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	<title>diritto d&#8217;asilo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Torturarli a casa loro? Io sto con Samed</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 06:29:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Certo che vorrei essere un rappresentante della classe media durante le sue due settimane ufficiali di vacanza da passare in modo spensierato e certo che vorrei mantenere lo spirito anarchico che non vuole né patria né padroni, ma le notizie che inevitabilmente leggo sulle nuove strategie messe in opera dallo Stato italiano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69328" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p>Certo che vorrei essere un rappresentante della classe media durante le sue due settimane ufficiali di vacanza da passare in modo spensierato e certo che vorrei mantenere lo spirito anarchico che non vuole né patria né padroni, ma le notizie che inevitabilmente leggo sulle nuove strategie messe in opera dallo Stato italiano con il solidale sostegno dell’Unione Europea per risolvere il problema del flusso di migranti dalla Libia all’Italia mi procurano un voltastomaco ben superiore rispetto a tutti i disagi della canicola epocale.<span id="more-69326"></span></p>
<p>Il problema dell’identità nazionale è che anche se tu vuoi essere un cittadino del mondo, libero da vincoli e pregiudizi, ampiamente propenso a ideali come l’internazionalismo dei poveri cristi, che una volta si chiamava « proletario », anche se tu sei insomma al di sopra delle bassezze del tuo paese, della sua classe politica, o più precisamente del suo governo, che comunque di riffa o di raffa è a sua volta una qualche espressione più o meno limpida di una maggioranza elettorale italiana, in un paese dove le elezioni – quando ci sono – sono libere, ossia senza alibi totalitari, ebbene nonostante le velleità cosmopolite e transnazionali quando il tuo paese d’origine e di cittadinanza, quello che ti ha stampigliato il passaporto per intenderci, si comporta in modo vergognoso e vile, non è che tu riesci a fluttuare indenne sopra quella vergogna e quella viltà. Vorresti incazzarti equanimemente per tutte le nefandezze che paesi, governi, con più o meno grande sostegno delle loro popolazioni, commettono in giro per il pianeta, ma alla fine nessun paese ti farà incazzare come <em>il tuo</em>, nessuna nefandezza ti imbratterà lo spirito, da cima a fondo, come quelle commesse, in nome tuo – anche se avessi bruciato in un rito perfettamente anarchico la cartellina elettorale – dal paese che ti fornisce la cittadinanza.</p>
<p>Quello che ho deciso di scrivere qui, in ogni caso, non vuole essere la semplice espressione di un’indignazione rivolta a persone che potrebbero essere in sintonia con essa, ma un tentativo di raccogliere alcuni elementi che la provocano per memorizzarli, per fissarli con sufficiente chiarezza al di fuori della nera notte dell’indignazione ritualizzata.</p>
<p>Il punto d’avvio della riflessione potrebbe essere <strong>lo sforzo del governo italiano per ridurre l’afflusso di migranti sulle coste siciliane</strong>, mettendo in riga, da un lato, il lavoro delle ONG che operano per soccorrere le imbarcazioni provenienti soprattutto dalla Libia, e contribuendo, dall’altro, a rafforzare i dispositivi di controllo libici sulle proprie coste.</p>
<p>Diverse sono state le letture critiche di questa azione governativa. Penso agli interventi di Alessandro Dal Lago e Luigi Manconi su “il manifesto”, alla <a href="http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/codice-di-condotta-la-lettera-di-msf-al-ministro-dellinterno">lettera di Medici senza Frontiere</a> al ministro Minniti, all’<a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2017/08/05/news/saviano_io_sto_con_medici_senza_frontiere_e_quell_errore_di_introdurre_il_reato_umanitario_-172391749/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S3.4-T1">editoriale apparso ieri su “Repubblica”</a> di Roberto Saviano, che si schiera con Medici senza Frontiere e chiarisce ulteriormente le ragioni che hanno spinto questa (e altre Ong) a non sottoscrivere il codice di comportamento che l’Italia vorrebbe imporre alle Organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo.</p>
<p>Prima di occuparsi della disputa tra certe Ong e lo Stato italiano, bisognerebbe innanzitutto allargare un po’ lo scenario. L’Italia, all’interno di quella strana compagine politico-amministrativa che si chiama Europa, soffre di una posizione particolarmente sfavorita: ossia per la sua posizione geografica, così come accade alla Grecia, si trova a gestire frontalmente il grande flusso dei migranti proveniente dal continente africano e da alcune zone di quello asiatico, flusso di cui la Libia è il paese collettore principale; un paese senza struttura statale, in mano non solo a grandi fazioni politiche, ma a bande armate che agiscono senza controllo sul territorio. (Questa situazione di caos politico è poi la diretta conseguenza della guerra alla Libia di Gheddafi, inaugurata dalla Francia e poi sostenuta da un&#8217;ampia coalizione, che una volta detronizzato il dittatore non è stata in grado di favorire un processo di ricostituzione politica e sociale del paese.)</p>
<p>In questa situazione l’Italia ha grandemente ragione di chiedere che il peso della cosiddetta “accoglienza” non ricada esclusivamente su di lei, come previsto da un accordo europeo quale la Convenzione di Dublino. Ed è vergognoso che tutta la retorica della solidarietà tra Stati membri costantemente rispolverata dai burocrati della Commissione e del Parlamento Europei non sia minimamente visibile non solo nella volontà di modificare questo trattato, ma in quella d’imporre effettivamente una più equa e intelligente distribuzione dei migranti arrivati in Italia. Di fronte a questa difficoltà, la scelta dell’attuale governo italiano è stata quella di rinunciare a fare pressione sui più forti, l’Europa e gli Stati membri in essa più influenti politicamente, come la Francia e la Germania, per scaricare tutta la sua legittima frustrazione sui più deboli, ossia le ONG, additate come complici dei trafficanti di uomini. In questo modo, non solo (in maniera vile) si colpiva un soggetto più debole sul piano istituzionale, ma anche si <em>spostava il problema</em>.</p>
<p>Invece di preoccuparsi della mancata accoglienza dei migranti in arrivo sul continente, e di quella quota in essi di rifugiati, ossia di persone a cui formalmente le istituzioni europee e nazionali di molti Stati dovrebbero garantire secondo i loro principi giuridici e politici non solo una forma immediata di ospitalità, ma anche di protezione e sostegno attivo, ebbene invece di dibattere di questa debolezza politica dell’Europea e della contraddizione che essa fa nascere nei confronti dei suoi principi fondatori, l’attenzione pubblica può finalmente considerare coloro che salvano i migranti dalla morte in mare come una fonte importante del problema. Questa operazione propagandistica, talmente grossolana per la sua spiccata tendenziosità, dovrebbe ragionevolmente essere destinata a un immediato fallimento. La maggior parte dei media, invece, accodandosi a una campagna di tipo “diffamatorio” già in opera da alcuni mesi, è riuscita in qualche modo a rendere plausibile un tale camuffamento del problema.</p>
<p>Si può certo cominciare ad inoltrarsi verso astratte ipotesi di “favoreggiamento dell’emigrazione clandestina” o di occulte connessioni tra ONG e scafisti, ma rimane un fatto incontrovertibile: i migranti che cercano di raggiungere l’Europa per via mare sono costantemente esposti a un pericolo mortale e delle<a href="http://www.iom.int/news/mediterranean-migrant-arrivals-reach-115109-2017-2397-deaths"> cifre spesso ricordate dalla stampa o dalle stesse istituzioni internazionali</a> ci ricordano quante persone innocenti, uomini, donne e bambini sono già morte annegate nel Mediterraneo. Il problema, quindi, numero 1, il più urgente e fondamentale, che nessuna propaganda italiana, appoggiata dall’Europa, potrà far scomparire è quello delle migliaia di persone costantemente in pericolo di vita alle frontiere dell’Europa. <strong>Tutti sanno, in fondo, che la realtà non solo politico-amministrativa, ma anche culturale dell’Europa, non può davvero sopravvivere a un tale diniego esplicito e definitivo di umanità, quale sarebbe la trasformazione di queste morti alle proprie frontiere in un <em>non problema</em>.</strong> Tutti i valori che stanno alle basi dei suoi ordinamenti nazionali e transnazionali diventerebbero carta straccia. Non si avrebbe più alcun modo per distinguere il significato di termini quali “democrazia” e “diritto” da altri termini quali “fascismo” e “razzismo”, per esempio. I fascisti e i razzisti sono, infatti, coloro che assegnano a un gruppo irragionevolmente ristretto i requisiti dell’essere umano. Tutto ciò che sta al di fuori del loro riduttivo e limitato <em>noi</em> non è semplicemente degno di quella empatia elementare, che costituisce la condizione stessa per ogni reciprocità di tipo etico. La morte, in condizione disumane, di <em>uomini come noi</em> è un problema solo per chi riconosce questa reciprocità di base. Qui nessuno può discettare sulle “condizioni disumane” che determinano e caratterizzano queste morti, si può al massimo, come i razzisti fanno – che siano italiani oppure no –, discettare sul fatto che dei nigeriani, degli eritrei, dei ghaniani siano davvero altrettanto uomini quanto noi europei di carnagione pallida.</p>
<p>(In altri termini, i Salvini e tutti i suoi seguaci, si limitano a dire: “ma se questi non italiani muoiono al largo delle nostre coste, <em>non è un problema nostro</em>”. Le ONG come Medici senza Frontiere formulano un pensiero esattamente opposto. Cito dalla loro lettera al ministro Minniti: “Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi (…)”. Le ONG come MSF, sovvenzionate anche da privati cittadini come il sottoscritto, risponde infatti: <em> il problema di salvare degli esseri umani è nostro, anche se sono gli Stati nazionali che se ne dovrebbero occupare</em>. Se non c’è un bagnino patentato per trarre fuori dall’acqua un povero cristo che sta affogando, lo farò io che sono quello più prossimo alla possibile vittima.)</p>
<p>Il problema, quindi, non può davvero essere negato, neppure da un governo vile e subordinato come il nostro, e neppure da una fredda e opportunista macchina istituzionale come quella europea. Si può al massimo camuffarlo, spostarlo, trovare dei falsi e facili nemici (le ONG) oppure degli inaspettati (e meno facili) alleati, ossia i signori libici della guerra. <strong> Su questo secondo fronte, delle alleanze, il governo italiano è riuscito ad essere non solo velleitario, come già l’Unione Europea e la Francia, ma anche grottesco. </strong> Dopo aver, infatti, assicurato che accordi erano stati presi per una fruttuosa collaborazione italo-libica, uno dei presunti alleati ha fatto sapere che avrebbe volentieri cannoneggiato navi italiane in acque libiche. Secondo la stampa, gli italiani avrebbero trovato una controparte collaborativa in una sola delle fazioni che detengono il potere in Libia, quella capeggiata dal “presidente” Fayez el-Sarraj, suscitando la reazione ostile di un’altra delle fazioni, quella del “maresciallo” Haftar. Sembrerebbe, infatti, che la Libia presenti attualmente poche caratteristiche che la possano candidare a un paese in grado di ricevere soldi dall’Europa e appoggi militari dall’Italia, affinché gli uni e gli altri siano messi a frutto efficacemente per limitare il traffico di migranti verso l’Europa, e tutto questo nel rispetto dei diritti umani. Il problema un po’ preso sottogamba in questa circostanza è il fatto che la Libia non è ancora attualmente uscita da una situazione di guerra civile, ma anche questa formula è forse riduttiva se applicata al caos politico e sociale presente nel paese. Un esperto dei servizi segreti francesi, <a href="http://www.atlantico.fr/decryptage/general-haftar-notre-allie-libyen-qui-menace-bombarder-bateaux-italiens-qui-viendraient-gerer-crise-migrants-alain-rodier-3128658.html">Alain Rodier, ne parla in una recente intervista</a>: “Il maresciallo Haftar ha tutte le carte militari in mano dal momento che il potere è disperso tra le milizie di Tripoli, di Misurata a nord-est del paese, i Tuareg e i Toubou al sud, gli Amazigh alla frontiera tunisina e tutti i gruppi che dipendono sia da Al-Qaida nel Maghreb Islamico sia da Daech. E questo senza contare che questo elenco è semplicistico perché la Libia unificata non esiste più e ogni porzione di terreno è controllato dal signore locale della guerra che si allea con l’uno o l’altro secondo l’evolversi della situazione.”</p>
<p>Anche su questo punto la propaganda del governo italiano risulta grossolana. Ciò che l’Europa ricca, pacifica, solida nelle istituzioni e prodiga di buoni propositi non riesce a fare, per gestire il flusso di migranti in arrivo, lo saprà fare per gestire il flusso in partenza, uno Stato-collassato in mano a fazioni in lotta tra loro, che governano grazie al semplice potere delle armi? Ci prendono davvero per imbecilli o per analfabeti di ritorno che non hanno mai letto un giornale dai tempi degli allori di Gheddafi.</p>
<p>Ma l’aspetto più grave è ancora un altro, che è rimasto in ombra anche in alcune reazioni critiche nei confronti del governo. Lo ricorda la già citata lettera di Medici senza Frontiere: “La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare.” Qui la litote utilizzata sconfina nell’espressione quasi eufemistica. La Libia per un gran numero di migranti, un numero che resta difficile da determinare, è un luogo dell’orrore, un luogo che rievoca le più terribili e buie memorie europee, quelle dei lager e della tortura diffusa. Da questo punto di vista, non solo il governo italiano, ma anche la stampa generalista sembra soffrire di subitanee amnesie. Ma chi può pensare in buona fede che potremo <em>aiutare</em> i migranti “a casa loro”, ossia in Libia? Potremmo al massimo contribuire al fatto che essi <em>vengano vieppiù torturati</em> in Libia, che non è quasi mai casa loro, e da torturatori che non per forza sono esclusivamente di nazionalità libica, perché le bande criminali sembrano spesso associare carnefici di nazionalità diversa. <strong> A partire da almeno il 2015, Amnesty International aveva denunciato violenze sui migranti e rifugiati da parte di trasportatori, trafficanti e gruppi armati, ma anche da parte della guardia costiera e dei centri di detenzione libici. </strong> (Possiamo semplicemente rinunciare all&#8217;idea che in Libia esista una separazione chiara tra criminalità, gruppi paramilitari, polizia e esercito “ufficiale”.) Ma negli anni successivi, fino alle notizie circolate nei mesi di maggio e giugno di quest’anno anche sulla stampa italiana, è a poco a poco emersa <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/05/29/news/torture-stupri-pestaggi-ed-elettroshock-vita-inferno-mezra-lager-migranti-1.301173">la realtà spaventosa dei “mezra”</a>, ossia “magazzini” in cui i migranti provenienti da altri paesi dell’Africa vengono tenuti sotto sequestro per mesi e torturati per estorcere grosse somme di denaro alle famiglie rimaste nei paesi d’origine, a cui vengono inviate immagini di queste sevizie. Si è, infatti, passati ormai dallo stadio dell’inchiesta giornalistica <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/20/immigrazione-il-racconto-delle-torture-di-rambo-libia-cavi-elettrici-tubi-di-gomma-e-stupri-per-avere-il-riscatto/3674064/">a quello dell’inchiesta penale</a>, con tanto di presunti colpevoli, testimoni diretti e processi in corso.</p>
<p>Di queste faccende ne ho sentito parlare per la prima volta su una radio francese, dalle due autrici di un documentario del 2015 che s’intitola <a href="https://voyageenbarbarie.wordpress.com/"><em>Voyage en barbarie</em></a> e che ha cominciato a studiare il fenomeno di queste estorsioni attraverso sequestri e torture nella zona del nord-est del Sinai. In questo caso, le vittime sono soprattutto eritrei che fuggono la dittatura. Le informazioni fornite sul sito dedicato al documentario evocano le cifre di un gigantesco traffico di esseri umani. “Ad oggi, 50.000 persone sarebbero passare per il Sinai e 12.000 sarebbero morte sotto tortura. Nessun carnefice è stato arrestato. L’Egitto e Israele hanno lasciato prosperare questo traffico in totale impunità. I campi di tortura cominciano a proliferare nel Maghreb e in tutto il Corno d’Africa. Esistono già un centinaio di ‘case’ censite in Libia e altrettante nel Sudan e nello Yemen”.</p>
<p>Anche in questo caso, possiamo seguire i proclami del governo (“Partenze già crollate dell’80%”), oppure guardare i fatti ormai emersi e incontrovertibili: in Libia i migranti, quale che sia la loro condizione e provenienza, rischiano di essere torturati, stuprati, uccisi, che siano minori, adulti, uomini o donne.</p>
<p>Non è un bel mondo, lo è sempre di meno. Abbiamo governi e istituzioni transnazionali che sono come vecchi stregoni, pronti ad agitarsi, a gridare, per esorcizzare i problemi che affliggono la tribù. Nessuno può davvero crederci. È certo che tutto ciò &#8211; fare le pulci alle Ong, proclamare cooperazioni italo-libiche &#8211; ci permette di non vedere tutto questo orrore: gli annegati e coloro che rischiano l’annegamento, gli ammazzati sotto tortura, i sopravvissuti alla tortura, quelli che rischiano la tortura. I fascisti e i razzisti dicono che non è un “loro” problema. Se c’è una battaglia di civiltà, questa passa da qui. Se c’è oggi una battaglia antifascista e antirazzista passa da qui. Stare con Medici senza frontiere vuol dire stare per la salvezza di vite umane prima di tutto, quale sia la legge, l’umore dell’elettorato o del vicino di casa. E ci sono anche a livello quotidiano una quantità di cose che si possono fare e che vengono fatte. I fascisti e i razzisti gridano molto, e i media ne vanno pazzi e danno appena possono loro il microfono. Ma c’è un quantità di persone che lavorano più spesso silenziosamente per disfare la tela soffocante che queste persone vorrebbero creare intorno a noi, e dentro cui noi stessi finiremmo strangolati.</p>
<p>Mia moglie ed io quest’anno siamo diventati, in Francia, padrini di Samed, un ragazzo di diciassette anni proveniente dal Ghana. Samed tra i 15 e i 16 anni ha lasciato il suo paese, ha attraversato il Burkina Faso e il Niger per arrivare in Libia. Ha lavorato come aiuto meccanico in Libia cinque mesi. Non voleva venire in Europa, voleva andare a lavorare in Libia. Non era evidentemente cosciente della situazione in cui si trovava il paese. Non so che cosa abbia vissuto durante quei mesi. Di certo, si è deciso a partire, a tentare la fuga dalla Libia verso l’Europa. Me ne ha parlato come di un Far West. Comanda chi ha le armi. E le armi le hanno in mano quasi tutti.</p>
<p>Oggi Samed, in quanto minore non accompagnato, ha potuto godere di un sostegno e di una sistemazione da parte dello Sato francese. Non è un programma “privilegiato” per immigrati, è il programma che lo Stato francese destina a tutti i minori “orfani” o privi di sostegno familiare che si trovano sul suo territorio. Oltre a ciò, lui e noi possiamo godere di questa forma di ospitalità ulteriore e non istituzionale, che è l&#8217;affido a una famiglia d&#8217;accoglienza. Il <em>parrainage</em> si traduce in un rapporto concreto, affettivo, familiare. E Samed è diventato concretamente parte della nostra famiglia. Questo è solo un piccolo esempio di un’accoglienza cittadina, non istituzionale e nemmeno “umanitaria”, che può avere tanti volti e può esprimersi in tante e diverse occasioni. Io sto quindi con Samed, e sto con uno Stato non razzista, ossia che non distingue l’applicazione di diritti fondamentali secondo criteri di cittadinanza, e sto con le ONG che considerano che il problema di salvare delle vite umane è un <em>loro problema</em>, anche se è lo Stato che dovrebbe occuparsene.</p>
<p>*</p>
<p>L&#8217;immagine è tratta da un fotogramma del documentario <em>Voyage en Barbarie.</em></p>
<p>(7 8 2017)</p>
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		<title>L’insicurezza del lavoro e le passioni tristi. Contributo per una riflessione antifascista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Feb 2018 13:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.</p>
<p>Quello che abbiamo visto a Macerata e dintorni è il palesarsi di un terrorismo politico di matrice razzista e neofascista, <em>giustificato</em> dalle forze politiche della destra che concorrono oggi alle elezioni legislative. Non solo, ma questa giustificazione ha una solida base nella società “civile”. <span id="more-72579"></span>(Non ho voglia di fare giochi di parole, mi limito alle virgolette.) Quanto non può essere sottovalutato nell’attentato di Macerata è che, intorno ad esso, si saldano per la prima volta con forza elementi diversi: l’ideologia razzista (che caratterizza la propaganda leghista dalle origini), l’ideologia nazifascista (che apparteneva ancora un decennio fa a gruppuscoli marginali), il populismo autoritario di Berlusconi (vecchio di più di vent’anni) e per finire un passaggio all’atto terrorista (tentata strage su cittadini inermi), rivendicato teatralmente in quanto tale. A ciò si aggiunga il fattore decisivo: l’imminente consultazione elettorale per il governo del paese. (Nella storia italiana, il fascismo mussoliniano ha avuto strada aperta nelle istituzioni dello stato anche grazie a un cinico, idiota, argomento di realpolitik: meglio averli dentro il governo, che fuori nella strade a provocare tafferugli.)</p>
<p>Mi fermo qui, perché non è mio interesse valutare le conseguenze politiche prossime di tutto ciò, né il clima “recente” che ha potuto favorire una tale situazione. Provo a fare qualche passo indietro rispetto alla scena del crimine. Una volta, nel vocabolario marxista, che era un vocabolario di lotta sindacale e partitica, si parlava di contraddizioni principali e contraddizioni secondarie. Oggi, tutto ciò che esce da quel vocabolario, a meno che non venga formulato entro gruppi di fedelissimi, suona di fronte a un uditorio più vasto come un frammento di enigmatica dottrina patristica. Ma quella faccenda di contraddizioni principali e secondarie non si può, malgrado tutti i rischi d’incomprensione, liquidare.</p>
<p>Proviamo quindi a mettere a fuoco (ancora una volta) uno scenario più vasto. L’insicurezza che i cittadini delle attuali democrazie liberali d’occidente conoscono è <em>per lo più</em> quella legata alle condizioni lavorative e salariali. La battaglia che tutti noi abbiamo combattuto o continuiamo a combattere, e con esiti diversi a seconda dei destini e delle occasioni sociali, è quella relativa al lavoro: come trovarlo, come tenerselo, come renderlo più tollerabile rispetto ai sogni di felicità personale e familiare, come renderlo più redditizio in termini di retribuzione salariale. L’insicurezza delle nostre vite, l’eterna minaccia che incombe sui nostri progetti, da quelli più importanti e coinvolgenti (scegliere il luogo in cui vivere, avere dei figli, ecc.), a quelli secondari (adattare alle nostre esigenze lo spazio domestico, realizzare delle vacanze, ecc.), dipende dagli esiti di questa battaglia. Alcuni sono consapevoli di averla persa, e molto rapidamente; per altri è una condizione perpetua, una sorta di guerra di posizione sfiancante tra arretramenti e avanzamenti; altri ancora – una cerchia molto più ristretta – sentono di averla vinta, e godono di una relativa sicurezza.</p>
<p>La novità storica di questa condizione di battaglia per la sicurezza personale e familiare è che essa non esce più, se non a sprazzi e in maniera passeggera, da una dimensione individuale, ossia <em>competitiva</em>. Ciò che noi scontiamo, e non solo come lavoratori di una certa classe, ma come società nel suo insieme, è la rottura di un fenomeno pendolare esistito nel mondo bellicoso del lavoro e del salario. La battaglia <em>per il lavoro</em> nel corso della lunga storia dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni e dei partiti operai, ha sempre avuto almeno un duplice versante: quello della competizione individuale e quello della solidarietà collettiva. Quando il pendolo oscillava dal lato della solidarietà, tutti gli affetti gioiosi e tristi della guerra di tutti contro tutti sul luogo di lavoro si orientavano verso quella che è stata chiamata lotta di classe. Questa conversione di energie fisiche e spirituali è stato un vero miracolo conoscitivo e un progresso per l’intera umanità, di cui tutti dovremmo essere grati non solo al marxismo, ma a tutte le altre componenti ideologiche che l’hanno a vario titolo sostenuta.</p>
<p>Oggi non solo tutte le passioni gioiose (di riuscita, di affermazione di sé, di volontà di potenza) sono assaporate nel cerchio del destino individuale, ma anche tutte le destabilizzanti passioni tristi (paura, rabbia, frustrazione). Il veleno emotivo prodotto dalle battaglie quotidiane, sia che siano state vinte o perse, o che abbiano garantito il semplice equilibrio, non trova nessuna forma di catarsi collettiva, di condivisione e trasformazione. Questo veleno ci uccide a fuoco lento, anche quando non ci uccidono gli insuccessi palesi sul campo. Il pendolo delle passioni si è bloccato, la solidarietà della classe lavoratrice è svaporata e tutto ciò in seguito a una storia specifica, a una concatenazione di eventi, forse neppure troppo lineari, che vari studiosi marxisti e non hanno cercato in questi anni di ricostruire.</p>
<p>Vivere in una società ipercompetitiva come la nostra, è un incubo per tutti, questo è chiaro. <em>Winner </em>e <em>looser</em>: abbiamo pensato a lungo che questo schematismo un po’ barbaro fosse una specialità esclusivamente statunitense. Oggi, in Europa, siamo in grado di dimostrare di essere all’altezza di questa concezione così poco sociale di società. L’ipercompetizione non è solo una situazione concreta, che può essere verificata su quasi ogni luogo di lavoro: “se entro io, esce lui” o viceversa. È anche un sistema mentale, che assegna a tutti l’imperativo di distinguersi, di avere una qualche forma anche decaduta di successo, proprio quando le condizioni materiali della vita diventano sempre più incerte. Un tale sistema può funzionare se gonfia esageratamente le passioni gioiose di riuscita individuale e rimuove dalla scena quelle tristi. I tristi non hanno tempo di parola, accesso alla visibilità mediatica, sono ininteressanti. (Chi perde, insomma, ha sempre torto.) Ciò che invece galvanizza è l’elenco ininterrotto non delle “persone di successo”, ma dei “momenti di successo” delle persone. Si va prelevare minuziosamente ogni singola passione gioiosa per esporla, amplificarla, saturarla, così come i programmi di elaborazione delle immagini permettono di fare con i colori.</p>
<p>Chi si occupa delle passioni tristi, ricadute nel cerchio angusto, della sfera individuale? Le passioni tristi non sono mica cose “fotogeniche”, adatte alla spettacolo, alla spensieratezza, allo sfavillio delle luci. È materia incandescente e torva, sono cose di cui ci si vergogna e che si vorrebbe espellere da sé. Hanno del mostruoso le passioni tristi, per questo nessuno ne parla, gli vuole dare udienza, visibilità.</p>
<p>Qualcuno però ha capito che queste cose nascoste, oscene, intrattabili, possono essere straordinariamente redditizie. Qualcuno ha cominciato a capire che sullo smaltimento dei rifiuti affettivi individuali si può erigere un impero politico. C’è una straordinaria merda che qualche cinico e spietato magone può trasformare in oro elettorale. Tutti gli scarti affettivi che il mondo del lavoro produce, nell’attuale organizzazione della società capitalistica, sono stati lasciati alle imprese di smaltimento razziste e fasciste. Qui, però, vado già troppo velocemente, salto passaggi, prendo scorciatoie. Affinché l’impresa di smaltimento degli affetti tristi prenda la piega che ha preso oggi in Italia (e non solo in Italia), ci vogliono diverse precondizioni. Una almeno provo a formularla.</p>
<p>Non è vero che il razzismo sale dal popolo allo stato, e che lo stato, colpevole, se ne fa penetrare. Il razzismo, come affetto personale, come passione triste individuale, è sempre legato a una tara cognitiva, che la gente mediamente non possiede. È la tara delle generalizzazione indebita. Un po’ di buon senso guarisce questo errore cognitivo, che potremmo essere portati a fare in ogni ambito della nostra esperienza quotidiana. Questa mousse di salmone mi ha intossicato, tutte le mousse di salmone sono tossiche. Ovviamente, ci sono stati sempre dei gruppi ristretti di persone adepti della tara cognitiva, ma ciò probabilmente in ragione di altre circostanze molto specifiche. La crescista del razzismo come fenomeno di portata sociale non mi sembra essere legato alla vicenda di focolai ristretti di tale tara cognitiva, che poi – per contaminazione progressiva di insiemi più grandi – diviene un’attitudine popolare diffusa, e come tale destinata a trasmettersi anche alle istituzioni. Questo è probabilmente <em>uno </em>dei modi, attraverso cui il razzismo si diffonde e moltiplica. L’altro riguarda l’uso politico delle passioni tristi, che giacciono generalmente inutilizzate nelle cavità cupe della sfera privata. Ma vi è anche il razzismo organizzato dall’alto, per fini economici, di sfruttamento. È un sistema di discriminazione che funziona a cavallo tra istituzioni e imprese, e che salvaguarda in vario modo l’idea di una gerarchia “naturale” esistente nell’esercito della forza lavoro, gerarchia che assegnerebbe a gruppi specifici di persone (identificati per genere, etnia, religione o cultura) dei lavori scarsamente retribuiti. Non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei, l’invenzione giuridica dell’immigrato illegale, che non data da alcuna emergenza geo-politica, offre all’imprenditoria privata e persino pubblica un esercito di forza lavoro a costi ridottissimi. Il campione assoluto della <em>flessibilità</em> sognata dal più audace sostenitore del neo-liberismo è il lavoratore irregolare. Con lui, tutti gli stramaledetti vincoli delle democrazie-liberali nei confronti delle forme pre-moderne di servitù, posso finalmente saltare. La responsabilità statale e imprenditoriale è quindi decisiva nel creare una prima condizione tangibile di diversità (è uomo sì, ma non cittadino, è lavoratore sì, ma fuorilegge) su cui la speculazione ideologica e politica razzista eserciterà la sua presa.</p>
<p>Ma il meccanismo di discriminazione di natura economica, e quello vittimario di natura ideologica, non devono farci dimenticare cosa costantemente deve nascondere il discorso xenofobo e razzista. Ogni volta che parlo di immigrati non parlo di lavoro, ogni volta che parlo dell’insicurezza che deriverebbe da una minoranza straniera, taccio sull’insicurezza che la maggioranza delle persone sperimenta ogni giorno sul luogo di lavoro. In tutto ciò, quello che rimane reale nella fantasmagoria razzista sono le passioni tristi, perché quelle sono già lì <em>prima</em> che lo straniero compaia, prima che il capro espiatorio sia stato designato. Sono quelle che ci portiamo dentro anche noi, con imbarazzo, anche se non cediamo alla tara cognitiva e all’espulsione indiscriminata della rabbia.</p>
<p>Anche noi siamo incazzati. E abbiamo un vantaggio su tutti i razzisti e i neofascisti: abbiamo individuato il nemico, quello autentico. Sappiamo cosa produce la nostra insicurezza e, quindi, la paura, la rabbia, la frustrazione, la vergogna che ne conseguono. Ma abbiamo per ora un grosso, terribile svantaggio. Non sappiamo queste passioni come condividerle e orientarle in una lotta giusta, che non sia solo fatta di rabbia, ma anche di gioia, non solo di paura, ma anche di speranza, non solo di vergogna, ma anche di orgoglio. Il raggio delle condivisione è sempre troppo corto. E ciò che si osa condividere è spesso qualcosa di gioioso. Anche le <em>nostre</em> di passioni tristi rimangono troppo spesso ignorate, raminghe, inutilizzabili. Se l&#8217;accusa reazionaria di &#8220;buonismo&#8221; ha un senso, è probabilmente questo. Noi dovremmo essere più capaci di usare la nostra rabbia, imparando a condividerla.</p>
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		<title>Tutto ciò che è reale è razionale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Aug 2017 15:30:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel corso dei secoli la maggioranza, che è ciò che avviene, ci diceva Tutto ciò che è reale è razionale, io che accado sono giustificata, sono adatta, sono ragionevole. Ma noi, la minoranza, le rispondevamo Tutto ciò che è razionale è reale, ma tu che accadi (non posso negarlo: tu esisti) non hai scusanti, non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel corso dei secoli la maggioranza, che è ciò che avviene, ci diceva Tutto ciò che è reale è razionale, io che accado sono giustificata, sono adatta, sono ragionevole.</p>
<p>Ma noi, la minoranza, le rispondevamo Tutto ciò che è razionale è reale, ma tu che accadi (non posso negarlo: tu esisti) non hai scusanti, non hai ragione né giustificazioni, tu ci sei ma sei irragionevole.</p>
<p>Ti sbagli, riprendeva la maggioranza, sei tu, anima bella, la vera inadatta, come avresti sgomberato quegli stranieri?, loro erano pericolosissimi, avevano superpoteri come mazze, bombole, spray urticanti, avevano pericolosi infiltrati: supercriminali che prendono le case che non possiedono, avevano i raggi laser, la tela dell’Uomo Ragno, avevano l’antimateria del Dottor Destino, ma io che sono ragionevole, razionale e reale, io che sono lo Stato, li ho saputi sconfiggere.</p>
<p>Anche io, rispondevamo noi, la minoranza, sono lo Stato, pago i tributi per uno Stato che non sia violento, fascista, crudele con i poveri, indifferente alla violenza dei ricchi, io non sono violenta e non sono fascista, io sono reale e razionale e tu, che non lo sei, devi adeguarti, devi ragionare.</p>
<p>Anima bella, ci incalzava la maggioranza, io agisco e ho dalla mia l’opinione dei più, sono razionale perché obbedisco e risolvo, io ho risolto il maggio di sangue di Wedekind, io ho risolto le contraddizioni di Genova, coi miei idranti e i miei manganelli io porto la sintesi, mentre tu blateri antitesi e in pochi ti seguono.</p>
<p>Io forse sono l’antitesi e mi seguono in pochi, protestiamo noi, la minoranza, ma tu, che sei reale (l’ammetto: tu esisti), sei talmente irrazionale da inventare realtà: tu inventi il nemico, lo camuffi, lo amplifichi, crei montaggi della realtà, così porti dalla tua l’opinione dei più, e infine, quando hai sconfitto il tuo nemico (tu sei piena di nemici, essi ti tengono viva), lo accarezzi e lo umili, mentre lui ha le fattezze di una donna che piange, ora questo esiste ed è logico, e funziona e ha risultati, tu funzioni ma non sarai mai ragionevole, tu sei irrazionale, tu sei ingiusta, io non credo alle tue carezze alla donna che piange.</p>
<p>Io, che invece sono la sintesi, diceva fiera la maggioranza, e ho dalla mia l’opinione dei più, amministro la violenza, so colpire i nemici, ma li so accarezzare quando ormai sono inermi, le mie carezze sono la sintesi e sono il sintomo che io porto una realtà razionale, ragionevole, pacificata, immune alle tue antitesi che protestano e sobillano, io sono ciò che è, tu vorresti essere, io faccio, io risolvo, tu desideri mondi diversi e non hai mondo alcuno.</p>
<p>Io sono sconfitta, diceva nel corso dei secoli la minoranza, ma persevero, il mio mondo dev’essere razionale, non solo reale; ragionevole e giusto, non solo legale; tollerante coi poveri, aperto, pronto a risolvere l’esilio e la povertà (tu non li hai mai risolti), dalla tua violenza nasce l’opposta violenza, quella violenza rafforza la tua, io sono inerme ma tu: la mia voce ascolterai sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Esplorazioni a Wadi Roja</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Oct 2016 05:00:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Migliaccio]]></category>
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					<description><![CDATA[[Una storia di frontiere e migranti.] di Francesco Migliaccio &#160; Alla foce del Roja ho lanciato un ramoscello nell&#8217;ultima acqua del fiume. Davanti a me i bagnanti s&#8217;apprestavano a lasciare la spiaggia, qualcuno approfittava di un&#8217;ultima doccia – presto l&#8217;oscurità sarebbe calata su Ventimiglia. Solo la tenda blu di due ragazzi neri rimaneva eretta fra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-64715" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/wadiroja1-300x212.jpg" alt="wadiroja1" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/wadiroja1-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/wadiroja1-768x542.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/wadiroja1-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/wadiroja1.jpg 816w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>[Una storia di frontiere e migranti.]</em></p>
<p>di <strong>Francesco Migliaccio</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla foce del Roja ho lanciato un ramoscello nell&#8217;ultima acqua del fiume. Davanti a me i bagnanti s&#8217;apprestavano a lasciare la spiaggia, qualcuno approfittava di un&#8217;ultima doccia – presto l&#8217;oscurità sarebbe calata su Ventimiglia. Solo la tenda blu di due ragazzi neri rimaneva eretta fra i ciottoli. Ero nel punto estremo dove il torrente diventa mare. Il frammento leggero era trascinato dalla corrente sino alla linea mobile delle onde. Qui iniziava un&#8217;oscillazione indecisa, una turbolenza lungo la frontiera vaga della foce. Il ramo s&#8217;infrangeva contro un&#8217;onda, poi contro un&#8217;altra, ma poco a poco si spostava verso destra alla ricerca di una via di fuga. Infine è passato e s&#8217;è perso nel mare aperto. <span id="more-64575"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le navi scivolavano verso occidente: oltre il porto di Ventimiglia, verso i Balzi Rossi. Là, di fronte agli scogli, un anno fa c&#8217;era l&#8217;accampamento dei viandanti africani. Ora le auto sono parcheggiate in fila nello spiazzo, gli ospiti di un albergo camminano rilassati e una camionetta dei carabinieri presidia l&#8217;area. Poco oltre c&#8217;è la frontiera bassa, porta d&#8217;accesso a Mentone. Dal lato della marina soldati dell&#8217;esercito italiano e agenti di polizia scrutano le vetture; un posto di blocco della <em>police</em> francese governa i passaggi dalla parte della montagna. Era un pomeriggio d&#8217;agosto, sono passato in bici avanti e indietro, avanti e indietro ancora. Nessuno mi ha fermato: forse il mio volto rassicura i controllori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Ponte San Luigi, la frontiera alta sopra i Balzi Rossi, le forze dell&#8217;ordine francesi si affacciano raramente fuori dalla stazione di polizia frontaliera e le auto passano senza controlli. Sul lato italiano alcuni militari si dondolano sui talloni, annoiati. Un giorno un alpino imbracciava il fucile, ma dava le spalle alla strada. Da lassù si vede il mare blu screziato dai raggi solari, gli yacht si muovono placidi senza impedimenti ed è difficile immaginare una linea su un mondo di acque correnti. Una ripida strada in discesa mi ha riportato al porto di Ventimiglia, là dove sfocia il Roja.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il punto di partenza della mia esplorazione è la foce del Roja, il Roja disegna la mia rotta. D&#8217;agosto un esile ruscello gremito di cefali enormi si tuffa a mare. Accanto il greto è bianco e asciutto. Ogni mattina alcuni uomini neri in pettorina fluorescente si aggirano fra i ciottoli fluviali e raccolgono le immondizie. Uno di loro mi ha augurato la buona giornata mentre portava i sacchi alla spazzatura vicina. Ricevono un salario? Da quale ente? Questo non so. Sotto alcune piante sono distesi cartoni dove dormono alcuni migranti. Gli uomini in pettorina passano accanto rispettosi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poco più in alto si distende un ponte esile, la passerella Squarciafichi. Sotto c&#8217;è un fico, attorno crescono piante ornamentali, rose, qualcuno ha coltivato un tratto di orto. Sono sceso sotto alla passerella Squarciafichi, due uomini stavano dormendo in un cantuccio, un vecchio ligure con un cestino raccoglieva i fichi maturi. Poco oltre ho trovato una cartina del Mediterraneo, una piccola pietra levigata era poggiata sopra. La mappa figurava un brandello di Tunisia, il mar di Sicilia, Agrigento, poi la Sardegna e la Corsica, la costa toscana con l&#8217;isola d&#8217;Elba. A nord la carta era strappata: mancavano Liguria e Francia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oltre la passerella inizia un sentiero ai margini del greto. Durante il percorso mi sentivo quasi un fantasma, invisibile agli uomini in costume che camminavano poco sopra, sulla strada principale. Mi sono chinato su una piccola pianta di pomodoro piegata dal peso di un frutto ancora verde, forse era la rimanenza di orti effimeri curati tempo fa. Poi mi ha avvolto un boschetto di canne, cespugli aggrovigliati e rovi carichi di more acerbe; fra le sterpaglie rigogliose è passato un topo di fogna. A lato erano ammassate confezioni lacere di cibi e bevande, valigie vuote abbandonate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Più avanti i ponti sorretti da piloni di cemento soffocano l&#8217;aria di mare e di vacanze. In alto i treni sferragliano fra Italia e Francia, le auto imboccano lo snodo della strada del Tenda o la via per lo svincolo autostradale. In questo sottomondo ho trovato vuote boccette di shampoo monouso. Cartoni di vino e bottiglie di birra in frantumi. Due microchip erano spersi fra le pietre e un dentifricio prometteva un “effetto sbiancante”. Qui il greto del Roja è un archivio di resti di vita sparsi alla rinfusa. Sotto il cavalcavia nacque un campo informale di migranti – è stato sgomberato alla fine di questo luglio. Ho raccolto un cartoncino con la croce e la mezza luna rosse. C&#8217;erano gli indirizzi del “Family link service of the Red Cross available everywhere in Europe”; le scritte sull&#8217;altro verso erano in inglese, arabo, francese, amarico. Ho trovato decine di rasoi dalle impugnature verde acqua. Ogni lametta era stata divelta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sotto i ponti gli uomini vivacchiano ancora. Nel bar di via Tenda un africano ha pagato un caffè da portare via. Con il bicchiere di plastica coperto è sceso sotto il cavalcavia, un amico lo stava aspettando accanto a un fico spontaneo. Poco oltre si trova la chiesa di Sant&#8217;Antonio da Padova dove sono state ospitate centinaia di donne e uomini in pochi mesi. Nel cortile ho incontrato tre ragazzi accomodati su una panchina, all&#8217;ingresso era esposta un&#8217;ordinanza del sindaco che impedisce ai cittadini senza autorizzazione formale di offrire cibo ai migranti. In chiesa un prete nero officiava la messa. Parlava in inglese ed era affiancato da un traduttore arabo. Ho contato una ventina di fedeli, tutti provenivano dall&#8217;altra parte del mare. Il prete ha ricordato le peregrinazioni di Abramo, «lui era solo, ma non era davvero solo perché con lui v&#8217;era Dio e lui aveva fiducia in Dio». Così anche i viaggiatori nel deserto di oggi non sono soli: «Voi avete Dio e di lui vi dovete fidare; e avete anche gli assistenti, e di loro vi dovete fidare». Alcuni giovani italiani sedevano accanto ai migranti, ho notato il volto radioso di un&#8217;attivista cattolica: emanava la luce di chi ha esaurito i dubbi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono tornato al Roja, sotto al cavalcavia vicino alla chiesa riposavano due clochard. Chissà – ho sussurrato – chissà se si sono intessute relazioni fra gli uomini quaggiù, e cosa mai si saranno detti, e in quale lingua, e chissà se sono nati conflitti o fratellanze in quest&#8217;ombra perenne che avvolge vite di marginali in transito. Sulla riva d&#8217;asfalto sorge un parcheggio, oltre s&#8217;innalza un centro commerciale di domenica aperto, poi un campo da calcio in cemento e il bocciodromo “Sandro Pertini”. Sulla strada d&#8217;asfalto piccole case con giardino si ripetono con cadenza regolare. Ho proseguito la camminata lungo il fiume asciugato dal sole. Rivoli d&#8217;acqua scorrono rossastri e algosi, fra i sassi crescono inule dai fiori gialli. Ai lati del greto sono sorti boschetti di salici purpurei, piante dalle foglie allungate che sopravvivono anche se le radici sono immerse in acqua. Da qualche parte ho sentito note di musica hip hop e voci uscire da un saliceto, ombre muoversi fra gli alberi. Il fiume è ancora abitato da comunità nascoste. Due uomini italiani camminavano nella mia direzione e si guardavano intorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da lontano vedevo uomini nerissimi lavarsi i capelli, fare il bucato nel Roja. Come miraggi gli abitanti del fiume scomparivano non appena mi facevo un poco più accosto. Il greto mi sembrava un deserto accecante, gli occhi erano affaticati dai riverberi del sole sui ciottoli bianchi. Il letto è ampio cento, forse duecento metri; ogni ponte si regge su quattro piloni di cemento. Contro i piloni si ammassano i resti di bosco e altri detriti che le piene trascinano via. Sono cumuli di macerie alti fino a quattro metri. Durante le stagioni piovose il Roja è così ampio e profondo che l&#8217;arido paesaggio imbiancato s&#8217;eclissa in sommersione. «La vita sul greto è temporanea: un fenomeno estivo», ho suggerito al mio compagno di viaggio. Ho pensato che nessuna carta geografica può descrivere la rivelazione e la scomparsa di questo deserto bazzicato da uomini di passaggio. Alcune capre pascolavano fra le erbacce, godevano dell&#8217;ombra disegnata dal cavalcavia. Il pastore era altrove.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla mia sinistra s&#8217;intravedeva il vecchio scalo merci di Ventimiglia, abbandonato in dismissione. Ho notato una costruzione cadente, lunga e bassa: i migranti sostavano alla sua ombra seduti vicino a una misteriosa statua di Spiderman alta due metri almeno. Una camionetta dei carabinieri procedeva lenta verso il campo della Croce Rossa. Il campo si trova a monte, alle estreme propaggini dello scalo. Oltre le grate ho visto i gazebo chiari, le bandiere con la croce su fondo bianco, i container che ospitano i viandanti. I posti di accoglienza non erano sufficienti e molte brandine erano state disposte sotto i piloni di un cavalcavia. Fra i lettini gli uomini avevano steso i tappeti della preghiera. Alcuni giocavano a calcetto, altri si passavano un pallone fra le jeep parcheggiate. Fino ad inizio agosto c&#8217;era un accampamento informale qui vicino, poi è stato sgomberato. La cancellata intorno al campo è distrutta in vari punti così che i migranti possano uscire ed entrare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lungo i binari del vecchio scalo crescono arbusti coriacei, l&#8217;area è vasta e i vagoni francesi e italiani in disuso sono misure del vuoto. Il compagno di viaggio ha detto: «Qualcuno un giorno ha deciso che le merci fra Italia e Francia non dovevano più passare da qui, ma da un&#8217;altra linea più a nord – forse la Torino-Lione». Ho perlustrato il perimetro dello scalo a piedi e in bici, eppure mai ho individuato l&#8217;ingresso. Ho trovato quattordici file di serre abbandonate e soffocate da fichi cresciuti in libertà, un ristorante chiuso da anni, lo scheletro di un edificio di tre piani, un orto di zucchine e peperoni, alberi di limoni e una bandiera pirata che sventolava. Il brusio costiero poco distante è risucchiato in un silenzio senza anime. Il Ministero ha scelto di allestire il campo di accoglienza in una terra dimenticata dagli uomini: qui i migranti sono stipati nel ripostiglio oscuro e vago della coscienza urbana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oltre lo scalo, l&#8217;acqua ha disegnato il letto del Bevera, un affluente del Roja. Il fiume è così asciutto che una strada sterrata attraversa il suo grembo. Lungo il Bevera sorge la frazione di Torri e da lì parte un sentiero che conduce in Francia. Il torrente scorre in direzione ovest-est e scava una valle dai due volti: il versante esposto a nord è oscuro di querce e castagni, un posto da funghi; sul lato aprico resistono olivi obliati e terrazzamenti in sgretolamento. Lungo il sentiero – appena visibile, scancellato dalle sterpaglie – le rovine di un villaggio testimoniano della civiltà dell&#8217;ulivo disertata un secolo fa. Poi il Bevera diviene francese e donna – la Bévéra – e sale su, su fino a Sospello, Sospel borgo di frontiera. Il torrente s&#8217;insinua in una cittadina dove i muri scrostati sono rughe che non temono di mostrarsi. La <em>gare</em> di Sospel era deserta e avvolta dal frinire delle cicale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E io ho proseguito lungo il Roja in un giorno soffocante d&#8217;afa. Intorno al greto sorgevano altri capannoni, orti con le zucchine rampicanti, poi una strana villa con immenso garage e un cortile adiacente che ospitava due container. A est una strada s&#8217;inerpica sulle montagne che separano la valle del Roja dalla val Nervia. A metà strada si raggrumano le case antiche di Verrandi, frazione di Ventimiglia. Nella piazza vicino alla chiesa ho incontrato due anziani seduti a confabulare. L&#8217;uomo ha alzato lo sguardo e mi ha dato il benvenuto: «Se cerchi la fortuna hai sbagliato strada». Tre donne dai capelli nerissimi sono apparse alla svolta d&#8217;un caruggio e mi hanno infilzato con un&#8217;occhiata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora so che su quelle montagne, fra ulivi sospesi a picco sul mare, hanno trovato rifugio gli attivisti italiani e francesi, i migranti africani. Il dispiegamento delle forze dell&#8217;ordine, i fogli di via e la minaccia dei trasferimenti hanno allontanato dal tratto costiero l&#8217;attività politica antagonista. In tempi di tensione e di paura nulla deve turbare il brandello di frontiera illuminato dai riflettori dell&#8217;informazione, calcato dai turisti. Sotto il verde d&#8217;argento delle piante – le terre qui appartengono a proprietari olandesi – un attivista francese ha dispiegato una cartina della Liguria e una della Francia savoiarda. Intorno a lui si stringevano in cerchio i viandanti. Parlava un inglese con sfumature d&#8217;arabo, l&#8217;indice sicuro mostrava i sentieri praticabili del lato italiano. «A <em>wadi Roja</em> potete passare da qui, o anche da quassù». <em>Wadi Roja</em>, la valle del Roja. In arabo <em>wadi </em>è “valle”, in particolare significa la nuda depressione fluviale nelle stagioni di secca. E <em>wadi Roja</em> potrebbe essere anche <em>wadi Roya</em>, o <em>wadi Roia</em> – dipende se il fiume è nominato con cadenza occitana, italiana, o francese. Nostro è il tempo dove la lingua – come i popoli e l&#8217;acqua – fluisce in mescolamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Quando passerete il confine non saranno finiti i problemi, perché la frontiera è ovunque». I migranti possono essere arrestati in ogni stazione o crocevia francese, poi trasferiti in Italia con procedure d&#8217;eccezione. La guida sapeva che la frontiera è un dispositivo diffuso, discontinuo e fluido – e non una linea, né una barriera infrangibile. Ha mostrato sulla cartina di Francia le strade più controllate, i posti di blocco, i passaggi sicuri. Ho ascoltato il discorso dell&#8217;antagonista d&#8217;oltreconfine, passeur politico che ha tradito la patria fra il frinire delle cicale. Ne ero affascinato: le sue parole suonavano come un sovvertimento della storia coloniale e statuale della Francia. Ora non so dove siano i ragazzi che fissavano le mappe all&#8217;ombra degli ulivi, ma auguro loro d&#8217;essere al di là.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo il paese di Trucco la valle del Roja si stringe all&#8217;improvviso: la strada d&#8217;asfalto s&#8217;addentra nelle gallerie, il greto diviene impraticabile. Oltre l&#8217;ultimo tunnel mi è apparso un paesaggio inatteso: boschi in un&#8217;aria di montagna e il torrente cristallino laggiù. La strada si diparte e un suo braccio abbandona il corso d&#8217;acqua e prosegue verso San Michele e Olivetta. Alla stazione di Olivetta San Michele ero solo sulla banchina, la sala d&#8217;aspetto s&#8217;apriva buia e silenziosa. Un brusio giungeva dal bar di fronte senza disturbare la signora seduta nel giardino che s&#8217;affaccia sulle rotaie. Leggeva una rivista e aveva un cappellino arancione, ai suoi piedi riposavano un cane e un innaffiatoio. Qui due volte al giorno s&#8217;arresta un treno che entra in Francia, ferma a Breil-sur-Roya, a Tende, e poi prosegue sino a Cuneo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La strada per Olivetta è una salita a curve strette, i rovi che invadono il bosco si sporgono minacciosi dal ciglio. Una croce occitana mi ha dato il benvenuto a Olivetta, Auriveta. I cartelli “Vendesi” tracciavano costellazioni sulle facciate slavate color rosa salmone, in basso alcuni dipinti celebravano l&#8217;unico alimentari del paese. Una musica pop usciva da una finestra in alto. Viandanti francesi vestiti di lino si guardavano intorno, alcuni tedeschi si salutavano nel vicolo come fanno i vicini di casa oltre l&#8217;uscio. La donna del negozio discuteva con due turisti, il suo francese s&#8217;articolava a stento. Ho comprato dell&#8217;acqua e anche l&#8217;italiano sortiva da lei come parlata estranea. Forse gli abitanti di Olivetta parlano una lingua che sfugge alle regole standard delle grammatiche nazionali. Nella piazza del paese un giovane uomo mi ha apostrofato in francese. «Ah, voi non siete francese? Perdonatemi, mi sembrava». Ci siamo intrattenuti a disputare sulla strada da prendere, poco a poco il “voi” che mi attribuiva s&#8217;è tramutato in “lei”. M&#8217;è sembrato che il giovane entrasse nell&#8217;italiano lentamente, sfumando pianissimo il francese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sopra Olivetta la strada monta a perdifiato, dalle case isolate i cartelli annunciano: “À vendre”, poi il simbolo dell&#8217;Unione Europea segna il confine. Sotto il sole solo un ciclista arrancava con il fiatone. Il casolare della dogana era di un&#8217;ocra scaldato dal mezzogiorno, coperto di graffiti e disegni: uno scoiattolo stupefatto apriva la bocca sino a sganasciarsi. Oltre il vetro ho visto una scrivania polverosa e cavi elettrici pendenti dai muri, le sedie erano impilate e in fondo appariva un divano-letto sdrucito. Lungo la discesa che sferzava il volto la campagna francese mostrava un abbandono addomesticato: i rovi erano tagliati due metri oltre il ciglio della strada e ogni <em>terrain vague</em> era recintato da un nastro. Generale ossessione di tenere sotto controllo cosciente la sbriciolatura del paesaggio, il franare dei terrazzamenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima del bivio di San Michele, il letto del Roja si spinge più a nord e incontra Airole, villaggio sospeso in equilibrio nel vento largo. Ho osservato il colle che sovrasta il paese: l&#8217;uliveto era pulcioso e spelacchiato, i boschi intorno apparivano rigogliosi come una giungla impenetrabile. Dalla facciata della chiesa e fra le vie mi sono apparsi angeli dalle ali dispiegate. Se il viandante si lascia alle spalle la chiesa dell&#8217;angelo e imbocca il sentiero che dà a ovest, in un&#8217;ora raggiunge Fanghetto ultimo avamposto italiano. La via è pulita e sovrasta il torrente per un lungo tratto, poi disegna un&#8217;ansa che segue l&#8217;andamento del colle. Sotto la prima abitazione diruta di Fanghetto un cartello mi avvertiva che l&#8217;area è “sottoposta a videosorveglianza per ragioni di sicurezza”. I muri scrostati e le terrazze cadenti fronteggiano le poche ville per ricchi possidenti. Ho sfiorato i fiori gialli in vaso e un rosmarino sotto i cartelli di vendita; nella piazza centrale un fico dai frutti bianchi mi ha nutrito. Da Fanghetto un sentiero sale su verso le montagne d&#8217;oltreconfine, un altro discende e porta alla strada statale 20, accesso principale alla Francia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il portone e le finestre della vecchia caserma doganiera sono murati, ma qualcuno ha sfondato le barriere per trovare riparo all&#8217;interno. Al mio fianco le auto sfrecciavano senza rallentare. Anche il casolare della dogana francese è in abbandono, sebbene conservi ancora un color rosa di pesca. Ho letto in alto: “Freedom, Liberté, Libertà, Hurrya”. L&#8217;ingresso è stato sigillato, dalla finestra ho osservato l&#8217;ufficio d&#8217;un tempo: al muro era appesa una mappa della Francia, carte e fascicoli sulla scrivania attendevano un funzionario che non è mai giunto. Una scritta sulla facciata ci avvertiva che “All cops are borders”. Nel cortile un lentisco e un fico facevano ombra a un materasso dall&#8217;odor di putrefazione. Oltre la Roya ho osservato le terrazze in disfacimento, quasi un&#8217;ossessione dei miei occhi. Ho raccattato alcuni cartelli ammassati in un angolo del cortile, erano i resti di una manifestazione. Uno recitava: “Police partout, justice nulle part”. Qui in <em>wadi Roya</em> la polizia non è dappertutto, ho pensato. Della giustizia, invece, non so dire.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-64717" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/roja3-1024x681.jpg" alt="roja3" width="720" height="479" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/roja3-1024x681.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/roja3-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/roja3-768x511.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/roja3-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/roja3.jpg 1600w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Foto 1: il greto del Roja a Ventimiglia negli anni Trenta.</em></p>
<p><em>Foto 2 : ritrae il punto in cui la Bevera entra nel Roja, vicino al luogo dove hanno innalzato il campo della croce rossa.</em></p>
<p>Le foto sono tratte dal blog di Adriano Maini. <a href="http://mainiadriano.blogspot.it/" target="_blank">http://mainiadriano.blogspot.it/</a></p>
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		<title>Diritto d&#8217;asilo: cosa stiamo aspettando ?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jul 2016 12:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[scafisti]]></category>
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					<description><![CDATA[il 18 ottobre 2013 pubblicavamo qui su Nazione Indiana un post, firmato da tutta la redazione, intitolato Diritto d’asilo: una proposta politica. Al quale rispondeva dopo sei giorni il diplomatico Domenico Fornara, spiegando in qualche modo cosa può fare la diplomazia internazionale e cosa non può. Adesso è sotto gli occhi di tutti quello che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>il 18 ottobre 2013 pubblicavamo qui su Nazione Indiana un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/10/18/diritto-di-asilo/">post</a>, firmato da tutta la redazione, intitolato <em>Diritto d’asilo: una proposta politica</em>. Al quale rispondeva dopo sei giorni il diplomatico Domenico Fornara, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/10/19/rifugiati-e-diritto-dasilo-cosa-non-possono-fare-le-ambasciate-italiane/">spiegando</a> in qualche modo cosa può fare la diplomazia internazionale e cosa non può.  </p>
<p>Adesso è sotto gli occhi di tutti quello che accade: centinaia e centinaia di morti, e morte, in Mediterraneo, il “Nostro mare”. Noi ci chiediamo ogni giorno che passa: cosa stiamo ancora aspettando? Cosa aspettiamo per superare le ragioni dell’ufficialità diplomatica e ascoltare quelle di una ragione più alta, e in ogni caso, da ogni punto di vista, migliore?<br />
È stata riferita in questi giorni la notizia, ancora non ufficialmente confermata, che i cosiddetti scafisti ammazzano chi non può pagare e vendono i suoi organi al mercato nero relativo.<br />
Che cosa aspettiamo ad <strong>organizzare un trasporto legale</strong>, sicuro e gratuito per chi si affolla sulle coste nordafricane, con le nostre navi, visto che l’Europa sembra sempre più in altre faccende affaccendata; le nostre navi che, comunque e sacrosantamente, sono tutto il giorno in mare a recuperare corpi vivi e corpi morti, tutti i giorni e tutte le notti a rispondere alla disperazione e alla sofferenza. Noi crediamo che spenderemmo anche di meno ad istituire un simile servizio legale ed efficiente, metteremmo fuori gioco i sempre più ignobili scafisti (invece di arrestarli in Italia e poi subito rilasciarli che vadano a continuare il loro sporco lavoro), daremmo la possibilità a esseri umani, che fuggono dalla guerra e dagli orrori, di arrivare da noi con la certezza di non lasciare la pelle in mare. Cosa stiamo aspettando? Quanti morti e quante morte, uomini, donne e bambini dobbiamo ancora sacrificare sull&#8217;altare della ragione diplomatica?</p>
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		<title>mescolarsi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/16/mescolarsi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 16:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[G.M. Trevelyan]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Di fronte a questa faccenda dei migranti, profughi, rifugiati, non è neppure chiaro come chiamarli, da un po’ di tempo mi si muoveva qualcosa nella testa che non riuscivo bene a mettere a fuoco, ma che sentivo come diventare qualcosa di più grosso di quanto non pensassi tempo fa. Che pure è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-56477" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni-300x147.jpg" alt="migrazioni" width="300" height="147" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni-300x147.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Di fronte a questa faccenda dei migranti, profughi, rifugiati, non è neppure chiaro come chiamarli, da un po’ di tempo mi si muoveva qualcosa nella testa che non riuscivo bene a mettere a fuoco, ma che sentivo come diventare qualcosa di più grosso di quanto non pensassi tempo fa. Che pure è un po’ di tempo che ne arriva di questa gente, però è come se ci fossero dei salti di qualità ogni tanto, che poi saranno diversi da persona a persona, questi salti, però è anche probabile che in una determinata zona del mondo, sotto il bombardamento di avvenimenti così costanti e inesorabili, in molti si abbia la stessa reazione, o percezione, come se qualcosa stesse cambiando alla base, cioè nel modo in cui pensiamo il mondo, come siamo stati abituati fin da bambini.</p>
<p>Almeno quelli della mia generazione, figli degli anni quaranta del secolo scorso, tempi duri per quasi tutti, non c’era da sfogliar verze. E l’idea che c’era allora del mondo era quella di un posto diviso in tanti posti più piccoli, ognuno con la sua bella popolazione, con certe caratteristiche, lingua, abitudini, religione, modo di vedere le cose e di trattare gli altri, e le altre. E questa idea qua non è facile scalzarla davvero, tant’è che ancora adesso che questo modello sta davvero facendo acqua da tutte le parti, ancora adesso, sì, siam tutti qui a pensare che siamo una nazione fatta in un certo modo e con certe abitudini ecc. che viene invasa da altri uomini e donne che devono integrarsi in quelle nostre abitudini e diventare in prospettiva italiane e italiani brave e bravi come siamo noi.</p>
<p>E invece credo sia questo che non funziona più. Quando si mescola il blu col giallo viene fuori il verde, che è proprio diverso dai due punti di partenza, non possiamo dire al verde di assomigliare al giallo o al blu, certo, se ci mettiamo poco giallo, sarà un verde che ancora tende al blu, ma qui non si tratta più di “poco”, di poche persone che si spostano, di qualche sparuto gruppo che cerca di intrufolarsi in una grande massa, qui si tratta di masse consistenti di persone che non &#8220;si intrufolano&#8221;, ma si mescolano bellamente con altre masse consistenti.</p>
<p>M’è capitato ieri di sentir parlare un giovanotto dai tratti somatici chiaramente orientali, e quindi mi aspettavo, più o meno inconsciamente, di sentire un italiano smozzicato, incerto e parlato male, e invece questo parlava come un perfetto milanese, con l&#8217;accento giusto, e forse anche con maggior eleganza. È stato come un lampo nella mia testa: lui <strong>è</strong> milanese, <strong>è</strong> italiano, come me e come i miei amici, l’unica differenza sono alcuni tratti del volto, che poi un po’ alla volta, col passare delle generazioni, cominceranno a sbiadire, così come cominceranno a modificarsi i lineamenti dei nostri figli e delle nostre figlie che si incroceranno presto o tardi con qualcuno con lineamenti diversi. E allora?</p>
<p>Mi sono venute in mente le poche cose che so delle invasioni, cosiddette barbariche. Ma anche di quelle precedenti, gli indoeuropei che un po’ alla volta hanno invaso l’Europa, incontrando le popolazioni locali e con modalità probabilmente le più varie, non tutte così incruente, mi immagino; fatto sta che il risultato è stata una bella mescolanza di genti davvero diverse. Molti anni fa comperai un libro sulla storia dell’Inghilterra, di un illustre storico, George M. Trevelyan, libro (<em>A shortened history of England</em>) che percorre la storia di quel paese dalle origini ai giorni nostri – o veramente suoi, Trevelyan morì nel 1962 – e il primo capitolo è intitolato <em>The mingling of the races</em>, capite, <em>mingling</em>, la più turbinosa delle mescolanze, Iberici, Celti, Romani, Anglosassoni, e perfino Vichinghi. Adesso questa mescolanza sopravvive nella lingua, le parole di quello che chiamiamo inglese sono spesso distinguibili per la loro origine, celtica, sassone, latina, ecc. Sono passati secoli, naturalmente, ma tutti si sentono (fieramente) inglesi, o, meglio, <em>Britons</em>.</p>
<p>Non ci si oppone a questi avvenimenti così macroscopici, i poveretti che ci provano durano – sulla scala della storia – lo spazio di un mattino, con tutta la tecnologia del mondo. Senza contare che, nel lungo periodo, questi mescolamenti sono positivi, nuove forze arricchiscono situazioni stagnanti, nuovo sangue e nuove idee, possibilità insospettate saltano fuori. Certo, con tutti gli incidenti di percorso del caso, nessuno di questi percorsi è indolore, ma il marocchino cattivo, o l’ivoriano sadico, non saranno peggiori del lombardo mafioso o dello svizzero assassino. Si tratterà di indirizzare, ma questo potrà saltar fuori solo dall’intelligenza e dal buon senso di governanti meno ottusi degli attuali, i percorsi educativi, sociali, e anche giuridici, per agevolare questa transizione nel suo periodo più caldo, che è questo, e forse quello dei prossimi cinquant’anni. Toccherà attrezzarsi, però fabbricandosi faticosamente gli attrezzi, che non ci sono già fatti, sperimentando e cercando ancora una volta – e in un contesto assai più esteso – di dare valore, concretezza e significato materiale a quelle vecchie parole che informarono la rivoluzione francese, libertà, uguaglianza, fraternità, ricordate?</p>
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		<title>Sulla vergogna della propria disumanità e sulla speranza della propria umanità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2015 14:09:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Aylan Kurdi]]></category>
		<category><![CDATA[Calais]]></category>
		<category><![CDATA[decenza]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Andrea Inglese Vorrei parlare di due parole, “vergogna” e “speranza”. Sono due parole che nel nostro mondo di sottigliezze e prodigi tecnologici sembrano arcaiche, generiche, grezze. Oppure, come si suol dire, retoriche. Però le parole non sono come le App, non se ne inventano di nuove tutti i giorni. È difficile dire a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-56317" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big-300x225.jpg" alt="big" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vorrei parlare di due parole, “vergogna” e “speranza”. Sono due parole che nel nostro mondo di sottigliezze e prodigi tecnologici sembrano arcaiche, generiche, grezze. Oppure, come si suol dire, retoriche. Però le parole non sono come le App, non se ne inventano di nuove tutti i giorni.<span id="more-56315"></span></p>
<p>È difficile dire a partire da che momento, da che giorno, io abbia percepito che sprofondavo nella vergogna, e che questa vergogna non avrei potuto esorcizzarla facilmente, con qualche bel gesto o con una serie di bei gesti, anche se la vergogna non chiede che questo, di essere soppressa attraverso delle azioni, delle azioni che ci portino in un’altra zona dell’esperienza e del nostro rapporto col mondo, in una zona dove la speranza prenda il sopravvento sulla vergogna. Io ho sentito con precisione che tutto il mio modo di vita mi destinava a quella vergogna, e che solo difficilmente avrei trovato la strada per uscirne, perché si trattava appunto di uscire da un’identità e da uno stile di vita, che erano ormai ben stratificati. E oggi che scrivo non ne sono ancora uscito, so che devo farlo, devo farlo per me e per gli altri; per me, che sono un cittadino adulto italiano, europeo, e per coloro che mi chiedono di uscire dalla vergogna, che hanno bisogno che io ne sia fuori, libero di fare qualcosa con loro e per loro. E lo devo fare anche per mia figlia, perché sarà lei, indubbiamente, che riceverà in eredità questa vergogna, e non vorrei che diventasse schiacciante.</p>
<p>Non vi è nessun compiacimento, nessun sollievo a parlare di questa vergogna: essa è lì come un fatto, un fatto che può essere taciuto, dimenticato, ma le cui conseguenze hanno comunque una grande portata, ossia una portata <em>storica</em>, perché questa vergogna, che è in questo caso vergogna <em>per me</em> e <em>per noi</em>, sarà giudicata storicamente, da chi verrà nel futuro, perché è la vergogna nei confronti della nostra disumanità, come individui e come popoli, come stati e come nazioni, è il quotidiano spettacolo della nostra incapacità di essere umani, di ritrovare la via dell’umanità elementare, della decenza morale, a renderci vergognosi.</p>
<p>Quel che mi appare chiaro è che l’uscita da questa disumanità, il rifiuto di essa, non si giochi semplicemente sul piano morale delle singole coscienze. Se la vergogna nasce nella coscienza individuale, la disumanità di cui deve vergognarsi fa leva certamente sulle abitudini di ogni singolo individuo, ma queste abitudini sono cementate da un sistema culturale e da un’organizzazione politica della società. Per questo, oggi, coloro che sono riusciti attraverso le loro azioni quotidiane a porsi al di fuori del sentimento di vergogna, e che hanno riguadagnato, o solo affermato, la loro intatta umanità, non potranno in nessun modo attenuare la vergogna collettiva, storica, delle nazioni europee e dei loro popoli. Le loro azioni salvano <em>loro </em>dalla vergogna, risvegliano <em>per noi </em>la speranza, ma non possono incidere ancora sulle istituzioni e il sistema culturale. E solo un mutamento di natura politica e culturale potrà portare l’Europa, governanti e cittadini, fuori dalla vergogna, fuori dalla colpa, fuori dall’ordinario esercizio della disumanità.</p>
<p>Tutti i paragoni con la barbarie nazista sono legittimi, perché al di là delle circostanze storiche, che sono inevitabilmente singolari e irripetibili, qualcosa di analogo e fondamentale emerge: verrà un giorno in cui qualcuno di noi, qualcuno che ha la nostra stessa identità – un italiano, un francese, un polacco, un ungherese –, dovrà giustificare ai suoi figli l’espressione collettiva e istituzionale di tale <em>disumanità</em>. E proprio su questo terreno della trasmissione, le cose appaiono abbastanza chiare. Cosa possiamo sperare? Che i nostri figli siano altrettanto se non più <em>disumani</em> di noi, e che quindi non ci chiedano nessun conto, e che anzi ci dimostrino, anche loro quotidianamente, nell’intimità familiare, quanto bene hanno appreso la lezione, trattandoci all’occasione come materiale umano superfluo, ingombrante, di scarto, verso il quale nessuna empatia può più essere suscitata? C’è, infatti, qualcosa di peggio della vergogna, che è un rimpianto per la propria umanità smarrita. C’è la fine di ogni ricordo d’umanità, e la barbarie come unico orizzonte.</p>
<p>Non è solo questione di guerre e di milioni di profughi, non è solo questione di migliaia di morti in mare, di accampamenti illegali e miseri alla frontiere, di repressione poliziesca su persone inermi e senza diritti, la disumanità che noi vediamo all’opera, e che sentiamo come nostra, è quella innanzitutto dell’omissione di soccorso, ma con un’aggravante. L’omissione di soccorso di cui parlo va ovviamente intesa in senso morale, come l’obbligo di alleviare la sofferenza di un essere umano anche se non sia stata da noi procurata. Ma sappiamo anche che l’omissione di soccorso figura come reato nel nostro codice penale. La legge ritiene che, in casi molto specifici, come l’incontro con un minore abbandonato o un uomo ferito o incosciente – e quindi in pericolo di vita – sia obbligatorio – oltre che doveroso moralmente – prestare aiuto o segnalare immediatamente la circostanza all’autorità. Si presume, insomma, che ci siano dei soggetti istituzionali (forze dell’ordine, medici soccorritori, ecc.) a cui generalmente delegare l’azione di soccorso, tranne in casi eccezionali, dove siamo in qualche modo obbligati ad agire in prima persona, anche senza possedere alcun ruolo istituzionale specifico. Di fronte al flusso straordinario di rifugiati, il rifiuto delle autorità delle varie nazioni europee di organizzare una sistematica azione di soccorso e accoglienza, ci interroga inevitabilmente come cittadini senza ruolo istituzionale preciso. Anche se non abitiamo a Calais o a Lampedusa, siamo consapevoli che le autorità stanno programmaticamente sottovalutando e ignorando i loro doveri di soccorso e ospitalità, e la nostra delega a quelle autorità disumane non può finire che col renderci complici di esse.</p>
<p>Questa situazione storica ed eccezionale, causata da guerre che in questi anni colpiscono zone geografiche e popolazioni determinate, riattualizza però un’occasione di vergogna più ordinaria e ormai banalizzata nelle nostre società di stampo democratico-liberale. Mi riferisco alla nostra crescente indifferenza nei confronti delle persone che vivono e dormono per la strada, soprattutto nella grandi città. Non intendo sostenere, qui, che ogni cittadino abbia il dovere morale di occuparsi in prima persona dei senza tetto o di tutti coloro che vivono a margine della società. Ciò significherebbe aspettarsi che tutti abbiano non semplicemente delle attitudini di decente umanità, ma delle capacità di sacrificio e di dedizione nei confronti del prossimo fuori dall’ordinario. Ma io vorrei restare, appunto, sul terreno della semplice decenza, per sottolineare come sia facile, oggi, abituarsi a un’indecenza generalizzata.</p>
<p>Ho ricevuto una lezione una volta, sui binari di una stazione metropolitana parigina, da una donna. C’era un uomo abbastanza giovane buttato bocconi sulla banchina, ma in un punto tale che costituiva un ostacolo per le persone che camminavano lungo di essa. Era evidente il suo stato d’incoscienza, non era però chiaro, data la posizione anomala, se stesse semplicemente dormendo. La sua presenza provocava talmente disagio che una signora abbastanza elegante, passando, finì per inciampare volontariamente tra le sue gambe. In realtà, gli diede un calcio, un gesto senz’altro incontrollato, ma che serbava un residuo di inconsapevole umanità. Probabilmente avrebbe voluto sentire un gemito, una qualche reazione. Poi tirò dritto, borbottando seccata. Alla fine mi avvicinai all’uomo e mi misi a parlare con un’altra persona che lo guardava anche lei inquieta. Non sapevo bene cosa fare, ma le chiesi, vedendo che aveva il telefonino in mano, se avesse già avvisato qualcuno. Nel frattempo era arrivata un’altra donna, e senza tante esitazioni prestò soccorso, cioè si chinò sui di lui, lo apostrofò, scrutò le sue reazioni, gli mise una mano sulla schiena, ecc. Niente di eccezionale. Appunto. Eppure in una città come Parigi, lo stile di vita dominante, le abitudini condivise, finiscono per ottundere anche le più elementari reazioni di umanità, quelle più spontanee e semplici. E col tempo, anche nella vita ordinaria, rischia di diventare sempre più sottile la linea di separazione tra decenza e indecenza.</p>
<p>Qualche giorno fa, prima che la foto di Aylan Kurdi rompesse qualcosa nell’equilibrio mediatico e suscitasse quell’empatia che la notizie quasi giornaliere sulle stragi dei rifugiati non sembravano più risvegliare, France 2, il secondo canale della televisione pubblica francese, aveva trasmesso nel telegiornale di prima serata un’inchiesta intitolata: “Perché li aiutano?”. L’inviato intervistava nei pressi di Calais alcune persone che, in diverso modo, aiutavano la popolazione lì accampata di rifugiati e migranti irregolari. (Calais, porto sulla Manica da dove partono i treni diretti a Londra, è l’equivalente della Lampedusa francese, la tappa intermedia per coloro che approdano in Europa con l’intento di terminare il loro viaggio in Gran Bretagna.) L’attitudine del giornalista era ripugnante, dal momento che alle domande innocenti faceva seguire il suo personale giudizio sull&#8217;azione dei soccorritori: “Ma aiutando queste persone, Lei permette loro di rimanere qui, in una situazione illegale e disperata, dal momento che comunque non possono passare la frontiera”. In tutto questo, ciò che suscitava davvero un po’ di speranza, e speranza non per i migranti, ma <em>per noi</em>, per noi europei, italiani o francesi, era la presenza, la faccia, il comportamento di quelle persone, che avevano la più varia età e provenienza sociale. Persone normali che, al di fuori di ogni militanza politica o coinvolgimento associativo, con i mezzi limitati di cui dispongono, vanno ad aiutare i migranti, mescolandosi a loro nelle baraccopoli clandestine o accogliendoli in casa, magari, per ricaricare il cellulare. E queste persone non forniscono grandi giustificazioni né etiche né politiche del loro agire, lo fanno perché sembra loro <em>normale</em> farlo, e lo fanno sfidando il disprezzo palese e a volte le minacce dei loro stessi concittadini, quelli che non hanno pietà e nemmeno alcuna vergogna.</p>
<p>Ecco, bisogna anche riconoscere la speranza, quando è ragionevolmente suscitata. Domani parleremo di quello che la politica dovrebbe fare, e di quello che continua oggi a non fare, ma cominciamo a constatare, facendo un passo oltre alla nostra vergogna individuale e collettiva, quanto è comune, ordinaria, diffusa, la capacità degli esseri umani, anche europei, anche italiani e francesi, di comportarsi in modo decente, di essere delle persone decenti. Sarà seguendo anche questo filo apparentemente modesto, al di fuori delle altisonanti espressioni d’indignazione, che cominceremo a vedere qualcosa oltre la nostra vergogna.</p>
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		<title>Fermiamo la strage subito! L&#8217;Europa nasce o muore nel Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2015 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia per i nuovi desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[sbarchi]]></category>
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					<description><![CDATA[Un gruppo di associazioni (vedi promotori e firmatari sotto) lancia un appello per fermare la strage di migranti nel Mediterraneo, e invita a una mobilitazione il prossimo 20 giugno 2015. Di seguito il testo dell&#8217;appello, che riproduciamo integralmente. La regione del Mediterraneo è una polveriera ed il mare è oramai un cimitero a cielo aperto. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un gruppo di associazioni (vedi promotori e firmatari sotto) lancia un appello per fermare la strage di migranti nel Mediterraneo, e invita a una mobilitazione il prossimo 20 giugno 2015. Di seguito il testo dell&#8217;appello, che riproduciamo integralmente.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-54087" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/0.jpg" alt="Fermiamo la strage nel Mediterraneo" width="669" height="371" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/0.jpg 669w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/0-300x166.jpg 300w" sizes="(max-width: 669px) 100vw, 669px" /></p>
<p>La regione del Mediterraneo è una polveriera ed il mare è oramai un cimitero a cielo aperto. Dall’inizio del 2015 nel mediterraneo sono morte più di 1700 persone. L&#8217;Europa, per storia, per cultura, per geografia, per il commercio, è parte integrante di questa regione ma sembra averne perso memoria.</p>
<p>Il dramma di profughi e migranti, il loro abbandono in mano alle organizzazioni criminali, il dibattito su come, dove e chi colpire per impedire l’arrivo di uomini e donne che cercano rifugio o una vita dignitosa in Europa, non è altro che l&#8217;ultimo atto che testimonia l’assenza di visione politica da parte dei governi dell’UE.</p>
<p>Questa drammatica situazione ha responsabilità precise: le scelte politiche e le leggi dei governi europei che non consentono nessuna via d&#8217;accesso sicura e legale nel territorio dell’UE e costruiscono di fatto quelle barriere che provocano migliaia di morti nel Mediterraneo, nel Sahara, nei paesi di transito, nella sacca senza uscita che si è creata in Libia. Scelte coscienti e volute che configurano un crimine contro l&#8217;umanità.</p>
<p>La risposta dell’UE, confermata nell’Agenda Europea sull’immigrazione, ripropone soluzioni che hanno già dimostrato di essere miopi e di produrre effetti opposti agli obiettivi dichiarati.</p>
<p>Aumentare le risorse per avere più controlli e più mezzi per pattugliare le frontiere, anziché salvare vite umane, è sbagliato e non fermerà le persone che vogliono partire per l’Europa. I conflitti irrisolti e le guerre hanno prodotto ad oggi, oltre 4 milioni di profughi palestinesi, circa 200.000<br />
saharawi accampati nel deserto algerino, 9 milioni di siriani tra sfollati e profughi, 2 milioni di iracheni sfollati. Il flusso di uomini e donne dall’Afghanistan e dall’inferno della Libia, le persone in fuga dalla Somalia, dall&#8217;Eritrea, dal Sudan e da altri paesi africani, da anni è continuo. Dietro le storie di queste persone oltre a povertà, malattie, dittature e guerre, ci sono interessi politici ed<br />
economici internazionali.</p>
<p>Guerre, povertà, saccheggio delle risorse naturali, sfruttamento economico e commerciale, dittature, sono le cause all&#8217;origine delle migrazioni contemporanee. Essere liberi di muoversi, migrare, deve essere una conquista dell’umanità non una costrizione. L&#8217;Europa deve costruire una risposta di pace, di convivenza, di democrazia, di benessere sociale ed economico, ispirandosi al principio di solidarietà e abbandonando le politiche securitarie, dell&#8217;austerità, degli accordi commerciali neolibertisti., di privatizzazione dei beni comuni. L&#8217;Europa deve investire sul lavoro dignitoso, sulla giustizia sociale, sulla democrazia e sulla sovranità dei popoli.</p>
<p>L&#8217;Europa siamo noi. Noi dobbiamo fare l&#8217;Europa sociale solidale.</p>
<ul>
<li><strong>Le nostre dieci priorità per uscire dall&#8217;emergenza e costruire l&#8217;Europa del futuro sono:</strong><br />
<strong>1.</strong> La UE attivi subito un programma di ricerca e salvataggio in tutta l’area del Mediterraneo.<br />
<strong>2.</strong> Si ritiri immediatamente ogni ipotesi di intervento armato contro i barconi che, oltre a non avere alcuna legittimità, come ribadito dal Segretario dell&#8217;ONU Ban Ki-Moon, rischia di produrre solo altri morti e alimentare ulteriori conflitti. Si rinunci all’ennesimo strumento di una più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee.<br />
<strong>3.</strong> Si aprano subito canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo, unico modo realistico per evitare i viaggi della morte e combattere gli scafisti. Si attivi contestualmente la Direttiva 55/2001, garantendo così uno strumento europeo di protezione che consenta la gestione dei flussi straordinari e la circolazione dei profughi nell’UE.<br />
<strong>4.</strong> Si sospenda il regolamento Dublino e si consenta ai profughi di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente, con un fondo europeo ad hoc, l’accoglienza in quei Paesi sulla base della distribuzione dei profughi. Ciò nella prospettiva di arrivare presto ad un sistema europeo unico d’asilo e accoglienza condiviso da tutti i Paesi membri.<br />
<strong>5.</strong> In attesa di un sistema unico europeo, si metta in campo, in tutti i Paesi membri, un sistema stabile d’accoglienza, unitario e diffuso, per piccoli gruppi, chiudendo definitivamente la stagione dell’emergenza permanente e dei grandi centri, che ha prodotto e produce corruzione e malaffare. Un sistema pubblico che metta al centro la dignità delle persone, con il coinvolgimento dei territori, dei comuni, con soggetti competenti, procedure trasparenti e controlli indipendenti.<br />
<strong>6.</strong> Si intervenga nelle tante aree di crisi per trovare soluzioni di pace, senza alimentare ulteriori guerre, o sostenere nuovi e vecchi dittatori, promuovendo concretamente i processi di composizione dei conflitti e le transizioni democratiche, la difesa civile e non armata, le azioni nonviolente, i corpi civili di pace, il dialogo tra le diverse comunità.<br />
<strong>7.</strong> Si sospendano accordi – come i processi di Rabat e di Khartoum &#8211; con governi che non rispettano i diritti umani e le libertà, bloccando subito le forniture di armamenti.<br />
<strong>8.</strong> Si programmino interventi di Cooperazione per lo sviluppo locale sostenibile nelle zone più povere, dove lo spopolamento e la migrazione sono endemici e non si consenta alle multinazionali di usare per interessi privati i programmi europei di aiuto allo sviluppo.<br />
<strong>9.</strong> Si sostenga un grande piano di investimenti pubblici per l&#8217;economia di pace, per il lavoro dignitoso e per la riconversione ecologica.<br />
<strong>10.</strong> Si sostenga la rinegoziazione dei dei debiti pubblici ed annullamento dei debiti pubblici non esigibili o prodotti da accordi e gestioni clientelari o di corruzione.</li>
</ul>
<p>Salvare vite umane, proteggere le persone, non i confini!</p>
<p><strong>Le organizzazioni firmatarie di questo appello invitano a partecipare alla giornata di mobilitazione internazionale il prossimo 20 giugno 2015</strong>:</p>
<p>ACLI, ACTION, AMM – Archivio delle Memorie Migranti, ANSI, Antigone, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CIAC, CILD, CIPSI, Cittadinanzattiva, CNCA, COSPE, European Alternatives, FIOM-CGIL, FOCSIV, GUS, LasciateCIEntrare, Link – Coordinamneto Universitario, , LUNARIA, NAGA, NIGRIZIA, Rete della Conoscenza, Rete della Pace, Rete degli Studenti Medi, SEI-UGL, SOS Razzismo, Unione degli Studenti, UDU-Unione degli Universitari, UIL, Verità e Giustizia per i nuovi Desaparecidos.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Mos Maiorum: connotazioni ideologiche di un&#8217;operazione di polizia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/24/ius-migrandi-vs-mos-maiorum/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2014 12:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Ebola]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Furri]]></category>
		<category><![CDATA[Frontex]]></category>
		<category><![CDATA[Mare Nostrum]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Furri Mentre il panico da contagio invade per l&#8217;ennesima volta un occidente vittima dei suoi anticorpi e della speculazione farmaceutica, e il virus Ebola non ha ancora raggiunto le 5000 vittime, un centesimo di quelle prodotte ogni anno dall&#8217;influenza ; mentre la corte d&#8217;appello di Palermo assolve i due comandanti dei pescherecci tunisini [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Furri</strong></p>
<p>Mentre il panico da contagio invade per l&#8217;ennesima volta un occidente vittima dei suoi anticorpi e della speculazione farmaceutica, e il virus Ebola non ha ancora raggiunto le 5000 vittime, un centesimo di quelle prodotte ogni anno dall&#8217;influenza ; mentre la corte d&#8217;appello di Palermo assolve i due comandanti dei pescherecci tunisini che nel 2007 sono finiti sotto processo per aver tratto in salvo 44 naufraghi nel canale di Sicilia, perché salvare vite umane non può (e non deve) essere considerato un reato ; mentre Renzi annuncia, sempre con un piglio propagandistico, uno « ius soli temperato » che permetta ai figli di stranieri in Italia di acquisire la cittadinanza a patto che portino a termine almeno un ciclo scolastico ; mentre Lega Nord e Casa Pound si ritrovano in piazza Duomo per sbandierare i soliti propositi xenofobi ed invocare la sospensione di Schengen, a braccetto con le altre destre europee ; mentre tutto questo, sul territorio dei 26 paesi membri dell&#8217;Unione Europea è in atto, dal 13 al 26 ottobre, un&#8217;operazione di polizia in grande stile, battezzata <em>Mos Maiorum</em> e destinata a « raccogliere informazioni sui flussi migratori nei Paesi dell’U.E., con particolare riguardo alla pressione nei singoli Stati Membri, alle principali rotte utilizzate dai trafficanti di esseri umani, le principali mete di questi ultimi, i paesi di origine e transito, i luoghi di rintraccio e i mezzi di trasporto utilizzati. <span id="more-49333"></span></p>
<p>A tal riguardo, ad ogni Paese comunitario verrà richiesto, come per le precedenti attività, di monitorare i controlli che verranno effettuati, nell&#8217;ambito dei normali servizi, nel periodo suindicato, anche lungo i confini interni ». L&#8217;intenzione dichiarata di intervenire contro i « trafficanti di esseri umani » dissimula una malcelata operazione poliziesca fatta di controlli e schedature, di arresti e procedimenti di espulsione.</p>
<p>Le retate si susseguono in tutte le città europee e prendono di mira le stazioni ed in generale gli spazi di transito, ed i quartieri ad alto tasso di immigrazione. Non si tratta di una novità, perché i controlli nei confronti dei migranti sono ormai di routine sul territorio dell&#8217;UE come alle sue frontiere: la collaborazione europea in materia di sicurezza è prassi consolidata, dalla creazione dell&#8217;agenzia Frontex alla costituzione di Eurosur o all&#8217;operazione Aerodromos dello scorso anno.<br />
Quello che stupisce di questa ennesima operazione, promossa dall&#8217;Italia (alla presidenza del Consiglio dell&#8217;UE per il secondo semestre 2014) e supportata da Frontex è insieme più banale e più allarmante : il nome. Come per « Mare nostrum », inaugurata il 18 ottobre 2013 in seguito ai drammatici naufragi di Lampedusa ed in procinto di concludersi, lo scopo pubblicizzato ed allineato con la retorica dell&#8217;umanitario, quello di « salvare vite umane in pericolo » o quello di « contrastare il traffico di esseri umani », nasconde – e nemmeno tanto – il fondamento ideologico e la natura egemonica di queste « missioni ».</p>
<p>È invitabile considerarle insieme, <em>Mare Nostrum</em> e <em>Mos Maiorum</em>, perché il riferimento alla lingua latina, che poteva sembrare accidentale in un primo caso, diventa significativo nella ripetizione : sono indizi (non ancora una prova) di un riferimento nemmeno troppo temperato ad una tradizione romana, repubblicana ed imperiale, tanto cara al regime fascista ed ai nuovi postfascismi. E si completano, perché se <em>Mare Nostrum</em> era un esplicito riferimento alla prospettiva egemonica romana sul mar Mediterraneo che enfatizzava la supremazia romana-italiana-europea sugli altri territori e sugli altri popoli che si affacciano sul bacino (politica estera), <em>Mos Maiorum</em> (il costume degli antenati) invoca ed evoca una dimensione identitaria e conservatrice che sembra un abbozzo di politica interna condivisa : si tratta del nucleo della morale tradizionale della società patriarcale, che contempla senso civico, <em>pietas</em>, valore militare asuterità dei comportamenti e rispetto delle leggi.</p>
<p>Come dire, se <em>Mare Nostrum</em> traduceva la presunzione italiana ed europea di arrogarsi il diritto (mascherato da dovere) di controllare e pattugliare il Mediterraneo, di proteggere le frontiere dell&#8217;Unione, di sorvegliare e gestire la circolazione delle persone, delle merci e delle imbarcazioni, come di influenzare le politiche e le economie dei paesi che ci si affacciano, <em>Mos Maiorum</em> senza molti giri di parole fa riferimento ad una presunta e fittizia identità culturale, fondata sulla condivisione di un set di principi morali e politici ed alla base del principio di cittadinanza.</p>
<p>Se il migrante non ha diritto di barcamenarsi nei nostri mari, e tantomeno di raggiungere liberamente le nostre coste, obbligandoci per di più ad intervenire per salvargli la vita, è fuor di questione che possa muoversi liberamente sul nostro territorio, delinquendo e rubando lavoro, contagiando ed infrangendo le leggi, mettendo in pericolo l&#8217;integrità morale e politica (perché accennare all&#8217;economico sarebbe più scomodo) del popolo europeo, dei cittadini legittimi e sovrani abitanti, che come è ben noto da secoli vivono in pace ed armonia, rispettosi delle tradizioni e delle leggi.</p>
<p><em>Mare Nostrum</em> e <em>Mos Maiorum</em>, due nomi evocativi in latino, un riferimento culturale preciso e condiviso. La domanda a questo punto è d&#8217;obbligo : chi li sceglie, &#8216;sti nomi ? Abbiamo di fronte uno staff di latinisti nostalgici del ventennio o un enigmista alla Bartezzaghi ? Si tratta di un grossolano ammiccamento o lo spudorato riferimento ad un orizzonte ideologico reazionario e conservatore ? Per qualcuno la risposta è evidente, per altri dovremmo attendere forse il nome della prossima missione per essere proprio sicuri.</p>
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		<title>Profugo / richiedente asilo / diniegato / clandestino: sequenze dell&#8217;identità migrante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2014 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[asilo]]></category>
		<category><![CDATA[clandestini]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Biffi]]></category>
		<category><![CDATA[diniegati]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Emergenza Nord-Africa]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni totali]]></category>
		<category><![CDATA[Mare Nostrum]]></category>
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		<category><![CDATA[profughi]]></category>
		<category><![CDATA[richiedenti asilo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Biffi Cosa ne è della persona quando tutto il suo senso di sé, della sua storia ed esperienza, è in balia di etichette che ne riducono l&#8217;umanità? A seguito delle rivolte negli Stati del Nord Africa, dall’inizio del 2011 sono giunte in Italia circa 62 mila persone, prevalentemente dalla Libia e dalla Tunisia. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/refugees_0.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-49253" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/refugees_0-150x150.jpg" alt="refugees_0" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/refugees_0-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/refugees_0-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/refugees_0-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Davide Biffi</strong></p>
<p><strong>Cosa ne è della persona quando tutto il suo senso di sé, della sua storia ed esperienza, è in balia di etichette che ne riducono l&#8217;umanità?</strong></p>
<p>A seguito delle rivolte negli Stati del Nord Africa, dall’inizio del 2011 sono giunte in Italia circa 62 mila persone, prevalentemente dalla Libia e dalla Tunisia. Venti di loro, cittadini nigeriani giunti dalla Libia via mare, furono inviati in un centro di accoglienza creato appositamente a Limbiate (MI), dove tra il 2011 e il 2012 lavorai come educatore. La ricerca etnografica da me portata avanti in quell&#8217;occasione, assieme alla mia esperienza in corso da aprile 2014 con i richiedenti asilo inseriti nel progetto di assistenza legale dell’Arci Monza e Brianza nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum, sono alla base di questo intervento, dove analizzo come la procedura di riconoscimento di protezione internazionale contribuisca sia alla costruzione identitaria del richiedente asilo, sia alla percezione e alla produzione di categorie sociali all’interno del discorso sulle migrazioni forzate. <strong>Per un migrante che viene &#8216;smistato&#8217; da una categoria all&#8217;altra, cosa significa essere oggi richiedente e domani diniegato, poi ricorrente e alla fine, forse, clandestino?</strong></p>
<p><span id="more-49147"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1. L&#8217;Emergenza Nord Africa</strong></p>
<p>Inizierei con alcuni fondamentali elementi di periodizzazione. Due sono le fasi migratorie che hanno contraddistinto la cosiddetta Emergenza Nord Africa (anche detta ENA): da gennaio ad aprile 2011 durò la fase degli arrivi tunisini; da maggio iniziarono gli sbarchi provenienti dalla Libia.<br />
L&#8217;allora governo, con a capo Silvio Berlusconi, dichiarò lo stato d&#8217;emergenza con un decreto datato 12 febbraio 2012. Inizialmente, l&#8217;emergenza fu gestita da un commissario straordinario nominato dal Governo, individuato nel prefetto di Palermo.<br />
Tra febbraio e marzo 2011 proseguirono gli arrivi di migranti tunisini. Il governo decise di sospendere i trasferimenti dei migranti da Lampedusa ed in breve tempo nell&#8217;isola si creò una situazione insostenibile di sovraffollamento, complice anche la chiusura del centro di identificazione dal 2009.<br />
Dopo alcune settimane il Governo decise di riaprire il CIE di Lampedusa e di trasformare in un CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) un residence nella città di Mineo (Catania), dove vennero trasferiti i richiedenti asilo già ospitati in altre strutture dell’isola.<br />
Nello stesso periodo il governo iniziò l’evacuazione dei migranti dall&#8217;isola di Lampedusa. I migranti furono distribuiti in varie tendopoli sparse in Sud Italia, create per rispondere all&#8217;emergenza: Manduria, Kinisia, Palazzo S. Gervasio e Santa Maria Capua Vetere. I siti, ad eccezione di Manduria, furono trasformati in CIE.<br />
Il 5 aprile 2011, il governo decise di concedere la protezione temporanea con un permesso per motivi umanitari della durata di 6 mesi ai cittadini tunisini arrivati in Italia tra il 1°gennaio 2011 ed il 5 aprile 2011. Ciò permise a migliaia di tunisini di raggiungere il resto dell’Europa, con grande irritazione della Francia soprattutto.<br />
Da aprile 2011 iniziarono gli sbarchi dei cosiddetti &#8220;libici&#8221;: migranti di varie nazionalità africane ed asiatiche provenienti dalla Libia, oltre ad una minoranza di cittadini libici. È del 7 aprile 2011 il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che dichiarò &#8220;lo stato di emergenza umanitaria nel territorio del Nord Africa per consentire un efficace contrasto dell&#8217;eccezionale afflusso di cittadini nel territorio nazionale&#8221;, in seguito al peggioramento della situazione umanitaria in Libia ed al riversarsi di migranti in Tunisia ed Egitto.<br />
Il 13 aprile 2011 il governo emanò una nuova ordinanza con la quale venne affidata al sistema centrale della protezione civile il compito di pianificare le attività della sistemazione dei migranti sul territorio dello Stato.<br />
In un secondo tempo, il Presidente del Consiglio affidò al dipartimento della protezione civile il compito di attuare un piano per l&#8217;accoglienza e stabilì che ogni Regione avrebbe dovuto nominare un soggetto attuatore del citato piano. Da quel momento in poi, dunque, al Ministero dell&#8217;Interno (che ha competenza in materia di migrazioni forzate e gestione dei CARA) si affiancò un sistema di accoglienza straordinario gestito dalla protezione civile.<br />
Il piano mirava a garantire la prima accoglienza e ad assicurare l&#8217;equa distribuzione dei migranti su tutto il territorio nazionale (ad eccezione dell&#8217;Abruzzo, alle prese ancora con l&#8217;emergenza terremoto).<br />
Con la caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011 la situazione non cambiò. L&#8217;emergenza nord Africa venne prorogata dal nuovo governo Monti sino alla fine del 2012. Nel frattempo numerose associazioni chiesero al governo il rilascio di un permesso per motivi umanitari a tutti coloro che giunsero in Italia sull&#8217;onda delle rivolte nei paesi nord africani (1) .<br />
Dopo settimane di silenzio da parte del governo, il 31 ottobre 2012 una nota informativa del Ministero degli Interni, la n.400/C/2012 denominata &#8220;Superamento emergenza nord Africa. Istruzioni relative alla nuova funzionalità predisposta nel sistema VESTANET C3 &#8211; gestione emergenza nord Africa&#8221; comunicava le modalità per richiedere il rilascio di un permesso di soggiorno in favore dei soggetti arrivati nel periodo dell&#8217;emergenza nord Africa e già diniegati dalle commissioni territoriali. Dopo questo provvedimento calò il silenzio fino al 28 dicembre 2012.<br />
Il Ministero degli interni emanò un documento a ridosso della scadenza dello stato di emergenza in data 28 dicembre 2012, denominato &#8220;Flussi migratori dal Nord Africa, il 31 dicembre prossimo terminerà la fase emergenziale.&#8221; Il documento non comunicava come sarebbe proseguita l&#8217;accoglienza. La competenza, dal commissario straordinario della protezione civile, passava ai prefetti di ogni singola provincia.<br />
Venivano concessi altri due mesi di assistenza, fino al 28 febbraio 2013. Il 28 febbraio l’Emergenza Nord Africa e l’accoglienza dei migranti cessarono ufficialmente.</p>
<p>Oggi, a più di tre anni di distanza da quei fatti e da quella modalità di gestione dei flussi di ingresso e dell&#8217;accoglienza dei migranti, ci troviamo nelle stesse condizioni, con la replica di ciò che fu l&#8217;accoglienza durante ENA. <strong>Si può affermare che quel tipo di accoglienza, sperimentata in ENA, sia oggi divenuta sistematica e non più emergenziale.</strong></p>
<p>Io mi sono trovato a lavorare nel centro di accoglienza temporanea di Limbiate come educatore. Il luogo in cui i richiedenti asilo ospiti erano alloggiati era una parte di un ex complesso dedicato all&#8217;internamento psichiatrico, il famoso ospedale di Mombello, uno dei più conosciuto nel ‘900 in Lombardia.</p>
<p>L&#8217;ubicazione del luogo rispondeva di fatto ad una volontà di segregazione e separazione dal resto del corpo sociale. Posto ai confini del territorio comunale, in un&#8217;area limitrofa ad una zona oggi industriale e commerciale, trasmetteva un senso di lontananza e separazione dal resto del mondo. La volontà di segregazione non era esplicita ma l&#8217;ubicazione del luogo rendeva limitata la mobilità e soprattutto le relazioni con il resto della comunità. La condizione dei richiedenti asilo ospitati a Limbiate ha alcuni elementi in comune con la situazione descritta nelle analisi che la letteratura sulle migrazioni ha realizzato sui luoghi di accoglienza e detenzione dei migranti, partendo dalle analisi sulle istituzioni totali e sulla concezione del potere governamentale e del disciplinamento dei corpi. Le connessioni principali che ho rilevato con le analisi di Goffman interessano il funzionamento della strutturazione del servizio e le relazioni con lo staff che lavorava all&#8217;interno del centro di accoglienza, mentre le connessioni con le analisi di Foucault riguardano la diffusione del potere disciplinare tra i vari soggetti delegati al controllo delle vite dei migranti ospiti da parte del potere centrale –quello statuale &#8211; e la concretizzazione dell’espletamento di questi poteri autonomi sui corpi oggettivizzati dei migranti.</p>
<p>Il richiedente asilo nel corso dell&#8217;iter burocratico subisce e contemporaneamente agisce sul sé attraverso un processo di ri-negoziazione identitaria (2) . Anche la fisicità della struttura in cui vive, unita alle sue regole e dinamiche, contribuisce al processo di assoggettamento del richiedente asilo.<br />
In Goffman questo concetto è esplicitato chiaramente: &#8220;<em>dal momento in cui il processo di spoliazione dell&#8217;istituzione totale agisce sull&#8217;internato, indebolendo la relazione che egli ha con il proprio sé, è il sistema dei privilegi che gli fornisce una struttura su cui fondare la propria riorganizzazione personale</em>&#8221; (3).</p>
<p>Un altro aspetto che meriterebbe un’approfondita analisi, ma che toccherò superficialmente, è il livello di formazione degli enti e degli operatori incaricati della gestione dei richiedenti asilo. Questo aspetto è stato (ed è tuttora) uno degli elementi critici della vicenda ENA. A fianco di enti e personale con esperienza pluriennale nel settore dell&#8217;accoglienza di migranti e/o richiedenti asilo, si sono ritrovati enti del terzo settore ed albergatori senza alcuna esperienza specifica né formazione sul tema. Questo è avvenuto a causa dell’affidamento diretto di risorse per l’accoglienza extra bandi pubblici, attraverso la regia della protezione civile nazionale.<br />
Oggi lo stesso meccanismo è riprodotto sotto la regia delle Prefetture, che hanno come obiettivo primario la “sistemazione” dei migranti sul territorio nazionale dove registrano la disponibilità di posti letto, indipendentemente da chi sia l’ente che li gestisce e con quali competenze in materia.<br />
Questa necessità di posti letto ha portato ad una situazione fortemente eterogenea sul territorio nazionale, che a grandi enti del terzo settore con esperienza pluriennale, affianca piccoli enti, singoli albergatori, associazioni, privati. Ciò di per sé non significa che finire in un centro piuttosto che l’altro sia meglio o peggio per il migrante; voglio sottolineare, invece, la grande eterogeneità dell’accoglienza, che varia da luogo a luogo.<br />
Appare quindi evidente che non esista un vero e proprio sistema, ma una serie di contesti di accoglienza differenti l’uno dall’altro. Ciò porta una grande differenza nella qualità dei progetti di accoglienza e dei servizi offerti ai richiedenti asilo.<br />
Manca un sistema di controllo centrale che vigili e verifichi la qualità del servizio, come cioè vengono impiegate le risorse economiche destinate a questi progetti.<br />
Ciò che, a distanza di mesi dal lavoro all&#8217;interno della struttura di accoglienza di Limbiate, apparve chiaro a noi operatori fu l<strong>&#8216;improvvisazione</strong> della strutturazione del servizio offerto ai richiedenti asilo che è emersa come tratto distintivo dell’accoglienza, unita alla<strong> solitudine</strong> in cui ci trovammo noi operatori a dovere affrontare sia emotivamente che pragmaticamente la situazione.</p>
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<p><strong>2. La procedura di richiesta protezione internazionale: un percorso di ricostruzione del sé.</strong></p>
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<p><strong>Dallo sbarco alla verbalizzazione in questura.</strong></p>
<p>Il primo passo che porta alla richiesta di protezione internazionale è la presentazione della domanda di asilo. Per quanto riguarda i migranti oggetto di questo articolo, la richiesta di asilo politico fu compilata al momento del loro arrivo in Italia nel porto di Lampedusa.<br />
La comprensione dell&#8217;atto che venne compiuto dai migranti appena sbarcati fu scarsa. I migranti compilavano i moduli che venivano loro consegnati affidandosi alle indicazioni della polizia e degli operatori sociali presenti al momento del loro sbarco in Sicilia. Nessuno di loro conosceva realmente le conseguenze di quell’atto. Nessuno di loro aveva pianificato la fuga dalla Libia, ma erano state le circostanze della guerra a costringerli a fuggire. Tutti in Libia lavoravano, vivevano da anni e non immaginavano il loro futuro in Europa.<br />
Al momento dell&#8217;arrivo, la procedura di identificazione attuata dalle forze dell&#8217;ordine prevede che ogni migrante venga fotografato e gli vengano prese le impronte digitali. In questo modo il richiedente asilo è “intrappolato” in Italia fino alla fine dell’iter di richiesta di protezione internazionale, sulla base del famoso regolamento Dublino. Non può uscire dall’Italia né chiedere asilo in un altro stato europeo, poiché vige il principio della richiesta di protezione nel primo Stato di approdo.<br />
Successivamente viene rilasciato dalla questura competente un tesserino plastificato con i dati identificativi del migrante e la data di sbarco in Italia.<br />
Nel cammino di ri-costruzione identitaria del soggetto-richiedente la data di sbarco assume un valore fortemente simbolico, come a significare una ri-nascita, un nuovo inizio.</p>
<blockquote><p>Stephen, 27 anni: “<em>Voi mi avete salvato, l&#8217;Italia mi ha soccorso in mezzo al mare. Ora devo dimostrarvi la mia gratitudine. Datemi un lavoro, pagherò le tasse al vostro Paese, lavorerò per voi! Io ora sono italiano, perché mi avete salvato ed avete avuto cura di me</em>.&#8221;</p>
<p>Joshua, 28 anni: &#8220;<em>quando eravamo in mezzo al mare non sapevamo se saremmo sopravvissuti. Poi è arrivato un elicottero ed abbiamo capito che ci avrebbero salvati. L&#8217;Italia ci ha salvato, ci ha aiutato. Ora devo dimostrare al Governo che vi sono grato. Questo è il mio nuovo Paese!</em>&#8220;</p></blockquote>
<p>La condizione giuridica dei migranti subì una prima ed importante mutazione: da immigrati clandestini (essendo entrati in Italia senza i documenti necessari) divennero richiedenti asilo in seguito alla compilazione della richiesta di protezione internazionale. Un cambiamento di non poco conto, vista la differenza di trattamento tra le due situazioni amministrative. Nel primo caso sarebbero stati mandati in un CIE e quindi espulsi; nel secondo caso, quello che si verificò, avrebbero seguito il percorso di cui parlerò tra breve.<br />
Dopo lo sbarco e le operazioni poc&#8217;anzi descritte, i migranti vennero smistati nei vari centri d&#8217;accoglienza d&#8217;Italia. In un primo momento vennero trasferiti presso la tendopoli di Manduria, in Puglia. Successivamente, dopo circa un mese, vennero trasferiti in autobus presso il centro di accoglienza di Limbiate.<br />
I primi incontri con la burocrazia milanese a cui i richiedenti asilo furono sottoposti dopo pochi giorni dal loro arrivo al nord furono il fotosegnalamento e la verbalizzazione della loro richiesta di protezione internazionale in Questura. Nello stesso momento i richiedenti asilo compilarono il modulo per la richiesta del permesso di soggiorno, della durata di sei mesi, che automaticamente viene concesso a chi fa domanda di protezione internazionale. Questo permesso non prevede la possibilità di lavorare. Questa fu una delle prime disillusioni dei richiedenti asilo. Per i primi sei mesi di accoglienza, quindi, è vietato per legge lavorare, per lo meno legalmente.<br />
La verbalizzazione (modello C3) è un&#8217;operazione che avviene negli uffici della Questura, dove un agente di polizia, coadiuvato da un interprete se necessario e se disponibile, trascrive la dichiarazione del richiedente asilo sui motivi della sua richiesta di protezione internazionale.<br />
La verbalizzazione è un momento importante nel percorso di costruzione dell&#8217;identità del richiedente asilo. Durante la verbalizzazione è il migrante che prende la parola, anche se inserito in un colloquio standard, che ha un fine specifico, cioè quello di <strong>provare se sia o meno un vero richiedente asilo</strong>. E&#8217; un momento di autonarrazione, seppur limitata, la prima che gli viene richiesta e concessa dall&#8217;apparato burocratico che lo ha preso in carico.</p>
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<p><strong>Dall&#8217;intervista in commissione alla risposta alla domanda di protezione internazionale.</strong></p>
<p>Dopo la verbalizzazione della richiesta di protezione internazionale venne fissata la data di audizione presso una delle commissioni territoriali competenti, diffuse sul territorio dello Stato (Attualmente istituite presso le Prefetture delle città di Torino, Milano, Gorizia, Roma, Caserta, Foggia, Bari, Crotone, Siracusa e Trapani).</p>
<p>L&#8217;attesa dell&#8217;audizione può essere anche superiore agli otto mesi. In questo lasso di tempo il richiedente resta in attesa di una risposta sul proprio destino.<br />
Questo periodo dovrebbe essere speso in progetti di formazione (linguistica, professionale) ma spesso è tempo speso in nulla, data la scarsità di risorse destinate a progetti di accoglienza e la difficoltà con cui vengono implementati dagli enti gestori.<br />
Nel nostro caso tentammo di organizzare dei corsi di alfabetizzazione, ma la scarsa partecipazione e le risorse limitate del progetto, soprattutto in termini di personale, non ci consentirono di organizzare un corso all’altezza delle necessità dei nostri ospiti.<br />
Per i migranti nigeriani di cui tratto in questo articolo la risposta alla domanda di protezione internazionale fu, per la stragrande maggioranza dei casi, un <strong>diniego</strong>.<br />
Il diniego fu un momento di rottura. Nella ri-costruzione identitaria fu una battuta di arresto forte, perché mise in discussione il processo di rinegoziazione del sé che fino a quel giorno ogni singolo richiedente asilo stava attuando, più o meno inconsciamente.<br />
Il diniego cambiò radicalmente l&#8217;atteggiamento dei richiedenti asilo nei confronti di noi operatori del centro, del sistema di accoglienza in cui si trovavano e dell&#8217;immagine dell&#8217;Italia che si erano costruiti nel corso dei mesi.<br />
È interessante analizzare come avvenne la comunicazione della risposta. Il diniego fu notificato presso gli uffici della questura di Milano. Vennero convocati tutti i richiedenti asilo ospiti di Limbiate, accompagnati da noi operatori che avevamo avuto poco prima la notizia dai funzionari della questura. A noi era stato comunicato perché, secondo il funzionario della questura, avremmo dovuto assisterlo nel caso i richiedenti asilo avessero inscenato delle proteste, una volta ricevuta la comunicazione del diniego, visto che erano i “nostri ragazzi”.<br />
Il funzionario addetto parlò in inglese e comunicò a tutti, secondo una formula di rito che “la Commissione non ha concesso a nessuno lo status di rifugiato politico. <em>Avete però il diritto di fare ricorso entro trenta giorni lavorativi a partire da oggi, i vostri operatori vi spiegheranno come fare.</em>”<br />
Mentre parlava, il funzionario scandiva le parole con un inglese elementare ma chiaro. Più volte chiese ai diretti interessati se stavano capendo ciò che stava loro comunicando, ed i richiedenti risposero affermativamente.<br />
Subito dopo la comunicazione orale il funzionario chiamò uno ad uno i richiedenti asilo, per firmare la notifica e consegnare a loro una copia di essa. Contemporaneamente il richiedente asilo consegnava il permesso di soggiorno di sei mesi che non poteva essere rinnovato.<br />
Da un punto di vista legale, i richiedenti asilo, ora dei “diniegati”, avevano il diritto di restare in Italia per trenta giorni dalla data di notifica del diniego, dopo di che avrebbero dovuto andarsene dal territorio dello Stato. Presentando ricorso alla decisione della Commissione Territoriale avrebbero potuto restare in Italia (non in un altro paese europeo) fino all&#8217;esito del ricorso.<br />
Dal momento del diniego i richiedenti asilo erano privi del permesso di soggiorno, che gli era stato ritirato negli uffici della questura. L&#8217;unico documento che la questura aveva loro rilasciato era la notifica del diniego, fisicamente un foglio formato A4. Questo provvedimento non comportava immediatamente l&#8217;obbligo di lasciare la struttura di accoglienza.</p>
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<p><strong>3. Sequenze Identitarie</strong></p>
<p>È possibile analizzare il percorso di un richiedente asilo (lo stesso discorso potrebbe valere per un altro “categoria” di migrante) seguendo le variazioni semantiche di ogni termine che definisce lo status amministrativo nel corso dell&#8217;iter durante la sua permanenza in Italia.<br />
Ad ogni termine che definisce il migrante corrisponde una precisa condizione esistenziale ed un preciso momento della sua vita: <strong>profugo, richiedente asilo, diniegato, ricorrente</strong>. Queste sono le categorie sociali che i migranti limbiatesi coinvolti in ENA attraversarono fino al dicembre 2012. Questa classificazione è puramente teorica. Le definizioni sono degli idealtipi, applicabili anche per i casi che rientrano attualmente nell&#8217;emergenza Mare Nostrum.<br />
I diretti interessati passarono inconsapevolmente da un&#8217;etichetta all&#8217;altra, senza rendersi pienamente conto che ogni cambio amministrativo e quindi di categoria comportava (e comporterà) delle conseguenze specifiche relative ad ogni status.<br />
A queste definizioni se ne possono aggiungere altre due, che sono gli opposti esiti che si prospettano alla fine del loro iter amministrativo: <strong>clandestini o rifugiati</strong>.<br />
Analizzando i comportamenti dei migranti nei vari momenti della loro permanenza in Italia, la percezione dei richiedenti asilo fino al momento del diniego e comunque prima del responso delle Commissioni Territoriali, era quella di <strong>essere<em> già</em> rifugiati e non di essere in attesa di una risposta</strong>.<br />
Questa convinzione derivava dal fatto che, agli occhi del soggetto e per certi versi de facto, la condizione del richiedente asilo inserito prima in ENA e poi in Mare Nostrum era già simile a quella del rifugiato.<br />
La percezione del soggetto era quella di essere un individuo degno di protezione con una storia propria non paragonabile a quella di altri migranti, in quanto costretto a fuggire, senza aver scelto di venire in Italia.</p>
<blockquote><p>Santos, 20 anni: &#8220;<em>Noi non siamo come gli altri immigrati. Noi siamo rifugiati, perché scappiamo da una guerra. Il vostro Governo ci sta aiutando, mentre agli altri immigrati non spetta nulla</em>.&#8221;</p>
<p>Elvis, 23 anni: &#8220;<em>&#8230;Vedi, sul mio documento c&#8217;è scritto asilo politico. Significa che sono rifugiato, che non sono come gli altri immigrati. Io ho dei diritti, il governo ha una cura particolare per me!</em>&#8220;</p></blockquote>
<p>Continuando l&#8217;analisi delle etichette applicate dal sistema amministrativo, dopo aver ricevuto il diniego dalla Commissione Territoriale l&#8217;identità del richiedente si trasforma: diventa un diniegato. Se prosegue l&#8217;iter presentando il ricorso diventa un ricorrente, altrimenti diventa automaticamente (dopo 30 giorni dalla notifica del diniego) irregolare, perciò clandestino.<br />
Dal punto di vista del migrante, il cambiamento dello status da richiedente asilo a diniegato è un passaggio destabilizzante, che rimette in discussione totalmente il percorso seguito dal momento dell&#8217;ingresso in Italia.<br />
Allo stupore per aver ricevuto un diniego si aggiunge la mancanza di senso di ciò che sta accadendo dal punto di vista legale e di significato per la propria vita: &#8220;<em>Ho fatto tutto quello che mi avete chiesto di fare, perché ora non mi date un permesso?</em>&#8220;.</p>
<blockquote><p>Stephen, 27 anni: &#8220;<em>Io non capisco. Se guardo tutto quello che ho passato nella mia vita&#8230;ringrazio Dio di essere ancora vivo. Ho perso tutto, sono solo al mondo ed ora sono qua: Dio vuole così. Però non riesco a comprendere. Il governo non mi vuole dare il permesso: va bene, Dio provvederà a me</em>.&#8221;</p></blockquote>
<p>Il momento del ritiro del permesso di soggiorno che avviene in questura al momento della notifica rimise in gioco interamente il percorso fino a lì seguito dai migranti di Limbiate.<br />
Da un punto di vista psicologico è un momento devastante. Il migrante si presenta in questura con la speranza, se non la certezza, di ottenere un riconoscimento alla propria sofferenza. Quando però gli viene formalizzato il diniego, lo stupore è totale. Il colpo inferto è durissimo, gravido di conseguenze sul sé e sulla relazione con il Paese ospitante.<br />
Un diniegato, se non presenta ricorso oppure dopo l’esito negativo di un ricorso, dovrà lasciare il Paese che per lunghi mesi, spesso anni, lo ha tenuto in stand-by, in attesa di una risposta. Sono evidenti le conseguenze sulla quotidianità di <strong>una persona che dall’oggi al domani, si ritrova ad essere diniegata ed irregolarmente soggiornante, cioè clandestina: perde tutti i diritti</strong>. È formalmente fuori dal sistema, non esiste più.<br />
Cambia totalmente il rapporto con la Legge, con lo Stato e tutte le relazioni formali con i vari enti. Secondo la legge attualmente in vigore, la Bossi Fini, diventa un reo. Colpevole di essere diventato clandestino.</p>
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<p><strong>4. Come vive un diniegato la sua condizione? Essere un <em>negative</em>.</strong></p>
<p>Tra i richiedenti asilo limbiatesi, dopo il diniego, si diffuse l&#8217;autodefinizione di &#8220;<em>negative</em>&#8220;.</p>
<blockquote><p>Abel, 20 anni: “<em>Io non sono niente, sono un negative ora. Il governo e voi non mi volete dare un permesso: cosa sono senza un permesso? Non posso fare niente: no lavoro, no casa&#8230;niente. Devo solo stare qui ad aspettare&#8230;se già mi hanno dato una risposta negativa, come faranno a cambiare idea con il ricorso?</em>&#8220;</p></blockquote>
<p>Essere un <em>negative</em> ha significato per i richiedenti asilo limbiatesi intraprendere il percorso del ricorso. Ciò ha comportato una serie di azioni e di pratiche che hanno plasmato la quotidianità dei migranti, il loro tempo e la loro vita per un certo periodo.<br />
I richiedenti asilo di Limbiate vedevano nella comunicazione dell&#8217;esito della richiesta d&#8217;asilo la fine del loro percorso di precarietà esistenziale, vedevano quel momento come normalizzante, come la ripartenza di una nuova vita, poiché erano certi che avrebbero ottenuto una forma di protezione internazionale.</p>
<blockquote><p>Santos, 20 anni: &#8220;<em>Noi avremo il permesso di soggiorno. Dopo tutto ciò che abbiamo sofferto il Governo ci darà un permesso con cui poter lavorare e fare una vita normale in Italia. Non diteci che non avremo il permesso: ci infastidite e non è di buon augurio. Noi avremo il permesso!</em>&#8221;</p>
<p>Stephen, 27 anni: &#8220;<em>Quando avrò nelle mani il permesso cercherò un lavoro ed una casa. L&#8217;Italia è il mio nuovo Paese, voglio fare una famiglia qui. La Nigeria non esiste più per me, cosa torno a fare?</em>&#8220;.</p>
<p>Abel, 20 anni: &#8220;<em>Quando avrò il permesso me ne andrò da questo centro. Cercherò un lavoro, una casa e non avrò più bisogno dell&#8217;aiuto di nessuno</em>&#8220;.</p></blockquote>
<p>Il diniego li costrinse ad abbandonare ciò che avevano immaginato: niente più uscita dal centro di accoglienza, niente lavoro (fino al momento dell&#8217;arrivo del nuovo permesso di soggiorno non avrebbero potuto lavorare), niente ricerca di una casa. Insomma, niente autonomia.<br />
Il diniego è vissuto come una bocciatura: fare tutto da capo. È facile immaginare lo stato d&#8217;animo di chi &#8220;ha fatto tutto ciò che gli è stato detto di fare&#8221;, adattandosi ad indossare la maschera del “buon rifugiato” senza ottenere i risultati sperati.<br />
Il diniego si insinua nell&#8217;intimità del richiedente, perché gli comunica che, sentita ed analizzata la sua storia, non lo ritiene meritevole di protezione. Il diniegato non comprende tale mancanza di merito.</p>
<blockquote><p>Santos, 20 anni: &#8220;<em>Cosa vuole il Governo per darmi un permesso? Cosa devo provare? Non basta ciò che ho raccontato alla Commissione?</em>&#8221;</p>
<p>Abel, 20 anni: &#8220;<em>Quello che ho vissuto nella mia vita non è bastato. Tutta la mia famiglia non c&#8217;è più, cosa vuole che faccia il Governo?</em>&#8221;</p>
<p>Stephen, 27 anni: &#8220;<em>Se sono in Italia, se sono fuggito dal mio villaggio è perché ero in pericolo. Uno che scappa non ha il tempo di portare con sé le prove del pericolo che stava vivendo&#8230;non bastano le mie parole al Governo? Perché non mi credono? Era meglio morire in Libia o nel mar Mediterraneo.</em>&#8220;</p></blockquote>
<p><strong><em>Per un migrante che passa da una condizione all&#8217;altra, cosa significa essere oggi richiedente e domani diniegato, successivamente ricorrente ed infine clandestino?</em> </strong>Nella quotidianità di un operatore sociale, come è possibile costruire percorsi di inserimento nei territori se la condizione soggettiva di chi si ha di fronte cambia in continuazione e radicalmente?</p>
<p>La reazione dei limbiatesi fu di totale incomprensione del meccanismo. La domanda usuale che ponevano a noi operatori era: &#8220;<em>Perché a me, perché accade così, qual&#8217;é il senso?</em>&#8220;. &#8220;<em>Perché l&#8217;Italia non mi dà un permesso di soggiorno con il quale posso vivere normalmente, cercarmi un lavoro e non avere bisogno del governo? Perché?</em>&#8220;.<br />
Il mutamento in pochi mesi della propria condizione, descritto dalle categorie lessicali prima citate, causò frustrazione, rabbia, delusione, senso di impotenza, distacco da parte di chi era stato costretto a vivere una quantità di stati emotivi contrastanti, dove speranza e delusione, gioia e disperazione si sono susseguite (e si susseguiranno) senza sosta. Il tutto inscritto nella pelle di un&#8217;esistenza impotente, che non può: non può opporsi agli eventi, ma solamente subirli portando sul proprio corpo e nella propria coscienza i segni di questi continui ed incontrollabili cambiamenti.<br />
Può esistere una forma di resistenza da parte del soggetto su cui si applicano i poteri sottesi al controllo dei fenomeni migratori, oppure si è destinati a subire cercando una strategia di sopravvivenza?<br />
Una delle risposte è stato il ri-adattamento continuo al mutare della situazione. Il migrante deve sopravvivere e per sopravvivere deve adattarsi: non può permettersi di fallire.<br />
Allora si accetta tutto, anche l&#8217;incomprensibile, e si va avanti perché, citando,</p>
<blockquote><p>Joshua, 28 anni: &#8220;<em>Se Dio vuole così, un motivo ci sarà</em>&#8220;.</p></blockquote>
<p>Resta solamente la speranza che, se un senso non lo si vede però c&#8217;è, esiste nella volontà di &#8220;dio&#8221;. Esiste perché il proprio corpo migrante, ancora vivo nonostante tutto, ne è testimonianza.</p>
<blockquote><p>Abel, 20 anni: &#8221; <em>Dopo tutto quello che ho vissuto, se sono ancora vivo lo devo a Dio</em>.&#8221;</p>
<p>Darlington, 30 anni: &#8221; <em>E&#8217; Dio che decide tutto. Lui ha deciso che io finissi qui, che sopravvivessi al viaggio</em>.&#8221;</p></blockquote>
<p>Ogni migrante troverà la propria strategia di adattamento, che gli permetterà di continuare a vivere come meglio riuscirà. Il migrante è costretto ad adattarsi, è costretto a trovare il giusto canale per entrare in relazione con il sistema di accoglienza e gli attori che si muovono sullo scenario, pena l&#8217;espulsione dal palcoscenico.<br />
In quanti modi si vive dunque la condizione esistenziale dell&#8217;essere rifugiato? Tanti quanti sono i rifugiati.<br />
La delusione è cocente. Credo che il sentimento di delusione dei diniegati sia frutto principalmente della mancanza di riconoscimento sostanziale della persona che si cela dietro le categorie identitarie collettive (profugo, richiedente, ecc.).<br />
Il diniego è personale e colpisce direttamente l&#8217;intimità del soggetto che lo subisce. Il diniego dice &#8220;tu non meriti la protezione&#8221;.<br />
Serve a poco spiegare ai richiedenti, con le argomentazioni che circolano tra gli addetti ai lavori, che &#8220;ai nigeriani non danno la protezione perché non c&#8217;è ufficialmente una guerra, mentre per chi viene da Etiopia, Somalia, Eritrea e Darfur è più facile ottenere una forma di protezione&#8221;.<br />
Se è vero che le Commissioni Territoriali tendono a non concedere forme di protezione ai richiedenti asilo provenienti da alcune nazioni, allora il diritto soggettivo alla base della richiesta di protezione è ignorato, con buona pace della Convenzione di Ginevra.<br />
Come possiamo spiegare ai richiedenti asilo che vengono valutate le singole storie, quando invece si hanno provvedimenti sommari ed omogeneizzanti in base alle nazionalità di provenienza? È proprio questo il non riconoscimento delle biografie dei richiedenti asilo nigeriani di Limbiate.<br />
Questa è la modalità di operare delle Commissioni che induce, per esempio, Peter, 33 anni, ad affermare:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Voi non volete i nigeriani. A tutti danno i permessi, a noi no</em>.&#8221;</p>
<p>Stephen, 27 anni: &#8220;<em>Noi siamo cristiani e non ci volete dare i documenti, perché sapete che siamo persone pacifiche. Se non concedeste ai musulmani i permessi, loro vi farebbero la guerra</em>&#8220;.</p></blockquote>
<p>Queste affermazioni sono diffuse tra i richiedenti asilo ed entrano a far parte anch&#8217;esse del discorso sulla migrazione forzata creando (falsi?) miti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>5. Alcune considerazioni conclusive.</strong></p>
<p>Definirei illusoria la situazione vissuta dai richiedenti asilo che ho incontrato nel corso del mio lavoro e della mia ricerca.<br />
I richiedenti che hanno vissuto ENA e che stanno vivendo in questi mesi Mare Nostrum, chiamati oggi profughi (termine che per il diritto italiano non ha una definizione precisa, ma alimenta efficacemente un immaginario collettivo in preda alla paura ed alla diffidenza) si sono trovati per mesi in una condizione di assistenza e tutela che solitamente è vissuta da una piccola parte degli aventi diritto in quanto richiedenti protezione internazionale.<br />
Con il diniego (e con la pioggia di dinieghi in tutta Italia) e con la chiusura di tutti i progetti straordinari di accoglienza creati per ENA nel febbraio 2013, il richiedente che già di fatto godeva di una parte dei diritti del rifugiato inserito nei progetti di accoglienza SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), si è trovato (o si troverà per coloro che ora stanno vivendo l&#8217;accoglienza di Mare Nostrum) a non essere più un soggetto da tutelare, bensì un soggetto da allontanare dal territorio dello Stato o, se titolare di qualche forma di protezione internazionale, dovrà provvedere da sé alle proprie esigenze, oppure tentare di entrare nel circuito SPRAR, con poche possibilità di riuscita.</p>
<p><strong>Che ne sarà di chi oggi è accolto sotto il cappello Mare Nostrum, quando l’ennesima emergenza verrà ufficialmente chiusa? Che ne è stato delle decine di migliaia di richiedenti asilo giunti con ENA nel 2011? E che ne sarà di chi arriverà dalla fine ufficiale di Mare Nostrum in avanti? E ancora, dove sono, come vivono in migranti che hanno vissuto per mesi nei progetti di accoglienza? Qual è stata l’efficacia di questi progetti?</strong></p>
<p>Domande a cui nessuno ufficialmente risponde, se non singoli ricercatori o giornalisti che compiono piccole ricerche a carattere locale.<br />
La situazione esistenziale del richiedente asilo era ed è precaria: legata ad una decisione di una commissione che pretende di essere un mero momento tecnico di verifica della verità dei fatti, nella quale poco conta il parere ed il vissuto del richiedente stesso e nella quale il richiedente è costretto ad aspettare i tempi di altri che decidono a proposito del suo futuro.<br />
Questa decisione mette in gioco totalmente il destino del migrante: avere o non avere il riconoscimento della protezione internazionale significa perdere o acquisire tutti i diritti. È una decisione che si situa sulla soglia dell&#8217;inclusione o dell&#8217;esclusione totale.<br />
Il migrante subisce questa decisione, con poche possibilità di cambiare la scelta della Commissione. Il richiedente asilo di conseguenza ha pochi margini di azione ed in quei margini deve continuamente reinventarsi e rinegoziare la propria identità e la propria quotidianità. È una condizione esistenziale, quella di richiedente asilo o del ricorrente, vissuta tra gli spazi di possibilità di vita consentiti dalle legge e dai regolamenti sull’immigrazione e dalle situazioni di accoglienza, in un alternarsi di certezze ed incertezze, con la difficoltà di immaginarsi un futuro.<br />
Tutto ciò accade nel corpo, nella mente e nel tempo di un soggetto che ha vissuto una serie di situazioni traumatiche che lo hanno portato in Europa, lontano da casa, dagli affetti, dal suo mondo.<br />
L’approdo in Europa ben presto si mostra non come la fine delle proprie sofferenze, ma come una delle tappe di un cammino lastricato di difficoltà.<br />
Il richiedente asilo o il ricorrente a volte è in grado di leggere gli avvenimenti e le decisioni prese da altri sul suo destino e lì riesce ad innestare e rinegoziare la propria esistenza e la propria identità. Non è detto che tutti i richiedenti o i ricorrenti siano però in grado di leggere la situazione che stanno vivendo. Direi anzi che molti non siano in grado di comprenderla appieno.<br />
Troppi e troppo lontani sono i meccanismi da comprendere per poter accedere ai significati di ciò che sta accadendo nel qui ed ora. Troppo soli sono spesso lasciati i richiedenti asilo di fronte a leggi e regolamenti complicati e contorti, non alla portata di tutti.<br />
Alla base dell&#8217;approccio europeo al fenomeno migratorio, teso a limitare gli ingressi di cittadini extracomunitari, c’è una forte contraddizione.<br />
Da una parte le tecniche di gestione del fenomeno che riconduciamo alle cosiddette “migrazioni forzate” hanno l’effetto di negare le biografie e le individualità creando categorie collettive quali “richiedente asilo”, “diniegato”, “rifugiato”, “ricorrente”, “clandestino”, “profugo” che prima ho descritto. Dall&#8217;altra, l&#8217;istituto del diritto d&#8217;asilo dovrebbe tutelare il soggetto in quanto unico, valutare la singola storia, il singolo bisogno di tutela.<br />
In realtà, prevalgono meccanismi di azzeramento delle biografie e quindi annullamento del diritto soggettivo, a favore di una logica che tratta le migrazioni come un fenomeno sociale collettivo a-storico da gestire sistematicamente, partendo dal presupposto di smascherare i falsi richiedenti asilo e puntando a tutelare le frontiere (significativa in questo senso una delle dichiarazioni del Ministro degli Interni, Alfano, dell’agosto 2014: “<em>Grazie a tutti quelli che, facendo il proprio lavoro, ogni giorno difendono la bandiera italiana, la frontiera europea, e salvano migliaia di vite.</em>”)<br />
Non c’è spazio per l’analisi dei motivi storici per cui i fenomeni migratori esistono, è meglio tacerli.<br />
Il diniego agisce sull&#8217;individuo, non riconoscendolo in quanto unico e mettendo in discussione il suo percorso di ricostruzione identitaria. Nello stesso tempo, il diniego agisce sul gruppo di appartenenza (“<em>Noi, i richiedenti asilo nigeriani</em>”), aggregandolo maggiormente in un sentimento di unità, contrapposto al gruppo di chi ha negato loro il permesso (“<em>Voi, il Governo italiano</em>”).<br />
Questo si è verificato puntualmente nel momento del diniego, quando noi operatori fummo percepiti con ostilità, come parte di quel sistema che negava possibilità di vita in Italia ed Europa.<br />
La percezione dei diniegati è che il governo li accusi di non aver sofferto a sufficienza e che di conseguenza non meritino la protezione internazionale.<br />
Per le Commissioni Territoriali il problema è la verità delle storie raccontate in udienza. Il fatto che i richiedenti asilo non riescano a provare ciò che raccontano di per sé non significa che ciò che affermano sia falso. La mancanza di prove è però vista dai commissari come un punto a sfavore dei richiedenti asilo che vengono percepiti come potenziali truffatori o approfittatori.<br />
Le categorie identitarie legate alla situazione giuridica in cui si trova il migrante diventano delle etichette dense sia di significati simbolici sia di prassi di esistenza.<br />
L&#8217;uso di queste categorie da parte degli “addetti ai lavori” crea parallelamente un discorso e delle pratiche sulla migrazione forzata la cui somma diventa un insieme di saperi e prassi sociali.<br />
In questo scenario si muovono operatori sociali, giuridici, forze dell’ordine, enti caritatevoli o confessionali, enti amministrativi, associazioni e movimenti politici che<em> raccontano</em> la loro parte del discorso sulla migrazione forzata e, ovviamente, i migranti. Parlando del tema delle migrazioni forzate da tali presupposti, si può affermare che il processo di richiesta di protezione internazionale sia anche e forse soprattutto un processo di ri-costruzione identitaria agìta da una molteplicità di attori, poteri e tecniche che si muovono in maniera non coordinata, ma prevalentemente autonoma, sul modello del potere governamentale foucaultiano.<br />
Questo dispiegamento autonomo di poteri si concretizza e realizza nella quotidianità del soggetto migrante, obbligato a districarsi in un reticolo di prassi.<br />
Da una parte sul migrante agiscono forze esterne, rappresentate da tutti quegli attori che a vario titolo si occupano di migrazioni, dall&#8217;altra il soggetto agisce sul sé, essendo egli stesso con il suo corpo protagonista della migrazione.<br />
I modi in cui le forze endogene e quelle esogene agiscono sul sé del migrante non sono classificabili una volta per tutte, in quanto variano continuamente. Se, da un lato, le variabili soggettive sono ampiamente differenti, dalle forze esogene ci si aspetterebbe una pianificazione rigida con pochi margini di manovra.<br />
Invece, il soggetto cerca e spesso riesce ad inserirsi nelle maglie della legge, dei regolamenti e a modificarli a proprio vantaggio. Il migrante non subisce passivamente la situazione che sta vivendo, ma crea degli spazi di azione, più o meno limitati, attraverso momenti rivendicativi che possono essere individuali o di gruppo.<br />
Nel caso dei richiedenti asilo ospitati a Limbiate, ho potuto osservare, come ho cercato di descrivere in questo intervento, lo iato tra la produzione delle categorie sociali ad opera della rete di soggetti e dei processi che governano i fenomeni migratori e l’autopercezione dei richiedenti asilo della propria condizione giuridica ed esistenziale. La scrittura e lo studio critico di microeventi quotidiani, tipici del metodo etnografico, all&#8217;interno di un piccolo centro di accoglienza gestito da una grande cooperativa sociale (invito a dare il giusto peso anche al risvolto economico dell’accoglienza, una manna dal cielo per le cooperative ed i loro lavoratori – compreso il sottoscritto &#8211; in un momento storico caratterizzato dal taglio di molti servizi socio-assistenziali) della provincia Brianzola, unito alla studio di ciò che è stato ENA a livello nazionale (e ciò che è Mare Nostrum oggi), mi ha portato a riflettere sull’inadeguatezza di un sistema di accoglienza che, si può definire, di <strong>accoglienza respingente</strong>, che non accoglie, sperpera risorse pubbliche, crea marginalità e , secondo le leggi vigenti, autori di reati (i <em>clandestini</em>).<br />
Sistema che lascia una domanda fondamentale senza risposta, oltre ad una serie di altre questioni aperte: <strong>che ne sarà delle persone dette “<em>migranti</em>” quando finirà l’ennesima emergenza?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong>Note</strong></p>
<p>1) Si veda la petizione &#8220;Diritto di scelta&#8221; lanciata dalla piattaforma web <a href="http://www.meltingpot.org/Diritto-di-scelta-Petizione-per-il-rilascio-di-un-titolo-di.html#.VEUkrGd_u-k" target="_blank">MeltingPot</a>.<br />
2) Manocchi, <em>Richiedenti asilo e rifugiati politici. Percorsi di ricostruzione identitaria: il caso torinese</em>, Franco Angeli, Milano 2012.<br />
3) Goffmann E., <em>Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell&#8217;esclusione e della violenza</em>, Einaudi, Torino, 2003, p. 76.</p>
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