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	<title>Dimentica il mio nome &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Idiosincrasia dell’inadeguatezza: Zerocalcare, c’est moi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2014 13:00:03 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giulia Scuro</strong></p>
<p>Zerocalcare dichiara di aver scelto la propria firma per caso. Il fumettista Michele Rech, noto a un pubblico in costante aumento, utilizza lo pseudonimo suggeritogli da uno slogan pubblicitario. Per questo motivo, e poiché l’autore di <em>Dimentica il mio nome</em> dedica proprio ai nomi il suo ultimo graphic novel, in libreria dal mese di ottobre, ho deciso di ripensare al suo lavoro attribuendo un peso specifico allo zero e al calcare, efficaci chiavi di lettura che compongono lo pseudonimo e sulle quali si fonda, a mio parere, anche la sua poetica.<br />
<em>Dimentica il mio nome</em> è un’opera in parte autobiografica. L’autore stesso ha ribadito più volte quanto gli sia costato lavorare sulla propria famiglia, e cosa abbia significato per lui, ma questo non ha meravigliato i lettori abituali perché Zerocalcare è solito prendere spunto dalla propria vita, sia nelle tavole che hanno iniziato a comporre il suo <a href="http://www.zerocalcare.it/">blog</a> nel 2011, sia nelle opere pubblicate in precedenza. In quest’ultimo lavoro si può dire che Zero raggiunge l’acme della sua verve autobiografica, toccando le corde del romanzo di formazione: la retrospettiva dei ricordi di infanzia, attraverso la morte della nonna, rende il lutto l’evento “zero” da cui ripartire per considerare le tappe e i significati della staffetta generazionale matrilineare che hanno caratterizzato la <em>Weltanschauung</em> del protagonista.<br />
La maternità occupa in questo fumetto di formazione un ruolo fondamentale e quasi sostituisce la cinica ineffabilità dell’abituale, onnipresente armadillo, prodotto subcosciente che stimola nell’autore l’auto-indulgenza alla sottrazione sociale. In questo fumetto assistiamo alla nascita dell’animale-spalla di ZC e risulta evidente quanto l’armadillo e la madre siano personaggi antitetici: rispetto al primo, la madre è il simulacro della costruzione e della protezione disinteressata; baluardo della crescita per il giovane Zero, nonché spauracchio del suo complesso generazionale, è lei a insegnargli, nelle tavole conclusive dell’opera, che il nome anagrafico può essere dimenticato e che a volte la ricerca dell’identità personale trae giovamento proprio dal superamento delle etichette imposte, il che valorizza la scelta di un nome d’arte.<br />
Lo pseudonimo fortuito che sovrappone l’autore al personaggio – utilizzato sia in forma assoluta, sia come nome e cognome, a seconda che lo si chiami Zero, Calcare, Calcà, Zé, Sig. Calcare o per intero – racchiude le principali strategie dialettiche dell’artista. Innanzitutto, vale la pena soffermarsi sul “calcare”: i grandi temi di ZC sono caratterizzati dall’essenzialità del residuo e argomentano ciò che si incrosta nei lunghi minuti della giornata; non a caso le ore serali o notturne, quelle dell’inadempienza, occupano molte tavole, mentre altre, numerose, sono dedicate agli interstizi temporali, come i viaggi in treno, le attese in aeroporto o le telefonate. In <em>Un polpo alla gola</em> il momento più importante nella vita scolastica del piccolo Zero è l’intervallo: è quello lo spazio in cui hanno luogo gli eventi decisivi.<br />
Zerocalcare fonda in questo modo una filosofia dell’interstizio, del calcare che si deposita nel fondo del quotidiano. S’impone un’attitudine alla serialità, alla rappresentazione autobiografica di ciò che è incondizionato, che assomiglia a un grado Zero di barthesiana memoria del genere fumettistico. La scrittura calcarea è a latere, la stessa formazione di Calcare avviene a uno stadio “zero”; sia chiaro che non si parla di una mancanza di positività o negatività legate a una qualsiasi chiave di merito o demerito, ma piuttosto di una predisposizione idiosincratica alle curve, agli alti e ai bassi, per cui i rilievi possono essere solo quelli minimi e polverosi del deposito inerte.<br />
La cultura di gruppo è quella che permette al protagonista di non soccombere all’interno del suo quartiere, Rebibbia, dove la singolarità è duramente punita. Rebibbia, territorio predisposto al controllo perché ospita uno dei carceri più grandi d’Europa, ha un valore simbolico per l’autore, che non perde occasione di parlarne: essendo un capolinea della metro B di Roma, è un luogo in cui, se si arriva, si resta – a volte anche contro la propria volontà, come in carcere; non è un luogo di passaggio interstiziale, ma di partenza o di arrivo. Questo posizionamento nella cinta romana è spesso sottolineato da Zero e probabilmente è il principale tra i requisiti che rendono Rebibbia capace di creare in lui quel sentimento di appartenenza per il quale gli è difficoltoso qualsiasi spostamento.<br />
Ma come si risolve il paradosso per cui i due principali coefficienti nello pseudonimo si annullano? La soluzione è proprio nella convivenza di due tensioni volitive: la gioventù raccontata dall’autore/personaggio è quella intrappolata tra il raggiungimento di standard impossibili e la dipendenza da droghe facili e accessibili come videogiochi e serie tv. Zero ritrae un profilo in genere sommerso, quello della idiosincrasia dell’inadeguatezza: sintesi per cui si teme l’inadeguatezza più di ogni altra cosa ma, al contempo, è la stessa inadeguatezza a fungere da schermo e a mantenere giovani. L’<em>élan</em> giovanile è mediato da una serie continua di POSTICIPA simili a quelli proposti dalla sveglia del cellulare e a cui Zero fa riferimento in <em>Dimentica il mio nome</em>; lo stesso carcere diventa per l’autore una “fabbrica d’attesa”.<br />
Il blog condiziona la percezione della vita reale del fumettista, consentendo al lettore l’immedesimazione. ZC assume il grado zero del trentenne: ambizioso ma modesto, pigro ma impegnato, socievole ma solitario. E così facendo capovolge la dimensione fumettistica: se le storiche strisce dei quotidiani rappresentavano l’evasione dalla realtà, ora, all’interno dell’iperspazio informativo di Internet, in cui non ci sono certezze né mezzobusto 2.0, la quotidianità zerocalcarea è più che mai realistica e mette in luce quelle piccole, segrete, talvolta inconfessabili debolezze e malignità che ognuno cova dentro di sé.<br />
Zerocalcare, <em>c’est moi</em>! L’ipersoggettivismo che nei fumetti è solitamente posto in secondo piano rispetto alla mimesi supereroica diventa con ZC il presupposto per raccontare un nuovo modello formativo. Sarà per questo che in <em>Dimentica il mio nome</em> i riferimenti puramente fumettistici (vedi le volpi e i fantasmi del passato) sono solo l’escamotage dell’autore per non rendere troppo espliciti i misteri familiari. Al lettore è lasciato lo spazio di riempire i buchi nella memoria del personaggio: anche se inizialmente questi hanno impedito a Zero di crescere, è nella necessità di colmarli che va ricercata la fonte della sua immaginazione e di un &#8211; adesso sì &#8211; personale e privato percorso identitario.</p>
<p>[<em>disegno d&#8217;apertura per gentile concessione dell&#8217;autore</em>]</p>
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