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	<title>dispatrio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Stramer di Mikołaj Łoziński_un estratto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2020 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Annicchiarico]]></category>
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					<description><![CDATA[Il brano che segue è tratto dal romanzo Stramer di Mikołaj Łoziński (Wydawnictwo Literackie, 2019), inedito in italiano. La traduzione dal polacco è di Francesco Annicchiarico. di Mikołaj Łoziński Ogni nuovo giorno portava con sé nuovi clienti al caffè Da Stramer, ma nonostante questo Nathan non era del tutto soddisfatto. Lui si aspettava ben altro. Rena [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il brano che segue è tratto dal romanzo </em>Stramer<em> di Mikołaj Łoziński (Wydawnictwo Literackie, 2019), inedito in italiano. La traduzione dal polacco è di Francesco Annicchiarico.</em></p>
<figure id="attachment_86535" aria-describedby="caption-attachment-86535" style="width: 933px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-86535 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n.png" alt="" width="933" height="590" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n.png 933w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-300x190.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-768x486.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-250x158.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-200x126.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-160x101.png 160w" sizes="(max-width: 933px) 100vw, 933px" /><figcaption id="caption-attachment-86535" class="wp-caption-text">ph. Jan Pazdro</figcaption></figure>
<p>di <strong>Mikołaj Łoziński</strong></p>
<p>Ogni nuovo giorno portava con sé nuovi clienti al caffè Da Stramer, ma nonostante questo Nathan non era del tutto soddisfatto. Lui si aspettava ben altro.<br />
Rena aiutava sua madre in cucina, si sarebbe occupata della parte kosher, che non dava troppi problemi, visto che per la maggior parte i loro clienti erano ebrei che si atteggiavano a polacchi, come diceva Nathan.<br />
Rudek, Salek e Hesio gironzolavano continuamente con i vassoi per i tavoli. I più piccoli, Wela e Nusek, per Rywka erano “i portafortuna e le pubblicità ambulanti del nostro locale”, li chiamava così, amorevolmente, ma per Nathan quei tre stavano sempre in mezzo ai piedi di tutti. E soprattutto ai suoi, che entrava e usciva dal locale.<br />
«Goddammit», si diceva mentre usciva in strada per riflettere sul da farsi.<br />
Una cosa era sbattere la porta uscendo per non mettere più piede nel locale di un altro, ben altro era farlo nel proprio, da cui non c’era modo di andarsene.<br />
Nathan comprese subito dove aveva sbagliato soltanto adocchiando i suoi quattro tavolini occupati. Non ce n’entrerebbe mica un quinto? Dovrei buttare via il biliardo. E se pure lo facessi, cosa risolverei?<br />
Niente.<br />
Gli veniva voglia di sputare per terra, tanto la rabbia. Sputare davanti al proprio locale? Inutile anche questo.<br />
Chi lo avrebbe mai detto che la gente restava ore seduta a un tavolino? Ore e ore a parlare o a starsene zitti. A guardarsi o a guardare fuori dalla finestra. A fumare sigarette o fiutare tabacco. A giocare a scacchi o a carte. A scrivere o leggere chissà che. A sghignazzare o a cascare morti di sonno sul tavolo.<br />
E il tempo passava.<br />
E solo una cosa era sempre la stessa: questi sempre, sempre, sempre lì.<br />
Dei nuovi clienti avrebbero ordinato panini, trippa e birra, e per finire torta e caffè. Ma tanto, che ci pensava a fare? Fossero pure entrati, sarebbero usciti subito, tutti i posti erano occupati. Sarebbero corsi a regalare soldi alla concorrenza.<br />
Più in generale, i clienti degli altri ora avevano un aspetto molto migliore dei suoi.<br />
E se i miei non avessero dove andare? Ma non hanno niente di meglio da fare, che ne so, magari andare a lavorare? Mettere la pagnotta a tavola? Dei figli che li aspettano a casa o dei genitori bisognosi di cure? Che fossero tutti come lui, che ha solo questo caffè?<br />
E gli starebbe pure bene, ma perché allora non ordinano qualcos’altro?<br />
Sarebbero questi i tanto rinomati habitué? Mezza giornata con una tazzina di caffè davanti?<br />
Per non dire di come s’industriavano per sfuggire allo sguardo a distanza dei camerieri.<br />
Cosa non si faceva per avere al tavolino quella tazzina che il cameriere non poteva portar via, perché ancora mezza piena.<br />
«Le porto qualcos’altro?» (O prendi qualcosa o arrivederci e grazie).<br />
«No, grazie, ho ancora questo.» (Lasciami stare).<br />
«Le consiglio la trippa, buonissima.» (Almeno pane e burro).<br />
«Magari quando finisco il caffè?» (Non ti lascerò nemmeno un centesimo di più).<br />
«O forse le andrebbe una fetta di charlotte alla cannella?» (Allora sparisci).<br />
«No, grazie.» (Sparisci tu, io di qui non mi muovo).<br />
E così via per giorni e settimane. Quanto ancora doveva durare?<br />
C’erano volte che Nathan avrebbe mollato tutto per andarsene a Oświęcim, dritto all’agenzia viaggi di Zofia Biesiadecka, che aveva le tariffe più economiche per l’America e il Canada.<br />
Nathan non smetteva di pensarci, nemmeno dopo il lavoro. In casa tutti già sprofondati nel sonno e lui, solo in cucina, a dondolarsi come tra le onde, coi gomiti sul suo scomodo tavolino sgangherato. La zeppa sotto il piede del tavolo era sparita già da molto. Forse qualcuno l’aveva buttata nella stufa per errore. Ora non aveva né tempo né voglia di occuparsene.<br />
Di buono, almeno, c’era che era arrivata una lettera da Ben. Prima addirittura di leggerla, Nathan corse dal cambiavalute, ma non gli accettarono quelle sue banconote macchiate, si era dimenticato quella dannata boccetta. La sera, come ogni volta, Rywka gli lavò e stirò i suoi dollari e al mattino seguente Nathan andò a farseli cambiare da un altro cambiavalute.<br />
Ce n’erano talmente tanti in città che neanche ci aveva fatto attenzione prima. E tutti con un tasso di cambio fisso: 5,25 zloty per un dollaro. Si immaginò subito proprietario del suo cambiavalute “Da Stramer”.<br />
Nathan e il suo tavolo sgangherato si inclinarono verso destra.<br />
Non aveva ancora scritto niente, a Ben, circa la caffetteria che aveva aperto grazie ai suoi soldi. Quasi come se l’informazione dovesse trovare da sola la strada per suo fratello. E quasi non gli era rimasto più alcun motivo di vanto. Ora avrebbe letto della chiusura del suo locale, prima ancora che avesse saputo dell’apertura.<br />
Che fare?<br />
Nathan si sporse verso sinistra. Istantaneamente trattenne il tavolino e infilò il piede nell’interstizio che creava col pavimento.<br />
Un secondo dopo gli venne un sorriso.<br />
Mi basta solo pensare a Ben, per farmi venire un’idea.<br />
Nathan andò a dormire molto più sereno.<br />
Il mattino dopo scese nello scantinato. Ne venne fuori con la sega e la carta vetrata sottobraccio. Oltrepassò con aria indifferente il tavolo della cucina dove sedeva tutta la sua famiglia a fare colazione.<br />
Probabilmente non sentì nemmeno Nusek chiedergli: «Che fai, papà?» perché non gli rispose niente.<br />
Arrivato al locale, Nathan non si tolse nemmeno il cappello o la sua giacca preferita. Gli restava ancora un’ora prima dell’apertura. Rywka sarebbe arrivata a breve con i bambini, e i più grandi dopo scuola e le ripetizioni che ora davano nel loro appartamento, vuoto durante il giorno.<br />
Si chinò sul tavolino più vicino alla finestra, dove in genere sedevano i suoi habitué per rovinargli la giornata e gli affari. Adesso basta. Prese la sega, ma si trattenne. Qualcuno avrebbe potuto vederlo, dalla strada.<br />
Portò quattro sedie Thonet sul retro, dietro la tenda con la parte kosher. Le capovolse tutte. Le squadrò. Legno curvato, seduta incannicciata, schienale arrotondato. Pregiata manifattura austriaca. Checché se ne fosse detto, aveva fatto davvero un affare ricomprandole insieme ai tavolini del caffè Pod Płachta. Davano via il vecchio mobilio perché il nuovo proprietario voleva tutto modernissimo.<br />
Nathan prese a segare le gambe anteriori della prima sedia di un centimetro, con cautela, per non spezzare niente. Provò a sedersi. Sì, così dovrebbe bastare. Accorciò le gambe delle altre tre e poi scartavetrò tutto.<br />
Rimise le sedie al tavolino accanto alla finestra.<br />
Prima di mettersi seduto al tavolino accanto, ci lanciò il cappello pensando, e non per la prima volta quel giorno: questa testa vale molto di più di quel cappello.<br />
Da lì si mise ad osservare la propria opera. Un lavoro da incorniciare. A una prima occhiata, quelle sedie non differivano in niente dalle altre. A Rywka, che aveva portato due enormi sporte di spesa, non disse niente per non tirarsi dietro la iella. L’abbracciò e l’aiutò a spostare la spesa sul retro.<br />
«Cos’è tutta questa polvere?» lei gli indicò il pavimento.<br />
Nathan scrollò le spalle e la polvere dalle maniche, istintivamente.<br />
Aveva piazzato la sua trappola. Ora c’era da aspettare che i poveri habitué ci cascassero.<br />
Manco a dirlo, proprio oggi non se ne vedeva nemmeno l’ombra. Nathan li fissava, impalati lì sul marciapiede di fronte. Che avessero capito qualcosa? Colse l’occasione per acchiappare anche un po’ di sole settembrino, per non perdere completamente l’abbronzatura estiva che tanto piaceva a Rywka.<br />
Si sentì meglio solo al pomeriggio, quando strizzando gli occhi si accorse della sagoma gobba e familiare di uno degli habitué. L’uomo si avvicinò, con entrambe le mani occupate da pile di fogli, due libri e vari giornali.<br />
Ancora a leggere?, pensò Nathan, non ti è bastato ieri?<br />
Ultimamente si arrabbiava anche a casa sua, quando vedeva Salek e Hesio passare serate intere sui libri. Che nuova mania. Avrebbe preferito saperli a dare calci al pallone, come Rudek. Ma cosa poteva farci, tanto di quei tempi persino gli alunni osservanti di yeshivah, quelli che portavano kippah e payot, se ne andavano in giro per Tarnów con la faccia lunga e il libro di preghiere sottobraccio, che sotto la copertina benedetta nascondeva le opere di Marx.<br />
E nonostante l’aspetto esteriore, anche quei giovani erano diversi dentro.<br />
O almeno così si diceva.<br />
E se fosse vero che i giovani al tempio salmodiavano dondolando sui libri sacri, sussurrando frasi di Marx o di quell’altro, quel Lenin?<br />
I suoi figli, in casa, facevano così.<br />
«C’è chi lavora per la famiglia», gli diceva ogni tanto «E chi per rendere onore agli occhiali.»<br />
E se non reagivano, o facevano finta di non sentire, gli spegneva la luce.<br />
«Si spreca l’olio.»<br />
Anche al buio percepiva Salek e Hesio che rivolgevano lo sguardo al cielo.<br />
«Noi siamo autodidatti», gli disse Hesio una volta.<br />
«Auto che? Con l’auto vi ci manderei a…» e si fermò, prima di scoppiare a ridere, ma si trattenne perché c’erano le sue figlie a guardarlo.<br />
«Lasciali stare», gli chiese Rywka.<br />
Pure quello lì è un autodidatta, si disse Nathan nei pensieri, rivolto al suo habitué, anzi, è un autodisdetta. Sotto l’egida severa di Nathan, il del tutto inconsapevole habitué sparpagliò fogli e giornali sul tavolino accanto alla finestra. Era così felice di aver trovato libero quel posticino, così ben illuminato. Non si era accorto che, poco dopo l’apertura, Nathan aveva piazzato apposta un foglietto con la scritta RISERVATO, tolto prima che lui entrasse nel locale.<br />
«Buongiorno, cosa le porto?» gli chiese Nathan come al solito.<br />
L’habitué si guardò intorno, come se cercasse nel modesto spazio interno della caffetteria la risposta a una domanda tanto difficile. O forse si chiedeva se ci fosse qualcosa di meno costoso del caffè a venti centesimi.<br />
«Un ristretto, per favore.»<br />
Dopo aver ordinato qualcosa, ripiombò nelle sue letture. Senza staccare mai gli occhi, nemmeno quando Nathan gli posò la tazza sul tavolino.<br />
Sarebbe bastato versargli qualcosa dentro il caffè per liberarsene una volta e per sempre. Il veleno, ci voleva, altro che trappola. Ma non era questo il punto.<br />
Da dietro il bancone Nathan con la coda dell’occhio osservava l’habitué che lottava con la sedia. Lo vide puntare i piedi, contorcersi sulla seduta, ma senza smettere di scivolare. Poi interruppe la lettura, si mise in piedi, spostò la sedia e un attimo dopo ricominciò allo stesso modo.<br />
Nonostante tutto non si arrese, e accanito come un cowboy americano, inforcò altre sedie, che pure lo sbalzarono via.<br />
Arreso, si guardò intorno in sala, come se cercasse di capire se il problema fosse lui o la sedia. Rivolse uno sguardo interdetto verso Nathan, che per la prima volta gli rispose con un sorriso amichevole.<br />
Questa fu forse la goccia, perché l’habitué raccolse le sue carte, lasciò cadere sul tavolino venti pesantissimi centesimi e si buttò la giacca sulle spalle. Poco ci mancava che lasciasse lì il suo caffè. Se ne ricordò solo una volta alla porta. Si voltò e lo bevve in piedi, onde evitare.<br />
«Bye-bye», lo salutò Nathan.<br />
Spostò lo sguardo incredulo all’orologio, e si stupì al proprio riflesso sullo specchio del bar.<br />
Niente male, pensò, è rimasto nemmeno venti minuti sulle sedie accorciate. Magari si trova chi fa meglio. Forse quelli appena entrati.<br />
Il tempo cominciò a passare più velocemente. Nathan non controllava nemmeno più l’orologio, i clienti cambiavano continuamente, i secondi rimpiazzavano i primi, nessuno era rimasto seduto per più di mezz’ora a quel tavolino.<br />
Per la prima volta, quel posto aveva cominciato a portare soldi, e più che gli altri tre messi insieme.<br />
La sera, Nathan uscì in strada fermandosi sotto la vetrina con l’insegna. Come nel giorno dell’inaugurazione.<br />
Rywka e i suoi figli erano già tornati a casa, in quella via Goldhammer deserta sembrava ci fossero rimasti solo Nathan e i lampioni accesi.<br />
Prese un profondo respiro. Persino i cassonetti della città oggi parevano puzzare meno del solito.<br />
Eccezionalmente, non odiava neanche più quelle falci e martello e quelle scritte sul proletariato che di recente qualcuno aveva scarabocchiato sui palazzi. Anche se c’era da dover rifare le facciate, o meglio, acchiappare quel figlio di cagna che aveva sporcato per farglielo fare.<br />
Quel giorno a Nathan gli venivano solo buone idee.<br />
Già si vide scriverlo per lettera a suo fratello Ben: non solo mi sono sbarazzato degli habitué, ci ho pure guadagnato. E d’oltreoceano sarebbe arrivata una risposta entusiastica, rigonfia di banconote:</p>
<p><em>Dear Nathan,</em><br />
<em>Io e Pepi ti facciamo i nostri migliori auguri! Non vediamo l’ora di ritrovare Te, Rywka e i ragazzi per metterci al bancone degli Stramer (non prenderemmo un tavolo per niente al mondo!) e gustare quel tuo caffè tanto rinomato. Saltiamo sul primo vapore disponibile per l’Europa.</em></p>
<p>Forte di quella celebrità, e della benedizione americana, Nathan aveva già chiaro quale sarebbe stato il passo successivo. Una rivoluzione.<br />
Che vada al diavolo, quel Lenin con la falce e il martello. A me basta solo segare, pensò mentre si rifugiava all’interno del locale.<br />
Lo sfrigolio degli attrezzi risuonò fino a notte fonda.<br />
Rincasando al mattino, percepì quasi l’odore della sua rivoluzione privata nell’aria di Tarnów. Riuscì a dormire sì e no tre ore, ma mai si era alzato più riposato. Si ricordò di ciò che aveva sognato guardando attraverso la ragnatela del finestrino sporco, nella latrina in cortile: suonava il violino su un grande palcoscenico, era la prima volta in vita sua che ne aveva in mano uno, aveva steccato, ma nonostante tutto il suo pubblico elegante gli aveva dedicato un trionfo.<br />
Ancora sentiva quegli applausi, sulla strada per il locale. Scansò buche e pozzanghere, più attentamente del solito, e si guardò intorno per tre volte, prima di attraversare via Mickiewicz, per controllare che non passasse una bicicletta, un’automobile o il carretto di un contadino.<br />
Neanche nelle trincee della guerra aveva fatto tanta attenzione.<br />
Perché oggi si sentiva speciale, apprezzato, e soprattutto molto più prezioso di prima. Come qualcuno che ha in tasca il biglietto vincente della lotteria. O come un cercatore d’oro americano che ritorna con un sacco pieno di pepite.<br />
Wonderful world: Nathan trottava di buonumore, incline persino a lanciare una monetina a qualche mendicante.<br />
È così che devono essersi sentiti i grandi scopritori. Chi ha inventato la ruota, di certo si sarà guardato sotto il piede per non inciampare o finire sotto un elefante, una balena o in bocca a un leone. Di certo si saranno sentiti così, come si chiamavano quelli? Marconi e quell’altro, Radiostein.<br />
Ma Nathan Stramer aveva inventato le gambe segate delle sedie.<br />
Che d’accordo con le proprie previsioni funzionava a meraviglia, l’intero locale aveva provato a sedersi, consegnandogli quel giorno un profitto record.<br />
Se continua così… Nathan moltiplicò in mente e poi buttò il risultato su carta.<br />
Non riusciva più a trattenere i suoi pensieri e spese una parte del profitto immaginario addirittura per dei regali. Per Rywka, una gita al mare. Ma di certo non da sola. Sarebbe stato un viaggio in treno per tutta la famiglia. Le nostre prime vacanze.<br />
Ma chi si sarebbe occupato del locale, durante l’assenza?<br />
Quella sera Nathan decise che, in una situazione simile, fosse giunto il momento di mettere la sua famiglia a parte della grande scoperta. Ma prima, chiuse la porta e tutte le finestre del locale. Rywka e i ragazzi erano stati costretti a giurare di non dire una parola a nessuno.<br />
«Sedetevi», cominciò a bassa voce. «Quello che vi dirò adesso è più importante di qualsiasi altra cosa abbiate mai sentito finora.»<br />
Lui si appoggiò al tavolo da biliardo, per precauzione.<br />
«Sei impazzito, papà?» Rudek addirittura si portò le mani alla testa, quando Nathan concluse.<br />
«Scostumato!» Nathan puntò suo figlio già quasi adulto. «È così che ti rivolgi a tuo padre?!»<br />
Ma non lo colpì. Non era più tanto sicuro della propria forza, dopo aver segato sessantaquattro gambe di sedia.<br />
«Non dirai mica sul serio, papà?» Rudek aggiustò il tono.<br />
Poi si scambiò uno sguardo con Salek e Hesio. E si portò una mano alla bocca per coprirsi un sorriso.<br />
Osservando la faccia di Rywka e degli altri suoi figli, Nathan capì come dovevano sentirsi gli altri pionieri in anticipo sui tempi. Lui ricordava bene il passaggio del primo tram cittadino, persino prima che uscisse dal deposito, girava voce che avesse già investito un soldato, una balia con un bambino e una vecchietta. Tale era l’ignoranza, la malafede e il rigetto con cui doveva confrontarsi un grande visionario, persino da parte dei più cari.<br />
Nathan fu assalito dalla tristezza.<br />
Per chi altri aveva segato tutte quelle sedie? Mica per sé. Lui era già al mare.<br />
L’aveva fatto per la sua famiglia.<br />
Manco a dirgli grazie. Proprio Rudek, il primogenito, che un giorno, lontano e triste, avrebbe ereditato l’attività. Ma ne deve ancora mangiare di pane duro, hai ancora da imparare, figlio mio.<br />
Si vedeva subito che non era mai stato in America. E se lo mandasse da suo zio a New York, invece che sul baltico? Che veda da solo di cos’è fatto davvero il mondo, e il mondo avrebbe compreso l’idea geniale di Nathan Stramer.<br />
Neanche a farlo apposta, laggiù si dice: less is more. E infatti: meno sedie, e più guadagno.<br />
Che tutti ricordino di chi è stata l’idea. La gente in America aveva la memoria corta.<br />
«Dico sul serio», si rivolse a suo figlio. «Vuoi scommettere?»<br />
Rudek scosse la testa.<br />
«Hai paura di perdere?»<br />
«No», rispose Rudek. «Io non scommetto mai.»<br />
«E perché?» si intromise Salek.<br />
«Quando due scommettono», continuò Rudek «Uno imbroglia e l’altro è un cretino.»<br />
«Come ti permetti?!» Nathan strinse i pugni.<br />
Questo moccioso sta superando ogni limite possibile. Non andrà da nessuna parte. Nemmeno al mare. Lo lascio qui a fare la guardia al locale.<br />
Rywka posò una mano sulla spalla di suo marito.<br />
«Non capisco…» Si voltarono tutti verso la finestra, come se si accorgessero solo adesso che c’era anche Nusek. «Perché uno imbroglia e l’altro è un cretino?»<br />
«Perché il primo sa di avere ragione, e così frega l’altro», rispose Rudek.<br />
«E se nessuno di loro sa niente?» La domanda di Salek attutì la tanto trattenuta esplosione di Nathan.<br />
Bestemmie americane scossero le pareti e le vetrate del locale. Rudek si alzò, si voltò e raggiunse la strada a passo sereno.<br />
Salek e Hesio gli si incollarono come una doppia ombra.<br />
«Se nessuno dei due sa niente, vuol dire che i cretini sono due», spiegò Rudek una volta arrivati al marciapiede.<br />
E siccome Nathan non accennava a calmarsi, Rywka raggiunse i ragazzi tenendo Wela e Nusek per mano.<br />
Nathan continuò ancora per un po’, e più esattamente gironzolando tra i quattro tavolini vuoti, scuotendo la testa, gesticolando e ogni tanto parlando da solo, e se non fosse proprio solo?<br />
Dopo una settimana, gli fu abbastanza chiaro che aveva fatto bene a non scommettere con Rudek. Del resto, cosa avrebbe potuto farci, aveva perso anche senza aver scommesso. In quel lasso di tempo, un giorno dopo l’altro, cominciò a perdere i clienti.<br />
E alla fine non venne più nessuno.<br />
Nathan si piazzava davanti alla sua insegna, e in quella via Goldhammer deserta sembrava ci fossero rimasti solo lui e i lampioni accesi.<br />
Quella notte fu colto dall’influenza intestinale.<br />
Rywka spiegò ai ragazzi che le urla erano il primo, repentino sintomo della malattia. E così bisognava trattarle.<br />
Lasciò le tende chiuse, in camera da letto.</p>
<p>_</p>
<p><em>Diritti per l&#8217;Italia liberi e gestiti da Nova Books Agency</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Il mio corpo a Carofiglio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/07/04/il-mio-corpo-a-carofiglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2020 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Balsamo]]></category>
		<category><![CDATA[Gianrico Carofiglio]]></category>
		<category><![CDATA[joyce]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
		<category><![CDATA[Proust]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Balsamo Palo Alto, 15 giugno 2020 Io non sono gay ma ci sono uomini con cui andrei a letto. Placido Domingo, ad esempio. Lui neppure è gay ma io mi farei volentieri avanti, se potesse aiutarlo a sostituire le donne cui ha fatto troppi complimenti o troppi sgarbi. Con me andrebbe sul sicuro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gian Balsamo</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Yves-Klein-ANT-49.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84949" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Yves-Klein-ANT-49.png" alt="" width="304" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Yves-Klein-ANT-49.png 389w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Yves-Klein-ANT-49-182x300.png 182w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Yves-Klein-ANT-49-250x411.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Yves-Klein-ANT-49-200x329.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Yves-Klein-ANT-49-160x263.png 160w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" /></a></p>
<p>Palo Alto, 15 giugno 2020</p>
<p>Io non sono gay ma ci sono uomini con cui andrei a letto. Placido Domingo, ad esempio. Lui neppure è gay ma io mi farei volentieri avanti, se potesse aiutarlo a sostituire le donne cui ha fatto troppi complimenti o troppi sgarbi. Con me andrebbe sul sicuro e potrebbe tornare a cantare senza remore. Ogni suo do di petto crea una curvatura irreversibile (che ci piaccia o no) nelle falde dell’universo.<br />
Oppure, sempre per fare un esempio, Joyce e Proust.<br />
Sento Armanda che esclama dall’altra stanza: “Ti ha dato di volta il cervello, Gian? Adesso vuoi ‘dare via’ il tuo corpo! Chi ti credi di essere, Antonin Artaud?”<br />
L’altro giorno ho scritto a Andrea Inglese su Nazione Indiana, in caratteri a stampatello: LA FORMULAZIONE DELLA FRASE È UNA SCELTA ETICA.<br />
Proprio così. Non mi sono ancora ripreso dall’averlo detto, una buona volta.<br />
Ma torniamo a Joyce e Proust.<br />
Con Joyce, devo farmi perdonare una cosa: l’ho sacrificato alla carriera accademica. Lo amavo SPERTICATAMENTE, da ragazzo. Ci ho scritto su dei libri, troppi, e ho partecipato a letali conferenze (troppo poche, direbbero i miei ex-colleghi, ma ehi, sono io quello che ha rotto con l’accademia per unirmi al mio amico e lettore Satoshi Nakamoto, mica loro), e insomma, adesso i libri di Joyce sono diventati Kryptonite per me. Ho un debito da scontare, James, e sono pronto, se ti garba.<br />
Con Proust, è vero l’opposto: per tutta la durata dei miei decenni accademici, ho tenuto segreto il mio amore per Proust. Una volta lasciata l&#8217;accademia, sono uscito allo scoperto con la mia dichiarazione d’amore (leggi: il mio libro su di lui). Il nostro amore, Marcel, è intatto. <em>Non, je ne regrette rien…</em><br />
Se ricordi, Armanda, fu nel 1976 che comprammo il primo volume della <em>Ricerca del tempo perduto</em>. A Ginevra. Paperback Gallimard, illustrazione di Van Dongen. Le pagine sono peggio che ingiallite, sono quasi marrone ormai, e naturalmente si scollano dal dorso. Ma quel libro ce l’abbiamo ancora. Da quel giorno in libreria (ricordo che brillava un bel sole d’inizio settembre sul lago Lemàno), non è passato anno senza che io sfogliassi le pagine di Proust. Tu lo sai bene.<br />
<em>Sfogliassi</em> è decisamente un eufemismo. A Proust, lo insulti se ti fermi dopo cento o duecento pagine.<br />
Quando dico che sarei disposto a andare a letto con Joyce oppure con Proust, dovete capire che decisamente mi sbilancio. (Soffro della stessa sensibilità olfattiva di certi personaggi di Gianrico Carofiglio, ci sono giorni che mi scoppiano i seni paranasali.) Gli alcolizzati come Joyce e gli ipocondriaci come Proust puzzano! Ma mi tapperei volentieri il naso, se servisse a farli sentire meglio.<br />
Joyce e Proust: due grandi artisti con cui e per cui, causa mera, brutale gratitudine, farei qualsiasi cosa.<br />
Andrei volentieri anche a letto con Gianrico Carofiglio. Conoscendo la sua opera, e non solo il suo Guido Guerrieri, ci sarebbe da aspettarsi che questa dichiarazione mi valga, a dir poco, una testata sul naso o una ginocchiata sui testicoli. Ma lo dico per la stessa ragione di prima: mera, brutale gratitudine di un amante della letteratura italiana. Se servisse a consolarlo in un momento difficile, rassicurarlo sui suoi meriti di autore, proteggerlo dai malpensanti (o dalle donne mozzafiato che fanno la posta al suo Guerrieri), sarei lieto di mettermi a disposizione. Here I am.<br />
Magari parlo come parlo perché vivo all&#8217;estero. Negli anni ’70, leggevo le recensioni cinematografiche di Moravia sull&#8217;Espresso e mi dicevo: Tutto qui? Potrei scriverle anch&#8217;io, tali e quali, e allora perché toccano a lui? (Naturalmente, Armanda, noi ce lo siamo letto tutto quanto entro il 1975, Moravia – salvo <em>Io e lui</em>, che ti aveva sconvolto da bambina, e poi non credo sia un granché come libro.) Persino con Pasolini, quando sembrò diventare parte integrante del suo odiato <em>Palazzo</em>, uno si sentiva offeso dai troppi articoli di fondo, le troppe rubriche. Naturalmente, ADORARE Pasolini mi sembrava ancora troppo poco, dato il talento, e ho mostrato i suoi film ai miei studenti negli USA fino a ritrovarmi alle soglie del licenziamento. (In Egitto, alla American University, rischiavo molto di peggio del licenziamento.) Ma a un certo punto si aveva l’impressione che parlasse solo più lui, Pasolini, che fosse l&#8217;unico ad avere pieno diritto di parola in Italia. Impressione erronea, naturalmente.<br />
Ma chi non soccombe a certe malevolenze italiche? Mi sa, infatti, che qualche italiano che conosco sia sospettoso di Carofiglio perché dopotutto anche lo scrittore barese è ormai divenuto cittadino del <em>Palazzo</em>. O così potrebbe sembrare. (Anche perché nel frattempo il <em>Palazzo</em> è diventato l’<em>establishment,</em> la creatura più vasta, onnivora, che tutti, da destra a sinistra, vorremmo abbattere, ma non sappiamo come, né cosa sostituirgli.) Invece, dal mio punto di vista estero, non ho difficoltà a comprendere e affermare che Carofiglio è un artista e un essere umano ammirevole. Basta leggerlo con attenzione.<br />
Io l’ho letto tutto.<br />
<em>Caveat lector</em>! Oh my, oh my! Ho fatto in questo momento un Google search per scoprire che Carofiglio è candidato al Premio Strega, che viene assegnato fra sei giorni! E dieci minuti fa, il poeta Jacopo Ramonda mi ha rivelato su WhatsApp di uno scandalo riguardante Carofiglio e un certo Vincenzo Ostuni risalente allo Strega del 2012. Sono andato a controllare. Càspita, Nazione Indiana è eloquente al proposito. Mostro quel dibattito a Armanda nell’altra stanza.<br />
Lei dà una scorsa. “Gian, sei davvero sicuro che stai preparando questo pezzo per Giacomo Sartori di Nazione Indiana? Quelli ti bruciano vivo.”<br />
Il sorriso che le rivolgo non è troppo spavaldo, lo sento.<br />
A proposito, tu, Armanda, eri ancora minorenne quando prendemmo insieme un treno da Torino diretto a Catania, da lì un altro treno per Siracusa, e poi ci addentrammo a piedi in Ortigia, in pellegrinaggio alla casa nativa di Elio Vittorini. Anche con Vittorini sarei andato a letto, come sai, se fosse servito. E devi considerare che nemmeno quella sarebbe stata un’esperienza olfattiva facile. Ai tempi del grande Vittorini di Einaudi, gli italiani odoravano forte! Fingiamo di essercene dimenticati, ma allora, e anche dopo, durante la mia gioventù, all&#8217;ingresso in una stanza ogni italiano era annunciato e preceduto dal proprio odore. Le cose stavano così.<br />
E poi, in fondo, chi lo dice che quel revisionista di Vittorini avesse bisogno di consolazioni?<br />
La casa di Vittorini è ancora lì, lapide e tutto. C’era due anni fa, voglio dire.<br />
Io amo profondamente Carofiglio. Ho letto quasi tutti i suoi libri – l’ho già detto. Ho trascorso ore ed ore a ascoltare la sua bella voce leggere certuni dei suoi libri. Pure gli altri libri li ho <em>ascoltati</em>, perché Armanda ed io ce li leggiamo a alta voce, la sera. Dopo aver letto le prime pagine del <em>Bordo vertiginoso delle cose</em>, ho subito pensato a Vittorini. <em>Conversazione in Sicilia</em> = <em>Conversazione in Puglia</em>? Stesso esordio… Ai tempi di Vittorini, un grande scrittore scriveva capolavori. Un giovane entusiasta come me interiorizzava la memoria di ogni grande libro come se fosse scolpita su un blocco di granito. Ai tempi di Carofiglio, invece, un grande scrittore confeziona best-seller per contratto.<br />
Un segno dei tempi. Ma anche questo è un dettaglio toccante, non trovate? La pecca, appunto, o il rammarico, che sono pronto a attenuare col dono del mio corpo, se dovesse aiutare.<br />
Parla Armanda: “Gian, vieni a sapere che Carofiglio è candidato allo Strega per un certo libro che hai letto e conosci bene, ed ecco che scrivi il tuo brano su un altro libro, di cui nessuno si ricorda magari più. Non ti smentisci mai!”<br />
<em>Ars gratia artis.</em><br />
Lei ed io non abbiamo ancora finito di leggere <em>Il bordo vertiginoso delle cose</em>. A voce alta si va più a rilento. Ma sono super-curioso di sapere come va a finire. Salvatore il terrorista è già morto, ma il personaggio di Celeste non è ancora rientrato in scena. Celeste dovrebbe essere la Musa Redentrice del protagonista. Magari mi sbaglio. Per un momento, ho pensato e sperato che durante la sua supplenza in filosofia al liceo del protagonista Enrico, Celeste fosse segretamente fidanzata con Salvatore e complice del suo attivismo di ultrasinistra. Ora sono quasi a metà del romanzo e immagino che le cose non siano andate così, per quei due. Lo saprò presto. Sono aperto a ogni sorpresa, e ogni giorno non vedo l’ora che venga il dopocena per saperne di più.<br />
Gianrico, se stai leggendo questa pagina, per favore, tappati la bocca. Lo credo che lo sai bene come va a finire; l’hai scritto tu, quel romanzo! Non voglio anticipazioni di sorta.<br />
In un certo senso, Gianrico, se sono super-curioso è perché non sto leggendo un tuo grande libro, sto leggendo un tuo best-seller. Cosa che trovo toccante, l’ho già detto: la maniera in cui un grande talento come il tuo si piega, salta e fa le acrobazie, al fine di allestire materiali da best-seller. Nel caso del <em>Bordo vertiginoso delle cose</em>, me ne sono accorto, sai? Spremi a fondo tutte le tue vecchie formule collaudate, da quelle marginali a quelle che ti contraddistinguono di più: il culto del libro e la visita, sovente notturna, in libreria; l’incontro terapeutico con uno sconosciuto, uomo o donna, di una certa età; la condizione di mediocrità che sconfina nell’eccellenza; l’incontro con due turiste straniere un po’ troppo intraprendenti; l’amicizia col ragazzo più vecchio e molto dotato, ma antisociale; il fallimento nella vita di coppia appaiato all’incontro con la Donna Musa; la citazione emblematica (vuoi da Fitzgerald o Hanna Arendt); l’addestramento segreto allo scontro a mani nude e a mano armata; la scazzottata con un manigoldo. Guarda, non mi dilungo in questa lista perché ho il sospetto che qualche critico ostile l’abbia già completata a fini diversi dai miei. Nel <em>bordo vertiginoso delle cose</em>, però, novità assoluta per te (o almeno credo), sei andato a rispolverare la narrazione in seconda persona singolare, un reperto risalente ai tempi di <em>Bright Lights, Big City</em>, quando il mondo occidentale scopriva la scrittura creativa all&#8217;americana.<br />
Se non fossi anch’io uno scrittore italiano, ex-docente di creative writing, ti risparmierei la seguente digressione: Ormai l&#8217;Italia ha pienamente assimilato quel modello di creative writing (<em>Thanks for nothing, Baricco</em>), tanto che le “grandi” agenzie letterarie italiane ne hanno fatto un business per fessi. Al proposito, la mia crudeltà ha qualcosa di inspiegabile che rasenta l’idiozia. Ho cercato di spiegarlo a Giacomo Sartori quando è passato da queste parti. Io ho pagato il pizzo di certe “grandi” agenzie letterarie perché volevo vedere quanto in basso potessero scendere con le loro “valutazioni.” Ed è molto, molto più in basso di quanto potresti immaginare, credimi. Mandano per strada questi giocatori di bussolotti. Tu metti giù il pizzo. Loro ti ruotano i tre bussolotti sotto il naso. Tu ne sollevi uno e ti becchi la pallina nera.<br />
Anyway, tutti dobbiamo campare, non solo i giocatori di bussolotti, e tu, Carofiglio, scegli di intrattenerci al di sotto delle tue virtù letterarie scrivendo un trascinante bestseller. SACRIFICHI LE VIRTÙ PER SFRUTTARE PIÙ A FONDO LE DOTI.<br />
Perché dovrei nascondertelo: sta qui, in stampatello, il nocciolo, la scelta etica del mio brano.<br />
Ma potrei sbagliarmi. Se ho visto giusto, Gianrico, non posso e non voglio darti torto. Come dice Modiano, quando si ama veramente, non si giudica: si comprende. Io, per me, come lettore, reclamo solo il privilegio dell’affetto e della riconoscenza.<br />
(Abbiamo parlato del lupo. Tanto vale ramazzare questa pedana a colpi di coda. Insomma, Armanda vede “troppi” paralleli tra Carofiglio e Modiano. Io lo conosco come le mie tasche, Modiano, e non sono d’accordo. Solo tu puoi dirci come stanno veramente le cose.)<br />
A ogni buon conto, hai fatto un rinnegato di questo amante inveterato della Sicilia, Gianrico. Ormai, non vedo l’ora di visitare la tua Bari, capoluogo della “<em>cooliest region in Italy</em>” (cito a memoria le tue due intraprendenti turiste scandinave). Ma bada bene, non ci verrei, o verrò, per reclamare un ingiustificato credito sodomitico. Se Armanda proprio non potesse accompagnarmi, fa un fischio a quelle due scandinave e siamo a cavallo.<br />
Ieri ho rivolto questa domanda ad Armanda: È meglio essere un eccellente scrittore di Sellerio oppure un ricco scrittore di Rizzoli? Lei ha risposto senza battere ciglio: un ricco scrittore di Rizzoli. Tanti anni insieme non sono acqua. Tutto diventa aforisma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>l&#8217;immagine:Yves Klein, <span class="st"> &#8220;Anthropométrie&#8221; (ANT 49)</span></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Fischiettando come se niente fosse &#8211; Un racconto di Mário Dionísio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Sep 2019 05:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; a cura di Serena Cacchioli Mário Dionísio (1916-1993) è stato uno dei principali protagonisti e teorici del neorealismo portoghese. Il neorealismo di Mário Dionísio si allontana dal naturalismo dogmatico e si dedica a svelare le contraddizioni della società a lui contemporanea con un&#8217;espressività personale e collettiva allo stesso tempo. Scrive di lui Giuseppe Tavani: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-80398" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1.jpg" alt="" width="380" height="550" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-250x362.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-200x289.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-160x232.jpg 160w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di<br />
<strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p>Mário Dionísio (1916-1993) è stato uno dei principali protagonisti e teorici del neorealismo portoghese. Il neorealismo di Mário Dionísio si allontana dal naturalismo dogmatico e si dedica a svelare le contraddizioni della società a lui contemporanea con un&#8217;espressività personale e collettiva allo stesso tempo. Scrive di lui Giuseppe Tavani: «una dosatissima alleanza di liricità e di violenza combattiva, di fiducioso libertarismo e di disperata coscienza dell’illibertà: è in questa armonia di vita, in cui la speranza frustrata &#8220;rispunta sotto il manto complice delle cose&#8221;, che risiede il fascino di una tra le più interessanti voci della poesia neorealista».</p>
<p>Narratore e critico, oltre che poeta, Mário Dionísio si è dedicato anche al racconto, al romanzo, alla pittura e soprattutto alla critica letteraria e artistica.</p>
<p>In italiano sono state tradotte soltanto alcune poesie da Giuseppe Tavani all&#8217;interno dell’antologia: <em>Da Pessoa a Oliveira. La moderna poesia portoghese. Modernismo Surrealismo Neorealismo</em>, Edizioni Accademia, Milano, 1973.</p>
<p>Il racconto <em>Fischiettando come se niente fosse, </em>che presento qui in una mia traduzione inedita, è tratto da <em>O dia cinzento e outros contos</em><em> </em>(Il giorno grigio e altri racconti)<em> </em>[prima ed. 1944, nuova ed. 1967].</p>
<p>Oggi la <a href="http://www.centromariodionisio.org/"><strong>Casa da Achada – Centro Mário Dioníso</strong></a> di Lisbona è un archivio vivo che divulga l’opera dello scrittore, poeta, pittore, critico e professore. Dal 26 al 30 settembre 2019 festeggerà 10 anni di attività con mostre, concerti e dibattiti.</p>
<p><strong>___ </strong></p>
<p><strong>FISCHIETTANDO COME SE NIENTE FOSSE</strong></p>
<p>A quell’ora il traffico si complicava. I negozi, gli uffici, certe botteghe riversavano in strada centinaia di persone. E le vie, le piazze, le fermate dei tram che erano state progettate quando non c’era, nei negozi, negli uffici, nelle botteghe, tanta gente, si riempivano all’improvviso. Sui marciapiedi larghi delle grandi piazze ci si scontrava. Le persone perbene dovevano chiudere un occhio su quella mancanza di riguardo e non trovavano altra via se non spintonare ed essere spintonati a loro volta e ogni tanto imprecare. I tram s’incolonnavano in fila uno dietro l’altro. Seguivano lenti, carichi fin sulle predelle esterne e su quelle posteriori, delle centinaia di persone che a quell’ora saltavano fuori di fretta dai negozi, dagli uffici, dalle botteghe. Inoltre, nelle belle giornate come quella, le vie della Baixa si riempivano di tipi eleganti che andavano a fare il loro giro delle cinque per le novità dei negozi e per le sale da tè, per far passare il tempo in qualche modo, vedere facce conosciute, salutare ed essere salutati, e tornavano a casa soltanto all’ora di cena.</p>
<p>La moltitudine proponeva una fraternizzazione forzata. Si doveva chiedere scusa al garzone a cui si pestavano i piedi, implorare le persone aggrappate in tram che si stringessero un po’ di più per poter infilare un piede, solo un piede nient’altro, in un angolino, spesso sorridere a gente che non si era mai vista prima e che si aveva voglia di insultare. I signori e le signore eleganti naturalmente trovavano che tutto ciò fosse una gran seccatura. Soprattutto la necessità assoluta di continuare a stare su quei mezzi strapieni su cui non viaggiavano solo gentiluomini, ma anche certa gentaglia poco corretta, e in cui questi stessi uomini e donne volgari esalavano un odore insopportabile. Eppure che si doveva fare se non buttarsi tutti in quel mare di gente che spingeva, superava, pestava e farneticava fino ad arrivare alla vettura? Che fare se non spingere, superare, pestare e farneticare?</p>
<p>Il convoglio seguitava lentamente e pieno come gli altri. Per fortuna c’era ancora qualche uomo corretto in città e qualche donnina che sapeva quale fosse il suo posto. Solo per questo motivo le signore che avevano messo a repentaglio scarpe e cappelli in quella gran bolgia e alcuni gentiluomini rispettabili erano riusciti a sedersi.</p>
<p>Nei primi istanti di viaggio, la gente si girava sui sedili, preoccupata, cercando di vedere se il marito, un’amica, un figlio fossero per caso rimasti a terra. Quelli che erano rimasti in piedi osavano fare un passo dentro alla vettura, per vedere se per caso fosse avanzato qualche posto vuoto. E subito s’alzavano proteste. Poi si accomodavano tutti alla bell’e meglio, alzavano le braccia perché non gli si schiacciassero i pacchetti, si chiudevano bene le giacche e le borse dove tenevano i soldi, l’autista tirava varie volte e con forza la corda del campanello, posti esauriti, e il convoglio si trascinava avanti in silenzio.</p>
<p>I signori rispettabili, comprensibilmente e silenziosamente arrabbiati con i compagni a lato, iniziavano a dispiegare i giornali della sera e a leggere le notizie a voce alta. Le signore, visibilmente di cattivo umore, s’aggiustavano i cappelli e i colletti delle giacche. Prendevano gli specchietti dalla borsa e passavano tutto in rivista: cappello, capelli, occhi, labbra. Da non crederci. Una era rimasta con il cappello completamente spostato su un lato, un’altra aveva perso un guanto nella confusione. Poi mettevano via gli specchi, si riaccomodavano meglio, percorrevano con le dita gli anelli di una mano e poi dell’altra per vedere se erano al loro posto, se c’erano tutti. Si guardavano tra loro, molto serie, come chi non nota nulla. Recuperavano poco a poco la dignità che quello sproposito di entrata in tram aveva fatto evaporare.</p>
<p>In curva le ruote stridevano sui binari, sotto l’enorme peso. Silenzio, finalmente – anche se spezzato di tanto in tanto dal campanello, quando a qualcuno veniva la triste idea di voler scendere, tra il dispiegarsi di giornali e la voce dei popolani, incastrati sul gradino d’entrata.</p>
<p>Tutto era tornato alla normalità. La marcia del convoglio, l’incasso del biglietto, lo spazio tra le persone, che rigorosamente non riuscivano a separarsi le une dalle altre nemmeno di un centimetro. E, così, lentamente, per curve e rette, per vie e piazze, quel convoglio seguiva il proprio destino di raccogliere gente ed essere insultato, su una delle varie linee che univano il centro della città ai quartieri relativamente nuovi, dove la separazione tra la cosiddetta classe media e le fasce più basse della popolazione non era ancora stata stabilita come si deve.</p>
<p>A un certo punto, però, dalla parte posteriore arrivò un tumulto. Proteste. Indignazione. Le teste si giravano dentro alla vettura. E si vide un ometto che spingeva tutti dicendo che c’erano posti vuoti davanti, che lo lasciassero passare. Tanto spinse che riuscì a passare. Tanto riuscì a passare che riuscì a entrare dentro al tram, avanzò e andò a sedersi in un posto su un lato che era effettivamente vuoto là davanti, accanto a una signora a dir poco opulenta.</p>
<p>Fu uno stupore generale e silenzioso. Nessuno aveva visto il posto vuoto. E men di tutti, come si può ben immaginare, la stessa signora opulenta. Tutti gli ardimentosi hanno fortuna.</p>
<p>L’uomo, che portava un cappello sgualcito e un soprabito marrone piuttosto luccicante sui lati, a dire il vero non si sedette. Si sotterrò nel sedile, con le mani tutte infilate nelle tasche. Che tipo! Doveva essere più giovane di quanto sembrasse per via dei capelli brizzolati e della barba di qualche giorno. La signora opulenta arricciò la fronte e si riassettò sul sedile, per così dire, come chi cerca di occupare meno spazio. In verità, si sistemò meglio. La sua intenzione era quella di far notare all’ometto la sconvenienza di quel suo atteggiamento. Ma lui non vide niente di tutto ciò o finse di non vedere. Guardò vagamente le persone che aveva davanti, distese le labbra e cominciò a fischiettare. A fischiettare proprio come se niente fosse dentro alla vettura!</p>
<p>All’inizio era un fischiettare basso, poco sicuro, impercettibile quasi. Poi, poco a poco, il tipetto si entusiasmò. E il fischio aumentò d’intensità. Si sentiva già in tutto il tram. I passeggeri, che avevano recuperato a fatica la loro dignità, fingevano di non notare né l’uomo, né il suo fischiettio. E si tranquillizzarono quando l’autista si rivolse al nuovo arrivato. Gli avrebbe detto di zittirsi, di certo. Macché! Con il mazzo di biglietti in mano e con la pinza puntata, si limitò a dire: «Signore?» Il passeggero tirò fuori la mano dalla tasca e, senza smettere di fischiettare, gli tese il palmo aperto. Aspettò che gli prendessero la moneta, prese il biglietto e tornò a infilare la mano in fondo alla tasca. Tutti seguivano la scena, interessati. Ma quando l’uomo guardò casualmente le persone attorno, tutti girarono lo sguardo come se lui non esistesse.</p>
<p>Il fischiettio, a volte, era basso, si sentiva appena, altre volte era alto, molto alto, con gorgheggi ridicoli e irritanti. Nessuno sapeva cosa stesse fischiettando. E neanche lui lo sapeva. Una cosa qualsiasi che aveva voglia di fischiettare come gli pareva. A volte ripeteva i suoni come un ritornello. Altre volte, però, la maggior parte delle volte, passava a nuove combinazioni, ora flebili, ora violente, senza volerne più sapere delle altre rimaste indietro.</p>
<p>La gente cominciava a guardarsi di sottecchi. Si era mai vista una cosa del genere? Un gentiluomo o l’altro alzava, ogni tanto, lo sguardo dal giornale, corrugava la fronte, guardava con ostilità l’uomo col cappello sgualcito e il soprabito marrone, con la speranza che lui si vergognasse e la smettesse una volta per tutte. La signora opulenta, al colmo dello stupore, non osava nemmeno alzare lo sguardo, offesissima perché, senza aver nessuna colpa, si trovava in piena zona di scandalo. A cosa le toccava sottoporsi! E nel silenzio della vettura, il fischiettio aumentava di volume. Forse, in fondo, quel gorgheggio ridicolo non era affatto spiacevole. Semplicemente un tram non era il luogo più adeguato per esibizioni di questo tipo. Perché l’autista non interveniva? L’autista era l’autorità della vettura. Perché non sarebbe dovuto intervenire? Si vede che era fatto della sua stessa stoffa. La verità, però, era che non si sapeva di nessun regolamento che impedisse ai passeggeri di fischiettare. Incollati ai vetri del tram c’erano fogli che proibivano di fumare, di sputare all’interno della vettura. Era proibito aprire le finestre nei mesi invernali. Ma nemmeno una parola sul fischiettare.</p>
<p>All’improvviso, una bambina che stava seduta accanto a una finestra e si era stufata di guardare la strada s’interessò all’uomo. Lo trovava simpatico, con il suo cappello sgualcito, il soprabito marrone, il suo fischiettio&#8230; Era una bambina molto pallida, con i capelli biondi e ricci, vestita di blu. S’interessò tanto all’uomo che iniziò ad applaudire. Ma una signora giovane e bella, che stava seduta al suo fianco, le prese le mani con gentilezza e gliele divise. Doveva stare un po’ ferma e in silenzio. Non si doveva far rumore sul tram. Una bella bambina non fa rumore. «Che ho detto alla mia bambina?». Allo stesso tempo però, alla signora giovane e bella quell’uomo non stava antipatico. Guardava i pacchi di carta vistosa che portava sulle ginocchia e pensava: se non ne potessi più e iniziassi anch’io a fischiettare? In fondo, ammirava la poca cerimoniosità dell’uomo col cappello sgualcito. Non sarebbe stato adorabile se lei stessa, una signora sposata e madre di una bambina di cinque anni, avesse cominciato a fischiettare su un tram, nel momento in cui ne aveva voglia? Quando aveva l’età della figlia, la signora bella andava spesso in campagna, vestita con abiti vecchi, per potersi buttare sull’erba a piacimento. Aveva una voce molto soave e fresca, le piaceva fare esattamente quello che una bella bambina non dovrebbe fare. Gli amici del padre la prendevano in braccio, la lanciavano in aria. E lei rideva, rideva, rideva fino a soffocarsi. La madre diceva: «Allora, allora, un po’ di contegno, non si ride in questo modo». E più le diceva così, più le veniva voglia di ridere, ridere, ridere.</p>
<p>Ogni tanto un passeggero usciva. I gradini d’entrata e d’uscita si svuotavano. E poco a poco, quelli che restavano si abituarono a quello stupido fischiettio. Gli uomini avevano dimenticato i giornali. Alcune signore sorridevano. Si era mai vista una stupidata del genere? Soprattutto la signora opulenta non ne poteva più. Stringeva le labbra. Seduta su un sedile di lato, incrociava gli occhi di tutti. Era insopportabile. E la signora bella pensava all’aria aperta e ai tempi d’infanzia. A scuola aveva imparato a fischiettare e a lanciare la trottola. Certe voci le erano rimaste dentro: «Una bambina che fischietta, Nini?».</p>
<p>A un certo punto l’uomo, senza smettere di fischiettare, si alzò e tirò la corda della campanella. Era un ometto insignificante, ancora giovane e con i capelli già grigi, il cappello sgualcito, il soprabito marrone molto luccicante sui lati. Ma c’era in lui una sovrana indifferenza a tutto il tram. Tutti lo guardavano. Con disprezzo? Con ironia? Con invidia? Aprì la porta, la chiuse e saltò quando la vettura era ancora in movimento. Le persone allora si girarono a guardarsi, non resistettero più e risero. Che buontempone! Si scusavano, si spiegavano senza parole. Si capivano. Un minuto di semplicità e simpatia li illuminò. La bambina che aveva applaudito pulì con la mano il vetro appannato del finestrino alla ricerca dello strano passeggero. Lo vide attraversare la strada, continuare sul marciapiede accanto alle case, sparire. Solo allora la signora giovane e bella, che era la madre della bambina, aprì gli occhi. Oggi nessuno la chiamava Nini. Nini era la figlia. Ora era lei che diceva alla figlia: «Una bambina che fischietta, Nini! Una bella bambina non fa rumore».</p>
<p>Era rimasto sulle labbra e sugli occhi di tutti un sorriso di bonaria ingenuità. Dopo, questo sorriso si spense lentamente. Morì. Tutti ripresero coscienza del loro momentaneo calo di decoro. Si ricordarono dei loro pacchetti, dei loro anelli, dei loro giornali. Che sciocchezza! Non c’era altra parola. Che sciocchezza! I gentiluomini ricominciarono a leggere i titoli delle notizie. Le signore si aggiustarono i colletti delle giacche. La bambina guardò di nuovo la strada.</p>
<p>Tutto tornò, pesantemente, a riempirsi di silenzio e dignità.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dispatrio (monologo)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/09/18/la-mia-citta-monologo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Sep 2013 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[eugenio allegri]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[la mia città]]></category>
		<category><![CDATA[monologo]]></category>
		<category><![CDATA[premio Per voce sola]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro della Tosse di Genova]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori (un uomo di una cinquantina di anni, e con degli occhiali da sole scuri, appare trascinando una valigia a rotelle di dimensioni ridotte; guarda tutt’attorno con un lento movimento circolare della testa, e con gli occhi rivolti in alto; senza lasciare la maniglia della valigia, e con una faccia perplessa) La mia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><i>(un uomo di una cinquantina di anni, e con degli occhiali da sole scuri, appare trascinando una valigia a rotelle di dimensioni ridotte; guarda tutt’attorno con un lento movimento circolare della testa, e con gli occhi rivolti in alto; senza lasciare la maniglia della valigia, e con una faccia perplessa)</i></p>
<p>La mia città è una città grigia</p>
<p>infossata in una valle grigia</p>
<p>costeggiata da minacciose</p>
<p>montagne grigie<span id="more-46356"></span></p>
<p>Il cielo è grigio</p>
<p>il fiume che si trascina</p>
<p>stancamente</p>
<p>è grigio</p>
<p>e anche gli stentati alberi</p>
<p>sono grigi</p>
<p>con appena qualche</p>
<p>moribondo riflesso</p>
<p>verde marcio</p>
<p><i>(lascia la maniglia della valigia, e si guarda ancora attorno sfregando un palmo contro l’altro; lancia anche qualche occhiata sopra le lenti degli occhiali)</i></p>
<p>Il dilagante cemento</p>
<p>è paradigmaticamente grigio</p>
<p>così come</p>
<p>i ridondanti asfaltamenti</p>
<p>e le fumosità imprigionate</p>
<p>dalla nefasta conformazione orografica</p>
<p>Persino i laghi</p>
<p>sono stagnanti e grigi</p>
<p>Nulla da stupirsi</p>
<p>che pure gli abitanti</p>
<p>siano grigi</p>
<p>Il sole disgraziato è costretto</p>
<p>a tramontare altissimo nel cielo:</p>
<p>come appeso</p>
<p>a un funambolico patibolo</p>
<p>Ogni sera è lo stesso</p>
<p>affliggente spettacolo</p>
<p>Per fortuna molto spesso piove</p>
<p>e quindi l’esecuzione</p>
<p>ha luogo dietro una cortina grigia</p>
<p>di nuvole</p>
<p>. . .</p>
<p>. . .</p>
<p><i>(si guarda intorno – questa volta senza alzare lo sguardo &#8211; con un’espressione disgustata, massaggiandosi nel contempo le braccia, come se avesse freddo)</i></p>
<p>I pieghevoli turistici</p>
<p>mostrano boschi</p>
<p>ebbri di clorofilla</p>
<p>prati infiorati</p>
<p>laghi e cieli di topazio</p>
<p>rutilanti autunni</p>
<p>distese innevate</p>
<p>accecanti di sole</p>
<p>smaglianti sorrisi</p>
<p>sudanti quarti</p>
<p>di formaggio</p>
<p>Se uno guarda</p>
<p>i pieghevoli turistici</p>
<p>si fa un’idea molto distorta</p>
<p>della mia città</p>
<p>e delle montagne circostanti</p>
<p>si figura un paradiso terrestre</p>
<p>un vero e proprio eden</p>
<p>I turisti ci cascano</p>
<p>e accorrono a frotte</p>
<p>sia dal sud</p>
<p>che dal nord</p>
<p>Arrivano gravati di sci</p>
<p>tavole da surf</p>
<p>biciclette</p>
<p>pattini</p>
<p>racchette</p>
<p>mazze da golf</p>
<p>creme solari</p>
<p>macchine fotografiche</p>
<p>bussole</p>
<p>paracaduti</p>
<p>corde</p>
<p>ramponi</p>
<p>pinne</p>
<p>aquiloni</p>
<p>canne da pesca</p>
<p>salvagenti</p>
<p>archi</p>
<p>balestre</p>
<p>cestini di vimini</p>
<p>stivali da cavallerizzo</p>
<p>georeferenziatori</p>
<p>attrezzature di ogni genere</p>
<p>Una volta scesi dai loro veicoli</p>
<p>la delusione</p>
<p>li lascia esterrefatti:</p>
<p>fanno seduta stante</p>
<p>dietro-front</p>
<p>si potrebbe immaginare</p>
<p>. . .</p>
<p>. . .</p>
<p>I menzogneri pieghevoli turistici</p>
<p>non sono improvvisati</p>
<p>in quattro e quattr’otto</p>
<p>sono il frutto di un’arte</p>
<p>che è stata perfezionata</p>
<p>nel corso dei secoli</p>
<p>sino a erigersi</p>
<p>a supremo protocollo di vita:</p>
<p>l’ipocrisia</p>
<p>Ogni infimo pieghevole turistico</p>
<p>ha dietro cinquecento anni</p>
<p>di approfondita ricerca teorica</p>
<p>e di sperimentazioni</p>
<p>nel campo della falsità</p>
<p>con rimbalzi speculativi</p>
<p>che hanno condizionato</p>
<p>le vicende storiche</p>
<p>del mondo intero</p>
<p>Ma naturalmente nulla potrebbe</p>
<p>la dottrina</p>
<p>senza un’adeguata educazione</p>
<p>propinata fin dalla più indifesa infanzia</p>
<p>dalle conniventi famiglie</p>
<p>senza le individuali competenze</p>
<p>derivate dalla pratica quotidiana</p>
<p>nelle case e negli uffici</p>
<p>per le strade</p>
<p>nei negozi</p>
<p>nei confessionali</p>
<p>sui giornali</p>
<p>Le menzogne dei pieghevoli turistici</p>
<p>sono un esempio tra i tanti</p>
<p>della virtuosistica</p>
<p>e raffinata</p>
<p>arroganza</p>
<p>alla quale è giunta l’ipocrisia</p>
<p>dalle mie parti</p>
<p>I miei concittadini</p>
<p>maneggiano l’ipocrisia</p>
<p>con la dimestichezza</p>
<p>con la quale a Murano</p>
<p>i maestri vetrai</p>
<p>soffiano il vetro</p>
<p>Già il chiamarla città è un’impostura</p>
<p>che la dice lunga</p>
<p>Cittadina</p>
<p>bisognerebbe chiamarla</p>
<p>sperduta e inospitale borgata</p>
<p>o meglio ancora</p>
<p>recinto carcerario</p>
<p>zona pericolosa</p>
<p>campo di concentramento</p>
<p>lager</p>
<p>qualcosa del genere</p>
<p>Questa scandalosa falsità</p>
<p>andrebbe perseguita legalmente</p>
<p>Purtroppo ogni misfatto locale</p>
<p>viene però travestito</p>
<p>con un eufemismo appropriato</p>
<p>e stralciato</p>
<p>a patto beninteso</p>
<p>che i criminali siano autoctoni</p>
<p>o insomma di pelle chiara</p>
<p>e di religione cattolica</p>
<p>L’adesione incondizionata alla dittatura</p>
<p>con la più alta percentuale nazionale</p>
<p>di iscritti al partito fascista</p>
<p>viene definita fredda accoglienza</p>
<p>la zelante collaborazione</p>
<p>con i nazisti</p>
<p>viene chiamata Resistenza</p>
<p>il giogo della religione</p>
<p>tradizione cattolica</p>
<p>gli affaristi e i governanti</p>
<p>rotti ad ogni sorta di corruzioni</p>
<p>e furti</p>
<p>Egregio Direttore</p>
<p>e Egregio Presidente</p>
<p>i luna-park sciistici</p>
<p>parchi naturali</p>
<p>i preti pedofili colti in flagrante</p>
<p>Padre Tale</p>
<p>o Padre Tal Altro</p>
<p>il genocidio delle specie animali</p>
<p>e vegetali</p>
<p>sviluppo della viabilità</p>
<p>e delle infrastrutture</p>
<p>i vigneti e i frutteti</p>
<p>avvelenati dai pesticidi</p>
<p>zone rurali di pregio</p>
<p>e via dicendo</p>
<p><i>(si china di nuovo e apre la valigia: ne estrae un cappello con i paraorecchi, anch’esso antiquato, e se lo mette)</i></p>
<p>. . .</p>
<p>. . .</p>
<p><i>tira fuori di tasca una mela piuttosto piccola, e la sfrega sul maglione per pulirla; la fissa a lungo come se stesse per morderla, e invece ci rinuncia; dopo essersi guardato in giro, sempre con una faccia perplessa/disgustata, la gira, e sembra di nuovo che stia per morderla; stringe invece le labbra, e se la rimette in tasca)</i></p>
<p>Nella mia cittadina</p>
<p>il tasso di suicidi</p>
<p>è ovviamente cinque volte superiore</p>
<p>sei volte superiore</p>
<p>alla media nazionale</p>
<p>Le cifre parlano</p>
<p>gridano</p>
<p>da sole</p>
<p>Ma più semplicemente</p>
<p>ogni cittadino ha molti parenti</p>
<p>e amici</p>
<p>e compagni di scuola</p>
<p>e vicini di casa</p>
<p>che si sono soppressi</p>
<p>Fare una festa</p>
<p>diventa sempre un problema:</p>
<p>si sono già tutti suicidati</p>
<p>Il Tale:</p>
<p>impiccato</p>
<p>il Tal Altro:</p>
<p>annegato</p>
<p>la sua simpatica moglie:</p>
<p>svenata</p>
<p>la sorella:</p>
<p>in coma</p>
<p>per suicidio difettoso</p>
<p>Chiunque capisca qualcosa</p>
<p>prova il desiderio</p>
<p>di porre fine ai suoi giorni</p>
<p>e spesso lo fa davvero</p>
<p>ben contento che quel supplizio</p>
<p>sia finito</p>
<p>Spesso però</p>
<p>anche chi non capisce niente</p>
<p>si ritrova a darsi da fare</p>
<p>per spararsi in una tempia</p>
<p>o saltare giù</p>
<p>da uno sperone di roccia</p>
<p>o farsi decapitare</p>
<p>da un treno regionale</p>
<p>non è una questione</p>
<p>di quoziente intellettivo</p>
<p>Un inventario anche parziale</p>
<p>delle modalità adottate</p>
<p>sarebbe troppo lungo:</p>
<p>c’è chi ci tenta</p>
<p>inghiottendo cucchiaiate</p>
<p>di lucido da scarpe</p>
<p>blu notte</p>
<p>chi collegando</p>
<p>con un tubo di gomma</p>
<p>la stanza da letto</p>
<p>situata al terzo piano</p>
<p>allo scappamento della motocicletta</p>
<p>parcheggiata in garage</p>
<p>chi si amputa una gamba</p>
<p>con una motosega</p>
<p>e poi un’altra</p>
<p>in uno sprizzare di sangue</p>
<p>L’unica sfera dove gli abitanti</p>
<p>sfoderano un’alacre creatività</p>
<p>è l’autosoppressione</p>
<p>È perfettamente comprensibile:</p>
<p>io stesso ho provato infinite volte</p>
<p>il desiderio di ammazzarmi</p>
<p>io stesso mi ritrovo molto spesso</p>
<p>a confrontare mentalmente</p>
<p>i pro e i contro</p>
<p>dei vari metodi</p>
<p>di annientamento</p>
<p>di me stesso</p>
<p><i>(si siede sulla valigia, con le mani puntate contro le ginocchia) </i></p>
<p>. . .</p>
<p>. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(questi sono alcuni frammenti del monologo che ho tratto dal racconto &#8220;La mia città&#8221;, pubblicato inizialmente <a href="//https://www.nazioneindiana.com/2009/02/03/autismi-4-la-mia-citta-1a-parte/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/">qui</a> su NI, e poi &#8211; rivisto &#8211; nel volume &#8220;Autismi&#8221;, finalista al <a href="http://www.regione.veneto.it/web/cultura/premio-settembrini-2012">Premio Settembrini 2012</a>, e ora non più disponibile; il monologo si è classificato secondo al concorso &#8220;Per voce sola&#8221; 2013, e sarà quindi letto da Eugenio Allegri il 5 ottobre al <a href="http://www.teatrodellatosse.it/joomla/index.php/home">Teatro della Tosse a Genova</a>)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Autismi 17 &#8211; La mia patria fuggitiva</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/autismi-17-la-mia-patria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 09:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Nella mia vita adulta mi sono quasi sempre ritrovato a vivere all’estero. Prendevo un lavoro, e mi ritrovavo all’estero. Conoscevo una ragazza, e mi risvegliavo in un letto estero. Andavo al mare, e i cartelli segnaletici della spiaggia erano scritti in una lingua straniera. Mi sposavo, e manco a dirlo nessuno parlava [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/ponce-410.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-28927" title="ponce-4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/ponce-410.jpg" alt="" width="163" height="219" /></a>Nella mia vita adulta mi sono quasi sempre ritrovato a vivere all’estero. Prendevo un lavoro, e mi ritrovavo all’estero. Conoscevo una ragazza, e mi risvegliavo in un letto estero. Andavo al mare, e i cartelli segnaletici della spiaggia erano scritti in una lingua straniera. Mi sposavo, e manco a dirlo nessuno parlava l’italiano. Una vera persecuzione. Io per carattere, e anche per segno zodiacale, sarei una persona che se ne sta tranquilla in pantofole nella catalettica cittadina natia. Fin dall’infanzia gli spostamenti mi sono apparsi dispendiosi sia fisicamente che psichicamente, e soprattutto molto inutili. Fondamentalmente li detesto, i viaggi. E non sono nemmeno tanto portato per le lingue. No grazie, c’è qualcosa alla televisione che mi interessa, mi sarei volentieri schermito. E invece per un verso o per l’altro mi ritrovavo al centro di un deserto a perdita d’occhio, nell’aria lercia di una cacofonica metropoli, in una pampa disseminata di enigmatiche mucche. Sempre estero era.</p>
<p>La gente ha delle idee molto sbagliate sull’estero. Si immaginano che sia un posto dove tutto è sempre molto bello, <span id="more-28377"></span>dove si sta per definizione benissimo, dove si è sempre in vacanza. Certo che tu sei proprio fortunato!, mi dicono, sottintendendo che dovrei vergognarmi della mia condizione. Ti invidio!, sospirano, dopo che ci siamo dilungati sulla sempre più terminale situazione del nostro paese. Divertiti anche per me!, dicono. Non hanno nessuna idea di cosa voglia dire abitare all’estero.</p>
<p>Campare all’estero è come essere amputati di una parte del proprio passato, la più importante. Come avere un buco nero al posto della tua infanzia, dei luoghi a cui tieni di più, delle facce tra cui sei cresciuto. Una voragine che si è inghiottita i sapori che preferivi, gli odori più evocatori, le emozioni più struggenti. È soprattutto guardando i varietà alla televisione che ti rendi conto del tuo totale straniamento. Attorno a te tutti sorridono, scuotono la testa, canticchiano. E tu te ne stai lì come una statua sotto la pioggia. La maggior parte di quei visi e di tutte quelle parole e canzoni non ti dicono niente, ma proprio niente. Poi finisci per capire: quei mascheroni sono gli equivalenti locali di Raimondo Vianello, Rita Pavone, Gianni Morandi, Mike Bongiorno, Sabina Guzzanti. Tu però non li hai mai sentiti nominare, non hai la minima idea di cosa rappresenti ciascuno, da che cella frigorifera esca. Tabula rasa.</p>
<p>A forza di stare tanto tempo in un dato paese estero uno la lingua la impara, che discorsi. Prima memorizzi come si dice latte, pane, copulazione, tutte gli altri generi di primissima necessità. Poi impari anche i nomi di una miriade di altri orpelli, compresi quelli che nel tuo paese proprio non ci sono, come per esempio le cavallette saltate in padella o le pinzette per chiudere le zanzariere. Da un certo punto cominci a addentrarti nelle finezze dei modi di dire locali, degli insulti, di qualche proverbio: ti esprimi più o meno correntemente. Però è come se indossassi un vestito che ti stringe sotto le ascelle, con i bottoni che si incastrano nelle asole, con la stoffa ruvida. Hai un bel strattonarlo o cercare di riattarlo, resta inconfortevole: è stato fatto su misura per un altro. E prima o poi ti tradisce, puoi starne certo. Si sbrega per esempio sull’inguine. E i tuoi interlocutori giù a ridere.</p>
<p>All’estero si vive in effetti come bambini, bambini che non sanno le cose che sanno tutti e che sono sempre pronti a sparare una bestialità. Dici fuori una cosa che ti sembra a postissimo, e tutti sorridono con sufficienza, come appunto si fa con i bambini. In quel caso però il bambino sei tu. Un bambino grande e grosso, incongruo, mostruoso.</p>
<p>Quando uno risiede all’estero gli autoctoni lo prendono per il tipico rappresentante del paese da cui proviene. Io sono biondastro e con gli occhi azzurri, ho sempre odiato il calcio, non mi piace la pizza, e in casa mia non si mangiavano mai gli spaghetti, perché mia madre era ideologicamente contraria, ma dovunque vada pretendono che faccia l’italiano tipico. Rimangono delusi, se non mi do da fare. Nei loro occhi comincia a apparire il dubbio che non sia un vero italiano, o comunque non un buon esemplare. Come una compera che quando si arriva a casa si rivela un pessimo affare. Come un fungo che a guardarlo bene brulica di vermettini.</p>
<p>Io prima di andare all’estero ero un tipo abbastanza spiritoso. A scuola ero il classico studente che non è tanto bravo, ma che spara fuori le cavolate che fanno scompisciare tutta la classe. E anche in famiglia ero quello che dice le scemenze e gli altri ridono. Fa piacere far divertire la gente, è pur sempre un appiglio al quale la propria autostima può abbarbicarsi. Almeno li faccio ridere, ci si dice. Da quando sono all’estero non faccio più battute. Neanche una. O meglio me le faccio nella mia testa, e rido da solo, con la faccia serissima. Ci ho provato, intendiamoci, ma non rideva mai nessuno.</p>
<p>Quando è all’estero uno per tanti anni mangia le cose che è abituato a mangiare. È italiano, e quindi mangia le orecchiette con il pomodoro, i risotti, la mozzarella, le fettine. Prepara il caffè con la moka, trita il prezzemolo con la mezzaluna. Poi a un certo momento tutto crolla. Da un giorno all’altro comincia a considerare normale abbinare le tagliatelle scotte con una salsiccia di fegato, metterci sopra l’emmenthal grattugiato al posto del grana, condire l’insalata con l’olio di colza e la senape, il tutto sorseggiando un liquido caramellato e dolciastro. Del resto se rimpatria il caffè gli sembra ormai un catrame imbevibile, la pastasciutta un cemento stucchevole, la mozzarella una gomma da masticare insapore, i digestivi delle pozioni avvelenate.</p>
<p>Naturalmente se uno ha messo le radici all’estero vede tutte le cose positive del paese dov’è, e si nasconde quelle negative: è un normale riflesso di sopravvivenza. Certo che qui tutto è a un altro livello, si dice. Finisce insomma per amare un paese che si caratterizza per essere esente dai micidiali difetti del suo, e per riunire tutte le qualità che al suo mancano. Un paese che non esiste sulla carta geografica, ma nel quale si sente relativamente a suo agio. E beninteso se qualcuno gli domanda della sua terra natale ne dice peste e corna. Appena però sbarca in patria si accorge che le persone sono più affabili, l’insalata è più saporita, le città infinitamente più poetiche, l’aria più dolce. Resta attonito. Forse dopotutto si sta meglio qui, si dice, massaggiandosi la gola. Il problema è che non può però evitare di vedere i suoi connazionali con gli occhi del posto dove vive, di trovarli cioè un po’ ridicoli. E per molti versi trova grottesco perfino se stesso. Si accorge insomma che a furia di stare all’estero non sa più tanto bene cosa pensare.</p>
<p>Mio zio vive all’estero da moltissimi anni, e quindi parla l’italiano con un comico accento estero, incappando nei tipici errori degli stranieri che non sanno tanto bene la nostra lingua. Si direbbe che abbia davvero voltato pagina. Quando però la squadra di calcio del paese dove si trova gioca con la nostra lui tiene per quest’ultima. La moglie e la figlia tifano per quella del paese dove si trova, lui invece grida e si agita per quella italiana. Poi però se questa perde telefona ai parenti in Italia, e esprime il suo gaudio per il fatto che abbia trionfato la squadra del paese in cui vive. Vi abbiamo proprio dato una bella batosta!, si pavoneggia. Siete sempre più scarsi!, dice. Non si capisce bene per chi tenga davvero.</p>
<p>In effetti quello del calcio è il test in assoluto più affidabile. Io per esempio mi trovavo ormai da tanti anni in un paese, e mi dicevo che al punto in cui ero avrei fatto meglio a chiedere la nazionalità lì. Come una pianta che ormai non si può più trapiantare, o comunque non ne vale la pena. Poi mi è capitato di assistere alla finalissima dei mondiali di calcio tra la squadra di quel paese e la nostra. È stata la prima e ultima partita a calcio alla quale abbia mai assistito, quindi me la ricordo bene. Mia moglie e gli altri tenevano per la loro squadra, e anch’io davo per scontato che avrei tifato per quella. E invece mi accorgevo con costernazione che i giocatori di quella formazione mi stavano antipatici. Mentre quelli della nostra mi parevano simpaticissimi. Molti avevano tratti somatici africani, esattamente come molti loro avversari, ma mi sembrava che avessero pur sempre un certo qual che, una grazia, che mancava ai contendenti. Più passava il tempo più mi incanaglivo a favore della nostra squadra. Allora ho capito che ero un italiano, lo sarei sempre stato. Ho divorziato quasi subito.</p>
<pre>(Immagine: Ricardo Ponce, <em>N/T (478) / 2000</em>, tecnica mista, 35 x 26 inch)<strong></strong></pre>
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