo sai che il fumo fa male, che ai bambini è vietato comprare le sigarette?” Parlano sovrapponendo le voci, sghignazzano. “Le prendi per il paparino o per la mammina?” insistono dandosi di gomito. Dall’accento capisco che sono del posto.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“No, sono per me.” In realtà non ho mai fumato e fumare mi fa schifo, anche se mi piace l’odore che lascia addosso alle persone, soprattutto a mia madre.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“Ah, così sei tu la ciminiera di casa! Dài, facci vedere.”</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“Non ho l’accendino.”</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“Sei proprio un fumatore di merda, tieni!” mi urla all’orecchio il più alto, mettendomene in mano uno di cui mi colpisce il colore: arancione.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Disperato, strappo il cellophane e apro il pacchetto, m’accendo una sigaretta e inizio a fumare, fumare, aspirando fino al fondo dei polmoni, come ho visto fare tante volte ai miei genitori.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“Bravo, così! Sparati il fumo fin dentro lo stomaco! Sì, così!” mi incitano gli altri.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Dopo poco arriva il sudore freddo sulla fronte, la nausea, qualche conato di vomito. Getto la sigaretta a terra. Mi piego in due dalla tosse.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Sento i passi dei ragazzi che se ne vanno, le loro voci che rimbombano sotto i portici come ombre ubriache. Sono solo e in mano mi è rimasto l’accendino.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">E se quello che me l’ha dato si accorge di esserselo scordato? M’immagino gli altri prenderlo in giro senza pietà, dargli del coglione, del ritardato peggio di me. Potrebbe tornare a cercarmi, furibondo, per riprendersi quello che è suo. Ho paura.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Lascio cadere l’accendino per terra come se fosse fatto di metallo incandescente e scappo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><strong>3.</strong></p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">Con le mie diciannove stramaledette sigarette rientro al campeggio sano e salvo. Si fa per dire.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">La statale è vuota, silenziosa, in balia dell’odore dei pini e del fruscio del vento. Al sottofondo discreto degli uccelli e degli insetti aggiungo il rumore ritmico delle mie scarpe da ginnastica, stupito di come tutti questi suoni invece di rompere il silenzio lo rafforzino.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">Ho ancora in bocca il sapore del fumo e del cibo che m’è tornato su, dolciastro. Due merendine e un ghiacciolo, tutto quello che oggi ho mangiato, insieme a un po’ di pasta in bianco.</p>
<p class="p2" style="text-align: justify;">Solo tre macchine tagliano, come lame luccicanti, il buio molle intorno a me. Rombano via veloci lasciandosi alle spalle una scia fatta di terrore ed eccitazione. L’ultima mi affianca suonando ripetutamente il clacson, prima di dileguarsi a tutto gas.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Rientro evitando l’ingresso principale con la guardiola, la sbarra bianca e rossa, gli scooter pronti a scortare i clienti, i custodi occupati a chiacchierare e fumare.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Passo dal buco sul reticolato, dietro le grandi siepi che nascondono i cassonetti dei rifiuti. Da lì sgattaiolo fino alla nostra roulotte che sta vicino al barbecue e ai bagni chimici di riserva. Un posto sfigato a causa della puzza e dei rumori.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Faccio per entrare, ma la porta della roulotte non si apre. Strano, mia madre la lascia sempre aperta. Provo e riprovo, poi alzo la voce e la chiamo, anche se mi scoccia perché so che a lei scoccia e che a volte questo la fa diventare pericolosa.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“Mamma!” urlo, facendo precedere l’acuto da alcuni abili colpi di tosse, “sono io, aprimi!”</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Riprovo, stavolta chiamandola per nome, una cosa meno da moccioso. “Irene! Irene, dài apri, sono tornato!” grido alla porta bianca, concludendo il mio assolo da cantante strappalacrime. Che nessuno applaude.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Mi sembra di percepire un bisbiglio e un paio di piccoli tonfi all’interno della roulotte. Poi più niente. Solo allora vedo lo scooter parcheggiato nella nostra piazzola, dietro la sdraio, la cui ombra lo rende quasi invisibile.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Sputo sulla porta e me ne vado; ma dopo una decina di passi mi ricordo delle sigarette nella tasca. Ritorno davanti alla roulotte e, obbligandomi a non sentire quello che forse immagino solo di sentire, tiro fuori il pacchetto, lo strizzo e lo accartoccio, con tutte le sigarette dentro.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Lo getto sullo zerbino azzurro di plastica, nelle cui fessure stanno incastrati mille aghi di pino e una cicala morta.</p>
<p class="p3">
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