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	<title>dino buzzati &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés__Motivetto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/03/mot_cle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jan 2021 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dino buzzati]]></category>
		<category><![CDATA[Gino Paoli]]></category>
		<category><![CDATA[Inside Out]]></category>
		<category><![CDATA[Le precauzioni inutili]]></category>
		<category><![CDATA[motivetto]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Oriana Scarpati]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Motivetto di Oriana Scarpati Gino Paoli, Senza fine -&#62; play ___ ___ Da Dino Buzzati, “Le precauzioni inutili”, in Id., Sessanta racconti, Mondadori, Milano, 1958 Ora che lui è partito, e non si farà vivo più, scomparso, cancellato via dal quadrante della vita esattamente come se fosse morto, a lei, Irene, non resta che armarsi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Motivetto</strong><br />
di <strong>Oriana Scarpati</strong></p>
<p style="text-align: right;">Gino Paoli, <em>Senza fine </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=loCYkVr26wE&amp;feature=youtu.be">play</a></p>
<p>___</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="SRoP4AN-cN4"><iframe loading="lazy" title="Inside Out - All Tripledent Gum Commercial scenes" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/SRoP4AN-cN4?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>___</p>
<p>Da Dino Buzzati, “Le precauzioni inutili”, in Id., <em>Sessanta racconti</em>, Mondadori, Milano, 1958</p>
<p>Ora che lui è partito, e non si farà vivo più, scomparso, cancellato via dal quadrante della vita esattamente come se fosse morto, a lei, Irene, non resta che armarsi di tutto il coraggio che una donna può chiedere a Dio e sradicare tutti i rami per cui quello sfortunato amore si è attaccato alle sue viscere. È sempre stata una ragazza forte, Irene, questa volta non sarà da meno.<br />
È fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. Un poco più magra, più pallida, più diafana, però leggera, col languore soave della convalescenza dentro cui già palpitano vaghe illusioni nuove. Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con se stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttar via i vestiti indossati quando c’era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile, sbarazzarsi dei libri che anch’egli aveva letto e la comune conoscenza stabiliva una complicità segreta, vendere il cane che ormai aveva imparato a riconoscerlo e gli correva incontro al cancello del giardino, abbandonare le amicizie che erano appartenute a entrambi, cambiare perfino casa perché a quel camino lui una sera si era appoggiato con un gomito, perché un mattino quella porta si era aperta, e dietro era apparso lui, perché il campanello della porta continuava a dare lo stesso suono di quando lui veniva, e in ogni stanza le sembrava così di riconoscere una misteriosa impronta. Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.<br />
Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato, non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L’ha fatto. Ed è stata guarita. Ora è mattino, con un bel vestito azzurro che la sarta le ha appena mandato, Irene sta per uscire di casa. Fuori c’è il sole. Lei si sente sana, giovane, tutta lavata dentro, fresca come quando aveva sedici anni. Felice addirittura? Quasi.<br />
Ma da una casa vicina viene una breve onda di suono. Qualcuno ha la radio accesa o fa andare il grammofono, e una finestra è stata aperta. Aperta e poi subito chiusa.<br />
È bastato. Sei o sette note, non di più, la sigla di un vecchio motivo, la sua canzone.</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dino Buzzati, la Luna e Dio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/09/18/dino-buzzati-la-luna-e-dio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Sep 2019 05:09:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[1969]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Montefameglio]]></category>
		<category><![CDATA[dino buzzati]]></category>
		<category><![CDATA[Luna]]></category>
		<category><![CDATA[sbarco sulla luna]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Montefameglio &#160; Il 17 ottobre 1958 appare sul Corriere della Sera un articolo suggestivo. Il titolo è Se si scoprisse che la luna è molto più lontana del previsto, la firma è quella di Dino Buzzati e il testo consiste in uno dei più celebri tra gli “articoli lunari” che lo scrittore bellunese [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Montefameglio</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 17 ottobre 1958 appare sul <em>Corriere della Sera</em> un articolo suggestivo. Il titolo è <em>Se si scoprisse che la luna è molto più lontana del previsto</em>, la firma è quella di Dino Buzzati e il testo consiste in uno dei più celebri tra gli “articoli lunari” che lo scrittore bellunese redasse tra gli anni Cinquanta fino al momento dello sbarco.<span id="more-80571"></span> Sul giornalismo di Buzzati, Montanelli si espresse assai acutamente, individuando una caratteristica che ancora oggi ne risulta un timbro specifico e originale: la censura (e «solo un cretino si può mettere a fare il censore») di fronte ad esso non aveva armi. Perché se gli articoli trattavano ad esempio – così almeno nel riferimento di Montanelli – di battaglie navali, il censore non sapeva nemmeno in quale secolo si era svolta la battaglia, perché Buzzati ne aveva fatto «una favola», l’aveva trasfigurata dalla mera vicenda reale. Questo rendeva Buzzati, però, «l’unico che riuscì a raccontare delle battaglie navali». Di fatto, questa arguta indicazione montanelliana ci invita a ragionare su una capacità di trasformare il mero fatto tipica del Buzzati giornalista che, senza rischiare di scadere nella fantasia fine a se stessa o, peggio, nel <em>fake</em>, riesce a farsi portatrice di una forza, quella di realizzare una “cronaca della meraviglia”, di mettere in pratica una visione dell’evento che esuli dalla semplice cronaca per giungere a <em>interpretare</em> profondamente tale evento. Per dirla gaddianamente, di fronte alla <em>baroccaggine</em>, alla complessità del mondo, sono le armi della letteratura e dello stile letterario a occorrere, non quelle del cronista. È così che tra il Buzzati scrittore e il Buzzati giornalista, come in pochi casi felici della letteratura italiana, non si crea nessuna idiosincrasia: quella di Buzzati è una “letteratura giornalistica” <em>tout court</em>. Come ben sottolinea Andrea Oppo a riguardo, le memorabili cronache buzzatiane dello sbarco lunare sono un vivo esempio di quest’arte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è tanto un lavoro scrupoloso sul Buzzati giornalista quello che facciamo (su questo riportiamo agli atti del convegno di Feltre e Belluno che si tenne nel 1995 pubblicati nel 2000) né specificamente ci occupiamo degli “articoli lunari” di Buzzati (su cui abbiamo le ottime pagine di Rosanna Maggiore) perché in occasione dei recenti cinquant’anni dall’impresa lunare del luglio 1969, non è solo la Luna dell’Apollo 11 a interessarci, ma un atteggiamento tipico della letteratura di Buzzati di riflettere sull’esperienza lunare come esperienza del limite e del superamento di quel limite che la Luna ha rappresentato e tutt’oggi rappresenta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Se si scoprisse che la luna…</em> è un articolo stimolante per molte ragioni. La prima, abbastanza evidente, è contenuta già nel titolo, squisitamente buzzatiano. Quello che Buzzati esprime attraverso il titolo è un presentimento (molta della sua letteratura è, di fatto, una letteratura del presentimento). Raggiungere la Luna, d’altra parte, è nel ’58 ancora solo una possibilità. Poter osservare «il retro del satellite, l’altra faccia misteriosa» sembra essere per Buzzati l’esito di una pizzicante curiosità, quasi metafisica. La seconda ragione invece è tutta letteraria (la Maggiore la ricostruisce splendidamente), perché l’articolo gioca su un rovesciamento leopardiano, di fatto prendendo spunto da alcuni temi lunari propri di Leopardi (<em>in primis </em>il <em>Canto notturno</em>) per ribaltarli: la vergine, sapiente Luna di Leopardi diventa, in Buzzati, una Luna vecchia, butterata e ignorante. Si intravede però anche la possibilità che un’effettiva riuscita dello sbarco possa coincidere anche con la caduta dell’aura poetica di quello che è di fatto un mito irraggiungibile (cosa che a sbarco avvenuto per Buzzati effettivamente accadrà). Per ciò che riguarda la passeggiata sulla Luna, d’altra parte, di fronte ad essa le passeggiate di Colombo, Marco Polo e Ulisse non risultano altro che passeggiate «in giardino». Buzzati, inoltre, auspica in cuor suo che l’uomo sulla Luna non metta piede mai. Conferma di questo l’abbiamo nel ‘69 quando, nell’occasione di un altro articolo lunare, <em>Non deluderci, Luna</em>, Buzzati afferma come speri di fatto che di fronte all’uomo-Ulisse, vicino al raggiungimento del suo scopo, «la Luna se ne vada», si allontani, sprofondi nello spazio silenzioso e sconfinato, non diventi altro che «una palla, una pallina, un lume, un lumicino, un punto di luce, e poi più niente».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È evidente che, in qualche modo, Buzzati prenda la Luna, tanto nella sua declinazione letteraria quanto in quella concreta del vicino sbarco, come un’occasione non solo poetica, ma filosofica e antropologica, di discutere della possibilità umana di valicare certi confini. Curioso che il 1958, data del primo articolo che abbiamo menzionato, è anche quella che dà titolo a un racconto brevissimo, tanto incantevole quanto inquietante, intitolato <em>24 marzo 1958</em> e apparso già nell’antologia <em>Il crollo della Baliverna</em> del 1954 (oggi è sfogliabile nei <em>Sessanta racconti</em>). In questo racconto fantascientifico si racconta meglio che altrove il tentativo dell’uomo di avventurarsi oltre i confini segnati dalla propria terra. La narrazione ha come protagonisti tre satelliti lanciati nello spazio tra il 1955 e il 1958 e che «ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi». Quello che osserviamo tramite lo sguardo dell’ottuagenario Forrest, che ideò i satelliti e che ora li osserva ansiosamente durante «insonni notti di asma», è nient’altro che il risultato di un fallimento umano. Forrest vede sbucare dal cornicione ora il primo satellite, ora il secondo, ora il terzo e, con l’occhio puntato su un piccolo telescopio, «guarda, guarda, per ore». Il suo gesto ricorda un po’ quello di Galileo che, agli albori della modernità, fissa meravigliato per la prima volta gli irraggiungibili crateri lunari, seppure un Galileo rovesciato, rassegnato di fronte alla possibilità, un giorno, di raggiungerli. C’è chi, d’altra parte, la Luna la osserva e la sogna e chi vi passeggia sopra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il primo satellite – Hope, la “speranza” – ha la forma di una «tozza matita» argentata, di cui se ne osserva solo una metà, proprio come la superficie lunare. «Appeso, dimenticato e morto» gira assieme ai corpi degli astronauti, che riposano dentro di esso. Così Lois Egg, dedicato alla Lois il cui cadavere giace assieme a quello del marito nel satellite omonimo, il secondo, liscio, ellittico, arancione. Infine Faith, la “fede”, fede in Dio, certo, ma anche nel ritentare l’impresa impossibile già due volte fallita, giallo e nero, con i suoi cinque uomini, di cui abbiamo ricordo nei «cinque diversi cimiteri, sparsi sul nostro piccolo mondo, cinque tombe vuote». Come è già possibile intuire, l’esperienza di valico del limite coincide, in questo racconto buzzatiano, con un’esperienza di morte e di silenzio. La data che dà titolo al racconto non è la data di ambientazione dello stesso, che è il 1975, bensì proprio quella di quest’ultima tragica spedizione, che Forrest ricorda angosciosamente mentre osserva i veicoli. Provo personalmente per queste pagine una forma di <em>thauma</em> che poche volte ho sperimentato in letteratura: non riesco a togliermelo dalla testa, sono profondamente angosciato da esso. Il fatto che scuote terribilmente il cuore del lettore compare quando Buzzati racconta gli esiti delle rispettive missioni spaziali, le quali hanno tutte in comune di essere terminate con una voce mozzata, quella degli astronauti nel tentativo di comunicare una frase indicibile, un misterioso messaggio che azzarda a descrivere una visione straordinaria e disumana. <em>What a sound…</em>, il primo, <em>an odd…</em>, il secondo, <em>damm it, but here we have got in…!</em>, il terzo. E poi il silenzio. L’apparente gioco di sinestesie ci fa comprendere che mentre Hope entra in contatto con un suono letteralmente inaudito e laddove Lois Egg ha di fronte la visione di qualcosa di eccezionale, è proprio Faith a essere stato protagonista della vera esperienza fisica di quel “luogo” oltreumano che il satellite, nel tentativo di superare i confini terrestri, incontra senza però riuscire ad accedervi. Il realismo di Buzzati – eccezionale – gioca cercando di riportare la tensione di queste pagine alla più viva concretezza («ci sono se li volete, in vendita, i dischi che riproducono tale e quale la famosa telefonata. La voce è limpida e tranquilla anche là dove esclama: “Accidenti, ma qui noi siamo capitati in…!”. E poi si ode il fruscio della puntina, nient’altro che uno spaventoso silenzio»). Di fatto le tre esperienze risultano analoghe, perché la risoluzione del mistero di quelle trasmissioni porta ad affermare come tutti e tre i satelliti siano stati protagonisti della medesima esperienza, ovvero quella di essere stati invasi da una musica di fronte a cui la nostra anima trema. <em>What a sound</em>, <em>an odd… </em>music, <em>vut here we have got in… </em>Paradise<em>!</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chi soffre della mia stessa malattia mentale, forse avrà fatto coincidere quella musica non tanto con una pitagorica e ancestrale musica delle sfere, bensì con <em>Ashes to ashes </em>di David Bowie, il “requiem” in cui Bowie (ri)racconta del suo Maggiore Tom, il protagonista che aveva accompagnato proprio i primi passi dell’uomo sulla Luna, molti anni dopo <em>Space Oddity</em> (proprio come Forrest osserva anni dopo, con sguardo funebre, i resti dei tre satelliti). Il messaggio dell’Action man, il tristissimo verso «<em>I am happy, hope you’re happy too</em>», i «<em>sordid details</em>», la nostalgia della «<em>early song</em>»… Major Tom è «confinato nell’alto dei cieli», in una solitudine cosmica, e se ne vuole tornare giù, sulla Terra. Ma per chi pensi che il paragone con Bowie sia del tutto profano, il brano buzzatiano dialoga splendidamente anche con Dante. Non solo perché è Buzzati stesso a citarlo, bensì perché i riferimenti teologico-cristiani richiamano direttamente gli ultimi versi di <em>Paradiso</em>, XXXIII, laddove – non c’è bisogno di ricordarlo – il tema dell’impossibilità di dire, di descrivere e di proferire parola di fronte alla visione di Dio da parte di una voce che, per quanto alta poeticamente, rimane drammaticamente umana, troppo umana, è uno dei veri protagonisti di questi versi danteschi. Ma in Buzzati vi è tutt’altro che la grande conclusione “umanistica” dantesca, la visione dell’effige dell’uomo nel cuore della luce divina, lo sguardo indimenticabile di Bernardo che spinge l’umile uomo-Dante nel cuore di quella visione, perché vi è persino il dubbio che quanto raccontato possa risultare una bestemmia, un’ingiuria di fronte a Dio. C’eravamo così vicini, alla casa di Dio… Il Paradiso coi suoi angeli se ne stava lì, a pochi passi dai quei satelliti, ma la «pulce delle pulci disseminate nell’Universo» non ha affatto giubilato della «meravigliosa vicinanza a Dio» e ora rimane appesa sulla calotta del cielo, destinata a restarvi per l’eternità e a un minuto da quell’eternità. Ecco il male del mondo per Buzzati, ecco il grande smarrimento terrestre. Invece di gioire di questa vicinanza l’uomo ne è quasi offeso, come un «cagnolino randagio» di fronte a un danese di gran razza, come un bifolco che costruisce il «suo tugurio» a pochi passi dal palazzo del re. E quella musica celeste non è nient’altro, per l’uomo, che un estremo pericolo mortale. L’esito, come immaginiamo, è un pessimismo cosmico (ancora) di leopardiana memoria: il confine ultimo del mondo, seppure così vicino, ci è vietato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È qui che Buzzati cita la Luna: «l’uomo è triste. Mai come ora egli ha fissato gli sguardi nelle profondità delle valli dell’eternità, smarrendosi nel formicolio degli astri. Persino la Luna, che un tempo pareva una cosa nostra, ha riacquistato la severa maestà delle montagne inaccessibili». La storia dello sbarco sembra venire meno a questo pronostico buzzatiano e un autentico Forrest, in un 1975 reale, ricorderebbe di fatto quello che oggi viene rammemorato come uno dei più grandi successi dell’umanità – forse il più grande. La Luna <em>è</em> oggi, in qualche modo, <em>cosa nostra</em>. Perché allora Buzzati suona, nonostante tutto, così vero?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sergio Zavoli, in un’intervista a Wernher von Braun del 1965, espresse allo scienziato tedesco, che fu capo del programma spaziale americano, il timore che l’investigazione dello spazio potesse costare un prezzo alto da pagare per l’umanità. «Forse» rispose Braun, affermando poi, però, come «non ci sia niente di male nello spingere oltre la nostra indagine (a parte l’uso che sapremo farne)». Nell’intervista, Braun sembra interessato particolarmente all’aspetto religioso e teologico della questione. Lo scienziato esprime che comprendendo il regno di Dio <em>anche</em> il resto dell’universo e non solo la Terra, l’uomo non dovrebbe affatto porsi dei limiti. Perché viaggiare nella casa di Dio dovrebbe rappresentare un peccato? Come è legittimo per l’uomo spostarsi in una città o in un’altra, è legittimo anche esplorare il satellite lunare o, rivolgendo il discorso a questioni a noi più contemporanee, altri pianeti. «Credo anche che se Dio vedesse in ciò un male ci avrebbe dato un avvertimento, un segno della sua volontà» afferma Braun. Una visione teologicamente semplicistica, diremmo noi, ma forse risponderebbe meglio Buzzati: in Buzzati, infatti, il segno è stato dato eccome, ed è un segno nefasto. E il male sta proprio nella capacità del tutto umana, del tutto terrestre, di ignorare (e forse abusare) della vicinanza a Dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 22 luglio 1969, Buzzati scrive così in un articolo intitolato <em>Il momento sublime</em>: «Armstrong e Aldrin ci avevano portato in una sorta di aldilà che vedevamo con i nostri occhi e in cui tuttavia la nostra mente si smarriva». È un aldilà misterioso, certo, oscuro, ma al quale, ottimisticamente, possiamo adeguarci, che presuppone una capacità di ripensare il cosmo, forse persino razionalmente. Di certo però il fascino poetico, favolistico della Luna è svanito dal momento in cui il piede è stato posato sulla sua sabbia. Un anno prima, il 28 dicembre del 068, ne<em> La nuova speranza</em>, Buzzati rifletteva però sulle conseguenze del cambio di sguardo che ha avuto l’osservare per la prima volta nella storia dell’umanità la Terra dalla prospettiva lunare. La Terra, «la <em>faccia</em> di questo angusto isolotto su cui viviamo», diventava per l’uomo un punto proprio come lo era stato per secoli la Luna, «ma non era una <em>faccia</em> attraente». «Si distingueva anzi una specie di naso grosso e rapace, una bocca dura, due occhi carichi di malizia. Che lezione. Noi eravamo su quella specie di minuscolo pomo perso nell’eternità degli spazi, miliardi di esseri come me come voi rinserrati gli uni sugli altri che si guardavano in cagnesco, litigavano, protestavano, si ammazzavano». Guardando la Terra dalla Luna l’uomo si avvede dell’insensatezza del suo vivere terreno. Rispondo con le parole del nostro racconto, <em>24 marzo 1958</em>: «la Terra è diventata grande come una nocciola, una contristante prigione da cui non potremo più fuggire». Già allora – la citazione della Luna avviene pochi istanti dopo – Buzzati probabilmente si immaginava il cambio di prospettiva, dal momento in cui a guardare la Terra era l’Eterno, al di là (e aldilà) di quel confine che i tre satelliti non erano, nella finzione buzzatiana, riusciti a oltrepassare. L’uomo non è fatto per superare certi confini. Lo sappiamo dal modo in cui la letteratura di Buzzati riflette sui concetti di luogo e di spazio, lo sappiamo dal confine stabilito dal deserto de <em>Il deserto dei tartari</em>, lo sappiamo da <em>I sette messaggeri</em>, dove il limite (terrestre) orizzontale trasfigura pressoché sempre in un limite (eterno) verticale. E cosa c’è <em>al di là</em>, ammesso che l’uomo riesca a compiere l’impossibile passo? <em>An odd music</em>, «suonano e cantano, lassù» gli angeli, «e non esiste involucro grosso abbastanza – fosse anche spesso come la muraglia cinese – che possa chiudere il varco a quelle note, più belle di quanto noi possiamo sopportare». Ma d’altra parte quello di Buzzati è un mondo in cui persino i cani possono vedere Dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gianluca Garrapa intervista Peppe Millanta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/10/18/gianluca-garrapa-intervista-peppe-millanta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Oct 2018 12:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Vinpeel degli orizzonti, Peppe Millanta, Neo edizioni, 2017, pagg. 256     1. «Ma come farò a sapere se arriverà proprio a te?» «Se si tratta della mia storia, di certo arriverà a me» &#160; &#160; Gianluca Garrapa.: All’inizio non ero ben sicuro. Più volte ho rivisto la biografia dell’autore per capacitarmi che fosse proprio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong>Vinpeel degli orizzonti, Peppe Millanta, </strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Neo edizioni, 2017, pagg. 256</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-76256 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Immagine-scaricata_-Messenger_Lite-210x300.jpg" alt="" width="367" height="511" /></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1.</strong></p>
<p><em>«Ma come farò a sapere se arriverà proprio a te?»</em></p>
<p><em>«Se si tratta della mia storia, di certo arriverà a me» </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gianluca Garrapa.:</strong> All’inizio non ero ben sicuro. Più volte ho rivisto la biografia dell’autore per capacitarmi che fosse proprio un mio contemporaneo e connazionale a traghettarmi in questa narrazione, ho provato l’impulso di chiamare l’autore e ascoltare la sua voce:</p>
<p>come si può raccontare quella che, per comodità, si vuol chiamare favola, e in questo modo sbrigarsi a definire quello che non può darsi come categoria?</p>
<p>Perché hai scelto proprio questo modo di raccontare?</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Peppe Millanta:</strong> Perché credo nella potenza della fantasia, come mezzo per spiegare la realtà che abbiamo intorno. Spesso la fantasia viene intesa come un qualcosa di distraente, di ludico, quando invece riesce ad aprirci finestre e prospettive totalmente nuove sul mondo. La fantasia infatti riesce a ridurre ciò che è grande e a ingigantire ciò che è piccolo, donandoci occhi nuovi sulle cose e sulla realtà che ci circonda. Inoltre credo ancora nella potenza delle favole, tra le cui pieghe si possono nascondere messaggi e tematiche anche dense senza però appesantirsi troppo. Il modo di raccontare che ne è venuto fuori è un po’ frutto di queste due considerazioni e di una mia inclinazione a non prendermi mai troppo sul serio.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>G.G.:</strong> La follia, il mare, <em>Ma quello che ogni sera cercava sulla battigia di fronte casa, era il rumore del mare di una notte che avrebbe voluto rivivere per sempre, </em>la madre e la donna, l’allucinazione, l’oggetto parziale, la gamba di legno. Pare che questa favola nasca da un profondo travaglio esistenziale che l’autore riesce a trasformare in favola e, d’altra parte, una famosa psicanalista consigliava, ai suoi allievi che volevano diventare analisti, di leggere favole, filastrocche, ma anche Shakespeare e la grande poesia, quella, cioè, che parla di quel che non si riesce mai a parlare. Oh! quanta poesia in questo racconto che a volte ricorda, ma sempre per comodità d’intendimento, il Calvino delle storie che si intrecciano, o forse meglio dire entanglement. Millanta ha, e non sarò l’ultimo a confermarlo, il dono raro della fantasia. Il libro deborda. La società dello spettacolo che ha rimosso il desiderio a vantaggio delle immagini false. Il nastro dell’esistenza che si inceppa. <em>«Qui a Dinterbild è dove si finisce quando qualcosa inceppa le nostre vite…»</em></p>
<p>La struttura stessa della narrazione non è però ordinaria: capitoli brevi, sezioni separati da una sovra-storia che però si aggancia, nel senso, ancora e àncora, quantistico di entanglement, al plot principale e poi il finale-mongolfiera, per chi volesse andare altrove, proseguire altrove, in Internet, e non dimenticare e non vi dico come. L’oblio è un tema caro all’autore. La memoria, la mancanza di memoria.</p>
<p>In questa favola ho scorto un richiamo al nostro non molto favoloso paese che spesso dimentica la storia. È proprio così?</p>
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<p><strong>P.M.:</strong> Sicuramente si tratta di una storia, di una dinamica, di relazioni che portavo con me da parecchio tempo, anche se in maniera sommersa. Diciamo che mi sono accorto di quello di cui volevo parlare soltanto dopo, a libro finito. Era una storia che mi emozionava, e sono partito semplicemente da quello. Non c’è però nel libro alcun riferimento all’attualità. Volevo parlare a e di qualcosa di un po’ più intimo, che riguardasse la sfera personale più che quella collettiva. Questa maledetta incapacità a volte di sfiorarsi, di dirsi parole semplici come “Ti amo”, “ti voglio bene”, “scusa”, di impigliarsi l’anima l’uno in quella dell’altro per starsi e sentirsi più vicini. L’oblio è sicuramente una tematica a me cara. Ho sempre avuto il vizio di recuperare storie, di spolverarle e tirarle a lucido. L’oblio, la perdita di memoria, sono cose che mi terrorizzano, e raccontare storie è un po’ un argine contro ciò, per quanto tenero nella sua insensatezza.</p>
<p>P.S. Grazie per avermi fatto scoprire il significato di “entanglement”!</p>
<p><strong>3.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> <em>Ogni tanto si fermava e ne usava una per rovesciare qualche pezzo di legno nella speranza che fosse la sua gamba</em>: mi vengono in mente le osterie e certi personaggi di Moby Dick e di Melville in generale, il personaggio folle, di cui non voglio dire il nome, ci sarebbe potuto stare benissimo lì dentro, e anche mi torna in mente e al cuore la lettura del giovane Holden, il tono lieve di chi scavalca l’interiore e scivola sulla superficie delle cose.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cosa ci puoi dire dei tuoi riferimenti letterari?</p>
<p>E poi un’altra cosa: riguardo ai nomi dei personaggi e all’odonomastica (i nomi delle strade, della piazze ecc) e dunque all’ambientazione, come mai hai scelto (scelta che io ho apprezzato tantissimo e che mi fa pensare, non so perché, al regista e attore teatrale Eugenio Barba e al suo Odin Teatret) un altrove freddo e lontano dall’Italia?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>P.M.:</strong> Riferimenti letterari tanti, anzi tantissimi. Ho iniziato a scrivere a seguito di un furto in biblioteca (ormai il reato è prescritto e lo posso dire senza patemi). A 14 anni, dopo aver attinto per anni dalla libreria di famiglia, decisi di scegliere un libro da solo. Mi recai nella biblioteca della mia scuola, e fui attratto da un bel tomo verde che racchiudeva tutti i racconti di tal Dino Buzzati. Fui folgorato. Quella spremuta di vita in così poche righe, quelle metafore sul mondo mi lasciarono confuso e stordito. Per la prima volta sentii l’impulso di scrivere, di raccontare. Iniziai a emulare i racconti di Buzzati (anzi no, lo ammetto, tentavo disperatamente di copiarlo). Poi arrivò Calvino, e da lì mi si aprì tutta la letteratura francese: Boris Vian, Queneau, Perec. Gli autori americani, pur essendo lontani dal mio immaginario, sono stati una splendida scoperta. Twain, Dos Passos, la crudezza di Steinbeck e Hemingway, il modo di scrivere assurdo e incantevole di Faulkner. L’incontro però determinante fu con il Sud America. Marquez e Cortázar in particolare. Ma anche Manuel Scorza, Amado, Allende. Una fantastica galleria di storie assurde, esotiche, che mi facevano e mi fanno vibrare qualcosa dentro di piacevole. Fu con loro, e con Marquez in particolare, che capii cosa mi piaceva. C’è da dire però che per me la narrazione è un qualcosa che va al di là della letteratura. Credo sia formativo ascoltare il testo di un “Geni e lo zepelim” di Chico Buarque tanto quanto un “Calapranzi” di Pinter a teatro. Sono storie, tutte, che rimandano a immaginari e mondi da cui attingere e di cui nutrirsi. E quindi di riferimenti ne ho davvero tanti.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> <em>Davanti a lui, sopra i fornelli, la piccola tenda della finestra svolazzava, sollevata dall’aria calda della zuppa che bolliva. Vinpeel aveva visto quella scena almeno mille volte, eppure quel giorno, e in quell’attimo, quella danza assunse per lui un significato diverso: </em>Accade anche a chi legge, per lo meno a me è successo, di arrivare a percepire in modo diverso quel quotidiano fatto di nuvole e timori infantili, e luoghi affatto familiari, il perturbante che si annida nelle pieghe della buona ragione, accade di dire: è vero! non ci avevo mai pensato.</p>
<p>Non ci avevo mai pensato che il nastro della vita si possa inceppare perché smettiamo di ricordare. Rimosso. Difesa. Gabbia tipografica mutevole e imprevedibile. La fantasia della griglia tipografica sulla superficie della pagina dove l’essenza diventa forma, (ahimè, in questo luogo tipografico non è possibile ricollocare la scansione a cascata, quasi poetica del fraseggio, altrimenti avreste l’impressione di uno dei protagonisti, Selmer: <em>Selmer stava leggendo non da uno spartito musicale, ma da uno spartito di luci. Non c’erano note lì ma colori, non strumenti ma forme, non armonie ma cromie, ed era qualcosa che nessuno aveva mai visto.),</em> oppure il tentativo di rappresentare la musica sulla pagina:</p>
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<p><em>A partire fu un botto, seguito da un secondo, e poi da un</em></p>
<p><em>terzo, a intervalli regolari, come se fosse un metronomo.</em></p>
<p><em>BUM BUM BUM BUM</em></p>
<p><em>Selmer contò le due battute d’aspetto e diede il via ai musicisti</em></p>
<p><em>che iniziarono a suonare a tempo con gli scoppi.</em></p>
<p><em>BUM BUM BUM BUM</em></p>
<p><em>La musica andava e si mischiava a quei botti come fossero</em></p>
<p><em>strumenti dell’orchestra.</em></p>
<p><em>BUM BUM BUM BUM</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E non è sbagliato dire che la scansione musicale è molto presente considerando che il romanzo si apre con un Preludio, dopo che il testo e l’atmosfera sono stati accordati e avviati su quel <em>Devo andare, Devo andare </em>(questo refrain mi ricorda l’inizio dell’Amleto: Vendica tuo padre, Vendica tua padre, e tutta la tragedia vive di quest’impossibilità), sintagma che, lo capirete leggendo, dà il la a tutta la vicenda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come hanno influenzato la tua scrittura gli interessi musicali e la tua formazione teatrale</p>
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<p><strong>P.M.:</strong> Molto. Soprattutto la musica. Ma più che per la scrittura, per l’approccio alla vita. Per anni ho fatto (e continuo a fare) il musicista, sia di strada che in giro. È una cosa che ti costringe a girare parecchio, e ti mette a contatto con un sacco di persone e storie differenti. Storie lontane, diverse. Sembra un po’ un controsenso, ma fare il musicista insegna ad ascoltare chi hai davanti, a tentare di capirne e carpirne gli umori. È un qualcosa che non ti permette di chiuderti in te stesso, ma di avere sempre la percezione di un qualcuno che ti sta ascoltando a sua volta e da cui non puoi prescindere. Questo credo ti porti a scrivere in maniera più aperta verso un ipotetico lettore, e a non chiuderti e ad avvitarti su te stesso nella tua scrittura. Ti insegna, forse, che un pubblico c’è, e va affrontato sin dal momento della stesura del tuo libro. Anche il teatro ha avuto la sua importanza. Vengo da lì. Ho scritto numerosi spettacoli teatrali, e forse il fatto che la parte dialogica del romanzo sia così preponderante è un po’ una eco di questo pregresso. Il teatro ti costringe ad essere sintetico, a far passare il carattere, il desiderio, le ferite di un personaggio solo attraverso le sue parole. Il teatro non ammette descrizioni. Non ammette intorcinamenti interiori. Costringe all’azione molto più che il cinema.</p>
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<p><strong>5.</strong></p>
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<p><strong>G.G.:</strong> <em>«E perché?»</em></p>
<p><em>«Perché non capisco quello che mi accade. E allora mi paralizzo».</em></p>
<p><em>«Ma cosa ti accade, di preciso?»</em></p>
<p><em>«La Cosa».</em></p>
<p><em>«In che senso?»</em></p>
<p><em>«Sento le farfalle nella pancia che iniziano a sbattere le ali e che poi svolazzano per tutto il corpo, come impazzite. Io la chiamo così, La Cosa…»: </em>La Cosa. La chiama proprio così! allora voglio informarmi se questa Das Ding, filosofica e psicoanalitica, lui sa cosa è, o se il viaggio interstellare tra gli astri fermi qui sulla terra, lo abbiano condotto rabdomante tra le verità inconsce.</p>
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<p>Esiste tutta una letteratura psicoanalitica difficilissima che tenta di spiegare La Cosa, e tu sei riuscito a farlo con l’arte: credi che la poesia, il teatro, la musica e la scrittura possano anticipare le scoperte della scienza e della psiche?</p>
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<p><strong>P.M.:</strong> Più che spiegare, credo che compito dell’arte sia quello di trasmettere, di far capire più il “cos’è” che il “come funziona”. Ma si tratta in entrambi i casi di un processo creativo, che procede per vie tortuose. La maggior parte delle scoperte scientifiche avviene, più che grazie ad un metodo scientifico, grazie alla cosiddetta <em>serendipity</em>, cioè al trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. In letteratura e nelle arti in genere è più o meno lo stesso. Si sa a grandi linee dove si arriverà, ma neanche l’autore è certo del risultato finale. Si tratta quindi di due processi creativi molto simili, ma con finalità diverse. Non credo sia un caso se in passato la medicina fosse definita un’arte. Sicuramente alcuni grandi narratori sono stati in grado di anticipare i tempi, di offrire spunti sia alla scienza che alla psicologia (Dostoevskij è solo l’esempio più famoso), ma credo che il bilancio sia perfettamente in pareggio, in quanto non si contano gli scrittori che hanno rubato a loro volta alla scienza e alla psicologia. Si tratta di fenomeni umani creativi, ed è normale e giusto che si influenzino a vicenda.</p>
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<p><strong>6.</strong></p>
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<p><strong>G.G.:</strong> <em>Ogni cosa lì dentro era la traccia di un desiderio mai realizzato, di una speranza interrotta, di un sogno ad occhi aperti</em>. Poi, tremendamente, appare il desiderio che ha molto a che fare con il vuoto paralizzante della Cosa, con il godimento mortifero della Cosa, che solo l’arte riesce a costeggiare senza farci inghiottire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cosa è per te il desiderio e come ti aiuta nel tuo lavoro di scrittore e musicista? Ovviamente non ti chiedo come il desiderio ti ha condotto nel mondo del teatro. E dunque mi piacerebbe che tu ce lo dicessi J</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.M.:</strong> Il desiderio credo sia il motore dell’universo. Il “Volli, sempre volli, fortissimamente volli” dell’Alfieri credo sia alla base di tutto. Desiderare significa immaginare un’alternativa, un Altrove appunto, un qualcosa che ancora non c’è per il resto del mondo ma che c’è già in te. È il primo passo per il cambiamento, vitale, necessario. È uno sforzo innanzitutto di fantasia, il desiderio (per riallacciarci all’importanza detta prima), e non è un caso che siano i bambini quelli maggiormente capaci di desiderare, e quindi di anticipare il cambiamento dentro di loro. È quando si smette di desiderare che si smette di cambiare, anche solo in potenza. E ciò che non cambia, non muta, è non vita. Il desiderio credo sia il motore dell’universo. Non esiste ancora una formula fisica per definirlo, ma credo incida parecchio nelle relazioni tra tutto ciò che popola lo spazio. A me il desiderio ha dato la forza di lottare, di andare anche contro quando è servito, mi ha fatto compiere scelte dolorose, ma mi ha sempre permesso di crescere, di maturare, di fare un passo in avanti.</p>
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<p><strong>7.</strong></p>
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<p><strong>G.G.:</strong> Il mare che toglie e che da, il mare sempre, il mare madre, il materiale fonico delle conchiglie, <em>Uscì di casa mentre suo padre raccoglieva conchiglie e se le portava all’orecchio. Ogni tanto se ne metteva una in tasca, </em>gli oggetti che parlano e che sembrano reclamare una vita di cose, di cause, opposte ai gadget della dissocietà del mediale: gli oggetti dicono ciò che appare di noi, di più inautentico, le conchiglie dicono i nostri desideri, il desiderio dell’altro, lo scambio, il dono: mi vengono in mente le collane di conchiglie, di cui parlava l’antropologo Malinowski, usate dagli abitanti delle isole Trobriand che compivano viaggi lunghissimi in mare tra le isole per scambiarsele come doni. Millanta ci racconta, oltre che la psicoanalisi, anche l’antropologia dei gesti rivolti all’altro, la domanda d’amore cui l’altro può anche non rispondere. Ci racconta il linguaggio che deforma le cose perché le cose hanno una loro vita e il nome deformato diventa una sorta di catacresi, va oltre il proprio significato: la locamba: <em>Dopo una lunga consultazione optarono per l’unica soluzione possibile: </em>Locanba Biton.</p>
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<p>In questo modo di usare gli oggetti e di renderli cose, cause, ci vedo un aggancio alla società dei consumi che ci ha trasformati in oggetti soggetti di oggetti. È proprio così?</p>
<p><strong><u> </u></strong></p>
<p><strong>P.M.:</strong> No, anche qui non c’era alcun intento di denuncia sociale. Può darsi che questo tempo sia maggiormente denso di queste problematiche, ma credo che la storia del libro riguardi tensioni presenti in noi da sempre, al di là del periodo storico. L’utilizzo di oggetti che acquisiscono delle vere e proprie funzioni narrative all’interno della storia è un gioco che permette di amplificare i simboli che da sempre utilizziamo per orientarci nel mondo, e per creare un mondo sospeso, in cui chiunque possa per assurdo identificarsi non appartenendo a nessuno. La storia del libro non è infatti calata in nessuno spazio definito. Non ci sono coordinate spaziali né temporali che possano aiutare a definire il “quando” e il “come”. Credevo fosse utile raccontare in questo modo, per permettere a chiunque di arrivare al nocciolo della questione e di immedesimarsi nell’atmosfera del libro: visto che il mondo descritto non appartiene a nessuno, è abitabile da chiunque</p>
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<p><strong>8.</strong></p>
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<p><strong>G.G.:</strong> <em>Vinpeel degli orizzonti</em> sa insegnare l’emozione. È un viaggio che potrebbe condurci fuori dall’autismo dei sentimenti che ormai sembra riguardarci un po’ tutti. Le navi. I viaggi e i paradossi. E attraverso opere del genere che si può conoscere il profondo, le opere che hanno come sfondo il mare, come meta il cielo e destino l’Altrove: <em>L’Altrove non era altro che un sogno e, come tale, si dissolveva nel crepitio di un fuoco che andava spegnendosi. </em></p>
<p>Questo romanzo è un eterno contorno bellissimo e dolce, malinconico e ben congegnato che poi vola nel mare d’Internet&#8230; ma non vi svelo il segreto. Non voglio levarvi quella meraviglia che ha colto, credo, chiunque abbia letto, divorato, e amato,Vinpeel degli orizzonti parla della nostra storia. Non c’è dubbio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma se ti chiedessi perché è fondamentale scrivere e raccontare le nostre storie, mi risponderesti con le stesse parole di quella ragazza sulla nave, giusto? Che dice:</p>
<p><em>«È vitale che succeda» fece lei «perché senza qualcuno che ci racconti la nostra storia, restiamo senza sogni, e se non hai sogni puoi impazzire».</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>P.M.:</strong> Credo che il diritto – dovere di ognuno di noi sia quello di vivere la propria storia, e cioè seguire le proprie inclinazioni, i propri desideri appunto. A volte abbiamo bisogno che questa storia ci venga raccontata da altri, perché ci sono momenti in cui non sappiamo davvero cos’è che vogliamo, cos’è che desideriamo. O forse abbiamo solo paura di confessarcelo, e per questo ce lo neghiamo. Ed è solo attraverso gli altri che riusciamo a capire pezzi di noi che spesso ci rimangono sconosciuti, e che ci aiutano a raccontarci, ad andare un po’ più avanti nella nostra narrazione interiore. E’ un po’ come quando hai il blocco della pagina bianca. Per andare avanti hai bisogno di un input esterno, di un aiuto. Di un qualcuno in cui specchiarti, per farti raccontare quello che sei.</p>
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		<title>Mail Box : Pasquale Vitagliano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 07:05:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[dino buzzati]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
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					<description><![CDATA[Lettera segreta di Pasquale Vitagliano Il 1804 fu un anno importante. A Milano tutti stanno aspettando l’arrivo del nuovo imperatore, di quel piccolo cesare che ha cambiato la vita dei milanesi. L’ ha proprio stravolta, ma in modo inimmaginabile. Ad attendere Napoleone, infatti, sono i signori di Milano, i nobili, i codini, le dame aristocratiche. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/xxvii0011.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/xxvii0011.jpg" alt="" title="xxvii0011" width="222" height="269" class="alignnone size-medium wp-image-13090" /></a></p>
<p><em>Lettera segreta</em><br />
di<br />
<strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p>Il 1804 fu un anno importante. A Milano tutti stanno aspettando l’arrivo del nuovo imperatore, di quel piccolo cesare che ha cambiato la vita dei milanesi. L’ ha proprio stravolta, ma in modo inimmaginabile. Ad attendere Napoleone, infatti, sono i signori di Milano, i nobili, i codini, le dame aristocratiche. Mentre i cittadini, gli eroi delle nuove libertà, gli avventori del Caffè illuminista che avevano tanto sperato nella Francia rivoluzionaria, delusi, anzi sconfitti, vorrebbero in quei giorni fuggire da Milano. Questi ultimi vivranno l’incoronazione di questo Carlomagno dell’età moderna, per giunta nella loro città, come un’umiliazione. Non gli resta che fuggire da Milano in quei giorni. Oppure mettersi a capo della storia e cercare di cambiarla.<br />
<span id="more-13091"></span><br />
“Piano di rinascita nazionale. L&#8217;aggettivo nazionale sta a significare che è escluso dal presente piano ogni movente od intenzione anche occulta di asservimento della nostra nazione, ancorché lungi dall’essere unita entro un’unica patria riconosciuta, a qualsivoglia potenza straniera, sia essa monarchica o repubblicana, sia pure ispiratrice retorica di principi moderni anziché antichi”.<br />
Dino leggeva e rileggeva con stupore queste parole, l’incipit di un documento segreto, ormai innocuo un secolo e più dopo la sua stesura, ma prezioso come un tesoro appena scoperto. Rileggeva l’incipit e alla fine sobbalzava, ogni volta, rileggendone le firme autografe, Giovanni Verri, Manzoni, Rosmini. Stupefacente, la Milano illuminista che si preparava per una congiura anti-bonapartista. Quel documento, se non si fosse dimostrato un falso, avrebbe cambiato la vita di un melanconico redattore del Corriere.<br />
In una bancarella di libri antichi in Largo Treves, là Dino aveva scovato ed acquistato il cartiglio ingiallito, nella incredulità del venditore, il quale, invece, non si capacitava di come quel cliente così attento non avesse deciso di acquistare piuttosto un’edizione rarissima, con annotazioni a mano tutte da scoprire, dei Delitti e delle Pene. </p>
<p>Anche il 1939 è stato un anno importante. Noi lo conosciamo come l’anno di inizio della seconda guerra mondiale, mentre per Dino quello fu l’anno della scampata entrata in guerra dell’Italia. Lungo il suo consueto e solitario percorso da Via Solforino a Piazza Duomo, Dino aveva due unici pensieri che si alternavano nella sua mente come i due poli di un pendolo: l’autenticità del piano di rinascita nazionale e il timore che l’Italia entrasse in guerra, dopo essersi dichiarata neutrale.<br />
“Pensi che l’Italia resterà neutrale fino alla fine?”, chiese il suo collega di redazione Cazzaniga.<br />
“Spero di no, ma sarà difficile. Ormai è tempo di guerra. Intanto noi, attendiamo.”<br />
Ed attendere era il verbo più usato dai redattori del Corriere. I redattori, non gli inviati, né tanto meno coloro che apponevano la firma sotto corsivi o elzeviri; insomma, quelli della cucina redazionale che restavano in ozio per ore ad attendere i pezzi, per passarli, giustificarli, titolarli e inviarli ai piombi delle tipografiche. In quelle estenuanti ore d’attesa, faticose fino alla fame quanto il più duro dei lavori manuali, Dino leggeva o pensava al libro che avrebbe voluto scrivere, mentre Cazzaniga faceva e disfaceva come una tela intricatissima il menabò della pagina che era stata affidata a loro. Per Dino il libro che pensava di scrivere gli avrebbe donato le ali per fuggire da quella dorata fortezza, per Cazzaniga, invece, il menabò della pagina era solo un cruciverba, che lui completava quotidianamente alla perfezione. E così il tempo trascorreva fino all’arrivo dei pezzi, al riempimento della loro pagina, all’uscita dalla rotativa ed all’ultimo controllo per evitare refusi o ripetizioni. A fine giornata, in piena notte, Dino usciva dal giornale, si faceva a piedi tutta la strada fino al Duomo – era questo il modo per riprendersi da quella prigionia, far portare aria alla testa e sgranchirsi le gambe – dove prendeva l’ultimo tram che lo portava dritto a casa. Lungo il suo abituale tragitto a piedi, aveva poi la possibilità di continuare a pensare. Sospeso il pensiero, e soprattutto il timore, della guerra, pensava al libro. Anche se la scoperta del piano segreto di Manzoni si era rivelata un elemento di disturbo nell’elaborazione dei suoi progetti letterari. L’idea fissa di scrivere il romanzo della sua vita venne in quei giorni minacciata dal pallino di lavorare intorno alla divulgazione della figura sconosciuta di un Manzoni congiurato. Chi si sarebbe mai immaginato il pio autore dei Promessi Sposi nelle vesti di un potenziale attentatore di Napoleone, appena incoronato Imperatore nella Milano di Beccaria e dei Verri? Alessandro Manzoni che a vent’anni indossa le vesti di un Gaetano Bresci ante-litteram.<br />
Non riusciva più a pensare al suo romanzo.<br />
“Cazzaniga, ma secondo te chi sono i veri barbari, i tedeschi o i bolscevichi?”<br />
“Taci, il nemico di ascolta”, rispose il suo collega più anziano, senza alzare gli occhi dal foglietto di carta sul quale, con righello e matita rossa e blu, tracciava il menabò della giornata. </p>
<p>Un giorno Cazzaniga arrivò in redazione disperato. “Loro sono i barbari. Mio figlio è un barbaro.” Era quasi in lacrime. E non era un bello spettacolo.<br />
Il collega di Dino possedeva quattro cavalli arabi, che vedva, però, solo una volta l&#8217;anno, quando si godva il suo mese di ferie dal giornale. A vederlo non si direbbe che fa il giornalista: quando entra nella sede del Corriere e si ferma a chiacchierare all’ingresso, chi non lo conosce lo scambierebbe con l’usciere. Non perché i portieri del giornale non abbiano una divisa ma perché è lui che si veste da portiere: un unico abito da tramviere, molto stretto e un po’ lungo. A distinguerlo, unicamente una sigaretta sottilissima, tutta bianca.<br />
Cazzaniga non veniva da nessuna scuola, veniva, però, come si dice dalla gavetta. Forse nel giornale non era neppure entrato da giornalista. Ma adesso non conosceva domenica o riposi. Tolto il mese di ferie, che prendeva per correre dai suoi cavalli, tutti gli altri giorni rimaneva inchiodato alla scrivania ed al suo menabò, a leggere e annotare i lanci di agenzia, come ombre intermittenti proiettate sulla carta. Di Cazzaniga non si poteva fare a meno. Entra nel giornale alle undici del mattino, una breve pausa per mangiare, poi di nuovo in redazione fino a notte fonda. Quando va via, apre il catenaccio che assicura la sua bicicletta e pedala a casa. Così scompariva in una città indifferente e ignara della sua esistenza. Lavorava senza onori: sempre curvo nel suo cono di luce gialla, che insieme con gli altri macchiavano l’oscurità della redazione, altrimenti bianca come una sala chirurgica. Scriveva solo qualche pezzo in tutto l’anno, e tutti redazionali. I suoi colleghi più giovani, compreso, forse, il suo preferito, Dino, quello che lui considera il più bravo di tutti, erano un po’ frustrati, lui no. Guadagnava bene e tutto ciò che guadagnava lo spendeva per i suoi cavalli. Il corpo di Cazzaniga era sempre là, al giornale. Ma la sua anima era con i cavalli.<br />
Un anno i cavalli non c’erano più. “E’ successo che&#8230;”, suo figlio, con gli occhi bassi, aveva cominciato a dirgli tutto. Cazzaniga non riesce ad ascoltarlo. Coglie soltanto una frase, pronunciata con irritazione. “Ma cosa pretendevi, che anche noi fossimo fuori dal mondo, fuori dalla realtà?!” “Io faccio&#8230; Io faccio il giornalista!” Cazzaniga cade preda di un’ira che gli blocca le parole in gola.<br />
“Ombre, tu insegui soltanto le tue ombre&#8230; !”gli ripete il figlio con grida ossessive.<br />
Era successo, semplicemente, che suo figlio, non più capace di sfuggire ai debiti della bella vita, un giorno si era presentato al maneggio presso il quale erano ospitati i quattro splendidi cavalli del padre e se li era venduti.<br />
“Ricordi, Dino, la domanda che mi hai fatto qualche giorno fa? Beh, mio figlio è un barbaro.” Poi, Cazzaniga tacque per diversi giorni, ma adesso in redazione portava con se anche la propria anima. Per serrarla fino alla fine in quella sua sicura caverna.</p>
<p>Quella dei cavalli di Cazzaniga era una brutta storia. A questo pensava Dino lungo il suo consueto giro che partiva da Via Solferino. Se il giornale era per Cazzaniga una tana sicura, per Dino era l’Itaca dalla quale fuggire temporaneamente, per poi ritornarvi cambiato. Dopo quelle battute sui barbari, tuttavia, Dino aveva cominciato a pensare al giornale come ad una fortezza nella quale attendere l’arrivo dell’invasore o di un inatteso liberatore, nella inconfessabile sensazione di certezza che in un caso, come nell’altro, non ne sarebbe venuto nulla di buono.<br />
“Dottore, c’è una lettera per lei”, laconico il portiere gli allungò subito il braccio. Ne rimase stupito. Non che fosse strano ricevere una lettera. E’ che le lettere in redazione venivano abitualmente imbucate nelle cassette postali personali. Quella, invece, era stata consegnata al portiere da un tipo un po’ sospetto, alto, magro e nero, come riferiva lo stesso portiere.<br />
“Devo alla devozione ed alla riconoscenza verso il padre putativo, di cui indegnamente porto il nome, se non oso chiamarmi bastardo. A voi, invece, devo tutto il mio dolore, malgrado le idee che la vostra persona ed il vostro di nome mi hanno inculcato. A questo dolore solo un pallino di piombo potrà mettere fine. Qualunque sia, al termine di questo mio tormento, il suo bersaglio.”<br />
Nella busta consegnatagli dal portiere c’era una lettera ingiallita, un cartiglio, scritta con una grafia contratta e minuscola, datata 12 ottobre 1810 e vergata Alessandro M. Quest’altro inaudito reperto era accompagnato da un biglietto anonimo, So delle sue curiosità storiche. La stimo e così le dono questo preziosissimo documento, ne sappia fare buon uso.<br />
Dino non sapeva più cosa pensare. Il pendolo aveva lasciato il posto alla trottola. I pensieri, le idee, i progetti, a questo punto, ma anche le perplessità, le incertezze, le paure, si erano messe a girare vorticosamente nella sua mente. Quel giorno percepì la sua stanza particolarmente oscura. L’attesa in redazione, per la chiusura della pagina, fu particolarmente opprimente. Cazzaniga lo guardava e non voleva o non sapeva, di fatto, non osava chiedergli cosa avesse. Quella sera Dino si sentì veramente assediato nella fortezza del Corriere.<br />
“Cazzaniga, esco un attimo. Tanto fino alle 20,00 non arriva nulla in redazione.”<br />
Dino uscì dal Corriere alle 17,00 ed era quasi buio. La sua fu una vera e propria traversata nel deserto. Anche se percorreva un itinerario improvvisato ma arcinoto, gli sembrava di vagare dentro una città abbandonata, sfollata quasi dato i tempi. Non trovò più nemmeno l’anziana signora che all’angolo di via dei fiori oscuri, con affetto e un po’ di civetteria offriva un garofano al dottorino che passava ogni giorno, quasi alla stessa ora, davanti al suo banchetto.<br />
“Cavolo, la lettera…”, d’un tratto Dino sobbalzò, riemergendo dalla sua immersione dentro la desolazione. Era rimasto così preso da quell’ultima ancora più stupefacente novità, che era uscito dal giornale soprappensiero, dimenticando sul suo tavolo l’oggetto stesso di quel sommovimento.<br />
“Dove è andata a finire?”, si domandò ad alta voce, appena rientrato in redazione.</p>
<p>“Non so come è accaduto”, prese a dire Cazzaniga, quasi a giustificarsi. “Dino, sono corso immediatamente giù per strada”, continuò. “Ma non l’ ho più trovata. E’ volata via. E’ svanita nel nulla.” “Così come è arrivata”, concluse Dino.<br />
“Dai, può trovarla qualcuno e…”, Cazzaniga si zittì, rendendosi conto subito dell’enormità appena detta, come si dicono tante cose, quasi sempre inutili, se non fuori luogo, per rassicurare, in circostante analoghe, il proprio interlocutore. Dino, però, nemmeno lo aveva ascoltato. Era di nuovo fuori, anche se solo con la mente. Guardava fisso oltre la finestra al primo piano di Via Solforino. Restò a lungo con lo sguardo fisso ora sul muro dirimpetto ora sulla bicicletta di Cazzaniga, parcheggiata di sotto, protetta dal catenaccio, solitaria e assorta in attesa del suo proprietario.</p>
<p>Questa volta i barbari era davvero arrivati. L’Italia era entrata in guerra e i Milanesi, almeno le persone comuni, quelle che Dino incontrava per strada nel suo viaggio da Via Solferino fino in Piazza Duomo, non sapevano ancora se dalla parte giusta o da quella sbagliata. Per il momento, si doveva continuare a menare una vita normale. Portare la pelle a casa e racimolare un po’ di cibo buono era la preoccupazione principale. Tornò di nuovo ad incontrare la vecchia signora di via dei fiori scuri e una volta almeno Dino accettò il dono di un fiore. L’umore, però, restava cattivo. Non a caso aveva girato per quella strada, che poi, a ritroso, lo avrebbe riportato al Corriere. Quando era di umore buono, infatti, svoltava per via dei fiori chiari che lo portava in Corso Garibaldi. Dino camminava molto e in solitaria, per questo amava indugiare in questi capricci psico-motori. Favorito, evidentemente, dalla suggestiva toponomastica di Milano.<br />
Quanto alle scoperte sconvolgenti dei giorni appena trascorsi, il documento anti-bonapartista si rivelò – come seppe assicurarli in modo indiscutibile un suo amico antiquario – un falso. Della lettera segreta, invece, con la quale il misterioso Alessandro M. si era trasfigurato da congiurato in potenziale e incerto parricida, non se ne seppe più nulla. E’ rimasto questo un cruccio che Dino si è portato fino alla fine della sua vita.<br />
Quella mattina, tuttavia, Dino passeggiava con la mente sgombra. Il fresco gli tagliava con piacere la faccia, lui odorava soddisfatto il piccolo fiore bianco donatogli e pensava al romanzo di cui aveva siglato, appena il giorno prima, la pagina conclusiva.</p>
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