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	<title>Don DeLillo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés__Polvere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/03/03/mots-cles__polvere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2019 05:43:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[chiara de caprio]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Polvere di Chiara De Caprio Mazzy Star, Into Dust &#8211;&#62; play ___ ___ da Don DeLillo, Underworld, trad. it. Delfina Vezzoli, Torino, Einaudi, 1999 E come si fa a sapere se l’immagine esisteva prima che fosse inventata la bomba? Potrebbe esserci stato un mondo sotterraneo di immagini note soltanto a sacerdoti tribali, medium tra la realtà visibile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Polvere</strong><br />
di <strong>Chiara De Caprio</strong></p>
<p style="text-align: right;">Mazzy Star, <em>Into Dust </em>&#8211;&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=SiO_7LhPZFM&amp;list=RDSiO_7LhPZFM&amp;start_radio=1">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_78015" aria-describedby="caption-attachment-78015" style="width: 1002px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-78015" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/chiara.polvere.jpg" alt="" width="1002" height="835" /><figcaption id="caption-attachment-78015" class="wp-caption-text">Sophie Ristelhueber, À cause de l’élevage de poussière (Because of the Dust Breeding), 1991–2007 © Sophie Ristelhueber/BONO, Oslo 2015. Black and white photograph, pigment print on paper mounted on aluminium and framed under plexiglas.</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>da Don DeLillo, <em>Underworld, </em>trad. it. Delfina Vezzoli, Torino, Einaudi, 1999</p>
<p>E come si fa a sapere se l’immagine esisteva prima che fosse inventata la bomba? Potrebbe esserci stato un mondo sotterraneo di immagini note soltanto a sacerdoti tribali, medium tra la realtà visibile e il mondo dello spirito che mangiavano funghi magici e vedevano una nube infuocata che anticipava l’immagine del film per reclute dell’esercito statunitense.<br />
Osservata a distanza di sicurezza, dice il narratore, questa esplosione è uno degli spettacoli più belli mai visti dall’uomo.<br />
Persino allora era nel Pocket, in un certo senso, ma non seguiva il percorso dei sistemi fino alla conclusione del suo tedioso lavoro. Le bombe da mezza tonnellata che cadevano a grappoli dagli sportelli del B-52 come pallottole di escrementi pinnati, riempiendo di crateri il sentiero nella giungla.<br />
Ma si trattava del nemico, quindi chi se ne frega.<br />
Ed è ancora il nemico, o c’è sempre un nemico, e Matt aprì gli occhi e vide il cielo farsi di uno strano grigio vecchietta.<br />
Le idee un tempo venivano dal basso. Adesso sono dappertutto sopra di noi, a collegare universalmente cose e griglie.<br />
Le combinazioni binarie bianco-nero sì-no zero-uno eroe-vinto.<br />
E i due uomini di fianco al presidente nella foto appesa alla parete della baracca. Quello alto e bello, e l’immigrato dalle sopracciglia cespugliose. Avrebbe benissimo potuto essere una foto di Oppenheimer e Teller con il corpo unto di olio solare che citano vicendevolmente brani di scritture indù.<br />
Om non fa rima con bomb. È solo un’impressione.<br />
Morte e magia, ecco cos’è il fungo. O morte e vita immortale. La psilocibina è un composto ottenuto da un fungo messicano che può trasformare l’anima in materia da fissione, secondo gli studiosi del fenomeno.<br />
Loro sono dappertutto allo stesso tempo, collegati all’infinito, e si finisce col semicredere alle cose più improbabili perché sarebbe stupido non farlo.<br />
Tutta la tecnologia fa riferimento alla bomba.<br />
Seduto nella polvere con gli occhi aperti, Matt si rese conto che il sole stava sorgendo dietro di lui e si chiese cosa volesse dire.<br />
Voleva dire che per tutto quel tempo era stato girato dalla parte sbagliata.</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p style="text-align: left;">[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Epepe, l&#8217;incubo di Babele</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/02/11/59933/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2016 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Don DeLillo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Nella sua mente sovraeccitata balenò il dubbio assurdo che avessero tante lingue quanti erano &#160; Epepe, scritto da Ferenc Karinthy nel 1970 e pubblicato da Adelphi nel 2015 (traduzione di Laura Sgarioto), è un romanzo labirintico costellato di piccole e immense paure collettive, nel quale ci si addentra con un senso di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Nella sua mente sovraeccitata balenò il dubbio assurdo</em><br />
<em> che avessero tante lingue quanti erano</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Epepe</em>, scritto da Ferenc Karinthy nel 1970 e pubblicato da Adelphi nel 2015 (traduzione di Laura Sgarioto), è un romanzo labirintico costellato di piccole e immense paure collettive, nel quale ci si addentra con un senso di sfida che presto lascia il posto a una curiosità preoccupata.<br />
L’autore ungherese, morto nel 1992, fu giornalista, scrittore e campione di pallanuoto, ma fu anche traduttore, e forse soltanto da qualcuno abituato a manipolare più lingue contemporaneamente ci si poteva aspettare la creazione di un incubo così assordante. Il protagonista Budai, professore di linguistica, conoscitore esperto di una decina di lingue, si ritrova di colpo in una città sconosciuta, in un paese che non riesce a identificare, dove non può comunicare in alcun modo con nessuno, dove si scrive in un alfabeto mai visto che somiglia vagamente alle rune gotiche e struttura un idioma in cui</p>
<p><em>le vocali erano mormorate e di colore variabile, le consonanti rauche e biascicate, accompagnate talvolta da suoni occlusivi simili a schiocchi di lingua. Quest’ultima caratteristica ricordava i click delle lingue degli Ottentotti e dei Boscimani dell’Africa meridionale, mentre la frequenza del nesso </em>tl<em> l’azteco centro-americano. </em></p>
<p>Pur con tutto il suo bagaglio di conoscenze, Budai non riesce nemmeno a decifrare il nome dell’unica persona con cui entra faticosamente in contatto: la ragazza che manovra l’ascensore del suo albergo, Epepe, ma forse Tete, o Bebebe. La pronuncia delle parole sembra cambiare ogni volta che queste vengono ripetute e il protagonista è costretto a sfoderare tutte le sue competenze, a fare appello a ogni reminiscenza linguistica per provare a indovinare, almeno, a cosa corrispondano «Io» e «Tu» in quel linguaggio arcano: «A Budai venne in mente che quella lingua non avesse pronomi personali. […] Ma erano compatibili i grattacieli e una coniugazione da età della pietra?».<br />
In effetti i primi due pronomi singolari sembrano superflui all’interno del mondo che Budai impara a scoprire giorno dopo giorno: l’unico soggetto, la sola entità rilevante sembra essere la folla. Fiumane di persone popolano ogni spazio: i marciapiedi, i negozi, le stazioni della metro. Ci sono file interminabili per ritirare le chiavi delle stanze alla reception dell’albergo, per comprare cibo nelle tavole calde e persino per sedersi a riposare sulle panchine al parco. Nella massa l’individualità del protagonista inizia lentamente a sgretolarsi, proprio perché gli è precluso l&#8217;utilizzo della lingua, primo e principale strumento che l’essere umano possiede per manifestarsi come singolo all’interno di un gruppo.<br />
L’individuo immerso per un certo tempo all’interno di una folla, scriveva Gustave Le Bon in <em>Psychologie des foules</em>, finisce per cadere in una condizione particolare che somiglia molto allo stato di fascinazione che l’ipnotizzato prova per il proprio ipnotizzatore. È ciò che succede, in parte, anche a Budai, che si ribella ma al contempo è sedotto dal movimento magmatico e imperscrutabile della massa che lo circonda. Il lettore empatizza con lui e in un primo tempo segue ammirato i suoi sforzi per farsi capire dagli altri, o per scoprire quanto meno in che parte del mondo sia capitato – e qui c&#8217;è da ricordare che negli anni ’70 Internet era soltanto agli albori, e che, in ogni caso, se anche ci fosse stata la possibilità di navigare on line, le tastiere dei computer avrebbero avuto per lettere quegli stessi incomprensibili caratteri alfabetici; a Budai non viene invece un’idea molto semplice, cioè quella di disegnare, anche sommariamente, un planisfero e provare a chiedere a Epepe di indicargli sulla cartina dove si trovano.<br />
In un secondo momento, però, protagonista e lettore sembrano lasciarsi andare alla deriva, in una pigra e stremata complicità: la rabbia cede il posto alla rassegnazione, all’interno della quale la curiosità per l’ignoto e l’istinto di sopravvivenza balenano come lampi sempre più sporadici. Prigionia, amore, fame, malattia, guerra, tutto si annienta in una dimensione opaca, in cui ogni azione è lenta e farraginosa, ogni angolo è saturo di umanità indistinta, ogni cibo ha lo stesso sapore dolciastro e uniforme.<br />
Nella bella prefazione all’edizione Adelphi, Emmanuel Carrère spiega perché si tratta di un’opera che si è tentati in molte occasioni di definire kafkiana, sebbene non lo sia per via del rigore con cui è tratteggiato ogni dettaglio e, forse, per via del fatto che Budai conserva fino alla fine, nonostante tutto, dei bagliori di lucidità; non è kafkiana perché la speranza non sparisce mai dalla vista ma continua timidamente a luccicare all’orizzonte.<br />
È un romanzo che sarebbe piaciuto a Georges Perec, scrive ancora Carrère, il quale sapeva apprezzare «l’histoire avec une grande hache», l’acca maiuscola che è anche un’ascia senza pietà. Eppure, nella presenza incessante di una folla ambigua, ora minacciosa ora sinistramente protettiva, e nell’utilizzo di tonalità narrative dal gusto postmoderno, <em>Epepe</em> preconizza forse anche alcuni motivi dell&#8217;opera di DeLillo. «Il futuro appartiene alle folle» si dirà in <em>Mao II</em>, e quello rappresentato in questo romanzo di Kartinhy somiglia parecchio a un incubo collettivo che, come buona parte degli incubi, sfugge a ogni troppo rigida interpretazione.</p>
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		<title>Qui. Salotti, storie e un graphic novel</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/05/08/qui-tempi-luoghi-e-un-graphic-novel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2015 05:00:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Alcuni anni fa sono andata a visitare la casa di Balzac a Parigi, nel XVI arrondissement. Ci sono andata da sola, mossa da un desiderio appena tiepido, come per una cosa che si deve fare, perché in realtà spesso mi annoio tremendamente in queste case-museo in cui tutto mi sembra così cristallizzato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Alcuni anni fa sono andata a visitare la casa di Balzac a Parigi, nel XVI arrondissement. Ci sono andata da sola, mossa da un desiderio appena tiepido, come per una cosa che si deve fare, perché in realtà spesso mi annoio tremendamente in queste case-museo in cui tutto mi sembra così cristallizzato nel tempo da apparire quasi finto. Una casa-museo è una contraddizione in termini, perché priva di ciò che rende un luogo una casa, e io proprio non riesco a emozionarmi per «la tazzina in cui nel 1941 ha bevuto il caffé Benedetto Croce», come tuonava Silvio Orlando contro i malcapitati turisti nel film <em>Il portaborse</em>.</p>
<p>Mentre gironzolavo per le stanze della maison Balzac, quindi, non mi stavo emozionando neanche per la caffettiera in porcellana con le iniziali HB; curiosavo più che altro fra la bellissima galleria dei personaggi della Comédie Humaine e il Fonds Gautier, perché all’epoca progettavo di scrivere qualcosa su Gautier che poi sicuramente non ho scritto, e aspettavo di finire la visita per passare in giardino a fumare, sedendomi magari sulla stessa panchina sulla quale Balzac fumava la pipa. A un certo punto ho notato l’orologio sul camino del salotto: le cinque e un quarto. Sarebbe stato bello immaginare che fosse fermo dalle cinque e un quarto di un pomeriggio del 1847, ultimo anno in cui Balzac aveva vissuto in quella casa, un pomeriggio in cui, mentre lavorava alla scrivania, lo scrittore aveva alzato gli occhi sentendo cessare di colpo il ticchettio delle lancette. Oppure, più rocambolescamente, l’orologio si era rotto cadendo, Balzac l’aveva urtato mentre provava a mettersi in salvo da qualche creditore (era il motivo per il quale aveva scelto proprio quella casa, che presentava il vantaggio di avere due entrate).</p>
<p>Sarebbe stato bello, ma l’orologio non era fermo. Funzionava: in quel momento, mentre io visitavo la maison Balzac, erano davvero le cinque e un quarto. Lo stesso orologio che aveva scandito le sue ore stava adesso segnando il mio tempo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/maison-cubes.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-53689" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/maison-cubes.jpeg" alt="maison cubes" width="792" height="521" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/maison-cubes.jpeg 792w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/maison-cubes-300x197.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/maison-cubes-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 792px) 100vw, 792px" /></a></p>
<p>Questo dettaglio piuttosto banale mi piacque moltissimo, perché era riuscito ad animare il luogo, a farmelo sentire come una vera casa e a collegare cronologicamente il 1847 al XXI secolo. Io non ho buon rapporto con la storia, ma ho un buonissimo rapporto con i luoghi. A scuola, in geografia avevo ottimi voti, in storia riuscivo a racimolare sufficienze con complicate strategie da baro. Per sentire la storia, devo quindi passare quasi sempre per i luoghi, ricreandomi una specie di geografia diacronica.</p>
<p>C’è un bellissimo corto d’animazione di Kunio Katō, dal titolo <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=J0tVDQkWJ9A">La maison en petits cubes</a>,</em> che forse si presta a rendere quello che intendo. Il corto inizia mostrando un anziano protagonista che fuma la pipa, da solo, nel suo appartamento dalle pareti ricoperte di ritratti fotografici. Dopo poco l’inquadratura si allarga su una città in gran parte sommersa dall’acqua: dalla superficie spuntano soltanto gli ultimi piani dei palazzi. Il livello dell’acqua sale costantemente; il vecchio, ogni volta che si ritrova con i piedi a bagno, costruisce un nuovo piano sopra la casa nella quale ha vissuto sino ad allora e vi si trasferisce. I vari piani dell’edificio, che sono quindi tutti suoi ex appartamenti, sono collegati tra loro da una botola al centro del pavimento nella quale lui, occasionalmente, pesca il pesce da mangiare a pranzo.</p>
<p>Un giorno gli cade la pipa che, di botola in botola, finisce per posarsi al piano terra, sul fondo dell’acqua. Il vecchio decide di recuperarla: acquista un’attrezzatura da sub e si immerge. Ciò che lo aspetta è naturalmente un viaggio nel passato, di casa in casa: quella in cui viveva quando la moglie era ancora in vita, più giù la casa in cui è nata la figlia, poi la stanza in cui ha chiesto la mano della sua fidanzata e via dicendo. Tutti appartamenti identici, costruiti uno sull’altro, nei quali è contenuta l’esistenza del protagonista. La storia dentro le case e attraverso le case.</p>
<p>Ho ripensato a questo corto ieri, quando ho letto il graphic novel <em>Qui</em>, che parla, ancora una volta, di case e di storia e la cui lettura è un’esperienza molto simile a un viaggio nella macchina del tempo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/McGuire_Here_1915.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-53691" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/McGuire_Here_1915.jpeg" alt="McGuire_Here_1915" width="1200" height="873" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/McGuire_Here_1915.jpeg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/McGuire_Here_1915-300x218.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/McGuire_Here_1915-1024x745.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/McGuire_Here_1915-900x655.jpeg 900w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p>Ho parlato di <em>case </em>al plurale ma <em>Qui, </em>scritto da Richard McGuire, è ambientato in un’unica casa. Il libro, edito ad aprile da Rizzoli Lizard (trad. it. di Steve Piccolo), è la rivisitazione e l’ampliamento di un’idea concentrata in una striscia che McGuire pubblicò nel 1989 su <em>Raw, </em>storica rivista americana dedicata al fumetto.</p>
<p><em>Qui </em>inizia nel 1957, anno di nascita dell’autore, e apre il sipario su un salotto: poltrone, tavolo, carta da parati. In alto a sinistra è segnato l’anno in cui ci troviamo, così come, nell’angolo di ognuno dei riquadri che McGuire “ritaglia” all’interno della stanza, è segnato l’anno di riferimento. In una stessa immagine, dunque, succede di trovarsi simultaneamente nel 1970, davanti a una ragazza che legge distesa sul tappeto, e nel 10000 avanti Cristo, dove sullo stesso tappeto riposava un mammut, naturalmente millenni prima che quella casa venisse costruita. Oppure si assiste al pic nic di due aristocratici nel 1870, quando al posto delle pareti c’era ancora un bosco, ma in un rettangolo a sinistra un gruppo di amici gioca a Twister nel 1964. Nel 1984 una ragazza chiede all’amica che sta facendo esercizi ginnici davanti al camino: «Che mi racconti del palazzo di fronte?» e l’altra risponde sciattamente: «Benjamin Franklin viveva lì, o forse ha piantato un ciliegio in giardino. Qualcosa del genere»; dopo poche pagine, superfluo dirlo, siamo nel 1775, al cospetto di Benjamin Franklin che attende l’arrivo del figlio. Quale che sia l’anno in corso, la scena si svolge nello stesso rettangolo di spazio dove nel 1907 è stata costruita la casa che vediamo in quasi tutti i disegni: assistiamo anche alla costruzione delle sue fondamenta e del camino.</p>
<p>«<em>Here </em>è una storia possibile solo a fumetti», ha scritto Marco Apostoli Cappello in una dettagliata <a href="http://www.fumettologica.it/2015/04/qui-richard-mcguire-recensione/">recensione</a> che suggerisco ai cultori del genere. È vero che una tale efficacia nella narrazione simultanea di frammenti di storie lontanissime fra loro risulta difficile da restituire in un testo scritto non accompagnato da immagini; ma naturalmente la letteratura ha i suoi prodigi. Woolf cristallizza in poche parole scarti temporali di millenni: quando Mrs Dalloway cammina per le strade di Londra immaginando il nulla che vi regnerà di lì a qualche secolo, ad esempio; o quando in <em>Gli Anni </em>(recentemente <a href="http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/gli-anni/">ritradotto</a>) Sara pensa ai paleontologi che un giorno rovisteranno disgustati nel salottino di casa. Joyce arriva a descrivere tutto quel che è contenuto in un istante di esistenza: ciò che un personaggio pensa, dice, fa e contemporaneamente tutto ciò che sta accadendo intorno a lui. La narrativa riesce magnificamente a sovrapporre i piani: si pensi anche, con un salto alla fine del secolo, alla scena in <em>Underworld </em>di DeLillo in cui J.E. Hoover guarda la partita di baseball allo stadio e all’interno del proprio quadro visivo vede i dettagli di una scena medioevale come quella del <em>Trionfo della morte</em> di Bruegel (di cui parlo diffusamente <a href="http://ojs.uniroma1.it/index.php/statusquaestionis/article/view/10460">qui</a>). Tutti esempi che potrebbero rientrare in quel che R.L. Stevenson definiva, in un suo <a href="https://ebooks.adelaide.edu.au/s/stevenson/robert_louis/s848mp/chapter15.html">saggio</a> sul romance, «the plastic part of literature», quella parte in cui ogni cosa ne richiama un’altra («Everything is connected», sempre DeLillo) e in cui «There is a fitness in events and places».</p>
<p>Allora forse quel che c’è di veramente peculiare in questo graphic novel sta nell’atto di lettura. Che non sia più l’autore a decidere in quale ordine somministrarci le varie fasi storiche che <em>riempiono </em>uno stesso spazio, bensì il lettore a stabilire su quale frammento di tempo far rimbalzare l’occhio all’interno della pagina, non è certo una novità narrativa. A questo però si aggiunge il fatto che, mediante l’utilizzo dell’immagine, la narrazione è servita come su un vassoio: si può scegliere di iniziare da un episodio del passato o da un riquadro del futuro, ma la storia è tutta contemporaneamente davanti agli occhi del lettore, dilatata in maniera vertiginosa in entrambi i sensi cronologici. Era questa la «nuova dimensione per la narrativa illustrata» che, come ha scritto Chris Ware in una <a href="http://www.theguardian.com/books/2014/dec/17/chris-ware-here-richard-mcguire-review-graphic-novel">recensione</a> sul The Guardian, McGuire ha aperto nell&#8217;89; e, se il suo libro resta ancora oggi sorprendente, io credo che sia anche perché l&#8217;autore ha saputo legare così radicalmente la storia a uno spazio ben circoscritto. All&#8217;interno dello stesso contenitore, il fluire degli anni risulta incessante, vorticoso e il lettore lo percepisce in maniera quasi epidermica.</p>
<p>McGuire restituisce il sentimento del tempo senza legarlo a nessuna memoria individuale: in <em>Qui </em>non c’è un protagonista e non c’è neanche una conclusione. Strategicamente, il libro non si ferma al 2015, e dunque a un presente prossimo a scadere, ma al 1957, chiudendo il cerchio ma in realtà facendolo esplodere: nelle trecento pagine del volume il lettore ha viaggiato nel passato, in un futuro prossimo che plausibilmente conoscerà e in futuro remoto cui non assisterà, ad esempio quello in cui si faranno visite guidate attraverso proiezioni istantanee ottenute digitando direttamente nell’aria, senza supporti tecnologici.</p>
<p>Nelle pagine finali, dopo decine di vite raccontate in frammenti, un televisore del ’72 manda in onda il film <em>Casablanca</em>: Dooley Wilson, che interpreta il pianista Sam, sta cantando «It’s still the same old story, a fight for love and glory». Sarebbe stata una bella conclusione per questo romanzo sul tempo e sulle storie, su un luogo che li contiene come per una sorta di singolare metonimia. McGuire opta invece per un vero e proprio sigillo, un po&#8217; didascalico, ma di certo perdonabile: nell’ultimo disegno una donna prende un libro posato sul tavolino e dice «Ora mi ricordo».</p>
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		<title>Esce L&#8217;Ulisse n.18. Poetiche per il XXI secolo.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2015 16:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo. &#160; INDICE &#160; Editoriale, di Stefano Salvi &#160; IL DIBATTITO IDEE DI POETICA Fabiano Alborghetti Gian Maria Annovi Vincenzo Bagnoli Corrado Benigni Vito Bonito e  Marilena Renda Gherardo Bortolotti Alessandro Broggi Maria Grazia Calandrone Gabriel Del Sarto Giovanna Frene Vincenzo Frungillo Florinda Fusco Francesca Genti Massimo Gezzi Marco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-53613" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg" alt="Doug Aitken New opposition  II - 2001" width="384" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001-300x260.jpg 300w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /></a></p>
<p><a href="http://www.lietocolle.com/cms/wp-content/uploads/2014/03/ULISSE-182.pdf" target="_blank">L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>INDICE</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Editoriale</strong>, di Stefano Salvi</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>IL DIBATTITO</strong></h3>
<h3></h3>
<p><em>IDEE DI POETICA</em></p>
<p>Fabiano Alborghetti</p>
<p>Gian Maria Annovi</p>
<p>Vincenzo Bagnoli<span id="more-53599"></span></p>
<p>Corrado Benigni</p>
<p>Vito Bonito e  Marilena Renda</p>
<p>Gherardo Bortolotti</p>
<p>Alessandro Broggi</p>
<p>Maria Grazia Calandrone</p>
<p>Gabriel Del Sarto</p>
<p>Giovanna Frene</p>
<p>Vincenzo Frungillo</p>
<p>Florinda Fusco</p>
<p>Francesca Genti</p>
<p>Massimo Gezzi</p>
<p>Marco Giovenale</p>
<p>Mariangela Guatteri</p>
<p>Andrea Inglese</p>
<p>Giulio Marzaioli</p>
<p>Guido Mazzoni</p>
<p>Renata Morresi</p>
<p>Vincenzo Ostuni</p>
<p>Gilda Policastro</p>
<p>Laura Pugno</p>
<p>Stefano Raimondi</p>
<p>Andrea Raos</p>
<p>Stefano Salvi</p>
<p>Luigi Socci</p>
<p>Italo Testa</p>
<p>Mary Barbara Tolusso</p>
<p>Giovanni Turra</p>
<p>Michele Zaffarano</p>
<h2><em> </em></h2>
<p><em>NUOVI CRITICI SUL NOVECENTO</em></p>
<p>Vittorio Sereni</p>
<p>di Mattia Coppo</p>
<p>Attilio Bertolucci</p>
<p>di Giacomo Morbiato</p>
<p>Franco Fortini</p>
<p>di Filippo Grendene</p>
<p>Corrado Costa</p>
<p>di Riccardo Donati</p>
<p>Anni Novanta. Individui e fluidità</p>
<p>di Maria Borio</p>
<p>Poesia e ispirazione</p>
<p>di Raoul Bruni</p>
<p>Poetiche dell’informale</p>
<p>di Filippo Milani</p>
<p>Poetiche della relazione</p>
<p>di Jacopo Grosser</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>FUOCHI TEORICI</em></p>
<p>Domande ingenue</p>
<p>di Jean-Marie Gleize</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>POETICHE DEL ROMANZO</em></p>
<p>Le idee letterarie degli anni Zero</p>
<p>di Morena Marsilio e Emanuele Zinato</p>
<p>Walter Siti</p>
<p>di Gian Luca Picconi</p>
<p>Don DeLillo</p>
<p>di Federico Francucci</p>
<p><em> </em><em> </em></p>
<p><strong>LETTURE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Mariasole Ariot</p>
<p>Daniele Bellomi</p>
<p>Alessandra Cava</p>
<p>Claudia Crocco</p>
<p>Francesca Fiorletta</p>
<p>Franca Mancinelli</p>
<p>Luciano Mazziotta</p>
<p>Manuel Micaletto</p>
<p>Fabio Orecchini</p>
<p>Giulia Rusconi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I TRADOTTI </em></p>
<p>Thomas James</p>
<p>tradotto da Damiano Abeni</p>
<p>Óskar Árni Óskarsson</p>
<p>tradotto da Silvia Cosimini</p>
<p>Dieter Roth</p>
<p>tradotto da Ulisse Dogà</p>
<p>Thomas Sleigh</p>
<p>tradotto da Luigi Ballerini</p>
<p>Eva Christine Zeller</p>
<p>tradotta da Daniele Vecchiato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Una prima presentazione della monografia, che vedrà presenti Vincenzo Bagnoli, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Mariangela Guatteri, Morena Marsilio, Luciano Mazziotta, Italo Testa ed Emanuele Zinato, si terrà venerdì 8 maggio alle 19.00 presso l&#8217;Atelier Sì, in via San Vitale 69, a Bologna)</p>
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			</item>
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		<title>Il selfie, o del passaggio al discorso diretto nella narrazione dell’io attraverso le immagini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/08/19/il-selfie-o-del-passaggio-al-discorso-diretto-nella-narrazione-dellio-attraverso-le-immagini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Aug 2014 11:00:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani It’s a new world, so make sure Should you go on tour to Greece or New York or the Fens To be in the swing: Never look at a thing Except through a camera lens &#8211; The Entertainment of the Senses, W.H. Auden, 1973 Premessa e discrimini Col boom della Apple anch’io [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>It’s a new world, so make sure </em><br />
<em>Should you go on tour to Greece or New York or the Fens </em><br />
<em>To be in the swing:</em><br />
<em> Never look at a thing</em><br />
<em> Except through a camera lens</em></p>
<p style="text-align: right;">&#8211; The Entertainment of the Senses, W.H. Auden, 1973</p>
<p><em>Premessa e discrimini</em></p>
<p>Col boom della Apple anch’io ho comprato un Mac e ho scoperto quella subdola lusinga alla vanità che è Photobooth: il programma collegato alla webcam del computer con cui scattarsi foto all’infinito usando una varietà di effetti e filtri grazie ai quali raggiungere l’immagine ideale, provando e riprovando finché la faccia in questione non somigli a quella desiderata.</p>
<p><span id="more-48595"></span>Mi sembra che col prolificare della tecnologia digitale ci abituiamo sempre di più a un numero limitato di versioni del nostro volto, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, siamo noi a scegliere quale sarà la versione da rendere pubblica; e sceglieremo quella in cui maggiormente “somigliamo a noi stessi”, direbbe Barthes, cioè quella in cui assumiamo la posa che pensiamo ci corrisponda, esaltandoci. Anche qualora sia qualcun altro a scattare, avremo spesso parte in causa nel decidere quale immagine non ci convince e va dunque cestinata (“Qui sono venuta malissimo, cancellala”. Quanto più forte e denso di implicazioni era invece il gesto di stracciare una foto su pellicola, azione ben più rara anche perché l’oggetto-foto aveva un suo costo). In un certo senso, disimpariamo progressivamente che faccia abbiamo, perché gli scatti che sfuggono al nostro controllo sono sempre di meno; l’aumento considerevole del numero di ritratti posseduto è inversamente proporzionale alla sua varietà.</p>
<p>È, almeno in parte e con tutte le precauzioni ipotetiche del caso, il passo verso una più povera conoscenza di noi: personalmente ho scoperto spesso proprio dalle foto – quelle su pellicola soprattutto, ma anche quelle che mi hanno scattato a mia insaputa con supporti digitali &#8211; di possedere delle espressioni che ignoravo di avere, o di riconoscerne e identificarne alcune che mi erano meno familiari. Era importante, soprattutto per chi, come me, nel corso degli anni e in maniera perfettamente alternata, si è sentita dire dai vari partner “hai un viso che cambia in continuazione” e “hai quasi sempre la stessa espressione”. Quelle foto rubate al mio controllo potevano aiutare a farmi un’idea di chi avesse ragione &#8211; sebbene la tentazione sia sempre stata quella di ritenere i primi più innamorati, attenti e imaginifici dei secondi.</p>
<p>Chiacchierando della moda del selfie è saltato spesso fuori l’argomento della non-novità della pratica, che rientrerebbe nella lunga tradizione dell’autoritratto pittorico. A me sembra, stavolta, che l’ipotesi di tracciare un continuum storico-artistico non serva quasi completamente a niente, se non a mettere in luce delle minuscole associazioni lapalissiane e intuitive. Se l’autoritratto pittorico serviva a lasciare ai posteri un’immagine dell’artista, l’autoritratto fotografico, che ha visto quasi sempre il fotografo ritrarsi con la macchina fotografica in mano, spesso riflesso in uno specchio, potrebbe considerarsi una specie di firma artistica, lo scatto a margine di un lavoro compiuto. In entrambi i casi, gli autoritratti significavano “Io sono un pittore/un fotografo ”, mentre il selfie significa ”Io esisto”. Nello schermo dello smartphone io mi contemplo, mi controllo, mi guardo mentre mi sto fotografando, anzi: scatto soprattutto per guardarmi scattare – diversamente dall’artista, che scattava per lasciar traccia di sé.</p>
<p>Il selfie è, innanzitutto, celebrazione di un momento, e la ritualità è uno dei suoi tratti fondamentali, come vedremo meglio tra poco. «Il più logico degli esteti ottocenteschi, Mallarmé, diceva che al mondo tutto esiste per finire in un libro. Oggi tutto esiste per finire in una foto», scriveva Sontag nel saggio <em>Sulla fotografia</em>. In una foto, oppure in un selfie.</p>
<p>Per delineare un quadro più preciso partirò da ciò che distingue il selfie dalla vecchia foto-ricordo; il viaggio è un evento da ritrarre, come lo sono una festa o un pranzo al ristorante. Eviterò di considerare il selfie allo specchio, tendenza a mio avviso marginale e destinata a sparire in breve tempo: la specificità del selfie sta nel fatto che la vista del supporto scompare dal risultato finale. Laddove prima l’artista si fotografava allo specchio, ora lo schermo-specchio fotografa me.</p>
<p><em>C’era una volta</em></p>
<p>Sono ad Atene e vado a visitare il Partenone. L’idea di scattargli una foto mi ha sempre vista recalcitrante: innanzitutto perché mi importa guardare, vivere il momento, il trionfo dell’esperienza romantica, del singolo istante di assoluto e via dicendo, e poi perché ritrarre –probabilmente in maniera mediocre- un monumento del genere è perfettamente inutile, dato che su Google posso trovare mille immagini molto più belle della mia. Ma di frammenti di lucidità è lastricata la via del sentimentalismo: una volta tornata a casa non mi verrà mai il desiderio di andare a cercarmi una foto del Partenone per ricordarmi quello che ho visto, mentre potrà essere bello, nell’insieme di foto della cartella “Grecia”, ritrovarne anche una del Partenone, da me ritratto sotto il sole, in sovraesposizione, con inquadratura sbilenca e un gruppo di cappellini che mi copre la colonna a destra, ma insomma, una foto mia, che abbia davvero qualcosa del momento vissuto, non foss’altro che la stessa età del mio ricordo.</p>
<p>La mia indulgenza verso la foto-souvenir risiede nell’identificare nel selfie il sintomo di una mania peggiore, in confronto alla quale la prima è un trionfo di <em>Erlebnis</em>. Adesso, davanti e con il Partenone (se non dentro), devo esserci anch’io. Certamente, c’ero già prima: prima il mio compagno di viaggio mi scattava una foto vicino al nugolo di cappellini, o, se si era in gruppo, si chiedeva a qualcuno il favore di ritrarci. Al limite si facevano i turni, per poi avere due foto quasi identiche da cui solo un personaggio scompariva per farsi momentaneamente fotografo, dando vita quasi a un gioco delle differenze. Ora il problema non si pone più perché, da soli o in gruppo, ci facciamo un autoscatto (gradevole parola che fa ancora il rumore di una Polaroid).</p>
<p>Tra il selfie e la foto di gruppo con l’elemento ballerino mi sembra ci sia uno scarto rilevante: il selfie non è più ricordo, è dimostrazione, per me non meno che per gli altri. Io c’ero, io sono qui, adesso, al Partenone, come potete agevolmente vedere su Facebook o Twitter – dato che il selfie è pensato per essere immediatamente condiviso. Il selfie è più incollato al presente di quanto sarebbe una mia foto scattata da altri, perché ritrae la mia espressione mentre mi sto facendo una foto. Il selfie, forse, è ipermoderno, perché contiene tutte le contraddizioni legate all’ipernarcisismo di cui scrive Gilles Lipovetsky, come l’essere diventati, al contempo, più adulti e più instabili, più critici e più superficiali; e anche, aggiungo io come ipotesi, più esigenti verso la nostra immagine e più accomodanti verso quella degli altri.</p>
<p>Adesso so che sono arrivata in un posto nel momento in cui mi faccio una foto. E, quando rivedo il mio selfie, non è più per ricordarmi di quando sono andata al Partenone; ma per ricordarmi di quando sono andata al Partenone e <em>mi sono fatta una foto</em>. Il linguaggio cambia o cambierà a breve: da “ti ricordi quando siamo stati al Partenone?” a “ti ricordi il selfie che ci siamo fatti al Partenone?”.</p>
<p>Il selfie è un rito che consacra il mio essere qui, come già scriveva Sontag sulla fotografia in generale: è un modo per certificare la mia esperienza mentre, in effetti, la sto limitando perché vado alla ricerca del fotogenico, come si diceva un attimo fa a proposito della riduzione della varietà dei ritratti. Se già per Sontag il viaggio era una strategia per accumulare foto, oggi, col selfie, si trasforma in un pretesto di narrazione dell’io. E quello del viaggio è solo un esempio: qualsiasi momento, incorniciato in un selfie, diventa un valido frammento narrativo.</p>
<p><em>Parentesi. L’aura Kitsch</em></p>
<p>Nelle prime pagine del romanzo <em>White Noise</em> di Don DeLillo il collega Murray chiede al protagonista Jack Gladney di accompagnarlo a visitare un’attrazione nota come la stalla più fotografata d’America. Lungo il tragitto in auto i due contano ben cinque cartelli recanti l’indicazione «The most photographed barn in America». Una volta a destinazione, dopo aver parcheggiato accanto a numerose altre vetture, raggiungono uno spiazzo sopraelevato creato apposta per fotografare; in un angolo, un edicolante vende foto e cartoline che ritraggono la stalla vista dallo stesso spiazzo. Tutti i presenti fotografano, attrezzati di filtri vari e treppiedi. Dopo un meditativo silenzio, Murray conclude: «La stalla non la vede nessuno […]. Una volta visti i cartelli stradali, diventa impossibile vedere la stalla in sé» (<em>Rumore bianco</em>, Einaudi, 1999, trad. di M. Biondi). Quel che Murray intende dire è che la fama del posto ha superato di gran lunga l’oggetto cui viene conferita: l’unica caratteristica per la quale quella stalla si distingue da altre stalle è che si tratta della stalla più fotografata d’America, e l’unico modo per perpetuare questa sua aura è continuare a pubblicizzarla, a visitarla e a fotografarla come la stalla più fotografata d’America. Il gioco di DeLillo si fa sottile: i riferimenti all’aura e alla religiosità dell’esperienza presenti nel testo indicano l’apertura di una dialettica con Benjamin. L’aura dell’opera d’arte, sembra volerci dire l’autore, non è scomparsa a causa della riproducibilità tecnica: si è modificata in maniera speculare. Oggi è proprio la quantità di riproduzioni prodotte e vendute che consacra l’opera o il soggetto artistico. La religiosità non impone più alcuna distanza ma, al contrario, invita ad avvicinarsi. Nessun compiacimento, però: Murray definisce la visita alla stalla come una resa spirituale; lui e Jack non stanno vedendo nient’altro che quello che vedono gli altri – e gli altri, che fotografano il fotografare, non stanno vedendo assolutamente nulla. Il rito collettivo cui prendono parte si svolge dunque intorno a un oggetto sconosciuto: se quello che conta è celebrare, senza troppo curarsi dell’altare al quale ci si sta genuflettendo, vuol dire che anche la contemplazione è vissuta <em>per procura</em>; l’aura è diventata Kitsch.</p>
<p><em>Mythologues di noi stessi</em></p>
<p>Dopo questa parentesi è facile spingersi a dire che col selfie è l’identità stessa a essere vissuta per procura: ciò che di noi ritraiamo e mostriamo con lo smartphone, previa accurata selezione, va a costituire l’identità che viene ricevuta, “fruita” dagli altri e che, con un giro completo, ci viene restituita dai social, in modo tale che somigliamo sempre di più alla nostra immagine.</p>
<p>Il selfie consacra il mio istante d’esperienza, ne dà prova al mondo e, indirettamente, a me stessa; al contempo, io divento l’artefice della mia narrazione. Niente di cui stupirsi, in fondo: la narrativa contemporanea viaggia sempre più di frequente sui binari dell’io, e le foto mediate dai social network fanno parte della narrazione di noi. Il selfie significa che siamo passati alla prima persona anche con l’immagine; e, a pensarci bene, il passaggio non è neanche stato rapidissimo, anzi: la sua velocità è stata inferiore a quella con la quale abbiamo sostituito la prima alla terza persona che inizialmente usavamo su Facebook (“Sta scrivendo un articolo per Nazione Indiana”, avrei ad esempio scritto adesso in bacheca, accanto al mio nome e cognome, come per un personaggio di finzione). Ora siamo passati al discorso diretto anche con le immagini, e questo vale per tutti, basti pensare ai selfie degli attori durante la notte dei Oscar: se da un lato il selfie è più intimo e “arriva” di più al pubblico di fan, dall’altro anche i divi hanno voglia di raccontarsi alla prima persona, di autonarrarsi invece di essere continuamente narrati dai media.</p>
<p>Che ci si autoritragga davanti a un monumento o al tavolino di un bar con gli amici, il discorso non cambia: stiamo guardando gli occhi del protagonista di una narrazione su Facebook, o su un altro social media. Guardiamo gli occhi di colui che viaggia, gode, si diverte, si annoia sul divano per via della febbre. “Sto guardando gli occhi che hanno visto l’imperatore”, scriveva Barthes all’inizio della <em>Chambre claire</em>, parlando del ritratto del fratello di Napoleone. Forse è qui una delle differenze con l’autoscatto vecchio stile in cui si vedeva la macchina fotografica: lì la nostra attenzione era catturata dall’oggetto/soggetto che si scattava una foto; nel selfie, dal momento che lo smartphone scompare dal riquadro, vediamo semplicemente “l’oggetto che vive”, quasi dimenticandoci che egli sia anche l’autore della foto, e però fruendo di un effetto di realtà amplificato. Il selfie mostra e include tutto, e la sua immediata condivisione sui social è l’hic et nunc del vissuto: si passa dal <em>ça a été</em> con cui Barthes delineava la differenza tra ritratto pittorico e ritratto fotografico &#8211; poiché quest’ultimo, rispetto al primo, garantiva la veridicità del soggetto &#8211; al <em>c’est</em>: quello che vedi nella foto sta succedendo adesso e il fatto che io sia al contempo l’<em>operator</em>, cioè l’autore della foto, e lo <em>spectrum</em>, ossia il soggetto, fa sì che la fruizione guadagni in immediatezza: riprendo me stessa, non è un altro a riprendermi, dunque c’è un passaggio in meno.</p>
<p>Se la foto è l’Evento, come scriveva Sontag, il selfie rappresenta allora il dominio sull’Evento, il tentativo di controllarlo, di impadronirsi di un frammento di tempo; e se, con Barthes, è la morte asimbolica e al di fuori di ogni religione che la fotografia produce per perpetuare la vita, chissà che dietro il diffondersi del Selfie non si nasconda quel desiderio, tipicamente kitsch e delilliano, di provare ad anestetizzare il senso di dolore per la caducità umana. D’altronde, scrive Lipovetsky, «oggi l’ossessione di sé si manifesta nella paura della malattia e della vecchiaia, più che nella smania del godimento. Narciso, più che innamorato di se stesso, è ormai terrorizzato dalla vita quotidiana». Il selfie, forse, gli serve anche da ansiolitico.</p>
<p style="text-align: justify;">
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			</item>
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		<title>Quali politiche per il museo di arte contemporanea?</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Mar 2013 13:39:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Michele Dantini Annus horribilis. Il 2012 è stato funesto per la gran parte dei musei di arte contemporanea italiani, e il 2013, con le roventi polemiche destatesi attorno al Maxxi o il conflitto tra AMACI e CdA sulla conduzione del Castello di Rivoli, è iniziato sotto auspici persino peggiori. La “crisi” non è solo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Dantini</strong></p>
<figure id="attachment_45011" aria-describedby="caption-attachment-45011" style="width: 554px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bap1.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45011" alt="Fotogramma tratto da Bande à part, di Jean-Luc Godard, 1964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bap1.jpg" width="554" height="412" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bap1.jpg 554w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bap1-300x223.jpg 300w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45011" class="wp-caption-text">Fotogramma tratto da Bande à part, di Jean-Luc Godard, 1964</figcaption></figure>
<p><i>Annus horribilis</i>. Il 2012 è stato funesto per la gran parte dei musei di arte contemporanea italiani, e il 2013, con le roventi polemiche destatesi attorno al Maxxi o il conflitto tra AMACI e CdA sulla conduzione del Castello di Rivoli, è iniziato sotto auspici persino peggiori. La “crisi” non è solo locale: rimanda a una flessione globale di autorevolezza e prestigio del contemporaneo, accompagnata da perplessità crescenti sul ruolo e la qualificazione culturale dei curatori più giovani, oggi precocemente inseriti in un’opaca routine di (auto)promozione e fundraising contraria alle esigenze di una serie formazione.</p>
<p>Dunque, che accade? Le politiche di austerità incidono. Il modello Krens-Guggenheim di museo-<i>corporate</i> è fallito assieme alle narrazioni più entusiastiche sulla globalizzazione, ed esiste un crescente dibattito internazionale sulla ragionevolezza degli investimenti. È  lecito destinare ingenti somme di denaro pubblico a musei che sembrano avere smarrito un ruolo pubblico per diventare concessionarie di gallerie e architetture da noleggio? Colpisce che un numero sempre maggiore di voci insorga. Parliamo di Jhon Berger o Don DeLillo, Orhan Pamuk o Simon Schama: voci non pregiudizialmente avverse, come potremmo considerare quella di Marc Fumaroli o altri funerei detrattori di professione, ma di osservatori attenti e in linea di principio partecipi. Siamo cresciuti nella leggenda (anni Cinquanta, in Europa ancora anni Settanta) dell’artista incurante di convenzioni, giovane, appassionato e ribelle. Non di rado, presso il grande pubblico, ci si attende ancora che l’arte possa restituire senso ai vocaboli eroici della tradizione modernista, rigore e intransigenza in primo luogo. Ma qualcosa sta accadendo, con più evidenza dall’inizio della crisi economico-finanziaria, nel 2007; qualcosa che ricorda il primo movimento di una frana reputazionale. L’(ex) <em>outsider</em> di genio non è più il beniamino popolare. Simile agli artisti-principi di fine Ottocento, al servizio di banchieri, aristocratici e oligarchi, <em>global players</em> come Koons, Hirst o Cattelan gettano una luce che a non pochi appare ormai futile e sinistra.</p>
<figure id="attachment_45012" aria-describedby="caption-attachment-45012" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Bande-a-part.jpg"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-45012" alt="Fotogramma tratto da Bande à part, di Jean-Luc Godard, 1964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Bande-a-part-1024x765.jpg" width="700" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Bande-a-part-1024x765.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Bande-a-part-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Bande-a-part.jpg 1250w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45012" class="wp-caption-text">Fotogramma tratto da Bande à part, di Jean-Luc Godard, 1964</figcaption></figure>
<p><strong>Backstage di una crisi di sistema</strong><br />
Irresponsabilità sociale, mutazione “antropologica” del collezionismo finanziario, conformismo<em> corporate</em>. Tutto questo congiura, inutile negarlo, e induce al disincanto. In breve: la “differenza” etica, culturale, “antropologica” dell’artista, rivendicata ancora dalle neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta, appare dilapidata. Non è semplice ricostruire un’autorevolezza smarrita. Quale solidità avrebbe peraltro un simile tentativo? Potremmo supporre che sia ormai inevitabile contestare i confini istituzionali di ciò che si riconosce come “artistico”, sull’esempio della 7. Biennale berlinese, la più protestataria tra le manifestazioni recenti. E se cercassimo di definire in modo nuovo l’”arte” collocandola nel punto di intersezione tra attività estetiche e “servizi” alla comunità, addirittura sul piano delle iniziative per la legalità, il lavoro dignitoso, la difesa dell’ambiente, l’economia di relazione? O sul piano della conoscenza e della trasmissione dei saperi? “I mercanti sono dei parassiti, il pubblico non è intelligente e il vero genio, se non vuol farsi contaminare dal denaro, deve entrare in clandestinità”. Impossibile rimproverare reticenza o vaghezza a Duchamp. Abbiamo convinzioni in parte diverse, ma riconosciamo l’acutezza del rinvio alla condizione di “clandestinità”: gli artisti, agli occhi dell’autore del <i>Grande vetro</i>, rimangono fedeli a se stessi solo attraverso tradimenti e dislocazioni periodici. Uccidono l’arte al fine di reinventarla. L’Italia (e l’Europa mediterranea in generale) conosce oggi un momento di emergenza economica, sociale, culturale. Forse tutto il mondo attende, da parte degli artisti, dei ricercatori, degli intellettuali, pronunciamenti radicali e inventività controculturale. La produzione di oggetti luccicanti e dispendiosi non è criterio vincolante per la definizione di ciò che è “arte”. Potremmo persino giungere a concepire un mondo “senza” arte, purché più equilibrato, empatico e retto da principi di cura.</p>
<figure id="attachment_45013" aria-describedby="caption-attachment-45013" style="width: 692px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaparte.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45013" alt="Fotogramma tratto da Bane à part, di Jean-Luc Godard, 1964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaparte.png" width="692" height="530" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaparte.png 692w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaparte-300x229.png 300w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45013" class="wp-caption-text">Fotogramma tratto da Bande à part, di Jean-Luc Godard, 1964</figcaption></figure>
<p><strong>Museo, scuola pubblica, innovazione sociale: il punto di vista dell’outsider</strong><br />
La chiusura di un museo procura sconcerto: un luogo di relazione cessa di esistere e recare beneficio alla comunità. Il rogo di un quadro, sia pure modesto, ferisce (è accaduto al CAM di Casoria questa primavera): vanno in fumo tempo, dedizione, mitezza, pazienza, meticolosità. Ci siamo trovati come dilacerati dalla successione di notizie di impasse istituzionali o crisi rovinose: il MADRE, il Riso, il MAXXI, il Castello di Rivoli e perfino il MART. Non possiamo che deplorare, laddove sia il caso, incuria e impreparazione pubblica, insipienza politico-culturale di vertice, mancanza di investimenti qualificati. Al tempo stesso proviamo a proporre qualcosa come una riflessione distante da mere lagnanze corporative e suggerire spunti di autoriforma. La domanda è: quali politiche culturali per i nostri (migliori) musei di arte contemporanea?</p>
<p>L’opera d’arte (contemporanea), se tale, ha un valore intrinsecamente “politico” e non ha bisogno di accogliere “contenuti” esteriori per giustificare la propria necessità sociale. L’esperienza estetica educa l’osservatore all’interpretazione, a percorsi sperimentali di verifica e autocorrezione, all’interrogazione costante. Per i suoi caratteri di microinfrazione, l’opera d’arte (contemporanea) contribuisce a formare un’opinione pubblica informata, consapevole e indipendente, pronta a considerare criticamente un documento, l’autorità della tradizione o la validità di un enunciato; e a contrastare attivamente, con immaginazione e tenacia, corruzione, nepotismo o (poniamo) cicli recessivi. Di più: l’incontro con l’opera d’arte avvince e spinge a accogliere la complessità come sfida ludica e rituale. Educa al rifiuto del luogo comune, e propaga il gusto per l’osservazione acuta e penetrante. È importante che questo accada, in un paese in cui, sin dai più teneri anni, l’apprendimento non è vissuto dai più come gioco; e dove l’eco ubiquitaria del discorso politico consolida in ciascuno abitudini al ragionamento prudente e conformista.</p>
<figure id="attachment_45015" aria-describedby="caption-attachment-45015" style="width: 768px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaapart1.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45015" alt="Fotogramma tratto da Bande à part, di Jean-Luc Godard, 1964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaapart1.jpg" width="768" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaapart1.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/bandeaapart1-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45015" class="wp-caption-text">Fotogramma tratto da Bande à part, di Jean-Luc Godard, 1964</figcaption></figure>
<p>La tradizione modernista italiana rifugge eccessi di spettacolarizzazione, divismo e gossip. E’ convinzione di Brandi, ad esempio, che “l’artista abbia responsabilità storiche e sociali non diverse da quelle di qualsiasi altro uomo”; e Longhi è pronto, nell’immediato dopoguerra, a elogiare l’attitudine schiva di Morandi, il suo rifiuto dell’istrionico e del “capaneico”. Dobbiamo essere esigenti quanto a arte e cultura: sono davvero importanti, in chiave civile, solo se producono conoscenze situate, o in altre parole competenza autobiografica e cittadinanza. Una politica culturale pubblica è chiamata a potenziare i compiti di <i>agency</i>, cioè di “pieno sviluppo della persona”; e a rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale” richiamati dall’articolo 3 della Costituzione. Stabiliamo un primo punto, che può sembrare paradossale: l’istituzione pubblica (o pubblico-privata) di cui parliamo, il museo appunto, esiste in primo luogo per i cittadini: né per gli artisti o gli sponsor né tantomeno per i politici che intendano fregiarsi del ruolo di protettori delle arti. È chiamata a conferire sostanza culturale specifica a istanze generali di equità, trasparenza, redistribuzione di opportunità. Avete presente il piccolo o la piccola seduti in ultima fila nel banco di scuola, nati da famiglie di umile origine? Bene: abbiamo una disperata necessità che il loro talento non vada disperso e dispieghi invece nel tempo risorse di attenzione e combattività.</p>
<p>Con opprimente scarsità di lessico, cognizione specifica e immaginazione gli economisti della cultura invocano da anni (o piuttosto intimano) strategie di rilancio del “capitale umano”. La locuzione non ci appassiona: come che sia, è evidente che proprio la disseminazione di offerta culturale innovativa, se associata a ampi, durevoli e qualificati processi educativi, può aiutare a trasformare tratti antropologico-culturali ritenuti svantaggiosi (ad esempio la “scarsa propensione al rischio” avversata nelle retoriche pro-startup). Ma non dovremmo restringere il punto di vista alla sfera economica, concentrandoci su “indotto” e impresa. Esistono innovazioni (sociali e istituzionali) che combattono esclusione o privilegio: meritano la nostra più grande attenzione anche se non contribuiscono direttamente alla crescita del PIL. L’offensiva neoliberista contro i saperi umanistici e la tradizione delle arti “liberali” impone a artisti, critici, curatori di ridefinire il museo sotto profili di resistenza culturale, in termini di etica del dono; e di sostituire alla dispendiosa ricerca del “grande evento” virtuose routine di restituzione.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato sul <em>Manifesto</em>]</p>
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