<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>DDR &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/ddr/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 19 Dec 2018 17:29:10 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Zangrando a Berlino sulle tracce di Peter Brasch</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/12/19/fratelli-minori/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/12/19/fratelli-minori/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadia Editore]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Brasch]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=76987</guid>

					<description><![CDATA[di Roberto Antolini Questo è un libro che fa venire in mente i primi film di Wim Wenders, quelli in bianco e nero. Anche questo libro è in bianco e nero, con tutte le sfumature del grigio, il colore della Berlino sospesa fra la decomposizione della DDR e l’assorbimento consumistico nella Bundesrepublik. In quell’arco di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina-.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-77035" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--200x300.jpeg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--200x300.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--250x376.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--160x240.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina-.jpeg 426w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Questo è un libro che fa venire in mente i primi film di Wim Wenders, quelli in bianco e nero. Anche questo libro è in bianco e nero, con tutte le sfumature del grigio, il colore della Berlino sospesa fra la decomposizione della DDR e l’assorbimento consumistico nella Bundesrepublik. In quell’arco di anni fra la fine dell’una e l’altro, il grigio era il colore dominante: il colore dei portoni scrostati dei vecchi quartieri provenienti direttamente dalla Repubblica di Weimar, passando per il Terzo Reich e la succursale germanica del socialismo reale. Insomma il cuore dell’Europa, «l’Europa prima che sparisca».<br />
L’autore è Stefano Zangrando, scrittore nato nel 1973 a Bolzano, ma con un link sempre in funzione su Berlino, dove ha ottenuto nel 2008 una borsa di scrittura della Accademia delle Arti, e nel 2009 ha vinto un premio italo-tedesco per traduttori. Questo suo terzo libro nasce dall’interesse dell’autore per Peter Brasch, figlio di un ebreo in fuga dai nazi che, diventato comunista, fa una relativa carriera burocratica nella Germania dell’Est, e fratello del più celebre Thomas Brasch, poeta e regista fuggito all’Ovest nel 1976, dove ha raccolto qualche successo (come il film “Ritorno a Berlino” del 1988) ma ha fatto una brutta fine. Peter resterà invece in DDR sperando inizialmente in una riforma dall’interno, ma sempre più critico, fino a venir espulso dall’università per aver espresso solidarietà a Wolf Biermann. Diventerà scrittore e uomo di teatro non di successo, un dissidente appartato della Berlino est, sopravvissuto poco più di un decennio all’unificazione delle Germanie.<br />
Nei suoi momenti di vita berlinese Zangrando conosce gli amici e le ex-compagne di Peter Brasch, trova i suoi libri ormai dimenticati, ed un giorno navigando in rete incappa in due registrazioni televisive degli anni ‘90, restandone impressionato: «c’era qualcosa, in quel giovane uomo tormentato, che toccava una mia corda nascosta. Perché lo sentivo così vicino, così familiare?».<br />
Zangrando adotta nella narrazione uno stile “sperimentale”, basato sul montaggio di materiali diversi: conversazioni e testimonianze, brevi testi letterari e lettere di Brasch, impressioni e descrizioni d’ambiente. Una forma narrativa &amp; saggistica, documentaria ma anche introspettiva. Un’opera aperta, che rivolge al lettore domande senza risposta. Filo conduttore della narrazione è un vagabondaggio per la Berlino “mutata” di oggi, alla ricerca delle tracce sue e di quell’altro tempo, intrecciando un dialogo con l’assenza di Peter. A partire dalla casa dove ebbe il tetto più durevole, sulla Choriner Straße: «è un buon posto per abitare, dopo l’89. Al confine tra Mitte e Prenzlauer Berg, da qui in pochi minuti sei in Alexanderplatz – se vuoi fiutare bene i venti che spirano da ovest e che stanno spazzando via tutto, un po’ alla volta, in un paziente e implacabile lavoro di erosione; oppure in un attimo sei nella Schönhauser Alee, l’asse più in fermento di questo ex-quartiere operaio che, nel giro di un decennio o poco più, verrà colonizzato e tirato a nuovo dai figli di papà occidentali, tedeschi e non solo. Molti autoctoni, i più anziani soprattutto, se ne andranno da qui nei sobborghi, arresi ad affitti sempre più insostenibili; qualcuno della tua cerchia resisterà e lo incontrerò».<br />
La parte centrale e più sostanziosa del libro – come è giusto che sia per il libro su di un uomo di teatro &#8211; ha la forma del racconto di una messinscena di teatro-verità, in cui Zangrando utilizza le testimonianze che ha raccolto direttamente dalle testimoni. Le molte donne della sua vita (amanti, amiche, familiari) vengono narrate come se si incontrassero su un palcoscenico per raccontarsi reciprocamente la loro esperienza di Peter, incrociando diversi punti di vista, tramite i quali prende corpo la storia &#8211; umana, artistica e (involontariamente) politica &#8211; di Peter. Dice la sorella Marion: «non stava da nessuna parte, non con il sistema, non con l’annessione da parte dell’occidente. Neanche a lui del resto andava giù il termine “riunificazione”. L’ho detto, quelli come noi le cose volevano cambiarle dall’interno. Non eravamo neanche nei movimenti per i diritti civili, non eravamo dissidenti sotto i riflettori dell’ovest. Eravamo un’opposizione interna, diffusa, che puntava a liberarsi del vecchiume senza gettarsi nelle braccia del mercato. E siamo quelli che la storia ufficiale ha voluto dimenticare».<br />
Il fratello di Peter (e di Marion), Thomas, fuggito in occidente sarà sotto i riflettori come dissidente, ma trasformerà la sua incompatibilità con la generalizzata competitività occidentale in alcoolismo e tossicodipendenza, fino a venirne travolto. Peter, rimasto ad est fino alla fine, verrà travolto dalla stessa irriducibilità quando l’ovest ingloberà l’est: «il denaro, disse, è la nuova forma della censura» ricorda nella scena di teatro-verità Katja, la miglior amica di Peter. La sua precarietà, sia lavorativa che esistenziale, si aggraverà con la “riunificazione”, o comunque non migliorerà. Proverà anche a scrivere un romanzo, come chiedevano gli editori ed i media occidentali, ma nessuno se ne accorgerà. Gli verrà negato anche un posto da insegnante, e si farà distruggere anche lui dal bere, come il fratello. Lo troveranno una mattina riverso a casa sua. E a questo punto, chiaramente, la tragica traiettoria di Peter viene ad assumere una forma universale. La forma non più solo di una storia della DDR, ma della decadenza dell’Europa mercantile, dell’eclissi dell’intellettuale, della crisi della sinistra, della nostra crisi, della crisi di chi scrive e di chi legge. «È qui &#8211; dice Zangrando a se stesso – che ti sembra abbia origine la vostra affinità: si scrive innanzitutto per chi si ama, vivo o morto che sia».<br />
Il libro si chiude con il racconto della commemorazione di Peter Brasch, nel giorno in cui avrebbe compiuto i 60 anni, tenuta nella Kneipe [birreria] gestita dal poeta Bert Papenfuß, che chiuderà il giorno dopo (è quindi insieme una commemorazione di Peter e della Kneipe). «Seduto a lato del palco, fumando e bevendo davanti a quella declamazione sublime e sinistra – dice Zangrando &#8211; compresi tutt’a un tratto che stavamo celebrando un addio. Un addio al locale in cui ci troviamo, certo, che tra poco avrebbe chiuso per sempre; ma anche un addio a Peter, poiché il Prenzlauer Berg [quartiere e movimento letterario] che quella sera lo stava ricordando era un mondo in via d’estinzione – perché, così com’era morto Peter, prima o poi tutta quella Berlino sarebbe invecchiata e poi morta, morta». Eh già, si muore, si è tutti in transito. E quindi questa è anche una parabola sulla condizione umana, sulla sua provvisorietà.</p>
<p><em>NdR: il romanzo di Stefano Zangrando &#8220;Fratello minore : sorte, amori e pagine di Peter B.&#8221;, è edito da Arkadia (Cagliari, 2018), nella collana diretta da Luigi Preziosi, Paolo Ciampi e Marino Magliani; nelle immagini che seguono Prenzlauer Berg, di cui si parla nel libro (e nella recensione), oggi e come era sotto la DDR, e un ritratto di Peter Brasch (materiali presi dalla rete).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-77036" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-77037" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-250x178.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-200x142.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-160x114.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-77038" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-250x330.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-200x264.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-160x211.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch.jpg 336w" sizes="(max-width: 228px) 100vw, 228px" /></a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/12/19/fratelli-minori/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Farsa comica e farsa tragica. Una meditazione berlinese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/29/farsa-comica-e-farsa-tragica-una-meditazione-berlinese/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/29/farsa-comica-e-farsa-tragica-una-meditazione-berlinese/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Nov 2015 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alain-rené lesage]]></category>
		<category><![CDATA[austerlitz]]></category>
		<category><![CDATA[Berghain]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[checkpoint charlie]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[epica]]></category>
		<category><![CDATA[G. W. F. Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
		<category><![CDATA[les fleurs bleues]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Stadtschloss]]></category>
		<category><![CDATA[stefania migliorati]]></category>
		<category><![CDATA[W. G. Sebald]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=58267</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Viscardi Prime coordinate Berlino, Repubblica Federale di Germania, Mitte: il primo distretto della città che, come suggerisce il nome, ne è anche il centro. Angolo fra la Zimmerstraße e la Friedrichstraße, Checkpoint Charlie: un cubicolo bianco che oggi è insignificante ma un tempo è stato uno dei pochi varchi consentiti fra mondi chiusi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p><em>Prime coordinate</em></p>
<p>Berlino, Repubblica Federale di Germania, Mitte: il primo distretto della città che, come suggerisce il nome, ne è anche il centro. Angolo fra la Zimmerstraße e la Friedrichstraße, Checkpoint Charlie: un cubicolo bianco che oggi è insignificante ma un tempo è stato uno dei pochi varchi consentiti fra mondi chiusi e incomunicabili. Mondi – l’Occidente e l’Oriente, la democrazia e il socialismo, la complicata geopolitica delle due Germanie – che ventisei anni dopo la caduta del muro ci paiono lontanissimi dalle nostre esperienze quotidiane, sbiaditi nella memoria.<br />
Oggi il Checkpoint Charlie somiglia a un ultimo baraccone dimenticato, al residuo di un circo smembrato e dismesso. C’è il viavai dei turisti che hanno da poco visto la Porta di Brandeburgo (una delle più commoventi e astratte incarnazioni dell’idea prussiana di eleganza), ci sono manifesti cui è demandato il compito di spiegare e tramandare quanto è avvenuto, un museo del muro in cui comprare anche qualche pezzetto degli anni ’80. E l’immancabile McDonald che fa da sfondo al tutto. Ci sono poi due falsi comprimari, quasi due gladiatori della guerra fredda. Comparse vestite da soldati americani che si fanno fotografare accanto al turista cui impongono un copricapo nostalgico: e si può scegliere fra l’America reaganiana e l’USSR della Perestrojka, o magari la piccola DDR, la migliore DDR del mondo, come la definivano ironicamente i suoi grigissimi abitatori.<br />
Il passante di buone letture che vede la scena pensa al vecchio Marx che commentava, scuotendo la testa, il colpo di stato liberticida di Napoleone II; ritorna, questo passante, all’incipit di quel micro-capolavoro che è <em>Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte</em>: «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima come tragedia, le seconda volta come farsa» (così nella traduzione – nientemeno – di Palmiro Togliatti). Guardando la casupola bianca del Checkpoint Charlie, sembra di leggere queste parole per la prima volta. Viviamo in tempi di farsa. Una farsa sempre in procinto di capovolgersi in tragedia.</p>
<p>Berlino, Museumsinsel, centro della città che non ha centro. Oltre il fiume c’è una cupola aperta, di cemento armato, su un edificio lungo ma tozzo, sempre di cemento armato. Struttura nuda e geometrica; cartesianamente bianca e vuota di contenuto, scostante rispetto alla dolcezza dei bei musei del lungo secolo prussiano. Su quell’isola-parco, gli Hohenzollern vollero dotare gli amati sudditi di un pratico <em>abrégé</em> di storia dell’architettura occidentale, raggruppando in pochi metri quadrati il classicismo inquieto e la solennità barocca, filtrati sempre da visioni romantiche e aspirazioni neomedievali. Di fronte alla solennità onirica dell’Altes Museum di Schinkel, questo ipertrofico rettangolo è uno degli edifici che meglio ci raccontano gli anni che stiamo vivendo.<br />
Stiamo guardando l’antico Stadtschloss, il castello dei re di Prussia e degli Imperatori tedeschi, mentre rinasce dalle ceneri; il visitatore ne ha davanti lo scheletro, poi verranno le carni e la meraviglia delle finestre, delle dorature, dei risvolti, dei rilievi: tutte le decorazioni e la pomposità di una dinastia che ha gestito male la sua fortuna ma che non ha mai disdegnato <em>grandeur</em> e perentorietà delle forme: la verticalità categorica dei concetti e la maestosità delle facciate, canoni ossessivi di una estetica che ha ispirato tanto gli architetti della cattedrale di Colonia quanto i parrucchieri dell’ultimo Kaiser che sovraintesero alla cura dei suoi mitologici, mitopoietici, baffi a punta.<br />
Il fantasma dello Stadtschloss prende di nuovo corpo e non lo fa in territorio neutro, cresce di giorno in giorno nel vuoto di una precedente grandezza, definitivamente sconfitta. È una storia appassionante: negli anni cinquanta, in una Berlino ancora ossessionata dalle proprie macerie, la residenza dei sovrani, semidistrutta, viene buttata a terra per fare spazio al trionfante sogno comunista, al Palast der Republik, finito nel 1976. Il cuore della neonata DDR, la sede del governo, del parlamento, del Partito, delle attività culturali di quel mondo irrimediabilmente scomparso. Solo un pezzo dell’antico Stadtschloss venne salvato: il bellissimo balcone da cui, nel 1918, Karl Liebknecht proclamò la repubblica e che oggi si può vedere incastonato in quello che fu lo Staatsratsgebäude, il consiglio di stato della DDR. Il Palast der Republik, dinosauro dell’architettura di regime, ha resistito per qualche anno al crollo del muro, ma poi è stato sommerso e distrutto – i lavori sono finiti nel 2006 – dalla normalizzazione che ne è seguita. La pacificazione dell’Europa post-sovietica ha portato alla decisione di abbattere il vero per riedificare il finto.<br />
In quel vuoto ora si edifica un nuovo Stadtschloss dall’anima di cemento armato. La prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Ci aveva preso il vecchio Marx, che era pure allievo di Hegel e sapeva che la prosa del mondo ha bisogno di coprirsi di nuove e fascinose mitologie, che il grigiore ha bisogno del fuoco di qualche utile retorica per persistere indisturbato e rassicurante; che le rivoluzioni borghesi – si perdoni l’anacronismo –, di fronte alla loro inadeguatezza, necessitano di “reminescenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto” . Illusioni, grandi illusioni collettive, sui cui da poco è intervenuto, in pagine tanto ostinatamente lucide, Guido Mazzoni, con una riflessione sui nostri <em>Destini generali</em> che proprio da un viaggio berlinese ha preso l’avvio.<br />
La nuova edificazione dell’antica residenza reale non ha molto da spartire con la rinascita dei monumenti a Dresda. Lì era stata la Storia a distruggere tutto, a polverizzare quella città dall’aspetto fiabesco e irreale. Dresda era un sogno tracciato sul cristallo, non poteva resistere. Ora è rinata esattamente come una Firenze del nord: una macchina fagocita-turisti, ma questa è un’altra storia. Berlino, per sua e nostra fortuna, non ha subito bombardamenti in questi miracolosi decenni di pace europea. Su Berlino, come su tutto il resto, si è solo alzata la nebbia. La mistificazione ideologica travestita da crollo delle ideologie è la dèa che presiede alla costruzione di questo nuovo, anacronistico castello.<br />
Le prime pagine del <em>18 Brumaio di Luigi Bonaparte</em> ci parlano dell’inadeguatezza dei regimi democratico-capitalisti di fronte alle grandezze passate, del loro bisogno di impossessarsi delle mitologie di tempi eroici per nascondere la mediocrazia dei tempi di privazioni. Lo spettrale palazzo dello Stadtschloss non è, o almeno non è solo, la celebrazione delle ambizioni imperiali della Germania – che in questi ultimi anni paiono pienamente realizzate – quanto una desolante pietra tombale sul diverso da noi. La materializzazione del silenzio che grava sulla storia dei vinti, la cancellazione dell’altro, dello straniero, di colui che ha una voce differente dalla nostra e per questo incresciosa, invisa, se si potesse usare questo aggettivo per una voce. La presenza dell’altro in questo caso prende l’aspetto della vecchia Germania socialista e della sua in gran parte deprecabile storia. Quella DDR che oggi sopravvive nella magia capitalistica del feticcio e che nell’arco dei decenni si è evoluta dalla vendita di reliquie e frammenti del passato alla più complessa strategia di marketing della Ostalgie; la ricerca di un clima, di una atmosfera in cui noi uomini della sonnacchiosa Europa post-ideologica possiamo per qualche ora vivere immersi in una stereotipata DDR risorta dalle rovine.<br />
Se pure la contrapposizione fra capitalismo trionfante e comunismo sconfitto ci pare paradigmatica in questi anni del post-89, la storia dello Stadtschloss non è solo la storia della sconfitta del socialismo reale, è il monumento dell’annientamento del diverso, di quanto non si incasella nelle nostre categorie; dell’altro che non si lascia arrotondare dal nostro metro e dai nostri valori.</p>
<p><em>Intermezzo: suggerire la profondità</em></p>
<p>In una celebre poesia, Jacques Prévert ha raccontato la libertà della Senna, felice nel suo scorrere, accanto alle guglie accigliate e solenni di Notre-Dame; attorno a questo spettro di cemento armato scorre invece la Sprea, e lì si concede uno dei momenti più dolci del suo sinuoso percorso berlinese. Stefania Migliorati, giovane artista italiana che – come si dice – vive e opera a Berlino, trasforma il fiume in «strumento critico di investigazione urbana» come si legge nella presentazione del suo progetto <em>Die undichte Stadt</em>, la città permeabile, che è possibile vedere <a href="http://www.stefaniamigliorati.com/works/permeable-city/città-permeabile-1.html">qui</a>. Le cinque fotografie che fissano altrettanti punti differenti del lungofiume non si accontentano della bidimensionalità delle forme presentate ma si aprono ad inaspettate profondità. Sono paesaggi cittadini consueti, noti a chiunque abiti in quella città bella e povera, e tuttavia le didascalie che l’artista aggiunge – esiste un eroismo della didascalia – elencano i luoghi dove si prendono decisioni di tipo economico, politico e culturale, destinate a influenzare le vite di molti, in Germania e in Europa. Scoperchiare le case per guardarci dentro è uno dei gesti romanzeschi per antonomasia. Il Diavolo zoppo, protagonista dell’omonimo romanzo seicentesco (<em>El diablo cojuelo</em> [1641]) di Luis Vélez de Guevara – che tradotto in francese da Lesage nel 1707 invase le biblioteche di mezza Europa – l’aveva già fatto con le case di Madrid per mostrare alla vittima delle sue tentazioni quanto nascondono le finestre e le porte delle case rispettabili: la miserevole condizione della natura umana e la sua incostanza. Ma qui i tetti restano saldamente attaccati alle strutture, si tratta di intuire quanto avviene dentro, negli spazi segreti e a pochi accessibili. Le foto che ritraggono con raffinatezza e razionalità i profili della <em>Undichte Stadt</em> danno luogo a una piccola topografia del potere. La didascalia è un timido gesto che, come avveniva nelle antiche carte, avverte l’osservatore: «<em>hic sunt leones</em>».<br />
Siamo passati insomma dalla cancellazione di un passato ingombrante (la farsa grottesca del Checkpoint Charlie e quella tragica dello Stadtschloss) a una giovane artista italiana che con le sue opere ci lascia intuire la presenza di una profondità dietro l’apparente uniformità del <em>landscape</em> urbano. Profondità è la parola chiave di questo ragionamento: è il contrario di superficiale ma è anche lo spazio delle voci dimenticate. La profondità delle differenti stratificazioni storiche viene negata, nel cuore d’Europa, dall’orizzonte piallato dell’ideologia dominante che, in quanto dominante, è sempre ideologia suadente e dissimulata, tanto trasparente da confondersi con le linee stesse del paesaggio: tanto trasparente da volerci convincere che è essa stessa natura e non scelta, opzione razionale, costrizione semi-obbligatoria.</p>
<p><em>Lo sguardo del Duca</em></p>
<p>«Il venticinque settembre milleduecentosessantacinque, sul far del giorno, il Duca d’Aube salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs». <em>Les fleurs bleues</em> di Raymond Queneau, messe in italiano da Italo Calvino, iniziano con questo straordinario ammasso di illustri detriti che si accumulano nei feudi sterminati del signor Duca. Confusione cacofonica delle età dell’uomo in cui sembra culminare la grande tradizione del romanzo storico. Nel Novecento, la narrazione ottocentesca del romanzo storico si è suddivisa in molteplici rivi e rigagnoli. Nella linea che conta (Tomasi di Lampedusa, Yourcenar, Garcia Márquez) l’occhio attento del romanziere è sempre capace di uno sguardo verticale. A questa tradizione appartiene Wilfred G. Sebald: lo scrittore nomade e metafisico degli <em>Anelli di Saturno</em>, della <em>Storia naturale della distruzione</em>. Fra i suoi ultimi scritti, quello pubblicato in Italia come <em>Le Alpi nel mare</em> è un meraviglioso esempio di una scrittura che procede per estensioni, raccontando la Corsica in tre capitoli rispettivamente dedicati alle memorie napoleoniche di Ajaccio, a quelli che un tempo si sarebbero chiamati gli usi e i costumi e – infine – alla conformazione del territorio. Più che un filosofo della storia, Sebald sembrerebbe, come a suo tempo furono Manzoni e Walter Scott, un geologo della storia.<br />
Mi è capitato di recente di partecipare a un convegno sull’epica nella modernità e lì ho avuto modo di fare qualche riflessione su Sebald che qui sintetizzo per chiudere il mio ragionamento. <em>Austerlitz</em>, il capolavoro postumo dello scrittore, è il punto di arrivo di questo saggio su un possibile uso virtuoso della storia. <em>Austerlitz</em> è un ipnotico viaggio nella memoria, dove la voce dell’individuo che cerca di ricostruire il mosaico di un passato sfuggente si allarga fino a coincidere con una dimensione epica. Un canto in prosa che assorbe e conserva le vicende degli altri in un racconto capace di narrare l’esistenza nel suo procedere instabile e serpentino (quanto conta ancora la tua lezione, reverendo Sterne!), nel suo continuo interrogarsi sulle proprie fondamenta. Austerlitz è il nome di una battaglia, ma le battaglie sono confuse e – dice Carlo Ginzburg – persino invisibili; è il nome di una stazione parigina, ma le stazioni sono luoghi di passo, dove domina il vuoto, il transitorio (nel romanzo però sono anche luoghi di spaesanti epifanie, come succede nell’archetipica stazione di Dublino, all’inizio di tutta la nostra vicenda romanzesca); Austerlitz, infine, è il nome di un uomo che ricostruisce la sua vicenda. Nella sua voce si sedimenta un secolo di storia europea, la sua identità è un viaggio a ritroso nei decenni sanguinosi di un’età di guerre e pacificazioni.<br />
La voce isolata amplifica la propria inquietudine fino a raggiungere il destino di una collettività sterminata, più grande di una singola nazione. Il canto epico si distende, abbandona la verticalità numinosa del poema e accetta le strettoie della prosa, scava fra le collisioni dell’anima, indaga nelle molteplici sfumature del trauma.<br />
In <em>Austerlitz</em> questa consapevolezza delle stratificazioni del passato che lascia tracce è un’immersione nei territori, sempre più profondi e opachi, della coscienza. La struttura monolitica del passato si sfalda nel procedere del racconto del protagonista, emergono crepe e incertezze. Il tempo non somiglia alle rocche studiate dal protagonista del libro: fortini a stella, sempre più complicati, cui gli ingegneri militari aggiungono in modo paranoide spuntoni su spuntoni, ma è una realtà viva e imprendibile, aperta al movimento e alla permeabilità.<br />
Pochi anni prima di <em>Austerlitz</em>, nel suo romanzo cartografico, <em>Mason &amp; Dixon</em>, Thomas Pynchon aveva scritto che la Storia non è semplice Cronologia (History is not Chronology): non una catena composta da singoli anelli (single Links) ma un «assai disordinato Garbuglio di linee, lunghe e brevi, deboli e salde, che vaniscono nella Profondità Mnemonica, avendo in comune solo la Destinazione». Sebald, a sua volta, rovescia la struttura del tempo europeo, passando dalla precisione mercantile degli orologi alla permeabilità quasi magica della temporalità interiore. Per Jacques Austerlitz, che non ha mai posseduto un orologio, la rivelazione finale è proprio la permeabilità del tempo: «A mio giudizio, disse Austerlitz, noi non comprendiamo le leggi che regolano il ritorno del passato, e tuttavia ho sempre più l’impressione che il tempo non esista affatto, ma esistano soltanto spazi differenti, incastrati gli uni negli altri, in base a una superiore stereometria, fra i quali i vivi e i morti possono entrare e uscire a seconda delle loro disposizioni d’animo e quanto più ci penso, tanto più mi sembra che noi, noi che siamo ancora in vita, assumiamo agli occhi dei morti l’aspetto di esseri irreali e visibili solo in particolari condizioni atmosferiche e di luce».<br />
Il Novecento si è aperto con un racconto che aveva mostrato la presenza dei morti nella vita dei viventi, il Secolo breve si chiude ad anello con pagine che sembrano tornare all’originale dei <em>Morti</em> di Joyce, ma – si ricordi che epica crea con etica una perturbante coppia minima – stavolta la presenza delle ombre ci riporta a vicende più ampie, che hanno toccato moltitudini di uomini e donne. E non è un caso che questo libro sia stato scritto dopo il ritorno della guerra in Europa, mentre la parte orientale del continente tentava – e ancora tenta – di trovare e di inventare, fra le molteplici possibilità, un’identità a lei confacente. La memoria riallaccia la storia di Jacques Austerlitz alla storia del suo, e del nostro tempo; è il rivo, la particola minima, della dolorosa totalità di quanto è universalmente umano. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger che il mondo è tenuto insieme solo da quanto non lo abita più, e che «senza gli assenti, nulla ci sarebbe / senza gli esiliati, nulla sarebbe saldo, / senza gli incommensurabili, nulla di commensurabile / gli scomparsi sono giusti / così anche noi, in un’eco»<br />
Al cemento armato dello Stadtschloss si contrappongono gli ectoplasmi del passato: stratificazione è consapevolezza dei fantasmi. Disposizione a riconoscere e accogliere nel nostro campo visivo le tracce di storie invisibili e pure persistenti e in qualche modo vive attorno a noi. Non l’intellettualistica epifania del romanzo sperimentale, ma la dolorosa presenza degli scomparsi, la loro voce ostile ancora presente. Voci di vittime e di carnefici che si confondono nei paesaggi consueti, ma che sono ancora perfettamente distinguibili per l’uomo che volesse coglierli e in qualche modo conservarli. E non sono uguali, non hanno la stessa dignità, didascalicamente ripeto che non sono uguali, non si possono assommare i carnefici e le vittime ma, allo stesso tempo, non si possono eliminare i carnefici, perché le vittime perderebbero parte della loro verità storica per incarnare una dolenza dolce e morbosa, senza scandalo, senza contatto con la nostra realtà. Presenze e screziature che l’occhio preferisce non vedere, disarmonie per l’orecchio. Voci che si vorrebbero ridurre ai cerimoniali dei giorni della memoria che consentono poi trecento e sessantaquattro (o cinque se bisesto) giorni di dimenticanza. Disse Goethe da qualche parte che chi non vuole vivere alla giornata deve darsi conto di migliaia di anni di storia; ed è una dannazione perché vivere alla giornata è bellissimo e non possiamo concedercelo. Non possiamo se non vogliamo restare schiacciati dal cemento armato dell’anima di questo inutile castello che mentre scrivo e mentre voi leggete si costruisce a Berlino, capitale d’Europa.</p>
<p><em>Controfinale</em></p>
<p>Berlino, non lontanto dalla Ostbahnhof, il più grande club d’Europa, dove club non sta per elitario ritrovo per uomini silenziosi foderato di poltrone di pelle, ma per trionfo della musica elettronica. Berghain. Il nome fonde i due quartieri di Kreuzberg e di Friedrichshain, al cui confine sorge. Un tempo anche lì ci passava il muro, anche lì si opponevano i due mondi. Oggi moltitudini in fila, dal venerdì alla domenica. Nella città in cui per decenni la felicità è stata sperata oltre un muro, a Charlottenburg e non a Prenzlauer Berg, e la speranza prendeva la forma di una via d’accesso, di un varco, oggi la coda davanti al Berghain è l’ambizione di entrare fra gli eletti, passare il portone oltre il quale non si fanno fotografie. E naturalmente non ci sono criteri, decidono gli impiegati del club, decide Sven il capo dei selezionatori. Uomo che incarna lo spirito del nostro tempo come Napoleone a cavallo lo incarnò per Hegel, quando vide l’imperatore per le strade di Jena. Sven: uomo dell’ibridazione e della mescolanza delle razze e dei destini. Artista, fotografo, omosessuale, nato a Berlino est, Sven è oggi il padrone dei due mondi, l’uomo sul confine del desiderio e dell’appagamento, è il Minosse che giudica una folla venuta apposta fin lì per farsi giudicare, una folla disposta a disumanarsi, a diventare merce e profitto, pubblicità vivente per l’oscuro regno dei balocchi. Disumanarsi in merce per entrare, per superare il muro. Gente che fa guadagnare il Berghain molto di più stando in attesa sotto il gelo dell’inverno berlinese che pagando il biglietto e consumando il lecito e l’illecito al suo interno. Sven è l’estremo alunno di Lutero che certifica la nostra propensione al servo arbitrio, alla servitù volontaria. E forse fra qualche anno il Berghain andrà a Varsavia, e forse il prossimo decennio tutti conosceremo qualcuno che abita a Varsavia come abbiamo conosciuto qualcuno che era a Barcellona, qualcuno che ora è a Berlino. E ancora lì, fra le memorie del ghetto e di <em>Solidarność</em>, le file per entrare, e ancora le misteriose decisioni di Sven che determinano chi può e chi, davanti alla legge, è escluso.<br />
La prima volta come tragedia, <em>le altre</em> come farsa.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/29/farsa-comica-e-farsa-tragica-una-meditazione-berlinese/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scrittori da tradurre: Wolfgang Hilbig</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/26/scrittori-da-tradurre-wolfgang-hilbig/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/26/scrittori-da-tradurre-wolfgang-hilbig/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2015 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[wolfgang Hilbig]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=57142</guid>

					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160; Alcuni anni fa, mentre mi trovavo in ospedale per un’operazione non grave ma che aveva comportato il ricorso all’anestesia totale, ricevetti il mattino successivo all’operazione un messaggio di uno dei nostri migliori germanisti, che naturalmente non poteva sapere dove mi trovassi, annunciante la morte dello scrittore tedesco Wolfgang Hilbig. Confesso che, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/220px-Berlin_Wall_Trabant_grafitti.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-57143" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/220px-Berlin_Wall_Trabant_grafitti.jpg" alt="220px-Berlin_Wall_Trabant_grafitti" width="220" height="151" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/220px-Berlin_Wall_Trabant_grafitti.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/220px-Berlin_Wall_Trabant_grafitti-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alcuni anni fa, mentre mi trovavo in ospedale per un’operazione non grave ma che aveva comportato il ricorso all’anestesia totale, ricevetti il mattino successivo all’operazione un messaggio di uno dei nostri migliori germanisti, che naturalmente non poteva sapere dove mi trovassi, annunciante la morte dello scrittore tedesco Wolfgang Hilbig. Confesso che, in quella mescolanza di confusione mentale, stanchezza e spaesamento che i risvegli ospedalieri portano con sé, ebbi la debolezza di considerare quella circostanza un segno, non nell’accezione religiosa del termine, ma come una sorta di constatazione dello stato del mondo: avevo da poco tempo scoperto la narrativa di Hilbig ed ecco che mi veniva annunciata la sua morte, perdipiù non in età avanzata e mentre mi ridestavo in uno stato non ancora sgombro dall’ipocondria. Bisogna però dire che non c’è nessuno a mia conoscenza più adatto per essere il protagonista involontario di un aneddoto del genere, per il quale userei l’aggettivo unheimlich  ‘inquietante’, di questo scrittore, purtroppo non tradotto o quasi in italiano.</p>
<p>Wolfgang Hilbig è stato un grande scrittore della DDR, dove il complemento va letto nel duplice senso di argomento e di provenienza, che non si è però cimentato in una letteratura di denuncia alla <em>Vite degli altri </em>delle condizioni di vita nel suo paese, pur trattando a pieni mani anche la tematica dello spionaggio diffuso, fenomeno tipica nella DDR e negli altri paesi dell’ex blocco comunista. Lo stato caserma, benché evocato nella sue storture repressive e nelle sue incongruenze e follie, diventa invece un campo d’esperienza per un soggetto che è spesso alla ricerca di sé stesso. Non a caso la critica ha fatto il nome di Beckett: infatti l’assurdo di Hilbig non è mai l’evocazione dell’assurdità dell’ordinamento burocratico dello stato né tanto meno la sua manipolazione śveikianamente comica, ma è una rappresentazione di una condizione esistenziale che è in corrispondenza e in dialogo con l’assurdo del sistema.  Per esempio in <em>Ich</em> ( forse il suo romanzo più importante) il protagonista, scrittore nonché spia della Stasi, è incaricato di seguire un altro misterioso scrittore, ma la sua ricerca sempre di più si confonde in una sorta di nebbia densa di dubbi sulla propria condizione umana, che termine in uno stato delle cose non troppo dissimile da quello di Moran in <em>Molloy</em>.</p>
<p>Hilbig è stato un grande lettore di E.T.A. Hoffmann, anzi un aneddoto, non so se veritiero o meno, vuole che Hilbig abbia impiegato i primi denari incassati all’Ovest nell’acquisto dell’opera omnia dell’autore romantico. Se per il lettore italiano Hoffmann è essenzialmente lo scrittore del fantastico e dell’inquietante, nell’ambito del romanticismo tedesco i suoi testi più forti sono quelli che mettono in scena la sensibilità dell’artista, insicura ma onesta, di fronte alla farsa, alla meschinità e all’ipocrisia delle regole sociali. Il personaggio hoffmanniano vive la tragicommedia dello spirito poetico e dell’alta fantasia umiliati e censurati dalle regole sociali, senza neanche un spicchio di azzurro del cielo in cui librarsi, in una chiave al tempo stesso sentimentale e ironica.  Forse il filo hoffmanniano è quello più adatto, almeno inizialmente, a diventare la via d’accesso per entrare nel mondo e nella fantasia di Wolfgang Hilbig.</p>
<p>L’opera di Hilbig è spesso esplicitamente autobiografica e la sua biografia è densa di tratti caratteristici, dal notevole potenziale aneddotico: dalla vicenda dell’arresto  nel 1978 alle accuse di traffico di valuta estera dopo la pubblicazione di un libro di poesie nella Germania Federale passando per le rituali e grottesche contestazioni di decadentismo borghese da parte della critica di regime per un autore che aveva svolto il lavoro di caldaista per mantenersi e altre mansioni operaie. La vera cifra autobiografica è però la costante fedeltà tematica e l’incapacità di distaccarsi dalla sua inquietante patria, unheimliche Heimat, anche quando venne meno come realtà politica. E tuttavia la sua consistenza onirica o meglio di exemplum della desolazione del mondo non è mai venuta meno nella libera fantasia di questo autore.</p>
<p>In <em>Das Provisorium</em>, il romanzo più direttamente autobiografico che narra del passaggio di uno scrittore dall’Est all’Ovest negli anni Ottanta grazie a un permesso provvisorio di espatrio a cui si riferisce il titolo, la scena termina con l’uscita dalla stazione del protagonista che vede brillare al sole la scritta pubblicitaria della multinazionale AEG. Insomma sembra dirci l’autore che nel paradiso delle merci non c’è storia da raccontare perché non c’è campo di esperienza, da qui la fedeltà non certo ideologica ma squisitamente letteraria alla claustrofobica distopia della DDR. Era quanto è lecito attendersi da uno scrittore che, per parafrasare alcuni suoi versi, porta in sé una libertà che si sostiene con muri e si allaccia con catene.</p>
<p>Negli anni novanta meritoriamente il Saggiatore ha proposto in italiano un volumetto di suoi racconti dal titolo <em>La presenza dei gatti</em>, qualche anno dopo sulla benemerita rivista Sud con Francesco Forlani e Domenico Pinto si è proposto ancora qualcosa, ma è inutile nascondersi che le opere maggiori di Hilbig, a differenza di quanto successo in Francia, restano sconosciute per il lettore italiano. Si tratta di un vero peccato che non si riesca a leggere questo grande scrittore di un mondo così vicino  così lontano ed è un peccato non tanto per ragioni documentarie, ma perché le sue storie, sia pure in maniera indiretta e non certo letterale, illuminano anche i nostri casi presenti. Insomma, sopra un certo livello, la favola narra sempre di te e in questo, credo, consiste il piacere della letteratura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/26/scrittori-da-tradurre-wolfgang-hilbig/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Muro di Berlino, materiali per la comprensione di un crollo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/08/muro-di-berlino-materiali-per-la-comprensione-di-un-crollo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/08/muro-di-berlino-materiali-per-la-comprensione-di-un-crollo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2014 18:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Michnik]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Leogrande]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Caduta del muro di Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[Gorbaciov]]></category>
		<category><![CDATA[honecker]]></category>
		<category><![CDATA[Jacek Kuron]]></category>
		<category><![CDATA[Lech Walesa]]></category>
		<category><![CDATA[muro di berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Neues Forum]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Glotz]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna Sindacale]]></category>
		<category><![CDATA[rassegna.it]]></category>
		<category><![CDATA[solidarnosc]]></category>
		<category><![CDATA[Spd]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Vaclav Havel]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49649</guid>

					<description><![CDATA[[ Materiali per la comprensione di un crollo: 1) Un articolo di Alessandro Leogrande (2009, da uno speciale di Rassegna) sul dissenso nell&#8217;Europa Orientale. A metà degli anni settanta, dopo la repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, prese forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ Materiali per la comprensione di un crollo:</em><br />
<em> <strong>1)</strong> Un articolo di <strong>Alessandro Leogrande</strong> (2009, da uno <a href="http://www.rassegna.it/speciali/207/muro-di-berlino-1989-2009-berlino-citta-aperta" target="_blank">speciale di Rassegna</a>) sul dissenso nell&#8217;Europa Orientale. A metà degli anni settanta, dopo la repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, prese forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”. L’esperienza fondamentale del dissenso in Polonia.</em><span id="more-49649"></span><br />
<em><strong>2)</strong> Nel novembre del 1989, poche settimane dopo la caduta del Muro, Rassegna pubblicò questa intervista di Martina Seitz al deputato socialdemocratico, e scienziato, <strong>Peter Glotz</strong>. “Una della teste più brillanti della Spd”, secondo un giudizio pubblicato dal Corriere della Sera pochi anni dopo. Glotz avanzava previsioni che sarebbero state smentite dal processo storico: nella sua opinione le due Germanie non si dovevano riunificare e occorreva lavorare alla creazione di una forte socialdemocrazia nella DDR. Di lì a pochi mesi, in meno di un anno, Helmut Kohl avrebbe portato a casa la riunificazione. Glotz non aveva elementi sufficienti per poterlo prevedere. Non poteva immaginare un così rapido sbriciolamento del dominio sovietico sull’Europa dell’Est. E, al momento dell’intervista, Kohl non aveva ancora calato pienamente le carte del progetto di riunificazione. Proprio per questo motivo l’intervista è un documento di interesse storico. La testimonianza che ci arriva da un’epoca di confusione e prospettive incerte, sulla quale la sinistra democratica europea e tedesca non riuscì a incidere se non minimamente.</em><br />
<em> <strong>3)</strong> Una <strong>cronologia</strong> degli ultimi giorni del Muro.</em><br />
<em> Le foto sono mie. D.O</em>. ]</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-49652" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-1024x768.jpg" alt="Muor di Berlino" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>1) QUANDO INIZIO&#8217; A CADERE IL MURO DI BERLINO</strong><br />
<strong>Alessandro Leogrande, 2009</strong></p>
<p>Il Muro di Berlino è caduto ufficialmente il 9 novembre 1989. Con la riunificazione di Berlino, e della Germania, si chiude la “guerra fredda” e si apre la transizione verso la democrazia di quelle che Václav Havel aveva definito sistemi post-totalitari racchiusi nell&#8217;impero sovietico. Ma quando incomincia a cadere il Muro, veramente? Quando inizia a sgretolarsi un sistema sovranazionale, spersonalizzato, illiberale, fondato sulla menzogna e sulla “vita nella menzogna” – come diceva ancora Havel – che pareva andare avanti per autocinèsi, e quindi essere sempre lontano dal collasso definitivo? <strong>Adam Michnik, una delle più lucide figure del dissenso polacco</strong>, non ha dubbi. Intervistato da Enrico Franceschini per “il Venerdì di Repubblica”, ha detto:</p>
<blockquote><p>“Per me ha cominciato a cadere a Danzica (nell&#8217;estate del 1980, ndr), quando la protesta degli operai di Solidarnosc sancì la fine del comunismo: erano dei proletari che protestavano contro la dittatura del proletariato.”</p></blockquote>
<p>Ma forse si potrebbe fissare una data ancora precedente, più o meno a metà degli anni settanta. È allora infatti, dopo il riassestamento successivo alla repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, che prende forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui <strong>non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”</strong>: non è possibile cioè alcuna riforma del sistema socialista dall&#8217;interno del suo apparato politico-burocratico. D&#8217;altra parte, il pericolo concreto dell&#8217;ennesima invasione sovietica, aveva ormai caratterizzato come velleitaria e controproducente, oltre che irrealistica in regimi polizieschi, qualsiasi ipotesi rivoluzionaria o cospirativa in senso classico. È allora quindi che matura, per dirla con le parole di <strong>Jacek Kuron (insieme a Michnik l&#8217;altra grande figura del dissenso polacco)</strong> un&#8217;idea nuova:</p>
<blockquote><p>“La società deve cercare di darsi forme di organizzazione indipendenti dal potere, per imporre le proprie esigenze al potere stesso”. E ancora: “Si tratta di costruire un sistema nuovo senza negoziarlo con il potere, ma imponendolo; una rappresentanza sociale che si organizzi in misura da imporre un dialogo concreto al potere. (&#8230;) Rappresentanze di operai e di contadini, organizzazioni autonome delle scuole superiori, movimenti studenteschi indipendenti, una cultura indipendente, un ventaglio di associazioni d&#8217;iniziativa sociale”.</p></blockquote>
<p>Queste frasi sono tratte da <strong>una celebre intervista rilasciata da Kuron nel 1976 a “Mondoperaio”</strong>, la rivista che forse ha dato più spazio, in Italia, all&#8217;analisi del dissenso dell&#8217;Est. Proprio in quegli anni <strong>una riflessione simile venne svolta da Václav Havel</strong> nel suo pamphlet <em>Il potere dei senza potere</em>: la “vita nella verità” condotta da un numero sempre maggiore di persone (in un sistema che si fonda sulla menzogna e su frasi fatte cui non crede più nessuno, ma cui tutti dicono di credere per non essere bollati come “asociali” e “sovversivi”) avrebbe portato allo sgretolamento della fondamenta del regime.</p>
<p><strong>In Cecoslovacchia lo sbocco intellettuale e politico di quanto preconizzato da Havel fu Charta 77</strong>. <strong>In Polonia, invece,</strong> da sempre il ventre più molle del sistema comunista, quello che auspicava Kuron <strong>sarebbe sbocciato nella straordinaria esperienza del Kor, il Comitato di Difesa degli Operai</strong>, una alleanza radicalmente nuova tra intellettuali di sinistra laici e anti-totalitari e operai dissidenti. Nel <strong>1976</strong>, in Polonia, <strong>il malcontento causato dal brusco aumento dei prezzi agricoli sfociò in una ondata di scioperi</strong>. La protesta si estese a macchia d&#8217;olio tra gli operai di Ursus e Radom, e il regime vi rispose con arresti e licenziamenti. Come spesso accade nelle proteste operaie, la questione salariale ed economica diventa presto radicalmente altro da sé, investendo l&#8217;insieme delle relazioni sociali e il loro controllo politico. Abbandonando l&#8217;elitarismo del dissenso culturale, il Kor nacque per sostenere i lavoratori vittime della repressione, su iniziativa di Kuron, Michnik e di altri dodici intellettuali. Lo stesso Kuron trasformò la propria casa in una “casella di contatto”, un centro di raccolta delle informazioni sulle repressioni messe in atto contro il dissenso e contro gli operai, che poi venivano trasmesse in Occidente (tramite il canale dell&#8217;emigrazione polacca) e da qui comunicate – attraverso la Bbc e Radio Europa Libera – non solo nei paesi occidentali ma anche clandestinamente nella stessa Polonia.</p>
<p>Decisiva fu l&#8217;esperienza del Kor per la creazione del movimento operaio polacco, prima della nascita di Solidarnosc. Fu il Kor a lanciare lo slogan “Non incendiate i Comitati, create i vostri comitati”, sottolineando <strong>l&#8217;impostazione nonviolenta e improntata all&#8217;autodeterminazione dal basso</strong> della propria azione. Nel 1977, dopo l&#8217;amnistia degli scioperanti, il Kor si trasformò in Kss, Comitato di Autodifesa sociale, continuando la propria azione sotterranea. Prova ne è che, sul finire degli anni settanta, il giornale divulgato clandestinamente nelle fabbriche, “Robotnik” (L&#8217;operaio), aveva raggiunto la tiratura di 30 mila copie! Una dittatura del proletariato che si trasforma in dittatura sul proletariato (per usare le parole di Fejtö) non teme niente di più che la disaffezione degli operai, e la loro organizzazione al di fuori delle strutture d&#8217;apparato ideate per loro. La dissoluzione del regime polacco era appena cominciata. E Kuron, per tornare ancora una volta all&#8217;intervista di “Mondoperaio”, l&#8217;aveva capito perfettamente: “A prescindere dal nostro futuro come Comitato, il movimento di solidarietà tra operai e intellettuali si svilupperà, e permetterà di assolvere ai compiti propri degli intellettuali verso gli operai: l&#8217;elaborazione di un programma politico e l&#8217;educazione autonoma degli operai stessi nel senso più vasto.”</p>
<p><strong>Quanto è avvenuto dopo, nell&#8217;estate del 1980, non ci sarebbe stato senza il Kor</strong>, e senza la stretta alleanza tra il Kor-Kss e il Comitato unitario di sciopero di Danzica di Lech Walesa <strong>da cui sarebbe poi sorto Solidarnosc</strong>. E non ci sarebbe stato, nella seconda metà degli anni ottanta, dopo il noto colpo di Jaruzelski, un “sistema nuovo” dalle spalle larghe, in grado di condurre le trattative della “Tavola rotonda” per una <strong>transizione senza spargimenti di sangue</strong>. Tra gli anni sessanta e la metà degli ottanta, Michnik e soprattutto Kuron sono costantemente entrati e usciti dal carcere: a volte per poche settimane, altre per alcuni anni. Nonostante questo, alla fine il filo spinato è stato spezzato, e lo stesso Kuron è diventato ministro del lavoro e delle politiche sociali. Prima di morire nel 2004, si è impegnato a lungo per sostenere la democratizzazione dell&#8217;Ucraina, per promuovere lì un lavoro di base “come da noi”, e per favorire (lui che era nato a Leopoli nel 1934) l&#8217;instaurarsi di relazioni diverse tra Polonia e Ucraina, paesi a lungo divisi, a cominciare dalla creazione di una commissione parlamentare per il riconoscimento dei diritti della minoranza ucraina. La rivoluzione arancione sarebbe scoppiata dopo la sua morte.</p>
<p>Sarebbe errato però pensare che non ci siano state rivolte operaie nei paesi dell&#8217;Est, prima degli anni settanta. Benché bollate come sobillate da agenti provocatori e forze reazionarie, <strong>furono rivolte operaie quella di Berlino Est nel 1953 e quella di Budapest nel 1956</strong>. E lo fu <strong>anche quella di Poznan, sempre nel &#8217;56</strong>, quando <strong>Albert Camus scrisse</strong>, contro tutti coloro che pretendevano l&#8217;ubbidienza incondizionata nei confronti di Mosca e la fuga dalla realtà, parole che in questo contesto pesano come pietre:</p>
<blockquote><p>“Si è esclusa da sola dal movimento operaio e dal suo onore quella gente che, di fronte allo spettacolo di lavoratori che procedono spalla a spalla davanti ai carri armati per esigere pane e libertà, reagiscono trattando questi martiri da fascisti o dolendosi virtuosamente del fatto che essi non hanno avuto la pazienza di morire di fame in silenzio in attesa che il regime decida, come si dice, di liberalizzarsi.”</p></blockquote>
<p>Come può, si chiedeva ancora Camus, il sangue operaio portare la felicità?<br />
(<strong>Il Mese di Rassegna, novembre 2009</strong>)</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-49650" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-1024x768.jpg" alt="Alexanderplatz" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>2) L&#8217;ILLUSIONE SOCIALDEMOCRATICA<br />
Peter Glotz, 1989<br />
</strong></p>
<p>Riunifìcazione delle due Germanie, atteggiamenti della sinistra, nuovi assetti europei: ecco l&#8217;analisi di un testimone-protagonista. A Peter Glotz, deputato e teorico di maggior prestigio della socialdemocrazia tedesca, abbiamo chiesto di commentare gli avvenimenti che in questi giorni hanno cambiato il volto della Germania.</p>
<p><em>Lei ha assistito da vicino al crollo di un simbolo che ha segnato un&#8217;epoca di divisioni e di sofferenze. Quali sono i suoi sentimenti di tedesco occidentale e di socialdemocratico?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: II muro è stato una costruzione terrificante e capisco bene le dimostrazioni di giubilo che hanno accompagnato la sua demolizione. Bisogna sempre lottare per la libertà e per la libera circolazione attraverso le frontiere, in una nuova Europa. Naturalmente la Spd appoggia il movimento democratico all&#8217;interno della Rdt, e giudica decisamente positive le conquiste di libertà che esso ha ottenuto. Abbiamo subito instaurato buoni rapporti con il neonato partito socialdemocratico.</p>
<p><em>Quali saranno le ripercussioni degli avvenimenti odierni sul processo di integrazione europea?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Lungi dal rallentare, dovremo al contrario rendere più spedito il processo di integrazione della Comunità, come ha sostenuto Jacques Delors. Un&#8217;Europa più forte avrà un effetto trascinante sui paesi del centro Europa e dell&#8217;Est. Occorre però che non soltanto la Rdt, ma anche altri Stati come l&#8217;Ungheria e la Polonia ricevano energici aiuti. Questi aiuti non dovranno essere avviati dalla sola Repubblica Federale, ma dall&#8217;intera Comunità europea. Sarà necessario spingere tutti i paesi più lontani dalla Mitteleuropa, come la Spagna, l&#8217;Italia, il Portogallo e la Grecia, a fornire aiuti economici sistematici. Non si tratta solo di impegnare i bilanci dei singoli Stati o della Comunità, ma anche di stimolare gli investimenti privati: ciò significa che i paesi dell&#8217;Est dovranno introdurre elementi di economia di mercato. La costruzione di un&#8217;Europa più forte dovrebbe essere un compito prioritario per la sinistra europea. Certo, Occhetto e Delors sono europeisti convinti e sono molto contento che Neil Kinnock riesca passo passo a vincere le posizioni antieuropee nel partito laburista. Esistono però ancora incertezze, esitazioni, egoismo. La sinistra europea non è una forza unitaria, monolitica.</p>
<p><em>Secondo lei gli avvenimenti odierni costringeranno la sinistra a discutere e a modificare certe convinzioni legate al passato?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Personalmente non vedo alcun motivo per modificare le mie convinzioni. Quel che ha fatto bancarotta è non solo lo stalinismo, ma anche il marxismo-leninismo e io non vi ho mai aderito. Il socialismo democratico è sempre stato un&#8217;altra cosa. D&#8217;altra parte mi sembra che altri partiti, penso all&#8217;ex Partito comunista ungherese o al Partito comunista italiano, sentano una forte attrattiva per quella variante del socialismo democratico che è Bad Godesberg. Quando osservo la politica di Michel Rocard, di Ingmar Karlsson, di Felipe Gonzalez o di Oskar Lafontaine ho l&#8217;impressione che le loro scelte siano ragionevoli, del tutto capaci di soddisfare le maggioranze. A questo punto mi è indifferente definire tutto ciò socialdemocrazia o socialismo democratico. Certo, molta gente che ha vissuto per lungo tempo sotto il peso del marxismo-leninismo per qualche anno non vorrà più sentir parlare di socialismo. La capisco. Ma non vedo perché dovrebbe farmi cambiare idea.</p>
<p><em>Quali saranno le ripercussioni degli odierni avvenimenti nella vita dei tedeschi dell&#8217;Est e dell&#8217;Ovest?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Ora la gente avrà la possibilità di traslocare da Magdeburgo a Hannover, di andare all&#8217;opera da Dresda ad Amburgo, o di andare in vacanza a Kabeuz o Travemùnde, insomma di fare le cose più naturali. Vi saranno persone che attraverseranno la frontiera per lavorare qui da noi e altre che verranno per rimanerci; vi saranno ripercussioni in campo monetario perché questa gente porta i soldi e li cambia. Avremo bisogno di più linee telefoniche, di reti stradali e ferroviarie completamente differenti. E qualcuno dovrà investire: certo, alle sovvenzioni e alle spese infrastrutturali dovrà provvedere lo Stato, ma i rapporti economici si potranno sviluppare solo attraverso l&#8217;industria privata. Dovremo però stare attenti a non rendere troppo irrequieti, con tutti questi movimenti, i nostri vicini e amici occidentali.</p>
<p><em>Si riferisce all&#8217;ipotesi di una riunificazione delle due Germanie?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Questa ipotesi non è affatto realistica né augurabile. Rdt e Rft non sono mai state unite. Semmai si potrebbe pensare a una formazione del tutto nuova, ma anche questa in fondo non è una prospettiva concreta. Per fare un esempio, la Repubblica Federale fa parte — e continuerà a farne parte in futuro &#8211; della Comunità europea e della Nato. E non riesco a immaginare che l&#8217;Unione Sovietica possa accettare il passaggio della Rdt alla Nato. Tuttavia resto aperto a idee come quella di una confederazione, per cui la Repubblica Federale e la Rdt potranno concludere una serie di contratti relativi alla cooperazione economica. Ma anche questo dovrà essere concordato con gli altri Stati della Comunità, per restare in armonia con gli impegni assunti in ambito europeo. L&#8217;unione potrebbe diventare possibile nel contesto di una nuova Europa: ma ciò comporta la crescita dell&#8217;Europa occidentale e orientale, processo che sarà certamente lungo.</p>
<p><em>Queste posizioni sono condivise da tutto lo schieramento politico nella Rft?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Il governo è sorpreso dalla situazione nuova quanto lo è l&#8217;opposizione e il resto del mondo. Nessuno ha ricette pronte nel cassetto. Tuttavia nella Cdu-Csu si trovano molte persone ragionevoli che pensano in maniera simile a quella appena illustrata. Certo, esistono alcuni pazzi, ma si tratta di una minoranza, che speculano sul fatto che la Rdt dichiari fallimento, sostenendo che dovrà semplicemente unirsi alla Repubblica Federale, per fare, come dire, più massa. Ad esempio è quello che sostengono i Republikaner. Da parte mia non posso che mettere in guardia contro una prospettiva catastrofica di questo genere.</p>
<p><em>E nella Rdt cosa pensano secondo lei? </em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Le organizzazioni politiche sono impegnate a sviluppare l&#8217;identità della Rdt e a cercare un modello di socialismo democratico che non sia semplicemente quello della Repubblica Federale. Il mio sospetto è che la maggioranza dei cittadini consideri astratta questa prospettiva e che vi siano bisogni molto più concreti e urgenti: per questo vorrebbero semplicemente copiare le strutture della Repubblica Federale.</p>
<p><em>Quale sarà l&#8217;atteggiamento delle grandi potenze rispetto al futuro assetto europeo?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: La posizione dell&#8217;Unione Sovietica è molto chiara: non immischiarsi nei processi interni della Rdt. I soldati sovietici restano nelle caserme di quel paese, ma non escono appunto da lì. Per motivi di sicurezza Gorbaciov vuole certamente mantenere la Rdt nella propria anticamera, e non vuole che diventi quella degli Stati Uniti. Anche per questo è contrario alla riunificazione, ma non ai processi di democratizzazione. Gli Stati Uniti non si sono espressi in maniera univoca: essi sono in genere molto attenti e questo, attualmente, vale per tutti i palcoscenici nel mondo. A loro basta vedere indebolito il potenziale avversario, l&#8217;Unione Sovietica. Tirano un sospiro di sollievo, si mettono comodi, non sbagliano nulla ma neppure fanno qualcosa di veramente giusto. In questo momento, non riesco a individuare, negli Stati Uniti, un&#8217;idea dell&#8217;Europa veramente politica: forse esiste nei meandri dell&#8217;amministrazione, e non è ancora visibile dall&#8217;esterno&#8230;<br />
<strong>(Rassegna Sindacale, n. 43, novembre 1989)</strong></p>
<p><strong>Link su Peter Glotz<br />
</strong><a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Peter_Glotz" target="_blank">Wikipedia Germania<br />
</a><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Glotz" target="_blank">Wikipedia in inglese<br />
</a><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1996/febbraio/13/Peter_Glotz_Noi_tedeschi_gli_co_0_9602135110.shtml" target="_blank"><em>Corriere della Sera</em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-49651" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino.jpg" alt="Porta di Brandeburgo Berlino" width="667" height="506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino.jpg 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino-300x227.jpg 300w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></p>
<p><strong>3) CRONOLOGIA DEL CROLLO</strong></p>
<p><strong>9 novembre 1989</strong><br />
<strong>9.00</strong>. Il Politbüro della Sed incarica quattro funzionari del ministero dell’Interno e della Stasi di riscrivere il progetto di legge sulla libertà di viaggio ed espatrio. Si concorda sulla necessità di abolire ogni restrizione, in futuro, sul varco dei confini tra DDR e Stati confinanti.<br />
<strong>15.00</strong>. Il progetto di legge è pronto.<br />
<strong>16.00</strong>. Egon Krenz presenta il progetto di legge al comitato centrale della Sed e convoca una conferenza stampa.<br />
<strong>18.00</strong>. Durante la conferenza stampa in diretta televisiva internazionale il portavoce della Sed, Günter Schabowski, annuncia la legge sulla libertà di espatrio. Il corrispondente dell&#8217;agenzia Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, gli chiede quando entrerà in vigore. Schabowski risponde: “Da subito!”<br />
<strong>19.05</strong>. L’Associated Press lancia la notizia: “La DDR apre le frontiere”.<br />
<strong>19.41</strong>. Lancio della Dpa: “La frontiera della DDR… è aperta”.<br />
<strong>20.15</strong>. I primi berlinesi dell’Est iniziano a varcare il confine a Bornholmer Strasse. Nel giro di un’ora passano da 80 a mille persone.<br />
<strong>22.28</strong>. La tv della DDR prova ad arrestare il flusso, annunciando che non si può varcare il confine senza autorizzazione documentata. Migliaia di persone si accalcano davanti alla dogana di Bornholmer Strasse. La folla preme contro le transenne, aggira i controlli doganali, corre verso il Muro ed entra a Berlino Ovest.<br />
<strong>01.00-02.00</strong>. Migliaia di berlinesi dell’Est e dell’Ovest scavalcano il Muro, passeggiano davanti alla Porta di Brandeburgo e nella Pariser Platz, ballano sul Muro, iniziano a distruggere il Muro con martelli e scalpelli.</p>
<p><strong>6 novembre 1989</strong>.<br />
La Sed rende pubblico il progetto di legge sulla libertà di viaggio. Sarà limitata a soli 30 giorni all’anno, e condizionata da non meglio specificate motivazioni. Nelle strade le proteste aumentano. Tra l’<strong>8 e il 9 novembre 1989</strong> oltre 40 mila tedeschi dell’Est entrano nella Germania Ovest passando per la Cecoslovacchia. Si apre una tre giorni di riunioni per il comitato centrale della Sed, inaugurata dalle dimissioni del Politbüro. Il Cancelliere della Germania Ovest, Helmut Kohl, prende la parola al Bundetsag e promette aiuti economici alla DDR se la Sed  convocherà libere elezioni.</p>
<p><strong>4 novembre 1989</strong>.<br />
Berlino. Mezzo milione di persone manifestano ad Alexanderplatz per la libertà di opinione, di informazione e di associazione. Dai palazzi del potere, assediati, i membri della Sed osservano. Truppe di “volontari” si schierano a difesa del palazzo assieme alla polizia di Stato e agli uomini della Stasi. Günter Schabowski, il membro del Politbüro più aperto al dialogo, prende la parola nella piazza ma viene fischiato. Migliaia di persone manifestano in tutto il paese. E a migliaia varcano i confini verso la Cecoslovacchia.</p>
<p><strong>26-30 ottobre 1989</strong>.<br />
Il ministero per la Sicurezza della DDR (la Stasi) calcola 145 manifestazioni in quattro giorni nelle città principali della Germania Est. Hanno partecipato oltre 540 mila persone. Il 27 ottobre il consiglio di Stato concede l’amnistia a tutti gli espatriati e a chi ha partecipato alle manifestazioni. Dal 1 novembre si riaprono i confini con la Cecoslovacchia: i cittadini della DDR muniti di passaporto potranno varcarli.</p>
<p><strong>23 ottobre 1989</strong>.<br />
Oltre 300 mila persone scendono in piazza a Lipsia. Decine di migliaia protestano per le strade di Halle, Dresda, Berlino, Magdeburgo, Schwerin e Zwickau. Il giorno dopo nel Politbüro della Sed si torna a discutere il progetto di legge per il diritto di espatrio dei cittadini della DDR.</p>
<p><strong>17 e 18 ottobre 1989.<br />
</strong>Lo scontro di potere nel Politbüro della Sed si conclude con la sconfitta e le dimissioni di Erich Honecker dalla segreteria generale del partito. Vince la linea “riformista” di Egon Krenz, che vuole aprire il dialogo con la società civile nella speranza di arginare la crisi del regime. “Tutti i problemi della nostra società si possono risolvere politicamente”, afferma il nuovo segretario generale del partito. Krenz annuncia un progetto di legge per l’apertura delle frontiere e la libertà di viaggio all’estero.</p>
<p><strong>16 ottobre 1989</strong>.<br />
Più di 100 mila persone manifestano a Lipsia in difesa del <em>Neues Forum</em> e per la scarcerazione dei suoi membri, per la libertà di viaggiare, per libere elezioni, libera informazione e libera opinione. Manifestazioni parallele si tengono a Berlino, Dresda, Halle e Magdeburgo.</p>
<p><strong>9 ottobre 1989</strong>. A Lipsia 70 mila persone scendono in piazza per chiedere riforme. A migliaia protestano anche a Halle e Magdeburgo. Il giorno dopo un movimentato Politbüro della Sed decide di aprire il dialogo con la società civile. Sul tavolo: apertura delle frontiere, libertà di movimento dei cittadini, riforme democratiche. E’ una vittoria di Egon Krenz. Ed è una sconfitta di Honecker.</p>
<p><strong>6 ottobre 1989</strong>. Mikhail Gorbaciov arriva a Berlino in occasione del quarantesimo anniversario della DDR. Lo scenario è surreale. Lo sfoggio di parate e celebrazioni non nasconde le crepe del regime. Dopo tre ore di colloquio riservato con Erich Honecker, Gorbaciov dichiara in un’intervista che “solo chi non sa reagire alla vita va incontro al pericolo”. Il suo ufficio stampa modificherà la frase così: “La vita punisce i ritardatari”. Il messaggio è chiaro. L’Urss nega l’aiuto militare necessario alla DDR per sopravvivere. Non ci sarà un altro ’68 praghese.</p>
<p><strong>3 ottobre 1989</strong>.<br />
La DDR chiude le frontiere. I tedeschi dell’Est non possono più entrare in Cecoslovacchia senza visto. Lo stesso varrà per Romania e Bulgaria. Le proteste aumentano. I tedeschi dell’Est vogliono viaggiare. Il Truman Show del regime ha smesso di funzionare.</p>
<p><strong>2 ottobre 1989</strong>.<br />
Ventimila persone partecipano alla dimostrazione del lunedì a Lipsia. La piazza inneggia a Gorbaciov (che tra pochi giorni arriverà a Berlino) e chiede libertà, fratellanza, uguaglianza. L’intervento della polizia provoca diversi feriti e una ventina di arresti. Il giorno prima il <em>Neues Forum</em>, l’associazione che organizza i “Montagsdemo”, ha pubblicato un documento chiarendo che tra i suoi obiettivi politici non c’è la riunificazione con la Germania Ovest.</p>
<p><strong>26 settembre 1989</strong>.<br />
Il capo della Stasi (la polizia politica della DDR), Rudolf Mittig, ordina ai responsabili territoriali del ministero per la Sicurezza di sabotare i gruppi di opposizione infiltrandosi al loro interno, alimentando “divisioni e disaccordi” e ostacolando la “politicizzazione” del movimento democratico. Lo stesso giorno Erich Honecker mette in allarme le forze armate in vista del 40mo anniversario della fondazione della DDR, nel quale dovrà “essere evitata ogni provocazione”. Il ministro della Difesa, Keßler, rafforzerà la presenza delle truppe a Berlino in vista delle celebrazioni del 6-9 ottobre. Quel giorno è atteso Gorbaciov.</p>
<p><strong>25 settembre 1989</strong>.<br />
Honecker rientra a Berlino dopo un&#8217;assenza per motivi di salute. L’ordine è stato eseguito? Pare di no. Anche questo lunedì, infatti, si tiene a Lipsia la “Montagsdemo” del <em>Neues Forum</em><strong>*</strong>. Partecipanti: dai 5 mila agli 8 mila. Richieste della piazza: riforme democratiche, <em>bitte</em>. Il compagno Erich alza il telefono: «Ehi, dico, non dovevamo reprimerli?».</p>
<p><strong>22 settembre 1989</strong>.<br />
I tedeschi della DDR sono in subbuglio. Il 10 settembre il governo ungherese ha aperto i confini con l’Austria per i cittadini della Germania Est: si sono precipitati a migliaia. Dall’inizio del mese, a Lipsia, è tutta una manifestazione anti-regime con epicentro nella Nikolaikirche. Repressione e arresti finora non hanno funzionato granché. Spazientito, Erich Honecker, Segretario generale del comitato centrale della Sed (il Partito socialista unificato di Germania) prende carta e penna e scrive ai segretari regionali del partito. Pochi ordini perentori: è tempo di farla finita con «provocazioni» e dimostrazioni. E’ tempo di «sradicare il germe di queste azioni ostili, e impedirne la diffusione tra le masse». Bisogna «isolare gli organizzatori dell’attività controrivoluzionaria». L’ordine sarà eseguito?</p>
<p>{ <strong>Una questione privata, la sconfitta del Neues Forum</strong><br />
In tutte le rivoluzioni arriva il momento in cui le cose prendono una brutta piega. Se ne accorsero i Girondini e i marinai di Kronstadt. Ma a Berlino, 25 anni fa, qualcosa andò storto sin dall’inizio. O meglio: non ci fu alcun inizio. Nel senso che non appena il Muro fu fatto a pezzi, la politica ammutolì con lui. Non la politica di Helmut Kohl, che cannibalizzò la storia. La politica della società, dei tedeschi dell’Est che fino al giorno prima si erano mobilitati per libertà, democrazia, partecipazione.</p>
<p>Questa è la storia del <em>Neues Forum</em>, <strong><a href="http://www.taz.de/20-Jahre-Mauerfall/!40292/" target="_blank">ricostruita dalla Taz</a></strong>. Cos’era il <em>Neues Forum</em>? Era la spina nel fianco della Sed. O meglio, lo fu per qualche mese. Fondato nel settembre del 1989 da un gruppo di artisti e intellettuali della DDR, tra i quali la pittrice Bärbel Bohley, all’insegna del motto “i tempi sono maturi”, arriva a portare in piazza migliaia di persone nella patria della Stasi e dei Vopos. Contestazione, cambiamento, lotta alla dittatura. Ma all’improvviso il fuoco si spegne. Il 9 novembre crolla il Muro e la partecipazione civile alle proteste evapora:</p>
<blockquote><p>«Fu sostituita dagli spot televisivi e dal modello occidentale», raccontano i fondatori del <em>Neues Forum</em> alla Taz. «Quella svolta epocale travolse le vite private delle persone. Per la partecipazione politica non ci furono più le forze».</p></blockquote>
<p>Le strade della contestazione lasciarono il passo alle strade delle vetrine. Così il <em>Neues Forum</em> finì in archivio. Kohl cucinò una riunificazione fast food. I tedeschi furono di nuovo un popolo. La società tornò liquida e silenziosa. La società rinunciò alla politica, non inventò nulla di politicamente nuovo. Ma: se non allora, quando? }</p>
<p><em>Fonti:</em><br />
<a href="http://www.ddr-im-www.de/Geschichte/1989.htm" target="_blank">www.ddr-im-www.de/Geschichte/1989.htm</a><br />
<a href="http://www.chronik-der-mauer.de/index.php" target="_blank">www.chronik-der-mauer.de</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/08/muro-di-berlino-materiali-per-la-comprensione-di-un-crollo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Foto di gruppo con scrittore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/foto-di-gruppo-con-scrittore/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/foto-di-gruppo-con-scrittore/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 06:49:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Campo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Kracht]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[durs grünbein]]></category>
		<category><![CDATA[Elfriede Jelinek]]></category>
		<category><![CDATA[Hans Magnus Enzensberger]]></category>
		<category><![CDATA[Helene Hegemann]]></category>
		<category><![CDATA[Heribert Tommek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Raoul Schrott]]></category>
		<category><![CDATA[Reinhard Jirgl]]></category>
		<category><![CDATA[Uwe Tellkamp | Leave a comment]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40362</guid>

					<description><![CDATA[[Si riprende il testo pubblicato su germanistica.net. Consiglio anche la lettura di un importante saggio su Jahnn. DP] di Michele Sisto Che cosa è successo negli ultimi vent’anni alla letteratura di lingua tedesca? Fatti salvi pochi scrittori tradotti in italiano con una certa continuità – W. G. Sebald, Durs Grünbein, Ingo Schulze – e i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h5>[Si riprende il testo pubblicato su<a href="http://www.germanistica.net/2011/10/10/foto-di-gruppo-con-scrittore/" target="_blank"> germanistica.net</a>. Consiglio anche la lettura di un importante saggio su <a href="http://www.germanistica.net/2011/10/07/le-inospitali-storie-di-jahnn/" target="_blank">Jahnn</a>. DP]</h5>
<p>di<strong> Michele Sisto</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/090720-Johnson-WDR5.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-40364" title="090720-Johnson-WDR5" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/090720-Johnson-WDR5-300x131.jpg" alt="" width="300" height="131" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/090720-Johnson-WDR5-300x131.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/090720-Johnson-WDR5.jpg 458w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Che cosa è successo negli ultimi vent’anni alla letteratura di lingua tedesca? Fatti salvi pochi scrittori tradotti in italiano con una certa continuità – W. G. Sebald, Durs Grünbein, Ingo Schulze – e i due recenti premi Nobel Elfriede Jelinek e Herta Müller, si ha la sensazione che, dopo la scoperta negli anni ’80 di Thomas Bernhard e di Christa Wolf, sia tornata ad essere <em>terra incognita</em>: <em>hic sunt leones</em>. Questo dipende non solo dall’aumento (enorme) della produzione letteraria o dall’assenza (reale o presunta) di grandi autori, ma anche dal fatto che sono cambiati i termini del discorso sulla letteratura (e con essi, forse, la letteratura stessa): se in Italia sono quasi scomparsi i saggi panoramici e le antologie, che periodicamente contribuivano ad aggiornare il quadro, anche in Germania mancano le opere di sintesi, e quelle che ci sono hanno in genere il carattere eteroclito delle collettanee; la germanistica si è specializzata al punto da negarsi, quasi a priori, la possibilità di studi d’insieme, e del resto la crisi della critica storicistica l’ha privata degli strumenti che l’avrebbero consentita.<span id="more-40362"></span></p>
<p>Il saggio di Heribert Tommek, che ricorre allo strumentario sociologico di Bourdieu,<a title="" href="http://www.germanistica.net/2011/10/10/foto-di-gruppo-con-scrittore/#_ftn1">[1]</a> è, invece, proprio uno studio d’insieme. Tenta infatti di scattare una “foto di gruppo con autore”, di dare cioè un’immagine, provvisoria (perché colta in movimento) e necessariamente un po’ sfocata, della società tedesca contemporanea e dei suoi scrittori. Questi sono ritratti a gruppi, ciascuno nella sua posizione e con gli abiti che usa indossare (e che ne rivelano il ceto): al centro, sgomitanti per apparire in primo piano, gli “scrittori pop” come Christian Kracht e i casi mediatici come Helene Hegemann; in alto, nelle posizioni “nobilitate” dell’eccellenza simbolica, i poeti Durs Grünbein e Raoul Schrott e, un po’ discosto, il romanziere della ex-DDR Uwe Tellkamp; schiacciati sul margine sinistro, nel “canale dell’avanguardia”, Reinhard Jirgl e Elfriede Jelinek, dietro i quali occhieggiano rispettivamente Heiner Müller e Thomas Bernhard. E se le figure di Günter Grass e Christa Wolf appaiono un poco sbiadite il volto di Hans Magnus Enzensberger, sempre il più abile a mettersi in posa davanti all’obiettivo, campeggia nitido al centro, in primo piano.<!--more--></p>
<p>Quello di Tommek non è, però, uno studio sugli autori, bensì una sorta di storia sociale della letteratura tedesca dagli anni ’60 a oggi. Alla loro biografia, ai temi, alle trame, agli stili delle loro opere si accenna solo quanto necessario per posizionarli nel campo e per delineare le relazioni che intercorrono tra loro, e tra loro e il mercato, lo Stato, le regole dell’arte. I testi rimangono dunque in ombra, mentre l’attenzione si concentra sui processi di consacrazione, su come gli scrittori arrivino al riconoscimento e alla notorietà, e quali settori della sfera pubblica, ovvero quali gruppi e classi sociali, vi contribuiscano. L’ipotesi è infatti che a partire dagli anni ’60 le trasformazioni delle strutture economiche, sociali, tecnologiche e culturali abbiano prodotto un mutamento – si sarebbe tentati di dire: una “mutazione” – della letteratura (del suo statuto sociale, delle sue pratiche, del suo rapporto con la tradizione, ecc.), che non è possibile comprendere sulla base dell’analisi dei testi, e nemmeno con gli strumenti tradizionali della critica all’industria culturale. Il proposito è risalire all’origine di questo terremoto e registrarne le successive scosse di assestamento, per iniziare a comprendere come si sia prodotta una <em>letteratura contemporanea</em> che ha caratteristiche radicalmente nuove rispetto a quelle che ci sono (o ci erano) familiari.</p>
<p>La portata di queste trasformazioni richiede un rinnovato sforzo di intelligenza collettiva, che realmente si nutra dell’apporto di diverse discipline per allargare la prospettiva, elaborare concetti adeguati, riconoscere le cause del mutamento là dove esse sono (spesso assai lontano da dove siamo abituati a cercarle). Il saggio di Heribert Tommek, che anticipa e sintetizza i risultati di un’ampia tesi di <em>Habilitation</em>, si inserisce in un filone di ricerche sul “campo letterario” che in Germania nell’ultimo quindicennio si è sviluppato fin quasi ad assumere la consistenza di un disciplina (la <em>Feldanalyse</em>),<a title="" href="http://www.germanistica.net/2011/10/10/foto-di-gruppo-con-scrittore/#_ftn2">[2]</a> e si avvale dell’apporto di studiosi di diverse competenze, in parte riunitisi per iniziativa dello stesso Tommek in occasione di un seminario organizzato nel 2010 al Zentrum für interdisziplinäre Forschung di Bielefeld sul tema “Trasformazioni del campo letterario contemporaneo”, i cui atti sono in corso di pubblicazione in Germania.</p>
<p>Come avviene per molti studi che cercano di affermare qualcosa di nuovo, la prima lettura può risultare ardua. Anche se gli schemi che corredano il testo permettono di visualizzare piuttosto chiaramente il risultato della mappatura, il gergo tecnico, oltre a nuocere al bello stile, richiede, per chi non vi ha familiarità, molta attenzione e pazienza. Si aggiunga il fatto che difficilmente il lettore italiano conoscerà gli autori, i testi, le discussioni a cui l’autore allude spesso molto rapidamente. A queste difficoltà si è cercato di rimediare, almeno in parte, nella traduzione, sciogliendo lo stile agglutinante e irto di sostantivi dell’originale e aggiungendo numerose note esplicative. Resta, certo, il rischio di un certo schematismo, ma probabilmente è necessario correrlo per avere in mano una mappa, provvisoria e imperfetta quanto si vuole, ma pur sempre indispensabile per cominciare a orientarsi.</p>
<p>L’interesse dell’articolo per il lettore italiano, del resto, sta soprattutto nel metodo, e nella possibilità di rinvenire analogie tra il “lungo viaggio verso la letteratura contemporanea” compiuto in Germania e quanto avvenuto, negli stessi anni, da noi. Anche se la diversa storia dei due paesi e la diversa struttura dei rispettivi campi letterari fa sì che alcuni conflitti “tipici” assumano forme (e tempi) a volte molto diversi, non si può infatti non riconoscere l’equivalenza di alcuni passaggi nodali. Il superamento delle posizioni neorealistiche del dopoguerra, che in Germania avviene in larga misura all’interno del Gruppo 47 col recupero dell’espressionismo (Grass) o del modernismo (Enzensberger), assume ad esempio da noi tratti più marcatamente conflittuali per iniziativa del Gruppo 63 (che del modello tedesco riprende l’istanza minoritaria, di recupero delle avanguardie storiche). Viceversa la contrapposizione tra intellettuali che si vogliono rappresentanti dell’universale, come Peter Weiss, e il nuovo tipo  “flessibile” e “inclassificabile” incarnato dopo il ’68 da Enzensberger si consuma da noi in termini meno perentori (nell’alternativa, ad esempio, tra Pasolini e Calvino) e in tempi più dilatati (si pensi alla distanza, negli anni ’80, tra un Volponi e un Eco). Anche l’aprirsi della letteratura alle culture giovanili e al “pop”, associato in Italia al nome di Pier Vittorio Tondelli, è anticipato di circa un decennio nell’opera di Rolf Dieter Brinkmann. Il 1989-1991 costituisce una – ovvia – cesura politico-letteraria in entrambi i paesi, ma il ruolo dei giornalisti nel <em>Literaturstreit</em>, il dibattito che a ridosso della riunificazione tedesca porta alla delegittimazione di autori universalistici come Christa Wolf e Günter Grass, rivela affinità più strette di quanto non si sia finora preso atto con quello avuto da un Ernesto Galli della Loggia nell’innescare la polemica contro l’“egemonia culturale di sinistra” di casa Einaudi. Se il parallelo tra le posizioni degli scrittori “pulp” di <em>Gioventù cannibale</em> (1996) e quelle degli scrittori “pop” di <em>Tristesse Royale</em> (1999) è quasi scontato (rifiuto della rappresentatività intellettuale, interesse per la cultura di massa e le merci, forte identità generazionale, visione disincantata e apocalittica della storia), la posizione <em>poeta doctus</em> che si riafferma ad esempio con Durs Grünbein, non ha invece equivalenti in Italia, dove la borghesia di cultura, che in Germania costituisce la sua base sociale, è storicamente assai meno ampia e robusta. Il riconoscimento attribuito da una parte non trascurabile della critica a prodotti letterari elaborati da personaggi dello spettacolo o della comunicazione (i casi Faletti e Melissa P anticipano di pochi anni quelli di Charlotte Roche e Helene Hegemann) mostra quanto il problema della legittimazione letteraria sia ormai centrale in entrambi i paesi.</p>
<p>Nella parte finale del saggio l’autore non nasconde la propria simpatia per le posizioni “d’avanguardia” di autori come Reinhard Jirgl e Elfriede Jelinek. In questo mostra la tendenza a sovrapporre, fino a farle coincidere, le posizioni della letteratura “autonoma” con quelle di un’“avanguardia” intesa come sperimentalismo formale. La ricostruzione di un campo letterario, tuttavia, imporrebbe di distinguere – ma a volte lo stesso Bourdieu non è rigoroso in questo – tra la posizione occupata da un autore e il giudizio di valore sulla sua opera: che la polarità tra “produzione autonoma ristretta” e “produzione eteronoma di massa” sia vitale per la sopravvivenza e il funzionamento del campo (e induca a una certa simpatia per il polo “autonomo”) non implica affatto che le opere prodotte “per i propri pari” siano esteticamente o storicamente superiori a quelle prodotte per “il grande pubblico”. La confusione tra posizioni d’avanguardia (nel campo) e poetiche d’avanguardia (nelle opere), che in Tommek è effettivamente tale, può essere in parte giustificata tenendo conto della diversa struttura del campo letterario tedesco, dove la contrapposizione tra estetiche realistiche ed estetiche formalistiche è tradizionalmente meno forte, e anzi l’innovazione anche radicale dello stile e del linguaggio non è affatto inconciliabile con la ripresa, ad esempio, delle forme epiche (basti pensare a Uwe Johnson o Peter Weiss). Del resto, se alla fine l’autore preferisce Jelinek a Jirgl è perché la scrittura della prima si confronta più direttamente con i modelli contemporanei internazionali e la sua militanza per l’universale si coniuga con un atteggiamento più critico e partecipe nei confronti del presente.</p>
<h5>Leggi il saggio di Heribert Tommek, <em><a href="http://www.germanistica.net/wp-content/uploads/2011/10/Pages-from-Allegoria_62-21.pdf">Il lungo viaggio verso la letteratura contemporanea. Trasformazioni del campo letterario tedesco dagli anni ’60 a oggi</a></em></h5>
<p>&nbsp;</p>
<p><a title="" href="http://www.germanistica.net/2011/10/10/foto-di-gruppo-con-scrittore/#_ftnref1">[1]</a> Si veda la sezione tematica su <em>Pierre Bourdieu e la sociologia della letteratura</em> in «Allegoria», n. 55 (2007), pp. 9-109.</p>
<p><a title="" href="http://www.germanistica.net/2011/10/10/foto-di-gruppo-con-scrittore/#_ftnref2">[2]</a> Si va, per citare solo alcuni titoli, dalla monografie di Markus Joch (<em>Bruderkämpfe. </em><em>Zum Streit um den intellektuellen Habitus in den Fällen Heinrich Heine, Heinrich Mann und Hans Magnus Enzensberger</em>, 2000) e Christine Magerski (<em>Die Konstituierung des literarischen Feldes in Deutschland nach 1871</em>, 2004) alle ormai numerose raccolte di studi o atti di convegno curate da Ingrid Gilcher-Holtey (<em>Zwischen den Fronten: Positionskämpfe europäischer Intellektuellen im 20. Jahrhundert</em>, 2006), Michael Ansel (<em>Die Erfindung des Schriftstellers Thomas Mann</em>, 2009) e da Markus Joch, York-Gothart Mix, Norbert Christian Wolf  (<em>Mediale Erregungen? </em><em>Autonomie und Aufmerksamkeit im Literatur- und Kulturbetrieb der Gegenwart</em>, 2009).</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/foto-di-gruppo-con-scrittore/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Antimodelli del maschile nella DDR</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/06/antimodelli-del-maschile-nella-ddr/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/06/antimodelli-del-maschile-nella-ddr/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 13:52:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Christine Lambrecht]]></category>
		<category><![CDATA[Christine Müller]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[gender studies]]></category>
		<category><![CDATA[maschilità]]></category>
		<category><![CDATA[Maxie Wander]]></category>
		<category><![CDATA[michele sisto]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Bourdieu]]></category>
		<category><![CDATA[protocolli.]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40008</guid>

					<description><![CDATA[[Il numero 61 della rivista Allegoria dedica la sua sezione tematica alla maschilità in letteratura. Accanto ai saggi di Anna De Biasio (sui masculinity studies), Vincenzo Bavaro (su Amiri Baraka), Fabio Andreazza (su Marco Ferreri), all&#8217;intervista di Daniele Balicco a Luigi Zoja e all&#8217;ampia recensione di Margherita Ganeri al Dominio maschile di Pierre Bourdieu, compare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><small>[<em>Il numero 61 della rivista <a href="http://www.germanistica.net/wp-content/uploads/2011/08/Allegoria-n.-61-editoriale.pdf">Allegoria</a></em><em> dedica la sua sezione tematica</em><em></em><em> </em>alla maschilità in letteratura<em>. Accanto ai saggi di Anna De Biasio (sui </em>masculinity studies<em>), Vincenzo Bavaro (su Amiri Baraka), Fabio Andreazza (su Marco Ferreri), all&#8217;intervista di Daniele Balicco a Luigi Zoja e all&#8217;ampia recensione di Margherita Ganeri al </em>Dominio maschile<em> di Pierre Bourdieu, compare anche un mio saggio dal titolo </em>Antimodelli del maschile nella DDR. Genere e campo letterario<em>. </em><br />
Prendendo spunto dal caso dei “protocolli al maschile” (Männerprotokolle) pubblicati nella DDR a metà degli anni ’80 dalle scrittrici Christine Müller e Christine Lambrecht, il saggio riflette su quanto e a quali livelli il genere influenzi il posizionamento degli autori/autrici nel campo letterario, condizionando non solo le loro traiettorie, ma anche le forme, i contenuti e il genere letterario delle loro opere. Ne emerge la tesi che il maschile, come il femminile, non è un tema, di cui esaminare le variazioni in un corpus di testi, ma un fattore che agisce a tutti i livelli della riproduzione sociale, ivi compresa la produzione di letteratura. M.S.]</small></p>
<p align="right"><strong>di Michele Sisto</strong></p>
<h5>La sessualità quale noi l’intendiamo è effettivamente un’invenzione storica, un’invenzione tuttavia che si è andata operando  a mano a mano che si realizzava il processo  di differenziazione dei diversi campi,  e delle loro logiche specifiche. (P. Bourdieu, <em>Il dominio maschile</em>)</h5>
<p>Verso la metà degli anni ’80 vengono pubblicati nella Repubblica Democratica Tedesca due volumi molto simili per contenuto e struttura: <em>Männerprotokolle </em>[Protocolli al maschile] di Christine Müller e <em>Männerbekanntschaften</em> [Incontri al maschile] di Christine Lambrecht. Si tratta in entrambi i casi di ‘protocolli’, ‘sbobinature’ o ‘bio-interviste’,<a name="_ftnref3_5175"></a>un genere di letteratura documentaria che ebbe larga fortuna nella Germania socialista sulla scia di <em>Ciao bella </em>di Maxie Wander. Se le interviste di Wander testimoniavano i nuovi modi di vita delle donne nel privato e nella società, le due più giovani autrici spostano il loro interesse sugli uomini. Sul risvolto di copertina di <em>Männerprotokolle </em>leggiamo:<span id="more-40008"></span></p>
<blockquote>
<p align="justify">Io non sono un uomo normale. Non mi interessano né il calcio né le macchine. Non so quale sia il modo migliore e più veloce per far soldi. Non me la sento di dire malignità o volgarità sulle donne, perché le donne per me sono quanto di più bello e grande ci sia», dichiara Lothar (34 anni), pediatra e padre di quattro figli. Ma esiste davvero quest’uomo NORMALE? Christine Müller ha ascoltato uomini di diverse età (dai 16 ai 62 anni), diversi mestieri (dal manovale al criminologo specializzato) e impegnati in diverse forme di relazione (dall’etero all’omosessuale; dal giovane scapolo al vedovo). Le risposte sono tanto varie quanto gli intervistati, e i ritratti che ne derivano sono per lo più «antimodelli» [<em>Gegenbilder</em>] rispetto alle immagini del maschile più stereotipate e alle convinzioni più parziali, che siano quella dell’eroe sempre attivo ed efficiente o quella del carrierista ossequioso e insensibile.</p>
</blockquote>
<p align="justify">Leggi l’intero articolo:<a href="http://www.germanistica.net/wp-content/uploads/2011/08/Allegoria-n.-61-Sisto-Antimodelli-del-maschile-nella-DDR.pdf"> Allegoria n. 61 – Michele Sisto – Antimodelli del maschile nella DDR</a></p>
<p align="justify">Leggi uno dei protocolli al maschile: <a title="Anni di viaggio - Pietre d'inciampo" href="http://www.germanistica.net/2011/09/05/anni-di-viaggio/">Anni di viaggio – Pietre d’inciampo</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/06/antimodelli-del-maschile-nella-ddr/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sabbiolino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sabbiolino/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sabbiolino/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2008 08:29:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Abendgruss]]></category>
		<category><![CDATA[blocco sovietico]]></category>
		<category><![CDATA[cartoni animati]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[E.T.A. Hoffmann]]></category>
		<category><![CDATA[Freud]]></category>
		<category><![CDATA[Germania divisa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra dei cartoni]]></category>
		<category><![CDATA[Lunochod]]></category>
		<category><![CDATA[ninnananna]]></category>
		<category><![CDATA[Ostalgie]]></category>
		<category><![CDATA[Sandmann]]></category>
		<category><![CDATA[televisione tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Wolfgang Richter]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=6186</guid>

					<description><![CDATA[La storia di questi accordi è riportata in Wikipedia. La versione originale della celebre ninnananna per la televisione tedesca si può ascoltare qui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><code><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/P6XsH4jf-RA&amp;hl=en" /></object></code></p>
<p><em>La storia di questi accordi è riportata in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sabbiolino">Wikipedia</a>. La versione originale della celebre ninnananna</em> <em>per la televisione tedesca si può ascoltare </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/ddr-kinderlieder-sandmann-lied.mp3">qui</a><em>.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sabbiolino/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>13</slash:comments>
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/ddr-kinderlieder-sandmann-lied.mp3" length="1210930" type="audio/mpeg" />

			</item>
		<item>
		<title>Le Eumenidi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/29/le-eumenidi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/29/le-eumenidi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 May 2008 15:06:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[aletto]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[donatella rettore]]></category>
		<category><![CDATA[erinni]]></category>
		<category><![CDATA[eumenidi]]></category>
		<category><![CDATA[furie]]></category>
		<category><![CDATA[jeanne moreau]]></category>
		<category><![CDATA[maniai]]></category>
		<category><![CDATA[megera]]></category>
		<category><![CDATA[nina hagen]]></category>
		<category><![CDATA[tisifone]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=6005</guid>

					<description><![CDATA[(Megera) Hoch stand der Sanddorn am Strand von Hiddensee Micha, mein Micha, und alles tat so weh Die Kaninchen scheu schauten aus dem Bau so laut entlud sich mein Leid in`s Himmelblau So böse stapfte mein nackter Fuß den Sand und schlug ich von meiner Schulter deine Hand Micha, mein Micha, und alles tat so [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>(Megera)</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/H70qLillwzY&amp;hl=en" /></object></p>
<p>Hoch stand der Sanddorn am Strand von Hiddensee<br />
Micha, mein Micha, und alles tat so weh<br />
Die Kaninchen scheu schauten aus dem Bau<br />
so laut entlud sich mein Leid in`s Himmelblau</p>
<p>So böse stapfte mein nackter Fuß den Sand<br />
und schlug ich von meiner Schulter deine Hand<br />
Micha, mein Micha, und alles tat so weh<br />
tu das noch einmal, Micha und ich geh<span id="more-6005"></span></p>
<p>Du hast den Farbfilm vergessen, mein Michael<br />
nun glaubt uns kein Mensch wie schön`s hier war ha ha ha<br />
Du hast den Farbfilm vergessen, bei meiner Seel`<br />
alles blau und weiß und grün und später nicht mehr wahr</p>
<p>Nun sitz ich wieder bei dir und mir zu Haus<br />
und such die Fotos fürs Fotoalbum raus<br />
Ich im Bikini und ich am FKK<br />
Ich frech im Mini, Landschaft ist auch da &#8211; ja</p>
<p>Aber, wie schrecklich, die Tränen kullern heiß<br />
Landschaft und Nina und alles nur schwarzweiß<br />
Micha, mein Micha, und alles tut so weh<br />
tu das noch einmal, Micha und ich geh!</p>
<p>Du hast den Farbfilm vergessen, mein Michael<br />
nun glaubt uns kein Mensch wie schön`s hier war ha ha ha<br />
Du hast den Farbfilm vergessen, bei meiner Seel`<br />
alles blau und weiß und grün und später nicht mehr wahr</p>
<p>Du hast den Farbfilm vergessen&#8230;</p>
<p>(<strong>Nina Hagen</strong>, <em>Du hast den Farbfilm vergessen</em>, 1974)</p>
<h2><strong>(Aletto)</strong></h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/dcVcwwo8QFE&amp;hl=en" /></object></p>
<p>Elle avait des bagues à chaque doigt,<br />
Des tas de bracelets autour des poignets,<br />
Et puis elle chantait avec une voix<br />
Qui sitôt m&#8217;enjôla</p>
<p>Elle avait des yeux, des yeux d&#8217;opale<br />
Qui m&#8217;fascinaient, qui m&#8217;fascinaient,<br />
Y avait l&#8217;ovale d&#8217;son visage pâle<br />
De femme fatale qui m&#8217;fut fatal {x2}</p>
<p>On s&#8217;est connus, on s&#8217;est reconnus,<br />
On s&#8217;est perdus de vue, on s&#8217;est r&#8217;perdus d&#8217;vue<br />
On s&#8217;est retrouvés, on s&#8217;est réchauffés<br />
Puis on s&#8217;est séparés</p>
<p>Chacun pour soi est reparti<br />
Dans l&#8217;tourbillon de la vie<br />
Je l&#8217;ai revue un soir, aïe, aïe, aïe !<br />
Ça fait déjà un fameux bail {x2}</p>
<p>Au son des banjos, je l&#8217;ai reconnu<br />
Ce curieux sourire qui m&#8217;avait tant plu<br />
Sa voix si fatale, son beau visage pâle<br />
M&#8217;émurent plus que jamais</p>
<p>Je me suis soûlé en l&#8217;écoutant<br />
L&#8217;alcool fait oublier le temps<br />
Je me suis réveillé en sentant<br />
Des baisers sur mon front brûlant {x2}</p>
<p>On s&#8217;est connus, on s&#8217;est reconnus,<br />
On s&#8217;est perdus de vue, on s&#8217;est r&#8217;perdus de vue,<br />
On s&#8217;est retrouvés, on s&#8217;est séparés<br />
Puis on s&#8217;est réchauffés</p>
<p>Chacun pour soi est reparti<br />
Dans l&#8217;tourbillon de la vie<br />
Je l&#8217;ai revue un soir ah la la<br />
Elle est retombée dans mes bras {x2}</p>
<p>Quand on s&#8217;est connus,<br />
Quand on s&#8217;est reconnus,<br />
Pourquoi s&#8217;perdre de vue,<br />
Se reperdre de vue ?<br />
Quand on s&#8217;est retrouvés,<br />
Quand on s&#8217;est réchauffés,<br />
Pourquoi se séparer ?</p>
<p>Alors tous deux, on est repartis<br />
Dans l&#8217;tourbillon de la vie<br />
On a continué à tourner<br />
Tous les deux enlacés {x3}</p>
<p>(<strong>Jean</strong><strong>ne Moreau</strong>, <em>Le Tourbillon de la vie</em>, in <em>Jules et Jim</em>, 1962)</p>
<h2>(Tisifone)</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/NjLVWBGppCY&amp;hl=en" /></object></p>
<p>Il kobra non è un serpente<br />
Ma un pensiero frequente<br />
Che diventa indecente<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te ah</p>
<p>Il kobra non è una biscia<br />
Ma un vapore che striscia<br />
Con la traccia che lascia<br />
Dove passi tu<br />
Dove passi tu<br />
Dove passi tu</p>
<p>Il kobra col sale<br />
Se lo mangi fa male<br />
Perché non si usa così<br />
Il kobra è un blasone<br />
Di pietra ed ottone<br />
È un nobile servo che vive in prigione<br />
Da da da da..</p>
<p>Il kobra si snoda<br />
Si gira mi inchioda<br />
Mi chiude la bocca<br />
Mi stringe mi tocca</p>
<p>Wow wow il kobra ah<br />
Wow wow wow il kobra ah</p>
<p>Il kobra non e&#8217; un vampiro<br />
Ma una lama un sospiro<br />
Che diventa un impero<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te</p>
<p>Il kobra non è un pitone<br />
Ma un gustoso boccone<br />
Che diventa canzone<br />
Dove passi tu<br />
Dove passi tu<br />
Dove passi tu<br />
Dove passi tu</p>
<p>Il kobra col sale<br />
Se lo mangi fa male<br />
Perché non si usa così</p>
<p>Il kobra è un blasone<br />
Di pietra ed ottone<br />
È un nobile servo che vive in prigione<br />
Da da da da..</p>
<p>Il kobra si snoda<br />
Si gira mi inchioda<br />
Mi chiude la bocca<br />
Mi stringe mi tocca<br />
Wow wow il kobra ah<br />
Wow wow il kobra ah</p>
<p>Il kobra non è un serpente<br />
Ma un pensiero frequente<br />
Che diventa indecente<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te<br />
Quando vedo te<br />
Quando amo &#8230; da da da da</p>
<p>(<strong>Donatella Rettore</strong>, <em>Kobra</em>, 1980)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/29/le-eumenidi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-06 16:15:29 by W3 Total Cache
-->