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	<title>delitti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I delitti efferati (1 prosa comoda)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[delitti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori & figli]]></category>
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		<category><![CDATA[prose comode]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese  Certo, i giornali molto parlavano di delitti, e codesti delitti erano non solo in aumento, ma pareva aumentare di giorno in giorno la loro efferatezza, mentre le vittime perduravano vittime, ostinatamente sprovvedute e docili. Quanto alla polizia, quando uno ne ha bisogno davvero per ragioni securitarie, mancano poi gli effettivi per ragioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p> Certo, i giornali molto parlavano di delitti, e codesti delitti erano non solo in aumento, ma pareva aumentare di giorno in giorno la loro efferatezza, mentre le vittime perduravano vittime, ostinatamente sprovvedute e docili. Quanto alla polizia, quando uno ne ha bisogno davvero per ragioni securitarie, mancano poi gli effettivi per ragioni di bilancio. Quindi non c’era da stare allegri. Chi aveva un bambino o una bambina, se li godeva finché poteva, notte e giorno, tenendoli sempre svegli, per via del delitto incombente, sempre nell’aria, e per via del carnefice, che ogni volta risultava essere una persona educata e puntuale nei pagamenti. <span id="more-41287"></span>Nonostante, quindi, l’ira dei pediatri, i bambini giravano stravolti e imbambolati per le scuole materne, i genitori bloccavano il traffico, addormentandosi in auto ai semafori, e le mamme, che la strada aspra dell’emancipazione aveva portato infine a posti di comando, davano ordini alla cieca, combattendo i colpi di sonno con pastiglie eccitanti, e ritrovandosi a giornata lavorativa conclusa con gli occhi vitrei, colmi di visioni raccapriccianti.</p>
<p>I rapitori di bambini, intanto, a fronte dell’enorme imbroglio in cui si era trasformato l’agire sociale, inceppato costantemente dal potere nefasto dei genitori insonni, entravano nelle scuole elementari con maschere di Goebbels ed asce a tracolla, senza minimamente destare sospetto nel clima ovattato che vi regnava, e si servivano con grande cura nelle classi, di fronte a insegnanti con il capo ciondolante o posato sulla cattedra. Non è, poi, che questi rapitori fossero divenuti più crudeli di prima, e fossero riusciti a superare se stessi in efferatezza, semplicemente, a differenza di genitori e bambini, si godevano sonni di dodici ore, ed erano quindi baldanzosi ed efficaci nella realizzazione dei delitti. Di tanto in tanto, però, ai rapitori veniva guastata la festa. Gruppetti di persone, costituiti da coloro che avevano figli ormai grandi o da coppie sterili, libertini indomiti, scapoli e zitelle, si gettavano feroci e prestanti su qualche mostro presunto. Gli bastava vedere qualcuno con la maschera di Goebbels aggirarsi presso i giardinetti, per scatenare un linciaggio in stile sudista.</p>
<p>Così, i delitti dei giustizieri, legittimati dall’inefficienza globale delle istituzioni, gestite in modo troppo assonnato per ben funzionare, controbilanciavano i delitti dei mostri rapitori. Se dobbiamo, però, mettere nel conto anche i delitti involontari prodotti da automobilisti in sonno REM, farmacisti in trance, chirurghi appisolati in sala operatoria, il numero globale di delitti, volontari o no, legittimati o meno, cresceva smisuratamente. Per questo motivo, dopo un periodo storico alquanto buio, le mamme e i papà rinunciarono a godersi i bambini anche di notte. Sui giornali, si continuava ad annunciare un incremento di delitti sugli innocenti, e un acuirsi della loro efferatezza, ma globalmente l’età dei grandi e diffusi massacri sembrava ormai trascorsa. Le autostrade tornarono ad essere soprattutto luoghi di circolazione delle auto, e non grandi piattaforme per autoscontri mortali, così come negli ospedali si tornava a curare piuttosto che amputare e avvelenare. I rapitori di bambini lasciarono a casa maschere ed asce, e dovevano agire con maggiore sollecitudine e previdenza. I bambini ripresero a gettare per aria i giocattoli a disposizione delle scuole materne, e la loro motricità ritornò, con grande soddisfazioni dei pediatri, ai valori usuali: quelli che rendono sconcertati gli adulti adibiti alla loro cura.</p>
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		<title>Vsevolod Ėmil&#8217;evič Mejerchol&#8217;d [28 gennaio 1874 &#8211; 2 febbraio 1940(?)]: LA MORTE È MEGLIO DI TUTTO QUESTO</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/10/23/vsevolod-emilevic-mejerchold-28-gennaio-1874-2-febbraio-1940-la-morte-e-meglio-di-tutto-questo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 15:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[A. M. Ripellino]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
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		<category><![CDATA[delitti]]></category>
		<category><![CDATA[Dmitrij Dmitrievič Šostakovič]]></category>
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		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Vjačeslav Michajlovič Molotov]]></category>
		<category><![CDATA[Vsevolod Ėmil'evič Mejerchol'd]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando gli inquirenti cominciarono ad applicare nei riguardi di me, inquisito, i loro metodi di azione fisica, aggiungendo ad essi il cosiddetto "attacco psicologico", l'una e l'altra cosa provocarono in me un terrore così mostruoso da mettere la mia natura a nudo fino alle radici.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/mejerchold.gif" border="6" alt="" /></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-9986-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3</a></audio>
</div>
<p></center></p>
<p align="center"><strong><small>Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975]<br />
Piccola Polka<br />
da Suite per orchestra jazz n. 1 op. 38b [1934]</small></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong><br />
<strong><em>2 gennaio 1940</em></strong>
</p>
<p style="padding-left: 90px">Quando gli inquirenti cominciarono ad applicare nei riguardi di me, inquisito, i loro metodi di azione fisica, aggiungendo ad essi il cosiddetto &#8220;attacco psicologico&#8221;, l&#8217;una e l&#8217;altra cosa provocarono in me un terrore così mostruoso da mettere la mia natura a nudo fino alle radici. I miei tessuti nervosi si dimostrarono vicinissimi al rivestimento cutaneo e la pelle si dimostrò delicata e sensibile come quella di un bambino; gli occhi furono capaci (dato il dolore fisico e il dolore morale per me intollerabile) di versare lacrime a fiotti. Mentre ero disteso sul pavimento a faccia in giù, scoprivo in me la capacità di dimenarmi e di contorcermi e di strillare come un cane bastonato dal suo padrone. Il secondino, che una volta mi conduceva indietro da un simile interrogatorio, mi chiese: &#8220;Non avrai mica la malaria?&#8221; tanto il mio corpo dimostrava la capacità di essere preso da un tremito nervoso. Quando mi sdraiai sulla branda e mi addormentai per andare poi di nuovo dopo un&#8217;ora a un interrogatorio che prima era durato 18 ore, mi svegliai, destato dal mio gemito e dal fatto che sobbalzavo sul letto come fanno i malati in delirio. La paura provoca il terrore, e il terrore spinge all&#8217;autodifesa. &#8220;La morte (o, certo!), la morte è meglio di tutto questo!&#8221;, dice tra se l&#8217;inquisito. Lo dissi tra me anch&#8217;io. E cominciai ad autoaccusarmi nella speranza che così facendo sarei finito al patibolo. E così è successo che sull&#8217;ultimo foglio dell'&#8221;incartamento&#8221; n. 537 sono apparse le terribili cifre dei paragrafi del codice criminale: 58, i punti 1a e 2. Vjaceslav Michajlovic [Molotov]! Lei conosce i miei difetti (ricorda che un giorno mi disse: &#8220;Lei cerca sempre di fare l&#8217;originale?!&#8221;), e chi conosce i difetti di un altro lo conosce meglio di chi ne ammira le virtù. Mi dica: può Lei credere che io sia un traditore della patria (un nemico del popolo), che io sia una spia, un membro di un&#8217;organizzazione trozkista di destra, un controrivoluzionario, che nella mia arte abbia fatto propaganda al trozkismo, che nel teatro abbia svolto (consapevolmente) un&#8217;attività ostile per minare le basi dell&#8217;arte sovietica? Tutto ciò è presente nell&#8217;incartamento n.537. Così come la parola &#8220;formalista&#8221; (nel campo dell&#8217;arte) divenne sinonimo di &#8220;trozkista&#8221;. Nell&#8217;incartamento n. 537 sono presenti i trozkisti: io, Il&#8217;ja Ehrenburg, Boris Pasternak, Jurij Oleša (quest&#8217;ultimo è pure terrorista), Šostakovic, Šebalin, Ochlopkov e così via.</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Nota dal 2 gennaio 1940</strong></p>
<p style="padding-left: 90px;">Qui mi hanno picchiato &#8211; un vecchio malato di sessantasei anni. Mi mettevano con la faccia in giù, picchiavano con un cordone di gomma sui talloni e sulla schiena; quando io stavo seduto sulla sedia, con la stessa gomma mi picchiavano sulle gambe (dall&#8217;alto, con molta forza) e ancora dalle ginocchia fino alle parti superiori. Nei giorni successivi, quando queste parti del corpo erano invase dall&#8217;ampia emorragia interna, ancora picchiavano su queste ecchimosi con lo stesso cordone, e il dolore era tale, che, sembrava, che sulle parti ferite e sensibili delle gambe versassero l&#8217;acqua bollente (ed io urlavo e piangevo dal dolore). Mi hanno picchiato con questo cordone sulla schiena, sul viso, con slancio dall&#8217;alto…</p>
<p>&nbsp;<br />
<em><strong>13 gennaio 1940<br />
Prigione di Butyrka</strong></em></p>
<p style="padding-left: 90px;">Il fatto, che io non abbia resistito, dopo aver perso qualsiasi autocontrollo, trovandomi nello stato di coscienza annebbiata, è stato rinforzato da un&#8217;altra causa terribile: immediatamente dopo l&#8217;arresto (20 giugno 1939) di me si è impossessata un&#8217;idea fissa che mi ha immerso nella peggiore depressione e cioè &#8220;vuol dire che alla causa serve così&#8221;. Comincia a convincermi che al Governo è sembrato che la punizione già applicata nei miei confronti (come la chiusura del teatro, lo scioglimento del collettivo, la requisizione dell&#8217;edificio che si stava costruendo, secondo il mio progetto, della nuova sede del teatro sulla piazza Majakovskij), la punizione, dovuta ai miei peccati denunciati dalla tribuna della Prima Sessione del Soviet Supremo, sia insufficiente, e che quindi io debba sopportare un&#8217;altra punizione, quella che adesso mi stanno applicando gli organi della NKVD. &#8220;Vuol dire che alla causa serve così&#8221; continuavo a ripetermi e di conseguenza il mio &#8220;io&#8221; si è spaccato in due persone. La prima si mise a cercare i delitti della seconda e quando non li trovava, si decise di inventarli. L&#8217;inquirente risultò un aiutante esperto ed efficiente in questa ricerca, e noi iniziammo a inventarli insieme, uniti… L&#8217;inquirente continuava a ripetere in modo minaccioso: &#8220;se non scriverai (il che significa inventare!), ti picchieremo di nuovo, lasceremo intatte soltanto la testa e la mano destra, tutto il resto lo trasformeremo in un pezzo di corpo informe, dilaniato, insanguinato&#8221;. Io ho firmato tutto fino al 16 novembre 1939. Io rifiuto queste deposizioni in quanto mi sono state estorte, e scongiuro Lei, Capo del Governo, mi salvi, mi restituisca la libertà. Amo la mia patria e ad essa darò tutte le mie energie degli ultimi anni della mia vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Vsevolod Mejerchold</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>[ Traduzione di <strong>Clara Strada Janovic</strong>, &#8220;<em>Corriere della sera</em>&#8220;, 11 giugno 1998, ripreso dal giornale &#8220;<em>Sovetskaja cultura</em>,&#8221; 16 febbraio 1989 (con alcune integrazioni)<em> </em>]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">,\\&#8217;</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p align="center">[  <em><strong>Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d</strong> &#8211;  piccolo padre del moderno teatro di regia &#8211; un nuovo tipo di lavoro sull&#8217;attore che trasvola il naturalismo ottocentesco ed anche lo psicologismo di Stanislavskij &#8211; già nel 1906 rivoluziona le convenzioni teatrali &#8211; elimina il sipario &#8211; passerelle collegano palcoscenico e pubblico &#8211; ruolo attivo dell&#8217;attore che da mattatore ottocentesco diventa parte del disegno collettivo &#8211; primitivismo dei gesti &#8211; scenografie non naturalistiche &#8211; collaborazione con gli artisti contemporanei &#8211; Rodčenko &#8211; Malevič  &#8211; coinvolgimento del pubblico &#8211; eliminazione della &#8220;quarta parete&#8221; &#8211; gli attori si mescolano al pubblico &#8211; teatro a 360° &#8211; importanza della scenografia dal punto di vista simbolico e non naturalistico &#8211; lavoro sull&#8217;attore come lavoro sul corpo nello spazio &#8211; improvvisazione &#8211; uso di tecniche circensi &#8211; del teatro Kabuki&#038;Commedia dell&#8217;Arte &#8211; rielaborazione e lavoro sul testo che viene ogni volta reinventato e smembrato &#8211; uso della musica come elemento di clima &#8211; di sogno &#8211; di scansione temporale &#8211; collaborazione con il musicista Šostakovič &#8211; il teatro come teatro politico ma non in senso propagandistico &#8211; arrestato e fucilato come &#8220;nemico del popolo&#8221; &#8211; non restò di lui nemmeno tomba dove portare un fiore</em> ]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">,\\&#8217;</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/2ripellino.png" alt="Ripellino-Il trucco e l'anima" target="_blank"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/2ripellino.png" alt="Ripellino-Il trucco e l'anima" /></a></p>
<p ALIGN="center"><small>[ clicca sull&#8217;immagine per ingrandirla ]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
[ <em><strong>A. M Ripellino</strong> &#8211; Il Trucco E L&#8217;anima. I maestri della regia nel teatro russo del novecento, Einaudi, 1965, pag 409</em> ]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><small>[Piccola Polka da Shostakovich: Jazz &#038; Ballet Suites; Film Music<br />
Theodore Kuchar dirige la National Symphony Orchestra of Ukraine<br />
Audio CD (January 25, 2005)<br />
SPARS Code: DDD<br />
Number of Discs: 3<br />
Label: Brilliant Classics<br />
ASIN: B00067GL5A]</small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Le cose vanno come vanno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 13:18:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[delitti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Da quando mi sono sposato, nel 1992, mi è successo di dormire con altre donne, di starci, di tradire mia moglie insomma, soltanto un paio di volte: la prima risale a una decina di anni fa, durante un periodo oscuro e avulso dal tempo che nella mia testa e forse anche nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Da quando mi sono sposato, nel 1992, mi è successo di dormire con altre donne, di starci, di tradire mia moglie insomma, soltanto un paio di volte: la prima risale a una decina di anni fa, durante un periodo oscuro e avulso dal tempo che nella mia testa e forse anche nella realtà coincide con la presunta, o anche vera, malattia di nostro figlio Edoardo, che per un anno intero, prima che gli fosse finalmente accertata una forma rara ma piuttosto innocua di artrite reumatoide, fece dentro e fuori dagli ospedali tra accertamenti invasivi, diagnosi allarmistiche e cure sbagliate; al tempo dimagrii in modo innaturale e drastico di una ventina di chili, per la tensione, la fatica o semplicemente per l’osmosi del morbo immaginario, e – in nome di qualche tipo di compensazione, credo – alla fine di tutto, come per respirare dopo essere stato troppo tempo sott’acqua, non feci molto per evitare una storia abbastanza dimenticabile con una donna che già allora non consideravo neanche bella, una nostra amica delle vacanze estive, capace però di rimanere in silenzio, in mia presenza, quasi incantata, per ore. <span id="more-4769"></span><br />
La seconda volta, la seconda volta che mi sono ritrovato a svegliarmi accanto a una persona diversa da mia moglie, con un odore diverso, un diverso modo di tenera la bocca semiaperta nel sonno, e questa volta senza provare l’ottuso disagio del post-tradimento, è cominciata lo scorso febbraio una sera che ritornavo verso casa in scooter e fui sorpreso da uno di quei nubifragi improvvisi e infingardi che da un momento all’altro sembrano poter distruggere per intero, palingeneticamente, Roma, rovine imperiali e palazzi umbertini compresi, e spazzare via in un colpo solo tutti gli uomini che si accalcano per le strade: mi riparai in un baretto squallido vicino al terminal dismesso dell’Ostiense, dove – mentre guardavo fuori aspettando che spiovesse e non spioveva – entrò anche un’altra ragazza, alta, allampanata, androgina senza volerlo, con una somiglianza che lì per lì mi venne immediata con l’attrice canadese Marie-Josée Croze, o meglio con il suo personaggio nelle <em>Invasioni barbariche</em> di Arcand – la nipote sfaccendata, tossica, che fa le iniezioni di eroina al protagonista, il professore malato di tumore. Era talmente fradicia, lei, questa ragazza, colante acqua, che la proprietaria del bar le offrì subito un asciugamano e quindi un phon. Ma appena lei lo attaccò alla presa, come per un incantesimo al contrario, il sovraccarico elettrico fece saltare la luce, e lei cacciò un urlo, si fece prendere da un panico inatteso per il buio, cominciò a strillare e a agitarsi come in preda alle convulsioni, cercando a tentoni qualcuno che le stesse vicino, aggrappandosi con le unghie alla mia giacca, finché le iniziò a uscire il sangue dal naso, e mi parve sul punto di svenire: così per mezz’ora. Quando poi si calmò, quando la burrasca anche si placò, quando la proprietaria riuscì a ripristinare la corrente, mi convinsi, e convinsi lei, ad accompagnarla al pronto soccorso del Nuovo Regina Margherita, non lontano da lì, dove la trattennero una notte per sottoporla a una TAC e da dove il giorno dopo mi chiamò per ringraziarmi e per offrirmi un biglietto per uno spettacolo teatrale di un suo amico. Io non dissi no, e cominciammo a vederci.<br />
Dovrei dire di avere passato lo scorso inverno, e la primavera, metà dell’estate, e l’autunno, vivendo una doppia vita, mistificando la realtà dell’una a dispetto dell’altra e viceversa, ma – senza essere reticente, o autoassolutorio – non sarei esatto nel descrivere la cosa in questi termini, perché dovrei parlare piuttosto di sovrapposizioni e giustapposizioni, di coincidenze che non credo vadano interpretate, come per esempio il fatto che questa ragazza si chiami Daniela, ossia come mia moglie; e dovrei – finendo coll’essere sincero – confessare che quello appena passato è stato un anno piuttosto felice: con mia moglie abbiamo deciso (o meglio: lei si è messa in testa, e io l’ho assecondata) di avere un altro figlio, di sfidare, a quarantasette anni, i consigli di amici e parenti, e di occuparci della buona salute dei miei spermicini e dei suoi ormoni follicolo-stimolanti, di quelli luteinizzanti e degli estradioli.<br />
E questo è avvenuto contemporaneamente, contestualmente direi, a quello che mi pare essere stato un mio personale cammino di formazione che avevo rimandato per chissà quanto tempo e che invece soltanto con Daniela, la ragazza Daniela, con lei, attraverso di lei, ho cominciato a compiere: non potendoci vedere mai di sera, gli appuntamenti che ci davamo si dovevano, per forza di cose, reggere sempre su una dose auto-alimentata di invenzione, di improvvisazione, di stimolo reciproco. Si trattava quindi di andare per mostre, di imbucarsi alle matinée cinematografiche per la stampa con gli inviti che lei riusciva a rimediare da una sua amica che lavora in una produzione, di andare a frequentare addirittura alcune lezioni di filosofia o di letteratura all’università, e – con una fascinazione tacitamente condivisa da subito da entrambi – di cercarci motel desolanti vicino il Raccordo o quelli ancora più pulciosi a ore che si trovano nelle stradine incrociate tutt’intorno alla stazione Termini.<br />
Proprio mentre eravamo in una di queste stanze di questi motel, qualche mese fa, è accaduto – e questo è il fulcro del racconto che vi sto facendo – l’episodio che ha rimesso in gioco la mia percezione della realtà. Steso sul letto, annullato, avevo acceso distrattamente la televisione, dopo che Daniela si era addormentata, stanca e annullata più di me per aver finito di confessarmi quello che per mesi avevo temuto sarebbe arrivata a dirmi: non soltanto si era innamorata di me, ma era incinta – e le due cose, secondo il suo punto di vista, erano in inscindibile relazione. Nella camera anossica che era diventata adesso la stanza, nel televisore a dieci pollici piazzato in alto il solito conduttore del telegiornale parlava del delitto avvenuto il giorno prima, due giorni prima, a Tor Marancia, già definendolo ad uso degli spettatori “il delitto di Tor Marancia”: una ragazza, una ragazza di ventott’anni era accusata di aver ucciso la sua coinquilina con cui – stando a varie dichiarazioni concordanti – pare avesse una relazione da tempo, solo parzialmente ricambiata. Mostravano in tv, in una specie di slide-show con un commento musicale lugubre sotto, le immagini della presunta, quasi certa, assassina, raccolte da foto di famiglia?, di amici?, da blog, da myspace, dal dovunque che ognuno sparge di sé nel mondo; ed erano immagini di una bellezza abbacinante: io guardavo, stregato, svuotato, il volto ricorsivo di questa ragazza, e mi venivano in mente in successione: certi volti di modelle antiche, del secolo scorso, degli anni ’60 o del dopoguerra persino, e poi alcuni ricordi vaghi patinati delle donne della mia infanzia, e poi delle impressioni fuggevoli di ragazze che avevo incrociato soltanto una volta in vita mia e da cui però ero rimasto abbagliato. Mi sentii, non so come dirlo per essere credibile, <em>innamorato</em>, così, come una porta che si apre all’improvviso al centro di un muro, come non mi capitava da anni. Innamorato, senza filtri né aggettivi né dubbi, di una ragazza che vedevo solo sullo schermo, un’assassina e lesbica, di nome – e il caso ancora una volta si dimostrava un grande stronzo – Daniela: Daniela Carta.<br />
Quello che è successo dopo è la dimostrazione della capacità narrativa intrinseca della vita. Il modo in cui reagii alle dichiarazioni di Daniela, della ragazza Daniela, fu quello di fare finta che lei non mi avesse detto niente di cruciale: le seguitavo a proporre di andare al cinema il pomeriggio, di accompagnarla per chiese, e a mia moglie continuavo a non fare cenno, né a mostrare in alcun modo i pensieri che avevo, la massa gommosa di tutti pensieri. Nel frattempo (“nel frattempo” che in realtà era un tempo che passavo per la gran parte immobilizzato, almeno mentalmente) presi a scrivere delle lettere barocche, esaltate, dichiarazioni d’amore di una sincerità al limite dell’autodenuncia a Daniela Carta, presso Casa circondariale di Rebibbia, via Bartolo Longo, a cui non ricevetti risposta a parte due scarni – anche se per me fondamentali – biglietti di ringraziamento per la solidarietà manifestata.<br />
Due giorni fa mia moglie ha ritirato le analisi che confermano quello che le aveva detto il test la settimana scorsa: è incinta, anche lei è incinta – il feto è una goccia di vita di quasi due mesi e fino a questo punto è sano. Sarei dovuto diventare dunque due volte padre entro la fine dell’anno, se a Daniela, alla ragazza Daniela, al quinto mese, un fibroma uterino non le avesse causato un aborto spontaneo. Daniela Carta è stata rinviata a giudizio e – a quanto dicono i giornali – si è fidanzata, non ho idea in che senso, forse platonicamente, forse nella finzione del gossip dei media, con un giornalista che da subito si era interessato al suo caso, ed è riuscito a incontrarla una volta in carcere.<br />
Le cose – pensavo proprio oggi –, alla fine, vanno come vanno. </p>
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