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	<title>dibattito politico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 04:58:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Amore criminale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese In millecinquecento battute ieri su Repubblica Enrico Deaglio ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i media avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro dibattito politico. In realtà, sia l&#8217;informazione che il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>In millecinquecento battute ieri su <em>Repubblica</em> <strong>Enrico Deaglio</strong> ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i<em> media</em> avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro <em>dibattito politico</em>. In realtà, sia l&#8217;informazione che il dibattito politico ha avuto tra i suoi pregevoli effetti di <em>cancellare</em> dalle nostre menti (o rendere <em>irrilevanti</em>) molti di quegli elementi che Deaglio ha raccolto in queste poche righe. </p>
<p>In altri termini, le millecinquecento battute di Deaglio sono quanto ci si dovrebbe aspettare da un serio e intelligente giornalismo politico, impegnato a informare l&#8217;opinione pubbliche su questioni della massima importanza per il destino del paese. Ci possono essere questioni più gravi, vitali e urgenti da discutere e chiarire che queste, questioni che coinvolgono nello stesso tempo la realtà politica, economica e criminale del paese?<br />
<span id="more-19488"></span><br />
Ieri, con il titolo “Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda”, appariva a pagina 8 di <em>Repubblica</em> l&#8217;articolo di Deaglio che, al suo interno, conteneva il brano cruciale. Mi sono preso la briga di ricopiarlo e di metterlo in rete, favorendo quanto possibile una ridondanza dell&#8217;informazione. </p>
<p>Un intervento simile, infatti, non ha solo il pregio di trattare notizie scomode, come quelle che sta affrontando <em>Repubblica</em> in questi giorni sul “patto” tra Cosa Nostra e Stato (1992-1994). Ma realizza anche quella indispensabile sintesi, che offre la possibilità di pervenire a un giudizio e a una deliberazione. Quella sintesi e <em>visione d&#8217;insieme</em> degli avvenimenti che l&#8217;intero sistema dell&#8217;informazione quotidianamente cancella, per calcolo politico (propaganda) o insipienza professionale (irresponsabilità). </p>
<p>Chiunque, in qualsiasi paese cosiddetto “civile”, avanzasse tali questioni in un ambito pubblico, tramite un quotidiano di importanza nazionale, dovrebbe scatenare un dibattito politico acceso e ad ampio raggio. Questi dovrebbero essere temi di cui discutere per mesi, dentro e fuori il parlamento. Ma in realtà dovremmo dire, questi sono i temi di cui si dovrebbe discutere <em>da anni</em>. E invece magicamente, appena essi emergono, spariscono poi con grandissima velocità dalle scene. Uomini di governo, uomini dell&#8217;opposizione, giornalisti, opinionisti, tutti riusciranno immediatamente a frantumare lo scenario, per agitare ognuno un suo frammento avulso, o per semplicemente far calare un altro paesaggio, più rassicurante o semplicemente più slegato dalla realtà politica e dalle sue responsabilità.</p>
<p>Da <em>Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda</em> di <strong>Enrico Deaglio</strong> [<em>La Repubblica</em>, 23 luglio 2009, p. 8]</p>
<p>&#8220;1) Cosa Nostra siciliana negli anni &#8217;70 è protagonista del più grande successo capitalistico italiano. Praticamente monopolista del mercato americano dell&#8217;eroina, la sua finanza invade l&#8217;economia italiana. 2) Per decenni protetta da Giulio Andreotti, subisce un pesante smacco dalla legge Rognoni La Torre (1982) che prevede la confisca dei suoi beni e, subito dopo dalle indagini del giudice Giovanni Falcone che trova in Tommaso Buscetta l&#8217;uomo che gli spiega tutto. 3) La Sicilia è il maggiore destinatario della spesa pubblica italiana. Le principali aziende del nord stringono patti diretti con Cosa Nostra per ottenere appalti.<br />
E, per quello che ho capito, andando nei particolari, Raul Gardini (1986) entra ufficialmente in borsa con la Calcestruzzi Spa al 50 per cento con la famiglia Buscemi di Palermo, emissaria di Riina. Silvio Berlusconi (anni 80-90) viene finanziato da Cosa Nostra nella costruzione delle sue televisioni e nel 1994, nella funestra prospettiva di un governo di sinistra in Italia, viene convinto da Cosa Nostra a metterci la faccia; la Confindustrai siciliana (inizio anni 90) firma un patto con Cosa Nostra per aggiudicarsi gli appalti miliardari della Sicilia, versando “un&#8217;addizionale Riina” di appena lo 0,80 per cento e si giunge al punto che al suo massimo esponente nell&#8217;isola viene scortato da uomini di Cosa Nostra. Il Pds (allora si chiamava così) è abbastanza afono, anche perché le cooperative di Ravenna che si aggiudicano, tramite la Calcestruzzi di Gardini, buoni lavori in Sicilia, lo finanziano.&#8221;</p>
<p>*</p>
<p>Ieri sera, dopo mesi che non vedevo la televisione, ho assistito a un inquietante programma di Rai Tre, una docu-fiction intitolata <em>Amore criminale</em>. Il programma era dedicato alla vicenda reale di una giovane donna perseguitata e infine assassinata dal suo marito tossico e violento. Alternava commenti della conduttrice, interviste dei genitori della vittima e degli avvocati, e ricostruzioni con attori e scenari verosimili. Mi chiedo come sia possibile che trasmissioni del genere siano trasmesse da una TV pubblica, da quella TV che dovrebbe dar voce ai giornalisti meno cinici e opportunisti, meno proni alle esigenze propagandistiche del governo. Mi chiedo come delle persone adeguatamente pagate possano lavorare per produrre qualcosa di così profondamente guasto, storto. Se un programma così è possibile, allora l&#8217;intera corporazione giornalistica vive in un regime d&#8217;irresponsabilità quasi totale. </p>
<p><em>Amore criminale</em> è un programma disgustoso non solo perché, banalmente, crea spettacolo a partire da un fatto di cronaca, mettendo in scena il sangue, la morte, il dolore, la ferocia, nella loro forma più bruta. Non solo perché le sue ricostruzioni infettano la comprensione della realtà, diffondendo ad ogni passo stereotipi del tutto irreali (lo stereotipo del tossico, del violento, della donna martire, ecc.). Non solo perché, in modo razzistico, mette i sottotitoli in italiano ai monologhi dei genitori reali della vittima, due persone senza istruzione, che parlano un italiano scorretto e con inserti dialettali, ma perfettamente comprensibile. Non solo perché mette in scena avvocati e pubblici ministeri e carabinieri che entrano completamente nelle forme del racconto così come è richiesto dal tipo di trasmissione, tutto incentrato sugli effetti emotivi e su una psicologia d&#8217;accatto. La cosa peggiore è ciò che <em>lateralmente</em> emerge dalla storia narrata, qualcosa che non è minimamente tematizzato dagli autori del documentario né dai testimoni reali della vicenda. Il fatto scandaloso che affiora – per sbaglio – dalla docu-fiction è che, in Italia, una donna, nonostante abbia denunciato il marito per lesioni, con tanto di espliciti referti medici, non riceve alcuna efficace protezione nei confronti del marito aggressore. Ciò che emerge e riempie d&#8217;indignazione è il fatto che risulti del tutto normale che un uomo possa continuare a minacciare e terrorizzare una donna, dopo essere stato da questa denunciato per un&#8217;aggressione violentissima e documentata presso i carabinieri. Ciò che dunque si ricava dalla docu-fiction è che, in un paese che non fa altro che cianciare dalla mattina alla sera di “sicurezza”, una donna massacrata di botte dal proprio marito sia dalle istituzioni in piena conoscenza di causa lasciata indifesa di fronte al suo aggressore, fino al tremendo epilogo dell&#8217;assassinio. E di questa notizia, che è l&#8217;unica notizia importante che avrebbe rilevanza pubblica, il docu-fiction non dice nulla, e neppure nessuno dei testimoni reali invitati a parlare, carabinieri e magistrati compresi. Questa trasmissione esemplifica la piena ignoranza, inconsapevolezza, e inciviltà del nostro paese, e in particolare del nostro sistema giornalistico.</p>
<p>È grazie anche al giornalismo dei docu-fiction come <em>Amori criminali</em>, che l&#8217;opinione pubblica è sollecitata ad una quotidiana <em>amnesia</em>, ed è grazie a questa amnesia sempre rinnovata, che &#8211; come diceva Deaglio &#8211; la classe politica può cancellare dall&#8217;agenda i capitoli più scandalosi e oscuri in cui è stata coinvolta, o di cui, comunque, dovrebbe occuparsi.</p>
<p>Che sia poi ancora una volta un&#8217;inchiesta giudiziaria a sollecitare il mondo politico, e a mostrare la sua inadeguatezza (l&#8217;inchiesta della Procura di Palermo dei pm Di Matteo e Ingroia sulla “trattativa”  tra Cosa nostra e lo Stato) non può sorprendere. Ha scritto lo storico del Mezzogiorno <strong>Salvatore Lupo</strong>:</p>
<p>“la contaminazione tra piano politico e piano giudiziario non deriva da manovre, né da strumentalizzazioni, né da particolari scelte interpretative di alcuno, ma dalla stessa evoluzione dei fatti: è stata la politica a spostarsi al di fuori ovvero al di sotto di se stessa, nella sfera d&#8217;azione della magistratura penale, in una situazione in cui l&#8217;illegalità (affaristica, terroristica, mafiosa) non è stata solo uno strumento del potere, quanto uno dei campi di esercizio del potere stesso. La nostra non è tanto (non è solo) una nazione più corrotta di altre, o più corrotta di quanto fosse prima – in età liberale, ad esempio; è una nazione nella quale alcune delle transazioni e degli avvenimenti fondamentali della vita collettiva si sono realizzati nell&#8217;illegalità e nella segretezza, in stanze sotterranee che indubitabilmente sono qui di vastità inusitata rispetto ad altre situazioni e ad altri tempi.” [da <em>Andreotti, la mafia, la storia d&#8217;Italia</em>, Roma, Donzelli, 1996, p. 26.]</p>
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