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		<title>SU LA TESTA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/18/su-la-testa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[deriveapprodi]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura working class]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati </strong> <br /> Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><em>Il racconto che segue dello scrittore romagnolo Mauro Baldrati, fa parte della raccolta &#8220;La sagra delle anime perdute&#8221;, pubblicata recentemente dall&#8217;editore <a href="https://deriveapprodi.com/libro/la-sagra-delle-anime-perdute/">Derive Approdi</a>, che ringraziamo; ogni testo è preceduto da una &#8220;scheda introduttiva&#8221; e da una fotografia, entrambe dell&#8217;autore</em></p>
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&nbsp;<br />
SCHEDA INTRODUTTIVA</p>
<p>La seconda avventura del camionista-gruista Trapattoni, questa volta giù dal camion a sbadilare in uno scavo. Come ha detto qualcuno in un commento sotto al racconto, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-lavoro-fa-male-mobbing-2/">pubblicato su Nazione Indiana</a> nell’aprile del 2006: “Finalmente gli altri hanno preso quella decisione che lui non riusciva a prendere”.  Nella foto: il rapper Papa Ricky.</p>
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<p>SU LA TESTA</p>
<p>Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “Non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.<br />
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. <em>Dare una mano</em> è lo spauracchio di tutti i camionisti. È dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che concedere una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.<br />
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è il Zambaldo (il rospo, in dialetto), soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.<br />
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.<br />
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.<br />
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. È quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quel puzzone però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.<br />
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo: “O’ scemo, spegni quel camion!”, ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.<br />
“Sei fuso te” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta in bocca!”. L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”.<br />
“Fai come ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”.<br />
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.<br />
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva il Zambaldo, che grida: “Ma cosa succede qui, perché lo scavo è fermo?”.<br />
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”.<br />
Il Zambaldo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso il Zambaldo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo.<br />
Si rivolge all’Ortolano, dice: “E spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Zambaldo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.<br />
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro? Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.<br />
Il Zambaldo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.<br />
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. È il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.<br />
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.<br />
Il Zambaldo guarda per l’ennesima volta lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice: “Te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “Allora mettiti a sinistra dello scavo, così la marmitta spara dall’altra parte”.<br />
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice: “Vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere”. Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia destra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. È tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.</p>
<p>Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Zambaldo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”.<br />
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. È un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.<br />
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.<br />
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.<br />
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.<br />
Vado dal Zambaldo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.<br />
“Che fai qui Trapattoni?” dice il Zambaldo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.<br />
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.<br />
“Cosa?” esclama il Zambaldo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.<br />
“Sì. Quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.<br />
“Che? La silicosi? Ma che cazz&#8230; Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”.<br />
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.<br />
Il Zambaldo sbarra gli occhi. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”.<br />
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”.<br />
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono venti centimetri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”.<br />
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. È lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su L’etica del lavoro: i valori della cooperazione. “Che cosa succede qua?” Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia le manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?”.<br />
Il Zambaldo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.<br />
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice, e rimane con la bocca aperta, come dopo ogni frase che conclude. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.<br />
Il Zambaldo si gratta la testa. “Non ne abbiamo. Giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. È impossibile che il magazziniere Mercalli, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.<br />
“Oh” fa Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”.<br />
Il Zambaldo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.<br />
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Zambaldo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero”.<br />
Il Zambaldo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.<br />
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un piccolo telefono portatile e compone un numero. “Bercalli, sodo io. Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega&#8230; cosa?&#8230; Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di marmo. “Staddo arrivaddo le bascheride”.<br />
Il Zambaldo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano&#8230; vedi quei sacchi di plastica?”. Indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene.<br />
“Bruciare quella enorme mucchia di plastica? Ma che schifo!”.<br />
Il Zambaldo resta come paralizzato. Come se non credesse alle sue orecchie. Ma forse davvero non crede alle sue orecchie. Non ribatte, lancia un’occhiata sfuggente al presidente Profumo, che per un attimo strizza gli occhi dietro le lenti.<br />
“No ma te Trapattoni…” borbotta, e scuote la testa, cercando di riprendersi, di credere alle proprie orecchie. “Te, Trapattoni, ma che cazzo sei venuto a fare qui? Vuoi bloccarmi il cantiere, cos’è che vuoi boia d’un giuda?”.<br />
Il Presidente profumo finge di frugare nella sua borsetta di pelle e pesta i piedini nella polvere. Gli occhi diventano piccoli dietro le lenti. Per un attimo mi sembra di captare un afrore più intenso del solito, come se il suo corpo avesse appena subito un subbuglio cellulare, intensificando verticalmente la temperatura.<br />
“Ma che diavolo, la plastica è altamente cancerogena, scarica la diossina, non si può fare, lo vieta una disposizione della Sanità Pubblica”.<br />
Non sono proprio sicuro di questa affermazione, forse l’ho letto da qualche parte, comunque è un vero schifo e la butto là.<br />
Ancora una manciata di secondi di paralisi. Mi sembra che la faccia del Zambaldo si stia gonfiando, gli occhi stiano per uscire dalle orbite.<br />
“E secondo te” insorge, “come dovremmo fare coi sacchi? Dove li sbologniamo? Ma lo sai che non basta neanche un camion a quattro assi per trasportarli tutti? E dove poi? Spesso li sotterriamo, ma qui non c’è spazio, non vedi?”.<br />
Sotterrarli. Un’altra di quelle brutture immani. Lo so. Conosco punti del territorio bolognese dove sono seppelliti centinaia di sacchi vuoti.<br />
Sto per commentare anche questa, anche se mi sto pentendo, mi pare di oltrepassare il limite della loro sopportazione. Ma il Zambaldo mi previene, intanto che il presidente Profumo, forse già oltre, fa: “Idsobba, vediabo di risolvere id qualche bodo. Adesso io vado là da…” e non capisco le ultime parole, fatto sta che si gira e ne va saltellando con le scarpine leggere nel ghiaino puntiforme del vialetto.<br />
“Fai una cosa Trapattoni: li vedi quei sacchi pieni? Ecco, spostali uno per uno a due metri sulla destra. Poi riportali sul bancale. Fai così fino a sera. Questo è quello che puoi fare finché non arrivano le mascherine, boia d’un giuda!”.<br />
E se ne va anche lui, dietro al presidente Profumo.</p>
<p>Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare i pavimentisti albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. È gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.<br />
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. È un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo: “Siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale eccetera”.<br />
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto il Zambaldo, in così poco tempo, non più di tre ore&#8230; O sarà stato il presidente? Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.<br />
“È meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.<br />
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma&#8230; ma&#8230; è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”.<br />
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. È una benedizione del cielo”.<br />
Già. Una benedizione. È accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada&#8230;<br />
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.<br />
“Tu? Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.<br />
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.<br />
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. È una liberazione ha detto mia moglie. È vero. Non dovrò più vedere il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere&#8230; Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing&#8230; macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.<br />
E poi, chi se ne frega?<br />
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. È la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.</p>
<p>&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Vita di Durruti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/06/vita-di-durruti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2025 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[Buenaventura Durruti]]></category>
		<category><![CDATA[Catalogna]]></category>
		<category><![CDATA[deriveapprodi]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Bertetto]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Chi ha ucciso Buonaventura Durruti, il capo delle colonne catalane, il più coraggioso e amato dei comandanti della resistenza al franchismo?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-116994" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-659x1024.jpg" alt="" width="350" height="543" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-659x1024.jpg 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-768x1193.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-300x466.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-696x1081.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_.jpg 966w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />Con <em>Morte dell’anarchico Durruti</em> (DeriveApprodi, 2024), Paolo Bertetto rende il suo omaggio alla Catalogna. Chi ha ucciso Buonaventura Durruti, il capo delle colonne catalane, il più coraggioso e amato dei comandanti della resistenza al franchismo?<br />
Il colpo di stato militare del 17 luglio del 1936 guidato dal caudillo Francisco Franco per la difesa della Nazione assedia la giovane repubblica democratica. La Spagna è diventata un laboratorio vivente. Dopo la rivoluzione sovietica, qui si sta sperimentando una variante libertaria che fa ancora più paura ai poteri costituiti, russi compresi. Gli anarchici controllano Barcellona. Socialisti e comunisti sono in maggioranza a Madrid. Come scrive Bertetto, però, la Spagna diventa “un piccolo mattatoio prima del grande mattatoio universale” della Seconda guerra mondiale. Fu anche l’incubatrice delle storiche e fratricide divisioni a sinistra. Una vera e propria guerra interna si combatteva parallelamente a quella ufficiale contro il fascismo franchista. In gioco era la via sovietica al socialismo e il dominio russo nel campo rosso. Anche per questo la grande speranza spagnola fu tragicamente spezzata. Eppure, in soccorso della repubblica erano arrivati in massa, dalla Francia, dall’Italia, dalla Gran Bretagna e anche dall’America. Simone Weil, George Orwell, Ernest Hemingway. In pochi mesi, tuttavia, tutte le correnti di sinistra “erano state ridotte all’impotenza” a Madrid. E anche a Valencia. Resisteva solo Barcellona, la città rivoluzionaria, la città anarchica, come San Pietroburgo nel 1917 e Berlino nel 1918. “Ma anche lì bisognava realizzare la limpieza roja”.<br />
Il 19 novembre arriva un’auto e subito c’è una grande confusione, Durruti è stato ferito. “Bisogna operarlo”, grida uno. “Non deve morire”, grida un altro. La gente urla. Qualcuno minaccia. C’è chi piange. “Dicono che se muore Durruti è la fine dell’anarchia”. Viene adagiato su una lettiga e spinto fino alla sala operatoria. Non c’è più niente da fare.<br />
“Il nostro compagno fermò l’auto e mentre scendeva per ispezionare gli avamposti della sua colonna, risuonò uno sparo. Crollò a terra senza una parola. La pallottola assassina gli aveva attraversato la spalla da parta a parte. La ferita era assolutamente mortale”, scrive il periodico Solidaridad Obrera il 21 novembre 1936. Il sindacato social-comunista incarica la compagna Pilar Valdès di indagare su una morte che resta piena di dubbi. Pilar è anche una giornalista e intende andare fin in fondo, non solo per zelo ideologico. Infatti, la ricerca della verità finirà per condurla dentro una ragnatela dalla quale uscirà viva, solo per fortuna, ma interamente disillusa rispetto agli ideali nei quali credeva.<br />
Ad uccidere il compagno Durruti è stato un cecchino franchista. Questa è la versione più ovvia e sostenibile. Ma c’è anche chi dice che si sia trattato di un incidente, di un colpo partito per errore. È stato colpito da una fucilata o da un colpo sparato a bruciapelo. Infine, ci sono le tesi complottiste, spesso contrapposte, talvolta anche inverosimili. Sono stati i sovietici a decretare la sua morte. No, replicano i comunisti. Durruti stava per prendere la tessera del partito. Ad ammazzarlo sono stati gli anarchici che osteggiavano la sua alleanza con i sovietici. “Lo accusavano di essere diventato un uomo di Stalin”.<br />
Bertetto oltre ad aver scritto molti romanzi (spesso storici) e anche uno studioso di cinema. Da appassionato a mia volta, ho letto visivamente il suo racconto. Mi aspettavo la struggente partecipazione alla sorte degli anarchici massacrati dai compagni come in Terra e libertà di Ken Loach. Invece sono stato risucchiato dentro un’avvincente caccia alla verità inseguendo tracce da spy story magistralmente condotte dall’autore. Da altro punto di lettura, il saggio storico interviene senza fastidio nella fiction, ovvero la narrazione viene ibridata con note storiche che integrano e sostengono l’invenzione letteraria.<br />
Alla fine, non c’è verità che tenga, ovviamente. La forza del racconto è la figura di Pilar. Aggredita, violentata, arrestata dai sovietici, all’inizio del 1939 viene liberata. La storia ha preso un’altra direzione. “In carcere non serviva a niente e la caccia ai trotzkisti in Spagna era finita da un po’. Ma ormai il problema era salvarsi la vita.” Questa era stata l’unica liberazione possibile. Questa sarebbe stata l’unica emancipazione per cui lottare concretamente, specie come donna.</p>
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		<title>Avventure di uno scrittore affettivo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/03/20/111869/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[1977]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna cowboy]]></category>
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		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati </strong>  <br /> Angelo Maria Pellegrino, attore, letterato, marito e curatore delle opere di Goliarda Sapienza, scriveva che sua moglie apparteneva – purtroppo – alla sfortunata categoria degli “scrittori affettivi”. Perché sfortunata?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-112214" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Baldrati_Bologna_cowboy_cover.jpg" alt="" width="350" height="588" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Baldrati_Bologna_cowboy_cover.jpg 476w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Baldrati_Bologna_cowboy_cover-179x300.jpg 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Baldrati_Bologna_cowboy_cover-150x252.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Baldrati_Bologna_cowboy_cover-300x504.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Baldrati_Bologna_cowboy_cover-250x420.jpg 250w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
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<p>Angelo Maria Pellegrino, attore, letterato, marito e curatore delle opere di Goliarda Sapienza, scriveva che sua moglie apparteneva – purtroppo – alla sfortunata categoria degli “scrittori affettivi”. Perché<em> sfortunata</em>? Pellegrino lo svela subito con un concetto lapidario: gli affettivi desiderano non solo essere pubblicati, ma anche amati dagli editori.<br />
<em>Amati</em>. Gli editori sono aziende, si può desiderare di essere amati da un’azienda?<br />
Infatti Goliarda, dal 1976 in poi, per quasi vent’anni, ha vissuto questa forma di dolore senza soluzione, fino alla morte, per il rifiuto reiterato della sua opera maggiore, <em>L’arte della gioia</em>. Il romanzo era fuori target. Fuori tempo. Lei stessa era riuscita a capirlo: “Troppo scomoda Modesta per gli anni Settanta Italiani”.<br />
Gli editori non rifiutano i libri perché sono malvagi. E il loro rifiuto non si basa su questioni letterarie pure, ma su una mancata corrispondenza delle “cifre” dell’opera con le esigenze del mercato, sul quale si appoggiano le collane. L’autore può non essere d’accordo, può chiamarla dipendenza dai gusti del lettore-consumatore, rinuncia alle sfide e a qualunque viaggio verso l’ignoto, ma dovrebbe prenderne atto, tirare dritto e cercare altrove.<br />
Ma non l’affettivo. Costui non riesce ad accettare il rifiuto dell’editore perché lo vive come un evento personale, un gelo che scende sul cuore e intorbida la mente. Continua a gettarsi contro il rifiuto come il caprone che si avventa su una rete fino a restarne impigliato.<br />
Io, quando lessi queste parole di Pellegrino, sentii una spina che mi si conficcava in un fianco. Qualcosa era penetrato, una consapevolezza non consapevole che ero pronto. Pronto per sprofondare nel pozzo nero.<br />
In quel tempo non me la passavo male dal punto di vista editoriale. Avevo pubblicato tre noir e un non-noir, tutti per editori maggiori. E un nuovo testo premeva. Ma esitavo perché qualcosa – qualcuno? – mi suggeriva che sarebbe stato di difficile pubblicazione. Chi avrebbe accettato un noir politico ambientato nella Bologna del ’77 con gli indiani metropolitani, gli autonomi, gli espropri, l’omicidio Lorusso e killer nazisti inviati da una sezione deviata del SID per assassinare il protagonista? Il tutto senza sensi di colpa né reducismo né autocondanne né autoassoluzioni e tanto meno pennellate didascaliche. Un testo sincero, preciso, scritto dall’interno perché c’ero, e sapevo. Ma forse proprio per questo, riflettevo, sarebbe stato difficile piazzarlo. Meglio occuparsi d’altro. Per esempio quel romanzo storico tardo antichista che…<br />
Ma no. Niente da fare.<br />
Quello scalpitava per essere scritto.<br />
E lo scrissi.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-112236" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B5.jpg" alt="" width="800" height="624" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B5.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B5-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B5-768x599.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B5-150x117.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B5-696x543.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B5-538x420.jpg 538w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
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<p>Fu un viaggio faticoso ma bello e divertente. Ero tornato in quei luoghi, in quei giorni e la fantasia veleggiava leggera.<br />
Una volta terminate le revisioni l’agente letterario Settimio Bruschettini lo inviò a tutti gli editori maggiori. Perché questo fanno gli agenti: puntano alle major, che pagano l’anticipo. E’ il loro lavoro.<br />
Non arrivarono risposte. Ovvero il romanzo fu ignorato. Ma questo non era significativo. Anche il mio primo noir fu ignorato, fuorché dall’editore che poi stampò anche gli altri due. E anche il non-noir lo fu, meno che dal direttore editoriale della catena a cui piacque.<br />
Io, per conto mio, lo inviai al direttore dei tre noir, ma questi rispose a giro di posta, senza leggerlo, che era stufo di pubblicare autori italiani che non vendevano, per cui aveva sospeso le loro pubblicazioni e cercava all’estero. Ci rimasi, ma non mi stupì più di tanto. Sapevo che questo era un trend attuale, infatti una famosa collana di thriller pubblicava alcuni italiani sotto pseudonimi esotici. Che fare. Che dire. Questo era.<br />
Allora lo spedii direttamente al direttore editoriale della catena che aveva pubblicato il non-noir, Sirio Lombardini. Mi rispose quasi subito che aveva apprezzato la parte del movimento, molto vivace e verosimile, ma il noir andava potenziato. In ogni caso doveva occuparsene la responsabile di una collana più adatta a quel genere di testi, Gilda Tormentilla. Mi girò la sua mail invitandomi a spedirlo a lei.<br />
Eseguii.<br />
Dopo un’attesa altrettanto breve la Tormentilla rispose che il testo era squilibrato, troppo caratterizzato dalla parte ambientale, che pure era interessante, a scapito del noir, che trovava non abbastanza adrenalinico. Beh, perdio, era un’osservazione comune a entrambi. Rilessi il tutto, con calma, e conclusi che probabilmente era giusta. Così mi tuffai di nuovo nella storia e lavorai sull’aspetto muscolare adrenalinico, inserendo colpi di scena e varianti nerissime.<br />
Lo rispedii a entrambi.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-112237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24.jpg" alt="" width="800" height="559" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24-768x537.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24-150x105.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24-696x486.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24-601x420.jpg 601w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B24-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
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<p>Dopo un’attesa di nuovo breve rispose la Tormentilla. Aveva apprezzato il lavoro ma i problemi non erano risolti. L’ambiente dominava e il noir partiva tardi.<br />
Digrignai i denti. Il testo per me andava. E doveva andare perdio.<br />
Tornai al lavoro, più concentrato che mai. Decisi anche di ridimensionare un po’ la parte ambientale e di potenziare ulteriormente il noir.<br />
Spedii di nuovo, a Lombardini e Tormentilla.<br />
Ma insomma, perché Lombardini taceva? L’aveva letto?<br />
La risposta della Tormentilla arrivò nei soliti tempi ristretti. Ottimo lavoro, ma i problemi continuavano e sussistere.<br />
E da Lombardini nessuna nuova.<br />
Io, rifiutato.<br />
Non mi sarei arreso. Mai. Sarei stato più ostinato di loro.<br />
Mentre riprogettavo nuove modifiche e potenziamenti, una mattina all’alba, appena aprii gli occhi, ebbi un’idea. Potevo fare di <em>Bologna cowboy</em> un noir dentro un contenitore giallo.<br />
Con la consueta energia e senso del dovere mi rimisi al lavoro e impostai una storia ambientata nel 2047, in una società in cui non vorremmo mai vivere. Il protagonista, un agente speciale dell&#8217;Agenzia per la Difesa dello Stato, durante un’indagine arriva a un vecchio signore di 94 anni che gli spedirà un manoscritto col titolo <em>Bologna cowboy</em>. La sua lettura gli cambierà la vita. Inoltre mi arrivò un’altra idea: la parte noir l’avrei illustrata con la mia documentazione sulle “bande giovanili” che avevo realizzato proprio in quel periodo. Foto in bianco nero dei punk, i dark, i mods, che erano già state raccolte in una mostra itinerante. Era una sequenza in linea estetica e stilistica con le suggestioni del romanzo.<br />
Lavorai sodo, quando lo ritenni pronto spedii. Naturalmente a Lombardini e Tormentilla.<br />
E da Lombardini, silenzio tombale.<br />
Tormentilla scrisse che proprio non poteva rileggere il romanzo per la quarta volta (e aggiunse un emoticon sorridente). Le foto, soggiunse, erano spettacolari e magnifiche.<br />
Io continuavo a sferrare cornate contro la rete con furia cieca.<br />
Non potevo accettare quell&#8217;ennesimo rifiuto, impossibile. Dopo notti agitate mi svegliavo con gli occhi sbarrati e un peso che mi schiacciava. Non mi sarei rassegnato, avrei di nuovo revisionato, tagliato, potenziato.<br />
Ma quando scese in me un attimo di calma l’occhio mi cadde sull’ultima frase di Gilda Tormentilla: non aveva senso accanirsi in quel modo. Se un testo non andava per un editore poteva interessare un altro. Il mio romanzo doveva trovare il suo editore.<br />
<em>Accanirsi</em>.<br />
Questa parola accese la lucina (<em>La lucina</em> diventò un capitolo del romanzo, quando il protagonista ha un’illuminazione). Fu una <em>madeleine</em> di grande intensità.<br />
Entrai in una stanza polverosa della memoria, rividi quel papà che lavorava all’estero, che non c’era, e taceva. Riascoltai la voce della madre, quando passava 12-14 ore al giorno nel laboratorio di parrucchiera e non aveva tempo per il bambino bisognoso di attenzioni. Arrivava ad ammalarsi per averle, ma il rifiuto che riceveva per l’indisponibilità materiale di lei era più forte di qualunque insistenza, per quanto viscerale.<br />
Ecco la trappola in cui ero caduto.<br />
Per mezzo della parola <em>accanirsi</em> capii che Sirio Lombardini non impersonava quel padre assente, e Gilda Tormentilla non era il fantasma della madre che respingeva il bambino disperato e ostinato. Li avevo sovrapposti. Avevo ricreato il micidiale triangolo <em>mamma, papà ed io</em>, quel portatore di infelicità che Deleuze e Guattari avevano cercato di smantellare con la “schizoanalisi” de <em>l’Antiedipo</em>. Lombardini non era assente, mi aveva semplicemente indirizzato a Gilda Tormentilla, la quale continuava a ripetermi che il romanzo non rientrava nei canoni della collana.<br />
Il <em>suo</em> editore.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-112238" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B2.jpg" alt="" width="800" height="622" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B2.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B2-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B2-768x597.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B2-150x117.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B2-696x541.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/B2-540x420.jpg 540w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
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<p>A quel punto ripresi la prima versione di <em>Bologna Cowboy</em> (conservo sempre le prime stesure), la confrontai con l’ultima e, tenendo conto delle osservazione della Tormentilla, che trovai fondate, gli restituii parte della sua vocazione originaria di noir politico, che in un certo senso avevo violentato, mantenendo le vitamine ma togliendo gli steroidi.<br />
Ora il libro era pronto.<br />
E proprio perché lo era, chissà, arrivò la mail di uno scrittore che stimavo, Wladimiro Soavi, che era anche redattore del blog letterario d’avanguardia <em>Scrittura Indie</em>, a cui l’avevo spedito mesi prima. Mentre lo leggeva, disse, si rendeva conto che sarebbe stato adatto alla nuova collana di narrativa di Deriva Approdi, per cui l’aveva inoltrato al direttore editoriale. Il quale mi scrisse dopo una settimana: era entusiasta di pubblicarlo.<br />
Così <em>Bologna cowboy</em> ha trovato il suo editore.<br />
Ora spero che troverà anche i suoi lettori.</p>
<p><em>NdR &#8220;Bologna cowboy&#8221;, il testo di cui parla lo scrittore e fotografo Mauro Baldrati in questo pezzo, è stato pubblicato molto di recente da <a href="https://deriveapprodi.com/libro/bologna-cowboy/">DeriveApprodi</a>. Le tre fotografie, scelte tra le numerose inserite nel volume, sono dell&#8217;autore.</em></p>
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		<title>Nelle pieghe degli anni Ottanta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/11/02/nelle-pieghe-degli-anni-ottanta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2024 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[deriveapprodi]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Nel sottosopra degli anni Ottanta Le contraddizioni di un decennio]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Palmieri]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Ciccarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Palmieri </strong> <br /> Chi scrive parte dal presupposto che quella stessa epoca non sia riducibile alle sole tendenze verso l’ottimismo e l’edonismo, ma sia allo stesso tempo attraversata anche da pesanti conflitti che ridefiniscono il rapporto fra individui e collettività]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_110117" aria-describedby="caption-attachment-110117" style="width: 910px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-110117" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download.png" alt="" width="910" height="595" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download.png 910w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download-300x196.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download-768x502.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download-150x98.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download-696x455.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download-642x420.png 642w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/download-741x486.png 741w" sizes="(max-width: 910px) 100vw, 910px" /><figcaption id="caption-attachment-110117" class="wp-caption-text">Sage Sohier, photo from her Americans Seen series. © Sage Sohier</figcaption></figure>
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<p>di <strong>Pasquale Palmieri</strong></p>
<p>Gli anni Ottanta sono ancora fra noi. Li ritroviamo nei consumi e nelle abitudini quotidiane ammantate di “retromania” (stando alla fortunata formula usata dallo scrittore e giornalista inglese Simon Reynolds), fra gelati e bibite, abiti e calzature, canzoni e cartoni animati, videogiochi e film, libri e programmi televisivi. Sono ormai proiettati in una dimensione mitica, che conserva una solidità intatta ai nostri sguardi, forse perché si lega a un sistema di valori che risulta ancora egemone nel nostro presente. In virtù di una poderosa idealizzazione, quel preciso segmento del nostro passato conserva una sua centralità nel nostro immaginario, legandosi in maniera pressoché indissolubile all’idea di serenità e leggerezza, o alle promesse di successo e ricchezza.</p>
<p>Ciò nonostante, l’interesse per il decennio va ben oltre la semplice volontà di evasione e include anche il bisogno di analizzare un tornante storico complesso, segnato da profondi cambiamenti economici, sociali, politici e culturali. È proprio questo l’obiettivo del libro collettaneo <em>Nel sottosopra degli anni Ottanta. Le contraddizioni di un decennio</em>, curato dalla redazione di Machina per DeriveApprodi (Bologna, 2024), che prova a esplorare le ambivalenze e le contraddizioni di un’epoca “smarrita”. Le autrici e gli autori coinvolti nell’impresa partono infatti dal presupposto che quella stessa epoca non sia riducibile alle sole tendenze verso l’ottimismo e l’edonismo, ma sia allo stesso tempo attraversata anche da pesanti conflitti che ridefiniscono il rapporto fra individui e collettività.</p>
<p>Il contributo di Jadel Andreetto – <em>Suoni, rumori, musiche e devastazioni di un decennio a rotta di collo</em> – prova a entrare nel panorama musicale degli anni Ottanta, senza fermare lo sguardo sui prodotti premiati dal grande mercato e orientati al conformismo. A emergere è quindi un sottosuolo molto ricco, caratterizzato da una “creatività esasperata”, spinta da una forte propensione allo sperimentalismo e alla contaminazione, tale da far pensare a un’ultima accelerazione del rock nel segno dell’anarchia espressiva, senza precise direzioni, prima delle codificazioni operate dal <em>grunge</em> e dal <em>brit pop</em>. Rudi Ghedini offre invece una mappatura della produzione cinematografica – <em>Gli anni Ottanta in 99 film</em> – che strizza l’occhio alla forma enciclopedica, rivolgendo la sua attenzione tanto alla fortuna del remake e del citazionismo, quanto all’influenza esercitata sui lungometraggi dalla grammatica del videoclip. I progressi tecnologici e l’accresciuto uso di effetti speciali non sono tuttavia sufficienti a ridimensionare l’importanza del piano contenutistico, volto a privilegiare il “grande sentimento di nostalgia” che si configura come tratto distintivo di un’intera epoca. Partendo da un tale assunto, la pellicola degna di maggiori attenzioni non può che essere <em>Il Grande freddo</em> di Lawrence Kasdan (1983): un gruppo di ex sessantottini si ritrova al funerale di un amico, morto suicida, cogliendo l’occasione per ripensare alla vita universitaria, alla gioventù e ai sogni infranti.</p>
<p>Manuela Gandini – <em>Il silenzio di Cage. Vite anni Ottanta</em> – orienta la sua indagine verso fenomeni mediatici non facilmente catalogabili, al confine fra teatro, commercio e costume. I veri tratti distintivi degli anni Ottanta italiani, secondo l’autrice, si scorgono nelle vicende di Wanna Marchi e delle sue creme miracolose, nella voce asmatica di Roberto da Crema detto “il Baffo”, in Guido Angeli del mobilificio Aiazzone e nel suo “Provare per credere”, in Francesco Boni di Telemarket che propone al pubblico preziosi dipinti da comprare. Ogni legittima ambizione si costruisce nel grande calderone della pubblicità e ha il suo approdo nel denaro. Persino le distanze fra attività finanziarie e pratiche artistiche finiscono per essere cancellate: vale la pena di coltivare le passioni solo se si ha la possibilità di schiacciare la concorrenza e di primeggiare.</p>
<p>Il saggio di Giorgio Mascitelli – <em>I due inizi del postmoderno: gli anni Ottanta e Novanta</em> – entra nella crisi e nella ristrutturazione del sistema letterario del Novecento, chiarendo come il postmoderno non sia una corrente culturale, bensì una “condizione storica della cultura” in una precisa fase evolutiva del capitalismo. Gli esempi più eloquenti a sostegno di questo argomento arrivano dalle pratiche <em>camp</em>, che si configurano come usi consapevoli e sofisticati del prodotto <em>kitsch</em> da parte di soggetti colti (o che almeno si autodefiniscono tali), disposti a instaurare “un rapporto estetico” con la merce, individuando anche nel cattivo gusto qualcosa di desiderabile. Il tutto rientra, secondo l’autore, in un “nichilismo light” che palesa una “divertita accettazione” del mondo così com’è, utile a mettere da parte qualsiasi velleità di cambiamento. Altrettanto decisive sono le osservazioni proposte da Federico Battistutta – <em>Linee di fuga. Gli anni Ottanta, il riflusso e i movimenti</em> – in un contributo di notevole spessore teorico, arricchito da un esplicito impeto militante, volto a esplorare le nuove possibili pratiche di conflitto, alla luce dei lasciti dell’era dell’edonismo e della perestrojka. Fra i percorsi possibili, si intravede anche l’importanza della riscoperta della spiritualità, che può andare ben oltre i confini della sfera personale, sfociando in una ristrutturazione dei desideri e delle relazioni, capace di metterci “in condizione di re-immaginare e reincantare il mondo”.</p>
<p>Roberto Ciccarelli – <em>1985: Felix Guattari, nuovi spazi di libertà negli anni di inverno</em> – si sofferma sul ruolo cruciale della soggettività nei periodi di “letargo politico”, evidenziando gli esiti comuni a tutte le lotte segmentate, concentrate su obiettivi specifici (come quelle ecologiche o quelle per la legalità, ad esempio) e ormai rinunciatarie di fronte all’ipotesi di una trasformazione complessiva del sistema socio-economico. I gruppi di attivisti che rifiutano qualsiasi apparato organizzativo o istituzionale stimolano il proliferare di opinioni caotiche, amplificando il settarismo, le divisioni, e “il narcisismo delle piccole differenze”. Su linee argomentative simili si muove il dialogo fra Adelino Zanini e Mario Tronti (<em>La politica al tramonto</em>): i due filosofi provano a individuare le connessioni fra passato e presente, interrogandosi sulle occasioni perdute alla fine del secolo scorso, e su quelle ancora disponibili al giorno d’oggi, da sfruttare al meglio per affermare istanze di cambiamento.</p>
<p>Chiara Martucci e Bruna Mura si occupano invece di <em>Femminismi fra “differenza” e istituzioni</em>, provando a comprendere quale energia conflittuale si possa ancora mettere in gioco dopo un lungo periodo di conquiste civili e riconoscimenti normativi, che possono apparire rassicuranti, ma restano in realtà vincolati a un regime giuridico incerto. Esiste infatti un rischio concreto: veder ridimensionata l’eredità dei movimenti legati alla tradizione marxista, che possedevano una grande forza rivendicativa, ma ambivano anche a cambiare in profondità i rapporti sociali. Lo stesso uso semplificato di alcuni termini, primo fra tutti <em>patriarcato</em>, rischia di diventare funzionale alle esigenze del sistema politico-mediatico, puntando al puro risarcimento simbolico e depotenziando la diffusione nel discorso pubblico di istanze di lotta.</p>
<p>Vanno a completare un quadro decisamente ricco il contributo di Ubaldo Fadini dedicato ai mutamenti del soggetto nel contesto del capitalismo postfordista (<em>Anni a perdere? Uno sguardo retrospettivo, ma non troppo</em>), quello di Rita di Leo sul definitivo declino sovietico (<em>Che cosa è successo all’esperimento sovietico?</em>) e quello di Romeo Orlandi sulle trasformazioni del gigantesco apparato cinese alla fine del Novecento (<em>La Cina della globalizzazione</em>). Massimo Ilardi, Paolo Virno, Marco Mazzeo e Adriano Bertolini (<em>È tempo di rivolte e il territorio torna a essere bottino di guerra</em>; <em>Il decennio della controrivoluzione</em>) tornano invece a riflettere sul libro che, a tutti gli effetti, ha aperto la strada allo studio degli anni Ottanta, pubblicato per la prima volta nel 1990 con un inaspettato successo, e di recente riproposto proprio dalla casa editrice DeriveApprodi (2023): <em>I sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo, paura, cinismo nell’età del disincanto. </em>Persone di diversa formazione culturale e orientate verso molteplici interessi – da Massimo De Carolis a Rossana Rossanda, fino a Domenico Starnone – avevano provato a mettere insieme le loro intelligenze per individuare le “tonalità emotive” di un’epoca attraversata da trasformazioni traumatiche, segnata da uno “<a href="https://www.doppiozero.com/fare-i-conti-con-gli-anni-ottanta">sradicamento senza precedenti</a>”. E si erano chieste se la capacità di muoversi nei labirinti del possibile potesse stimolare non solo ansie di arrivismo e chiusure solipsistiche, ma anche nuove forme di dissenso di fronte agli equilibri vigenti.</p>
<p><em>Nel sottosopra degli anni Ottanta</em> raccoglie, in buona sostanza, gli stimoli teorici più fecondi dei <em>Sentimenti dell’aldiqua</em>, invitandoci a rivolgere lo sguardo verso il futuro. La parte più propositiva di questo nuovo volume collettaneo si ritrova, non a caso, nel saggio conclusivo di Christian Marazzi (<em>La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti nella politica</em>), che fa i conti con la propensione del nostro sistema economico a produrre forme crescenti di precarizzazione, includendo nel ciclo produttivo anche l’attività comunicativa che accompagna la quotidianità delle nostre esistenze. Produciamo e condividiamo una quantità incommensurabile di dati, portando alle estreme conseguenze processi che prima avvenivano “in maniera molto più informale e grezza”. Si tratta di un lavoro non riconosciuto, gratuito, eppure “del tutto pervasivo”, dal quale non riusciamo a liberarci. Urge dunque “un’iniziativa a livello planetario” per cancellare il “codice a barre” tatuato sul corpo di ciascuno di noi e acquisire nuove consapevolezze. L’obiettivo è più che chiaro: ricomporre i diversi fronti di lotta e riprenderci “il tempo di vita” che ci viene ingiustamente sottratto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ESISTE LA RICERCA: 1-2-3 settembre, Milano, Teatro Litta</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Aug 2023 10:15:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Marco Giovenale </strong><br />Esiste la ricerca (giugno 2022, marzo 2023, settembre 2023) è un esperimento in più momenti, tentativi, occasioni, in cui ci si confronta, orizzontalmente e non accademicamente, sulle nuove o nuovissime scritture di ricerca.

Non si tratta di un luogo di visibilità: all’allestimento degli spazi manca un palco, manca una cattedra. Non c’è una regia in senso stretto, né dei “panel” di discussione. La discussione si sviluppa sul momento. Dal 2023 non ci sono microfoni né registrazioni.

Esiste la ricerca è in definitiva un contesto per raccogliere – misurando tempi e voce – le diverse percezioni che oggi si hanno delle scritture sperimentali, complesse e di ricerca [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Giovenale</strong></p>
<p><a href="https://www.mtmteatro.it/progetti/esiste-la-ricerca/" target="_blank" rel="noopener"><em>Esiste la ricerca</em></a> (giugno 2022, marzo 2023, settembre 2023) è un esperimento in più momenti, tentativi, occasioni, in cui ci si confronta, <em>orizzontalmente</em> e non accademicamente, sulle nuove o nuovissime scritture di ricerca.</p>
<p>Non si tratta di un luogo di visibilità: all’allestimento degli spazi manca un palco, manca una cattedra. Non c’è una regia in senso stretto, né dei “panel” di discussione. La discussione si sviluppa sul momento. Dal 2023 non ci sono microfoni né registrazioni.</p>
<p><em>Esiste la ricerca</em> è in definitiva un contesto per raccogliere – misurando tempi e voce – le diverse percezioni che oggi si hanno delle <em>scritture sperimentali, complesse e di ricerca</em>, e le pratiche artistiche e critiche che con queste entrano (a vario titolo, anche conflittualmente) in relazione.</p>
<p>L’impianto gerarchico del “convegno” è escluso o viene tendenzialmente decostruito. Semmai, <em>Esiste la ricerca</em> prova a riprendere, valorizzare e rendere usuale e sistematico un modus operandi <em>minore</em>, tuttavia rintracciabile in tutti gli incontri letterari, di tutti i tipi. Ovvero: in tutti gli incontri letterari, di tutti i tipi, dopo i momenti ufficiali più o meno paludati, le letture, le relazioni critiche, i convenevoli e la diplomazia, si rompono le righe e (prima che venga imbandito il buffet) i presenti chiacchierano tra loro, esprimono dubbi e persuasioni. Senza microfono e senza grandi filtri. <em>Esiste la ricerca</em> vuole ritagliare precisamente le prassi di questi <strong>momenti interstiziali</strong>, informali, e farne il centro di un (anti)discorso: con fini di confronto e conoscenza. Eliminati i tavoli rialzati e le pedane, tolti gli interventi scritti o a braccio, cancellato il climax oratorio, rimangono le persone e le interazioni che le coinvolgono.</p>
<p>Si tratta in definitiva di incontri pubblici senza convenevoli e retorica accademica prima, né buffet=dispersione dopo. Rimane quella che potrebbe essere la sostanza del letterario, ascoltabile.</p>
<p>Tutto questo – anche e soprattutto – come ascolto transgenerazionale, e attenzione agli autori più giovani.</p>
<p>Sempre con focus sulla ricerca letteraria, e in particolare su quella ricerca che <a href="https://gammm.org/" target="_blank" rel="noopener">gammm.org</a> sta da quasi vent’anni seguendo, traducendo, attuando, promuovendo. (Con tutte le derive e derivazioni che appunto i più giovani hanno innestato su quelle linee testuali).</p>
<p>*</p>
<p><em>Esiste la ricerca</em> non è un evento canonizzante. Chi partecipa non vince niente, non resta nella storia, semmai contribuisce a conoscere e capire il presente immediato.</p>
<p><em>Esiste la ricerca</em> non è un’antologia, gli assenti non sono dimenticati (il loro ascolto potrebbe essere solo rinviato alla prossima occasione), i presenti non diventano stelle.</p>
<p>L’incontro non “legittima” i partecipanti né “delegittima” chi manca. (Con quale autorità poi lo farebbe? E: legittimare o delegittimare a fare che?). Non costruisce storia ma – insisto – crea le condizioni per il verificarsi di quelle <strong>conversazioni informali e interstiziali </strong>che sono in verità il senso migliore di incontri altrimenti ingabbiati nel cerimoniale accademico o simil-accademico.</p>
<p>A <a href="https://www.mtmteatro.it/progetti/esiste-la-ricerca/" target="_blank" rel="noopener"><em>Esiste la ricerca</em></a> si è invitati per partecipare a un contesto, non a un contest. A <em>Esiste la ricerca</em> si parla per alzata di mano e non per titoli.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-104641" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate.jpeg" alt="" width="1152" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate.jpeg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-169x300.jpeg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-576x1024.jpeg 576w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-768x1365.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-864x1536.jpeg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-150x267.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-300x533.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-696x1237.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-1068x1899.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-236x420.jpeg 236w" sizes="(max-width: 1152px) 100vw, 1152px" /></p>
<p>[Già apparso su <a href="https://slowforward.net/2023/07/19/mg-appunti-personali-su-esiste-la-ricerca/" target="_blank" rel="noopener">slowforward</a> il 19 luglio 2023]</p>
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		<title>Paolo Godani, o la salute nella febbre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jul 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>David Watkins</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em> </em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-79869" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/106002-9788865482773-584x1024.jpg" alt="" width="486" height="839" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Una strana musica lega i dolori che scandiscono la nostra vita alle nostre scoperte più gioiose. Non occorre scomodare chissà quale evento tragico per mettersi in ascolto e origliare l’esistenza di questo legame. Possiamo farne esperienza, ad esempio, ogni volta che buschiamo una brutta febbre. Sdraiati nel nostro tremore, esclusi dal traffico che avanza di là dalla finestra, capita talvolta di trovare nello stesso male che ci costringe a letto la grazia che ci libera dai nervi tesi del giorno, l&#8217;analgesico che scioglie il ritmo ansiogeno dei nostri desideri e delle nostre ambizioni. Se fino a ieri la smania di raggiungere questo o quel traguardo ci ronzava in testa come un imperativo categorico capace di riassumere in sé il grafico del nostro destino, adesso le nostre esigenze si aprono e si chiudono nel cerchio semplice di un respiro, del bicchiere d’acqua con cui ci bagniamo le labbra, dell’aria che facciamo girare nella stanza, del volto amico che viene a farci visita nel dormiveglia e con cui ci sembra di parlare. Tutto il mondo che siamo è diminuito e si è dilatato ad un tempo. Sentiamo allora una brezza attraversare il nostro torpore, una calma dimenticata chissà quando accomunare la febbre ai più bei giorni di vacanza. Non abbiamo tagliato nessun traguardo, abbiamo soltanto intravisto che non c’era nessun traguardo da tagliare. Magari le parole per dirlo, nel frattempo, sono venute meno, e la conversazione immaginaria che aleggiava a mezz’aria tra noi e il nostro amico è ormai svanita in un sogno, ma il nostro corpo ha già compreso che l’aldilà della febbre non è altrove, che la salute è anzi un certo modo di stare nella malattia.</p>
<p style="text-align: justify;">Volessimo affrancare questa salute dalla contingenza che ce l&#8217;ha fatta conoscere, volessimo far passare questo vento calmo nella febbre meno evitabile degli ultimi secoli e dei nostri giorni, dovremmo leggere <em>Sul piacere che manca. L’etica del desiderio e lo spirito del capitalismo </em>di Paolo Godani (DeriveApprodi, pp. 159, euro 13). Non ci costerà molta fatica: è un libro agile nei suoi affondi, che scende nelle spirali del metodo genealogico per riportare in superficie soltanto ciò che gli è strettamente necessario, in uno stile limpido, capace di vibrare, una scrittura che è forse un primo sintomo di convalescenza, un primo modo, implicito ma concreto, di agire contro quella mancanza di piacere di cui essa stessa svolge la diagnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Diagnosticare un’assenza sistematica del piacere nello stato di cose presente è infatti il gesto paradossale con cui questo bizzarro epicureo ci fa entrare nel suo giardino (“perché è forse solo alla luce di ciò che manca che si può acquisire la capacità di lottare contro il proprio tempo”). Riassumendo una tesi che nel corso del libro verrà declinata da diverse prospettive, diremo subito che il piacere che Godani non vede e di cui avverte la mancanza non è il piacere che deriva dalla messa in atto di un desiderio, né tanto meno il riconoscimento che appaga lo sforzo di una qualche ambizione; diremo anzi che se il piacere si è reso invisibile ai suoi occhi, è appunto perché esso è quasi interamente sommerso e, per così dire, <em>asfissiato </em>dalle dinamiche del desiderio e dell’ambizione che governano la nostra attuale forma di vita: “lo sforzo di diventare qualcuno, che nelle nostre società si presenta come un compito infinito, finisce per coincidere con il sacrificio della propria stessa vita. Non si tratta certo di una novità assoluta e anzi si potrebbe dire che il capitalismo come tale si fondi su questa logica dell’accrescimento fine a se stesso e dell’intensificazione parossistica del desiderio, ma il tratto di novità portato dal regime neoliberale consiste precisamente nel fatto che questa logica sia estesa alla vita nella totalità dei suoi esercizi.” Se per piacere intendiamo invece un’esistenza che fruisce se stessa senza asservire alcuno scopo né alcun imperativo, allora il piacere è il rimosso delle nostre società, è ciò che il nostro corpo, preso nell’“andirivieni bipolare tra eccitazione e depressione che caratterizza le nostre esistenze”, non può tollerare.</p>
<p style="text-align: justify;">La diagnosi di Godani non si limita a rilevare e descrivere questa “nuova forma di nevrosi”, questa febbre del desiderio che dà alla nostra stessa vita la forma di un lavoro e di un compito da realizzare, ma si dirama in una “genealogia del desiderio nella cultura del Novecento” che, come ogni buona genealogia, lascia comparire in controluce la possibilità di un modo altro di vivere e pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un merito essenziale di questa genealogia è quello di far emergere il punto in cui la nevrosi che caratterizza le nostre vite e le principali formulazioni teoriche del secolo scorso stringono come una tacita alleanza. Rileggendo alcuni momenti emblematici sia della psicoanalisi sia dei suoi più ostinati avversari anche alla luce di ciò che essi non dicono, Godani vi osserva una medesima incapacità di pensare, dunque di sentire, un piacere che non sia subordinato al desiderio o al ritmo discontinuo degli avvenimenti che interrompono il decorso ordinario di una vita, ma che sia connaturato alla vita stessa, inscritto nel sentimento più elementare dell&#8217;esistenza, per quanto ordinario e discreto il suo decorso possa apparire. Che il piacere venga inteso come il “soddisfacimento, per lo più improvviso, di bisogni fortemente compressi” (come nel caso di Freud nel <em>Disagio della civiltà</em>) o come “l’interruzione del processo immanente del desiderio” (è il caso di un Deleuze che rivela, sotto questo aspetto, un’insospettabile “filiazione freudiana”), il discorso di fondo non cambia: in entrambi i casi, il piacere vi si appiattisce e si comprime nella figura di un esito subalterno, un momento puntuale che appare e scompare nella vita di un corpo, un’intensità che sopraggiunge soltanto in seconda battuta, come il fine o la fine, comunque l’eccezione, di un processo che in sé sarebbe pertanto privo di piacere.</p>
<p style="text-align: justify;">Stringere il piacere nel dominio del desiderio, negare la sua indipendenza dagli esiti del processo, significa dunque imprigionare il senso delle nostre attività nella tristezza della logica strumentale. È contro questa logica e la tristezza che ne deriva che Godani recupera, immaginandone “un uso attuale”, le parole di Epicuro. Perché nulla è forse oggi più inattuale dell’idea di un piacere, com’è quello epicureo, tanto discreto da coincidere con l’atmosfera stessa della vita, nulla, forse, più inattuale di un pensiero che dica il piacere essere non l’accidente estrinseco di un’esistenza che desidera ma il fondo inamovibile di un corpo che sente e respira.</p>
<p style="text-align: justify;">Il piacere che Godani ritrova in Epicuro non ha nulla di eccezionale, ma è tutto ciò che resta ovunque una vita non sia sottomessa alle sue opere, ogni volta che il respiro di un corpo non sia assoggettato alla logica dei mezzi e dei fini. La vita del saggio epicureo è oziosa nella felice misura in cui non consente al lavorio del desiderio di rendere impercettibile questo piacere di fondo, agli affanni dell’ambizione di soffocare questo respiro; immaginare un modo attuale di essere epicurei non vuol dire, allora, pensare il lavoro da una parte e l’ozio dall’altra, né irrigidire il piacere e il desiderio nelle polarità di un ennesimo dualismo che non avrebbe alcuna presa sulla realtà della nostra vita, né tanto meno recidere il desiderio nell’ebetudine di una <em>noluntas </em>schopenhaueriana; piuttosto, “riconquistare, pur in presenza del desiderio, l’idiozia o la beatitudine del piacere puro vuol dire revocare le finalità del desiderio – non per cancellarle, ma per goderne come semplici variazioni sul tema del piacere”. In una parola, essere epicurei oggi significa rifiutare non tanto il lavoro, quanto la forma di vita che il lavoro sembra implicare.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questo <em>rifiuto</em>, di questa possibilità di “<em>piegare il desiderio al respiro</em>” che lascia intravedere una via d’uscita da quella nevrosi che ci siamo abituati ad assumere come l’eterno sinonimo delle nostre esistenze, l’amicizia e la filosofia costituiscono forse l’esempio supremo, per la semplice ragione che né l’una né l’altra sarebbero possibili se il finalismo e la logica strumentale non ne venissero costantemente messi fuori uso. Ed è per questa stessa ragione che <em>ridere e filosofare insieme</em> – per citare uno degli ultimi capitoli del libro – non è soltanto il modo più gioioso di perdere tempo (il riso non è d’altronde la lettura più profonda di un pensiero?), ma è anche “una sfida politica rivolta contro la politica”, “l’affermazione di una forma di vita incompatibile con l’ordine sociale esistente e con il tipo di umanità che questo vorrebbe produrre”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">«Si tratta dunque di un libro pieno di speranza?»</p>
<p style="text-align: center;">«No, amico mio. Ma il tramonto inesorabile che facciamo vanto di essere ha già i suoi ottimi avvocati. È forse tempo di cercare parole buone a dire l’infinita vivibilità della nostra disperazione.»</p>
<p style="text-align: center;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Oliviero Toscani vs Flash Art: l&#8217;arte della beffa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 12:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[biennale di Tirana]]></category>
		<category><![CDATA[deriveapprodi]]></category>
		<category><![CDATA[flash art]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[giancarlo politi]]></category>
		<category><![CDATA[luther blissett]]></category>
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					<description><![CDATA[Stamattina, prima di prendere il treno mi sono chiesto come si fosse risolto il contenzioso tra il direttore di Flash art , Giancarlo Politi e il fotografo Oliviero Toscani. La cosa mi interessa perché all&#8217;epoca dei fatti, eravamo nel 2002, una rivista francese, Le vrai papier Journal mi mandò in Italia come corrispondente per scoprire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tirana_biennial.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tirana_biennial.jpg" alt="" title="tirana_biennial" width="180" height="240" class="alignnone size-full wp-image-8179" /></a></p>
<p>Stamattina, prima di prendere il treno mi sono chiesto come si fosse risolto il contenzioso  tra il direttore di Flash art , Giancarlo Politi e il fotografo Oliviero Toscani. La cosa mi interessa perché all&#8217;epoca dei fatti, eravamo nel 2002, una rivista francese, <em>Le vrai papier Journal</em> mi mandò in Italia come corrispondente per scoprire la verità, la <em>vera</em> verità di una delle più grandi beffe mediatiche giocate ai danni  dell&#8217;Arte contemporanea in Italia. Per essere più precisi l&#8217;attacco fu portato a uno dei suoi più importanti riferimenti critici, <a href="http://www.flashartonline.it/">Flash Art</a>. E così, navigando in rete ho scoperto che circa un mese fa il direttore della storica testata replicando a una lettrice sosteneva la cosa seguente:</p>
<p>&#8220;<em>Tu mi ricordi la questione Toscani di anni fa?<br />
<span id="more-6223"></span><br />
 Ma ad assumere e proporsi in diverse personalità e a fare lo scherzo di cui parli fu allora un artista di talento, Marco Lavagetto (come artista rimasto purtroppo al palo), definito il Cattelan dei poveri; e infatti alcune sue opere iniziali, addirittura precedenti allo stesso Cattelan, possono rimandare al grande Maurizio. In quella circostanza, a fare la figura dello sprovveduto che non ha capito cosa sia l&#8217;arte contemporanea fu proprio Oliviero Toscani, avvezzo alle provocazioni ma non ad accettarle. Infatti la mia idea è che il grande creativo, anzi il vero artista, nella storia della pubblicità non sia stato il burbero Toscani, ma il suo sponsor Luciano Benetton. Infatti dopo la separazione tra i due, Oliviero Toscani si dedica maggiormente al suo allevamento di cavalli e dal suo studio non è più uscita una idea brillante. Spero che un giorno questo verrà riconosciuto.&#8221;</em></p>
<p>Io, a dire il vero, le cose me le ricordavo diversamente e così sono andato a ripescarmi l&#8217;inchiesta che scrissi all&#8217;epoca e da allora disponibile, in francese, sul sito &#8220;art&#8221; dei Luther Blissett a questo indirizzo:<br />
http://www.0100101110101101.org/texts/levrai_mave-fr.html<br />
Ve la propongo oggi, in italiano.</p>
<p>Da <em>&#8220;Le Vrai #23 luglio-agosto </em>2002, pp.88-91<br />
<strong>Quando i falsi Toscani scandalizzano L&#8217;Art Gallery</strong></p>
<p>Come due artisti provocatori sono riusciti , facendosi passare per il celebre fotografo Oliviero Toscani, a imporre delle opere particolarmente trash ai rispettabili organizzatori della biennale di Tirana 2001.</p>
<p><strong>I  Fatti</strong></p>
<p>Tutto comincia il 4 dicembre del 2000. Flash Art, una delle riviste più rinomate nel campo dell&#8217;arte contemporanea, pubblica una classifica dei migliori artisti italiani degli ultimi 50 anni. Oliviero Toscani si classifica al 49°posto. </p>
<p>Penultimo posto&#8230; Toscani è noto in tutto il mondo per aver rivoluzionato il concetto stesso di pubblicità con le sue campagne per  Benetton. Tutti ricorderanno l&#8217;ammalato di AIDS in stadio terminale, del paio di jeans imbrattati di sangue di un giovane combattente dell&#8217;ex Jugoslavia, dei ritratti dei condannati a morte in America. </p>
<p>Quello stesso giorno, Giancarlo Politi, direttore della rivista, riceve una mail vendicativa, firmata Toscani:<br />
<em>&#8221; Caro direttore, il suo giornale mi fa vomitare, non è possibile che un idiota come lei possa dirigere un giornale che si reputa dedicato a un&#8217;arte senza riserve (&#8230;) Trovarmi al penultimo posto mi ha veramente disturbato, visto che credo di aver segnato il panorama iconico più di chiunque altro (&#8230;) le vostre classifiche potete ficcarvele in culo, arrivederci. Oliviero Toscani, quello dei sigari.</em></p>
<p>Giancarlo Politi reagisce con la stessa veemenza e, a partire da qui, i due uomini si scambiano parecchie mail. Politi racconta. &#8220;<em>Un giorno mi viene l&#8217;idea di invitare Toscani alla biennale di Tirana, allora in pieni preparativi. (&#8230;) Come convenuto, mi manda un elenco di artisti da invitare a Tirana e sulla base delle immagini che mi manda, le trovo straordinarie. Entro in contatto con ognuno di loro. Dimitri Bioy, che abita in Florida, ma che rifiuta di darmi il suo indirizzo visto che è ricercato per pedofilia: il suo lavoro rappresenta delle ragazzine vergini in pose sexy. Carmelo Gavotta che vive in provincia di Cuneo e realizza dei video amatori trash e violenti. Bola Ecua del Lagos, per immagini molto crude di scene di tortura. Hamid Piccardo, che vive e lavora in Marocco per delle immagini molto crude dell&#8217;attento all&#8217;aereo di linea Pan Am del 1988</em>&#8221;</p>
<p>Politi e gli organizzatori della biennale che si inaugurerà il 14 settembre 2001 a Tirana si prendono due bastonate. La prima è l&#8217;attentato contro le Twin Towers, l&#8217;11 settembre, tre giorni prima dell&#8217;apertura. la seconda, è una telefonata della segretaria di Oliviero Toscani. La signora gli chiede spiegazioni su quella biennale: Oliviero Toscani non è al corrente di nulla, non sa nulla di Tirana e non ha mai collaborato in alcun modo a quella biennale.Per quanto concerne l&#8217;intervista pubblicata su Flash Art non ricorda di averne mai rilasciata una.  </p>
<p><strong>L&#8217;inchiesta</strong></p>
<p>Chi sono gli autori della beffa? <a href="http://www.rekombinant.org/old/article.html.sid=1421">Il Sole 24 ore</a>, quotidiano italiano che per primo è partito alla caccia, cita Marco Lavagetto come<br />
il <em>falso</em> Toscani o, quanto meno, colui che è denunciato da Toscani. Eppure, secondo il settimanale l&#8217;Espresso, Marcelo Gavotta et Oliver Kamping sono i veri autori della beffa: sono stati loro, infatti, a mandare alla redazione il dossier completo dello scambio di mail  tra il falso Toscani e Politi. Allora, chi si nasconde dietro sotto le mentite spoglie di Toscani? E come mai il vero Toscani, adepto delle più folli provocazioni, ha fatto causa? </p>
<p><strong>Ipotesi N°1</strong>: Il collettivo Luther Blissett.<br />
Creato a Bologna negli anni 90, come collettivo anonimo si è imposto alla scena italiana attraverso una serie di attacchi &#8220;artistici&#8221; ad istituzioni culturali o politiche italiane, come la Biennale di venezia o il sito del vaticano durante il Giubileo.  </p>
<p><strong>Ipotesi N°2</strong>: Gli amici di Derive e Approdi, rivista creata da  Sergino Bianchi. Hanno infatti, in passato, organizzato operazioni situazioniste, ma soprattutto, nel 1997, dedicato tutto un numero della rivista all&#8217;Albania ( si ricordi in proposito la celebre fotografia di Toscani, il vero, con l&#8217;enorme nave piena zeppa di esuli albanesi, diretta sulle coste italiane.) Hanno per l&#8217;occasione messo su una rete internazionale di artisti e di scrittori albanesi tra cui, il pittore, Edi Rama, divenuto qualche anno dopo sindaco di Tirana e partner della Biennale.  </p>
<p><strong>Punto di partenza</strong></p>
<p>La prima persona con cui entro in contatto telefonico è Marco Lavagetto, giovane artista ligure, &#8220;considerato&#8221; come l&#8217;autore della beffa. Persona piacevole, al telefono. molto intelligente, niente affatto contorto e complessato come traspare dal ritratto pubblicato sui giornali italiani. Si proclama innocente e mi confessa di averne le tasche piene delle telefonate dei giornalisti e del complotto di Tirana. E mi assicura che mi avrebbe mandato dei documenti a proposito dei veri-falsi Toscani.</p>
<p>Comincio a pensare che lui non c&#8217;entra per niente con questa storia. I fatti mi daranno ragione. Come convenuto vado a prendere il legale di Toscani, l&#8217;avvocato Lucibello che è a Parigi per lavoro, alla stazione, Gare de Bercy. Una stazione che sembra quasi &#8220;falsa&#8221;, come certi luoghi che pubblici che si devono inaugurare in un dato giorno e che si inaugurano effettivamente nonostante la desolazione che i lavori non ultimati trasmettono al pubblico. Per mia fortuna, i treni sono veri. L&#8217;avvocato Lucibello e consorte hanno viaggiato tutta la notte. Un quarto d&#8217;ora dopo il loro arrivo ci spostiamo all&#8217;altra stazione, la vera, la Gare de Lyon, e ci accomodiamo sui divani del famoso ristorante, le Train Bleu. </p>
<p>L&#8217;avvocato Lucibello mi dice che la cosa che ha fatto arrabbiare di più Toscani, è che Politi avrebbe potuto fargli almeno una telefonata in un anno di scambi di mail. Apre il dossier   che mi ha gentilmente fotocopiato e su una delle pagine del catalogo della Biennale, quella dedicata a Hamid Piccardo, c&#8217;è la foto di un Boeing schiantato al suolo , il tutto accompagnato da una didascalia a firma dello stesso falso Toscani che ammonisce: &#8220;<em>Quando finirà questa gara che consiste nel costruire palazzi sempre più alti?&#8221;</em> Ovviamente, alla luce di quanto, all&#8217;insaputa di tutti, sarebbe successo in quei giorni, (attentato dell&#8217; 11Settembre a New York) , Oliviero Toscani aveva tutto il diritto di incazzarsi. </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/benetton-albania.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/benetton-albania.jpg" alt="" title="benetton-albania" width="390" height="535" class="alignnone size-full wp-image-8175" /></a></p>
<p><strong>Ed ora, gli autori della beffa</strong></p>
<p>Mentre mi trovavo in Italia, ricevo la prima mail dei veri falsi Toscani. Il contatto è preso. Gli mando una serie di domande sull&#8217;<em>affaire</em>, qualche chiarimento su alcuni passaggi, spiegandogli la natura della mia inchiesta. A Milano, intanto, entro in contatto con Giancarlo Politi, e con uno dei redattori di Flash Art, Michele Robecchi, tra l&#8217;altro anche lui organizzatore della biennale. Ci incontreremo al mio ritorno da Roma.<br />
E&#8217; infatti nella capitale che mi aspettano Ilaria Bussoni e Sergino Bianchi. Iniziamo a parlare di Tirana e del mio reportage. Gli espongo le mie differenti tappe e , quando sto per entrare nei dettagli a Sergino gli viene in mente qualcosa e chiede a Ilaria se il dossier Tirana, manoscritto in corso di studio per un&#8217;eventuale pubblicazione si trovava ancora in casa editrice. Ilaria  si ricorda che effettivamente avevano ricevuto via posta un dossier firmato con due pseudonimi:   Marcelo Gavotta et Oliver Kamping. Leggiamo così le prime pagine dell&#8217;introduzione al manoscritto che ne conta ben 150.  </p>
<p>« <em>Tutto si svolgeva nel 2001 tra Italia, Miami, Marrakech, Tanger, Algeri, Little Albany nel Bronx, Chinguetti, Kaduna, ed è tutto  nato nei Balcani, nell&#8217;autunno dello stesso anno, in occasione della Biennale di Tirana. []<br />
Il manifesto (creato dal falso Toscani) ha tutti gli ingredienti della Toscanata provocatoria, in linea con i suoi scatti scandalosi: una riproduzione distorta della bandiera della Grande Albania. Al&#8217;epoca il manifesto veniva considerato, in Europa e negli Stati Uniti, la più bella opera del fotografo italiano&#8230;() In quegli stessi giorni di Settembre, il direttore della Biennale di Tirana già piena di immagini di artisti fantasma e inesistenti, veniva contattato da Maurizio Cattelan che a sua volta lo informava che dopo quanto era successo a New York non poteva partecipare che in un solo modo, ovvero non mostrando nulla. Gli autori del complotto avevano invece deciso da tempo che era giunta l&#8217;ora di far vedere e celebrare un&#8217;arte che si sarebbe rivelata in seguito come un niente inesistente che dava una forma alla sua scomparsa. </em>»</p>
<p>Firmato: <strong>Marcelo e Oliver</strong></p>
<p><strong>Primo maggio</strong>.<br />
Ho appena ricevuto la risposta degli ex-Luther Blissett diventati intanto HTTP://WWW.0100101110101101.ORG, per le arti plastiche, e Wu Ming per quelle letterarie. </p>
<p>Mi scrivono i primi :<br />
« <em>Ci sarebbe piaciuto essere gli autori del complotto di Tirana. Si tratta di un&#8217;operazione geniale, una delle più riuscite e divertenti. Ciò che la rende altresì interessante  è la povertà dei mezzi utilizzati. In gergo hacker, si chiama  « social engineering ». L&#8217; hacking può essere applicato a qualsiasi campo, è l&#8217;approccio che conta, non i mezzi. Si tratta di vere e proprie opere d&#8217;arte , di operazioni che mettono a dura prova i fondamenti culturali su cui si appoggia una società, che scatenano tempeste mediatiche e divertono. C&#8217;è bisogno di un&#8217;opera continua di demistificazione , di erosione delle norme e  delle abitudini, e per questo non ci sono regole fisse? E&#8217; in questo che consiste l&#8217;arte: reinventare ogni volta le regole del gioco. L&#8217;arte è una forma di alchimia che, invece di trasformare il metallo in pietra preziosa, trasforma la merda in oro.  Potenzialmente ogni cosa può diventare arte, si tratta soltanto di conoscere le regole del gioco, trucchi compresi. Voi non avete mai la sensazione di essere truffati ?</em> »</p>
<p><strong>Mistificato ma contento</strong><br />
Giancarlo Politi mi riceve in una palazzina industriale. Mi dice che se è vero che non ha mai telefonato a Toscani gli aveva comunque mandato nei mesi precedenti alla Biennale i materiali relativi all&#8217;evento, il manifesto, le cartoline, e gli articoli di Flash Art. « <em>Colui che ha messo su &#8220;la beffa&#8221; è uno dell&#8217;ambiente, un artista che conosce nei minimi dettagli le regole di funzionamento di quella macchina che è l&#8217;arte contemporanea. La scelta delle opere proposte non è dovuta al caso. . Guardi questa immagine delle ragazzine nel catalogo, converrà con me sul fatto che si tratta di un&#8217;immagine inquietante&#8221;</em></p>
<p>« <em>Sinceramente non mi aspettavo da parte di Toscani una reazione di questo tipo. Ma com&#8217;è possibile che un artista come lui abbia fatto ricorso a un avvocato ? </em>»<br />
Ci mettiamo a tavola. <em>L&#8217;ospitalità è vera </em>(ndr)<br />
<em>«Questa beffa è un&#8217;opera d&#8217;arte. le opere proposte sono più che difendibili, sono nello spirito del tempo. il video che ci hanno recapitato a nome di Carmelo Gavotta è inquietante. (tutte le opere erano state mandate a mezzo posta dai paesi di pretesa appartenenza degli artisti, Stati Uniti, Nigeria, Marocco&#8230;ndr) Poco importa se le opere sono state prese su internet, si tratta di un&#8217;artista che ha saputo , facendosi passare per Oliviero Toscani, fare qualcosa che lo stesso Toscani non avrebbe saputo fare. Ha vampirizzato il maestro per accrescere la sua aura ed è così che si è introdotto nel mondo dell&#8217;arte. Stesso discorso per il manifesto, l&#8217;aquila a due teste, nera, strappata e allo stesso tempo imponente. »<br />
</em><br />
Si sta facendo tardi. Ho un&#8217;ultimissima domanda da fargli. E se il falso Toscani fosse Politi? </p>
<p>« <em>Si, avrei potuto benissimo farlo io e il mio rammarico è proprio nel non essere stato il creatore di quest&#8217;opera magnifica. Allo stesso tempo, sono contento di esserne stato, inconsapevolmente, uno degli attori. »</em></p>
<p><strong>Tutto è assolutamente falso</strong></p>
<p>La gare de Lyon, contrariamente a  quella di Bercy, è una vera stazione. proprio prima di partire ho potuto consultare le mie mail.   Marcelo et Oliver mi hanno scritto di nuovo :</p>
<p>« Caro Francesco Forlani, le ragioni della beffa sono tutte in questo dossier in allegato. La sola cosa che vogliamo aggiungere è che tra di noi e le persone che hai citato non c&#8217;è nessun contatto, né intellettuale, né fisico. Noi siamo gli unici autori della beffa, gli inventori del complotto. Oliviero Toscani esiste, anche suo figlio e gli artisti che ha portato a Tirana non sono meno vivi di noi. Carmelo Gavotta è  l&#8217;alter ego di un artista contemporaneo noto. (L&#8217;avvocato di Toscani era risalito a Marco Lavagetto proprio perché il suo nome è anagramma dell&#8217;altro), Bola Ecua vive in Nigeria, solo che invece di fare fotocopie è poeta, Hamid Piccardo è il portaparola della comunità islamica di Imperia e  Dimitri Bioy  è il misterioso partecipante di  news group che si chiama Blackcat. Si è trattato di détournement di personalità. Una raccomandazione soltanto: se puoi non lasciare troppo spazio al Signor Politi. Lui non è affatto  il protagonista di questa  storia, come vorrebbe credere.<br />
Qualcuno ha pensato che tutto era falso e, in effetti era tutto vero. Tutto era falso, veramente falso. </p>
<p><strong>Lucifero fa la sua comparsa</strong></p>
<p>Oliviero Toscani mi chiama poco dopo avergli lasciato un messaggio alla sua segretaria.<br />
« <em>No, non l&#8217;ho visto il numero di Flash art prima del catalogo. Questa beffa è stata grandiosa e, soprattutto, superiore alle tante cazzate che arricchiscono giornali di provincia come  Flash Art. L&#8217;altra sera, ero a cena di una ricchissima signora di Torino e guardandomi attorno, ho notato sulle pareti opere di artisti contemporanei. Ecco dove va a finire l&#8217;arte contemporanea, mi sono detto. La beffa è stata fatta a partire dalla mia opera, e coloro che l&#8217;hanno messa in atto, sono degli operai, della manodopera.Oliviero Toscani non esiste. hanno agito come sonnambuli, come persone sotto ipnosi. D&#8217;altronde, l&#8217;anello debole della catena è nelle opere che hanno scelto. terribilmente moderne, arte del passato. Mancava quell&#8217;energia che  richiedo, cuore e cervello, un&#8217;opera grandiosa come quella dei dadaisti.<br />
Il ricorso all&#8217;avvocato è il mio modo di continuare l&#8217;opera. Ad ogni modo, non si saprà mai chi è il falso Toscani. Anche se qualcuno pretende di esserlo, non potrà mai dimostrarlo. Politi, in compenso, gli chiederò un bel risarcimento, e con quei soldi mi comprerò il suo giornale e finalmente si vedrà della vera arte contemporanea. Perché si sa, la vendetta è un piatto che si mangia freddo. E anche se sono diabolico, so che l&#8217;arte è diabolica, deve essere diabolica, altrimenti è cosa da ragionieri. Il mio avvocato, che si chiama  Lucibello, proprio così, con un nome così non potevo certo chiedere di meglio prenderà parte anche lui all&#8217;opera (mi rendo conto , al momento della trascrizione che il correttore francese del mio computer mi segnala Lucibello come errore e mi propone Lucifero )   Una cosa che nessuno mi sembra aver capito è che qui tutti hanno preso in giro tutti. </em></p>
<p><strong>Apologia del falso</strong><br />
In conclusione ricevo finalmente il testo dei miei amici di <a href="http://www.deriveapprodi.org/">Derive Approd</a>i.</p>
<p>« <em>Quando, nel1996, un migliaio di clandestini provenienti dall&#8217;Albania sono sbarcati sulle nostre coste, e quando il naufragio di una di quelle navi nel canale d&#8217;Otranto ha causato la morte di ottanta persone, abbiamo deciso di dedicare un numero speciale della nostra rivista all&#8217;Albania. Un paese passato dall&#8217;economia di stato a quella di mercato, un prototipo dell&#8217;economia globale. Un paese all&#8217;Avanguardia, dunque, e niente affatto arretrato. Abbiamo deciso di fare questo numero con artisti albanesi, in albanese. Ma dove trovare dei veri albanesi? dappertutto, in Italia, a Parigi, a Francoforte, a Londra, a New York. Si trattava di persone che parlavano diverse lingue, una comunità di artisti, giornalisti, cantanti, registi che abitavano in ogni angolo del pianeta e che nonostante le distanze restavano in contatto.<br />
Mentre in italia li esperti di geopolitica spiegavano la rivolta albanese com uno choc tra differenti tribù, noi scoprivamo che non c&#8217;era nessuna etnia, nessuna nazione albanese, nessun paese Albania, nessun piatto tradizionale albanese,nessuna religione. C&#8217;era una bandiera e un migliaio di persone più europee di noi. L&#8217;idea di un falso Toscani in Albania ci fa sorridere, niente di più logico e naturale. Se l&#8217;Albania non esiste, come si vuole che esista  un Toscani che organizza una vera Biennale.  Very Albanian, questa beffa mediatica. Se sono gli Albanesi che fabbricano i nostri veri-falsi jeans Armani, le nostre vere false borse Gucci, i veri falsi foulard Valentino, hanno fatto benissimo a  fabbricare un vero falso Toscani. creare un falso toscani è come creare delle vere false adidas. se Adidas non si arrabbia non vedo perché si debba arrabbiare Toscani. per noi il il falso toscani è sicuramente un Albanese.»</em><br />
<strong>Ilaria</strong></p>
<p>Elementare no?</p>
<p><strong>fine</strong></p>
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