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	<title>debito pubblico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Feticismo della crisi e lotta contro la funzione pubblica (in Francia)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/06/12/feticismo-della-crisi-e-lotta-contro-la-funzione-pubblica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jun 2014 09:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Chibbaro Bruno Le Roux, presidente del gruppo dei deputati socialisti alla camera francese, ha affermato lo scorso 12 febbraio che il governo stava studiando la possibilità di congelare gli scatti del pubblico impiego, all’interno di un ventaglio di possibili opzioni per il contenimento della spesa nel bilancio. La dichiarazione segue un’altra attribuita al ministro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Sergio Chibbaro</strong></p>
<p>Bruno Le Roux, presidente del gruppo dei deputati socialisti alla camera francese, ha affermato lo scorso 12 febbraio che il governo stava studiando la possibilità di congelare gli scatti del pubblico impiego, all’interno di un ventaglio di possibili opzioni per il contenimento della spesa nel bilancio. La dichiarazione segue un’altra attribuita al ministro per l’educazione Peillon. Sebbene smentita dall’ormai ex primo ministro Ayrault (cosa che non rassicura minimamente), questa affermazione descrive in maniera esatta quale sia la linea politica dell’attuale governo socialista così come di quelli precedenti e più in generale di tutti i governi dell’Unione Europea.</p>
<p>Ricordiamo innanzitutto che i dipendenti pubblici soffrono già, in Francia, del blocco dell’indice dei salari rispetto all’inflazione dal 2010. Blocco che è stato protratto fino al 2017 e che implica che i salari non sono in alcun modo adattati all’inflazione. Questa misura si situa nella continuità della politica di moderazione salariale instaurata fin dal 1983-84 dal governi socialisti dell’epoca con la riforma della disindicizzazione, ovvero dell’eliminazione della scala mobile (si può dire che le riforme della presidenza Mitterand instauravano un «consenso di Parigi» neoliberale ancora prima di Washington [1]). Questa politica ulteriormente indurita dal 2000 ha fatto perdere ai salariati della funzione pubblica almeno tra il 25 e il 30% del loro potere d’acquisto in termini reali, secondo uno studio della CGT. Dunque si può affermare con tranquillità che una vera e propria guerra è stata dichiarata agli impiegati pubblici. Se si aggiunge à tutto ciò la legge LOLF (Legge organica delle finanze pubbliche, governo socialista Jospin), le varie leggi di modernizzazione RGPP-MAP che tendono niente di meno che a eliminare la funzione pubblica, le contro-riforme Pecresse-Fioraso che hanno gettato nel fallimento l’intero sistema scolastico e in special modo l’università, con un budget ridotto al lumicino e il gelo dei posti, si osserva una situazione piuttosto cupa del nostro mestiere, del rispetto che esso può suscitare nei nostri concittadini e del suo futuro.</p>
<p>Si potrebbe a questo punto controbattere che queste ultime riforme sono state applicate all’interno di un più vasto piano di austerità che riguarda tutti. Giustamente, analizziamo il problema nella sua generalità.</p>
<p>Dal 2009 una serie accelerata di misure d’austerità sono state giustificate dalla «crisi» e la necessità di ridurre a tutti i costi le spese pubbliche, in special modo al fine di diminuire il «nostro debito». Da cui l’imperativo di far dimagrire la funzione pubblica e il suo costo, e l’attitudine fascistoide di coloro i quali si attendono che i lavoratori accettino tutto ciò senza il minimo lamento per delle ragioni di ordine superiore, nell’interesse della nazione, addirittura.</p>
<p>Questo ragionamento totalmente fallace nasconde in realtà molti punti cruciali e costituisce uno dei numerosi esempi di <em>alienazione</em> che affliggono il nostro mondo. È il senso stesso delle cose che è stato alienato, quello delle nostre azioni come quello delle azioni decise per e dalla società. L’alienazione, quale è stata sviluppata dal Marx maturo ne «<em>Il Capitale</em>», è in effetti una categoria fondamentale per comprendere la nostra storia sociale [2]. Limitandoci in questo breve scritto a un solo aspetto, possiamo dire che il senso stesso della politica che ci riguarda nel modo più diretto (i nostri salari!) è stato totalmente perso di vista, occultato: la crisi di che cosa? Causata da chi? Chi ha contratto il debito? Perché? <em>Quien sabe&#8230; ?</em></p>
<p><em> </em>A queste domande legittime, nella maggior parte dei casi non è stata data alcuna risposta né è stato offerto qualche argomento analitico, giacché la forza dell’alienazione risiede proprio nel rendere esterno e quindi estraneo ciò che è alienato, che perciò diviene misterioso, insondabile e un potente dominatore. Alcuni falsi ragionamenti sono presentati come indiscutibili o, in maniera ancora più mistificatrice, delle misure sono presentate come assolutamente ineluttabili, conseguenze di una fatalità contro la quale è inutile opporsi. Questo è inerente a un’altra forma essenziale di alienazione: la perdita del controllo collettivo e dunque della democrazia, che ci fa accettare l’impossibilità dichiarata di trovare alternative. Il senso della storia è stato tragicamente perduto.</p>
<p>In generale, le strategie economiche hanno assunto oggi un carattere grottesco; una piccola classe dominante (chiamata significativamente «il partito di Davos» da J. Faux [3]) accaparra la totalità delle ricchezze del pianeta, gettando così la maggior parte degli esseri umani nel disastro, compreso ormai nei paesi più sviluppati (a questo proposito si veda l’impressionante [4]). Ritorniamo alla nostra crisi. Si tratta dunque di un processo di alienazione che mistifica la realtà conducendo i lavoratori senza colpe a subire duramente la violenza di potenze a essi estranee (si tratta delle forze del capitale che hanno realmente causato la crisi) senza saperne il perché.</p>
<p>Cerchiamo di demistificare. Crisi dei bilanci pubblici? Crisi del debito? Non è vero niente.</p>
<p>In effetti si osserva nella maggior parte dei paesi europei dal 2009-2010 un deficit (differenza tra spese e entrate di uno stato) che aumenta e sorpassa il 3%, soglia indicata dai trattati europei, senza alcuna giustificazione scientifica, «massimale e consentita». Inoltre, molti stati hanno visto il loro debito pubblico, dovuto all’accumulazione dei deficit e degli interessi a pagare, aumentare vertiginosamente andando ben oltre il 60% del P.I.L., altra soglia fatidica dei trattati. La conclusione evidente, martellata da tutti gli esperti e governanti (che ovviamente non avevano visto niente di anomalo prima del 2007, ma anzi si felicitavano della politica dell’Unione) è la seguente: lo stato ha speso troppo, soprattutto per tutto ciò che è protezione sociale; bisogna per forza tagliare drasticamente. Il modello sociale europeo e in particolar modo quello francese è in fallimento e deve essere smantellato. Cosa su cui si sta impegnando con zelo il governo del presidente Hollande.</p>
<p>Purtroppo questa affermazione è talmente smentita da tutti i fatti e le cifre che è persino difficile sapere da dove cominciare.</p>
<p>Guardiamo per esempio il modello sociale. Tra il 2007 e il 2010 il deficit UE è stato moltiplicato per 10 (passa da 0.7% a 7%). Nello stesso periodo il debito UE aumenta di 20 punti (!) passando da 60% a 80%. Si dovrebbe presagire una vera esplosione di generosa spesa sociale; purtroppo si resta molto delusi. Se si tolgono le spese per la disoccupazione dopo il 2009, dovute alla crisi (alfine di evitare di prendere gli effetti per le cause), la spesa pubblica è rimasta la stessa, ovvero intorno al 25%. A guardare meglio essa è rimasta globalmente invariata fina dagli anni 90 [5] e addirittura diminuisce in Francia di qualche punto (intorno al 20%)!</p>
<p>Altra mistificazione: il conflitto inter-generazionale. Le pensioni e il livello di vita troppo elevato della generazione nata dopo la guerra metterebbe in ginocchio l’economia e i loro stessi figli (il nuovo primo ministro Valls lo ha riaffermato perentorio, con il piglio taurino che lo caratterizza, qualche giorno fa). Questa idea, largamente propagandata, partecipa senz’altro a diffondere un senso di colpa notevole negli anziani e una ceca frustrazione nei giovani, ma è una castroneria.</p>
<p>Si assiste ancora una volta all’alienazione del significato: anche fosse vero, chi ha vissuto al di sopra dei propri mezzi?</p>
<p>Se certuni lo hanno fatto, ci sono tre possibilità: 1) avere debiti privati; 2) trasferire i propri debiti al pubblico; 3) approfittare di una parte della popolazione che ha contestualmente vissuto <em>al di sotto</em> dei propri mezzi. Le cifre suddette escludono subito il 2° punto. Il primo punto certamente non concerne i lavoratori nella stragrande maggioranza ma eventualmente gli istituti finanziari. Quindi l’unica possibilità di confermare la tesi è la terza. I lavoratori (cioè tra il 90 e il 99% della popolazione) non hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi provocando così la crisi e l’impoverimento dei loro figli. Al contrario, hanno sempre vissuto al di sotto (ciò che è solo logico in un regime capitalistico), ancor più dall’imposizione delle misure di austerità. Una minuta parte della popolazione, sottratta al dibattito pubblico e mai menzionata, di cui i governi tutti sono oggi i rappresentanti visibili e zelanti, rubano da almeno trent’anni enormi somme di denaro agli altri (cioè alla quasi totalità della popolazione). Guardiamo i dati UE: tra il 1976 e il 2006 la parte di PIB consacrata ai salari ha perso circa 10% in media. Da allora a causa delle politiche di austerità questa quota è fortemente cresciuta (circa il 15% in Francia). Si tratta di centinaia di miliardi di euro perduti tutti gli anni in profitti, rendite finanziarie e immobiliari.</p>
<p>Alla fine si giunge alla risposta demistificatrice alla domanda iniziale: da dove viene allora la crisi?</p>
<p>Da un punto di vista generale, è l’alienazione dei lavoratori da parte del capitale che ha creato le condizioni per questa «grande crisi», nel senso di una gigantesca contrapposizione storica che ha scavato un baratro tra i produttori diretti e le loro condizioni oggettive di vita [2]. L’accumulazione capitalista si è affievolita fin dagli anni 70 a causa della tendenziale perdita di profitto del capitale o, in altre parole, della sua crisi di accumulazione. Uno sfruttamento accresciuto dei lavoratori in concomitanza con la finanziarizzazione estrema dell’economia hanno permesso di rilanciare (debolmente) l’accumulazione del capitale, ma hanno anche provocato allo stesso tempo la sua concentrazione in un numero incredibilmente esiguo di individui (secondo i dati del Credit Suisse circa 29 milioni di persone, ovvero lo 0.6% della popolazione mondiale, detiene il 37.5% della intera ricchezza mondiale). Senza entrare nei dettagli di questa dinamica complessa e dei suoi legami con la politica e il diritto, si può affermare con certezza che le cause de «La crisi» sono state lo sviluppo aberrante della finanza a detrimento delle attività produttive reali e la crescita parossistica delle diseguaglianze, le due cose alimentandosi vicendevolmente. In pratica, la maggioranza delle grandi istituzioni finanziarie (detto in maniere imprecisa, le banche) americane e europee hanno accumulato debiti colossali creando a partire dal niente somme allucinanti di denaro per poter continuare a far fruttare (molto) i capitali gestiti. A causa del non funzionamento della struttura del sistema, queste stesse banche sono fallite non appena il denaro è sparito nel nulla così come dal nulla era apparso. Nel mentre gli stati avevano messo già in pericolo i loro bilanci non certo per le spese pubbliche (al meglio stagnanti) ma a causa delle politiche di defiscalizzazione favorenti l’accumulazione del capitale (in Francia si tratta di circa 200-300 miliardi di euro all’anno!). Quando le banche sono fallite, i governi hanno deciso di salvarle con un’operazione da 20 <strong>triliardi</strong> di dollari, di cui 4 all’interno della UE (la Francia da sola ha dato 350 miliardi). Nel 2009, 2000 miliardi erano stati effettivamente spesi (e non resi!), e non si conoscono le cifre del 2010. È interessante notare che nello stesso periodo il debito pubblico aumentava di 2800 miliardi. In definitiva, il debito corrisponde praticamente al salvataggio delle banche. Inoltre, bisogna aggiungere i costi sociali pagati da coloro i quali non avevano alcuna responsabilità: disoccupazione, diminuzione drastica dei servizi dello stato per i meno abbienti, la distruzione della scuola e degli ospedali. Con tutto questo le diseguaglianze sono ancora cresciute, essendo allo stesso tempo causa (contrazione della domanda e bisogno d’indebitarsi per mantenere un livello di vita decente) e effetto (sfruttamento accresciuto del lavoro, disoccupazione di massa, profitti continui per gli azionisti) del perseverare della crisi.</p>
<p>Dobbiamo imporci di combattere la mistificazione ristabilendo il significato delle cose ogniqualvolta esso viene alienato. Non possiamo accettare un ulteriore degrado delle nostre condizioni di lavoro, quando la ragione che dovrebbe giustificarlo è totalmente falsa. La classe possidente parassitaria ci ha rubato il tempo, il denaro e il senso stesso di quello che facciamo. Dobbiamo dunque reagire e esigere che ci renda il maltolto, per cominciare (come disse l’iron lady): <strong>we want our money back !</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[1] R. Abdegal «Capital rules» Harward Univ Press 2007</p>
<p>[2] L. Sève «Aliénation et émancipation» La Dispute 2012.</p>
<p>[3] J Faux «The global class war» Wiley 2006</p>
<p>[4] M Davis «The planet of Slums» Verso 2006</p>
<p>[5] (OCDE «questions sociales» Paris 2011)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Questo testo è apparso, in francese, sul sito &#8220;Sauvon l&#8217;Université!&#8221;, il 5 maggio 2014. E&#8217; stato poi tradotto in italiano dall&#8217;autore (un po&#8217; in fretta, ce ne scusiamo).<br />
</em></p>
<p><em>Sergio Chibbaro, fisico di formazione, è ricercatore universitario dal 2009 all’università di Parigi (Paris 6), e militante sindacale nella CGT all’interno della federazione che rappresenta i lavoratori assunti dalle Università, la FERC-SUP.</em></p>
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		<title>Risparmia ora!!! (è conveniente)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2012 13:29:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisi euro]]></category>
		<category><![CDATA[critica del linguaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sensazione di una totale incomunicabilità che pagheremo in maniera devastante: forse non solo qui o in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda. Un programma mattutino della ARD, il primo canale tedesco, commenta lo scontro fra Hollande e Merkel. Il primo, spiega la moderatrice, sarebbe visto quasi come un messia da tutti coloro che preferirebbero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/risparmia-ora-e-conveniente/angebot01/" rel="attachment wp-att-42546"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/angebot01-236x300.jpg" alt="" title="angebot01" width="236" height="300" class="alignright size-medium wp-image-42546" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/angebot01-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/angebot01.jpg 768w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a><br />
Sensazione di una totale incomunicabilità che pagheremo in maniera devastante: forse non solo qui o in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda.<br />
Un programma mattutino della ARD, il primo canale tedesco, commenta lo scontro fra Hollande e Merkel. Il primo, spiega la moderatrice, sarebbe visto quasi come un messia da tutti coloro che preferirebbero spendere (<strong>ausgeben</strong>) anziché risparmiare (<strong>sparen</strong>), ma la cancelliera difenderà inflessibilmente la linea del risparmio.<span id="more-42545"></span><br />
L&#8217;inviato da Bruxelles ribadisce che dalla crisi del debito (Schuldenkrise), intesa come crisi del debito statale, non si verrebbe fuori altrimenti, e aggiunge pure che nei paesi dell&#8217;Eurozona, salvo in Germania, sarebbero aumentati i salari.<br />
L&#8217;opinione dell&#8217;esperto è orientata e orientante, però dell&#8217;informazione complessiva non si può nemmeno dire che sia scorretta. Mostra servizi dalla Spagna e dalla Francia, intervista qualche manifestante &#8220;caxerolero&#8221;, uno studente parigino che chiede maggiori investimenti.<br />
Il verme forse sta principalmente nelle parole, in ciò che implica il loro uso corrente in tedesco.<br />
Non solo (come si è osservato molto spesso) <strong>Schulden</strong> &#8211; debiti- ha la stessa radice etimologica di <strong>Schuld</strong> &#8211; colpa -, ma soprattutto <strong>sparen</strong> è un termine connotato solo e esclusivamente in senso positivo.<br />
I nostri corrispettivi come &#8220;austerity&#8221;, &#8220;rigore&#8221; o &#8220;sacrifici&#8221;, al confronto, risultano sostanzialmente più trasparenti. Alludono a un &#8220;male necessario&#8221;, ma non nascondono che sia dolorosa la sua messa in pratica.<br />
<strong>Sparen</strong>, invece, suggerisce che ci si priva di qualcosa che possa ancora passare per superfluo, per tenere da parte i soldi e impiegarli meglio: non la &#8220;rinuncia&#8221; a lavoro, pensioni, istruzione, cure mediche &#8211; quindi futuro.<br />
Anzi è proprio la parola dei volantini che reclamizzano le offerte, quelli intenti a convincerti che risparmiare, se cogli l&#8217;attimo, è conveniente.<br />
Tutto questo passa per un uso della lingua che accomuna tutti i suoi parlanti &#8211; anche i pochi che in Germania criticano duramente la linea Merkel, devono farlo ricorrendo esattamente alle stesse parole, con il compito difficile di cambiarvi i connotati.</p>
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		<title>Misure per abbattere il debito pubblico e combattere l’evasione fiscale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 08:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[interessi]]></category>
		<category><![CDATA[moneta]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino tripodi 1)      Le risorse incamerate per effetto delle proposte a seguire devono essere dedicate esclusivamente all’abbattimento del debito e non utilizzate per altra ragione. Occorre dunque una voce del bilancio dedicata esclusivamente  al pagamento del debito alla quale vanno indirizzate tutte le risorse dei punti 2,3,4 di seguito elencati. 2)      Raccolta del TFR [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino tripodi</strong></p>
<p>1)      Le risorse incamerate per effetto delle proposte a seguire devono essere dedicate esclusivamente all’abbattimento del debito e non utilizzate per altra ragione. Occorre dunque una voce del bilancio dedicata esclusivamente  al pagamento del debito alla quale vanno indirizzate tutte le risorse dei punti 2,3,4 di seguito elencati.</p>
<p>2)      Raccolta del TFR giacente presso le aziende. Con la raccolta del TFR degli anni precedenti si paga il debito, con quella dell’anno in corso si pagano le liquidazioni.</p>
<p>3)      Messa in vendita dell’ammontare totale del debito pubblico. Gli acquirenti dei titoli del debito – che non saranno Buoni del tesoro o Cct, ma Bdd, Buoni del debito – anziché ricevere soldi di  interessi, alimentando così la spirale del debito, utilizzano i titoli acquisiti per pagare a prezzi costanti ( a prova dunque di aumento) tributi e tasse negli anni successivi. I titoli acquisiti aumentano di valore in percentuale crescente rispetto agli anni di uso e sono cedibili, sono cioè titoli al portatore che possono essere tranquillamente venduti sia per acquisire moneta, ma anche beni corrispondenti. L’aumentare del valore del Buoni del debito – che corrisponde al tempo tra l’emissione e l’incasso – anziché aumentare il debito lo abbatte.  Lo stato quindi non paga più interessi sul debito, ma distribuisce benefici differiti sul pagamento anticipato di tasse e tributi a cittadini e aziende.<span id="more-40538"></span>Anziché col pagamento degli interessi, lo Stato paga il debito con minori entrate negli anni a seguire. Anziché differire il debito, aumentandolo progressivamente, lo Stato incamera in anticipo una quota delle entrate che altrimenti incasserebbe in futuro.  Le entrate così diminuiscono, però solo della quota spettante agli acquirenti dei Titoli del debito; le entrate totali invece aumenterebbero con l’aumento del prelievo sulle rendite e con l’abbattimento dell’elusione e dell’evasione fiscale di cui al punto 6.</p>
<p>4)      Aliquota del 20% su ogni tipo di rendita finanziaria (la misura prevista dalla manovra governativa di agosto in vigore dal 1° gennaio 2012 mantiene l’aliquota al 12,5% per i titoli di stato, i buoni postali ecc.) Il differenziale del 7,5% del prelievo sulle rendite finanziare ( dal 12,5 al 20%) viene utilizzato esclusivamente per l’abbattimento del debito fino alla sua estinzione.</p>
<p>5)      Pensionamento libero oltre la soglia prevista di legge per tutti i cittadini. Ciò vuol dire che chiunque potrà, su base volontaria, continuare a lavorare. La misura renderebbe inutile ogni forma di costrizione e darebbe benefici in termini di riduzione della spesa enormemente superiori a qualsiasi altra riforma delle pensioni.</p>
<p>6)      Progressivo ma rapido utilizzo della moneta virtuale per qualsiasi tipo di transazione onde abbattere l’evasione fiscale. La misura renderebbe – eterogenesi dei fini &#8211;  un grande beneficio al sistema bancario e postale poiché richiederebbe la bancabilità – o postabilità – di ogni residente e dimorante nel territorio dello Stato. Qualsiasi transazione escluso il baratto – che risulterebbe incentivato &#8211; avverrebbe infatti con la moneta virtuale. Ogni residente e ogni soggetto economico avrebbe come effetto della misura una contabilità in entrata e in uscita totalmente trasparente. L’evasione fiscale risulterebbe impossibile. Anche in questo caso, anziché una crociata contro gli evasori &#8211; dagli effetti dubbi – si propone una misura “tecnica”che presuppone – come lo presuppongono le proposte ai punti 3 e 5 – la messa in discussione dei paradigmi dominanti in tema di economia e società.</p>
<p>*</p>
<p><em>Note:</em></p>
<p>1)     Il paradosso di Jevons in <em>The coal question</em> del 1865 (Le tecnologia atte a ridurre l’uso di carbone non riescono nell’obiettivo, anzi ne aumentano l’uso)  e il debito pubblico (le misure prese per ridurre il deficit non solo non lo riducono ma sono efficaci a centrare l’obiettivo contrario, quello di aumentarlo). La stessa proposta di mettere in costituzione la parità del bilancio va in questa direzione. Il motivo è semplicemente che non si muore di debiti, ma degli interessi maturati su di essi.</p>
<p>2)     Il boomerang delle politiche del debito che si era abbattuto sui paesi terzi e che ora sta franando sui paesi primi.</p>
<p>3)     I limiti delle politiche Keynesiane e il disastro di quelle monetariste.</p>
<p>4)     Valore della moneta e vantaggi del suo uso (oltre come riserva, tipo l’oro) virtuale.</p>
<p>5)     Effetti sociali – anch’essi derivati per eterogenesi dei fini &#8211; dell’uso esclusivamente virtuale della moneta e eliminazione degli effetti collaterali dell’evasione fiscale (tra i quali non poche figure di allarme e di insicurezza sociale).</p>
<p>&nbsp;</p>
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