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	<title>diego de silva &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Propositi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/11/01/propositi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2005 18:52:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[diego de silva]]></category>
		<category><![CDATA[microracconto]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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					<description><![CDATA[un microracconto di Diego De Silva Lui le disse sottovoce che l&#8217;amava. Poi attese, con angoscia, la risposta. Lei, commossa: &#8220;Ti amo anch&#8217;io&#8221;. Un anno dopo, lui, e la migliore amica di lei, scopavano.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un microracconto di <strong>Diego De Silva</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/cuore.gif"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_cuore.gif" width="70" height="62" alt="" title=""  /></a></p>
<p>Lui le disse sottovoce che l&#8217;amava.<br />
Poi attese, con angoscia, la risposta.<br />
Lei, commossa: &#8220;Ti amo anch&#8217;io&#8221;.<br />
Un anno dopo, lui, e la migliore amica di lei,<br />
scopavano.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Cristo vietato ai minori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/04/20/cristo-vietato-ai-minori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Apr 2004 09:14:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[diego de silva]]></category>
		<category><![CDATA[mel gibson]]></category>
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					<description><![CDATA[di Diego De Silva Qualche giorno fa ho chiamato un cinema della mia città dove in questi giorni danno La passione di Cristo. Mi ha risposto una garbata signorina. Le ho chiesto se il film era vietato. “No” – ha detto esitando – “Ma quanti anni ha il bambino?”. Bambino? ho pensato. Boh. “Quattordici”, ho [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Diego De Silva</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/chmgib.jpg" alt="chmgib.jpg" align="left" border="0" height="142" hspace="4" vspace="2" width="210" />Qualche giorno fa ho chiamato un cinema della mia città dove in questi giorni danno <strong>La passione di Cristo</strong>. Mi ha risposto una garbata signorina. Le ho chiesto se il film era vietato.<br />
“No” – ha detto esitando – “Ma quanti anni ha il bambino?”.<br />
<em>Bambino?</em> ho pensato. Boh. “Quattordici”, ho buttato lì.<br />
Lei ha un po’ sospirato.<br />
“Be’, veda un po’ lei”, mi ha detto.<br />
<span id="more-398"></span><br />
“In che senso?”, ho chiesto io.<br />
“Il film è piuttosto cruento, stiamo cercando di dirlo ai genitori che magari non lo sanno”.<br />
“Ah, fate opera di dissuasione?”.<br />
“No, nessuna dissuasione. Semplicemente facciamo presente che il film mostra sangue e sofferenze, visto che racconta quella sola fase della vita di Cristo”.<br />
“Quindi vengono molti bambini a vederlo”.<br />
“Molti no; ma ce ne sono, sì”.<br />
Abbiamo continuato a chiacchierare piacevolmente per un po’. La tipa sembrava prendere molto sul serio l’argomento.</p>
<p>Morale telefonica: il divieto alla visione del film di <strong>Gibson</strong> è consegnato alla libera coscienza degli adulti.</p>
<p>Se uno ci pensa, l’idea di <strong>vietare Cristo ai minori</strong> fa un po’ impressione. E non è neanche una novità: quello di <strong>Martin Scorsese</strong>, per esempio, lo era, anche se in quel caso lo scandalo non era la passione, ma il desiderio (bello, quel film; bella anche la musica di Peter Gabriel).</p>
<p>In realtà ci sono diverse buone ragioni per vietare Cristo ai minori. E la ragione di fondo è che <strong>ai bambini bisogna nascondere la verità</strong>. Stiamo sempre a ripetere ai nostri figli che non si dicono le bugie, ma poi mentiamo continuamente su quasi tutto. Sui rapporti familiari. Sull’amore. Sul mondo. Sugli altri. Sul lavoro. Sui soldi. Quando proprio non possiamo tirarci indietro, raccontiamo solo una parte della verità, la meno irrespirabile, infiocchettata alla meglio. Perché non c’è verità senza male. E il male, più tardi lo si incontra e meglio è.</p>
<p>Dio è una faccenda di adulti: che gliene frega, in fondo, ai bambini? Loro ci credono. Ci credono perché gliel’hanno detto mamma e papà. Ci credono come credono a <strong>Babbo Natale</strong> e alla <strong>Befana</strong> (solo che smettere di credere alla befana non fa male, mentre interrogarsi sull’esistenza di Dio produce traumi frequenti). Se lo figurano come una specie di grande nonno di tutti, vanno pure a trovarlo a pranzo a casa sua, una volta alla settimana (poi quando crescono smettono di andarci, che è il destino di quasi tutti i nonni). Il sacerdote gli mette in bocca il corpo di <strong>Cristo</strong>, glielo sussurra pure, come una cosa che debba restare fra pochi. Loro non sanno di partecipare a un rito cannibalico, e anche se qualcosa l’hanno sentita non hanno capito veramente di che si tratta. Però sono contenti, e quando quella sfoglia insipida si scioglie sulla lingua, pare che stia succedendo davvero qualcosa.</p>
<p>Ai bambini, il racconto della passione arriva censurato. La Chiesa cattolica ha fatto un lavoro di comunicazione straordinariamente efficace, da questo punto di vista. Ha raccontato un delitto atroce, una fine orribile, senza sangue. È per questo che il film di <strong>Gibson</strong> fa rumore. Perché nel tentativo di raccontare la verità, realizza a suo modo una pornografia della sofferenza.</p>
<p>E lasciare ai genitori, e non all’istituzione, la libertà di permettere o impedire ai figli la visione del film, mi sembra un atto di civiltà piuttosto inusuale, di questi tempi.</p>
<p>__________________________</p>
<p><em>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a &#8220;<strong>Archivi per mese – aprile 2004</strong>&#8220;</em></p>
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		<title>Capodanno in piazza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/01/02/capodanno-in-piazza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2004 14:39:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diego de silva]]></category>
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					<description><![CDATA[di Diego de Silva Il presentatore arrivò che stavano ancora montando il palcoscenico. Nella piazza deserta, il vento aveva rovesciato un cassonetto della spazzatura. I rifiuti più pesanti rotolavano. Il presentatore veniva a piedi dalla stazione con il trolley, offeso per non aver trovato nessuno dell’organizzazione ad aspettarlo. Eppure aveva comunicato l’ora esatta del suo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Diego de Silva</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/fireworks.jpg" alt="fireworks.jpg" align="left" border="0" height="300" hspace="4" vspace="2" width="280" />Il presentatore arrivò che stavano ancora montando il palcoscenico. Nella piazza deserta, il vento aveva rovesciato un cassonetto della spazzatura. I rifiuti più pesanti rotolavano. Il presentatore veniva a piedi dalla stazione con il trolley, offeso per non aver trovato nessuno dell’organizzazione ad aspettarlo. Eppure aveva comunicato l’ora esatta del suo arrivo. Avrebbe rinfacciato questa grave mancanza, di sicuro.<br />
Uno solo si voltò, e trovandosi il vento in faccia contrasse le labbra in una smorfia che sembrò un sorriso. Il presentatore allora pensò che l’avesse riconosciuto, e si tirò su nelle spalle.<br />
Andò fin sotto il palco, schiacciandosi i capelli radi con la mano. Parcheggiò il trolley accanto a sè e alzò la testa in direzione di due operai che in quel momento stavano inchiodando una moquette rossastra sulle assi di legno.<br />
– Scusate – disse alzando un po’ la voce per farsi sentire, – c’è qualcuno dell’organizzazione?<br />
<span id="more-241"></span><br />
Il lavorante si curvò di nuovo sulla moquette, sollevò il pollice destro e lo spinse due volte all’indietro, in direzione dell’Informagiovani, a pochi metri dal palco. Un po’ deluso, il presentatore ringraziò con un cenno della mano, riprese il trolley e si avviò.<br />
La porta dell’ufficio, a vetri smerigliati, era socchiusa. Il presentatore abbassò la maniglia ed entrò. Era un ambiente di due vani diviso da un archetto di mattoni a vista, con due scrivanie, una più lunga dell’altra, uno schedario di metallo e un divanetto mangiucchiato. Le luci erano spente. Un computer ronzava. Un foglio intestato dava codate in una stampante come un furetto in una tagliola.<br />
Il presentatore si guardò intorno. Provò a chiamare ad alta voce. Nessuna risposta. Guardò l’orologio, spalancò le narici, si gonfiò d’aria e sbuffò a lungo, fingendo con se stesso che qualcuno lo sentisse. Che fare, adesso? Neanche il nome dell’albergo gli avevano detto. Andò verso una delle scrivanie nella speranza di trovare un appunto che lo riguardasse, un numero di telefono, qualcosa. C’era una confusione di carte e un’agenda con una matita infilata nel mezzo. Prese l’agenda, l’aprì alla giornata in corso, 31 dicembre. Niente. Neanche un appunto.<br />
Andò a sedersi sul divanetto. Tirò fuori il cellulare dal taschino della giacca e fece un numero. Lo stesso,  per la quinta volta nella giornata. Si portò il telefonino all’orecchio e aspettò. Gli squilli rimbombavano nel locale vuoto. Il presentatore aspettò che la linea cadesse, poi rimase a guardare il pavimento.<br />
Chissà quanto tempo passò. Fu solo quando si sentì chiamare per nome che si accorse di essersi addormentato. Alzò la testa. Si trovò davanti un ragazzo, una ventina d’anni al massimo, con una giacca a vento e un casco da motociclista in mano.<br />
Si presentò. Era quello dell’organizzazione con cui aveva parlato al telefono, quello che aveva tanto insistito per averlo, convinto che fosse lui l’uomo giusto per conferire ai festeggiamenti il tocco professionale che era sempre mancato a un evento popolare come il capodanno in piazza. Gli disse che si scusava di non essere andato a prenderlo in stazione, che purtroppo all’ultimo momento era capitato un inconveniente e si sa come succede quando il Comune organizza i grossi eventi. Gli disse che aveva rivisto sui canali satellitari quel bellissimo programma che aveva condotto tanti anni prima e che secondo lui, non c’era dubbio, il presentatore era stato un innovatore nel suo campo, per aver spinto fortemente un tasto (disse proprio così) mai usato prima, quello della confidenza e dell’allusione, che faceva sentire di casa i concorrenti e sdrammatizzava la loro condizione.<br />
Il presentatore si commosse. Era bello che, dopo tutti quegli anni, un ragazzo così giovane volesse riconoscergli quei meriti dei quali, a parte pochissime eccezioni, quasi nessun critico televisivo s’era mai accorto. Poi gli disse che comunque era molto seccato con l’organizzazione, perché non gli sembrava quello il modo di ricevere un professionista. Il ragazzo gli diede ragione e gli assicurò che da quel momento in avanti non avrebbe dovuto più preoccuparsi di nulla, perché della sua accoglienza si sarebbe occupato lui personalmente, del resto era quello il suo incarico.<br />
Beh, disse mentendo il presentatore, l’organizzazione dovrebbe ringraziarti, veramente. Se non fosse stato per te me ne sarei già andato.<br />
Il ragazzo lo accompagnò in albergo e lo aspettò nella hall mentre si cambiava. Prima di uscire, il presentatore tirò fuori il cellulare e chiamò ancora una volta quel numero. Nessuno rispose.<br />
Malgrado il vento non volesse saperne di calmarsi, tra le otto e mezza e le nove la piazza si riempì come un uovo. Il presentatore svolse impeccabilmente il suo incarico. A dividere gli onori di casa con lui c’era una ragazza bruna con un vestito cortissimo, che tra un ospite e l’altro gli confidava nell’orecchio che sofferenza fosse stare con le gambe nude in una serata fredda come quella.<br />
Sul palco salirono un imitatore televisivo, un cabarettista locale molto amato del quale il presentatore non capì quasi nulla e infine un cantante famoso, vestito come un cretino, accompagnato da un gruppo di musicisti bardati fino agli occhi per il freddo. Cantò sei canzoni, e con molta difficoltà.<br />
Il pubblico, però, passò la serata a ballare e a divertirsi. Il presentatore pensò con un certo rammarico che, in fondo, la gente si accontenta veramente di poco.<br />
A mezzanotte salì sul palco anche il sindaco, per ringraziare tutti e augurare alla città un anno sereno in una comunità più solidale. Ringraziò in particolar modo il presentatore, che giudicò “magistrale nella conduzione della serata”. Nel dargli la mano ne sbagliò il cognome, ma di poco, e subito se ne scusò.<br />
Il presentatore sorrise con eleganza. Sono cose che capitano. Poi stapparono un bottiglione di spumante.<br />
Il presentatore salutò tutti, scese dal palco, andò nell’ufficio dell’Informagiovani dietro il palco. L’accompagnatore, fedele all’impegno assunto, non lo lasciò solo neanche per un attimo. Il presentatore compilò il foglio per il suo compenso, scrisse i suoi dati e le coordinate bancarie per il bonifico. Il ragazzo gli disse che c’era il ristorante pagato, se voleva. Magari più tardi, rispose il presentatore. Poi gli fece gli auguri e tornò in albergo. Fece le scale due alla volta. Chiuse la porta della stanza e senza neppure svestirsi tirò fuori il cellulare e fece quel numero un’altra volta.<br />
Si mise a sedere sul letto. Si guardò riflesso nel grosso specchio di fronte mentre sentiva il suo respiro amplificato nel ricevitore del cellulare. Dall’altra parte il telefono squillò a lungo, ancora e ancora. Finché cadde la linea un’altra volta.<br />
Il presentatore chiuse gli occhi, mandò giù un po’ di saliva e faticando perchè la voce non gli si spezzasse in gola, parlò come avesse potuto registrare un messaggio.<br />
– Sono papà. È tutto il giorno che ti chiamo. Stasera ho lavorato di nuovo, lo sai, mi hanno chiamato. È andata benissimo. Sono rimasti tutti contenti. Spero che anche tu ti stia divertendo. Buon anno.</p>
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		<title>Caro Ministro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2003 18:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diego de silva]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Diego De Silva Caro Ministro Bossi, in classe di mia figlia c&#8217;è una bimba color nocciolina tostata, Cristina. È dolce, affettuosa, e molto bella. Ci sono altri bambini dolci, affettuosi e molto belli in classe di mia figlia, ma Cristina la noto di più perché spicca, in mezzo a tutto quel bianco. Ma è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Diego De Silva</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/bossi.gif" alt="bossi.gif" align="left" border="0" height="180" hspace="4" vspace="2" width="150" /><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/hendrix.jpg" alt="hendrix.jpg" align="right" border="0" height="150" hspace="4" vspace="2" width="150" /></p>
<p>Caro Ministro Bossi,</p>
<p>in classe di mia figlia c&#8217;è una bimba color nocciolina tostata, Cristina. È dolce, affettuosa, e molto bella. Ci sono altri bambini dolci, affettuosi e molto belli in classe di mia figlia, ma Cristina la noto di più perché spicca, in mezzo a tutto quel bianco. Ma è un interesse solo mio, agli altri bambini non importa.<br />
<span id="more-231"></span><br />
Quando la mattina accompagno mia figlia all’asilo, Cristina le corre incontro, l’abbraccia, le bacia tutt’e due le guanciotte e se la porta per mano al centro del gioco già cominciato, per aiutarla a recuperare (mia figlia arriva sempre un po’ in ritardo). È molto premurosa anche con me, in quanto genitore di una bimba a cui vuol bene. Pensi che proprio ieri mi ha regalato un fiorellino giallo che aveva raccolto nel giardino, come per darmi qualcosa in cambio dell’amichetta che le avevo riportato.</p>
<p>Io, ogni volta che Cristina nocciolina mi saluta o mi rivolge la parola, mi sorprendo per quanto bene parli la mia lingua. Ma è una sorpresa solo mia, per gli altri bambini non è mica strano.</p>
<p>Questo piccolo preambolo, signor Ministro, semplicemente per dirLe che Cristina è una bambina come la mia, e come tutte le altre. Sì, mi rendo conto di dire una banalità e proprio a Lei, che è persona indaffarata ogni giorno con ben altre complicazioni, pensieri più alti e molto meglio formulati, abituata a considerare i problemi comuni da altre altezze che noi, da quaggiù, non possiamo capire. Eppure, sa, quando sul giornale ho letto la faccenda del <em>bingo-bongo</em>, ho avuto subito voglia di parlarLe di Cristina.</p>
<p>Perché vorrei poter credere, Ministro, che se Lei conoscesse Cristina (mi sa tanto che in classe di Suo figlio non ce n’è nemmeno una), si vergognerebbe di quella frase. E si scuserebbe mille volte, e si preoccuperebbe per riconoscersi dentro tutto quel disprezzo. Perché se così non fosse, Lei sarebbe ridotto veramente molto male, signor Ministro.</p>
<p>Chi meglio di Lei, statista, uomo di cultura e di politica, sa quanto male fanno le parole. Quanto poco ci mettano a fare a pezzi la dignità e i sentimenti degli altri. Quanto brevemente mortifichino un lavoro di anni. Pensi solo, tanto per fare un esempio, proprio adesso, in questo momento, a tutti gli insegnanti che in tante scuole d’Italia (anche in quella del Nord, che Lei non fa mistero di preferire) stanno lavorando per trasmettere quei valori di solidarietà, democrazia, rispetto dell’altro (tolleranza, come dicono in televisione: ma vuol dire poi la stessa cosa?) di cui sono pieni i discorsi di tanti Ministri come Lei: come crede che si sentiranno a leggere sul giornale una dichiarazione come quella? Se lo immagina il loro imbarazzo nel continuare a lavorare? Come minimo, si domanderanno chi glielo fa fare, per quella miseria di stipendio che li aspetta a fine mese, oltretutto.</p>
<p>Allora, signor Ministro, ho deciso di venirLe incontro: se non si vergogna Lei, mi vergogno io, per Lei. Le sto facendo un grosso favore, non so se ne rende conto; anche se non mi aspetto la Sua riconoscenza, visto che non mi ha chiesto niente. Anzi guardi, farò molto di più: conserverò quel giornale con la Sua dichiarazione e tra qualche anno, quando avrà imparato a leggere, lo darò a Cristina, e poi le dirò che il 5 dicembre 2003 Le avevo scritto perché mi ero vergognato tanto per Lei, come cittadino, contribuente e soprattutto come padre.</p>
<p>E dato che La immagino persona abituata a ricambiare i favori che riceve, Le chiedo: la prossima volta che, dal sedile posteriore di una di quelle bellissime macchine blu che La portano in giro per i Suoi impegni istituzionali, dovesse vedere un <em>bingo-bongo</em> su un marciapiede, magari con una bambina per mano, pensi a me: e, almeno per dovere di cortesia nei miei poveri confronti, si vergogni un po’ anche Lei.</p>
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		<title>Per Pontiggia II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2003 09:20:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[diego de silva]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe genna]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe pontiggia]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek La testimonianza che mi ha mandato Diego de Silva – pezzo pubblicato sul “Mattino”, ma Diego ci teneva che avesse vita più lunga e meno ufficiale &#8211; mi ha acuito una sensazione che avevo da giorni. Qualcosa di sorprendente è emerso con la morte di Giuseppe Pontiggia, qualcosa che va oltre allo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>La testimonianza che mi ha mandato Diego de Silva – pezzo pubblicato sul “Mattino”, ma Diego ci teneva che avesse vita più lunga e meno ufficiale &#8211;  mi ha acuito una sensazione che avevo da giorni.<br />
<span id="more-74"></span><br />
Qualcosa di sorprendente è emerso con la morte di Giuseppe Pontiggia, qualcosa che va oltre allo shock per una scomparsa improvvisa e che non coincide con il compianto universale che si è levato per ricordare un autore celebre. Un dolore condiviso, un dolore semplice.<br />
L’eruditissimo letterato Pontiggia, lo scrittore che continuava a raffinare il suo <em>understatement </em>stilistico (cioè etico e conoscitivo), sapeva parlare del dolore, voleva, con i suoi modi e i suoi mezzi, farlo percepire nelle sue pagine. Lo ammette giustamente anche Giuseppe Genna (su www. clarence.com/spettacoli/cultura/societamenti) scrittore diversissimo per tutto, che infatti annuncia di voler fare i conti con i limiti dell’atteggiamento di Pontiggia e dei suoi coetanei. Non è dunque il solito scaramantico <em>de mortuis nihil nisi bonum</em>: è almeno rispetto. Ma un rispetto che – mi sembra- riguarda quell’unità che si definiva un tempo di “vita e opera”, e se fosse così, sarebbe piuttosto eccezionale.<br />
Per quel che mi riguarda: Pontiggia, a mia insaputa, ha proposto il mio primo libro al premio Bagutta e mi ha chiamato la sera alle dodici quando è passato alle votazioni. Era felice. Non mi ha mai chiesto niente in cambio, ossequi men che meno. Non l’ho mai invitato a casa mia né viceversa. L’ho visto tre o quattro volte, cinque o sei gli ho parlato al telefono (di solito per ringraziarlo), ho dei libri suoi con delle dediche pensate e piene d’affetto e le lettere di cui parlava Raul. Potevo, a parte i pochi contatti in più, scrivere semplicemente: vedi Raul Montanari.<br />
Non so come facesse a ricordarsi di tante persone, a starci dietro: so che è difficile pensare chi potrà calcare le sue orme fra quelli che sono nati dopo, con modi anche più militanti, come auspica Genna, o comunque diversi. (Ai tempi dell’università una mia amica mandò cinque poesie piuttosto belle ma per nulla simili alle sue a Franco Fortini e ricevette in riposta delle lunghe lettere di lacerata dialettica fortiniana). Ma anche se ci fosse qualcuno con gli stessi temperatissimi modi lombardi e borghesi dello scrittore chiamato Peppo sarebbe già molto di più di quanto mi pare di vedere. Quelli che vengono dopo per anagrafe – Tabucchi, de Luca, Vassalli ecc.- non sembrano includere nei compiti di uno scrittore qualcosa che vada oltre allo scrivere.<br />
Per l’idea che mi sono fatta di persona, attraverso amici comuni e anche attraverso la sua scrittura, Pontiggia era un uomo che aveva ripulsa delle dissonanze, dei conflitti, delle inimicizie. Ma era anche uno scrittore che provava ancora curiosità e entusiasmo per la letteratura, uno a cui dava semplicemente piacere scoprire che in Italia ci fossero libri e autori nuovi in cui riporre una certa fiducia. Ed è anche per questo che scriveva le sue cartoline esegetiche, che mandava a mezzo mondo i suoi libri con dedica. Lo scrittore che amava i classici aveva cura del futuro.<br />
Un dolore condiviso non comporta nessuna visione unitaria, ufficiale. Quando questa si sarà formata, il dolore non ci sarà più. Non c’è bisogno di trarne nessuna direttiva morale, però mi sembra che questo dolore indichi una necessità. Bisogna che noi “giovani” ci prepariamo a rispondere all’interpretazione globale del compito di uno scrittore interpretato da Peppo Pontiggia. Secondo la nostra etica, estetica ecc. molto o poco diverse dalla sua, ma da scrittori veri, da scrittori adulti. Non è una questione di stile né di look, è una questione di sostanza, di forza, di volontà che questo nostro lavoro possa sensatamente essere continuato.</p>
<p>_____________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese – Luglio 2003&#8221;</em></p>
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		<title>Per Pontiggia I</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/07/03/per-pontiggia-i/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2003 09:08:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Diego de Silva Nel dare la notizia della morte di Giuseppe Pontiggia, un nostro telegiornale, dedicandogli un breve servizio, ha informato il pubblico che uno dei più apprezzati libri dello scrittore venuto improvvisamente a mancare s’intitolerebbe “Vite di uomini illustri”. Io mi trovavo a Berlino, incollato al televisore di una stanza d’albergo, avvilito da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Diego de Silva</strong></p>
<p>Nel dare la notizia della morte di Giuseppe Pontiggia, un nostro telegiornale, dedicandogli un breve servizio, ha informato il pubblico che uno dei più apprezzati libri dello scrittore venuto improvvisamente a mancare s’intitolerebbe “<em>Vite di uomini illustri</em>”.<br />
<span id="more-73"></span><br />
Io mi trovavo a Berlino, incollato al televisore di una stanza d’albergo, avvilito da quella morte inattesa e frustrato dalla lontananza. Dopo vari tentativi ero riuscito a sintonizzarmi su un canale italiano, e per quanto a terra fosse il mio umore, la stecca del giornalista televisivo è riuscita a farmi sorridere, non so più se per l’amarezza o per il ridicolo.<br />
Quel libro (chi l’ha letto lo sa) s’intitola <u><em>Vite di uomini <u>non </u>illustri</em></u>: in quell’avverbio di negazione c’è non solo il senso del libro stesso, ma dell’intera opera di Pontiggia, sì che la sua omissione tradisce palesemente l’ignoranza del testo da parte di chi ne scrive.<br />
Mi sono chiesto, allora, che cosa avrebbe detto Peppo di uno strafalcione del genere. Ed è stato quello il momento in cui mi è mancato davvero. O in cui è cominciata per me la sua mancanza.<br />
Chissà, magari ne avrebbe riso, buttando la testa all’indietro e stringendo gli occhi, come faceva sempre. L’avrebbe fatto perché, in fondo, ne sarebbe stato infastidito. E lui sapeva usare l’ironia come lenitivo, facendone al tempo stesso una lente per osservare la realtà senza finzioni, con il garbo e la signorilità che gli erano naturali. Detestava queste piccole dimostrazioni di sciatteria intellettuale, l’approssimazione del mestiere, i gesti anche minimi d’incuria verso la parola e la complessità del vivere.<br />
Chissà, magari avrebbe tirato fuori uno dei suoi meravigliosi aforismi, refertando in una sola battuta lo stato attuale dell’industria dell’informazione.<br />
Oppure avrebbe superato l’incidente senza ridimensionarlo, andando semplicemente avanti, secondo la sua personale gerarchia delle cose di cui valeva la pena di occuparsi (ed era una delle sue più alte qualità: attribuire ad ogni dolore, ad ogni più piccola ferita dell’anima la sua dignità, farti sentire la sua mano sulla spalla e così aiutarti a ripartire).<br />
Chissà, insomma, cosa avrebbe fatto. Non lo saprò mai, semplicemente perché lui non c’è più.<br />
È esattamente questo, la morte. Ti toglie la parole che vorresti sentire, il gesto che non vedrai, il conforto di uno sguardo, l’impercettibile sollevazione di un sopracciglio, il significativo cascare di una spalla.<br />
Peppo era una di quelle persone di cui avevo bisogno. Dovevo sentirlo a scadenze più o meno regolari, raccontargli quello che facevo, sentire la sua versione della mia versione. Da lui ho avuto la fiducia dei miei mezzi, la serenità della perseveranza, e il coraggio della letteratura.<br />
Della sua parola sempre vicina e mai altisonante, della sua libertà intellettuale, del suo abbraccio, della felicità con cui gli ho visto stringere fra le mani il mio primo libro, sentirò per sempre la mancanza.</p>
<p>______________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese – Luglio 2003&#8221;</em></p>
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		<title>Domande a un logico matematico sulla guerra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/04/26/domande-a-un-logico-matematico-sulla-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Apr 2003 21:07:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Diego de Silva intervista Piergiorgio Odifreddi Piergiorgio Odifreddi è uno strano tipo di intellettuale. Insegna Logica matematica nelle università di Torino e Cornell. È un saggista molto apprezzato nel suo campo, tant’è che i suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale. Scrive su diversi giornali. Parla spesso di numeri, specie quando parla d’altro. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Diego de Silva </strong>intervista <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong></p>
<p>Piergiorgio Odifreddi è uno strano tipo di intellettuale. Insegna Logica matematica nelle università di  Torino e Cornell. È un saggista molto apprezzato nel suo campo, tant’è che i suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale.<br />
<span id="more-27"></span><br />
Scrive su diversi giornali. Parla spesso di numeri, specie quando parla d’altro. Ha una cultura vasta e dal sapore giovane, che porta in giro con leggerezza. Ma il bello è che se gli fai una domanda, su quello che ti pare, vieni letteralmente investito da una raffica di riflessioni, racconti, battute spiritosissime, analisi politiche e sociologiche, notizie che non immaginavi di poter apprendere dalla viva voce di un professore di matematica. Visto che una delle sue passioni è la politica, e che ha vissuto a lungo in America, ho pensato di chiamarlo per chiedergli qualche considerazione sulla guerra in Iraq.</p>
<p><em>Partiamo dal sottoscala: che cos’è una guerra?</em></p>
<p>Direi il tentativo di risolvere un conflitto d’interessi in maniera cruenta. In questo cerco di rifarmi alla teoria dei giochi, una teoria matematica che esamina le situazioni di conflitto e studia le mosse possibili per risolverle. La guerra ovviamente non è un gioco, benché si parli spesso di “giochi di guerra”. Ma il problema della guerra, come strumento di risoluzione del conflitto, è che si muove nel peggior modo possibile, cioè con gli armamenti, non con la diplomazia e la ragione.</p>
<p><em>Perché si fa una guerra? E perché <u>questa</u> guerra?</em></p>
<p>Credo che la motivazione sia quella di sempre: l’instaurazione o la conservazione del potere politico ed economico. Vogliamo credere che la guerra in Iraq sia stata combattuta per i fini dichiarati pubblicamente (la difesa dalle armi di distruzione di massa, la lotta al terrorismo, alla dittatura), ma purtroppo non c’è niente di più falso. Ci sono dei documenti (disponibili anche in rete, sul sito www.newamericancentury.org) da cui risulta che nel 1998 un gruppo di politici, pensatori, ex – ambasciatori e professori scrisse una lettera a Bill Clinton dicendogli che era necessario attaccare l’Iraq e sarebbe stato del tutto inutile cercare di convincere le Nazioni Unite a dar luogo a un’azione concordata e unanime: esattamente quello che poi è successo. La cosa interessante è che tra i firmatari di questa lettera figurano i nomi di Rumsfeld e Wolfowitz, attuali segretario e vicesegretario alla difesa; e Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti: ci troviamo di fronte – è chiaro – ad un’azione pianificata da anni. Ma c’è di più: continuando a navigare nel sito, troviamo un articolo che Rumsfeld pubblicò sul New York Times (dunque un testo nemmeno segreto; assolutamente palese) dove affermava che bisognava che gli USA cominciassero a pensare a fare guerre <em>preventive </em>(altro <em>che dottrina Bush</em>: sono teorie vecchie di dieci anni almeno, venute proprio da quelli che oggi sono nell’attuale amministrazione americana), e proponeva questa dottrina come uno dei mezzi per asserire la supremazia statunitense nei confronti di quella che chiamava l’EURASIA (cioè l’insieme composto da Europa, Russia e Cina). Ora, se andiamo a vedere chi, nel consiglio di sicurezza dell’ONU si è opposto a questa guerra, troviamo proprio l’Europa (perlomeno per bocca di Francia e Germania), la Russia e la Cina. Questi, dunque, sono i veri motivi dell’attacco: il governo degli USA non ha fatto altro che portare avanti il suo PNAC, il piano del nuovo secolo americano.</p>
<p><em>Quindi anche tu ritieni, come ha recentemente dichiarato la scrittrice americana Susan Sontag, che l’intervento in Iraq abbia segnato l&#8217;avvio di una nuova politica estera, ossia di un&#8217;espansione militare da parte dell&#8217;America?</em></p>
<p>Certo. E tuttavia – questo va detto correttamente – sussistono dei reali motivi di preoccupazione da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente: secondo le previsioni, nel 2010 ci dovrebbe essere una crisi energetica, e nel 2017 la Cina raggiungerà uno sviluppo industriale, militare ed economico sufficiente a a renderla una minaccia concreta per l’occidente, facendole prendere il posto che aveva la Russia prima della sua dissoluzione. Queste date non sono così lontane, ed è chiaro che dal punto di vista dell’amministrazione americana la guerra preventiva rappresenti il mezzo per assicurarsi le risorse energetiche.</p>
<p><em>Cosa pensi delle polemiche sull’illegalità dell’intervento?  </em></p>
<p>La verità è che le Nazioni Unite hanno deciso l’intervento militare soltanto due volte: in Corea negli anni ‘50 e con la prima guerra del Golfo nel 91, oltre all’intervento in Afghanistan. Tutte le altre guerre sono sempre state combattute contro o senza il parere favorevole del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, compresa la guerra del Kosovo, che oggi la sinistra si trova nella difficoltà di dover giustificare. Su questo punto la destra ha perfettamente ragione: non si può venire a dire, oggi, che si è contro la guerra perché le Nazioni Unite non l’hanno autorizzata, quando tre o quattro anni fa si è fatta esattamente la stessa cosa.</p>
<p><em>Pensi che la guerra aumenterà il rischio di attentati terroristici?</em></p>
<p>Per niente. Questo tipo di paura è un effetto tipico dei mezzi di <em>distrazione di massa</em>. Il terrorismo, nella sua intera storia – <em>intera </em>–  ha fatto 15.000 morti in tutto il mondo (e tremila di questi sono vittime dell’attacco dell’undici settembre). In Italia muoiono 120.000 persone all’anno per consumo di tabacco e alcool. Se ci interessano le vite umane, quindi, è altrove che dobbiamo guardare. In Congo, oggi, c’è una guerra che ha già fatto tre milioni di morti. Di quelli non sappiamo nulla, perché non se ne parla. Le nostre opinioni dipendono dai media, e in base a quello che ci dicono ci facciamo un’idea del mondo che è quasi sempre distorta. Riguardo al pericolo Saddam, ad esempio, c’è una considerazione che mi interessa molto, come logico: se Saddam avesse tirato fuori delle armi pericolose e avesse opposto una resistenza militare, avrebbe provato che l’intervento era giustificato. Il fatto invece che non le abbia usate e che l’Iraq sia caduto nel giro di poco tempo, è la dimostrazione che l’intervento non era giustificato per niente.</p>
<p><em>Quale peso ritieni abbia avuto l’opinione pubblica sullo svolgimento della guerra?</em></p>
<p>Con un’amministrazione fondamentalista come quella di Bush, credo che le reazioni pubbliche contino veramente poco. Di certo, però, la manifestazione del 22 marzo a New York, la città più colpita dal terrorismo, che raduna un milione di persone per le strade, con le associazioni delle vittime dell’11 settembre in prima fila che dicono che non è con la guerra che si onorano i loro morti, è un segnale interessante e positivo. Quello che ancor più colpisce sul piano politico è che questa è la prima volta che una guerra scatena delle divisioni così profonde tra i paesi che direttamente o indirettamente la combattono. Mai prima d’oggi l’occidente era stato così diviso su questo tema.</p>
<p><em>Ti senti un pacifista?</em></p>
<p>Assolutamente no. So bene che il potere si prende e si conserva in maniera militare. Tutte le guerre di liberazione, del resto, sono basate sulla forza. Chi si dichiara pacifista deve accettare la possibilità di non prendere il potere, se lo vuole, e di perderlo se ce l’ha. Il Dalai Lama l’ha detto chiaramente: noi tibetani siamo così pacifisti che abbiamo perso il nostro paese. Se non accetti di usare le armi, quelli che le usano avranno sempre la prevalenza su di te.</p>
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