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	<title>diario di viaggio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In viaggio con Ci (1/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/11/28/in-viaggio-con-ci-1-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Morelli (Storia di un diario che doveva esser lungo e invece dura tre giorni scarsi. Storia anche di uno strano tentativo di soluzione, pure andato a male, e poche altre cose ancora&#8230;) La disgrazia di Don Chisciotte non è la sua fantasia; è Sancio Panza. F. Kafka aggiunta scritta oggi, circa venti anni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81672" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-300x192.jpg" alt="" width="261" height="167" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-250x160.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-200x128.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-160x103.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460.jpg 718w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" /></a></p>
<p><em>(Storia di un diario che doveva esser lungo e invece dura tre giorni scarsi. Storia anche di uno strano tentativo di soluzione, pure andato a male, e poche altre cose ancora&#8230;)</em></p>
<p style="padding-left: 270px;"><em>La disgrazia di Don Chisciotte non è la sua fantasia; è Sancio Panza.</em></p>
<p style="padding-left: 720px;">F. Kafka</p>
<p><em>aggiunta scritta oggi, circa venti anni dopo</em></p>
<p>Mi decido a render pubblico in qualche modo questo breve diario solo molti anni dopo, per ragioni che forse hanno a che fare con la discrezione.<span id="more-81501"></span><br />
L’occasione mi viene dall’aver letto su una rivista questo viaggio o parte di viaggio da parte dello scrittore Ci. Viaggio che è poi continuato fino a un certo punto, ma solo in questa parte iniziale la descrizione era lacunosa, e scorbutica.<br />
Sembrerà strano ma negli anni, quando mi è capitato di ripensarci, non sono riuscito a capire il fallimento del viaggio se non come conseguenza della necessità di Ci di mettersi di continuo in una condizione di scomodità massima, come se solo in uno stato di disperazione si possano creare le risorse per schiudersi all’esterno, per inventare la spinta per quella sorta di effusione che è per lui la letteratura. Che l’abbia fatto in questo modo e ai miei danni è secondo me un puro dato casuale, forse sentiva che con la mia presenza gli avrei impedito quello stato. Fin dal primo momento secondo me era prevenuto, ma in questo senso. Poi è anche vero che io sto antipatico con facilità. Al massimo a questo sono arrivato in questi anni quando ci ho pensato.<br />
In seguito con Ci ci siamo riappacificati. In tutti questi anni comunque non è mai mancata la mia ammirazione per il suo lavoro.</p>
<p style="padding-left: 540px;"><em>premessa scritta qualche giorno dopo</em></p>
<p>Premetto che mi ero preparato a questo viaggio rileggendo Don Chisciotte. Qualche mese fa, lo scrittore Ci, che conosco da sei o sette anni e del quale ero diventato amico, mi ha proposto di accompagnarlo in un viaggio di due mesi nel sud Italia, scegliendo autobus, trenini e strade poco frequentate, viaggio che avrebbe poi raccontato su una rivista. Diceva di avere ormai una certa età (lo scrittore Ci ha più di sessant’anni), e che il viaggiare da solo, specie nei piccoli paesi, lo avrebbe troppo esposto alle curiosità. Sospetto che si aspettasse molto dalla mia esperienza di viaggiatore, che però risale a quasi trent’anni fa. Ho accettato di accompagnarlo, sebbene non vedessi ragione di allontanarmi dalla mia città e in quel periodo sognassi semmai un viaggio al nord, ad esempio in alcune valli sperdute della Svizzera, dove si dice restino tracce dei fuorusciti anarchici d’inizio secolo. E forse, ma dico forse, questo può avere inciso nell’armonia generale.<br />
Non avevo mai tenuto un diario e l’occasione mi è sembrata adatta: avrei raccontato il mio viaggio, ma soprattutto quello dello scrittore Ci.<br />
Vista la conclusione del diario con il suo fallimento, premetto anche che gli appunti presi sul momento non li ho voluti quasi aggiustare, nel timore che mutasse la disposizione d’animo. Per quanto riguarda gli appunti del 12 maggio (sera), ho eliminato o abbreviato alcuni riferimenti personali riguardanti Ci, quando non avevano importanza per la ricostruzione degli avvenimenti. La loro frammentarietà è dovuta al fatto di esser stati scritti a più riprese, durante un vagabondaggio notturno in un paese degli Abruzzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 810px;"><em>11 maggio, 2000</em></p>
<p>Arriviamo a L’Aquila verso le 5 del pomeriggio, dopo un viaggio di un’ora e mezza dalla stazione Tiburtina di Roma. Là, quando sono arrivato lui era seduto sul gradino di un marciapiede, baci e abbracci. Qui a L’Aquila alla stazione degli autobus alcuni dicono che poco prima è venuto giù il diluvio, altri che sono state due gocce. Sulle montagne nevica di sicuro.<br />
Durante il viaggio lo scrittore Ci ha già riempito una decina di pagine di appunti. Ha scritto tutto il tempo. Se continua così alla fine dovrà sobbarcarsi un peso aggiuntivo di parecchi chili di taccuini, oltre all’enorme zaino e al tascapane da campagna di Russia. Sull’autobus abbiamo anche discusso se comprare una carta oppure no, ma per adesso non decidiamo nulla. In ogni caso, sia girare con l’aiuto di una carta o senza, sono modi diversi di straniamento.<br />
Me la prendo comoda nel bar davanti alla stazione degli autobus, mentre lo scrittore Ci è in preda all’ansia di trovare un alloggio. Mentre fa su e giù per il corso, conosco un paraplegico che si chiama Celestino, guarda un po’ il caso, nella città dell’eremita diventato papa e tornato poi a fare l’eremita. Ha la carrozzella adornata di bambole, più un ombrello da pastore.<br />
Le montagne sono sempre più nascoste da una nuvola grigia. In breve scompaiono del tutto e arriva un temporale con tuoni e lampi. In albergo, nonostante avessimo la chiave della stanza 35, e nonostante io ci fossi appoggiato contro e gliela indicassi, Ci si è ostinato ad aprire la porta numero 33.<br />
Alla televisione si vede Michael Jackson. Anche lui sta in un albergo, di Cannes se non ho capito male, chiuso dentro da tre giorni dato che rifiuta ogni contatto con il mondo. Noi invece usciamo sotto la pioggia, giriamo per il centro. Lo scrittore Ci sostiene che a sud ci sono più santi che a nord, io vorrei pensarci con più calma, soprattutto in un posto all’asciutto. Quando lo troviamo smette di piovere.<br />
Per questa prima parte del viaggio, dato che conosco la zona a menadito, farò io da guida, solo che Ci è sempre quattro o cinque metri davanti a me, che non vedo la ragione di correre. Siamo qui da un paio d’ore, ma lo scrittore Ci già non ne può più, dice, e scapperebbe più a sud.<br />
Dopo cena giriamo ancora più o meno in tondo, poi ci sediamo al bar nella grande piazza del Duomo dove, al tavolo accanto al nostro, un gruppo di ragazzacci della zona è impegnato in una notte brava. Ci propongono un brindisi, durante il quale Ci dichiara di venire da Londra e chiede ai giovinastri se sono sposati. Al sud è la domanda canonica dell’omosessuale inglese, almeno così viene presa, e l’aspetto allentato di Ci appare una conferma dei sospetti.<br />
C’è un silenzio di risatine e sguardi nella mia direzione, poi, prima di andarsene, il più esagitato dei quattro mi descrive all’orecchio com’è fatta intimamente la sua ragazza, e nel farlo fa cadere un paio di bicchieri.<br />
Temo che d’ora in poi assisterò alle vicissitudini di un uomo del nord alle prese con la arruffata complessità del sud. Temo anche che lo scrittore Ci sia alla ricerca di un residuo di avventura da grand tour (si è infatti portato il Viaggio in Italia di Goethe), del premoderno, e che si senta investito di un compito d’importanza quasi coloniale. Però c’è da dire che fin da subito formiamo la coppia classica di cavaliere e scudiero.<br />
Non è mica facile tenere un diario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 870px;"><em>12 maggio</em></p>
<p>La mattina sono dentro al diario senza quasi accorgermene. Fuori dalla finestra dell’albergo non c’è niente. Il Gran Sasso se ne sta nascosto dietro alle nuvole e alla nebbia, come un cavaliere.<br />
Ho dormito bene, sebbene Ci sostenga di aver russato tutta la notte, si scusa, è la rinite ha detto.<br />
Si ricomincia subito a correre attraverso la città, fino alla Basilica di Collemaggio, che però vediamo dalla distanza di un trecento metri almeno. Siamo in viaggio da nemmeno 20 ore e già avrò accumulato un ritardo di un paio di chilometri rispetto al battistrada Ci, che non si ferma nemmeno di fronte a un cartello della Chiesa Evangelica, con su scritto a grandi caratteri: Fermati!<br />
Ha uno stile da marciatore, alla Pamich: alto, leve lunghe, con le spalle che si alzano alternativamente a ogni passo. Se continua così tra 10 giorni siamo già di ritorno.<br />
Nell’autobus sulla statale 17 che taglia l’altopiano di Navelli, con i papaveri e le badie abbandonate che si dividono l’aria, lo scrittore Ci riempie il taccuino con le indicazioni che gli do io. Per me le facce, la gente, i posti, non sono una novità, mi sono familiari. Il viaggio, per me, non è ancora incominciato, però mi sa che anche dopo continuerò a fare la guida da dietro, la guida distanziata. Nel frattempo devo tradurre quello che dicono due vecchi seduti ai posti davanti a noi, descritti con cura da Ci che si sente evidentemente un esploratore.<br />
Mi emoziono mentre gli descrivo le montagne che amo di più al mondo, ma vedo non gli interessano granché, sebbene racconti di esser cresciuto dalle parti di Belluno. Parlo per vincere la commozione, ma devo ripetere le cose sempre due volte, perché Ci non ci sente.<br />
Lasciare i bagagli al deposito della stazione di Sulmona si trasforma in una vera emergenza. Intanto scrive e prende appunti, e dato che lui prende appunti scrivo anch’io per passare il tempo, e la gente, se scrivi o prendi appunti per strada, si allarma: forse ha paura di esser spiata, o dell’esattore delle tasse.<br />
In un bar sulla splendida piazza di Sulmona facciamo pranzo, con gli occhi verso l’acquedotto medievale. Ma secondo Ci non c’è tempo. Mi lascia e si riporta alla fermata dell’autobus per la stazione. Finisco con calma, parlotto con un anziano nullafacente, poi lo raggiungo. Dato che l’autobus non arriva, mi appassiono alla musichetta di un box turistico digitale. Basta poggiare un dito sullo schermo che parte una musichetta d’arpa che vorrebbe essere giocosa, invece per me è nostalgica. Con le spalle allo schermo, senza badare per niente alle informazioni turistiche, fischietto e improvviso sul motivo, penso che sono in una strana situazione di viaggio, mai provata prima, che è ancora rivolta al passato e non riesco a definire.<br />
Pamich nel frattempo dissimula a malapena l’impazienza, scalpita per l’autobus che non arriva. Io no, io mi sento strano, anche per tutta la birra che ho bevuto. Mi sento fiero perfino di aver capito in anticipo che il colore di moda per questa estate sarà il lilla, difatti da ieri le ragazze che incontro non portano altro.<br />
Sull’unica carrozza del trenino che sale vertiginosamente verso Castel di Sangro, costeggiando la Maiella a marce stirate, cerco di vincere la commozione parlando: storie e informazioni che Ci accumula sul suo taccuino. Io parlo e lui scrive, per questo sono qui, penso. Come guida non sono neanche male, invento solo lo stretto necessario a dare coerenza al racconto. Tagliando la piana di S. Antonio, a oltre mille metri di altitudine, mi ricordo di tutte le volte che l’ho vista dalle cime, e che spesso l’ho immaginata come un campo di calcio, con due squadre di giganti impegnate in una partita il cui risultato non c’è negli annali.<br />
A Castel di Sangro, nella stazioncina persa nella vallata, dobbiamo aspettare più di due ore un altro trenino che ci porterà al paese dove è nato mio padre. Abbiamo deciso di fermarci a dormire lì, ho le chiavi della casa abbandonata di mia zia Emilia.<br />
Una stazione piccola come una stanza, mezza diroccata, con sopra le montagne del Parco Nazionale. Il traffico si riduce a una littorina color verde che arriva e parte tre volte al giorno. Anzi l’ultima volta non parte nemmeno e aspetta l’alba del giorno dopo. Un solo binario funzionante, su altri in disuso sostano carri merci che avranno cent’anni e due littorine sfrante. Il personale è formato da un capo e un vice-capostazione. C’è un piccolo e grazioso bar, con dentro un cinese che ci segue da Sulmona e una vecchietta impegnata all’uncinetto. Si sta bene, ma Ci non trova il locale abbastanza tranquillo e si ritira a scrivere nella sala d’aspetto, sporca e rovinata.<br />
Dopo un’ora esco anch’io, e sdraiato sul sedile di pietra leggo Il romitaggio della dimora illusoria di Basho. Con le montagne alla mia destra, leggo il canto degli uccelli che sento e sento il silenzio che leggo, punteggiato da un chicchiricchi che sembra venire da est. Poi mi viene in mente di andare a chiedere ulteriori informazioni al capostazione.<br />
Al ritorno incontro Ci che ha avuto un’avventura coi bagni della stazione. È successo che, uscito dalla sala d’aspetto, scapigliato, con lo sguardo stralunato per un evidente sonnellino appena compiuto e la sahariana abbottonata due bottoni sopra, con l’andatura da Pamich ha raggiunto il bar chiedendo dov’è il gabinetto. Sia la signora dei merletti che suo figlio hanno fatto finta di non capire. Lui ha insistito col gabinetto, ma quelli evidentemente non avevano nessuna intenzione di farcelo andare, facevano finta di non capire. Un po’ piccato Ci ha alzato la voce cambiando anche vocabolo, riducendosi a Cesso! fin quando il figlio della signora dei merletti lo ha spedito fuori, indicandogli la destra della stazioncina, cioè l’aperta campagna, dove l’ho visto che vagava al mio ritorno.<br />
Lo strano caso, strano anche perché il gabinetto del bar era in pieno uso e i gestori molto gentili, come avevo provato io stesso poco prima, è stato da Ci spiegato come un’incomprensione generazionale del termine gabinetto, dimenticando che la signora dei merletti aveva qualche anno più di lui.<br />
Ascoltandolo raccontare la storia, penso al mio ruolo di accompagnatore e alle continue incomprensioni che incontreremo, anche perché la camminata alla Pamich strappa risatine ambigue al capostazione, a due ex-pastori e perfino al cinese, che ammiccano fra di loro mentre Ci si allontana alla ricerca dei bagagli.<br />
Manca ancora mezz’ora alla partenza della littorina, che è l’unica, e fa avanti e indietro tre volte al giorno. La stazione è talmente minuscola che ci stiamo seduti a un metro, eppure lo scrittore Ci sta in ansia, mi chiede se sono sicuro che è proprio questo il treno. Io sto leggendo e gli rispondo poco, tanto che si irrita e si rivolge un passo più a destra, dove il capostazione lo rassicura ammiccando subito dopo agli ex-pastori.<br />
Fra i salici si annuncia un bel vento da ovest, un gatto giovane e già spelacchiato fa l’equilibrista sui binari arrugginiti. Ci vorrà pazienza, e di vari tipi.<br />
Sul trenino restiamo presto gli unici viaggiatori. La littorina arranca a 36 chilometri a l’ora. Quello che abbiamo scelto mi sembra il modo più lento possibile di viaggiare, dopo l’andare a piedi. Metto al corrente lo scrittore Ci dei nomi e delle storie, ma devo ripetere sempre due volte. Ci sostiene che i romani come me non hanno nessuna voglia di esser capiti dal resto del mondo, e può anche essere vero. Mentre il sole sta tramontando dietro le montagne gli traccio sul taccuino con le dita le linee dell’ideogramma cinese per primavera, col sole che irrompe dal basso sotto le linee dell’orizzonte, e questo lo interessa molto, dice. Nello stridio delle ruote sui binari e nel vento della valle del Sangro, io penso che d’ora in poi, per risparmiare energia, farò meglio a sforzarmi di usare il fiato e parlare ad alta voce.</p>
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		<title>Balcanica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/08/balcanica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2019 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(foto di Andrea Biancalani)</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79746" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-160x128.jpg 160w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#1</strong></p>
<p>I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio è accartocciato, scuro, carta gialla da macelleria, da negozio alimentare disposto in curva. Quel viso non suda, non gocciola, non si bagna con la stessa patina oleosa che appiccica le nostre palpebre insieme, le fonde, finché non abbiamo più scelte che tener gli occhi chiusi e dormire. Nel volto del vecchio ogni sudore è assorbito dalla carta ruvida del suo epitelio. Ma il vecchio non respira. Ansima, fischia. Il suo petto si gonfia con parossismo, alla ricerca di aria in qualunque direzione: più in là di qualche centimetro c’è un po’ di ossigeno, basterebbe una molecola di ossigeno, un atomo, il piccolo dono dell’elemento, un’estrazione dalla massicciata della realtà. Cerca aria con la furia di una migrazione: sulle setole raspose del sedile un poco polveroso, nel vetro, nel sole alogeno che inchioda le ombre nel corridoio. La cerca più avanti, nel corridoio, nella piccola tv piazzata sopra il capo dell’autista, nel suo schermo muto e cieco.</p>
<p><strong>#2</strong></p>
<p>Dal mio diario:</p>
<p>“dopo 6 ore di bus siamo a Podgorica, sulla strada per Sarajevo. tutto questo giro per non passare dalla Serbia. la città sembra disegnata da De Chirico e colpita da una pandemia. nessuno in giro. città metafisica, tra Viareggio e una qualunque città russa. abbiamo mangiato un panino ripieno di pollo e verdure e ci ha serviti Sanya, una ragazza giovane e timidissima, con un grosso neo sul collo, che non sapeva nulla d’inglese. questo popolo si sta prendendo gli avanzi del nostro consumismo e li sta usando con la stessa ingenuità che avevamo noi negli anni ’60. quando inizieranno anche loro a fissare il buio? a Podgorica la vita inizia dopo le 17. pulviscolo di ragazzini, mamme, passeggini, biciclette, tacchi alti, zeppe, minigonne, ginocchia rotte, automobiline a motore elettrico che si riversa sulle strade, tra i cubi in cemento del socialismo reale.</p>
<p>cubi e volumi, case euclidee, desideri geometrici pensati e realizzati, alla <em>Solaris</em>.</p>
<p><em>tutto era così mentale che la città mancava di colore. c’era un’aria polverosa, una caligine gialla per le strade deserte. a Podgorica nessuno si sarebbe fermato di proposito; solo chi, come noi, ci capitava per caso l’avrebbe vista.</em></p>
<p>qui si beve birra Niksicko”.</p>
<p><strong>#3</strong></p>
<p>C’è un’aria da località di montagna. Fuori dalla finestra dell’albergo un caos quasi messicano: uno sferragliare di mezzi, voci, musiche planetarie. Fuori dalle stanze d’albergo, oltre il bazar, c’è il solito clima provvisorio di chi vive senza tante aspettative. Oggi mancavo. Mancavo e basta. Chiediamo a un tassista di portarci a Kolovice, perché a quanto pare c’è un monastero. L’autista è un ragazzo giovane, perlopiù biondo, con una testa come quella di un toro, poggiata sulle clavicole. Si vede immediatamente che non capisce nulla del posto che gl’indichiamo. Si consulta con un collega, uno più vecchio; ci stordisce l’odore di farina di ceci, di felafel, di spezie e soffritto d’aglio. Alla fine concordiamo un prezzo per 5 euro e partiamo, ma stiamo in auto per più di un’ora e per strada imbarchiamo due ragazzi che si fermano in un campeggio per strada (uno dei due ha le grucce). Alla fine il taxi si ferma in un punto sperduto, da qualche parte sulla montagna. Non c’è niente qui, se non una chiesa cattolica costruita dagli italiani. Torniamo indietro molto delusi, tra pareti rocciose, gole ombrose, chiaroscuri vegetali. Alla stazione è evidente che l’autista non aveva capito né la destinazione né il prezzo, perché ci chiede 50 euro. Gli diamo la metà e lui, sorridendo e scusandosi, se ne va. Vorrei sapere il nome delle ciabatte che il nostro autista e tutti gli altri tassisti del piazzale indossano.</p>
<p><strong>#4</strong></p>
<p>Una ragazza mi dice che Trieste ci mette poco a essere triste: basta una vocale. Io e Andrea ci prendiamo una bella sbronza, nella tavola calda di Tito, un albanese. Dopocena gironzoliamo per le strade, a cercare refrigerio e proteggerci dal vento. Poi, sotto il loggiato di una chiesa, uno zingaro suona <em>Ederlezi</em>. Ci viene da ridere perché è il primo zingaro che vediamo, dopo le settimane nei Balcani. Lo paghiamo perché suoni ancora e ancora e lui si convince solo quando diciamo la parola “Kocani”. Si chiama Mikele, è uno zingaro di Bulgaria. Attacca con un lamento straziante, la litania di un rimpianto infinito, che ci schianta a sedere contro le colonne della chiesa ad ascoltarlo. In quel canto di tromba ci sono i Balcani che non abbiamo visto, quelli che in Macedonia si disperdono nelle lunghe strade che occupano le giornate. L’<em>Ederlezi</em> di Mikele, invece, è il triste rimpianto del profugo. Accanto a noi ci sono tre ragazzi. Uno di loro dorme. Alla fine compriamo il cd, dove in copertina c’è Mikele con il suo cappellaccio nero e il nome a caratteri dorati.</p>
<p>Quando sono a casa ascolto il disco, sperando che ritorni quel lamento della chiesa, ma ci sono solo i classici di Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Tony Bennett suonati dalla tromba su base midi di Mikele.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79747" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-160x128.jpg 160w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#5</strong></p>
<p>1988.</p>
<p>Il colonnello croato dice a Fatir di andarsene a fare un giro in Italia. Fatir non ci pensa due volte: vive per mesi in albergo, a Trieste. Quando finisce i soldi scrive a casa e si fa spedire denaro. Tre mesi in questo modo. E poi altre lire, da suo padre. Quando conosciamo Fatir ha 45 anni e ne dimostra venti di più. Suo figlio non voleva partire per non lasciare la fidanzata italiana a casa. Fatir non ha mai dormito per strada. Non va in Serbia, con l’auto. Una volta ci provò e rimase in dogana per ore. Ci sconsiglia di farlo, per non restare inchiodati all’angolo per ore.</p>
<p><strong>#6</strong></p>
<p>A Kocani, terra di zingari, cerchiamo tracce della Kocani Orkestar. Troviamo, invece, Ivan Levkov, capostazione. Ci accoglie con una foresteria di parole; tutte quelle che non ha potuto spendere in questi anni di anonimato. È felice di vederci, ma degli zingari della Kocani Orkestar non vuol parlare. Ivan vuol bere, la sua <em>grozjie</em>, una grappa d’uva dolcissima, che ci avvelena di oblio il pomeriggio.</p>
<p><strong>#7</strong></p>
<p>La cerimonia della chiamata dei nomi. Affidiamo come gli altri i passaporti all’autista. Lui compila una lista e ci chiama uno per uno, dal predellino del pullman. Sono nomi ottomani, giugulatorie alfabetiche; rispondono all’anagrafe dei Muzzein, del nome che si scioglie nella preghiera dell’alba. I nostri nomi sono incongruenti, ridicoli. Non ci riconosciamo in questo appello. Saliamo defilati, senza dare nell’occhio, confusi fra le canottiere dei ragazzi, nelle musiche che provengono dai telefonini; fra i fazzoletti delle donne, pezzuole nere cotte dal sole, identiche e ripetute di generazione in generazione. Portano pacchi e borse sportive, comprate nei <em>temporary store</em> della capitale. Li cuoce il sole di Roma Tiburtina. Si abbatte vitreo e incandescente sulle pezzuole nere delle donne e delle vecchie, sulle camicie dalle maniche tagliate degli uomini, i loro cappelli. Un sole alogeno, incattivito, insudiciato dalle sopraelevate, gli scheletri elefantiaci dei rebus tangenziali. Un intrico di Escher domina il sottobosco putrido di queste ombre lacustri. Dentro gli occhi è il rombo imperscrutabile del transito romano. Il continuo e ripetuto suono della strada che alimenta se stesso.</p>
<p><strong>#8</strong></p>
<p>Nel sogno c’è un vecchio che organizza una festa per quello che presumibilmente è il suo compleanno. La casa della festa è quella di campagna dove io e Andrea abbiamo pensato a questo viaggio. Ci sono tutti, ma proprio tutti: gli amici, i primi amori, conturbanti avventure sentimentali o soltanto il reparto Baci Rubati. (Manca la mia famiglia). Ci sono anche quelle persone che non si frequentano più perché c’è stato un momento nel quale noi e quelle persone eravamo così arrabbiati che ci sembrava giusto rompere tutto. Poi passa il tempo e si scopre di essere rimasti assenti per così tanto tempo che ormai la paura di non riconoscersi più in quello che eravamo c’impedisce l’ultimo, sensato, tentativo di chiamare nel cuore della notte e svegliare quei testimoni del nostro passato. Insomma, nel sogno ci sono anche queste persone, che nell’arco della vita sono disseminate qua e là.</p>
<p>Improvvisamente si scopre che al di là della festa gli invitati sono lì perché io e Andrea siamo tornati dal viaggio dai Balcani; sono lì per festeggiare il nostro ritorno. I primi amori sono ancora quella struggente tenerezza pomeridiana che erano al tempo; gli amici sono i compagni di una vita; coloro che non sono più nella nostra vita sono lì, di nuovo, per chiederci udienza, per domandarci scusa o per darci l’occasione di fare noi altrettanto.</p>
<p>Nel sogno sono in definitivo accordo col mondo. Mi sento come il verso di un poema.</p>
<p>Invece mi sveglio: sono ancora a Tetovo, lontano da tutto, in una gelida stanza d’albergo. Racconto il sogno ad Andrea. Per lui ha ragione lo Schnitzler del <em>Doppio sogno</em>: noi siamo anche quello che sogniamo. I sogni sono tanto reali quanto la realtà, quindi il mio sogno armonico era reale. “Reale quanto questo comodino”, dice Andrea. E ancora: “è successo davvero, che tu ci creda o no”.</p>
<p>A Skopje, qualche giorno dopo, mi dicono da casa che qualcuno se n’è appena andato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79748" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-160x128.jpg 160w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#9</strong></p>
<p>Il bar; al tavolino un uomo con due belle donne, bionde. Mosche dappertutto, uno sciame come polvere di caffè. Il posto è insolitamente fitto di partenze; pullman per Istanbul, Struga, Skopje, per la Svizzera.</p>
<p>Il bar è attesa. Nell’attesa c’è tutto, compreso il movimento. Il movimento è tempo, è dispiegamento della vita. Nel bar c’è vita, vita-in-attesa, attesa di movimento; qualcosa che sta per cominciare, poi l’attesa è finita.</p>
<p>La vita è sulla soglia, oltre è già troppo. Il bar della stazione è una soglia, più avanti è tutta un’altra faccenda (vale la pena o non vale la pena avventurarsi laggiù, se ne può discutere).</p>
<p>Se l’unico modo per cui abbia senso vivere è spostarsi di continuo, il bar è un senso+1, perché nel movimento manca l’assenza-di-movimento, che è invece nell’attesa, nell’infinita parata degli istanti prima di partire, mentre si beve una birra Ϲкoпскo (Scopsko) e si aspetta il pullman per un’altra città, un poco più a est.</p>
<p><strong>#10</strong></p>
<p>Da un po’ di tempo non riesco a dormire. La notte è tutt’altro che uno spazio neutro, un ricavo, la mia geografia di libera mobilitazione. Di notte sento forze che volteggiano sopra la casa, disegnano campi di gioco magnetici, intessono reticoli elettrici. È uno svolazzo invisibile, frustrante. L’inquieto circuito di traiettorie sopra la mia testa. Allora chiudo gli occhi. La scorsa notte è successo di tutto; poi si è alzato un vento incattivito che ha rovesciato vasi, schiantato vetri e battuto porte. Dalla finestra della camera da letto ho sentito una danza di foglie secche, per strada, e nel silenzio sembravano carta. Non riuscivo a pensare a niente; avevo la mente occupata dalle frequenze di quel vento. Gli Hertz epilettici mi facevano uscire fuori di cervello: ho aspettato l’alba sperando che le cose migliorassero e basta.</p>
<p>Non mi alzo, di notte, quando non dormo. Non esco. Rimango disteso, sgomento per quel rovescio della regola che vorrebbe vedermi in una fase di sonno profondo. Ma a quelle latitudini non ci arrivo. Rimango sulla superficie di un sonno interrotto, di momenti di stanchezza insopportabile. Rimango con gli occhi aperti, spesso, in un eccesso. Le pupille si riempiono di buio. Cerco d’impormi il silenzio, quello spazio di bianco dove non transitano variazioni ottiche, dove la somma ambiguità è non avere ambiguità. Il silenzio, però, rimane in fondo a quella landa nera, percorsa da prismi di luce, di variazioni sintetiche del blu, del rosso, dell’indaco, del giallo, del viola. Là in fondo brilla anche il tasto del silenzio, ma non riesco a raggiungerlo. Più forte è la sinfonia della febbre notturna che soffia col vento. Io con la notte e le sue brigate.</p>
<p>Una notte sono rimasto a fissare un ragno. Il palazzo di fronte al mio, dalla nudità del terrazzo, era illuminato dal giallo dei lampioni in basso. Aveva un aspetto sporco, senza ombre, un aspetto così insopportabilmente oggettivo e urgente. Il ragno era sul mio balcone. L’ho visto zampettare in cerchio. Ho immaginato che avesse paura di me, della mia imponderabile dimensione. Non fuggiva, però. Continuava la sua ginnastica macabra andando avanti, poi di lato, poi di nuovo avanti. Restava nei paraggi, a volte scompariva. Guardavo il palazzo e poi il balcone e non lo vedevo. Dopo poco, però, era di nuovo lì, di fronte a me. Ho pensato di schiacciarlo e basta, ma non si fa con i ragni. Di notte sono tiranneggiato da un senso superstizioso e naturale ancor più che durante il giorno. È ormai evidente che il balletto che questo ragno né più repellente né più minaccioso di altri sta compiendo un rituale apotropaico prima di sferrare un attacco: è una danza di morte, prima della battaglia. È così ostinatamente aggrappato alla sua liturgia di guerra, questo ragno. La minuscola orografia del suo corpo nero sprofonda nel più tenace istinto del sangue, nel tributo che domanda il suo codice genetico. È ingenuo e superbo questo ragno: crede nel suo onore da strada, come per una disperata febbre da infezione.</p>
<p><strong>#11</strong></p>
<p>Trame di informazioni incomprensibili sorvolano la nostra testa, calano in basso come un narcotico. Non oppongo forza. Lascio aperta giusto la frattura orizzontale che immette una bassa vibrazione di rosso, l’ipotesi di finire accecato. Sobbalziamo in questa notte divorata dal giorno, dalla luce, dalle aiuole autostradali.</p>
<p><strong>#12</strong></p>
<p>Sul pullman le musiche ottomane sono interrotte soltanto da sketch comici con una drammaturgia basica: un operaio addetto al manto stradale si fracassa un dito per errore, dopo essersi colpito accidentalmente col martello; due amici si lanciano torte di panna in faccia. Gli attori sono gli stessi: passano da una situazione all’altra con disinvoltura e incanto. Sono cortometraggi prima del cinema, incastrati nella transizione dal <em>vaudeville</em> al grande schermo. È una comicità che scatena risate e battimani e, in fondo, funziona. C’è una dolcezza paesana nel ridere di fronte a questi siparietti innocui, in mezzo alle montagne albanesi. I filmati scorrono in un VHS trasmesso da un videoregistratore ad uso schermo che domina il corridoio. Un occhio lontano e brillante ci proietta luce in faccia nella direzione opposta alla strada. Poi, in una delle scene, due amici ricordano un vecchio amore e cantano <em>Marina</em>, il mambo di Rocco Granata (1959). Tutti la conoscono; e cantano. L’unisono nasconde timbri, volumi, livelli di ubriacatura diversi, ma tutti hanno un amore lontano da ricordare. Scopro invece che il nome “Marina” era una marca di sigarette belga.</p>
<p><strong>#13</strong></p>
<p>Da un terrazzo sventolava una girandola arcobaleno e piante anemiche abbellivano coi loro spogli rami il grigiore del palazzo. La Macedonia era un posto disabitato dalla grazia; umido, squallido, spoglio. Un luogo abitato da fantasmi, da assenze. Non c’erano le montagne sassose della Grecia, ma campi dissodati, erbacce lasciate crescere senza cura e nelle città più grandi un’euforia patetica verso un futuro di benessere e capitalismo che altrove, in Europa […]</p>
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		<title>da &#8220;La stagione della strega&#8221; di JAMES LEO HERLIHY</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Mar 2019 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Centuria editrice]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[James Leo Herlihy]]></category>
		<category><![CDATA[La stagione della strega]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Gardella]]></category>
		<category><![CDATA[on the road]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[Belle Woods, Michigan _______ Nel mio letto, 2 settembre 1969 A volte credo che mia madre ci azzecchi proprio quando mi definisce un biscotto freddo. Ho appena passato cinque minuti interi a osservare gli oggetti nella mia stanza sforzandomi di pensare a cose tristi tipo: oddio, quanto mi mancherà la bambola della principessa, oppure a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/cover.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/cover.png" alt="" width="348" height="545" class="alignleft size-full wp-image-78392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/cover.png 348w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/cover-192x300.png 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/cover-250x392.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/cover-200x313.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/cover-160x251.png 160w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Belle Woods, Michigan<br />
_______</p>
<p><strong>Nel mio letto, 2 settembre 1969</strong><br />
A volte credo che mia madre ci azzecchi proprio quando mi definisce un biscotto freddo. Ho appena passato cinque minuti interi a osservare gli oggetti nella mia stanza sforzandomi di pensare a cose tristi tipo: oddio, quanto mi mancherà la bambola della principessa, oppure a ripetermi: “Gloria, questa sarà l’ultima notte che passerai qui” e cose così.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma non succede niente. Magari penserete che abbia versato una lacrimuccia striminzita da ragazzina, giusto per la circostanza, ma i miei occhi sono asciutti come sassi. Provo soltanto sollievo, un senso di aspettativa, e mi sento così su di giri che potrei stare sveglia per il resto della mia vita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A meno che&#8230;!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco. Così va meglio. Ho appena trovato una cima d’erba nella borsa e ne ho staccati due bei tocchetti. Grazie al presidente e alla sua campagna proibizionista al confine con il Messico quest’estate stiamo patendo una terribile carestia di marijuana, e questa è la prima che fumo da giorni. Mi ero quasi scordata quanto mi piaccia. (Non è vero.)<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ora torniamo al<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Blues della Partenza</em>, in memoria di<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel medioevo della mia giovinezza ero convinta che avrei dovuto sposarmi per scappare da questa prigione di bambagia, invece non è andata affatto così, cari miei. John, l’amico con cui sto per fuggire, è omosessuale. Abbiamo fatto il punto sulla nostra relazione la prima volta che abbiamo preso insieme l’LSD. È davvero molto semplice: lui è il mio Guru, io la sua Madre Terra. Ciò significa che domani me ne andrò da qui senza essere schiava di qualcuno ma con un magnifico compagno spirituale. Senza equivoci, senza condizioni, senza stronzate, solo due anime libere (entrambi Pesci!) dedite soltanto alla purezza e libertà reciproca, che intraprendono insieme il loro viaggio verso la realtà.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La realtà. Wow. E pensare che inizierà <em>domani</em>! Se non fossi vagamente fatta probabilmente perderei i sensi e mi trasformerei in una statua.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;*<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È stata un’estate davvero tetra, con John che controllava ogni giorno nella posta l’arrivo della cartolina con il ditone dello Zio Sam che lo chiamava alle armi, io che cercavo di aiutarlo a decidere cosa fare e nessuno di noi due in grado di trovare una soluzione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Poi, di colpo, venerdì mattina l’attesa è finita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sento la voce di John dal cortile accanto, mi chiama alla finestra. Sbircio fuori. È appoggiato alla recinzione e agita una busta in mano. La riconosco subito.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Quando?” chiedo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Lunedì, il ventidue.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Come ti senti?”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Ho deciso di scappare. Vieni con me?”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Sì.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quanto mi è piaciuto rispondere senza un attimo di esitazione. Mi sembrava davvero fico. Anche a John, come mi ha confessato dopo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;*<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Scappare dove, però?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ne discutemmo con Delano, perché Delano sa tutto. Dico sul serio. Ho scoperto quel dettaglio quando eravamo amanti.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’idea di John era di vivere per un po’ in clandestinità proprio qui negli Stati Uniti. Poteva sempre andare in Canada in un secondo momento. L’unica domanda, perciò, era dove negli Stati Uniti. Proposi New York perché è dove vive il mio vero padre e dove muoio dalla voglia di conoscerlo da quando ho scoperto della sua esistenza a dodici anni.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Delano pensava che New York fosse un’idea geniale. Disse che era l’unico posto in tutto il Paese dove potevi davvero fare perdere le tue tracce. Era deciso, il luogo perfetto per entrambi. Ma si sono compiuti altri miracoli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un’ora fa, per esempio, mentre ero nel seminterrato di John a ripassare per la novantanovesima volta i nostri piani super semplici, Delano ha telefonato per avvisarci di avere trovato un acquirente per la Vespa. Questa sì che è una notizia. Significa che viaggeremo in posti <em>di lusso</em> sull’autobus invece di fare l’autostop. Sappiamo entrambi che un colpo del genere non può essere solo fortuna. È fin troppo inquietante. È chiaro che il nostro viaggio raccolga il favore di entità superiori. Io e John dobbiamo solo mantenere la rotta, essere sempre un po’ fatti e <em>lasciarci trasportare</em>.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Domani ci sveglieremo con calma, prenderemo i nostri zaini e ci dirigeremo verso il cottage di zia June a bordo della Vespa. Poi, all’incrocio con Jefferson Avenue svolteremo a destra invece che a sinistra. Il compratore della Vespa ci aspetterà da Delano. Da lì, dopo esserci rilassati per un paio d’ore e avere corroborato le nostre splendide intenzioni con un po’ del sacrosanto hashish di Delano, proseguiremo fino in centro per prendere il Greyhound delle 16:30, e nessuno avrà più nostre notizie.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questo non è vero. Ogni tanto scriveremo a casa. Altrimenti ci sentiremmo in colpa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A proposito, sarà meglio buttare giù una lettera da lasciare sul tavolo in cucina.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oppure.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Potrei mettere i Beatles sul giradischi al piano di sotto e suonare a ripetizione<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<center><em>She’s leaving home<br />
after living alone<br />
for so many years.</em> </center><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non è una buona idea, tutto sommato. Arrivata al verso “per incontrare un commerciante d’auto” mia madre esclamerebbe: “Ah, quella sgualdrina è scappata con un venditore d’auto usate!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma perché divago tanto? Forse per evitare qualcosa?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Certo, la lettera d’addio. D’accordo. Ecco qui.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Cara mamma,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;sono andata via.</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Che incipit mozzafiato. Più banale di così è possibile?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cara mamma,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;quando leggerai queste righe</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E questo sarebbe un miglioramento?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 25px;"><em>Cara mamma, all’inizio non volevo lasciare una lettera perché tanto non credi mai a niente di ciò che dico, eppure ti devo una spiegazione anche se per te sono solo stronzate. Tanto per cominciare, non sono arrabbiata. Ti voglio bene, sul serio. Ero arrabbiata perché mi hai proibito di andare a Woodstock, ma adesso è acqua passata. Anche se perdere Woodstock è la ragione per cui me ne vado ora invece di aspettare di compiere diciotto anni, come abbiamo stabilito. È difficile da spiegare, forse impossibile. Woodstock non era solo un concerto, è il futuro e io devo andare a incontrarlo da qualche parte. Non ho dubbi che sarà pieno di fango e affollato, con poco cibo e senza un posto dove fare pipì, ma sono sicura che dove ci sono i miei compatrioti sarà pieno d’amore e pace, ecco perché devo andare a cercarli e vivere con loro e cercare di fare una vera</em></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non va ancora bene. Non abboccherà mai. Per lei amore e pace equivalgono a sesso e droga. D’altronde chi voglio prendere in giro scrivendo di non essere arrabbiata?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 25px;"><em>Cara mamma,<br />
me ne vado di casa perché sono incazzata. Ho perso l’appuntamento con Woodstock ma non perderò quello con la mia vita, non importa se non sei d’accordo. Prima di tutto, la ragione stessa per cui è nato quell’evento siete tu e altre cento milioni di madri come te. È improrogabile che la terra si salvi dalle vostre grinfie letali e conservatrici prima che riusciate a devitalizzarla completamente. Sono stufa marcia di abitare in questa casa e fingere di essere tua figlia solo perché mi hai dato alla luce. Ho visto chiaramente sotto effetto dell’acido che io sono tua madre e tu una ragazzina perfida, sconsiderata, viziata ed egoista. Ne ho fin sopra i capelli del tuo atteggiamento cieco, criminale, fasullo, aggressivo e dominante, così ho deciso di lasciarti da sola a crogiolarti in questo palazzo di plastica, che ha sempre rappresentato qualcosa più per te che per me.</em></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Brava, Gloria, adesso che hai sfogato la bile vuoi tentare di scrivere qualcosa di carino? <em>Provaci!</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 25px;"><em>Cara mammina,<br />
La tua bambina scappa di casa perché è birichina. Ma ama tanto la sua mamma e promette di non assumere più droghe brutte e cattive, perciò per favore non stare in pensiero per lei.<br />
Adesso è diventata grande, e se qualche capellone disgraziato cerca di infilzarla con il suo arnese lei chiamerà a gran voce i Berretti Verdi perché corrano a salvarla. Con amore, baci.<br />
Gloria</em></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Forse domattina mi uscirà qualcosa di meglio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Buona notte, stanza. Buona notte, bambola di principessa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Buona notte fanciullezza, tu povero relitto. Non so come, ma in qualche modo sono riuscita a uscirne viva.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<strong>Più tardi</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non mi addormento. Continuo a pensare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fantasia: Il semplice fatto di fuggire di casa provoca cambiamenti miracolosi alla mia indole! Divento disciplinata.<br />
Scrivo accuratamente tutto su un diario, ogni giorno. A partire dalle 16:30 di domani, appena l’autobus uscirà dai confini di Detroit, prenderò nota di tutto ciò che capiterà a me e John, le sue avventure da fuggiasco per evitare di trasformarsi in un assassino al soldo dell’esercito dello Zio Sam, e il primo incontro con il mio vero padre. Annoterò tutto, una semplice cronaca della verità, senza orpelli né stronzate. Per mantenere un approccio onesto, giuro solennemente di non avere alcuna intenzione di pubblicarlo. Poi un giorno, a New York, dopo avere raccolto materiale sufficiente per un bel volume, perderò il diario in metropolitana. Per fortuna lo ritrova un lettore professionista di una casa editrice e balle varie. Per <em>Detroit News</em> si tratta del “Documento Umano più Fantastico di Sempre”, la rivista <em>Time</em> pubblica addirittura la mia foto. (Magari in copertina?). Un successo pazzesco. Soldi a palate. Compriamo un appezzamento di terreno in America Centrale e creiamo una nuova nazione fondata su amore e pace. E vissero felici e contenti. Fine della fantasia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
incipit da &#8220;<em>La stagione della strega</em>&#8221;<br />
di <strong>JAMES LEO HERLIHY</strong> <br />
Brossura con alette; 13,5 x 21<br />
Pp. 400; € 17.50<br />
Centauria, marzo 2018<br />
Isbn: 9788869214011<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
[Traduzione di <strong>Massimo Gardella</strong>]<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<blockquote><p>Tradotto per la prima volta in Italia, dall’autore cult di<em> Un uomo da marciapiede</em>, un romanzo on the road raccontato dalla voce sfacciata, comica e dolcemente libera di una diciassettenne immersa nell’America hippy del 1969, a Cinquant’anni da Woodstock.<br />
Autunno, 1969. Gloria ha diciassette anni, è dispettosa, innocente, implacabile, dotata di un estro magico e dissacrante. Ha una madre che la ama un po’ troppo &#8211; che teme di aver messo al mondo <em>un biscotto freddo</em> &#8211; e un amico gay, John, che adora i notiziari, George Harrison e pensa che il papà, uno psicanalista, sia inspiegabile almeno quanto lui. Gloria decide di scappare da casa con John. Entrambi hanno una ragione per andarsene: lei desidera ritrovare suo padre, un professore comunista dal nome illeggibile, e il ragazzo non vuole unirsi all’esercito e partire per il Vietnam.<br />
A rivelarcelo, in uno spiazzante e travolgente on the road americano, che dal Michigan porta a New York, è il diario di Gloria. La Strega, questo il nome con cui la ragazza decide di andare incontro alla vita, affronta il viaggio con un’irrefrenabile mancanza di autocommiserazione, da cui scaturiscono effetti bizzarri, esilaranti e profondamente commoventi. I suoi racconti, popolati dalle storie di confine di personaggi improbabili e incantevoli, dalla musica anni ’60, dallo Zodiaco, dal sesso, dalle droghe, e da lampeggianti visioni psichedeliche, tracciano anche la vicenda di una figlia e di una giovane donna che, convinta di avvicinarsi alla pienezza più felice e autentica, viene imprevedibilmente, e tristemente, smentita.<br />
Tradotto per la prima volta in Italia, <em>La stagione della Strega</em> ci restituisce la voce di James Leo Herlihy, uno dei più importanti autori americani del Secondo dopo guerra. William S. Burroughs, Paul Bowles, Nelson Algren e Tenessee Williams hanno definito i suoi scritti <em>luminosi, veri e perfetti</em>, salutando Herlihy come lo scrittore più talentuoso che si fosse visto dai tempi di Carson McCullers.<br />
<em>La stagione della Strega</em> affronta temi controversi con acutezza, ironia e generosa singolarità, ed è considerato, insieme, il primo grande romanzo dell’Era dell’Acquario e il ritratto, senza tempo, di una ragazza che, immersa in una società in rivoluzione, affronta, anzitutto, la rivoluzione con se stessa.</p></blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>NOTE</strong><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LO SGOMBRO E&#8217; IL PESCE DEL FUTURO Cronache da altrove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Sep 2018 05:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Anna Tellini</b><br /><br />Non ci potrei giurare, ma l'ho capito quel giorno, direi, di essere davvero tornata a casa. Che poi sarebbe il giorno di due soste a modo loro memorabili, in due località che per l'occasione ho diligentemente annotato, intanto perchè non capita sempre – di tornare a casa, intendo; e poi perchè a nessuno, scommetto, verrebbe in mente altro che scordarle al più presto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><figure id="attachment_75817" aria-describedby="caption-attachment-75817" style="width: 736px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/lo-sgombro-è-il-pesce-del-futuro.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/lo-sgombro-è-il-pesce-del-futuro.jpg" alt="" width="736" height="398" /></a><figcaption id="caption-attachment-75817" class="wp-caption-text">09.09.2018<br />&#8220;Lo sgombro è il pesce del futuro!&#8221; <br />Comunisti di Russia</figcaption></figure></center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center">di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>Ti risvegli e ancora dinanzi a te si stendono i campi e la steppa:<br />
non c&#8217;è nulla in alcun luogo, solo una vasta, desolata solitudine.</em><br />
Nikolaj Vasil&#8217;evič Gogol&#8217;, <em><strong>Anime morte</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>In viaggio tutto può venir utile. […] Tutto può venir buono.<br />
Cosa c&#8217;è là? Della corda? Dammi anche la corda;<br />
anche la corda può servire in viaggio.</em><br />
Nikolaj Vasil&#8217;evič Gogol&#8217;, <em><strong>Il revisore</strong></em></p>
<p>&nbsp;<br />
Non ci potrei giurare, ma l&#8217;ho capito quel giorno, direi, di essere davvero tornata a casa. Che poi sarebbe il giorno di due soste a modo loro memorabili, in due località che per l&#8217;occasione ho diligentemente annotato, intanto perchè non capita sempre – di tornare a casa, intendo; e poi perchè a nessuno, scommetto, verrebbe in mente altro che scordarle al più presto.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75836" aria-describedby="caption-attachment-75836" style="width: 710px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio.jpg" alt="" width="710" height="947" class="size-full wp-image-75836" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio.jpg 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75836" class="wp-caption-text">Stazione di servizio, attraversando la steppa</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Invece io con precisione chirurgica sono in grado ora di testimoniare che a Perevoloki, villaggio dell&#8217;<em>oblast&#8217; </em>di Samara, come dai più paventato una gomma del nostro autobus ha infine ceduto proiettando noi, turisti di belle speranze, sull&#8217;asfalto inospite e polveroso di un&#8217;autofficina da cui salvarci affollando la contigua tavola calda, dove festanti infrangemmo l&#8217;austera disciplina alimentare che da giorni ci sosteneva, ma non la quotidiana conferenza dell&#8217;accompagnatore culturale di cui molto e legittimamente menavamo vanto e che, indifferente alle avverse circostanze, in quella location fuori dalla norma una volta dispostici noi in cerchio ha continuato a illuminarci sulla ricchezza storica e umana, per non dire sulla imprevedibilità, di quell&#8217;angolo di Russia che da Kazan&#8217; a Rostov stavamo attraversando e che nella mia mente vivevo come la sua parte androgina in cui l&#8217;Asia ha fatto irruzione nell&#8217;Europa con i relativi rovelli sulla reale appartenenza all&#8217;uno o all&#8217;altro universo e col corollario di eurasisti e compagni e con l&#8217;immagine ejzenštejniana – per me decisiva – di Ivan il Terribile che stringe d&#8217;assedio le bianche mura della capitale dei tatari&#8230;<br />
&nbsp;<br />
<center><img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/4-ivan.gif"/>&nbsp;&nbsp;<img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/3-ivan.gif"/><br />
<img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/2-ivan.gif"/>&nbsp;&nbsp;<img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/1-ivan.gif"/><br />
<small>&nbsp;<br />
da <em><strong>Ivan il Terribile</strong></em> di <strong>Sergej Michajlovič Ėjzenštejn</strong> [1944]<br />
&nbsp;</small></center><br />
Per prendere la quale lo zar volle nei pressi una città fortezza che fosse d&#8217;appoggio per l&#8217;esercito, e la volle nella vicina isola di Svjažsk, e dopo un anno Kazan&#8217; fu presa, e l&#8217;isola si fece luogo ideale di vita monastica, poi travolta dal Gulag col suo corollario di monasteri distrutti e poi in parte ricostruiti, che però la guida locale, Aleksandr per la cronaca, fu riottosa a mostrarci, attenta piuttosto a convogliarci alle bancarelle di souvenir&#8230;<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75859" aria-describedby="caption-attachment-75859" style="width: 539px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk.jpg" alt="" width="539" height="718" class="size-full wp-image-75859" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk.jpg 539w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-200x266.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 539px) 100vw, 539px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75859" class="wp-caption-text">Isola di Svjazsk</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Ma della nostra lotta di turisti acculturati in difesa delle nostre legittime aspettative, e anche un po&#8217; stravolti dalle troppe case-vacanza dei nuovi ricchi post-sovietici che assediano quest&#8217;area così ricca di storia, un&#8217;altra volta casomai, perchè presto fummo presi dallo spettacolo di due altre mirabilia dei dintorni, entrambe incompatibili se vogliamo tra di loro, e anche con l&#8217;ambiente, ossia il  “tempio di tutte le religioni” e ⇨ <a href="http://www.innopolis.com/en/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Innopolis</strong></a>, di cui ero, confesso, completamente all&#8217;oscuro. E se il primo, incompiuto, mi rende ancora insofferente con quell&#8217;aria new age un po&#8217; così, sulla seconda – non c&#8217;è altra città nella storia moderna russa ad essere stata costruita completamente da zero – mi consento parallelismi arditi: Innopolis come Sankt Piter Bourkh! Create entrambe con un atto di imperio su uno spazio incredibilmente piatto, orizzontale, entrambe denominate con suoni stranieri e pensate come il centro della ragione, delle scienze, della cultura, sotto il segno di una modernizzazione concepita e imposta rigidamente dall&#8217;alto &#8230;<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75838" aria-describedby="caption-attachment-75838" style="width: 710px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni.jpg" alt="" width="710" height="533" class="size-full wp-image-75838" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni.jpg 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75838" class="wp-caption-text">Kazan&#8217;, tempio di tutte le religioni</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Ma tornando coi piedi per terra, e per la precisione alle due soste a modo loro memorabili, è stato nella seconda che qualche ora dopo, in località Oktjabr&#8217;sk, sulla strada che da Syzran&#8217; conduce a Balakovo, quella sensazione antica e familiare di un incongruo pronto a farsi metafisico  mi ha definitivamente inondata al cospetto di un “Audaces Fortuna Juvat” in primo piano sul basamento di un leone di gesso (cemento bianco?) con la zampa sulla canonica sfera e, sullo sfondo, l&#8217;indicazione “toilette”, che poi è quella che cercavamo, ignari ancora di quell&#8217;iperbolico cortocircuito di senso e anche dell&#8217;orgoglio patrio che quella citazione latina ci avrebbe comunque indotto, a dispetto della sua evidente sconnessione da tutto e da ogni cosa.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75839" aria-describedby="caption-attachment-75839" style="width: 691px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio.jpg" alt="" width="691" height="518" class="size-full wp-image-75839" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio.jpg 691w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-250x187.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 691px) 100vw, 691px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75839" class="wp-caption-text">Stazione di servizio chissà dove, in primo piano iscrizione latina, in secondo piano, sulla destra, toilette.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Alla luce di tutto questo, e considerata la mia non disprezzabile sintonia con l&#8217;assurdo quotidiano di lì, ora, ripensandoci, non mi capacito di come la mia coda dell&#8217;occhio abbia potuto trasmettermi una sorta di trasalimento nel veder asserito – per l&#8217;esattezza sulla rotabile per Mosca, accanto alla fermata “Avtovokzal”, lasciando Ul&#8217;janovsk per Samara – su un cartellone, a firma dei Comunisti di Russia, un apodittico “Lo sgombro è il pesce del futuro”.<br />
&nbsp;<br />
<center><figure id="attachment_46129" aria-describedby="caption-attachment-46129" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.suave-est-nus.org/sgombri.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/sgombri.gif" alt="" width="640" height="359" /></a><figcaption id="caption-attachment-46129" class="wp-caption-text">Scomber Scombrus (скумбрия)</figcaption></figure></center><br />
&nbsp;<br />
<center>Florilegio sommario della mia istantanea e trafelata ricerca internettiana:<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Perchè proprio lo sgombro, e non il tonno o il delfino, su questo attualmente si stanno spaccando la testa i russi</em></strong><br />
(24tv.ua)<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Lo sgombro dei miei sogni. Come lo sgombro di Ul&#8217;janovsk si è “candidato” alle elezioni</em></strong><br />
(360tv.ru)<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Dove sta andando lo sgombro dei comunisti russi?</em></strong><br />
(ulpravda.ru)<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>L&#8217;ingrandimento del pene, lo sgombro e la sexy-candidata. Come a un mese dalle elezioni a Ul&#8217;janovsk la campagna si è trasformata in un calembour</em></strong> <br />
(dailystorm.ru)</center><br />
&nbsp;<br />
e via elencando, e variamente argomentando. Ricordati alcuni legittimi interrogativi<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Perchè proprio lo sgombro? Non la trota, non lo storione attualmente raro, non la popolare aringa?,</em></strong><br />
&nbsp;<br />
seguiti da considerazioni assennate:<br />
&nbsp;<br />
<center><strong><em>oggi con convinzione si può dichiarare che “il soffione è la pianta del futuro”, “il criceto siberiano è la bestia del futuro”, “l&#8217;albanella delle paludi è l&#8217;uccello del futuro”</em></strong><br />
(ulpravda.ru)</center><br />
&nbsp;<br />
io però mi voglio concentrare su un&#8217;intervista del 13 agosto scorso ad Il&#8217;ja Michajlovič Ul&#8217;janov, uno dei leader dei “<strong>Comunisti di Russia</strong>”:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>“Il&#8217;ja Michajlovič, perchè lo sgombro è il pesce del futuro?” / “Lo sgombro è un pesce antico. Lo sgombro c&#8217;era prima di noi, lo sgombro ci sarà anche dopo di noi. L&#8217;umanità è destinata a perire, ma lo sgombro ci sarà. E&#8217; il pesce del futuro”</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
col che in questa fantasmagorica creatura il passato si sporge in un presente corroso dal dubbio, ed è Gogol&#8217; che dilaga, è la sua iperbole che l&#8217;ha vinta – lo sgombro come il chlestakoviano cocomero da settecento rubli  -, in un vortice di sbandamenti nervosi in cui il grottesco distrugge la norma e le proporzioni, e si riaffaccia puntuale il tema puškiniano della tristezza sulla Russia, in un va e vieni di riso e di amarezza:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>“vogliamo che lo slogan diventi una sciarada intellettuale: dove siamo, dove andiamo e cosa vedremo nel futuro?” </p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<center>////////////////////////////</center><br />
&nbsp;<br />
E infine, e per tirare un po&#8217; il fiato:<br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>INTIMITA&#8217;</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Lasciato il gruppo a Širjaevoselo, sto scivolando sulla Volga verso Samara, e sento che la mia fusione col mondo si fa così totale che ho paura che gli altri, sul battello, mi accusino di oscenità<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75840" aria-describedby="caption-attachment-75840" style="width: 783px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga.jpg" alt="" width="783" height="588" class="size-full wp-image-75840" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga.jpg 783w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-768x577.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 783px) 100vw, 783px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75840" class="wp-caption-text">In battello sulla Volga.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>GRATITUDINE</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Stalingrado, il Memoriale<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75844" aria-describedby="caption-attachment-75844" style="width: 449px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado.jpg" alt="" width="449" height="599" class="size-full wp-image-75844" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado.jpg 449w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-250x334.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75844" class="wp-caption-text">Palazzo distrutto durante la battaglia di Stalingrado.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 1</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Chissà quanti anni ho mentre, ipnotizzata, fotografo – così vicina da poterlo toccare – un sontuoso fior di loto del delta della Volga<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75845" aria-describedby="caption-attachment-75845" style="width: 718px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga.jpg" alt="" width="718" height="539" class="size-full wp-image-75845" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga.jpg 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75845" class="wp-caption-text">Fiori di loto nel delta della Volga.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 2</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
A Elista, la gentilissima commessa calmucca di un negozio che vende abiti italiani stenta a credere che noi, davvero, siam voluti andare fin là<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75846" aria-describedby="caption-attachment-75846" style="width: 718px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista.jpg" alt="" width="718" height="539" class="size-full wp-image-75846" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista.jpg 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75846" class="wp-caption-text">Elista</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 3</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
A Ul&#8217;janovsk, il direttore dell&#8217;agenzia turistica locale insiste che dobbiamo per forza essere tutti comunisti, visto che vogliamo visitare il museo Lenin, e per giunta nel giorno di chiusura<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75847" aria-describedby="caption-attachment-75847" style="width: 737px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin.jpg" alt="" width="737" height="553" class="size-full wp-image-75847" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin.jpg 737w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 737px) 100vw, 737px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75847" class="wp-caption-text">Il letto dove è nato Lenin.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 4</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Nel rettilineo senza sbavature che da Astrachan&#8217; ci sta portando ad Elista, a risvegliarci dal torpore è la crosta di sale a perdita d&#8217;occhio lasciata da un lago evaporato<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75849" aria-describedby="caption-attachment-75849" style="width: 416px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale.jpg" alt="" width="416" height="555" class="size-full wp-image-75849" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale.jpg 416w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-250x334.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75849" class="wp-caption-text">Distesa di sale (lago evaporato. Attraversando la steppa)<br />e ombra di Anna.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>GROTTESCO</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Al mio occhio addestrato in epoca sovietica provoca una stupefatta esultanza, all&#8217;interno dell&#8217;antico mercato coperto di Saratov, quell&#8217;inarrestabile profluvio di carni pesci scatolame e frutta e alimentari di ogni tipo che dice che sì, è vero, certe memorie forse andrebbero accantonate<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75850" aria-describedby="caption-attachment-75850" style="width: 725px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto-.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto-.jpg" alt="" width="725" height="504" class="size-full wp-image-75850" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto-.jpg 725w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--250x174.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--200x139.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--160x111.jpg 160w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75850" class="wp-caption-text">Saratov, mercato coperto (1914 e 1915 sulla facciata)</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>L&#8217;INESPRIMIBILE</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
All&#8217;uscita da una chiesa di Vecchi Credenti, a Rostov, una custode vestita come ai tempi che furono ci invita a tornare, l&#8217;indomani, “così, per stare un po&#8217; insieme”:<br />
&nbsp;<br />
<center><strong><em>Venite, mi raccomando, ci sarà anche da mangiare&#8230;!</em></strong></center><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>cronache da Pechino #5 (frammenti)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/10/18/cronache-da-pechino-5-frammenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[estate 2008]]></category>
		<category><![CDATA[gabriella stanchina]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriella Stanchina Il mio soggiorno in Cina sta per finire e voglio dedicare questa cronaca ad argomenti che riguardano la vita quotidiana dei cinesi. Un piccolo compendio di Pechino per frammenti. SUPERSTIZIONI: come molti sanno, i cinesi ritengono che il numero 8 sia il numero fortunato per eccellenza: le Olimpiadi cominceranno l’8/8/2008 alle 20.08. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img title="pechino5" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/pechino-5.jpg" alt="" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p>Il mio soggiorno in Cina sta per finire e voglio dedicare questa cronaca ad argomenti che riguardano la vita quotidiana dei cinesi. Un piccolo compendio di Pechino per frammenti.</p>
<p>SUPERSTIZIONI: come molti sanno, i cinesi ritengono che il numero 8 sia il numero fortunato per eccellenza: le Olimpiadi cominceranno l’8/8/2008 alle 20.08. Il 13 e il 4 portano sfortuna (l’ideogramma del numero 4 si legge come &#8220;si&#8221; che può anche significare &#8220;morte&#8221;). Non sapevo quanto queste superstizioni impregnassero la vita dei cinesi, ma qualcosa mi tormentava sempre nell’inconscio quando la mattina prendevo l’ascensore per scendere a colazione. Un giorno ho osservato con attenzione la pulsantiera: mancavano il quarto, il tredicesimo e il quattordicesimo piano. Sono scesa e ho controllato le camere: le stanze il cui numero termina per 4 o 13 semplicemente non esistono. Lo scrittore argentino Cortazar ha scritto un bel racconto su una stanza d’albergo fantasma da cui un ospite sente provenire l’insistente pianto di un neonato. Peccato, mi ha rubato l’idea.<br />
<span id="more-7954"></span><br />
LIBRERIE: Le librerie più grandi, a 6 o 8 piani si trovano nei quartieri commerciali di Wangfujing e Xidan. Salendo con la scala mobile ho ammirato la vasta distesa dei libri di narrativa e ho pensato alla frase di Borges che in età avanzata e ormai quasi cieco fu nominato direttore della Biblioteca di Buenos Aires. Borges commentava &#8220;la stupefacente ironia degli dei, che mi hanno dato in un solo colpo tutti i libri del mondo e la cecità&#8221;. Io ho meditato sullo strano umorismo degli dei che ci hanno dato insieme uno sterminato numero di libri e una babele di lingue che ce li rende indecifrabili. Analizzando lo spazio dedicato a ogni settore della libreria, si direbbe che tre siano gli argomenti più ricercati dai lettori di Pechino: le arti visive (innumerevoli libri di pitture tradizionali, modelli per la pittura ad acquarello e per la calligrafia), il miglioramento di sé (molto tradotti i libri inglesi di self-improvement tipo &#8220;Brodo caldo per l’anima&#8221; o &#8220;Gestisci le tue sconfitte&#8221;) e lo studio della lingua inglese. Peccato che il vasto spazio dedicato ai corsi di lingua inglese non sia proporzionale alla diffusione della lingua. A Pechino pochi sono in grado di esprimersi in inglese, e si tratta generalmente degli addetti alla reception degli hotel internazionali o delle compagnie aeree. È totalmente assente quella fascia di popolazione che nei paesi occidentali sa formulare qualche semplice concetto in inglese, magari adiuvato dalla lingua dei segni, e aiutare così il turista in difficoltà. Quando migliaia di occidentali si riverseranno su Pechino per le Olimpiadi troveranno ben poche persone in grado di comprenderli, e nei ristoranti quasi nessun menù in inglese. Il governo cinese lo sa bene e con spot televisivi invita la popolazione a imparare almeno la lingua universale del sorriso.</p>
<p>TRASPORTI: la metropolitana di Pechino è stata rinnovata da poco. I lavori fervono per costruire nuove linee che entro agosto dovranno collegare la città con l’aeroporto e il Villaggio Olimpico. Il biglietto è una tessera magnetica valida solo per partire dalla stazione in cui è stato emesso. Lettori ottici all’ingresso aprono i tornelli. All’uscita la tessera va inserita in un’altra fessura, c’è quindi un duplice controllo. Durante il viaggio si può ammirare la pubblicità: sulle pareti delle gallerie sono disposti centinaia di schermi che mostrano le immagini in successione. È una sorta di meta-cinema: il filmato è scomposto in quadri fissi che il movimento del treno permette di ricomporre. Gli autobus sono affollatissimi. I cinesi in attesa alla fermata sembrano una folla pacifica e concentrata. Appena l’autobus arriva la folla si trasforma in un groviglio di mani avvinghiate, di pugni stretti, di corpi protrudenti, di visi paonazzi per la fatica della battaglia. Guardandoli con la calma dello spettatore che assiste al naufragio ricordano la statua di Laocoonte che lotta con i serpenti. E in effetti non si può fare altro che guardare, se si vuole avere salva la vita, poi salire per ultimi abbandonando ogni speranza di trovare un posto in cui sedersi. Il viaggio in autobus però riserva dei piaceri inattesi: davanti agli occhi scorre la vera Pechino, quella delle baraccopoli dei contadini appena immigrati dalle aride zone rurali in cerca di un futuro, quella dei risciò dalle forme dettate da una sfrenata fantasia (alcuni sistemano i turisti in cubicoli verde militare che ricordano le torrette dei carri armati sovietici. Dei biondi occidentali mi guardano tristemente dagli oblò), quella delle biciclette ormai quasi sulla via del tramonto come mezzo di spostamento ma ancora utilissime per trainare carretti pericolanti e stracolmi di cartoni e bottiglie di plastica da vendere alle aziende di riciclaggio. A un semaforo ci fermiamo accanto a un altro autobus. Dai finestrini vedo un’anziana donna che, in piedi (ho notato che nonostante la cultura confuciana spesso non si usa cedere il posto agli anziani. Chi ha guadagnato un posto nella perigliosa battaglia se lo tiene ben stretto) occupa il tempo leggendo avidamente un libro. Mi chino per cercare di leggerne il titolo, la donna mi vede e alza la copertina verso di me sorridendo. È un libro di poesie, con un bell’acquarello di peonie sulla copertina. Un istante, e l’autobus riparte. Ci salutiamo, assorellate nel naufragio. Quasi ogni abitante di Pechino ormai possiede l’automobile: lo smog è tanto saturo e denso che spesso è difficile scorgere un palazzo poco distante. In questi giorni ha piovuto molto e violentemente. Strano, dicono gli abitanti di Pechino, in questa stagione non accade quasi mai. È evidente, congetturano, che il governo sta sparando sulle nubi per far piovere nella speranza di abbassare la soglia di inquinamento prima delle Olimpiadi. Misura inutile: il giorno dopo volute di smog trasformano il sole in un pallido astro perlaceo. Restano gli ascensori. Che dirne? Una legge occidentale della fisica recita che dove c’è un corpo non ce ne può stare un altro. La legge cinese degli ascensori evidentemente recita che laddove ci sono cinquanta corpi, ce ne possono stare comodamente altri venti. Per fortuna, grazie alle superstizioni, dal piano 12 si sale immediatamente al piano 15 e l’anima ha un po’ di respiro.</p>
<p>TERZA ETÀ: grazie alla politica del figlio unico, sarà sempre più difficile in futuro per i pochi giovani sostenere con il proprio lavoro il sistema pensionistico. Gli anziani di Pechino non sembrano per il momento curarsene. Seduti su sgabelli, giocano a carte o a dama cinese sui marciapiedi, cantano arie dell’Opera di Pechino davanti a un pubblico improvvisato, oppure, nel grande parco di Beihai tracciano evanescenti ideogrammi sul terreno aiutandosi con un grande pennello a spugna e un secchio d’acqua. Lo fanno per esercitare la calligrafia e la memoria, una sorta di Sudoku cinese. Le donne anziane invece usano altre strategie contro la temuta demenza senile. Un giorno, uscendo dalla stazione della metropolitana sono stata attirata da un martellante fragore di tamburi. In uno spiazzo davanti alla Bank of China un folto gruppo di attempate signore, con t-shirt azzurra di ordinanza, danzava una coreografia ritmica, aiutandosi con un ventaglio e dei fazzoletti multicolori. Qui lo chiamano yangge, e per molte anziane è un irrinunciabile appuntamento serale. Più avanti un altro gruppo accompagnato da tamburi, gong e una signora con fisarmonica, danzava e marciava davanti a un Kentucky Fried Chicken. Totalmente immerse nella loro fusione ritmica, non notavano neppure i passanti costretti a spostarsi sulla strada per superarle.</p>
<p>VUOTO: Il vuoto, scrive Laozi, è il fondamento di ogni cosa. È il vuoto al centro della ruota che la fa girare, ed è il vuoto a rendere la brocca utilizzabile. Tutte le arti cinesi sembrano affascinate dal vuoto e dall’assenza. Nell’arte raffinatissima del ritaglio della carta le forbici aprono nel foglio rosso dei piccoli squarci, dei profili, delle seghettature che alludono a una figura, spesso molto complessa, come l’ombra traccia il profilo di un corpo. Nell’arte dei nodi, citata anche dal Daodejing, le corde di seta si piegano e si inanellano laboriosamente intrecciandosi attraverso tutte le cavità possibili. Nell’Opera di Pechino la cantante recita avendo alle spalle una scenografia ridottissima, spesso solo un tavolo e due poltrone. Quanto è diverso dagli allestimenti spettacolari dell’opera lirica occidentale! Eppure, attraverso gesti codificati da millenni, suggerisce degli spazi, accarezza immaginarie pareti, spalanca finestre inesistenti, genera un intero universo richiamandolo dal vuoto e dal silenzio.</p>
<p>CANI: Il distretto di Chaoyangmen in cui mi trovo è collocato nel primo anello, quello del centro storico, in cui è permesso possedere solo cani di piccola taglia. La sera le strade di Chaomen Dajie diventano il paradiso esclusivo dei volpini di Pomerania, dei pechinesi e dei bichon frisè. Amatissimi e ben curati dai loro padroni, ricalcano il modello dei cani-leone dei palazzi imperiali: per esaltare la vaporosità del pelo sembra vengano sottoposti a numerosi lavaggi quotidiani. La sera, come piumini di cipria elettrici e irrequieti, annusano in ogni angolo il tripudio di spezie e odori che è Pechino, e si abbandonano con gioia alle coccole, in mandarino e anche in italiano. Questo mi fa ricordare ciò che amo dei cani: la loro essenzialità. Nessun luogo è straniero dove c’è una carezza. Un cinese che trovi un cane sulla soglia della propria casa, lo adotterà immediatamente, in quanto foriero di ricchezza. Un gatto porta miseria, dice il proverbio, un cane porta prosperità e fortuna. Sul China Daily appaiono fotografie di superstiti dello spaventoso terremoto che ha devastato il Sichuan. Camminano tra le rovine, tenendo in braccio i cani che, fuggiti dalla distruzione, si sono rifugiati davanti alle loro tende.</p>
<p>Sullo stesso numero del giornale un cane di Xi’an di nome DouDou è esaltato come esempio per tutti i cinesi. Grazie alla sua abitudine di perlustrare la città e riportare a casa tutte le bottiglie di plastica vuote, il suo padrone ha deciso di avviare una piccola attività di riciclaggio dei rifiuti che gli ha permesso di acquistare cibo più costoso per il suo cane. E così,<br />
declama propagandisticamente il China Daily, con quello sprezzo del ridicolo che solo i governi autoritari sanno avere, il cane DouDou &#8220;con il suo forte spirito imprenditoriale, ha migliorato le proprie condizioni di vita&#8221;. Un eroe del nuovo capitalismo, in forma aneddotica e oleografica.</p>
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		<title>cronache da Pechino #4</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2008 05:00:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriella Stanchina Ho approfittato del bel tempo per visitare gli hutong. Nella foresta di vetrocemento dei grattacieli di nuovissima costruzione, gli hutong sono il sottobosco, umile e proliferante tappeto di muschio e pianticelle. Gli hutong sono i quartieri della vecchia Pechino, costituiti da case a un piano (per evitare che qualcuno potesse guardare l’Imperatore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7972" title="hutong" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/2128hutongl-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p>Ho approfittato del bel tempo per visitare gli hutong. Nella foresta di vetrocemento dei grattacieli di nuovissima costruzione, gli hutong sono il sottobosco, umile e proliferante tappeto di muschio e pianticelle. Gli hutong sono i quartieri della vecchia Pechino, costituiti da case a un piano (per evitare che qualcuno potesse guardare l’Imperatore in visita dall’alto in basso) raccolte intorno a cortili quadrangolari. La casa a nord, privilegiata secondo il feng shui era di proprietà dei genitori anziani, le altre erano ereditate dai figli maschi e dalle loro famiglie. Di fatto gli hutong sono cresciuti in tutte le forme. Apprendo da un libro che le figure create dagli hutong non sono ancora state tutte classificate. Ogni vicolo si piega e si ripiega in modo tortuoso rivelando il retro di una scena immaginaria, per poi interrompersi o sbucare in un punto diverso da quello in cui si è entrati. Smarrirsi tra le case è facilissimo, i tetti a pagoda salgono e scendono con un’ondulazione ininterrotta, simile al fluttuare delle ali di una falena. Il colore predominante è il grigio polvere, anche se talora, dietro a una porta scrostata verniciata di rosso si intravede il verde di un’edera, di una sofora, o di un vaso di bambù germoglianti.<br />
<span id="more-7961"></span><br />
Ci sono negozi, in realtà nicchie aperte sulla strada. Vi si vendono pennelli, alcuni grandi come un uomo, che servono, dicono, a dipingere le montagne (!), oggetti di culto tibetani, polverose maschere dell’Opera o figurine del teatro delle ombre. Ci sono minuscoli ristoranti di due o tre tavoli, griglie su cui sfrigolano pezzi di carne, frattaglie, larve, negozietti di chitarre in cui dormono improbabili cinesi con capigliature rasta e gli immancabili negozi di parrucchiere segnalati da cilindri rotanti multicolori. Nella Pechino frattale che descrivevo nella scorsa e-mail, gli hutong sono il livello più piccolo, molecolare. Inoltrandovisi si ha l’impressione che vi sia sempre un retro nascosto e a ogni curva con stupore si scopre un’angolatura inattesa della casa, una sfaccettatura del grande prisma che è Pechino. Ci sono dimensioni avvolte e ripiegate dentro lo spazio-tempo a noi conosciuto, dice la fisica moderna, e gli hutong ne sono la prova, città dentro città con la loro geometria impredicibile.</p>
<p>C’è un livello ancora più piccolo? Forse sono le cataste informi di oggetti che si accumulano su ogni soglia, all’ingresso di ogni cortile. Di tanto in tanto un anziano ne estrae un risciò arrugginito e parte per il giro serale, una casalinga ne estrae uno stenditoio che dispiega, stendendo gli asciugamani e le vecchie lenzuola ad asciugare sulla pubblica strada, gli uomini della famiglia ci trovano alcuni sgabelli e un tavolino per giocare a carte o a mahjong in mezzo al marciapiede. Le cataste di oggetti sono il caos primigenio, antenate dei grandi cantieri che per le Olimpiadi stanno mutando il volto di Pechino. Nel più piccolo si trova il più grande, dentro le cataste c’è tutto ciò che serve per la costruzione quotidiana della città, tutta Pechino in un guscio di noce.</p>
<p>Sabato ho visitato le tombe Ming. All’ingresso c’è una porta azzurro pavone, detta la porta dello yin-yang, perchè attraverso essa si passa dallo yang, il mondo dei vivi, la luce, l’energia, la virilità allo ying, il mondo dei morti, il buio delle uterine cavità sepolcrali. Entrando nel palazzo delle tombe, la porta deve essere aggirata. Al ritorno la si deve attraversare, le donne superando la soglia con il piede destro, gli uomini con il piede sinistro e dicendo ad alta voce: &#8220;wo hui lai le!&#8221;, che significa: &#8220;Sono tornato indietro!&#8221;. Una volta superata la soglia, non ci si deve più voltare verso le tombe. Ho pensato a Orfeo che ritornando dall’Ade e non sentendo il passo leggero della moglie defunta, temendo di essere stato ingannato si voltò indietro e la perse per sempre. Il mito della soglia è una costante in tutte le civiltà, fa parte di quello che Jung chiamava inconscio collettivo. Al di là della superstizione, ho pensato che c’è una profonda verità psicologica nel rito praticato presso le tombe Ming. Per gli animali vita e morte sono, per quanto ne sappiamo, nettamente divise, esistono l’una nell’assenza dell’altra. Per l’uomo si apre una zona intermedia in cui la morte può tormentare la vita, assillarla, soffocarla, e dove tuttavia c’è la possibilità del ritorno. Chi ha attraversato un lutto, un incidente, una malattia, una depressione, un intervallo di buio, una morte in vita, sa quanto cruciale e pericoloso sia il momento dell’attraversamento della soglia, del ritorno alla vita. Il rischio è quello di voltarsi e restare pietrificati nella memoria del dolore attraversato, della persona amata perduta. Perciò si grida forte &#8220;Sono tornato indietro!&#8221;: lo si grida agli spiriti per non essere molestati ma soprattutto lo si grida ai recessi oscuri della propria anima per affermare che vogliamo procedere con decisione verso la vita ritrovata.</p>
<p>Si direbbe a un primo sguardo che i cinesi siano un popolo religiosissimo. Non c’è tabernacolo, altare, edicola votiva, davanti alla quale non si inchinino tre volte, lasciando spesso un’offerta in denaro. Può trattarsi del dio della ricchezza al tempio taoista, della dea della compassione dalle mille braccia Kuanyin nel Padiglione della Fragranza del Buddha al Palazzo d’Estate o di un misterioso e grottesco dio dalla testa di drago davanti a una residenza signorile. Ma qual è la religione dei cinesi? Probabilmente tutte e nessuna. Mi sono fatta l’idea che i cinesi credano essenzialmente nel genius loci, nello spirito del luogo, sia esso buddhista, taoista o vetero-pagano e cerchino di ingraziarselo ogniqualvolta entrano nella sua sfera di influenza. Immagino facilmente gli stessi cinesi accendere una candela di fronte a un’immagine della Madonna durante un viaggio in Europa, per implorare grazie e benedizione da questo nume tutelare del luogo.</p>
<p>Ho terminato la giornata salendo alla Grande Muraglia di Badaling. Il paesaggio, ondulato e boscoso, mi ha ricordato quello trentino. Dopo essere passati vicino a delle gabbie con dei tristi orsi prigionieri si sale su una sorta di cremagliera fatta di vagoncini a forma di bob che risale verso le torri di guardia. Da lì in posizione favorevole per le fotografie, parte la ripida salita. La visione è grandiosa e conturbante insieme: la muraglia si snoda serpeggiando di altura in altura, accarezzando ogni dorsale come un drago che fluttui tra spire di nubi per perdersi progressivamente nella nebbia. Il paesaggio si sfoca come un acquerello verso l’orizzonte e ancora su giogaie lontane si intravedono delle merlature o una torre d’osservazione. Ho ripensato al racconto di Kafka &#8220;Durante la costruzione della muraglia cinese&#8221;, che parla dell’imperscrutabilità del volere imperiale o divino e dell’assurdo di un lavoro ossessivo e interminabile. Borges scriveva: &#8220;In fondo non sappiamo se la realtà sia un esempio di romanzo realistico o fantastico&#8221;. Guardando la Grande Muraglia sfumare all’orizzonte ho capito che la realtà è, senz’ombra di dubbio, un esempio inimitabile di letteratura fantastica.</p>
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		<title>cronache da Pechino #3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 07:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gabriella Stanchina Domenica ho visitato il Palazzo d’Estate, la residenza estiva dell’Imperatore. È un luogo di stupefacente bellezza, simile alle antiche miniature indiane e persiane che raffigurano il paradiso. Da una collina verde di pini e cipressi punteggiata di padiglioni e templi si scende verso l’armonioso e vasto abbraccio di un immenso lago, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7950" title="pechino4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/pechino4.jpg" alt="" width="300" height="298" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p>Domenica ho visitato il Palazzo d’Estate, la residenza estiva dell’Imperatore. È un luogo di stupefacente bellezza, simile alle antiche miniature indiane e persiane che raffigurano il paradiso. Da una collina verde di pini e cipressi punteggiata di padiglioni e templi si scende verso l’armonioso e vasto abbraccio di un immenso lago, che da solo occupa i tre quarti della superficie del parco. Lungo il lago, attraversato da traghetti a forma di dragone, isole e pagode sono collegate da candidi ponti dalle ardite curvature. Sul lungolago un corridoio a colonnato unisce palazzi e giardini nascosti, rocce dalle forme suggestive e una gigantesca nave di marmo screziato fatta scolpire e adagiare sull’acqua dall’avida imperatrice Cixi. Ho sostato a lungo in cima alla collina contemplando il Padiglione della Fragranza del Buddha. Edificato per ospitare una statua di tre metri in bronzo dorato della dea della compassione Kuanyin, il padiglione sorge su tre piani coperti dalle caratteristiche tegole cilindriche giallo oro e sostenuti da un gioco di colonne e architravi in legno. Ogni più piccolo elemento architettonico è dipinto a colori vivaci, blu cobalto, rosso, verde, intarsiati in un’infinita fioritura di forme geometriche, cornici, fiori e draghi.<br />
<span id="more-7949"></span></p>
<p>Ammirando questo arazzo sviluppato in tre dimensioni, non ho potuto fare a meno di pensare che avevo visto in Iran, nella Moschea blu di Isfahan la stessa esuberanza decorativa. Si percepisce tuttavia una differenza profonda, che non può risiedere solo nel fatto che la decorazione persiana è essenzialmente calligrafica, perchè l’Islam generalmente proibisce la rappresentazione figurativa. C’era qualcosa che mi suggeriva un sentimento incomparabile, un diverso modo di dimorare l’universo, di stare in agio nella vita. In Iran ho avuto l’impressione che l’ornamento, quelle volute curvilinee, morbide o taglienti di segni, quegli incastri geometrici di stelle volessero produrre una sorta di vertigine da saturazione dello sguardo. Come non pensare alla Moschea di Cordova, con la sua foresta di colonne, labirinto di linee concave e convesse che si perde nel buio? Lì la finalità è quella di produrre una sensazione di disorientamento, smarrimento, dismisura di fronte all’indicibilità e immensità sovrumana di Allah. Le decorazioni smaterializzano lo spazio, come le muqarnas, le volte ad alveare inscrivono il vuoto nella pietra porosa. Tutto indica, fa segno, verso un’altra dimensione che si afferma sfumando, cancellando per condensazione e ripetizione ipnotica quella terrena. Qui, nel Padiglione della Fragranza, il decorativismo estremo appaga e dà gioia allo sguardo, lo trattiene nell’immanenza del mondo. Le architravi dai vivacissimi colori sono la materia coltivata, fatta giardino. Lo spazio germina, fiorisce per intima forza, persino le nuvole con il loro dinamismo spiraliforme, sono energia palpabile, le loro creste hanno la curva delicata del seno di una dea. Tutto ispira a restare, a dimorare in questa terra, a prolungare la vita per godere della radiosità multiforme che traluce da ogni cosa e benedice ogni forma, anche la più umile e feriale.</p>
<p>La più bella costruzione del Palazzo d’Estate è certamente il Chang Lang, il Lungo Corridoio. Si tratta di un corridoio coperto, aperto sui due lati e intervallato da colonne rosse. per tutta la lunghezza dei suoi 720 metri si possono ammirare le cornici e architravi dipinte con paesaggi lacustri e montani, vedute del Palazzo d’Estate che replica se stesso a ogni passaggio di dimensione, frutta, fiori, animali, insetti, fiabe tradizionali cinesi, passatempi di cortigiane. Gli ignoti artisti hanno riprodotto con stupefacente precisione ogni minuscolo essere, senza trascurare né disprezzare nulla: gli scarabei stercorari e il mazzo di rape non sono tracciati con minore attenzione e amore del pettirosso sul ramo di pesco fiorito o della longilinea concubina nelle sue ricche vesti ricamate. Si intuisce un’educazione lunga e meticolosa dello sguardo: si vuole cogliere l’istante della massima espressività del reale. Il gatto acquattato nell’erba, la pupilla affilata e le vibrisse tese, sembra sul punto di scattare agilmente verso la preda, lo sguardo del cardellino che scruta il cielo invisibile dal ramo nodoso, una contorta linea di nero inchiostro, ci fa sentire il profumo della neve imminente.</p>
<p>Nella pittura classica occidentale le raffigurazioni della natura erano considerate esercizi di raffinato stile, come le nature morte, o disprezzate come oggetti non degni di considerazione. La pittura è un processo materiale; i colori che dall’Oriente arrivavano ai mercati di Venezia erano estremamente cari e un pittore non poteva sprecare le tinte preziose se non per soggetti che gli fossero stati commissionati da ricchi e influenti mecenati, e il soggetto era quasi sempre religioso. Ma negli sfondi paesaggistici, oppure in basso, vicino al terreno, dove lo sguardo non era attratto, era tutto un pullulare di piante dalle foglie finemente cesellate, di fiori, di cagnolini intenti a divorare le briciole dei banchetti, di frutti meravigliosi e di uccelli. Anche gli artisti occidentali cercavano la rappresentazione dell’immanenza, ma la rivelavano solo a uno sguardo periferico, o la trasmutavano in forme sfocate o fantastiche. Qui il fragile arricciarsi del petalo di una peonia, le chele di due granchi sfuggiti a una rete a canestro, lo scoiattolo che si protende verso una bacca purpurea sono più reali del reale. Quando ci voltiamo a guardare distratti un passero che si posa fremente sul tetto giallo di un padiglione, non ricordiamo più se stiamo ammirando la realtà o un dipinto.</p>
<p>Nel Palazzo d’Estate c’è un itinerario fra grotte, rocce, minuscole pagode e scalinate scavate nella pietra chiamato &#8220;Passeggiata dentro un dipinto&#8221;. In effetti ho visto questo paesaggio, con la montagna rocciosa, i cipressi scabri e ritorti, i padiglioni e il viandante che si inerpica sulle ripide e ricurve gradinate, rappresentati molte volte in pitture, ma soprattutto intagliati in blocchi di giada o riprodotti assecondando le venature ruvide di una pietra. È tipico delle civiltà più raffinate giocare a confondere la realtà e la sua rappresentazione pittorica o scritturale. Qui non è il dipinto a riprodurre un paesaggio, ma il paesaggio ad essere conformato in forma di dipinto. Chi cammina tra le rocce si immagina osservato, fatto figura. È come un origami: la realtà si ripiega nella sua immagine, dentro cui si annida per segrete pieghe una realtà più piccola che custodisce ancora una minuscola immagine, all’infinito. Così i tanti giardini del Palazzo d’Estate che con i loro corridoi dipinti, i padiglioni in miniatura, gli stagni coperti di loti riproducono il Palazzo intero ci ricordano perchè sia stata coniata l’espressione &#8220;scatole cinesi&#8221;. Ricordo una storia tradizionale cinese: un pittore dipinse per la camera da letto dell’Imperatore una cascata della sua terra natia. Il giorno dopo l’Imperatore lo fece chiamare per chiedergli di cancellare la cascata. Per quale motivo? chiese il pittore. Il suo fragore non mi ha fatto dormire per tutta la notte, rispose il sovrano.</p>
<p>Un’ultima cosa: ho notato che nei palazzi e giardini cinesi è impossibile perdersi. Ovunque si arrivi, nella teoria infinita dei cortili e dei colonnati, ci sono strade, passaggi, curve che ti riconducono in ogni altro luogo. Qui non ci sono gli Holzwege di heideggeriana memoria, i sentieri che si perdono nel bosco. Negli itinerari dei palazzi e giardini occidentali prevale il paradigma temporale: ci si muove in una direzione, dall’origine allo scopo. Tornare sui propri passi è perdita e frustrazione e avviene solo negli spazi ben delimitati di un labirinto. La freccia del tempo segna la concezione drammatica, agonistica della vita. Qui prevale il modello spaziale: tutto conduce a tutto, ogni cosa contiene tutte le altre, da una prospettiva diversa è aperta sull’intero, come la rete di Indra fatta di infinite perle che si rispecchiano vicendevolmente.</p>
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		<title>cronache da Pechino #2</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Sep 2008 06:00:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7857" title="pechino21" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/pechino21-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Oggi, sotto una pioggia battente, ho visitato la Città Proibita. Ho camminato ininterrottamente per sette ore per coprire i suoi 720.000 metri quadrati e scrutare dalle grate di legno nell’interno di alcuni dei suoi 890 palazzi. È un’esperienza difficile da descrivere e del resto credo che l’intenzione di coloro che nel  tempo costruirono e ampliarono questa città fosse proprio quello di sottrarla al dominio della parola. Indicibile per vastità o per complessità?<br />
Nei primi due giorni che ho trascorso a Pechino ho sperimentato un disagio che non avevo mai conosciuto durante i miei viaggi precedenti. Io amo soggiornare nelle metropoli: mi sono sentita abbracciata da Parigi, nelle strade di Toronto ho trovato familiarità e calore, come se le città fossero diapason che risuonano appena<br />
sfiorate, consonanti al mio più intimo sentire. Ritenevo perciò che anche Pechino, nel rispetto delle proporzioni, e con un più lento ritmo di adattamento, avrebbe risposto al mio sguardo con un volto riconoscibile. Invece, Pechino mi ha sopraffatta.</p>
<p><span id="more-7856"></span></p>
<p>I primi due giorni, terminate le cinque ore quotidiane di lezione, finivo sempre per ritrovarmi chiusa nella mia stanza d’albergo, assediata da un’ostilità ignota e silenziosa. Pechino mi rifiutava, con le pareti levigate e refrattarie dei suoi grattacieli, con il freddo lucore delle sue insegne, con la sua ostentata dismisura. Mi sono sempre sentita una cartografa di città, versatile nel mappare interiormente le strade che percorrevo, costruendo una mia personale geografia di suoni, odori, emozioni, soliloqui. Non era una questione di dimensioni: di Pechino mi sfuggiva la forma, la figura, la legge interiore che fa di ogni città un organismo vivente e dinamico. Guardando dalla finestra della mia stanza vedevo, incorniciato e minacciato dagli angoli taglienti e nitidi di tre grattacieli, un tiglio sopravvissuto in un’aiuola periferica. Lo guardavo verdeggiare inconsapevolmente, con la sua statura resa minuscola e risibile dall’ingegno dell’uomo e mi sentivo sorella in ogni intima fibra di quell’albero solitario, trapiantato in uno spazio e in un tempo ostili all’umile ciclicità delle stagioni, tra volumi impenetrabili e distanti, un Edipo smarrito lungo una via fiancheggiata da Sfingi bronzee e colossali.</p>
<p>Poi ho finalmente deciso di iniziare la mia opera di esplorazione e mi sono avventurata oltre le rumorose quattro corsie della Chaoyangmen Dajie, lasciandomi guidare dall’istinto, non esitando a deviare verso vie più raccolte, quartieri non segnati nella mappa. E sono entrata in un mondo dentro il mondo, fatto di case di cemento con le finestre chiuse da inferriate sporgenti simili a gabbiette per grilli, di vicoli contorti, di ristoranti improvvisati con i tavolini che dilagano disordinatamente oltre il marciapiede, di fili di lanterne e risate che sfidano il buio di vie senza lampioni, di baracche di lamiera coperte di vecchie ramazze di saggina dove uomini riparano i telai di scalcinate biciclette, di assorti filosofi viandanti che seduti a terra, con una scacchiera precariamente disegnata su un foglio di cartone da imballaggio, riflettono, la mano sotto il mento, osservando le pedine, meditando e scartando strategie per loro certo non più futili di quelle dell’Arte della guerra di Sun Tzu.</p>
<p>Mi sono avvicinata a quello che credevo essere un piccolo parco giochi per bambini. Si trattava in realtà di un assemblaggio di veri e propri strumenti da palestra: un cartello raccomandava a malati di cuore e ipertesi di non cimentarsi nella ginnastica senza il permesso del medico e agli osservatori di stare a giusta distanza dai ginnasti. In realtà nel parco c’erano solo tre donne sulla sessantina con quegli abiti a fiori che Anna Magnani indossava nei film del dopoguerra. Una di loro si è messa a provare dei passi di una danza folkloristica, canticchiando a bassa voce, poi mi ha visto, mi ha indicato alle amiche e il saggio di danza è finito in una risata collettiva. Io ho applaudito loro. Loro hanno applaudito me. Mi sono allontanata tra le piccole rivendite di bibite e sigarette con le porte a perline e i negozi di parrucchiera con gli asciugamani messi ad asciugare fuori su stenditoi ripiegabili e arrugginiti. È stato allora che credo di avere cominciato a capire.</p>
<p>Una megalopoli asiatica in espansione non è semplicemente una riproduzione smisuratamente dilatata delle metropoli occidentali. Toronto è uno spazio quadrettato, organizzato dentro stabili confini. Nulla in esso è nascosto, se non il privato delle vite individuali. Pechino si incava, si ramifica dentro se stessa, riproducendosi in misure sempre più piccole e più intricate. Non è uno spazio: è un unico bordo, una linea che continua a gemmare nicchie interiori. Pechino è un frattale, come l’insieme di Mandelbrot, come i fiocchi di neve e i profili delle coste sabbiose, come la forma delle nubi. Non ti ci devi collocare con un adeguato contratto d’affitto tracciando intorno a te i confini invalicabili di ciò che ti è proprio: ci nasci dentro, ci accadi dentro e la città continua a germogliartisi intorno, a crescere, a incurvarsi.</p>
<p>Anche la Città Proibita è così, con la sua struttura è quasi l’Idea di ciò che Pechino è stata ed è destinata ad essere.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7858" title="pechino2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/pechino2-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></p>
<p>Da una parte la Città maschile, i padiglioni rossi dai tetti scanalati d’oro, i troni inaccessibili, le scalinate di marmo da cui i messaggeri, portando dispacci dai confini dell’Impero, dovevano tenersi lontani dieci passi, gli sterminati cortili che sembrano allargare lo spazio per far obliare l’orizzonte e arrestare il tempo. Incutere timore e stupefazione, portare sulla terra il vasto silenzio sovrumano della volta del cielo. Lo spazio del potere, dei palazzi dai nomi altisonanti, purezza celeste e perfetta armonia, dove l’imperatore officiava l’unione e il muto rispecchiamento della terra e del cielo, luogo trasmutato in simbolo. Il suo emblema? La lastra di pietra scolpita con figure di draghi e onde posta obliquamente al centro della scalinata del padiglione principale: lunga 17 metri, larga tre e spessa un metro e mezzo, è stata ricavata da un unico blocco di pietra estratto da una cava nel nord della Cina. Non vi erano i mezzi all’epoca per trasportare le sue 200 tonnellate. Così sono stati scavati e riempiti pozzi ogni 800 metri lungo tutto il percorso. D’inverno ne sono stati estratti i cilindri di ghiaccio ed è stata creata una pista di ghiaccio su cui far scivolare la lastra fino al Palazzo dell’Imperatore. O la montagna di giada conservata nel Museo dei Palazzi Orientali: un cristallo di giada screziata alto due metri e mezzo per cinque tonnellate. Partendo da una provincia lontana, fu trasportato a Pechino su un carro trainato da cento cavalli e spinto da un migliaio di uomini. Lungo il percorso si dovettero affrontare passi montani, e furono costruite strade, e attraversare fiumi, e furono gettati ponti. La Montagna di giada impiegò tre anni ad arrivare nella Città Proibita e da lì fu spedita a sud per ordine dell’Imperatore, affinché esperti intagliatori la scolpissero riproducendo un dipinto caro al sovrano che raffigurava la leggenda di Dao Yu che addomestica le acque. Servirono sei anni perchè il capolavoro smisurato potesse varcare le porte della Città Proibita.</p>
<p>Poi c’è la Città delle donne:  il quartiere occidentale dell’imperatrice e delle concubine. Qui lo spazio si ripiega come i petali di un crisantemo: stradine, muri rossi con draghi e fiori in maiolica verde, paraventi e finestre di carta di riso, piccoli cortili con sofore dai tronchi contorti come artigli. Ogni cosa qui era segno distintivo: ogni concubina aveva un posto preciso nella gerarchia e le spettavano mobili, oggetti e monili che fossero indizio del suo rango: le corone potevano portare da tre a nove fenici di lapislazzuli, i bassi tavolini su cui scrivere poesie o giocare a dama essere orlati di oro, argento o semplice ferro, gli scettri gemmati sostituirsi alle borsette di seta ricamata, i piatti essere di porcellana gialla con draghi verdi, o bianchi con draghi rossi e infinite altre variazioni di colore scendendo nelle diramazioni senza chiaro confine della gerarchia. Su un libro di pannelli di bronzo era riportata la storia della dama, le sue gestazioni, la sua ascesa o caduta in disgrazia, le mille minute variazioni di stato, i gradienti sottili per cui si poteva dare o togliere con tattica e sotterfugi la vita.</p>
<p>Il simbolo di questa città che voleva farsi sempre più minuscola e di complessità infinita sono forse le pietre lacustri accumulate nel Giardino Imperiale a formare vere e proprie montagne artificiali con belvederi. Di consistenza simile al tufo, perforate ed erose, permettevano all’immaginazione di ravvisare nelle sue incavature e protrusioni le figure dei dodici animali zodiacali o di mille altri impredicibili volti. O forse anche i cipressi profumatissimi, con i loro tronchi attorti a spirale, spesso intrecciati tra loro a simulare accoppiamenti nuziali, o gli alvei tortuosi scavati nei pavimenti dei padiglioni perché l’acqua, scendendo, dalle rocce vi scorresse portando con sé per gioco le coppe di vino mentre concubine e funzionari ascoltavano musica di cetre o componevano poesie. Uno spazio claustrale, un dentro senza nessun fuori, un labirinto di gloria o perdizione che non promette vie di fuga, che fa lentamente dimenticare, per ipnosi sottile, l’esistenza di un mondo fuori. Vi ho restituito piccoli frammenti di questa esperienza per me indicibile da una Pechino liquefatta, con i suoi grattacieli avveniristici avvolti nella nebbia che divora margini e parole.</p>
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		<title>cronache da Pechino #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2008 05:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gabriella Stanchina Oggi ho visitato il Dongyuemiao, uno dei più grandi templi taoisti della Cina. Il tempio è costituito da una vasta successione di padiglioni e cortili, circondati da bassi edifici rossi a due piani, una sorta di chiostri. Salendo al secondo piano, tra grate di legno laccato e lanterne la vista spazia su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/127437548_vqvwy-m-300x200.jpg" alt="" title="Dongyuemiao" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-7965" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p>Oggi ho visitato il Dongyuemiao, uno dei più grandi templi taoisti della Cina.</p>
<p>Il tempio è costituito da una vasta successione di padiglioni e cortili, circondati da bassi edifici rossi a due piani, una sorta di chiostri. Salendo al secondo piano, tra grate di legno laccato e lanterne la vista spazia su un oceano pietrificato di tetti a pagoda, onde schiumanti dell’alterno corso del destino. Ai quattro lati dei cortili coperti di finissima ghiaia crescono alberi antichissimi. Alcuni di questi sono oggetto di culto, come anziani sapienti: centinaia di tavolette di preghiera esondano intorno a loro, dei pali verdi e azzurri verticali e orizzontali, si incrociano per sostenerne il tronco obliquo e innervato di rughe, si incurvano dolcemente sotto il legno che lentamente li divora, inglobandoli come radici aeree: splendida immagine dell’armonia compassionevole tra l’uomo e l’ambiente naturale.</p>
<p>I cortili sono ricolmi di tavole taoiste: enormi steli di pietra su cui famosi calligrafi e imperatori dell’antichità hanno inciso le loro preghiere. Dietro le steli la roccia mi sembrava stranamente scabra, mi sono avvicinata e ho visto che era cesellata da un arazzo fittissimo di migliaia di ideogrammi. Tartarughe dal volto di leone le sostengono, sopra di esse si attorcigliano draghi dai barbigli fiammeggianti e volute di nubi: tutto qui è in perenne mutamento, fluente e vaporoso, anche la pietra perde la sua rigidità e si fa aereo gioco di superficie. Le bandiere colorate con il simbolo dello yin-yang ricordano che la trasformazione e l’alternarsi degli opposti è la legge della vita e dell’universo. Un ponticello conduce al tempio del dio della montagna a cui il tempio è dedicato. Ai due lati una stratificazione di migliaia di tavolette di preghiera copre le balaustre come un’edera esuberante. Si tratta di piccoli rettangoli di legno laccato di rosso, con inciso in oro il disegno di una fenice e una breve preghiera: uno spazio è lasciato libero per scrivere il nome del fedele che chiede aiuto. Dalle tavolette pendono frange di fili scarlatti annodate secondo l’antica arte cinese: sfiorando le tavolette si leva un delicato tintinnio di xilofono e fili oro e scarlatti fluttuano nella brezza leggera.<br />
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A custodire il tempio ci sono due statue dipinte di circa due metri e mezzo di altezza: i volti contratti in una smorfia furente, coperti di un’armatura, sono il generale Drago e il generale Tigre, i custodi delle dimore celesti, pronti a uccidere il nemico con un raggio di luce bianchissima o un soffio dorato. Nel tempio la gigantesca statua dorata del dio è parzialmente visibile nell’ombra: una rete d’oro ne copre il volto, aumentando la severità altera dello sguardo che vi traluce. Davanti c’è un altare con delle offerte di frutta e ciotole di the e un cuscino di seta gialla dove due ragazze cinesi appena arrivate con la loro guida si inginocchiano. Un monaco taoista sottolinea con il suono grave di un piccolo gong le tre prosternazioni rituali. All’esterno, in un braciere pieno di sabbia, bastoncini di incenso viola fumigano con una fragranza amara.</p>
<p>Avvicinandomi alle nicchie dei chiostri non posso reprimere il mio stupore: ognuna di esse è concepita come una stanza in fondo alla quale troneggia uno degli sterminati dei del pantheon taoista, ai lati delle statue a grandezza umana, di una verosimiglianza inquietante, danno corpo ai valori che il dio esprime. La religione taoista è puro pragmatismo: qui non vi è spazio per estasi e misticismo. Non vi è separazione tra mondo e idea, tra carne e forma, tra terra e cielo. Il cielo è solo organizzazione e figura del mondo terreno: insieme trionfano, insieme si perdono. La rappresentazione che i cinesi del 1300 si fanno del soprannaturale è mutuata dal sistema feudale (matrice dell’attuale burocrazia). Ogni dio presiede a un dipartimento, e la stanza raffigura il dipartimento celeste. Sono deliziata nel leggere i nomi dei dipartimenti, che mostrano come il fine del desiderio del credente non sia il ritorno a una patria celeste, ma longevità, ricchezza e fortuna in questa vita. Poi vi saranno migliaia di altre vite, determinate dai meriti e dalle retribuzioni. È un sistema non metafisico, ma etico ed ecologico insieme: una stessa legge prescrive le azioni corrette agli uomini e fa germogliare la vita senziente.</p>
<p>C’è il dipartimento preposto alla giusta retribuzione dei meriti, quello della scelta del destino, quello del riscatto dei condannati ingiustamente (le statue mostrano cadaveri pallidi e straziati con il cappio al collo, decapitati, uomini coperti di piaghe, demoni con mazze ferrate li accompagnano), quello del mantenimento della pietà filiale (statua di una figlia che sorregge l’anziana madre), quello della repressione dei comportamenti osceni (statue di prostitute che mostrano il seno e anziani uomini con ghigni lascivi), quello della liberazione degli animali in cattività (una giovane donna si piega a liberare il cerbiatto che tiene in grembo), quello dell’amministrazione delle città, quello della salvezza degli esseri senzienti (uomini trattengono conigli per le orecchie o maiali e si arrestano intimoriti prima di affondare il coltello alzato nelle loro gole), quello della ratificazione e firma dei documenti (i meriti e le colpe vanno attestati, siamo nella civiltà della scrittura! E i defunti devono destreggiarsi fra tribunali, corti, uffici kafkiani), quello dei demoni (contemplo affascinata le figure mostruose di ogni colore, le bocche rigonfie di zanne piegate in un sardonico sorriso), quello dei morti vaganti (suicidi, morti in battaglia senza vendetta, morti bruciati, avvelenati o affogati, tutte morti dovute a cattive azioni precedenti che condannano i defunti a vagare tra i regni.</p>
<p>I morti sono bluastri, stravolti, laceri, con le braccia protese in avanti e lo sguardo spento, non sfigurerebbero come figuranti nel video di Thriller o in qualsiasi horror occidentale), quello della ricchezza ottenuta lecitamente stabilendo equi rapporti commerciali con la concorrenza (il dipartimento celeste si chiama proprio così e dimostra che il capitalismo in Cina è arrivato, nelle menti, da almeno settecento anni!). C’è il dipartimento dei volatili (la loro morte prematura è segno infausto di un cattivo rapporto tra l’uomo e l’ambiente. le statue raffigurano uomini con gabbie di canarini o falchi sulle spalle, altri porgono cibo a pettirossi e rondini), quello della scoperta della reale intenzione dietro le buone azioni (ricchi mandarini depongono ipocritamente piccoli oboli nelle mani di mendicanti), quello dei mammiferi (uomini con grotteschi volti di tigri, gatti, ruminanti, cervi con alti palchi di corna), quello degli animali acquatici (figure con volti di pesci e rane, una donna con una conchiglia per capelli e corna di lumaca), quello del ritorno all’uovo (il dio regge in mano un uovo del volatile in cui si reincarnerà chi si è reso responsabile di azioni indegne dell’uomo), quello della felice discendenza (dalle ricche vesti dorate della dea e del dio escono bambini ridenti), quello dei ricorsi contro condanne a vite inferiori, quello della fortuna e longevità, il più ambito, a cui non si può accedere senza aver prima lasciato una banconota presso il dipartimento del mantenimento dei monaci, quello delle epidemie, della pioggia e siccità, della vecchiaia serena, della custodia delle porte da ladri e maldicenze, e quello infine che presiede all’amministrazione di tutta la burocrazia celeste!</p>
<p>In un altro lato del padiglione è ospitata un’esposizione di antichi gioielli. Alcuni sono aeree e fragilissime architetture di fili di ferro e fiori e farfalle fatte di scaglie di giada e turchese, li immagino vibrare e tintinnare per il rossore improvviso di una cortigiana. Fibbie e bastoncini per capelli riproducono con attenzione minuziosa e rispettosa figure per noi anomale ma propiziatrici di buona fortuna: grilli, pipistrelli, mantidi religiose, topi, scimmiette. Prima di uscire mi fermo davanti alla statua a grandezza naturale di un cavallo in porcellana bianchissima: detto &#8220;il cavallo di giada&#8221;, è ritenuto la cavalcatura degli dei. Chi lo tocca avrà viaggi sicuri: lo accarezzo sulle froge immacolate. Un sipario di seta dorata incornicia la nicchia d’ombra del dio della montagna. Preziosamente ricamati vi scorgo i simboli taoisti: fenici, faretre, nodi sacri, una coppia di anatre mandarine e gli onnipresenti draghi spiraliformi. Tutto ha vividi, accesi colori: architetture di legno laccato, statue e stoffe cerimoniali sono un tripudio di blu oltremare, porpora, oro.</p>
<p>Una fila di monaci taoisti cammina in fila nei chiostri portando gong e campanelle: a ogni dipartimento si inchinano e portano il loro dono devoto di musica e incenso. Li guardo allontanarsi, lentissimi, con i manti rossi e neri, nella fuga prospettica delle colonne scarlatte. Fuori, è di nuovo il caos della Changyaomen Daje: grattacieli avveniristici, una strada a sei corsie dove corrono automobili, taxi e i sopravvissuti risciò. Nessuno sembra essersi preoccupato del contrasto con l’antica oasi di pace. Forse anche questo è frutto del Dao: la quiete dello spirito e il fragore della storia coabitano in un’alternanza di spazio e tempo in cui, misteriosamente, dimora l’armonia. </p>
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