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	<title>dialogo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dialogo di un poeta e di un narratore sull&#8217;ineluttabile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/26/dialogo-di-un-poeta-e-di-un-narratore-sullineluttabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2024 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Aki Kaurismaki]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[fabio donalisio]]></category>
		<category><![CDATA[ineffabile]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Wim Wenders]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fabio Donalisio </strong>  <br /> e <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> Fare mondo era l’ambizione a organizzare modelli di esperienza, quindi ambire a non avere nel proprio lavoro dell’arte nulla di arbitrario. Se poi si trattava di un racconto letterario significava assumere i crismi del rituale per sentirsi parte di una socialità, in quella specie di conversazione universale come si poteva sognare la letteratura.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabio Donalisio</strong> e <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><strong><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-109158" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide.jpg" alt="" width="350" height="499" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide.jpg 1170w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-718x1024.jpg 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-768x1095.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-1077x1536.jpg 1077w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-696x992.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-1068x1523.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-295x420.jpg 295w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />Poeta</em></strong>: Dopo la visione, qualche mese fa, di <em>Foglie al vento</em> di Aki Kaurismaki sono stato colto da una sorta di epifania. Una di quelle cose, se vuoi lapalissiane, ma che la pratica del mondo, specie oggi, piega a un precoce arrugginire, incrosta di malumore e di quello che potrei definire una sorta di sfinimento preventivo (prodromo della Disperazione Diffusa, ne parleremo): la possibilità di non essere una merda nonostante il male (e il lavoro, e il potere, etc.). Una possibilità di kalokagathia, di “approssimazione del bello al bene” che, ovviamente, è ben più di un’estetica (anche se già solo come estetica porterebbe notevoli miglioramenti). Che, peraltro, mi ha ricordato nel tuo libro <em>Sragionamenti sull’anarchia</em> il refrain della “interminata” definizione del Guasto anarchico: “se non il tentativo più nobile che ha tentato la forma umana, almeno di gran lunga il più sincero”&#8230;</p>
<p><strong><em>Narratore</em></strong>: Secondo me Kaurismaki in questo momento si porta sulle spalle un duro destino, quello di chi intravede un pertugio di scampo, per l’arte in generale ma ovviamente non solo, visto che la possibilità che propone e mette in pratica è una riconsiderazione del gesto artistico come capacità di fare mondo, così si diceva una volta. È un destino di solitudine spirituale, lo intravede pur sapendo benissimo che in giro invece vige e impera l’aria impellente di farla finita, e il più presto possibile. È una visione che abbisogna di una smisurata passione per il mondo e, proprio al medesimo tempo, la capacità di un distacco dell’orizzonte, e qui siamo già a quello che ho cercato di individuare nel mio libro. Ci viene tutto più chiaro se confrontiamo il film di Kaurismaki con quello di Wenders uscito più o meno in contemporanea: <em>Perfect days</em> è un bel film, senza dubbio, forse più “bello” addirittura, ma non va altrettanto a fondo, non ci riesce perché resta invischiato nelle migliaia di stratificazioni estetiche e intellettuali. Quello che ci regala Kaurismaki è la considerazione, rischiosissima, che l’arte per secoli, forse dal Rinascimento in poi, ha percorso ed esacerbato e rivendicato il distacco della coscienza umana dalla natura, con l’invenzione della figura dell’autore per esempio, sconosciuta fino al Medioevo in questa forma e che ha condotto man mano alla possibilità di una divergenza morale tra l’opera e il suo autore, soprattutto da Goethe in poi. O con la libertà del “non è bello quel che è bello ma quel che piace”, che per lungo tempo è stata assai efficace nel creare la coscienza individuale come luogo dell’emancipazione e quindi ci pare l’unico modo possibile, ma ora, in questi tempi esiziali, si sta rivelando una falsa libertà. Aki può farlo grazie al fatto di essersi coltivato come amante delle cause perse.</p>
<p><strong><em>P</em></strong><em>.</em>: “Capacità di fare mondo”: credo che sia davvero questo uno dei punti fondamentali dell’esilio imposto da quella che potremmo chiamare Nuova Atrofia; per i profeti dell’atrofico, anzi, anche solo la possibilità non dico di una sintonia, ma di una prossimità con il mondo – e quindi con la capacità, la “potenza” (in senso aristotelico) fantastica – è considerata catastrofica. Da qui la neolingua della Disperazione Diffusa (perdonami il gioco degli acronimi, ma il tempo, anzi l’Era, lo favorisce, quasi pretende) che è sempre e comunque una lingua di allontanamento dalle proprie possibilità di esistenza; di vita, in ultima analisi. Non ho visto il film di Wenders, ma ne (ri)conosco la perfezione: una condizione, oggi, di patente sterilità. Ebbe un senso – estetico, etico – come <em>recherche</em>, in altri contesti. Oggi è anche lei, e senza esserne consapevole, uno dei Linguaggi della Lontananza. Odio citarmi, ma mi sale in mente un mio vecchio verso del <em>libro delle cose</em>: quando l’odio giunge a perfezione/resta perfetto. E qui è quasi scintillante l’evidenza dell’<em>aria impellente di farla finita</em>. Stavo rileggendo, per quelle forme di perversione che ogni tanto mi colgono, quel libro che tanto voleva essere <em>maledetto,</em> ma che di fatto fu chiacchierato solo dai funzionari editoriali, che si chiamava <em>La distruzione</em>. Di tal Dante Virgili, così all’anagrafe. Il Saggiatore l’ha ripescato qualche anno fa (appiccicandogli una prefazione di Saviano, così per non farsi mancare nulla). Dichiaratamente nazista e sadico. Di un nichilismo intemperante quanto frigido. Non so se ti ricordi quella storia. Al di là di tutto il discorso (che mi annoia alquanto anche solo pensare) sul quid (e al di là del fatto che oggi un libro dichiaratamente nazista sarebbe democraticamente normale), mi ha angosciato il fatto che, pur parlando di bombe atomiche e crisi di Suez, i proclami di quel massimalista della volontà di potenza fossero di fatto assai simili agli stitici singulti dell’Atrofico contemporaneo. Anzi, nelle sue forme <em>liquide</em> e <em>ibride</em>, il <em>cupio dissolvi</em> è oggi più efficiente che mai.</p>
<p><strong><em>N</em></strong><strong>.</strong>: Fare mondo era l’ambizione a organizzare modelli di esperienza, quindi ambire a non avere nel proprio lavoro dell’arte nulla di arbitrario. Se poi si trattava di un racconto letterario significava assumere i crismi del rituale per sentirsi parte di una socialità, in quella specie di conversazione universale come si poteva sognare la letteratura. Il Mondo Nuovo invece che ci si impone ha due nemici giurati: l’esperienza diretta, quella di prima mano e la fantasia se ha dignità conoscitiva, vale a dire carne e sangue della vita come nell’arte. Per me la voglia irrefrenabile di morte è abbastanza sotto gli occhi di tutti ormai, solo che si nasconde subdolamente, per esempio nella continua promessa irrazionale di palingenesi che Horkheimer e Adorno già avevano visto ai loro tempi. L’illuminismo ha trovato finalmente la strutturazione mistica che gli serviva nella teologia e teocrazia tecnologica. Nel mio libro propongo un gioco macabro, sostituire la parola Nuovo nella pubblicità o Futuro dei politici con la parola Morte. Forse si dovrebbe partire dalla parola ineluttabile invece, che nell’etimo si porta appresso la inanità nel lottare che ci ha preso, perfino per sottrarci al destino gramo che ormai tutti intuiscono sebbene ognuno si impegni a far finta di no, politici e intellettuali in primis perché la fede è ineluttabile. L’anno scorso è uscito un libro di Jonathan Franzen intitolato <em>E se smettessimo di fingere?</em> Si riferiva all’apocalisse climatica, ma il discorso si può estendere. Si può partire solo da lì, tutti i distinguo ulteriori sono fetenti. Ma a quel punto che fare? Nessuno può reggere la pressoché totale solitudine. Per almeno provarci secondo me bisogna addestrarsi, e senza nemmeno sapere tanto bene perché, io lo chiamo addestramento etico e certo non importa dove si vanno a trovare gli esempi e gli esercizi. Eravamo al cinema e possiamo tornarci: in quei film sia Kaurismaki che Wenders, con sincerità diverse come abbiamo visto, fanno dichiaratamente riferimento al regista giapponese Yasujiro Ozu, vale a dire a quel procedimento di pensiero che ha utilizzato in tutto il suo lavoro. Lo stesso ha fatto Jim Jarmush più volte, in <em>Paterson</em> ad esempio. Per me è quella la via da seguire, quella che può esserci utile magari per reagire, perfino per porci qualche obiettivo smisurato al di là di ogni speranza di conseguimento, come diceva Calvino nelle <em>Lezioni Americane</em>, altrimenti l’arte diventa stretta alleata della morte com’è oggi e senza nemmeno saperlo, tanto è priva di senso. E invece, nonostante la sbandierata globalità, la spocchia di umanesimo residuale si rifiuta di prenderla in considerazione siccome orientale. Trovo parecchio idiota che uno a cui vanno a fuoco i capelli non si butti nel lago solo perché è oltre confine. La nostra amica filosofa Brunella Antomarini ha scritto qualche anno fa un libro importante sulla attuale deriva umana, <em>Le macchine nubili</em>, prendendo però in esame il pensiero occidentale e basta. Come se il cervello avesse solo l’emisfero sinistro!</p>
<p><strong><em>P</em></strong>.: Facciamo qualche prova del gioco macabro: comincerei dal classicissimo Berlusconi (del ‘98, mi pare, o giù di lì): <em>per un morto miracolo italiano</em>; decisamente profetico. D’altronde il Vetusto (che la sua, di morte, proprio non riusciva ad ammetterla) sì è rivelato come il vero grande precursore del dissolvimento, il vero innovatore – pardon: <em>immortatore</em>, sarebbe quasi da coniare, il verbo <em>immortare</em>, come dire rendere parte della morte, <em>esserci</em> per la morte, come quell’altro vecchio Martino pescatore, anche lui bello mortifero. E se si parla del futuro, quello grammaticale che poi però diventa una specie di tic ontologico, che ne pensi di: – ci va il maiuscolone – MORIRE! E MORIREMO! Non so perché ma mi sembra doppiamente adatto allo <em>Zeitgeist</em> dove “spirito” è proprio nella sua accezione di “fantasma” e che sembra proprio rendere evidente quella doppia fine dell’esperienza e della fantasia cui alludevi poco fa. Governare la morte in nome del popolo dei morti. <em>Eppur</em> <em>si muore</em>! Parafrasando il sommo eliocentrico. E però alla <em>fine</em> tocca pure ridere perché mai come nel mondo dei morti c’è stata la rimozione della morte dall’esperienza. E mai come oggi si rende <em>nudo</em> il fine ultimo della mistica dei morti (illuminata, sì! Dispotica, pure!), il fine teleologico supremo dell’immortalità nell’era della sua plausibilità tecnica. Florilegio di apocalissi narrative (solo nell’ultima settimana ho visto un film, una serie animata su Netflix e ho letto un fumetto in cui qualche oggetto spaziale sta per schiantarsi sulla terra e viene analizzato il deboscio dell’umanità nell’attimo prima della scomparsa) nel <em>mondo moribondo</em>. Non ci bastavano i <em>clamori</em> di Battiato nell’82? Ma proprio grazie alla sua ugola, mi accorgo di un’imprecisione da emendare subitamente: magari fosse il mondo dei morti, che avrebbe una sua dignità <em>definitiva</em>. Questa è l’era del moribondo <em>ad libitum</em>. Tempo fa in classe con la quinta in cui insegno stavamo guardando un montaggio di immagini del processo Eichmann e mi è salito questo pensiero: un rituale in cui, più che i fatti in sé, si confrontavano – con astio – due lingue: quella della morte burocratica e quella della morte retorica. Come se si fossero, oggi, finalmente fuse – liquefatte – in una neolingua davvero inespugnabile, violenta e inerte, renitente al senso come all’esperienza, sedicente serva degli scarti seriali dell’emozione (ma non quella di Céline, PERDIO). Divago, ma, mi sembra, nell’orbita ristretta della mosca sul cadavere.</p>
<p><strong><em>N</em></strong><strong>.</strong>: Hai ragione, è il ritornello lugubre di T. S. Eliot, tutto sta finendo con un interminabile “piagnisteo” o forse meglio una lagna, magari fosse il subitaneo crash. L’estasi mistica della modernità ci promette l’oblio durante il martirio con sacerdoti sempre più psicotici e ridicoli. Nelle formule della loro recita c’è la vera lotta sotterranea odierna che pare essere quella degli psicotici per l’eliminazione dei nevrotici, vale a dire di chi ancora vive sulla pelle una qualche urgenza per tentare qualcosa. In un libro appena uscito una celebrata filosofa revisiona perfino Antigone come nevrotica per la sua “pretesa superiorità morale” (e non dimentichiamoci che il termine anarchia è comparso proprio con lei, almeno in occidente, con la sua ribellione alle leggi e ai governanti, nel significato appunto di “atto di disobbedienza”). Ma se invece partiamo dall’ineluttabile per forza dobbiamo cominciare dal piccolo, dal vicino, dallo sperimentabile, dal mio, e senza nessuna vergogna a corteggiare il banale. Per esempio, che c’è di più fatalmente e sacrosantamente fallimentare di ogni vicenda umana, anzi di ogni singolo nostro arco vitale, perfino quando appare fortunato e forse in quel caso più ancora? Nasci, vieni a sapere un po’ e a fatica come funzionano le cose, ti adegui per quanto è possibile, ti arrabatti, ti fai un mazzo così e poi tutta l’esperienza che hai raggranellato ti sfugge nella decadenza, eppure ti tocca bene o male imparare il mestiere di vecchio come lo chiama Goethe ma alla fine vieni comunque licenziato e sparisci. E non parliamo nemmeno dell’odierno passo dell’oca del più o meno inconsapevole: produci, consuma, muori! Quindi da dove viene tutta ’sta sicumera da scimuniti? La gente vive alla meno peggio, da sempre. Ogni singola vita è un’occasione persa, ma c’è pure un umano splendore in ogni sconfitta, questa è la verità ineluttabile e pure l’unico modo per cominciare ad addestrarsi oggi per vedere le cose con un punto di vista di minima autonomia. Lavorare a partire dalla nostra fragilità basilare in quanto esseri viventi, scoprirla passo per passo, scoprire la carenza come la nostra parte più prolifica ma pure la più salda, come per esempio nel pensiero che sta alla base delle arti marziali orientali in cui l’assunto combattivo è la ricezione, l’assecondare, la debolezza che sa sovvertire il pronostico. Le arti marziali in cinese si dicono <em>Rou Dao</em>, cioè metodo della debolezza. E con nessuna apparizione della parola umiltà. Perché l’educazione giovanile non comincia da lì come vero e ineluttabile punto di forza? Così forse si smetterebbe di lasciarsi affascinare dai milioni di imbonitori di tattiche, perché come dice l’<em>Arte della Guerra </em>se un tattico incontra uno stratega il tattico ha perso. Perché si continua a decervellare i giovani di onnipotenza, umanistica o tecnica che sia per poi lamentarsi se non hanno i benedetti “valori”? Ad esempio, e sempre corteggiando il banale, chi è che ci insegna da quando siamo nati, anzi ci impone in ogni secondo di vita di pensare che c’è sollievo solo nella distrazione e l’attenzione è invece la parte faticosa, da evitare di acciaccare come la merda? È l’esatto contrario. Per una mente che funziona bene l’attenzione è un rinfresco continuo, appagante e perfino gaudente, mentre una mente distratta è, sempre, una mente infelice. Ma l’altro punto essenziale da cui partire per me è ammettere la portata peculiare del fallimento odierno e cioè, come diceva l’Orwell di <em>1984</em> che “in questo gioco che stiamo giocando, non possiamo vincere. Un certo tipo di insuccesso è preferibile a un certo altro tipo”, solo questo ci possiamo permettere oggi e senza nemmeno sapere tanto bene perché.</p>
<p><strong><em>P</em></strong>.: Due dei punti che hai centrato mi toccano particolarmente in quanto operaio di quella “fabbrica educativa” (anzi, “azienda”, che fabbrica è diventato un concetto obsoleto, sa di feccia delocalizzata&#8230; della triade classica del produci-consuma-crepa la parte della produzione è come se dovesse essere nascosta, troppo triviale ormai per chi vive on-demand – guarda come sembrano obsoleti i Cccp della reunion mentre ri-urlano con voce spezzata il loro slogan più famoso, più obsoleti degli altri vecchi che riprovano a essere giovani: un insuccesso molto di moda nel mondo che non sa più il mestiere di vecchio; più obsoleti perché più esteticamente legati all’industria) che è diventata la scuola – e forse, in certi termini, lo è sempre stata. La mente distratta e infelice di chi è stato programmato (da un sistema famigliare/istituzionale orwelliano) a fuggire dall’attenzione e a plasmarsi nella pura superficie, privato della categoria del tempo profondo e della fiducia in una minima possibilità comunicativa del linguaggio (in una “società delle comunicazioni!” sic!) la vedo in molti dei ragazzi che mi stanno davanti. Senza la capacità – dovuta precipuamente a una consapevolezza “forte” della propria debolezza – di proiettarsi nel tempo viene meno ogni possibilità strategica – l’unica davvero sovversiva, capace di fallire in modo deflagrante per i tutori dell’ordine dei ricchi. Dici bene, si prendono le giovani menti e le si abitua a una pletora di tattiche irrelate per obiettivi incomunicanti e con moventi blandamente egoistici. Risultato: paralisi e apatia dell’immaginario, prima ancora che nell’azione che viene nei fatti delegata in una perenne (e sordamente dolorosa) richiesta di aiuto che riceverà risposte parziali, paternalistiche e pelosamente caritatevoli. La volontà di potenza che si realizza nella creazione dell’impotenza diffusa. Sembra davvero la forma perfetta di fascismo. Con una spruzzata di violenza qua e là, l’automatismo dell’intimidazione e un po’ di fallocrazia ruspante per non perdere le vecchie abitudini. Se lo sposti a livello geopolitico, questo meccanismo si risolve nella guerra che c’è e che verrà. Ma è ancora possibile praticare l’attenzione come atto politico di sovversione esplicita. Sarà ridicolizzato se non perseguitato. E non c’è dubbio che sarebbe stata preferibile – almeno per me – un’altra forma di insuccesso. Ma ognuno fallisce secondo i tempi e i modi del contesto che gli è toccato in sorte.</p>
<p><strong><em>N</em></strong><strong>.</strong>: Si, il guaio sta proprio nel fatto che il terreno del conoscere è arido a dir poco, duro, assodato, essiccato, “tutto è irrimediabilmente trascorso” come scrive un premio Strega, siamo al tempo di Oramai. Pare che nessun valore possa più esser messo in forse. L’altro giorno ho visto sul giornale la foto di un Ait, un paesino nel sud del Marocco dove ho dormito una notte molti anni fa. Era quasi un’oasi, ora c’era un contadino seduto su zolle siccitose grandi come tavolini, e mi ha ricordato il terreno di conoscenza a nostra disposizione: tutto è già strafatto, e da lì poi viene la frustrazione, l’annichilimento, il disfattismo, il diktat da stato preagonico. Per esempio, quelli che dovrebbero essere lo stimolo, parte della soluzione e invece sono il problema vero e proprio. Tipo gli intellettuali o le accademie, le università dove si insegnano un sacco di cose ma solo una essenziale e si chiama servilismo. Quando si generalizza si è sempre scortesi con la verità ma gli accademici hanno tutta la rubinetteria del sapere, a volte pacchiana tipo clan Casamonica altre avvenieristica, ma dentro l’acqua non ci passa e se c’è è insipida, quindi ci tocca cercare alle sorgenti, quando possibile. Metti a caso l’idea vigente di intelligenza che ci siamo fatti. A me personalmente salgono le transaminasi quando sento dire di certa gente che sì, è un pezzo di merda, però è intelligente… Trump solo per fare un esempio. Da lì in poi è facile che la mancanza di scrupoli venga presa per forza di carattere, il predominio ad ogni costo etc. etc. Si è imposta l’idea che l’intelligenza abbia a che fare col tipo di furbizia flaccida e bieca che mira al potere, è un’idea degradata e servile dell’intelligenza che invece nel suo fulgore è e resta una qualità morale. Leonardo è un esempio di magnifica possibilità intelligente, non Berlusconi. Quello che ci impongono è un’idea becera e riduttiva della vita in generale. Oppure, che so, qualsiasi comportamento senza dignità viene giustificato con la Legge del Mercato, come fosse impressa sulle rocce dagli albori del mondo. Sono solo alcuni esempi di idee scontate, contro le quali ognuno dovrebbe prepararsi un addestramento in grado di smuovere il terreno, rimestarlo. L’unico terreno di lotta rimasto alla nostra portata possibile è la nostra mente, sottoposta a ogni secondo a intrusioni invasive come mai da quando c’è aria, una massa di processi di organizzazione del pensiero e <em>ubi solitudinem faciunt pacem appellant</em>. È una mente servile che deve rispondere come la rana di Pavlov. In quel campo si potrebbe fare ancora molto, solo che siamo straconvinti di avere ancora il pieno controllo, da lì la paralisi logica. Ci serve un pensiero ricorsivo tipo quello nei disegni di Escher. Quello è ancora imprendibile.</p>
<p><em>L&#8217;immagine: Marco Berlanda, Figura con occhiali</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dialogo su pacifismo e non-violenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/03/30/dialogo-su-pacifismo-e-non-violenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2023 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> In tanta furia di dibattiti, i dialoghi si sono fatti rari. Questo di Filippo La Porta e Luca Cirese tratta di una questione che è tornata ad assillarci oggi, in quanto spettatori di una guerra in corso alle porte dell'Europa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo articolo è apparso sul n° 334 di marzo/aprile de &#8220;l&#8217;immaginazione&#8221; ed è dedicato al libro di Filippo La Porta e Luca Cirese, <em>Perché non possiamo non dirci non violenti. Dialoghetto su un tema cruciale del nostro agire pubblico</em>, Castelvecchi, Roma, 2021].</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>L’invasione russa dell’Ucraina ci ha di colpo ricordato che l’imperialismo travestito da guerra umanitaria non è una prerogativa degli Stati Uniti e dei governi occidentali suoi alleati. Questo fatto non ha creato grandi sorprese nella lettura della guerra che hanno dato i principali organi d’informazione europei (filoatlantisti), ma ha sollevato, soprattutto in Italia, un dilemma nella sinistra. Di questo dilemma, un libro uscito nel settembre 2021, ossia cinque mesi prima dell’invasione russa – ha costituito una profetica espressione. Mi riferisco a <em>Non possiamo non dirci non violenti. Dialoghetto intergenerazionale su un tema cruciale del nostro agire pubblico</em>, che raccoglie le voci di Filippo La Porta (classe 1952), critico e saggista, e quelle di Luca Cirese (classe 1988), giornalista e militante nonviolento.</p>
<p>Il titolo è per certi versi ingannevole soprattutto per il suo carattere assertivo e non d’interrogazione diretta, in quanto, nei fatti, lo scambio tra i due autori si svolge intorno all’esistenza o meno di clausole limitative dell’atteggiamento nonviolento in un’ottica pacifista e di condanna della guerra nelle sue varie forme. In estrema sintesi, il pacifismo è necessariamente sempre nonviolento? Posta in questi termini – che sono quelli che interessano La Porta e Cirese nel corso del loro dialogo –, si capisce bene come una tale questione sia emersa proprio all’interno della sinistra e del campo pacifista all’inizio di questa guerra. Ricorderò solo, a questo proposito, uno scambio avvenuto tra Adriano Sofri e Lea Melandri, intorno all’attitudine da prendere nei confronti della resistenza ucraina. Anche qui si è trattato di un dialogo (uno scambio epistolare pubblico) dove si poneva, in forma di dilemma morale, la questione delle clausole limitative nei riguardi di una presa di posizione radicalmente nonviolenta.</p>
<p>Il vero pregio del libro di La Porta e Cirese è illustrato, in realtà, nel suo sottotitolo: si parla di “dialogo”, e non di dibattito, e si parla di “tema cruciale del nostro agire pubblico”, ossia dell’impegno nei confronti della pace che non può non essere collettivo e riguardare tutti. I dialoghi veri si sono fatti assai rari, perché sul piano mediatico (sia mass-media tradizionali sia social) trionfa il dibattito, ossia il trattamento di un tema attraverso la giustapposizione di posizioni, che si presentano come merci nel mercato dell’opinione, tra cui il telespettatore e l’utilizzatore dei social debbono “liberamente” scegliere. Il dibattito, insomma, si basa sulla logica della comunicazione pubblicitaria: testimonial di diversi prodotti si affrontano per la conquista dei consumatori, posti come pubblico “esterno” alla scena. Il dialogo funziona su tutt’altre premesse ideologiche, come La Porta e Cirese ci insegnano. Innanzitutto, il dialogo – come il saggio, per altri versi – coinvolge non un portatore di opinioni, il veicolo di un’idea, ma una persona e la sua storia. Il suo terreno è quello esistenziale, non quello dell’astratta comunicazione di messaggi. Il tempo del dialogo è quello mutevole e evolutivo dell’esperienza, non quello della performance comunicativa (“chi è stato più convincente, in studio, stasera?”). Il dialogo, infine, nasce sempre da un interrogativo, ossia da un dubbio o un’indeterminatezza parziale o, in ogni caso, da un desiderio di confrontarsi con l’altro, e quindi di ascoltarlo nelle <em>sue </em>ragioni. Già per questo motivo, il breve “dialoghetto intergenerazionale” (una settantina di pagine) è ampiamente raccomandabile. A questa virtù, si aggiunge poi quella – anche qui saggistica – della digressione. E La Porta, in questo, eccelle, evocando Aldo De Capitini, Simone Weil, Guido Viale, John Belushi, Dante, Taika Waititi, regista di <em>Jojo Rabbit</em>, ma anche il Vietnam, la Resistenza, la guerra civile spagnola. Questa mobilità di sguardo, adottata con naturalezza anche da Cirese, blocca qualsiasi tentativo di argomentazione lineare, per costringerci a sottoporre senza sosta i nostri principi a controesempi o a situazioni ambigue, paradossali. Nonostante l’andamento sinuoso, il dialogo non sfocia in una sospensione del giudizio, ma ribadisce il dilemma di partenza, avendolo però arricchito di pensiero ed esempi storici, fornendogli insomma più spessore, ma anche, inevitabilmente, meno nettezza. E sono due esperienze che si confrontano, non due principi o due “opinioni politiche”: quello di una non-violenza intransigente e utopica, difesa da Cirese, e quella di un pacifismo che cerca di affermarsi, senza ignorare l’impossibilità di un’eliminazione totale dell’aggressività umana come costante socio-biologica o i contesti eccezionali che legittimano forme di violenza difensive, nel caso di La Porta. Entrambi gli autori, però, riconoscono che vi è un lavoro interminabile da fare su di sé, individualmente e collettivamente, per respingere innanzitutto ogni cultura più o meno compiacente con la violenza, affinché la guerra stessa diventi un tabù, anche quando è fatta al di fuori delle nostre frontiere e per ragioni che si pretendono “umanitarie”.</p>
<p>*</p>
<p>Foto tratta da “Courrier international” (24/8/22)</p>
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		<title>Ampi margini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/02/ampi-margini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Apr 2022 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta Bucciarelli]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Montieri]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Elisabetta Bucciarelli </strong>intervista <strong>Gianni Montieri</strong> <br /> Elisabetta Bucciarelli dialoga con Gianni Montieri di città, poesia, persone, vita, a partire dal suo libro "Ampi margini", dal quale è estratta una piccola antologia in fondo all’intervista. Ringraziamo perciò LiberAria Editrice per l’autorizzazione alla pubblicazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Elisabetta Bucciarelli </strong>intervista<strong> Gianni Montieri</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-97242" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/AM_prima.jpeg" alt="" width="473" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/AM_prima.jpeg 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/AM_prima-222x300.jpeg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/AM_prima-150x203.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/AM_prima-300x406.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/AM_prima-310x420.jpeg 310w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /> </strong></p>
<p><strong>E.B. Gianni Montieri, che lavoro fai?</strong></p>
<p>G.M. Mi occupo di scartoffie, anche per dimenticarmene scrivo.</p>
<p><strong>Milano e le sue architetture. Come entrano nella tua poesia?</strong></p>
<p>Milano non solo entra nella mia poesia, la scrive. Se a un certo punto della mia vita non mi fossi trasferito a Milano – dove poi ho vissuto quasi venticinque anni – probabilmente non avrei scritto un solo verso, non avrei trovato il coraggio, o chissà. Mi sono convinto, anno dopo anno, che quella città con tutto ciò che rappresenta, con le sue contraddizioni, con la dolcezza e contemporanea riservatezza con cui mi ha accolto, mi abbia liberato. Ci sono arrivato nel 1996 e avevo bisogno di confondermi in mezzo agli altri, di perdermi, e poi avvertivo la necessità di attraversare un luogo nuovo e ho scelto Milano, anzi ci siamo scelti e, credo, ci vorremo bene per sempre, anche se adesso vivo altrove. L’architettura di Milano contribuisce alla visione e alla costruzione di qualunque testo, partecipa ai tuoi stati d’animo, li condiziona. La periferia mi ha insegnato a osservare: i viali che vanno verso l’esterno, le vie piccole, le case di ringhiera, i vecchi cortili. Camminando continuamente, con i libri dei poeti amati sottobraccio, ho sentito anche le storie del passato, mi è sempre parso che ogni pietra mi volesse dire qualcosa, così è stato. Allo stesso tempo Milano è la città del nuovo, dei grattacieli, delle vetrate; un’evoluzione del paesaggio che amo meno ma che insegna – in ogni caso – e ti fa vedere cosa può fare uno squarcio di sole improvviso sulle vetrate di un palazzo di piazza Gae Aulenti, mentre stai facendo a piedi il ponte sopra la ferrovia in direzione Via Farini. Poi ci sono i tram, le circonvallazioni, la 90, la 91, la stazione di Greco, le trattorie di Affori, la Martesana. Tutto questo insieme entra nella poesia come tutte le cose che mi riguardano, da cui ho imparato. Mi hanno insegnato più cose le persone sul 29 e il 30 (tram che non ci sono più), sul 2, sul 14 che i libri che ho letto. Siamo fatti di ogni luogo in cui abbiamo vissuto, che abbiamo attraversato, questo entra naturalmente in ogni cosa che scrivo, è la mia essenza.</p>
<p><strong>Cosa guardi di una persona e cosa di un edificio?</strong></p>
<p>Di una persona forse per prima cosa come si muove, e subito dopo gli occhi, negli ultimi due anni poi gli occhi sono diventata l’unica parte del volto che ci è rimasta da guardare. Abitando da più di tre anni a Venezia mi rendo conto di aver mutato il modo di osservare la gente, facendo tutto a piedi la visuale cambia rispetto, per esempio, a chi si incontra in metropolitana. Qui tutti camminano e hanno una modalità diversa di occupare lo spazio, di stare nel paesaggio. Di un edificio, guardo le finestre: alte, basse, aperte, chiuse, dove sono esposte, se sono di una casa nuova, vecchia. Hanno le tapparelle, non le hanno, hanno le tende, chi si affaccia, chi si è affacciato, chi si affaccerà. Mi commuovo se da una finestra vedo sporgersi un’anziana, o se passo davanti a una casa abbandonata, con le sue finestre rotte, le sue travi marcite e fuori posto.</p>
<p><strong>E di una partita di calcio?</strong></p>
<p>Guardo quello che immaginano i fuoriclasse, cerco di prevedere lo sviluppo di un’azione e mi dico cose come: ecco lo spazio (è sempre una questione di spazio), ecco che lo ha trovato, ecco che ora gliela mette rasoterra. Guardo contemporaneamente i miei sogni e le mie speranze e riconduco ogni possibile sviluppo del gioco all’infanzia, non è un ragionamento, è l’inconscio, credo.</p>
<p><strong>La poesia e i social. Cosa ne pensi? </strong></p>
<p>I social sono un campo aperto, molto vasto, ci si può fare un po’ tutto anche promuovere o tentare di diffondere poesia. Non mi piacciono le istantanee, le poesie scritte proprio per i social, corredate da foto insulse, non sono poesie e sviliscono e mi intristiscono. Così come non mi convince chi posta una poesia di Montale (per esempio) senza sapere in che libro si trovi, ma semplicemente seguendo il meccanismo del copia e incolla (o condividi) a ripetizione.</p>
<p><strong>A volte mi sembra che i social svelino troppo, anticipino i temi dei libri, gonfino l’ego di chi scrive. Come stai in equilibrio tra la pagina scritta e la tua vita esposta?</strong></p>
<p>Tutto ciò che scrivi è vero, succede e credo sia inevitabile, ci caschiamo prima o poi tutti. La pagina scritta è una cosa importante, seria, che viene dal lavoro, dalla passione; la vita esposta sui social la decidi tu, se – per esempio – stabilisci di postare dieci foto di una vacanza non stai raccontando la tua vacanza, non l’intimità di quel viaggio, scegli di mostrare qualcosa per condividere un attimo di gioia, ma almeno il novanta per cento resta privato, almeno per me è così. Oppure, quando quasi tutti i giorni metto una foto di Venezia al mattino condivido un istante ma lo faccio perché mi piace mostrare il tempo che scorre attraverso la luce che su questo capolavoro di città cambia ora dopo ora.</p>
<p><strong>In <em>Ampi margini</em> sono presenti i tuoi legami familiari. Tuo padre soprattutto, ma non solo. La famiglia può essere qualcosa di poetico?</strong></p>
<p>La famiglia – come tutte le cose – è potenzialmente poetica, nel senso che le cose che viviamo ogni giorno entrano, inevitabilmente, direttamente o indirettamente, in ciò che scriviamo. Ci condizionano i fatti, quelli minimi e quelli che interessano tutto il pianeta. In <em>Ampi margini</em> la famiglia è presente così come il passato, la memoria, ma c’è anche per il modo in cui le origini, certe scelte, mancanze, nostalgie hanno indirizzato il futuro. Mio padre, un amico, un oggetto, fare la spesa, un libro amato, una bomba che cade a diecimila chilometri, una fotografia, una partita di calcio, il sorriso di una nonna, la torre di via Adriano che viene buttata giù, mia moglie che torna a casa, il sole che taglia per un istante sopra Calle della Mandola, il fatto che si invecchi, le cose che cambiano, tutto questo – contemporaneamente, insieme a chissà quanto altro di cui nemmeno mi accorgo – entra nelle poesie, sì, è qualcosa di poetico. E la poesia accelera, unisce i punti, trova le incongruenze, <em>il giorno fuori posto</em>, non dà mai risposte.</p>
<p><strong>Le tue poesie si capiscono, a volte chiariscono i nostri passaggi esistenziali oscuri. Cos’altro vorresti che facessero per le tue lettrici e i tuoi lettori?</strong></p>
<p>Se davvero chiariscono i passaggi esistenziali oscuri di chi legge sono già parecchio fortunato. Io credo che le poesie conservino sempre un margine di incomprensibilità, un lembo dentro il quale il lettore possa aggiungere il proprio immaginario o ritrovare – anche solo per un istante – qualcosa di sé. Qualche tempo fa un ragazzino, durante un laboratorio, mi ha chiesto a cosa servisse tutto quello spazio intorno alle parole. Ho risposto (non immediatamente): a respirare, a riempirlo con quello che i versi fanno affiorare, a immaginare. Tutto ciò accade se la poesia funziona, io spero che funzioni, penso sempre che non si scriva da soli, c’è un <em>noi</em> che ci ha portati a scrivere e un <em>noi</em> che ci leggerà. Mi è capitato di sentirmi dire cose come “Ho letto questa poesia e ho pensato a…” e che si trattasse di un aspetto che non avevo considerato. D’altra parte, quello che ho pensato io non lo ricordo, e forse non l’ho mai pensato per davvero.</p>
<p><strong>Potendo scegliere di avere due lettori ideali, che nomi faresti?</strong></p>
<p>In <em>Al tavolo del cappellaio matto</em> (Archinto, trad. Rizzato e Cavallero) lo scrittore Alberto Manguel fa un gioco dando una lunghissima serie di definizioni del lettore ideale, le mie preferite sono: “Il lettore ideale legge tutta la letteratura come se fosse anonima” “Il lettore ideale sa quel che lo scrittore intuisce soltanto” “Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro”, in una vecchia intervista chiesi a Luigi Bernardi quale fosse il suo lettore ideale, mi rispose che preferiva non averne per non dipendere da lui. Forse Luigi (come accadeva spesso) aveva ragione, forse perché mi manca ti dico che il mio lettore ideale sarebbe lui: oggettivo, distante, preciso, rompicoglioni.</p>
<p><strong>Tre libri di poesia che potrebbero cambiarci, se non la vita, almeno qualche istante di una giornata.</strong></p>
<p>È molto difficile per me immaginarne solo tre, diciamo che questi tre sono quelli che stanno con me da molti anni e sono quelli a cui torno più spesso: <em>La ragazza Carla</em> di Elio Pagliarani; <em>Barlumi di storia</em> di Giovanni Raboni; <em>Somiglianze</em> di Milo De Angelis. Sono tre libri che conservano ancora dei margini nei quali entrare, degli spazi dentro i quali immaginare.</p>
<p><strong>In questo libro c’è qualcosa che assomiglia alla prosa, al racconto. Ti servivano più parole per dire? </strong></p>
<p>In <em>Ampi margini</em> ci sono due gruppi di prose brevi che hanno però origini diverse. Le sei prose di <em>Sei variazioni sul pifferaio magico</em> sono alternate a sei poesie tradizionali. In quel caso mi è piaciuto che le poesie facessero quello di solito fanno le prose, qui sono i versi che spiegano la prosa che li precede, sono i versi che puntualizzano, sono i versi che dicono addio. L’altro gruppo di prose <em>Quando imparammo a tremare</em> è nato qualche anno fa in forma narrativa abbastanza tradizionale, quando è stato il tempo di immaginarle in un libro ho lavorato per sottrazione e scomposizione, togliendo, assecondando il ritmo pensato in origine, variando però i termini, la punteggiatura. Mi sembrava che la prosa agevolasse l’idea che avevo di fotografie in movimento, perché si trattava di terremoto e si muoveva tutto, correvamo – noi bambini – e restavamo sul posto, si muoveva il pavimento del cortile, mi piacerebbe che le lettrici e i lettori trovassero quella sensazione e rimanessero tra le pagine per il tempo necessario.</p>
<p><strong>In una tua poesia scrivi:  </strong>Tutti i giorni mi chiedo / Se sarò un <em>brav’uomo </em>(&#8230;) <strong>Sei un brav’uomo? Lo sei stato? Lo sarai?</strong></p>
<p>Non credo di esserlo stato, non lo sono, non fino in fondo. Sono certo di non essere una cattiva persona, cerco di non fare del male, ma non credo basti per dirsi brav’uomo, mio nonno è stato un brav’uomo, era generoso, ma chissà adesso dov’è.</p>
<p><strong>Abbiamo scelto quattro poesie che rappresentano bene il tuo mondo immaginifico. Puoi raccontarci dov’eri quando le hai scritte? </strong></p>
<p>La poesia che parla delle case vuote l’ho scritta a Venezia, è una delle più recenti del libro, arriva dalla suggestione di alcune case abbandonate non troppo distanti da quella di mia mamma e dalla lettura di un saggio molto bello di Thomas Belmonte, <em>La fontana rotta</em> (Einaudi, trad. D. Petruccioli). Belmonte è stato un antropologo che a metà degli anni Settanta passò un lungo periodo a Napoli, vivendo insieme alle famiglie povere per raccontarle, ma lo scienziato se ne innamorò scrivendo un testo che va oltre l’antropologia. La seconda l’ho scritta la Vigilia di Natale scorso, al cimitero dando la schiena alla tomba dove è sepolto mio padre, è molto in alto, e il panorama si perde a vista d’occhio, così come i ricordi, e chissà che altro ancora. Tutti i testi del capitolo <em>Sud in caso di morte</em> sono stati scritti dodici o tredici anni fa, in un lasso di tempo molto stretto, e sono stati scritti a Milano, forse avevo bisogno di guardare al sud e a certi anni da molto lontano.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-97243" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/montieri_foto-di-dino-ignani.jpeg" alt="" width="640" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/montieri_foto-di-dino-ignani.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/montieri_foto-di-dino-ignani-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/montieri_foto-di-dino-ignani-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/montieri_foto-di-dino-ignani-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/montieri_foto-di-dino-ignani-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/montieri_foto-di-dino-ignani-265x198.jpeg 265w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Fossero di piombo fuso le case vuote</p>
<p>– abbandonate quasi mai per scelta ­–</p>
<p>o di materiali sconosciuti, fragilissimi</p>
<p>le ameremmo comunque, le pareti</p>
<p>vibrano: hanno assorbito gli anni</p>
<p>le storie di ogni famiglia povera</p>
<p>di ogni appiccicata, alluccata</p>
<p>ancora tremano i tavoli per il peso</p>
<p>di un pugno sbattuto, vibrano</p>
<p>le sedie senza paglia, si muovono</p>
<p>le ombre sui muri, si allungano</p>
<p>sul pavimento, escono sul balcone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso mi piace venire al cimitero</p>
<p>da te, mettermi di spalle alla tomba</p>
<p>guardare quello che tu vedi</p>
<p>distese di lapidi e di cappelle</p>
<p>squarci di strade che si intersecano</p>
<p>i tralicci dell’Enel, più avanti</p>
<p>sullo sfondo dev’essere la casa</p>
<p>di zio Antonio, due curve dell’Asse</p>
<p>Mediano se mi volto a destra</p>
<p>il vento di dicembre sulla sciarpa blu</p>
<p>stai al terzo piano e devono piacerti</p>
<p>i cavalli in basso oltre la strada</p>
<p>a sinistra la collina, forse i Camaldoli</p>
<p>tu vedi di più, io lo so che il tuo sguardo</p>
<p>arriva fino alla costa, taglia in due</p>
<p>la Domitiana, si spinge e tiene</p>
<p>insieme tutti i nostri passati.</p>
<p>***</p>
<p>Morivano più lentamente</p>
<p>quelli col giornale dal barbiere</p>
<p>come se la lettura, il commento</p>
<p>a un fatto, li allontanasse</p>
<p>ma mai di troppo dalla bara.</p>
<p>***</p>
<p>Scrivere di una madre</p>
<p>farlo in una sera di febbraio</p>
<p>riporre, seguendo uno schema</p>
<p>i piatti asciutti in credenza</p>
<p>poi i bicchieri, le tazze</p>
<p>nel mobile più in alto.</p>
<p>La somma delle rinunce di una madre</p>
<p>di seguito la teoria del sottrarsi:</p>
<p>meno cose – meno vestiti – meno me</p>
<p>applicazione scientifica del dare:</p>
<p>più sacrificio – più amore – più esserci.</p>
<p>Dopocena faccio cose del genere</p>
<p>quando sto in casa e non esco</p>
<p>non guardo la tele e nemmeno scrivo</p>
<p>sarebbe facile spiegarti il bene che mi fai</p>
<p>più facile con la neve fuori</p>
<p>invece mi accomodo in poltrona</p>
<p>controllo la posta e non ti chiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La prima tenebra &#8211; un dialogo notturno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/24/la-tenebra-un-dialogo-notturno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2016 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orazio Labbate e Mariasole Ariot La notte della pianura &#8211; di Orazio Labbate Vedo i cani accogliere in gola le stelle, mentre quegli animali mantengono le fauci aperte verso l&#8217;alto, come se fossero porte trascinate dal vento che però mai si richiuderanno. La notte, infatti, non cessa di sprigionare i suoi membri. Qui ci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Orazio Labbate e Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/hibou-1918.jpgPinterestLarge.jpg" alt="hibou-1918.jpg!PinterestLarge" width="280" height="456" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/hibou-1918.jpgPinterestLarge.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/hibou-1918.jpgPinterestLarge-184x300.jpg 184w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" />La notte della pianura</strong> &#8211; di Orazio Labbate</p>
<p>Vedo i cani accogliere in gola le stelle, mentre quegli animali mantengono le fauci aperte verso l&#8217;alto, come se fossero porte trascinate dal vento che però mai si richiuderanno. La notte, infatti, non cessa di sprigionare i suoi membri.<br />
Qui ci sono bestie, ombre ingobbite di fantasmi morti di freddo, macchine assai spedite che accelerano tra le strade per svuotarsi dei passeggeri. Talvolta qualcheduno si scatena fuori dall&#8217;abitacolo ed è come se cercasse ossesso Dio. Ma Dio non è nella luce artificiale. I lampioni però riescono a infiammare il sangue del cristiano, ora morto. Chi è? Un Crocifisso in terra, il fantoccio delle strade siciliane? Pasto delle bisce e dell&#8217;ombra delle nuvole?<br />
Chi sono?<br />
Quale cane cammina con me e ancora incendia, con la sua mancanza, le mie ossa fino a farle scattare?<br />
Trattengo la forza dei muscoli, e costringo le mani dentro le tasche come se da lì il gesto delle dita contrite ammansisse il corpo.<br />
Da lì, sarò il mago della metafisica, Dio obbedirà, e da lì, da Dio, otterrò la chiave sigillata nel mio spirito in grado, ora ricevuta, di far procedere tutte le notti fino a farmi morire con l&#8217;esplosione di me contro esse.</p>
<p>Le luci delle case, nella pianura gelese, singhiozzano come candele spente dal respiro spaventoso di un bambino. Mi fermo davanti all&#8217;ingresso delle abitazioni e prego affinché queste si spossessino dei demoni dentro gli armadi, delle persone sotto le lenzuola impaurite dal buio conchiuso anticamente sul soffitto. Stringono la croce, le persone. E la croce fa uscire il sangue dalle loro dita indifese.<br />
Che un tornado sollevi il dolore di quelli che dormono e persino i sogni di questi. Che l&#8217;Aldilà precipiti sul sonno.<br />
Intanto, didentro i campi deserti qualcosa scricchiola sottoposta al passo delle volpi che incedono, O potere della notte, come maiali sconosciuti.<br />
Chi sono io per vegliare sugli addormentati della pianura?<br />
La luna pare collassare lungo i tetti delle case: un po&#8217; di non-luce dona loro Diavolo e trasformala in illuminazione. Strappa gli occhi dei campagnoli per incassare nella loro faccia le pietre della verità. Mi muovo simile a una serpe parlante qualche lingua, per sussurrare in direzione delle finestre, a quella gente, quale terribile notte arriverà.<br />
Fiuto le braci ancora una volta accese dal buio. Esso mi perseguita.<br />
Vedo Gela in fiamme. La città scavalca l&#8217;orizzonte e il mio cuore non può rispondere allo scirocco. E il mio petto vocìa e dalla tasca raccolgo le spine scippate alla mattina dall&#8217;albero carbonizzato. Prendo le spine e le ficco nella mia fronte. Il sangue cola e il petrolchimico di Gela mi appare insaguinato.<br />
Sarò, dunque, solo? Sono un corpo accudito dal sangue e dalle fiaccole che discendono dal buio sopra di me?<br />
Sì, avrò tutte le notti la faccia di un demone siciliano.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/self-portrait-1909.jpgPinterestLarge.jpg" alt="self-portrait-1909.jpg!PinterestLarge" width="280" height="216" />Nella città, la notte</strong> &#8211; di Mariasole Ariot</p>
<p>Poi accade il gelo delle cose. Nella calca dorata della notte m&#8217;innesto sulla piazza spoglia, i sensi si mescolano alle cose, diventano oggetti carichi di significato : una morte inattesa, una luce di un faro, un dardo scagliato nella fretta. Eppure ogni fretta è incastonata nel suo contenuto nero, nel rimando delle piccole stelle in forma di pietra : la strada ha l&#8217;odore arancione della misericordia, il tempo fermato dei controllori della sera si addormenta nel pulviscolo della nostra macchia – e svoltando l&#8217;angolo si avvertono brusii di gente mista a frattaglie : sono <i>gli oscuri</i>, i passeggeri notturni di questa città vuota, di questo mordere e spremere gli ultimi rimasugli di cielo : una cupola che cade sulla terra per darci l&#8217;addio prima del risorgere, prima che sia troppo tardi per essere presto, un ingranaggio ceduto per inganno all&#8217;ultimo interlocutore.<br />
A volte, nelle strade grigie si accumulano ricordi, cadono come nei giorni d&#8217;agosto, quando stiamo distesi sull&#8217;erba ad aspettare l&#8217;arrivo che non arriva, quando ci confondiamo nel paesaggio e ci penetriamo a vicenda a bocche spalancate per gli inizi.</p>
<p><i>Dove sono le maniglie delle porte, dove si aprono, dove mordono, dove non è possibile sapere se non questo niente in forma di vuoto?</i></p>
<p>Le particelle si fanno chiare, scompongono il vissuto in milioni di sottoparticelle, una sostanza lattiginosa che ci fa da via lattea e non ci cura, e non ci nutre, e non ci strema. Il dubbio è nascere o morire, rincorrere a perdifiato un&#8217;altura per farne un corpo, costruire dall&#8217;assenza un pieno magmatico e fermarsi a intervalli regolari.</p>
<p><i>Lo vedi questo riflettersi di ombre negli scuri? Nel lento dipanarsi delle circostanze?</i></p>
<p>Ho un tempo incastrato nell&#8217;occhio, dove non compare se non un senso, una dimenticanza addormentata appena prima di risvegliarsi.</p>
<p>No : non ci sono animali, non ci sono corpi, non ci sono parole di senso compiuto : tutto è ombra e silenzio, un turbinio di tetti e sottotetti, le sfere del presente che si cibano di passati. Il passare è una memoria, un rifugio per i diseredati, per i senza-testa, per le calure dei notturni.</p>
<p>Passeggio con il mio animale morto nelle vie della città chiusa, arrivo al limite prima delle mura e la distesa è chiara : un albume d&#8217;uovo che non si schiude, una cornice per delimitare questo nostro scomporci che non fa&#8217; corpo con il mondo. E&#8217; un terrore ingiallito dalle luci artificiali, chiamato per restituire il suo <i>sì</i> al mutismo delle bocche.</p>
<p>Mentre mi avvinghio all&#8217;oscurità, il soffitto sprofonda, fonda un unico terreno con l&#8217;asfalto, si prende quello che non è possibile prendere : un gatto dalla testa affilata, un bicchiere di latta, la caduta della pioggia.</p>
<p><i>Lo vedi questo mio restare immobile in attesa? Questa testa cava, questa latitudine perpendicolare agli occhi?</i></p>
<p>Il tuo viso è diviso in piccole macchie, il tuo corpo è un nodo da snodare, un mediocre gesto dell&#8217;umanità che ci versifica.</p>
<p>Poi accadono <i>gli immobili</i>, i piccoli esseri notturni che per pietà annegano sulle mie mani d&#8217;acqua. Li raccolgo come a berli, ingurgito il suono che emettono poco prima di separarsi dalla trachea per spingersi nella zona nera dell&#8217;esofago, li accolgo con le loro diramazioni ventricolari : sono già morti e non smettono di morire.</p>
<p>E&#8217; questa la mia notte, quando il cielo si stacca dalla corolla e accumula rugiada sulle foglie, quando non ho foglie, quando la specie umana è un miraggio e tutto è cieco : mutano le membra, mutano le persone, mutano i figli, muta il fogliame in forma di siepe. Tutto è cieco e tutto vede : il piccolo delirio si stacca dalle aperture create nella cupola sovrastante, i neri aprono le pareti per far emergere pianeti e luci ottagonali. Li studio con passione, la mia, coricata sul ventre, rannicchiata fino al punto indecente della sfera. Se il Dio di cui scrivi è una menzogna, noi siamo le sue richieste, le sue parole sfiancate, le sue diramazioni. Mente come mentono le bestie prima di attaccare, abbassate sul ciglio della strada per scomparire.</p>
<p>Fa&#8217; che sia una piega, fa&#8217; che sia una sfortuna, fa&#8217; che sia un mostrarsi per difetto, fa&#8217; che sia un difetto, fa&#8217; che sia il nostro accumularci sui marciapiedi, fa&#8217; che non sia dolore, fa&#8217; che il dolore sia una parola, un cane senza denti che liquida presto, fa&#8217; che sia inverno.</p>
<p>Le notti di giugno mi sfregano gli occhi, li rendono pasto per pochi. Noi siamo <i>i pochi</i>, questo andare in perdita senza tremare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Dialogo sopra i costumi della poesia italiana contemporanea</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/03/dialogo-sulla-poesia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Dec 2015 13:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Manganelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta e Massimiliano Manganelli FF: E insomma, quest’estate ho sentito che ci sono state delle “belle” polemiche sulla salute della poesia italiana contemporanea… Tanto per cambiare! Ma quindi, alla fine, la poesia è viva o è morta? MM: Io sono convinto che certe polemiche (se proprio vogliamo definirle tali), certe affermazioni apocalittiche servano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Fiorletta</strong> e <strong>Massimiliano Manganelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FF:</strong> E insomma, quest’estate ho sentito che ci sono state delle “belle” polemiche sulla salute della poesia italiana contemporanea… Tanto per cambiare! Ma quindi, alla fine, la poesia è viva o è morta?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MM:</strong> Io sono convinto che certe polemiche (se proprio vogliamo definirle tali), certe affermazioni apocalittiche servano semplicemente a tenere in vita le pagine dei giornali sotto la calura estiva. Da quando, ormai parecchi anni fa, ho raggiunto l’età della ragione, ho assistito alla morte della poesia almeno una quindicina di volte; e lo stesso potrei dire del cinema, dell’arte o di tante altre cose (anche dell’uomo, per esempio). Più che interrogarsi sulla morte, l’agonia o la piena salute della poesia, occorrerebbe chiedersi che cosa oggi consideriamo poesia, perché la mia sensazione è che alcuni abbiano perso i propri punti di riferimento. Insomma, come spesso accade, finito <em>un certo</em> mondo, finisce<em> il</em> mondo.<span id="more-58519"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FF:</strong> In effetti è vero, anche se stabilire i confini di <em>questo</em> mondo, oggi, mi sembra operazione abbastanza complicata, e difficilmente c’è chi voglia realmente assumersi l’onere/onore di farlo. Di certo è più facile piangere un cadavere, che provare a guarire un ammalato, sperimentando <em>nuove</em> cure, ammesso poi che la poesia versi davvero in uno stato di prostrazione. A me, personalmente, non sembra affatto. Anzi, tutt’altro, forse non ho mai visto tanto pullulare e proliferare di poetiche come in questi ultimi anni…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MM:</strong> Sì, conosciamo bene le ragioni di questa proliferazione: la marginalizzazione della poesia (titolo, peraltro, di un interessante libro di Bob Perelman) rispetto al mondo editoriale, lo spostamento sulla Rete, la possibilità di accedere direttamente ai lettori senza passare per riviste o libri, ecc. Se c‘è una cosa che mi sento di rimproverare alla poesia, a tutta la poesia (di qualunque orientamento), è il fatto di non aver saputo riflettere seriamente su questa emarginazione, limitandosi ad accusare tanto l’editoria quanto la narrativa, senza tuttavia provare a identificare le proprie responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FF:</strong> È probabile che <em>i poeti</em> si siano sentiti in qualche modo vittima di una sorta di “complesso di inferiorità”, penso ad esempio all’avversione che molti di loro provano (o dicono di provare) per la forma romanzo. Questo atteggiamento, senza voler esagerare e senza necessariamente calarsi in un’indagine che forse pertiene più al campo della psicanalisi, può essersi generato per reazione rispetto alla posizione, del tutto opposta, che è stata dominante storicamente e per vari secoli, e che ha visto una sorta, diciamo così, di centralità della poesia come espressione massima di arte e creatività, non soltanto personale e umana, ma anche proprio politica e d’impegno civile. Ecco, oggi sicuramente non è più così. Oggi sono altre le forme che hanno soppiantato, almeno per questi aspetti, la poesia. Penso, non so, al cinema e ai documentari di denuncia, o anche al teatro e alla scena performativa e artistica nelle sue declinazioni più radicali. E forse, contemporaneamente, in letteratura, la forma più “immediata” per veicolare <em>certi</em> messaggi è diventata la prosa, il romanzo-verità, ma anche alcune prove particolarmente riuscite di fiction e auto-fiction.<br />
Insomma, probabilmente è vero che la poesia oggi viene letta da pochi intimi, forse quasi unicamente dai poeti stessi, ma allora, mi domando, e domando a te, non sarà anche per i connotati che ha assunto? Voglio dire: un tempo la poesia trattava grandi temi di interesse sociale e universale, e lo faceva usando toni talora epici, talaltra addirittura dialettal popolari, col chiaro intento di raggiungere e “smuovere le coscienze” di più ascoltatori possibili; oggi invece il verso è sempre più centrato da un lato sul sentimento personalistico, ombelicale, quasi crepuscolare nel focus che continua ad essere incentrato sulle “piccole cose di poco conto”, dall’altra si gioca tutto sulla sperimentazione linguistica, sull’oggettivazione quasi scientifico filosofica della prassi della parola, oltre che sulla spersonalizzazione e frammentazione progressiva dell’”io” (che non si può più nemmeno nominare, tant’è diventata una specie di nemesi).<br />
In un clima generale come quello odierno, nell’orizzonte culturale e quotidiano in cui viviamo oggi, ma dico oggi per abbracciare almeno gli ultimi venti anni, se non di più, la vera domanda è: come potrebbe essere altrimenti, e cioè come potrebbe essere <em>globalmente</em> letta, la poesia? E poi, soprattutto: è davvero importante che lo sia? Cioè, i nostri beneamati poeti stanno cercando veramente un pubblico di lettori? O si accontentano, e/o si prodigano, semplicemente, nella sublime arte del farsi la tara da soli, e – perciò – solamente fra di loro?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MM:</strong> Io credo che ci sia un grosso equivoco rispetto alla ricezione della poesia, anzi forse della letteratura <em>tout court</em>: una età dell’oro in cui la poesia era più letta non è mai esistita. La poesia – come la letteratura – non è mai stata “popolare” in termini di pubblico, ovviamente a causa della scarsa alfabetizzazione della società nei secoli passati. L’alfabetizzazione di massa ha consentito a molti di accedere alla poesia, ma in realtà sembra che a moltiplicarsi sia il numero degli autori, più che quello dei semplici lettori. Questo probabilmente dipende dal fatto che progressivamente l’equilibrio della letteratura si è spostato a tutto vantaggio della narrativa in prosa, dopo che per secoli, soprattutto nel mondo culturale italiano, la poesia aveva dominato il campo. Aggiungo comunque che i toni dell’epica la poesia occidentale li ha abbandonati da almeno un secolo: direi che il Novecento è stato un secolo all’insegna dell’abbassamento dei toni.<br />
Tu ti chiedi giustamente se sia davvero importante che la poesia sia letta. Io penso di sì, se non altro per non restringere troppo l’universo della letteratura, perché la poesia – che per pura semplificazione qui sto opponendo al romanzo – è una forma per alcuni aspetti quasi necessaria. Più del romanzo, infatti, chiama in causa il lettore, lo mette alla prova, lo invita a un confronto che ha inizio subito, alla prima fruizione: la poesia attira o respinge con una rapidità che altre forme letterarie non conoscono, e non solo perché hanno bisogno (come il romanzo, appunto) del fattore tempo, di una fruizione diacronica. Più che mai attraverso la poesia possiamo definire davvero la letteratura come arte della parola, più che mai con la poesia possiamo vedere qual è il lavoro che un autore fa con e sul linguaggio. E più che mai possiamo capire la distanza che intercorre tra la lingua dell’uso e la lingua letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FF:</strong> Sappiamo bene che “popolare” non significa “globale”. Parliamo sempre di una cerchia ristretta di lettori, questo è ovvio, ma non si può non tenere conto anche del <em>ruolo</em> che ha avuto in passato almeno un certo tipo di poesia. Penso, ad esempio, alla voce molto ascoltata delle poetesse durante le battaglie femministe, o a certa poesia civile, senza necessariamente andare a ritroso nel tempo fino alla poesia eroica, che infatti – non a caso – è ancora molto letta, premiata e apprezzata in quei Paesi del mondo che vivono, o che hanno vissuto fino a pochissimo tempo fa, in condizioni disagiate, precarie, di guerriglia, quando non di assoluta devastazione. È questo che intendo per attenzione <em>globale,</em> un interesse vivo sulle pratiche del mondo, veicolato dai poeti in primis, che certo poi può condurre &#8211; ma non necessariamente conduce &#8211; ad essere ascoltati da un pubblico minore o maggiore.<br />
E anche la mia domanda, evidentemente retorica, sull’importanza o meno che la poesia oggi venga letta, non riguarda tanto la ricezione, la fruizione da parte di un ipotetico bacino di amanti del genere; m’interrogo piuttosto proprio sulla concezione intima e privata di chi, oggi, si siede a un tavolo e decide consapevolmente di scrivere versi.<br />
Su tutto, mi preme intanto una precisazione: io non sono per niente a favore delle campagne pro-lettura. Ciascuno scelga come passare il proprio tempo e come formare (o <em>de</em>formare, o<em> s</em>formare) la propria personale cultura.<br />
Poi, certo, tu parli di differenze sostanziali col romanzo, ad esempio, e questo è vero, secondo me, ma lo è a maggior ragione se consideriamo una certa attitudine alla condivisione.<br />
Un narratore, sto parlando un po’ grossolanamente, e certo procedo per grandi esempi, non ne farei una regola ferrea, ma solitamente chi si pone nell’atto di “raccontare” qualcosa a qualcuno, deve necessariamente tenere ben presente il secondo termine di riferimento, dunque quell’“a qualcuno” finirà inevitabilmente per condizionare la scrittura stessa, col risultato, spesso, di rendere anche l’opera più “appetibile” per un lettore medio (perché stiamo parlando, in astratto, di lettori evidentemente <em>medi</em>, di quelli che magari selezionano le letture da fare sugli scaffali delle librerie, per chi ancora le frequenta). La poesia è un’attività evidentemente molto più “intima”, non nel senso per forza ombelicale del termine, ma proprio perché, costitutivamente, ontologicamente, non prevede necessariamente un “tu” così stringente al quale rapportarsi. Quantomeno a livello strettamente sintattico.<br />
Perciò, per me, nessuno scandalo sul fatto che oggi si leggano, poniamo, più romanzi che poesie, anche perché, diciamocelo, anche il pubblico della prosa – come quello della saggistica, ecc. – soffre parecchio. E forse la poesia è il terreno d’elezione sul quale misurare l’evoluzione della lingua, ma forse anche no: pensiamo solo a qualche anno fa, alla prosa magmatica di Manganelli, o dell’immenso Gadda, o anche, restando sul contemporaneo, e restando in Italia, ai tanti stimoli che vengono oggi, ad esempio, dalla zona padana, dal Veneto all’Emilia, solo per citare alcune tra le aree più note, e largamente condivise.<br />
Questa verve sperimentale, tuttavia, seppure espressa in forma romanzo, continua a soffrire, forse, del succitato posizionamento tra gli scaffali delle libreria, dacché il mercato editoriale non gode certo del suo periodo aureo, eppure appunto, come dicevi tu, continuo a pensare che, più di ogni altra speculazione, si tenda a reiterare (perché fa comodo? per noia? per opposizione?) una sorta di scambio prospettico.<br />
Voglio dire: i nostri genitori, i nostri nonni, leggevano davvero più di noi? Io non credo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MM:</strong> Questo non saprei dirlo, probabilmente leggevano meno, in termini quantitativi. Voglio dire: quante erano le novità editoriali, poniamo, nel 1966? E quante sono nel 2015? Gli autori di riferimento erano una pattuglia piuttosto ristretta, così come la formazione di un critico si basava su un numero relativamente ristretto di testi autorevoli. Pensiamo ai poeti, visto che di loro stiamo parlando. La loro riconoscibilità non si dava solo a livello sociale (questo è un altro paio di maniche), ma anche e soprattutto editoriale. In sostanza, non si saturava il mercato come oggi. Quando mi si dice che la poesia in crisi mi viene da rispondere, sorridendo, che è in crisi di sovrapproduzione (e forse il ‘29 è già arrivato e non ce ne siamo accorti). Pur nella sua emarginazione dal mercato, la poesia ne ha comunque assunto i ritmi, perciò è frequente il caso di (ottimi) autori che pubblicano quasi un libro all’anno. Lo stesso non accadeva ai tempi non dico di Montale, ma di Sanguineti o Pagliarani (che in realtà è un caso estremo). Se vediamo i libri di oggi, ci accorgiamo spesso che si tratta di operine (non lo dico in senso dispregiativo) di un numero esiguo di pagine, come se i poeti contemporanei, condizionati dalla velocità della Rete, avessero una sorta di necessità di svuotare i cassetti, anzi i file del computer.<br />
C’è poi la questione sociale, cioè della perdita di un ruolo simbolico da parte della poesia. Io credo che l’epoca dei poeti generazionali sia tramontata, almeno qui in Occidente: nessun poeta ha più quel ruolo di “portavoce” che hanno avuto autori come Ungaretti o Caproni. Non parlo di una assunzione di responsabilità, bensì del fatto che a questi poeti alcune generazioni hanno attribuito la capacità di dire determinate cose nella maniera migliore. Si tratta di un mito, non dimentichiamolo, cioè del mito del poeta-simbolo, del poeta capro espiatorio; se così non fosse, Palazzeschi non avrebbe scritto, più di un secolo fa, «oggi nessuno domanda più nulla ai poeti». E di nuovo tiro in ballo l’alfabetizzazione di massa, perché non escludo che ci sia un nesso con il tramonto del poeta rappresentativo di una generazione. È per questo motivo, mi sembra, che siamo circondati dal rimpianto per una figura come Pasolini, perché in fondo incarna proprio questo mito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FF:</strong> Probabilmente, sì. E mi pare che stia emergendo un altrettanto forte “bisogno di riconoscibilità”, che, se proprio vogliamo parlare di tendenze poetiche oggi, si stia sviluppando e/o in molti casi addirittura consolidando come una sorta di “ritorno al nucleo” direi quasi familistico/familiare.<br />
Mi spiego: se negli anni da poco passati la poesia, o comunque un certo tipo di poesia, ha avuto proprio la funzione e l’esito dirompente di distaccarsi quanto più possibile dalle convenzioni letterarie vigenti, e quindi di conseguenza dai propri immediatamente precedenti <em>Maestri</em>, oggi mi sembra che sia prevalente piuttosto l’atteggiamento contrario. Considerando il mercato percepito sempre più come inospitale, gli spazi deputati alla condivisione e alla fruizione poetica che di fatto restano quasi nulli, il pubblico di lettori abbastanza esangue quando non addirittura rastremato, <em>alcuni</em> poeti delle nuove generazioni tendono forse anche esasperatamente a fare corpo, quasi a stringersi attorno a quelle figure che sono anche solo <em>lievemente</em> “emerse” nel panorama culturale italiano già – poniamo – una decina di anni fa, e che pure, loro stessi in primis, se interpellati, non si riconoscono affatto o non <em>vogliono</em> (almeno a parole&#8230;) riconoscersi nella funzione maieutica solitamente deputata al ruolo, appunto, dei Maestri.<br />
Se è del tutto naturale che scritture affini arrivino prima o poi a incontrarsi in un dialogo poetico che può diventare o meno un vero e proprio sodalizio, mi sembra che più di tutto in questi anni sia in voga e in atto la pratica opposta: “poiché desidero ardentemente di entrare a far parte di una certa <em>area</em>, allora mi prodigo e programmaticamente scrivo in un determinato modo”. Questo passaggio può venir fatto in maniera più o meno consapevole e autocosciente, non è rilevante; quello che rileva è che mi pare stiano da più parti proliferando tanti piccoli eserciti di combattenti poetici di ultimissima generazione, che però, quasi temendo la vera “uscita allo scoperto”, restano a cercare protezione sotto un’ala poetica che, per forza di cose, costituisce un territorio già ampiamente battuto, col rischio quindi che le loro pur nuovissime scritture risultino poi, tuttavia, tristemente epigonali.<br />
Questo, certamente, non è atteggiamento univoco: ci sono molte altre scritture “nuove” e “giovani” che nascono autonome, e autonomamente tentano di preservarsi. Epperò di loro non si parla tanto, perché? Perché appunto, quelli che più strepitano e si lamentano, palesemente, sono quelli che meno riescono a trovare una strada.<br />
<span style="text-decoration: underline;">Gli uni la poesia la fanno, gli altri la poesia la lamentano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MM:</strong> Sull’efficacia della lamentela, anzi della lagna vera e propria, esistono detti dialettali decisamente icastici&#8230; Il problema dell’epigonismo o, per dirla con Bloom, dell’<em>angoscia dell’influenza</em>, è piuttosto antico, o meglio, si pone con il moderno, cioè dal momento in cui si impone l’estetica del nuovo. È un discorso fatto più volte (per esempio dal Sanguineti di <em>Ideologia e linguaggio</em>) e davvero c’è ben poco da aggiungere. Qui mi limiterei a rilevare un fenomeno in parte diverso, che caratterizza soprattutto quelle scritture che, molto all’ingrosso, potremmo definire <em>d’avanguardia</em> (uso il termine nella sua accezione più estesa, spogliandolo per una volta di tutte le risonanze ideologiche che lo contrassegnano) e che invece tocca solo di sfuggita chi segue più o meno intenzionalmente i modelli della tradizione. E il problema del fare gruppo, di quella che, prendendo a prestito un vocabolo della psicologia, si potrebbe definire gruppalità. Fare gruppo risponde chiaramente alla necessità di creare delle reti di comunicazione e diffusione (anche editoriale) della poesia, oltre che di consentire il confronto interno (sempre utile e sano); tuttavia al contempo fa sì che talvolta alcuni si avvicinino a un determinato gruppo con spirito emulativo, come se lo scopo principale non fosse la scrittura bensì l’appartenenza in sé. Perciò si passa dall’aria di famiglia, che ovviamente è possibile riscontrare tra scrittura affini, alla gregarietà uniforme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FF:</strong> Inoltre, secondo me non ci si può quasi più esimere dal beneamato e liberatorio “<em>Il re è nudo!</em>”.<br />
Siamo d’accordo, il pubblico della poesia è assai ristretto, e – appunto – questo non è necessariamente un male. <em>O tempora o mores</em>, e del resto nemmeno i fiorentini del Trecento leggevano Dante! Ma qui forse il problema è anche un altro. Per intenderci, non credo che la scalata delle vendite degli autori più “pop” che pubblicano con le grandi major sia granché influente sulla ricezione o meno della poesia poniamo “sperimentale” di questi ultimi anni. Secondo me c’è da fare un distinguo, anche banalmente e grossolanamente tagliato con l’accetta, su un certo pure odiatissimo parametro che si chiama “qualità”. Alcune scritture, che non esiteremmo senz’altro a definire “di nicchia”, possono vantare nonostante tutto un buon bacino d’utenza, che varia dai critici più esperti del settore ai semplici lettori, incuriositi e/o appassionati a <em>quel</em> tipo di lavoro sulla parola, sulla lingua, sul gesto poetico in quanto tale. Altre scritture, a parità di (non)diffusione e reperibilità dei testi, su carta come sul web, altre scritture che ugualmente si incanalano nella linea “sperimentale” [che tanto linea poi non è, ma assomiglia più a un universo esploso pieno di meteore e costellazioni frammentate e frammentarie, fatte di spunti poetici in cerca di una collocazione fissa], ebbene, alcune altre scritture, semplicemente non ricevono ascolto. Non vengono scelte, non vengono seguite, non vengono lette, e il primo atteggiamento di risposta a quest’eventualità, che per carità umanamente posso comprendere appieno, è ancora e sempre la <em>lamentela</em>. Sul mercato, sulle conventicole, sui Premi, sulle Associazioni, sulle lotte intestine, sull’apatia e l’inedia dei critici, sull’ignoranza e la faciloneria dei lettori. Ebbene, forse sarebbe anche il caso di cominciare ad ammettere che, al di là dei singoli gusti personali e delle singole scelte individuali nell’ovvio percorso di crescita di ciascuno, semplicemente alcune scritture “meritano” di essere lette, e altre probabilmente un po’ meno. Che se certi esempi di prove artistiche cadono nel dimenticatoio pressoché immediatamente, forse, potrebbe anche essere a causa o grazie a una sorta di “legge di conservazione generale della specie” (poetica), dato di fatto di un’evidenza sconcertante, e che però tutti tendono/tendiamo oggi a dimenticare. Perché, certo, è assai più facile prendersela col mostro alieno della contemporaneità, che con se stessi. In quest’ottica, allora, trovano agevolmente adepti e sodali le posizioni più estremiste, come quella – appunto – che vorrebbe “morta” la poesia tutta. Perché la critica (letteraria) sarà pure annoiata, ma l’autocritica (poetica) troppo spesso è pressoché inesistente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MM:</strong> Non posso non concordare. Aggiungo poi che sovente la lamentela si accompagna alla posizione da duri e puri, a un arroccamento che non cerca il dialogo con nessuno, se non con chi è (estremamente) simile. Il che dà luogo a forme di scissione e di reazione a catena che non portano a nulla.<br />
Devo nondimeno ammettere che a questa situazione di fatto noi critici abbiamo dato un contributo ragguardevole. Di fronte alla mole di materiali, alla miriade di galassie che ci si offre allo sguardo, spesso non siamo andati oltre la mera registrazione. Insomma, per stare alla tua metafora astronomica, invece di provare a individuare delle costellazioni, a tracciare delle linee, ci siamo limitati a contare le stelle. Certo, l’impresa è grossa, ma credo che sarebbe opportuno intraprenderla, magari anche non sul piano individuale. Ovviamente ogni costellazione è discutibile, come lo è l’iscrizione di un poeta a una linea o all’altra, però sarebbe almeno un punto di partenza per ulteriori sistemazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FF:</strong> Hai ragione. Ma temo che per questo dovremmo aspettare (almeno) la prossima estate&#8230;</p>
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