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	<title>Davide Vargas &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Napoli infinita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteca Pimentel Fonseca]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Vargas</strong> <br />
È da qualche mese in libreria “Napoli infinita”, il libro che raccoglie le escursioni, reali e sentimentali, di Davide Vargas nel cuore di Napoli. Pubblico qui di seguito uno dei suoi racconti urbani, consigliadovi di leggere gli altri 349 presenti nel libro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119354" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita.jpg" alt="" width="357" height="509" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita.jpg 1766w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-719x1024.jpg 719w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-768x1094.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-1078x1536.jpg 1078w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-1438x2048.jpg 1438w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-295x420.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-300x427.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-696x992.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/COVER-Napoli-infinita-1068x1522.jpg 1068w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" />(<em>È da qualche mese in libreria “Napoli infinita”, il libro che raccoglie le escursioni, reali e sentimentali, di Davide Vargas nel cuore di Napoli. Pubblico qui di seguito uno dei suoi racconti urbani, consigliadovi di leggere gli altri 349 presenti nel libro pubblicato da La nave di Teseo</em>)</p>
<p><strong>La biblioteca del Pimentel Fonseca</strong></p>
<p>di <strong>Davide Vargas</strong></p>
<p>Il portone è aperto e il richiamo è troppo forte. Non sono mai entrato e c’è aria di famiglia, ricordi ovviamente. In un paese ancora devastato dalla guerra una giovane donna con gli occhi bassi partiva in treno verso l’emancipazione, sulle panche dei vagoni da tradotta conobbe un giovane più spavaldo, si amarono e divennero i miei genitori. Nella mitologia familiare questo viaggio dalla piazzetta di provincia verso il primo Istituto Magistrale di Napoli intitolato a Eleonora Pimentel Fonseca sorretto da una tenace volontà assumeva ad ogni racconto come per i pionieri l’alone di conquista di un territorio più fertile. Via Benedetto Croce all’imbrunire è ormai invasa dall’aria natalizia. All’ingresso, nella cornice del portale, un gruppetto di giovani in divisa fa accoglienza, una ragazza vede la mia indecisione e si offre di accompagnarmi alla biblioteca, ne vale la pena dice, è bellissima. E così entro passando sotto un festone che pende al cancello dopo il portone, percorro il lungo androne e salgo lo scalone. Allo smonto si apre un lungo corridoio ma la mia guida continua a salire. Il secondo rampante sale costeggiando il bugnato a punta di diamante della chiesa del Gesù Nuovo confinante con il convento. Il pianerottolo è la prima tappa. Un grande finestrone inquadra Santa Chiara e puoi vedere il rosone a tu per tu, una vista frontale, senza alzare la testa per capirci. Le luci della città distendono sul paramento tufaceo della chiesa un unico tono dorato, muto e irreale, il vociare della strada qui non entra. Il corridoio superiore è una lunga galleria bugnata interrotta dai fiocchi delle volte. Immagine potente, è la cifra di una città stratificata, dove il nuovo si accosta al precedente, si sovrappone, ne interseca la trama senza mai cancellare del tutto la preesistenza. I ragazzi si trattengono e fanno capannelli con gli insegnanti ed è un bel vedere. Ecco la biblioteca. Una porta di ingresso imponente decorata da pannelli di legno intagliato introduce in un ampio locale rivestito dall’apparato decorativo settecentesco, scaffalature di gusto naturalistico, pavimento marmoreo con intarsi dello stesso colore del legno. La libreria ricopre per intero le pareti lasciando liberi solo i vani delle finestre, il primo ordine scandito da lesene termina con un ballatoio che gira intorno con la sua balaustra rigonfia e traforata, fogliame animali e medaglioni si intrecciano come un unico festone continuo. I libri non ci sono più e gli scaffali sono vuoti. Su tutto la volta affrescata dal Sarnelli nel 1750, chiara e luminosa. Siamo nell’insula dei Gesuiti che giunsero a Napoli alla metà del Cinquecento e fondarono il convento del Gesù Vecchio in cui si provvedeva all’educazione dei giovani. La storia va avanti per ampliamenti successivi favoriti dallo stretto rapporto tra potere politico e religioso, fino alla fondazione della Casa professa. L’espansione dei conventi portava la conseguenza della penuria di spazi verdi e abitazioni. Ma nella Casa professa c’era veramente bisogno di spazi, si curavano le anime e alla fine del Seicento si contavano cinque oratori con sagrestie annesse. Nel vicino Liceo Genovesi la volta dell’antico oratorio dei Nobili è affrescata da Battistello Caracciolo e l’androne di ingresso era l’antica sagrestia decorata con nappe festoni e girali del tardo Seicento. Il liceo Pimentel Fonseca è noto anche come Casa professa. Eleonora Pimentel Fonseca faceva parte dell’élite culturale napoletana impregnata di idee liberali, curò la pubblicazione del “Monitore napoletano” che fu il primo giornale politico e civile della città. Salì al patibolo in piazza Mercato dopo aver assistito senza cedimenti all’esecuzione di tutti i compagni arrestati, qualcosa come le esecuzioni naziste quando Priebke chiamava a nome uno a uno i prigionieri che faceva fucilare. Il contegno degli uomini del ’99 davanti alla morte fu il riscatto eroico rispetto alle ingenuità rivoluzionarie, a tutt’oggi sono un punto luminoso di idee e impegno morale nella nostra storia. È bello che un luogo dell’educazione porti l’utopia del suo nome. Quando esco le ragazze in divisa mi salutano, la sera è tiepida e la strada si è ancora di più affollata. Una zingara si avvicina alle donne offrendo ciondoli a forma di corno e una promessa di protezione contro il malocchio. La guglia dell’Immacolata in prospettiva è una specie di faro, secondo tradizione l’8 dicembre un vigile del fuoco salirà con una scala telescopica e offrirà come ogni anno un fascio di rose alla statua in cima. Il portale in piperno del liceo, alto e solenne racchiude nella cimasa curvilinea l’epigrafe in memoria della Principessa di Bisignano e i grandi finestroni ai lati emettono una luce bianca come lanterne fuori scala.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-119356" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-scaled.jpg" alt="" width="622" height="439" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-1024x722.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-768x541.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-1536x1083.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-2048x1444.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-596x420.jpg 596w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-696x491.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-1068x753.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-1920x1353.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/La-biblioteca-del-Pimentel-Fonseca-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 622px) 100vw, 622px" />Davide Vargas,<em> 6 dicembre 2022</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Napoli scontrosa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/09/02/napoli-scontrosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Vargas</strong> <br />
Davide è un architetto che per colpa anche nostra - di Nazione Indiana - s'è scoperto narratore. Dal 2017 appunta, disegna, racconta, le sue narrazioni su Napoli. Ora le ha raccolte in un volume, "Napoli scontrosa". Qui ci regala la prima della serie, e noi lo ringraziamo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-98867" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina.jpg" alt="" width="430" height="617" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina.jpg 1754w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-714x1024.jpg 714w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-768x1102.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-1071x1536.jpg 1071w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-1428x2048.jpg 1428w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-150x215.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-300x430.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-696x998.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-1068x1532.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/copertina-293x420.jpg 293w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" />di <strong>Davide Vargas</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">San Giovanni a Mare_ <em>5 settembre 2017</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un amico del nord mi dice che sì, riesce a passare per Napoli ma solo per andare a vedere San Giovanni a Mare. Non so niente di questa chiesa ma non lo dico. Invece mi informo e vado a cercarla. Via Marina è il solito interminabile cantiere ma dopo il caldo furioso e assiduo dei mesi scorsi oggi l’aria è più fresca e la domanda: <em>ma quando finiranno questi lavori?</em> è meno pressante. Il campanile del Carmine è chiuso dai ponteggi e io parcheggio nella sproporzionata ombra che palazzo Ottieri stampa sul selciato, di fianco a un furgoncino verde come le olive. L’immancabile parcheggiatore abusivo con un segno della mano benedice il via alla mia passeggiata. Imbocco la strada laterale tra biciclette e passeggini in esposizione sul marciapiede. Costeggio il retro del palazzo che è un trionfo di balconi con fogliame di plastica, panni stesi e tende variopinte, condizionatori e caldaie, ripostigli o verande in alluminio, tubi zincati o verniciati e qualche vaso con il basilico la menta e spenti gerani.  Avrò visto un milione di progetti su palazzo Ottieri: dalla demolizione totale alla rimozione di pezzi, sempre alla ricerca del mare perduto. Fino alla frustrazione di inutili abbellimenti. Non so, mi sembra che questo mastodonte sia come la carcassa di un gigantesco animale preistorico che il mare, da qualche parte oltre ma anche oltre i depositi i silos i carriponte, la parte di mare offeso e incattivito da questa città abbia lasciato incagliato ineluttabilmente nelle sue trame. La piazza del Mercato me la ritrovo sulla destra. Anche qui, l’ombra del palazzo ricopre la strada, le macchine ferme, il marciapiede, i dissuasori di piperno e si spinge fin dentro l’invaso. Poi comincia la luce. La sua rivincita. Si estende per tutto l’emiciclo, fino agli intonaci bianchi e le tende aperte sugli ingressi alle botteghe. Fino alla chiesa al centro dell’esedra dove le statue nelle nicchie assorbono fameliche la luminosità che le allontana dal buio dietro le spalle. Ma è il punto, la linea netta, dove l’ombra incontra la luce che smuove suggestioni, Masaniello le impalcature con i morti, le esecuzioni la rivoluzione, il punto nevralgico del di qua o di là sapendo che quello che non è stato lo puoi sempre vedere da lontano come un <em>poteva essere</em> e illuderti che in fondo sia un po’ vero. Vado avanti, verso l’arco come mi ha detto il posteggiatore. Preferisco chiedere piuttosto che seguire il navigatore. Fino alle costole di tufo giallo di Sant’Eligio Maggiore. È una bella sensazione camminare in questo tratto, un punto di benessere premere le suole delle scarpe sul lastricato e conversare. Ma sono da solo, conversare con me stesso, è ovvio. Ed è in questi frangenti che la narrazione si scrive, parola dopo parola, come i passi del viandante, in una zona della mente dove nulla svanisce. L’ingresso laterale alla chiesa è un portale strombato ricco di figure naturali e animali incastrate nelle gole delle nervature gotiche. Supero l’arco con l’orologio quattrocentesco. Un uomo in calzoncini corre davanti a una macchina per farla parcheggiare. Mi indica con un gesto della testa come fanno certi cagnolini di pelouche che San Giovanni a Mare è dietro l’angolo. Come ogni cosa, dietro l’angolo. Strano ingresso, non diresti mai che è una chiesa. Una specie di portone su una facciata anonima sotto finestre da casa protette da inferriate. È un ingresso laterale, l’unico. Si accede in un cortiletto, vi è esposta la copia di Donna Marianna ‘a capa ‘e Napule rediviva Partenope. Passo davanti a uno stanzino dove un portiere mi saluta con gentilezza. L’interno è buio. Nella penombra rintraccio le linee dell’impianto normanno, raro esempio nel panorama della città. È questa l’unicità che cercava l’amico del nord. Ma l’oscurità è una porta verso altre mete. Come sempre mi accade sono in un posto e contemporaneamente attraverso i nessi con i luoghi della memoria, la mia terra [Aversa] di fondazione normanna e le infinite tracce del primitivo disegno. Questa è la forza, un grafo di onde come quando getti un sasso nell’acqua, oltre la mera dimensione fisica. Non succede sempre. Ma se sì, allora mi sento in un luogo parlante. Mi incammino per ritornare e penso al nome della chiesa. Quell’<em>a mare.</em> Un taglio nella cortina apre su un vicolo. C’è tutto qui. Un suv parcheggiato all’imbocco. I panni stesi da un balcone all’altro. Motorini e una puzza di cipolle. In fondo le strutture del porto. La cosa che non c’è più è il mare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Riccardo, ti ricordi…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Dec 2019 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
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		<category><![CDATA[porto]]></category>
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		<category><![CDATA[Riccardo Dalisi]]></category>
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					<description><![CDATA[(A Porto s&#8217;è svolta una importante mostra sull&#8217;opera di Riccardo Dalisi. Davide Vargas ci regala il suo affettuosissimo testo presente nel catalogo, e noi lo ringraziamo. G.B.) di Davide Vargas Riccardo è nato nella festa dei lavoratori del 1931 ed oggi è seduto con me su una panchina della Floridiana di Napoli sotto un grande [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">(<em>A Porto s&#8217;è svolta una importante mostra sull&#8217;opera di Riccardo Dalisi. Davide Vargas ci regala il suo affettuosissimo testo presente nel catalogo, e noi lo ringraziamo.</em> G.B.)</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-81637 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi.jpg" alt="" width="619" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi.jpg 619w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-250x155.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-200x124.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-160x99.jpg 160w" sizes="(max-width: 619px) 100vw, 619px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Davide Vargas</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Riccardo è nato nella festa dei lavoratori del 1931 ed oggi è seduto con me su una panchina della Floridiana di Napoli sotto un grande tiglio frondoso. Sulle pendici del Vomero. Lui la sente la natura. Poi ci alziamo e facciamo quattro passi, sulla panchina liberata si insediano in un attimo due gatti che si leccano le zampe e rizzano il pelo a dire: è nostra. La villa della duchessa di Florida è un progetto unitario di architettura e giardino, autore Antonio Niccolini agli inizi dell’ottocento, perciò Riccardo viene qui da sempre. Camminiamo lentamente tra le transenne, lungo i viali curvilinei, fiancheggiando pini e palme californiane, cespi di ortensie e felci, yucca e alloro. Il retro dell’edificio nitido e bianco è pieno di sorprese. Uno scalone porta giù fino alla vasca con le tartarughe che si muovono nell’acqua verdastra. E oltre c’è la città, da un estremo all’altro, e il mare con le barche. Tutta qui Napoli, a portata di mano. Ora ci sediamo davanti a questa specie di atlante, l’uomo è stanco e mi sembra di essere partecipe di un momento magico, come quando in un altro tempo un uomo anziano fosse rimasto per un minuto o un secolo seduto su una vecchia sedia di paglia ad osservare un pezzo di terreno, i fili d’erba e i fiori di tarassaco, fino a leggere l’anima del luogo. Perché è così, se solo ci sai fare lo scopri che ogni luogo è una mappa, un canzoniere, un’epopea. Questo ha fatto Riccardo Dalisi con la sua città: la narrazione lunga una vita di visioni, sensazioni, leggende, odori, voci e suoni, energie, violenze e atti d’amore, frasi e silenzi, storie e frontiere, fantasie e spietato realismo. Cose così, una meraviglia. E lo ha fatto attraverso il progetto. Le parole [da ogni grammatica] del progetto. La natura, Napoli, i miti, le maschere della città, la creatività collettiva del popolo e degli scugnizzi, la partecipazione e la controcultura degli anni settanta, questi i temi. Io ho conosciuto da studente prossimo alla laurea il professore Dalisi alla fine degli anni settanta. Quindi mi sono perso le sperimentazioni del Rione Traiano Ma la lunga frequentazione mi ha trasferito l’esperienza complessiva della sua ricerca. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ti ricordi Riccardo…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Quando Alessandro Mendini su Casabella definì nei primi anni settanta il tuo percorso ideativo </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“tecnica povera in rivolta”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">. Il che presuppone un interlocutore e un contro. Nel tuo caso l’interlocutore è un co-autore, di volta in volta un bambino o un vecchio del sottoproletariato, un artigiano o un disoccupato, la vicina del tuo studio sfinita nei sui cento chili o la giovane figlia bella come una ninfa plebea. Il contro è una metodologia specialistica. Ma tu il suo valore non l’hai mai negato, solo che vi hai aggiunto quel tanto di imprevedibilità che risiede nelle origini della cultura e annida nei suoi luoghi marginali. C’è una fotografia che racconta quegli anni: tre quattro ragazzini scugnizzi arrampicati sui ferri di attesa che spuntano dai pilastri di un cantiere senza alcuna protezione di sicurezza. Si dondolano, stanno a gambe divaricate tra le armature che si piegano sotto il peso, camminano e poi siedono come i famosi operai americani, o forse italiani immigrati, in fila a mangiare sulla trave sospesa di un grattacielo in costruzione, con le gambe penzoloni sul vuoto. Ma sono gli stessi scugnizzi festanti, vivaci, allegri, improvvisamente tristi, bambini e bambine, con i quali tu signore con i capelli già grigi compi da sempre e ancora l’incanto di saper parlare. Hai attraversato i margini con l’atteggiamento del rabdomante che con un bastone scrosta la superficie alla ricerca dei SEGNI che il mondo ben organizzato ha seppellito. E li hai reinventati con loro, i bambini. O meglio, sono loro che li hanno inventati, i cavalieri e gli scudieri, i pupazzi, gli angeli e i diavoli, infine le sirene e i matti. Con te.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-81638" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto.jpg" alt="" width="820" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 820px) 100vw, 820px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>A Ponticelli c’ero anche io, ai tempi della didattica partecipata… </i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Uno zampillo della fontana schizza sulla roccia, le tartarughe affiorano a pelo d’acqua e gli occhietti azzurri si fanno più attenti. Questa città ha ancora spazio per occhi stupiti. Ma gli occhi davvero stupiti hanno un che di determinazione, perché in quell’istante stanno scoprendo un segreto. La scoperta a Ponticelli fu che occorreva andare oltre i filamenti di una cultura popolare già contaminata, da mercato della nostalgia per intenderci, e ricercare le tracce di una rara autenticità. Ecco le periferie e a Napoli la periferia è ovunque popolata dei suoi figli migliori, periferici anche essi, da Troisi a Murolo, gente così. Quando un vecchio della Casa del Popolo racconta la stessa storia anche molte volte ha sempre gente in ascolto, e</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i> “la narrazione è arte che precede la letteratura, il teatro, l’architettura”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">, così ci dicevi. Quando un bambino disegna con i pennarelli come se carezzasse i petali di un giglio o taglia lamiere tenerissime con le forbici per poi ribatterle con il martello e infine ricucirle con il filo di ferro, gli stessi bambini scugnizzi che un istante prima si sono rotolati nel cortile come in una scena di </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Accattone</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> aggrediti dalla propria incontrollata energia e gli stessi vecchi che hanno piegato il capo per la stanchezza come i poveri di Ratcliffe che Faulkner fa riunire nel retrobottega davanti a un architetto inutile [“</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Non avete denaro. Non avete neanche qualcosa da copiare: come potete sbagliarvi?”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">]</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">, entrambi vecchi e bambini ci stanno portando in un punto originario sottile rarefatto, persino ambiguo, dove c’è ancora un po’ di libertà di espressione. E non a caso viene in mente Faulkner. </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Non c’è molta differenza tra</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> la Contea di Yoknapatawpha e il Rione Traiano o Ponticelli. La Contea americana non esiste geograficamente ma è un’invenzione letteraria. Perciò i suoi fiumi le sue praterie le sue rocce le sue città sono più vere del reale. Così il Rione Traiano o i cortili di Ponticelli sono esclusivamente una CREAZIONE dello sciamano napoletano. Unica riconoscibile e memorabile.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>E dopo… </i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Tante altre cose. Per esempio…ora passeggiamo per la città verso Calata San Francesco dove c’è lo studio con la vista mozzafiato sul profilo femmineo dell’isola adagiata sulla linea dell’orizzonte come una gran dama sotto la luce perlacea di questo cielo tardo autunnale. Sirena messaggera di amore, provato per ogni cosa che richiedesse un rapporto, persone, donne, bambini, cose. Cominciano le scale che discendono al mare tra tufi dorati punteggiati di capperi, tra gramigne solitarie spuntate tra gli interstizi del basolato e piantine di narcisi dietro le inferriate panciute che racchiudono tutte le finestre. In uno slarghetto una band di giovani con barbe e orecchini e cappelli da cow boy suona il blues di Pino Daniele. Il batterista suona su piatti veri di batteria e su bidoni bidoncini e taniche di plastica. Roba di scarto. Al più un panno poggiato dove si abbatte la bacchetta. Per modulare il suono. Quante volte hai raccolto in terra carte di caramelle per trasformarle poi in abiti argentati, dorati, variopinti ancora intrisi del profumo di cioccolata nei disegni di donnine, i capelli fluenti allungati con il pennello imbevuto di colore in una infinita storia d’innamoramenti. Hai sempre detto che i rifiuti posseggono una </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“preziosità capovolgente”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">, che da essi si possono tirar fuori risorse e disponibilità. Ti ho visto raccogliere zollette di terreno in una busta di plastica e pezzetto dopo pezzetto trasformare un muro diruto in un’aiuoletta di gerani che i vicini hanno piantato e poi innaffiato. Così succede, che vengono fuori qualità sociali e umane inaspettate. Poi cosa importa se il muro è rimasto diruto e i fiori non sono mai germogliati. Uno fa queste cose, a Napoli poi, e non ha niente a che fare con gli stereotipi del folclore. Dall’altra parte dell’oceano i due protagonisti di Scarti, un bel libro di Jonathan Miles vivono degli avanzi che trovano tra i rifiuti e lo fanno serenamente. Questo è il punto. Per scelta. Per contestare il meccanismo. Ma qui ha a che fare con il territorio della fiaba dove un mondo migliore è possibile. Proprio quello che sognano i piccoli di Scampia dove si stanno coltivando i semi per un museo dei bambini radunati intorno a una sorta di moderno Pifferaio di Hamelin che non desideri altro che vadano per una propria strada luminosa. Si chiama </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“Tam Tam Scampia”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> il progetto. Tu stesso forse non sei vero ma appartieni alla fiaba.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-81639" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2.jpg" alt="" width="820" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 820px) 100vw, 820px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Sì, tante altre cose…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">La caffettiera napoletana. La città si prepara alla festa più contraddittoria dell’anno. Tra i palazzi già sono sospesi i fili con le lucine da Mille e una Notte [ma devi guardare tra le ciglia di occhi socchiusi], per strada cominciano ad apparire i guitti sui trampoli, i pulcinella, i Totò, le streghe e i maghi. Praticamente i mille personaggi dei prototipi che hanno fatto impazzire Alessi. Ma si sa, la </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“napoletana”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> va oltre l’oggetto, è un processo di un design aperto che non risponde soltanto all’industria ma sa ascoltare le voci degli ultimi. Perciò c’è un’infinità di caffettiere/sculture che a quegli ultimi restituiscono un momento di dignità. Nuova icona di napoletanità, in evanescente dialogo con un Eduardo in bianco e nero seduto su un balcone della città mentre svela i segreti antichi per fare un vero caffè, rigirando tra le mani una caffettiera su cui ha messo un </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“coppitello”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> di carta. Sul becco, dice, per non disperdere l’aroma caldo del primo caffè, ripiegato come il cappello di Pulcinella o gli elmi le maschere che inventerai tu. E parla a un Professore. Ci andiamo a Rua Catalana tra gli artigiani che hanno realizzato tutto ciò,</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> tra le botteghe dei vecchi lattonai con gli ingressi incastrati tra graffiti e cianfrusaglie pendenti. E poi sopra le nostre teste lo schieramento dei tuoi lampioni burleschi e irridenti. Imprevedibili, appesi ad una gamba protesa o a uno spillone o a una gigantesca molletta i lumi pendono e ondeggiano con le ruggini, i pezzi mancanti, i fili appesi e forse non si accendono più. E in ogni vetrina c’è un pezzetto di lamiera sbalzata filiforme o ritagliata che ha le sembianze fiabesche di un cavaliere o un Totocchio o una caffettiera animata. È un’eredità lasciata al quartiere. Un esercito di piccioni si dispone in formazione ordinata sui cavi da un palazzo all’altro. All’imbrunire radunati in squadriglie andranno a volteggiare come bandiere nel cielo del porto intriso di mare e palpito di rotte. Come a Nantucket.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>E poi dico…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Dico l’Architettura. I segni importanti della città portano la tua firma. Anche la tua firma. Come la Borsa Merci, progetto vincitore di concorso nel 1964, dove</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> il vero pezzo di bravura è lo spazio interno con l’invenzione della scala. Un nastro che sale, poi cammina in piano e infine si arrampica fino in cima con la luce che cola dall’alto, passa nei vuoti delle rampe e disvela le forme della galleria. La scalinata occupa tutta la lunghezza dell’edificio. Ad ogni piano incontri persone con le borse i telefonini e le sigarette elettroniche. E punti di vista. L’architettura l’hai insegnata a schiere di giovani con quel tanto di disincanto necessario per dare alla professione una vocazione. E hai insegnato </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“l’imprevedibilità”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> del progetto restituendo anche all’errore una specie di viatico verso l’idea libera. E a </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“progettare senza pensare”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">. Agganciandosi cioè alla totalità dell’essere umano, compreso la mente. La Borsa Merci è lontana e l’aria si è raffreddata. Questo girovagare seguendo la trama di temi luoghi e rievocazioni che hanno alimentato la tua ricerca ricevendone in cambio una presa di coscienza rischia di essere un viaggio infinito. La tua creatività è stata ed è inesauribile come gli itinerari di bellezza che la città disvela se solo il viandante abbia occhi per riconoscere. Linee, che le metti insieme e scopri che alla fine hai tracciato il tuo stesso profilo in una sovrapposizione pazientemente costruita. L’aria è pungente ed è meglio rientrare. Le luci nelle finestre sono tutte accese.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ma una cosa ancora…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Te le ricordi, Riccardo, tutte le vagonate di poesie che ci hai lette? Sui prati di Morosolo dove rimanevamo fermi per qualche minuto davanti alla quercia, ai fili d’erba punteggiati di campanule azzurrine, ai cespugli di forsizia e alla balza di verbena, sotto il cielo di Jimenez che ricadeva fino alle sponde muschiose del lago, rimanevamo lì a cercare una risposta. O una domanda.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Davide Vargas, </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>29 ottobre 2018</i></span></span></p>
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		<title>les nouveaux réalistes: Luca Mirarchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Mirarchi]]></category>
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					<description><![CDATA[Il modo più comodo per (non) morire di Luca Mirarchi   È sempre pericoloso tenere un tappeto davanti al camino. Inutile dirlo alla madre, aveva ricoperto di tappeti quasi tutto il soggiorno. Adesso era fuori in missione con i volontari. Il padre invece era in ufficio, non rientrava mai prima di sera. Michele, rimasto solo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_59197" aria-describedby="caption-attachment-59197" style="width: 336px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/vargas-10.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-59197" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/vargas-10-235x300.jpg" alt="le scale di Davide Vargas" width="336" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/vargas-10-235x300.jpg 235w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/vargas-10-801x1024.jpg 801w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a><figcaption id="caption-attachment-59197" class="wp-caption-text">le scale di Davide Vargas</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il modo più comodo per (non) morire</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luca Mirarchi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È sempre pericoloso tenere un tappeto davanti al camino. Inutile dirlo alla madre, aveva ricoperto di tappeti quasi tutto il soggiorno. Adesso era fuori in missione con i volontari. Il padre invece era in ufficio, non rientrava mai prima di sera. Michele, rimasto solo, guardava il talk show del pomeriggio seduto sul suo trono a rotelle – la poltrona in pelle scura di un ipotetico direttore generale. In realtà passava da un programma all’altro, saltando con cura la pubblicità e il meteo. Le previsioni gli ricordavano che esisteva un futuro, la pubblicità è troppo frammentata, sei chiamato di continuo a riattivare l’attenzione. I film e lo sport sono i più indicati per sonnecchiare. Bisogna modulare il volume al punto da renderlo una nenia, priva di picchi e silenzi capaci di svegliarti. Un brusio costante è il miglior compagno tra sonno e veglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voleva dormire: si era deciso a compilare una tabella di autovalutazione che gli aveva fotocopiato il terapeuta. Prima di andare a letto aveva riempito una tabella di prova: <em>Cos’hai fatto al mattino/pomeriggio/sera?</em> “Un cazzo”, scritto in diagonale, intercettava le righe tra le 9 e le 13; seguiva “Un cazzo”, scritto di fretta, anche per il pomeriggio e la sera. Alla voce: <em>Come ti senti?</em>, gli era bastata una parola, “Male”, ripetuta per ogni fascia oraria. Per la domanda: <em>A cosa stai pensando?</em>, aveva risposto tre volte “Merda totale”. Si era compiaciuto della capacità di sintesi, sapeva che sforzandosi di essere più analitico non avrebbe raggiunto un risultato migliore. Allo stesso tempo sapeva che quella stringatezza non sarebbe bastata al terapeuta, che aveva intenzione di desumere da quei fogli “evidenti segni di miglioramento”. Visto che lo pagava, tanto valeva assecondarlo, magari alla fine avrebbe ottenuto “un controtransfert di presa per il culo” con annessa ricevuta di ritorno. Magari alla fine sarebbe migliorato davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fuoco crepitava nel caminetto, la legna del padre faceva il suo dovere. O forse bruciava troppo e si sarebbe esaurita presto, comunque non aveva voglia di stare a pensarci. Doveva concentrarsi sulla tabella: <em>Cos’hai fatto al mattino?</em> “Alle 10 sono in piedi. Bravo, non era poi così scontato!” E in effetti, diverse volte l’aveva tirata fino a mezzogiorno, smarrito tra incubi e pensieri opachi autoflagellanti (Cosa ti alzi a fare? Per buttare un’altra giornata? I tuoi amici sono al lavoro, tu nemmeno ti sei laureato. E poi, eventualmente, laureato in cosa? Scienze della comunicazione? Riesci a coglierne l’ironia? Non sai nemmeno rapportarti agli altri! Tuo padre l’aveva detto: Tu non sei fatto per vendere fumo. Tuo padre l’aveva pensato: Michele, arrenditi all’evidenza. E non aveva torto: esistono anche persone inutili: una di queste, purtroppo, sei tu). Che poi, ad essere onesti, “Bravo, non era poi così scontato!” – una considerazione pragmatica e costruttiva – non apparteneva sul serio al lessico di Michele: l’aveva scritta barando, e lo sapeva. Cancellò, per lasciare un più minimale “Alzato alle 10”<em> </em>(e pazienza per il controtransfert terapeuta/paziente). Un micro lapillo si spense di fianco al camino. Michele tornò alla tabella cognitivo-comportamentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Squillò il telefono, quello fisso, chi poteva essere? L’assistente del padre? L’offerta di una compagnia telefonica? Arianna che vuole farsi dire un’altra volta perché non rispondi? (Arianna che non si curava dell’evidenza ed era certa che saresti tornato?) Be’, in ogni caso era improbabile che fosse lei, tanto valeva lasciare gli squilli al proprio destino, avrebbero richiamato più tardi. Per scrupolo controllò il cellulare appoggiato sul tavolo, nessuna chiamata (lo teneva senza suoneria per non rovinare l’auto-stordimento). Quindi. “Alzato alle 10”: un piede in una pantofola, uno nell’altra, e via ad issarsi sul trono a rotelle, dove giaceva, ben ripiegata, la sua felpa col cappuccio preferita. Spostando in avanti con le gambe il trono – non è vero che non faceva nessun esercizio fisico, – Michele ruppe l’inerzia, uscì dalla camera e raggiunse il bagno. Forte dei poteri che la natura aveva riservato ai maschi, pisciò e si lavò la faccia senza abbandonare la postazione semovente. E visto che non sembravano esserci controllori in casa (la donna di servizio aveva già lasciato il condominio), posticipò la doccia ad un altro momento. Ancora strisciando con buona lena, fece un salto – si fa per dire – in cucina, dove lo attendevano gli abituali succhi di frutta alla pesca – visto che è bene non sottovalutare l’importanza della colazione. Fatto questo, lo scorrere ovattato delle ruote – sopra i tappeti, in soggiorno – lo accompagnò fino all’angolo della televisione, a un passo dal caminetto. Purtroppo fuori era una bella giornata e un raggio di sole investiva lo schermo: Michele, seccato, coprì i vetri con le tende. Tornato alla tabella, per riassumere, più tardi aggiunse: “Alzato alle 10”, cui fece seguire “TV fino alle 14”. Non poteva negare che questo sforzo compilatorio fosse un passo avanti, ed era pronto a scrivere: “Pranzo veloce con mia madre, breve sonno e televisione”, quando una scheggia infuocata andò a cadere sul tappeto: cavoli – pensò – e rimase imbambolato a guardare la scoria fumante che si esauriva, lasciando intorno un alone scuro. La madre si sarebbe risentita, su questo c’erano pochi dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il talk show del pomeriggio era davvero fiacco: una ragazza di diciassette anni, esasperata da uno stalker che non le dava tregua, aveva tentato il suicidio buttandosi in piena notte dalla finestra del terzo piano, finendo però sulle spalle di un trentenne, sbronzo, che cercava di non pensare al mancato rinnovo dell’ultimo contratto. I due erano stati ricoverati nello stesso ospedale, nello stesso reparto e <em>addirittura</em> <em>nella stessa camera! </em>[Esclamazione stupita della conduttrice]. Alla fine della degenza si erano fidanzati e progettavano di sposarsi e vivere insieme. Sennonché, quella notte, il trentenne disoccupato non era sbronzo <em>solo </em>per il mancato rinnovo, anzi, a sentire gli amici era quasi sempre ubriaco, ormai da anni, e difatti una cirrosi avanzata avrebbe finito per battere sul tempo il matrimonio. Vedova prima di sposarsi, la diciassettenne era stata ricontattata dallo stalker e si era rivolta al talk show del pomeriggio, che nel rispetto della sua privacy – la ragazza non era ancora maggiorenne – le aveva leggermente sfumato i tratti del viso. La conduttrice aveva promesso di risolvere il problema della ragazza.</p>
<p style="text-align: justify;">Così aveva messo sulle news – fumata nera per il papa – mentre uno scoppiettio più marcato preannunciava l’arrivo di una meteora in fiamme – quindi era passato allo sport – tennis, un documentario girato a Wimbledon – col fuoco che lambiva gioioso il tappeto – per  finire sulla finale registrata di <em>Megachef </em>(il contest di cucina preferito da sua madre), dove un’insegnante obesa (la concorrente preferita da sua madre), sembrava sul punto di far saltare in aria una pentola a pressione, solo che non si riusciva a vedere bene con tutto quel fumo che montava in soggiorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimase come ipnotizzato a guardare le fiamme diffondersi. Iniziava a sudare. Quanti pensatori prima di lui si erano ritrovati a contemplare il fuoco? Non ne aveva idea, si sentiva più vicino al livello di contemplazione di una braciola sul barbecue. Non riusciva a muoversi. Neanche allora riusciva a muoversi. Gli veniva da soffiare, o forse era solo il respiro che si ingrossava. Guardò i fogli della tabella cognitivo-comportamentale – ormai non l’avrebbe più completata – li lanciò contro il fuoco; si pentì subito: non voleva che bruciassero proprio oggi, quando stava succedendo qualcosa e avrebbe avuto finalmente un episodio da raccontare. Scivolò giù dal trono come avrebbe fatto un prigioniero nel tentativo di ingannare il suo carceriere. Sentiva il calore irradiarsi nel corpo. Al crepitare del camino si sovrappose per un istante il volume dalla TV: <em>Megachef</em>, <em>il</em> <em>verdetto culinario finale</em> (sua madre, mentre davano il contest in diretta, la sera prima, era stata richiamata in servizio per un’emergenza, ma si era fatta registrare la puntata e contava di vederla appena possibile). Il vincitore del contest, un giovane cameriere immigrato, salutava fra le lacrime i molti parenti che aveva lasciato nell’Africa subsahariana. Doveva esserci un bel caldo dalle sue parti – considerò Michele – adesso <em>sì</em> che poteva empatizzare con gli immigrati! Riuscì a raccogliere qualche foglio ma non tutti, alcuni si erano fermati incerti sul bordo del camino, permettendo alle scintille di fare un balzo in avanti. Il fumo adesso saturava la stanza, smussando i contorni dei mobili che traboccavano di oggetti materni. La madre rientrava a buon diritto fra gli “accumulatori compulsivi”, quelli che non buttano via niente, ma proprio niente, nel senso letterale del termine. La TV, forse esasperata per il calo di share, emise un sibilo e interruppe le trasmissioni. Fuori qualcuno stava bussando alla porta, sotto un’adeguata sollecitazione anche il resto del condominio prendeva vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe bastato così poco per alzarsi e scappare, per uscire finalmente di casa. La sua fuga era sempre stata immobile: tutto era nato in casa, tutto finiva in casa; gli piacevano le simmetrie, sembravano dare un senso alle cose. Ora le cose avrebbero preso vita, si sarebbero trasformate. Cenere e CO2 al posto di poltrone e tavoli. La distruzione è cambiamento. Sarebbero bruciati i quadri astratti simil Mondrian comprati dal padre anni prima; sarebbe esplosa la famiglia nei ritratti ben ordinati sulla credenza – la cronologia dei fiocchi di scuola e delle vacanze dai nonni, la comunione, la cresima e gli altri sacramenti, lo spazio ancora vuoto per la foto di laurea. Si sarebbero disciolte le statuine Thun che presidiavano il soggiorno in ordine sparso, a cominciare dagli angioletti paffuti disposti a corona sopra il camino. A Michele ricordavano le bambole di cera nei film dell’orrore. L’ossigeno andava bene sia per vivere che per bruciare.</p>
<p style="text-align: justify;">I colpi che provenivano dall’ingresso si fecero più forti e insistiti, ora Michele riusciva quasi a sentirli, ma giaceva disteso sul pavimento e gli sembrava per una volta di essere nel giusto: in ogni film catastrofico che si rispetti, se scoppia un incendio, bisogna respirare al livello del suolo. Per di più l’ingresso dava sulla porta a sinistra del caminetto, mentre Michele stava strisciando nella direzione opposta, verso la finestra, che nell’immaginario collettivo rappresenta pur sempre una via di fuga (anche se l’appartamento si trova al secondo piano), e tutto sommato era proprio questo che lui sognava di fare ogni giorno: fuggire, allontanarsi il più possibile da quella casa. Ma nemmeno stavolta lo lasciarono in pace: nel muro ad angolo con la finestra era incassato il mobiletto del telefono, e proprio quando Michele lo raggiunse partì lo squillo di una chiamata. Il ragazzo tentennava, ma dato che sarebbe potuta essere la sua ultima telefonata si aggrappò al mobile, rovesciandolo, e impugnò la cornetta quasi fosse un trofeo. – Michele, che succede? Rispondimi! – Fu subito investito da un moto di delusione: l’ultima chiamata e gli toccava pure sua madre. – Michele, stai bene? Una vicina ha chiamato il Soccorso, dice che la casa brucia&#8230; Tra poco arriviamo con l’ambulanza, ti prego resisti –. E insomma no, niente Arianna, la sua cara amica sarebbe rimasta esclusa dal gran finale. – Mamma, – le rispose, – sto bene, qui la casa è a posto, stai calma. – Michele! Finalmente! – Mamma, ascolta, lo sai chi ha vinto il contest? – Come dici? Non ti sento bene&#8230; – <em>Megachef</em>! non l’ha vinto la tua insegnante, mi dispiace, – piagnucolò, abbassando la voce. – Non ti capisco, cade la linea, tu&#8230; –. Lui davvero non ne aveva più voglia, lasciò andare la cornetta e si stese di schiena. Se solo Arianna avesse potuto cogliere il suo dolore, se gli fosse stata vicina in quei momenti, mentre il fuoco lo assediava e non c’erano più vie d’uscita, l’avrebbe smessa di avere fiducia? Lei e la sua ottusa propensione alla vita – lei che l’aveva scelto dal primo giorno, al test di ingresso in facoltà: – L’hai capito, <em>madre</em>? Quella ragazza tanto a modo&#8230; nemmeno lei mi ha salvato! – Il grido si spezzò in gola. – Mi lascerete, almeno stavolta, in pace? – chiedeva stordito alle ombre e ai bagliori sul muro. E non poteva certo accorgersi della porta che intanto si spalancava. Non erano tempi favorevoli per immaginare nuove prospettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Il padre entrò in salotto coprendosi la bocca con una sciarpa. Si fermò al centro della sala, individuò il figlio – Non muoverti da lì! – sparì nel fumo verso la cucina. Tornò brandendo un estintore, quello che aveva portato sua moglie dopo i primi mesi di volontariato («Mi spieghi cosa ce ne facciamo di un estintore in casa?», le aveva chiesto, «Spera di non essere mai costretto a scoprirlo», aveva ottenuto indietro come risposta). Dopodiché rientrò nella stanza, tolse la sicura e indirizzò la manichetta verso le fiamme. Il getto potente inondò il camino, i tappeti, la catasta di libri e giornali, la sua riserva di bottiglie messe in ordine secondo le annate, gli scheletri anneriti delle foto di famiglia, gli attoniti Thun e tutti gli altri orpelli che riempivano il muro (i crocefissi tipici di mezza Europa, uno per ogni viaggio; i feticci finto etnici collezionati perché «tutte le religioni hanno lo stesso Dio»; l’orologio a cucù in ricordo di Praga che non aveva mai funzionato). Quindi abbassò il getto sul divano e soffocò le ultime fiammelle residue. Rimase imbambolato con l’estintore sgocciolante a mezz’aria e con il fiato grosso. Ebbe un sussulto, corse ad aprire la finestra. Vide Michele riverso a terra, fece per piegarsi, bestemmiò, tornò al centro della stanza e riaprì l’estintore: direzionò il getto su qualsiasi cosa gli capitasse a tiro (tranne che sulle riproduzioni di Mondrian e sul tavolo in ferro battuto col piano di cristallo). A quel punto si precipitò da Michele, che oscillava lento la testa ed era pallidissimo. Gli prese la mano, cercò di parlargli, lo scosse. Il ragazzo aprì gli occhi, sorrise, si sollevò sui gomiti e guardò stupito il paesaggio domestico ricoperto da una coltre di neve rappresa, che lasciava trapelare monconi di mobili anneriti e avanzi di tappeti ritorti. Il tanfo degli additivi chimici impregnava l’aria. Michele riconobbe la morsa che gli serrava la gola ad ogni risveglio. Prima che si lasciasse andare il padre lo afferrò deciso e lo aiutò ad appoggiare la schiena al muro. Poi si sedette a fianco. – Ti sei messo a giocare al piromane, eh? – disse e gli diede una pacca sulla coscia. – Mi stava venendo un infarto mentre bussavo e tu non aprivi. Il campanello era saltato, non trovavo le chiavi, ma alla fine ce l’ho fatta. L’importante è che tu stia bene. Che cazzo, – aggiunse dopo un po’, – è vero che il terapeuta ti sprona a reagire&#8230; ma così non ti sembra un po’ troppo?</p>
<p style="text-align: justify;">La madre arrivò accompagnata dalle sirene e dalle luci dell’ambulanza. In un unico slancio si proiettò fuori dall’abitacolo, lungo il giardino, sulla rampa di scale, dentro la casa e dentro il salotto. Si arrestò sulla porta e si mise a fissarli con la bocca spalancata, le braccia allargate in un abbraccio abortito, del tutto incapace di parlare. – Vorrei che stesse sempre così, – sussurrò il marito, seduto all’angolo opposto della stanza. La madre percorse con lo sguardo la geografia devastata del soggiorno. Abbassò piano le braccia, lasciò cadere l’estintore che usava in servizio, tornò a guardare il marito e il figlio. Il marito allora sollevò l’estintore “domestico” e con l’altra mano fece il segno dell’ok: – Mi ero sbagliato, avevi fatto bene a portarlo a casa –. La madre cedette. Urlò tutta la rabbia e lo spavento che aveva accumulato. Il condominio per alcuni secondi trattenne il fiato. Poi ciascuno riprese a fare quello che doveva. I volontari si attrezzarono per dare una mano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>______________________________</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Michele, il padre e la madre sono seduti a tavola per la cena. La tavola è illuminata al centro da un candelabro, sembra una scena di Dickens trasposta a Beirut. Sono circondati dai resti del principio di incendio. Non era stata l’apocalisse che sembrava all’inizio, anche se quasi la metà del soggiorno mostra i segni delle fiamme. La madre ha voluto cenare nella stessa stanza come ogni sera. Michele è seduto a capotavola, dà le spalle alla finestra; i genitori sono ai suoi lati uno di fronte all’altra. Il padre rompe il silenzio con un colpo di tosse: – Be’, alla fine siamo stati fortunati, no? – Se questa ti sembra fortuna&#8230; – sospira la madre. – Volevi mettere alla prova le tue certezze sull’aldilà? – Non parlare così davanti a me e a Michele! – Ha quasi trent’anni, se non te ne fossi accorta; e poteva morire; dovresti dirmi grazie, se stavo ad aspettare voi&#8230; (Michele, nel frattempo, ripassa gli ingredienti del Taboulé di couscous che ha vinto il contest di cucina). – Ho visto, – gli fa la madre, – ho visto il tuo capolavoro. Hai passato l’estintore ovunque tranne che sul tavolo e sui quadri. È stato un caso, vero? – Michele, dille tu cosa ne pensi: ti spiace che abbia salvato te sacrificando i Thun? – La madre anticipa il figlio: – Sono<em> i</em> <em>soccorritori </em>che si occupano dei soccorsi, lo sai cosa poteva succedere? Il padre scuote la testa; Michele, a fatica, commenta: – Scusate, intanto non potremmo assaggiare le focacce? (Le focacce preparate dalla madre la mattina, tornate utili per l’occasione). Ma è del tutto inutile: – Certo che lo so cosa poteva succedere, poteva bruciare prima l’appartamento e poi il condominio&#8230; – Ti prego, spiegami, esiste qualcosa che prendi sul serio, oltre il tuo lavoro? – &#8230;e poi certo, sareste arrivati voi a soccorrere gli inquilini carbonizzati. – Anche con la segretaria sei così spiritoso? –. A quel punto Michele – mentre il padre calibra una risposta adeguata – si isola dal discorso, e affonda lo sguardo nel buio che si apre oltre il candelabro: il fuoco ha cancellato la casa dei genitori, il piano della realtà si capovolge, adesso vede Arianna che gli viene incontro, come a volte faceva dopo le lezioni, per chiedergli come stava o per scambiare due parole (mentre lui restava distante e cercava una scusa per andar via). Nel corso dei mesi aveva iniziato a cambiare opinione: non provava alcuna attrazione fisica per Arianna, né si era creata l’intimità condivisa dell’amicizia, eppure lei non sembrava farci il minimo caso, manteneva intatto l’entusiasmo. Era brillante, gentile, autoironica, e Michele comprese che non voleva rinunciare a lei. Diventarono amici e lo rimasero anche negli anni del suo (auto)isolamento nella casa dei genitori (il periodo in cui la madre iniziò con il volontariato). Arianna aveva continuato a chiamare anche se lui non rispondeva. Michele aveva paura di ascoltare una voce che proveniva “da fuori”. Michele ora stringe forte i lembi della tovaglia perché non ce la fa più ad assistere – anche stasera, dopo l’incidente – all’ennesima replica della sitcom dei due coniugi in crisi, che riattizzano l’antica fiamma soltanto nel corpo a corpo verbale. La madre alza la voce e lo tira per una manica, Michele si scosta, le dice Lasciami in pace, non la sta a sentire. Gli sembra di avvertire una sensazione nuova, non sa darle un nome ma il solo fatto che sia diversa non gli dispiace. – E com’è che lo paghiamo il mutuo, dimmi un po’: vendendo i tuoi angioletti bombati? –. Michele si rivolge di nuovo al buio di fronte: <em>Fa’ che io non sia qui, domani o fra un anno, ti prego, fa’ che io non sia qui</em>. – Adesso basta, mi rifiuto di parlare con te, – risponde la madre con tono grave, poi chiede al figlio: – Che ti succede? Sembra come se fossi&#8230; assente. – Stavo per esprimere un desiderio&#8230; – Il padre lo guarda perplesso: – Un desiderio? Aspetta, abbiamo pure le candele, soffia, e poi esprimi il tuo desiderio. – Bene, così puzzano e restiamo anche al buio, – ironizza la madre. – Tanto, per quel che c’è da vedere&#8230; – ribatte lui. Michele si scoccia, sbotta: – Smettetela! – Lo guardano stupiti: – Che cosa c’è, ora? – Il desiderio, voglio esprimere il mio desiderio. – E allora esprimilo, forza, questo desiderio, – commenta il padre, guardando compiaciuto la moglie. Michele raccoglie il respiro e soffia sulle candele. Quando l’odore di cera inizia a spandersi nella stanza, il ragazzo ha già espresso il suo desiderio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non molto tempo dopo il padre è seduto alla scrivania in plexiglass del suo studio, di fronte alla pagina Excel di un documento che deve spedire entro sera, e soprattutto prima che la batteria del portatile si esaurisca. Carica i dati dalla chiavetta usb, allega all’e-mail, scrive due righe di testo e invia. Stira le braccia verso l’alto in un tentativo di stretching. Sbadiglia. Si china di nuovo sul computer e apre la finestra di Skype per informare la segretaria. Le riassume in breve quanto è successo durante la giornata. Il segnale di batteria scarica inizia a lampeggiare, è tempo dei saluti. Chiude il computer, si lava i denti e crolla a letto senza spogliarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mentre Michele è già a letto da una ventina di minuti. Sistema i cuscini a croce sulla testiera, il primo in orizzontale, il secondo messo di lungo per appoggiare la schiena. Continua a fissare la pagina bianca della nuova tabella cognitivo-comportamentale. <em>Cos’hai fatto al mattino/pomeriggio/sera?</em> Tira un sospiro e si mette a scrivere. <em>Mattino</em>: “Mi sono alzato prima del solito”. <em>Pomeriggio</em>: “Ho guardato la TV, un talk show <span style="text-decoration: line-through;">di merda</span> stupido e poi il contest di cucina preferito da mia madre. Poi fuori dal camino sono schizzati lapilli che hanno incendiato i tappeti vicini, il salotto, i Thun sopra il camino, le bottiglie di mio padre, i giornali, e hanno danneggiato la credenza di mia madre. Il fuoco ha rovinato anche i crocefissi e le altre cose che aveva appeso. Io intanto ero riuscito a raggiungere l’altro lato della stanza, dove c’è il mobiletto del telefono, per provare a chiedere aiuto (il cellulare chissà dov’era). Non sono riuscito a chiamare perché ho perso i sensi. È arrivato mio padre e ha spento l’incendio con l’estintore (me l’ha raccontato lui, dopo). È arrivata anche mia madre con gli altri volontari. Più tardi mia madre ha sistemato la stanza, mio padre è uscito e io sono andato in camera”. <em>Sera</em>: “A cena abbiamo fatto il punto della situazione”. <em>Come ti senti?</em> “__________”. <em>A cosa stai pensando? </em><span style="text-decoration: line-through;">“Alla stupidità di questa tabella del cazzo che serve solo a fare finta che i soldi che prendi non siano del tutto rubati”</span>. Tira sopra una striscia e riscrive: “Sto pensando all’importante passo avanti che ho fatto oggi, perché non solo sono riuscito a metabolizzare una situazione drammatica senza particolari scompensi psichici, ma ho anche dimostrato un atteggiamento attivo di fronte a un evento problematico ed imprevisto”. <em>Come ti senti? </em>Michele getta via la tabella e prende un libro dal comodino. Un nuovo racconto. Prima di iniziare la lettura sottolinea l’ultima frase del precedente: «Le cose hanno continuato a cadere». Oggi non era Arianna al telefono; per un attimo pensa che potrebbe chiamarla, quasi se ne convince. Scuote la testa. Anche lei è parte del passato che l’ha condotto a quel punto, anche lei è attraversata dal dolore. Si mette a leggere con foga senza trovare la giusta concentrazione. Scorre le righe con l’indice per non distrarsi. Insiste fino al punto che proprio non ce la fa più. Nel minor tempo possibile, ma senza movimenti bruschi, appoggia il libro e gli occhiali sul comodino, spegne la lampada e scivola sotto la coperta. Questo è un passaggio molto delicato. Se avrà fortuna riuscirà a proseguire sulla strada del sonno. Altrimenti, si sveglierà di nuovo, resterà a fissare il soffitto finché i pensieri saranno diventati insostenibili, riaccenderà la lampada, prenderà il libro e ripeterà la procedura sperando che le cose, stavolta, vadano un po’ meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">La madre ha impiegato le ore successive a sistemare il soggiorno e a catalogare quello che è andato perduto e quel che si può salvare. A parte il brusio del frigorifero il silenzio adesso è completo. Osserva da alcuni minuti i suoi contenitori colorati disposti nell’angolo della cucina deputato allo smaltimento. Nel verde va l’umido, nel giallo la plastica, il rosa è per la carta, il marrone per l’indifferenziato. Tutte le sere si dedica con la massima cura alla separazione dei rifiuti. Anche se oggi è molto più tardi del solito non si muove dalla sedia. Ha sistemato in poco tempo i resti della cena: i pezzi di focaccia sbocconcellati (nessuno aveva troppa fame), la bottiglia dell’acqua e quella del vino (una “superstite” di poco pregio), la carta del pane e dello Scottex (giustificato a tavola dall’emergenza). I rifiuti bruciati giacciono in ordine sparso sopra una vecchia tela cerata distesa fra il tavolo e il frigorifero. Nessun contenitore reca la dicitura per OGGETTI DEGRADATI CHE PRIMA ERANO PARTE INTEGRANTE DELLA TUA CASA. La madre si alza, prende un grande sacco nero e li mette tutti dentro. Controlla il gas e il contatore e va in bagno – tiene la testa bassa mentre attraversa le macerie in soggiorno. Toglie il trucco, spalma la crema per il viso e si lava i denti. Indossa la vestaglia del giorno prima che avrebbe dovuto lavare. Ora è distesa prona sul suo lato del letto, sistema la mascherina per gli occhi. Il marito ha la solita postura che fa pensare a una salma, tranne che per le braccia distese lunghe anziché raccolte sul petto. La madre inizia a tamburellare con le dita sul materasso. Senza accorgersi, sposta la mano destra verso il centro del letto. Ha un sussulto non appena sfiora quella del marito, ma invece che ritrarsi la appoggia piano sopra la sua. È calda – ancora lo nota, lei ha sempre le mani fredde – prova a stringerla in modo impercettibile. È stanca, ha bisogno di dormire. Non passa molto che il marito starnutisce, mugugna qualcosa e si rigira dalla parte del muro. Lei apre gli occhi e guarda il nero della mascherina. Sa che il sonno non tarderà ad arrivare. Sente passare qualche macchina in lontananza. Sono le due di notte. Per alcuni sono le due del mattino.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Davide Vargas: Il bene comune</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2015 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Spina]]></category>
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					<description><![CDATA[1. confini &#160; Confini. Uno dentro l’altro. Terra [notoriamente] di confine. Il lotto sul confine di tre comuni contigui. La struttura sul confine del lotto. Residuale. A ridosso di due noci floridi. Necessari a fare schermo alle impurità. Una zattera triangolare nel vuoto scabro. La zattera di Saramago: dov’è la frontiera? chiede. Intorno due strade [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>1. confini</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/1.-confini_totem.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-55021" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/1.-confini_totem-300x199.jpg" alt="1. confini_totem" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/1.-confini_totem-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/1.-confini_totem-1024x679.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/1.-confini_totem-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/1.-confini_totem-900x597.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/1.-confini_totem.jpg 1235w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Confini. Uno dentro l’altro.</p>
<p>Terra [notoriamente] di confine. Il lotto sul confine di tre comuni contigui. La struttura sul confine del lotto. Residuale. A ridosso di due noci floridi. Necessari a fare schermo alle impurità.</p>
<p>Una zattera triangolare nel vuoto scabro. La zattera di Saramago: <em>dov’è la frontiera</em>? <em>chiede</em>. Intorno due strade si intersecano sotto gli occhi di un’aquila di gesso montata sui piantoni di un cancello. Una generale sensazione di straniamento rende ogni angolo di questo mondo residuale.</p>
<p>Si arriva superando un cavalcavia. Dalla sommità i tetti bassi delle case si distendono come gramigna in un campo di stoppie. Il piazzale porta i segni dell’asfalto tagliato e rappezzato. Le macchine lasciano una scia di terra secca.</p>
<p>Ma se immetti qualcosa che rompa la continuità. Come una forma di Boccioni. La continuità dello spazio. Un punto che metta alla prova la realtà. Una perturbazione come una nube nera nel cerchio dell’orizzonte. Se fai questo, stai fondando un piccolo lembo di diversità. Le geometrie ruotano. Come in cammino</p>
<p>E nella controra di una giornata assolata quattro ragazze passeggiano e poi siedono sulle panchine alla base del totem. Una si distende e guarda in cielo. Con un che di perplesso nello sguardo. Un vecchio in bicicletta rallenta e poi si ferma. Il colore del giorno diventa indaco e di colpo cede la propria indolente saturazione al buio. Allora irrompe la luce della scatola bianca in cima. Due giovani si preparano per la corsa allungando i muscoli sulle stesse panchine. Il cielo si schiera per la battaglia. I lampioni brillano come occasionali stelle artificiali. Un cane fulvo entra nel recinto e si accuccia a ridosso della parete di cemento. Hanno già rubato i faretti. Ma l’uomo li ha rimessi.</p>
<p>I confini (questi confini) sono idoli svuotati. Una indistinta continua sequenza dello stesso racconto. Ma servono. A te servono. A farti stare dall’altra parte.</p>
<p>Non credo che cambi qualcosa. Una piccola cosa così. Ma forse un seme. Nel territorio. O in un te ostinato. O nel tuo ridotto intorno di persone e cose. Non importa dove. È tutto quello che può fare una piccola insignificante cosa. Ma solo questo e non sai se può bastare.</p>
<p><em>maggio 2015</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/2.-confini_trittico.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-55022" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/2.-confini_trittico-300x150.jpg" alt="2. confini_trittico" width="300" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/2.-confini_trittico-300x150.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/2.-confini_trittico-1024x512.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/2.-confini_trittico-900x450.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/2.-confini_trittico.jpg 1229w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le fotografie sono di Luigi Spina che da anni fotografa le mie cose. Ormai non c’è bisogno neanche di raccontare intenzionalità e aspettative. Ma con Luigi e Serenella condividiamo la stessa temperie dell’appartenenza ai luoghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. bene comune</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/3.-bene-comune_-recupero-scala.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-55023" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/3.-bene-comune_-recupero-scala-200x300.jpg" alt="3. bene comune_ recupero scala" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/3.-bene-comune_-recupero-scala-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/3.-bene-comune_-recupero-scala-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/3.-bene-comune_-recupero-scala-900x1349.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/3.-bene-comune_-recupero-scala.jpg 1181w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La scala condominiale. Che nella cultura di questa terra egoista non è di nessuno. Certamente non è <em>mia</em>. Può andare affanculo. Come i marciapiedi. Le strade. Gli androni. Le aiuole. Ogni cosa che è al di là della soglia di casa. Ho seguito una bottiglia di plastica calpestata e gettata davanti all’ingresso del mio vicino. È stata lì per giorni. L’ho tolta io.</p>
<p>Luigi e Serenella hanno messo i guanti. Incartato. Scorticato la vernice. Mi dice Luigi che non si toccava da sessanta anni. Poi hanno tolto la ruggine. Con il trapano. La carta abrasiva. Il bisturi, nei punti difficili. Poi hanno lavato e spennellato con il ferox e l’antiruggine. Infine hanno pittato. Si sono distesi sui gradini. Hanno lavorato accovacciati. O in piedi. Con il mal di schiena. Mettono alla prova la realtà.</p>
<p>La luce entra dai finestroni. Un occhio spalancato dalla città al dentro. Proietta ombre sui muri impastati di fuliggine. Striati dalle acque che hanno scorso da anni oltre la soglia. Adagiate come i fili piangentidel salice. Sui lacerti di intonaco mai rifinito. Sui buchi e le crepe. Sui rigonfiamenti. E le screpolature. Si accende dove le riggiole hanno conservato un’antica lucentezza. Indugia sugli spessori delle murature. Scardina le sue ombre. È la luce giusta. Non enfatica. Non ha niente da celebrare. Livida. Scultorea. È la luce del teatro di Eduardo. Delle scale di Ferdinando Sanfelice. Ma ogni cosa sparisce. Ogni superflua cosa della mente. Questa luce mascolina investe l’anima. Denuda gli stati dell’emozione. Gli umori. E basta. Restano i movimenti concentrati delle mani. Gli sguardi assorti. Il silenzio delle parole non dette. Niente più. Il barattolo di vernice. Il cavo elettrico. Il punteruolo. Sarà una piccolissima insignificante nascosta molecola di mondo restituita. Ma mondo, che altro se no?</p>
<p>È un lavoro.</p>
<p><em>aprile 2015</em></p>
<p><em>Occorre trattare con le istituzioni per modificare i luoghi. Tutta l’area è residuale. E non è chiara la proprietà tra Comune e Acquedotto</em>. <em>Ci stiamo provando.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Disegni</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/4.disegni_-pianta-piazza.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-55024" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/4.disegni_-pianta-piazza-300x212.jpg" alt="4.disegni_ pianta piazza" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/4.disegni_-pianta-piazza-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/4.disegni_-pianta-piazza-1024x725.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/4.disegni_-pianta-piazza-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/4.disegni_-pianta-piazza-900x637.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al bene comune non posso offrire che un disegno.</p>
<p>Ma il disegno di architettura ha un che di speciale. È una credibile prefigurazione di realtà modificata. E vive. Appena disvelato sul foglio già esiste. Oltre la sponda del fiume dove scorre la sequenza di un’altra possibilità di vita. I pensieri degli uomini atterrano lì nella trama delle cose che avresti potuto fare. In quel preciso istante se avessi svoltato dall’altra parte. O se avessi detto o non detto quella parola. E seduto nell’angolo del proprio <em>quasi-nulla</em>[unica condizione di silenzio da dove puoi traguardare l’oltre] stai lì a guardare il canzoniere di una vita. E ti sembra vera. Più vera di questa in cui sei immerso.</p>
<p>Una finzione così è tanto distante dal mondo reale da poter vivere di una propria autonoma realtà. È narrazione. Nessuno sceglie gli argomenti. Ma ognuno è scelto da essi. Sono i demoni. Tutto ciò che stride con la realtà. Tanto da volerne rifondare un pezzo. Rimontando gli stessi pezzi nella prospettiva di una ricomposizione.</p>
<p><em>Qui</em> la realtà stridente è un atlante di trame interrotte. Nel concreto, luoghi bisognosi di cura. Ma un posto è un’altra cosa dopo che è passato nel disegno. Non puoi tornare indietro e ignorare la vocazione alla trasformazione. La sottotraccia dell’idea che lo ha attraversato. I materiali. I colori. I profumi. La promessa del riscatto.</p>
<p>Posso dire così. Che se c’è un’anima in ogni schifoso lembo di luogo puoi disvelarla. Ci puoi mettere un’ora o una vita ma alla fine ce la fai. Ma ne puoi restare prigioniero. Nel senso che ti accontenti e non vai oltre. Perché ci stai bene a tu per tu con l’altra storia che ti scorre davanti. Puoi persino scoprire che <em>vuoi</em> farti imprigionare.</p>
<p>Ma tu sei al di qua.</p>
<p><em>maggio 2015</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/5.-disegni_-vista-piazza.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-55025" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/5.-disegni_-vista-piazza-300x231.jpg" alt="5. disegni_ vista piazza" width="300" height="231" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/5.-disegni_-vista-piazza-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/5.-disegni_-vista-piazza-1024x789.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/5.-disegni_-vista-piazza-900x694.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Crediti</p>
<p>Progetto: Davide Vargas</p>
<p>Fotografie: Luigi Spina</p>
<p>Committente: Immobiliare Michelangelo</p>
<p>Località: Cesa (CE)</p>
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		<title>Opere e omissioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/10/opere-e-omissioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 13:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Opere e omissioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Vargas &#160; Alessandro Mendini ha definito Davide Vargas un “letterato architetto”. Il libro Opere e Omissioni è un viaggio attraverso trenta anni di lavoro fatto di progetti disegni libri e scritture. Una sorta di confronto faccia a faccia con la propria autobiografia personale. Cadono i “commenti” critici, i riconoscimenti, la bibliografia, e resta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Vargas</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-50750" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large.jpg" alt="1_large" width="500" height="353" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>Alessandro Mendini ha definito Davide Vargas un “letterato architetto”.</p>
<p>Il libro <em>Opere e Omissioni</em> è un viaggio attraverso trenta anni di lavoro fatto di progetti disegni libri e scritture. Una sorta di confronto faccia a faccia con la propria autobiografia personale. Cadono i “commenti” critici, i riconoscimenti, la bibliografia, e resta soltanto la narrazione delle immagini. E delle parole che trovano origine nelle sensazioni e nella memoria personali. Resta anche un luogo. Il <em>“qui”</em> dei racconti pubblicati nel 2009, che tanta parte ha nelle ragioni del lavoro presentato. Come in una sorta di grafo si rintraccia in ogni opera. Restano anche le omissioni. Fatte di errori e di aspirazioni inespresse. Ogni cosa onestamente mostrata. Disegnata. Raccontata.</p>
<p>In trenta anni ho progettato edifici e ne ho realizzati (non molti e sempre con fatica). Alcuni li ho visti abitati ed amati. Altri hanno subito sorte diversa. Ho letto molto e scritto racconti. Ho disegnato e colorato. Ho colorato con il caffè come faceva Montale (me lo ha detto di recente Silvio Perrella e mi è sembrata una bella cosa). Ho letto poesie. Ho la certezza di fare sempre la stessa cosa.</p>
<p>Che cosa?</p>
<p>A lungo ho creduto di poter contribuire alla salvezza dell’uomo. Un pezzetto beninteso. E dentro una cordata dove stiano insieme linguaggi ed esperienze diverse e concorrenti. Il viaggio che ho raccontato in <em>“Racconti di architettura”</em> tocca le tappe di un’architettura “eroica” che portava nella propria vocazione l’idea di cambiare il mondo.Ma è un’illusione. Ce ne siamo accorti tutti. Ma nessuno rinuncia alla tensione che quell’illusione alimentava. Si tratta di un altro punto di vista.</p>
<p>Credo che invece ognuno scriva solo la propria personale autobiografia. Fatta di frammenti che trovano una ricomposizione. Una sorta di mappa. E una ricerca di qualità.</p>
<p>I miei edifici sono tutti incastonati nei dintorni della mia terra. Il “qui” che mi ha mostrato la bellezza (quella difficile da scovare) e il dolore del degrado. Ne portano impressi i segni della durezza: il cemento nudo a vista, il metallo, una sottile imperfezione e altro. In <em>“Racconti di qui”</em> ho cercato questa bellezza nelle pieghe, negli anfratti. Nel <em>dorso</em> delle cose. Così anche la geografia alla fine non esiste più. Ognuno costruisce la propria. Come una geografia letteraria. La contea di Yoknapatawpha di Faulkner o la New York di Teju Cole. Luoghi assolutamente inesistenti e quindi totalmente reali. O luoghi trasfigurati. È lo stesso.</p>
<p>I miei edifici parlano di me. I miei racconti parlano di me. Così i disegni. È una materia con cui fare i conti.</p>
<p>Il libro è una narrazione suddivisa per temi. I temi superano la cronologia.</p>
<p>E come in ogni narrazione occorre fare delle scelte. Una pensilina può essere più importante di un edificio più grande. Un disegno più di una costruzione.</p>
<p>C’è da raccontare un’idea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Nota</em></strong></p>
<p>Davide Vargas, <em>Opere e Omissioni</em>, Lettera ventidue, 2014</p>
<p>[Ho chiesto a Davide questa sorta di autopresentazione legata in qualche modo al suo libro di cui parlo <a href="http://youtu.be/lr88jb7q0fw">qui</a>.</p>
<p>Di seguito una scheda bibliografica di Davide Vargas.B.C.]</p>
<p><strong><em>Progetti</em></strong>:</p>
<p>Il Municipio di San Prisco pubblicato e  premiato al primo Festival dell’architettura di Parma del 2004;</p>
<p>Casa privata ad Aversa pubblicata e segnalata al premio Inarch2006;  nel 2010 è stata inserita tra le opere selezionate per il volume “italiArchitettura” a cura di Luigi Prestinenza Puglisi per l’UTET</p>
<p>La Casa per Studenti di Aversa segnalata per la Medaglia d’Oro all’architettura italiana 2009, pubblicata su Domus e selezionata per Sustainab.Italy al London Festival of Architecture del 2008.</p>
<p>Ha partecipato agli “Annali dell’Architettura e delle Città” del 2007 con un’idea progettuale sulle aree dimesse di Bagnoli.</p>
<p>Ha pubblicato il libro di interviste <em>“Conversazioni sotto una tettoia”</em>, Clean Napoli 2004.</p>
<p>Suoi lavori sono segnalati su “Domus”, “Domusweb”, “Spazio e Società”, “l’Arca”, “Interni”, “Controspazio” e “d’Architettura”.</p>
<p>Il Municipio di san Prisco completo del secondo stralcio ultimato nel 2009 è stato selezionato per il Padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia 2010. Inoltre è stato vincitore al Premio Inarch Campania 2010 e segnalato per la Medaglia d’oro all’architettura italiana.</p>
<p>Dal 2010 al 2011 ha scritto per Domus di Mendini.</p>
<p>Nel 2011 è stato selezionato per il 24th world congress of architecture UIA 2011 Tokyo.</p>
<p>Nel 2012 è stato selezionato per il Padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia 2012 con il progetto di un’azienda vinicola a Liberi (CE).</p>
<p><em><strong>Scritture:</strong></em></p>
<p>Suoi racconti sono su Nazione Indiana, Comunità Provvisorie e Sud.</p>
<p>Nel 2009 ha pubblicato “Racconti di qui” tulliopironti editore. Il libro è stato presentato a Napoli Milano Roma Bolzano Bergamo&#8230;è stato recensito sul Venerdi di Repubblica, l’Indice dei libri, Domus, l’Arca, Nazione Indiana&#8230;.è stato inserito nella classifica del Premio Pordenone legge. Mendini gli ha dedicato un editoriale su Domus e Stefano Gallerani lo ha inserito nei libri del primo decennio del 2000 su Il caffè illustrato.</p>
<p>Nel maggio 2012 esce “Racconti di architettura” tulliopironti editore. Stefano Galerani ne parla su Alias/Manifesto. Gianni Biondillo su domusweb. Segnalato nella rubrica LIBRI sul Venerdi di repubblica</p>
<p>Con ilfilodipartenope ha pubblicato “Alberi” libro d’arte in 250 copie numerate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Cattedrali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2013 07:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Vargas Intorno preme la flotta rugginosa delle acciaierie. Fumi. Carriponte. Moli. I becchi delle gru. Chiatte e pontoni. Un gigantesco ramarro con zampe e code di ferro. Taranto è città con tre mari.  Due alvei di acqua ferma nella trama continua della città. Come due fori. Attraversando il dedalo dei ponti [girevoli e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/taranto.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-46989 alignnone" alt="taranto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/taranto.jpg" width="587" height="431" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/taranto.jpg 587w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/taranto-300x220.jpg 300w" sizes="(max-width: 587px) 100vw, 587px" /></a></p>
<p>di <strong>Davide Vargas</strong></p>
<p>Intorno preme la flotta rugginosa delle acciaierie. Fumi. Carriponte. Moli. I becchi delle gru. Chiatte e pontoni. Un gigantesco ramarro con zampe e code di ferro.</p>
<p>Taranto è città con tre mari.  Due alvei di acqua ferma nella trama continua della città. Come due fori. Attraversando il dedalo dei ponti [girevoli e no] non ne hai percezione. Segui le sponde e non sembrano richiudersi. Mentre la presenza dell’industria incombe ad ogni passo. È sempre così. Un incubo nasconde la bellezza e ne rende lancinante il bisogno di contatto. Il terzo mare come un cormorano apre le ali verso il largo. Sulla sponda seguo la forza centrifuga dell’anfiteatro marino e vorrei staccarmi da terra. Come le navi. In un angolo la carcassa spersa dell’Andrea Doria nega il viaggio verso un’acqua libera. E così lo trasforma in aspettativa.</p>
<p>Trani si distende lungo un mare uniforme. Aperto e sconfinato. Dal bastione forzuto di un monastero fino alla punta di una specie di falesia ricoperta di pini e falasco una lunga striscia di cattiva edilizia accompagna la linea della costa. Ma nel porto case bianche e dorate si affacciano sugli alberi delle barche aggrappate ai pontili. La luce di questa terra protesa alla fine della terra sbianca i selci dei pavimenti. Ammorbidisce le pietre della case. Scivola sui cantonali dei vichi che come Ismaele scendono al mare. Sulle bancarelle ricci e cozze sono delizie a buon mercato. Tre euro per le cicale che si agitano nelle vaschette d’acqua salata. La puzza delle pozzanghere risulta piacevole come nelle penombre degli angiporti. La domenica tutto il porto si riempie di gente che passeggia e si gode l’incanto del sole e del mare. Ho l’impressione di una volontaria tregua al pensiero.</p>
<p>Penisola di pietra gialla. Consumata. Camminiamo per le strade vuote ed è come percorrere il profilo di un corpo in decomposizione. Struggente nobiltà divorata dall’incuria. Nell’Italia degli anni cinquanta che Guido Piovene visitò e descrisse nel suo “Viaggio in Italia” Taranto viene raccontata come <i>“amabile, e la sua grazia naturale è più profonda e più forte della retorica. Pulita, ben illuminata ed ariosa è un esempio…</i></p>
<p>Cinquanta anni di ruberie. Hanno sventrato tutta l’Italia. Fino alla perdita di ogni speranza. Ma c’è un silenzio che accompagna le ombre che porta il sole quando filtra nei vicoli stretti e si deposita sulle trame dei conci. Sulle rugosità. O sulle zone levigate dal vento. Sulle cornici delle finestre svuotate e sui portali sbarrati e inchiodati. E si sa, il silenzio, questo silenzio, è sempre attesa di un evento. La città vecchia di Taranto è una zattera stremata. Da fermi siamo immersi nella metafora del viaggio. Dove ogni cosa è un avvertimento. Un gruppo di gatti nell’incavo della strada. Un albero piantato in un vaso di lamiera. Una targa sul fianco di un palazzo. Un taglio e si vede il mare. Avvertimento di presenze millenarie. Beviamo birra Raffo in un luogo deserto. La gente preferisce le fotocopie di città altrove. Tra densità di cemento e macchine.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/trani.jpeg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-46990" alt="trani" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/trani.jpeg" width="434" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/trani.jpeg 434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/trani-238x300.jpeg 238w" sizes="(max-width: 434px) 100vw, 434px" /></a></p>
<p>Come l’intorno della Concattedrale. Di Giò Ponti. Palazzoni che si richiudono intorno senza spiragli. Ci si arriva passando di fianco alla monumentalità esagerata del Palazzo del Governo di Brasini. E agli edifici e gli spazi della marina. Gli unici tenuti con cura nella città.  È una vita che voglio visitare questa chiesa. Forse per questo mi delude. Cerco un’emozione nella pancia e non trovo niente. L’intonaco è malandato. Gli infissi vecchi. Resiste meglio la vela traforata. Casa del vento. Degli uccelli. Degli angeli. Entità più rispettose degli uomini. Una nuvola bianca passa e si posa in uno dei registri. Cerco un a vista frontale. La chiesa si specchia verdastra nelle vasche d’acqua putrida come lanca. Niente. Forse occorre un rapporto più diretto. Far scorrere sul filo del <i>sentire</i> le immagini e le sensazioni. Ma siamo in troppi. C’è fretta. La voce dell’architettura tace e non c’è l’attitudine a fermarsi e aspettare. Perché io so che proprio nella rabbia dell’impossibilità c’è il riconoscimento di un rapporto possibile. Ed è allora che si sente la voce. O si ricorda.</p>
<p>La cattedrale di Trani è un luogo fatidico. Una nave protesa verso il mare. Toglie il respiro. Nel cielo nero un forte vento di mare sbatte i gabbiani che atterrano sulla pelle dell’acqua come foglie cadute. Galleggiano sfiniti e luccicano simili a pezzi di ferro bruno. Le palme sono squassate e la cattedrale ingrigisce come un vecchio ancora in piedi. Il vento mi spinge indietro con la stessa forza che hanno le parole dolorose. Nei vortici d’aria i passi incespicano. Allora mi pare che l’unica sia lasciare che l’indicibile proceda nel solo modo possibile [il suo] e attraversare la bufera senza l’illusione dell’approdo. Poi sarà così. E all’imbrunire quando tutto si placa i gabbiani cercano un punto di riposo.  Il campanile come a Meséglise cattura cielo e ombre. La cattedrale si accende di una luce rosata. Ci giri intorno, negli spazi larghi che la circondano. Il molo fugge nel mare fino al faro. Avanguardia di una fuga. Ma la cattedrale è solida e imponente. Così è vera presenza. Ed è una cosa tattile. Oltre la vista degli occhi. Come nel racconto di Carver.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>25/26 ottobre 2013</em></p>
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		<title>Rue Franklin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2013 07:30:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44617" title="ist mondo arabo leg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/ist-mondo-arabo-leg2.jpg" alt="" width="709" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/ist-mondo-arabo-leg2.jpg 709w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/ist-mondo-arabo-leg2-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/ist-mondo-arabo-leg2-96x62.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/ist-mondo-arabo-leg2-38x24.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/ist-mondo-arabo-leg2-329x215.jpg 329w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/ist-mondo-arabo-leg2-128x83.jpg 128w" sizes="(max-width: 709px) 100vw, 709px" /></p>
<p>di <strong>Davide Vargas</strong></p>
<p>È un bacio leggero che un ragazzo poggia sulle labbra di un altro giovane orlato da un pizzetto rossiccio. Poi si toglie il berretto e brillano due occhi. Allungati, truccati e verdi. Bellissimi. Ha la testa rapata. Il cielo ha il colore dei fumi di scarico delle macchine che passano su rue Beaubourg. I due ragazzi si avviano verso l’ingresso alla biblioteca del Centro Pompidou. Nella piazza c’è già la fila che parte dalla fontana Stravinsky, si allunga fino al cesso chimico tra i grandi aeratori bianchi e poi rigira. Tutto per la mostra di Salvator Dalì. <em>Forse per la pubblicità</em>, dice con i suoi denti bianchissimi. <em>Perché è facile</em>, risponde il ragazzo con gli occhi imbruniti e gli accarezza lievemente il culo  rivestito dalla tela di un jeans largo e cadente. Si sorridono. È una libertà tenera. Quasi languida. Come la luce che si impasta con i toni bruciati dei platani arrampicati nel cielo che si scurisce ancora. Una cosa diversa dalla furia di Dean Moriarty. Altri tempi e altri luoghi. Davanti al centro Pompidou c’è una grande scultura: la testata di Zidane a un Materazzi che ha sul viso la smorfia della colpevolezza. Una visione di parte. Come tutto ciò che riguarda le colpe. La gente si fa fotografare. Arriva ai polpacci dei due giganti. E nella fontana di Tinguely non c’è acqua e sul pelo del fondo umidiccio i pacchetti di sigarette restano incagliati tra i meccanismi gli ingranaggi i cavi. Le figure di alluminio scoloriscono. I due ragazzi stanno entrando.</p>
<p>Una voce che dice: <em>Baudelaire</em>. Una donna con i capelli crespi raccolti in uno chignon e due occhialini da topo come in una striscia di Art Spiegelman. Alle tempie i capelli sono ancora più crespi come le basette di un uomo. Un’altra segue il suo dito puntato all’edificio sulla Senna. Altri occhialini e un caschetto di capelli bianchi. Una targa recita: <em>Baudelaire y vecut en 1842 et 1843</em>. La lunga sequenza di finestre con gli scuri chiusi e spellati si perde in fondo. Un fronte compatto. Sull’altra sponda, l’Istitut du Monde Arabe. Da qui si legge tutta la forza urbana dell’intervento. È il terminale del fronte dirimpettaio. Si aggancia all’esistente e ricurva verso il corpo di fabbrica più alto. La facciata con i famosi merletti di metallo, meccanismi di tanti obiettivi fotografici. Praticamente ricurva verso se stesso. Dentro c’è una mostra di architetti arabi. Giovani. Marocco. Libano. Disegni e fotografie di opere. Roba interessante. C’è una specie di ingenuità. Senza malizia. Mi spiego: riferimenti a immagini mille volte viste. Ma glieli concedi. Sono quasi necessari. Cosa che non sei disposto a tollerare altrove.  Sarà la solidarietà tra chi vive contesti difficili. Eppure non c’è paragone tra i dolori. L’altezza della sala non supera i due metri e venti. Una bella sensazione. Lo spazio che occorre. Da noi non sarebbe possibile. La facciata appare congelata. Riflette i colori della città. Brandelli di cielo. Che si è schiarito. Oh, non molto. Un grigio-azzurro polveroso calato sulla città. I graffi degli alberi spogli. I platani solenni.  Magnificamente infelici. Le luci puntuali della città. I rossi dei semafori. Le luci arancioni. Bluastre. I gialli. Vapori di mercurio. I viola. Di sodio. Dal parapetto superiore si affacciano piccole persone come birilli. Giù sul lungosenna passeggiano un paio di persone fin dove possono. L’acqua è salita e ricopre dei pezzi di percorso. Una scala finisce nell’acqua torbida ed una bella madre bionda controlla i movimenti di un bambino con un cappello da aviatore che gioca sui gradini. Sarà per il vuoto del fiume. Sarà per il profilo interrotto. Sarà perché ai lati del ponte un clown si sta preparando con le sue cianfrusaglie. E i bambini trepidano. Sarà per tutto questo o no, ma tutta la massa di urbanità che ci incombe ogni giorno sulla testa sembra aprirsi. Sfilacciarsi. E alleggerirsi.</p>
<p>Una vecchia valigia da emigrante aperta nell’androne. Uno spazio stretto buio e allungato nella palazzina incastrata tra una boulangerie dove si fa la più buona baguette della città [ certificato, sì ] e un banco che negli ultimi giorni dell’anno è colmo di vassoi di ostriche impacchettate e infiocchettate. Poggiata al muro con un cartello: <em>servez vous</em>. Vecchi libri che a fine settimana verranno buttati. Ingialliti. Improbabili. Ma la tentazione è forte. Le persone si fermano. Si abbassano. Malgrado le schiene doloranti per l’umidità feroce che punge le ossa. Sfogliano le pagine secche come le foglie. Alcuni riposano il libro. Altri lo infilano nelle borse o nelle tasche. Una boucherie ha un vano nell’androne. Un olezzo di carni e spezie si diffonde. Roba forte. Le copertine colorate stanno lì. Andranno a rifiuto. Mentre scrivo a duemila chilometri lontano un libro è qui. Come un souvenir. Non lo leggerò mai ma la storia c’è ed è salva.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44618" title="rue franklin 1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/rue-franklin-1.jpg" alt="" width="584" height="448" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/rue-franklin-1.jpg 584w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/rue-franklin-1-300x230.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/rue-franklin-1-96x73.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/rue-franklin-1-38x29.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/rue-franklin-1-280x215.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/rue-franklin-1-128x98.jpg 128w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></p>
<p>Parigi è rue Franklin in una giornata di pioggerellina fine. Sali e ti ritrovi a tu per tu con la pelle a fiorami dell’edificio di August Perret. Un rivestimento di ceramica, fiori carnosi aperti e incastrati. Come un vestito di donna. La Tour Eiffel è mozzata dalla nebbia. Ed  un bene. Non siamo alla ricerca di icone. Alla Cité de l’Architecture &amp; du Patrimoine lì vicino c’è una mostra sull’opera di Henri Labrouste. Bellissima. Una grande modernità. La sala di lettura della Bibliothèque Nazional de France è uno spazio di grande innovazione. Pilastri di metallo esili. Spazio fluente. Decorazioni significative. Un pensiero limpido dietro le forme. La casa di rue Franklin è del 1903. La struttura è in cemento. La prima opera in cui la struttura scandisce il disegno. I pilastri e le travi hanno rivestimenti in ceramica liscia. Quindi ne segui lo spartito distinto dai pannelli di tamponamento. La facciata si ritrae nella parte centrale e l’articolazione interrompe la continuità monotona della cortina. E poi tutti gli ambienti interni hanno la luce. Ci sono di fronte come una montagna di anni fa. Studente di architettura nel primo pellegrinaggio tra le opere studiate sui libri. E nella città dei sogni. L’America sembrava troppo lontana per le timidezze di un ragazzo cresciuto a chiedere permesso. Sono viaggi che ti restano nelle fibre. Quello che capisci e quello che no. Non che avessi capito molto di questa casa. Ma l’avevo vista. Da vicino e questo contava. Fino ad oggi. Con una diversa sorpresa. Il portoncino laterale si apre. Faccio in tempo a intravedere l’atrio rivestito di legno, un lampadario liberty e una seconda porta  a vetri che probabilmente porta alla scala. Nella mia memoria la scala è sul retro chiusa da una vetrata. Un vecchio ricurvo esce in strada. Ha gli occhi liquidi e malinconici e un paio di incredibili scarpe. Appuntite. Di vernice nera e lunghissime. Una cosa sproporzionata. Il vecchio fa pochi passi. Traballanti malgrado le grandi scarpe. E poi si siede sugli scalini davanti alla lunga vetrina. Lentamente come fanno i vecchi doloranti. Il cappotto si apre e la cravatta è allentata. Come il labbro che pende. Dalla vetrina si affaccia un giovane col cellulare che lo guarda negligente. Non mostra alcuna sorpresa. Poi rientra. È un negozio Bulthaup. Credo che la scaletta, il piccolo ammezzato circolare, i tubi verniciati di nero, gli infissi, tutto sia originale. Il vecchio resta lì con un’espressione un po’ caustica e sembra guardare il mondo con rimpianto. La pioggia infittisce. Molti anni fa c’era una ragazza<em>. </em><em>Era seduta sul marciapiedi e disegnava l’edificio di fronte che era come un accenno di abbraccio, niente di esagerato ma un sussurro moderno. Il s’agit d’un immeuble du 1903 &#8211; disse la giovane e gli mostrò il disegno con le dita nere di carboncino. Era vestita parigina e aveva una bocca fatta per dire cose dolci&#8230;</em>Si, ricordo quella bocca così calma. Ricordo l’intonazione e le parole che pronunciò<em>&#8230; e poi andarono insieme in un caffè e poi in giro per la città&#8230;</em>Si, ricordo i nomi delle fermate. Stalingrad e la metropolitana fuori terra in mezzo alla città. La metropolitana affollatissima e le pensiline di Guimard. Parigi è i nomi&#8230;<em> e la sera dormirono insieme. Tutto così lineare nel flusso della vita non l’aveva mai provato. Era la sua esperienza, non c’è che dire&#8230; </em>E ricordo quella notte. Dalla finestra gli alberi si spegnevano insieme ai lampioni. La stanza con le minuscole riggiole scardate e le travi di legno al soffitto. E le tende &#8230;<em>col volto sul corpo della donna ascoltò il cuore della città perlacea e pensò che ne valeva la pena. Naturalmente  tornò a casa e disse agli amici : Io andrò a morire a Parigi &#8211; e ci credeva veramente, sulla panchina difronte alla stazione che assorbiva i colori della sera.</em> Leggo da una specie di diario trovato tra le vecchie cose. In terza persona. I ricordi affiorano e si precisano nel presente. Da oggi a ieri. Ma contro ogni logica il passato non resta immutabile dov’è. La seconda volta davanti alla palazzina di rue Franklin è ora di smascherarlo. Perché io so che non era vero. Non è mai esistita la ragazza e neanche la notte. Un’ invenzione e una libertà concessa alla costruzione della propria mitologia personale.</p>
<p>Ma Parigi è [stato] anche questo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>a Parigi, gennaio 2013</em></p>
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		<title>Racconti di architettura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Dec 2012 07:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Architettura dei Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[Davide Vargas, Racconti di architettura, tullio pironti editore, 124 pag. di Gianni Biondillo Per Michelucci la forma era il modo che gli uomini avevano per comunicare restando in silenzio. Una sorta di letteratura muta, insomma. Viene da sé pensare che la letteratura sia di conseguenza il modo umano di costruire senso. Le due discipline all’apparenza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-44464" title="vargas1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/vargas1.jpg" alt="" width="198" height="323" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/vargas1.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/vargas1-183x300.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/vargas1-58x96.jpg 58w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/vargas1-23x38.jpg 23w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/vargas1-131x215.jpg 131w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/vargas1-78x128.jpg 78w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" />Davide Vargas</strong>, <em>Racconti di architettura,</em><strong><em> </em></strong>tullio pironti editore, 124 pag.</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong></strong>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Per Michelucci la forma era il modo che gli uomini avevano per comunicare restando in silenzio. Una sorta di letteratura muta, insomma. Viene da sé pensare che la letteratura sia di conseguenza il modo umano di <em>costruire</em> senso. Le due discipline all’apparenza così lontane si assomigliano, si cercano, prendono di continuo la misura del loro campo d’intervento, cercano punti di contatto, sovrapposizioni.</p>
<p>Da studente un amico mi invidiava: “scrivete più voi architetti che noi studenti di lettere”. Gli architetti leggono  e scrivono. Di continuo. Dove non arriva la forma interviene la parola, in un continuo desiderio di fissare il significato del nostro agire. Sono molti gli architetti che negli anni hanno attraversato la letteratura, più di quanti ne ricordiamo, sarebbe anzi il caso di farne una ricerca, uno studio approfondito. Perché l’argomento non è solo curioso, è indicatore di come due attività intellettuali spesso rappresentanti di ruoli sociali differenti (l’architettura è la rappresentazione oggettiva del potere. Anche solo del poter fare, del poter agire, la letteratura di contro è la forma del difforme, della critica al potere, dell’escluso) cerchino nella contiguità di sbaragliare i ruoli stessi.</p>
<p>L’architetto è stato da sempre, ed è sempre meno in questi anni, un intellettuale, un critico del reale, non un semplice giullare di corte, un portatore d’acqua. Se in questi anni è sotto gli occhi di tutti una crisi della qualità del costruito, che ha come corollario una crisi del ruolo della critica, è forse meno evidente come molti architetti (non so se più sensibili o meno) abbiano cercato in altre discipline – il cinema indipendente, la narrazione – altre modalità di formalizzazione della realtà.</p>
<p>Insomma, per chi non trova eticamente tollerabile il compromesso al ribasso preteso dalle logiche economiche e inette della nostra società, per chi crede ancora nel ruolo addirittura taumaturgico, immaginifico, “meraviglioso” della progettazione architettonica, per chi la professione la vive più con frustrazione che risentimento, esistono valvole di sfogo per l’abbattimento della pressione: campi da esplorare. Non per fuggire dall’architettura, ma per completarla in altro modo.</p>
<p>Penso, per dire, a questo <em>Racconti di architettura</em>, di Davide Vargas.</p>
<p>Io, voglio dirlo, non sono oggettivo quando parlo di questo libro. Ho conosciuto Davide anni addietro, sono anzi in qualche misura responsabile (credo di non essere smentibile) della sua carriera di scrittore. Non che gli abbia consigliato alcunché o dato chissà quale dritta. La farine del sacco è tutta sua e altrettanto il merito. Semplicemente ci siamo incrociati in quei momenti liminari, quando un architetto (io) aveva deciso di raccontare il mondo con i romanzi e un altro architetto (lui) stava iniziando a farlo, e forse aveva semplicemente bisogno di qualcuno che lo ascoltasse. Così capita che pure io faccia capolino in alcune pagine di questa raccolta. Attore fra i tanti che la voce narrante incrocia nei suoi percorsi.</p>
<p>Se scrivere è un modo differente di fare architettura – Proust ne era convinto e la sua <em>Recherche</em> doveva a tutti gli effetti essere una cattedrale – Vargas, qui, più che tronfi grattacieli, decide di edificare percorsi, cappelle votive, angoli raccolti. È un architettura che gli somiglia, molto etica, con punte di lirismo non cercate ma trovate quasi involontariamente.</p>
<p>Spesso, in questi racconti, si parte da un punto preciso – il campo santo di Pisa, per dire – e poi si lascia che il flusso della coscienza, le analogie degli spazi, ci portino da altre parti. Nessun luogo è insomma fine a se stesso, indipendente dal mondo. E grazie a questo taccuino di viaggio &#8211; incongruo e disordinato come tutti i taccuini autentici devono essere, fatto anche di cancellature o schizzi appena accennati – possiamo ritrovare luoghi e nomi della nostra formazione disciplinare e/o sentimentale: un Paolo Soleri a ritroso dall’America fino a  Vietri sul mare, il Le Corbusier intimo di Maison la Roche e quello pubblico di Marsiglia, la sala della scherma “dimenticata” di Moretti, la Milano colma di affetto da parte di Vargas di Casa Rustici o della chiesa di Baranzate.</p>
<p>Proprio come la sua prima raccolta, anche <em>Racconti di architettura</em> ha una forma ibrida: non sono racconti di finzione, non sono reportage né descrizioni oggettive. La scrittura è veloce, paratattica: annotazioni emotive, levigate senza essere laccate. Ma capita anche che le parole spesso non gli bastino (la dichiarazione di sconfitta di inadeguatezza, è continua nel testo). Vargas cerca così di fissare i suoi turbamenti non solo con le frasi ma anche attraverso segni, graficismi, disegni. Un libro poco furbo, il suo. Ma sono proprio gli oggetti ibridi, meticci, imperfetti, quelli che oggi mi interessano di più.</p>
<p>Vargas dal suo percorso intellettuale, non so quanto consapevolmente, s’è ritrovato nel cuore di una letteratura che in questi anni sta cercando &#8211; attraverso la descrizione delle cose <em>tel quel</em>, nel racconto di itinerari, nella raccolta iconografica, nel fotoreportage – di definire il mutamento fisico e antropologico avvenuto nel nostro paese. Il suo background, il suo sguardo d’architetto, lo aiuta, molto più di quello di tanti letterati col lauro in testa. <em>Racconti di architettura</em> non è, perciò, un libro rivolto agli architetti. È un libro rivolto a tutti quelli che hanno voglia di conoscere il mondo attraverso uno sguardo parziale. È, cioè, una piccola, aggraziata, guida sentimentale del mondo.</p>
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		<title>Architesti- uno. Davide Vargas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 10:45:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[effeffe]]></category>
		<category><![CDATA[Maxxi]]></category>
		<category><![CDATA[Sala della Scherma di Luigi Moretti]]></category>
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					<description><![CDATA[La Sala della Scherma di Davide Vargas Roma è una città che non mi concede confidenze. È reticente come una donna che si morde l’angolo del labbro e decide di non parlarti. Così ogni volta ho la sensazione di un appuntamento mancato. Sarà una reazione. La sento ostile. Un flusso di gente si incanala nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Sala della Scherma</strong><br />
di<br />
<strong>Davide Vargas</strong></p>
<figure id="attachment_38836" aria-describedby="caption-attachment-38836" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vargas.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vargas-300x225.jpg" alt="" title="vargas" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-38836" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vargas-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vargas.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-38836" class="wp-caption-text">il salvaschermo- effeffe</figcaption></figure>
<p>Roma è una città che non mi concede confidenze. È  reticente come una donna che si morde l’angolo del labbro e decide di non parlarti. Così ogni volta ho la sensazione di un appuntamento mancato. Sarà una reazione. La sento ostile. Un flusso di gente si incanala nei percorsi sotterranei della metropolitana alla stazione Termini. Una specie di labirinto infinito tra intonachi spugnosi e anneriti, nastri che delimitano aree sventrate dai lavori, scale mobili ferme.<br />
Ho un po’ di tempo prima della conferenza e voglio andare al Maxxi come tappa obbligata e da lì alla <a href="http://www.architettoluigimoretti.it/site/it-IT/Sezioni/Opere_e_progetti/Scheda/037_1936.html">Sala della Scherma di Luigi Moretti</a>. Che è la vera tappa.<br />
<span id="more-38835"></span><br />
Risalgo in superficie tra le bancarelle di un mercatino affollato. Non capisco bene dove sono. Poi mi oriento. Di lato la costa di Villa Borghese. Quindi devo andare dall’altra parte. Giro l’angolo e trovo il capolinea dei tram. Sulla tabella non c’è la fermata di via Guido Reni ma sento una coppia di francesi parlare tra loro del Maxxi e allora salgo. Lei ha un cappello impermeabile da cui escono due fasci di ricci e un paio di occhiali vecchio stile. Sembra venir fuori da una di quelle antiche fotografie virate a seppia sullo sfondo di una tenda di cretonne, che si ritrovano nei polverosi album di famiglia dei sessantenni di oggi.<br />
Dal finestrino vedo le insegne delle trattorie, delle paninoteche, delle friggitorie.<br />
Scendo all’altro capolinea. Ci sono i platani e un mucchio di autobus fermi. Mi guardo intorno. Una ragazza bionda con gli occhi trasparenti. Il Maxxi? Non so cosa sia<br />
Lo dice come un cinguettio. Un altro è troppo intento a mangiare una pizzetta e fa solo un movimento di spallucce. Penso che è benvestito ma è comunque uno stronzo. Il giornalaio ha la faccia stretta e un sopracciglio inarcato. Mi dice di tornare indietro ed io mi avvio ma capisco che non c’è da fidarsi.</p>
<p>Infatti il Maxxi è proprio dietro l’angolo. Lo scopro a naso. I fasci di cemento appaiono tra i palazzi dietro una recinzione di lamiera stampata. Si cammina su un battuto grigio e liscio  tagliato da solchi dove sono alloggiati gli alberi tra scaglie di cortecce umide.<br />
Ogni cosa sembra tirata a lucido. Viene di muoversi con cautela. Nella hall le scale nere e illuminate si inseguono e si intrecciano come traiettorie di vento. Il colpo d’occhio è potente. Le luci disegnano una specie di aura vaporosa intorno agli spigoli.  Ma c’è un’insopportabile sensazione di fashion. Seguo i percorsi posando i piedi sui gradini di metallo che vibrano ad ogni passo. Proseguo su rampe e lungo canali con un senso di sottile perdita di orientamento. Sto andando verso sale tematiche, così, a caso. Mentre penso che non mi piace mi ritrovo lungo una vetrata affacciata sullo spiazzo, le sculture, le sedute. No, questo è bello. È bello questo prendere il visitatore e portarlo sui bordi dell’edificio. Quasi nel vuoto. Mi viene in mente il gesto di un braccio. Circolare come fa un illusionista con il suo birillo di fuoco.<br />
Devo guardare anche le opere d’arte, mi dico. Un igloo di Mario Merz. Cristalli azzurrati sotto luci bianchicce.  Kentridge. Fabio Mauri. Seguo i sottili binari dei soffitti. Le persone. Poche. Qualche scolaresca neanche troppo fragorosa. Le insegnanti che spiegano. Indicano. Riprendono. Fino a Pier Luigi Nervi. Tutto un altro linguaggio. Affascinante. Estremo. La prima opera in mostra è la copertura del Teatro Augusteo a Napoli. Non ne sapevo niente. Incastrata nel tessuto della città una specie di macchina di precisione. Un modello ne racconta la concezione. Ci sono le immagini dei cantieri. Roba consumata, bordi strappati. Uomini con i capelli bianchi &#8211; Nervi, Le Corbusier &#8211; e altri, gli operai. Uno e tutti come in un’orchestra. Come sempre davanti a quegli anni mi sembra grandioso lo spirito che li animava questi profeti di un mondo nuovo. La vocazione sociale. La profezia di chiarezza, ordine, semplicità. Di responsabilità.  Di umanità. </p>
<p>Sto attraversando un oggetto. Punto e basta. Segno di apparente densità per la città che tutto intorno avanza disinformata. Voglio uscire e mi avvio. Attraverso un parco con al centro una rotonda occupata da uomini di colore crollati sulle panchine. Il cielo la luce i colori il freddo, ogni cosa sembra sospesa. Una specie di neutralità ininfluente all’opera umana. Attraverso il ponte sul Tevere. Una squadriglia di canottieri sotto di me si stacca dalla sponda nell’acqua nera. Qualcuno cammina sull’alzaia. Una donna con un soprabito nero e un cappello con una piuma rossa. Due giovani con le tute corrono e la superano. Un uomo con una borsa e una barbetta appuntita ha il passo veloce. Oltre la piena di macchine si riconoscono i tralicci dello stadio. Attraversare è cosa laboriosa tra semafori infilati e intermittenti.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_archivio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_archivio-300x169.jpg" alt="" title="casa della scherma_archivio" width="300" height="169" class="alignleft size-medium wp-image-38837" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_archivio-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_archivio.jpg 760w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>La Sala della Scherma in Via dei Gladiatori. Nessuno sa dov’è. Mi dicono di oltrepassare il cancello bianco e poi di chiedere. Il cancello bianco, nei pressi della Fontana della Sfera di Paniconi e Pediconi, immette in un’area davanti allo stadio. Temo di essere finito in una via senza uscita. Una giovane donna che spinge un carrozzino. Di quelli ultramoderni, a tre ruote, che sembrano trespoli spaziali. Un uomo che sta uscendo da una macchina esagerata. Due ragazzi che si avviano ad un allenamento con le borse a tracolla. Nessuno sa che esiste una Sala della Scherma.  A un poliziotto con la faccia butterata chiedo di Via dei Gladiatori. Ah, sì. È  lì oltre la curva. Me lo dice con una gentilezza inaspettata. Vado. Sono quasi fuori tempo massimo. Devo ritornare al centro di Roma per la conferenza alla Sapienza. Devo parlare di città. Lo spunto è la presentazione dell’opera di un artista francese che interviene sui segnali stradali. Abusivamente. Incolla sagome che trasformano i divieti in qualcosa d’altro. Ironico. Lieve. Irriverente. Si chiama Clet ed è simpatico. Una versione light della street art. Mi sono informato. A Napoli è passato Banksy. Nei vicoli della città. Ho studiato. Mi si chiede una riflessione dal punto di vista dell’architetto. E dello scrittore, ho precisato. Penso alla città come opera collettiva. Alla narrazione possibile tra le sue pagine. Alle frasi ma anche gli accenti le parentesi le interruzioni dell’intero racconto. Racconto ambiguo. Dove  parole che contano restano nascoste. Cancellate o tagliate. Un mondo non detto, un racconto altro la cui comprensione è impedita dall’analfabetismo che avvolge tutti. Me compreso.<br />
Infatti cerco il segno smarrito. Tra gli ingressi agli impianti sportivi, uno dietro l’altro. Tra i parcheggi. Tra i lembi erbosi. Tra i segnali stradali ora inutilmente banali. Tra il profilo della collina rigato dai fari delle automobili. Ma la città, questo pezzo slabbrato come un aeroporto, come il cantiere di un aeroporto, mi appare scrittura indecifrabile di un campo secondario. Cosa vado a dire? Che non ci capisco niente.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_oggi_leg.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_oggi_leg-300x224.jpg" alt="" title="casa della scherma_oggi_leg" width="300" height="224" class="alignright size-medium wp-image-38838" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_oggi_leg-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_oggi_leg-1024x767.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/casa-della-scherma_oggi_leg.jpg 1575w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Eccola. Con la coda dell’occhio, quando sto per rinunciare, vedo un po’ di marmo in fondo ad una svolta. Come ogni cosa di valore, non la incontri per caso. Vuole che tu ci vada apposta. È tardi ma proseguo. Moretti mi piace anche se è stato fascista. A Milano ogni volta allungo i percorsi per passare in Corso Italia o in via Corridoni. La Sala della Scherma la inseguo da tempo.  Mi ritrovo davanti a una recinzione trasformata in stenditoio. Una sequenza di pantaloni maglie camicie. Le insegne luminose appannate e sudice di uno spaccio. Ma ci siamo. Riconosco il panneggio di marmo. I nastri di Ferrater. I mosaici di Angelo Canevari. La materia che si inspessisce. Poi svanisce nella grande vetrata continua. Cosa c’è dietro? Una galleria, la biblioteca. È la prospettiva che non riconosco. Troppo a ridosso. Sui libri appare libera, posata in fondo su un docile prato. Ancorata ad una piastra di bianco marmo. Silenziosa, sullo sfondo scuro del fogliame. Arrivo a dubitare che sia quello che cerco. Voglio vedere. Solo che è irraggiungibile. Chiusa da recinzioni, impalcature, stuoie. Una incomprensibile garitta. In un doloroso stato di abbandono. Il cielo ha lasciato ogni neutralità e comincia a colorarsi di viola. L’architettura si ricopre di un velo straniante. Da miraggio. Una cosa lontana. Irraggiungibile  a pochi metri. Come una visione che stia per spegnersi.<br />
Non c’è, punto.     </p>
<p>Roma, 18 gennaio 2011</p>
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