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	<title>Donatella Di Cesare &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pandemia: Angelo Vannini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2020 12:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Vannini]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Donatella Di Cesare]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[La possibilità di provare ciò che non è possibile provare. Una riflessione sulla situazione presente &#160; di Angelo Vannini &#160; &#160; Il quotidiano Il manifesto ha pubblicato ieri (29 marzo 2020) una riflessione di Donatella Di Cesare intitolata Il rischio adesso è la pandemia della mente. L’autrice fa riferimento a un’altra emergenza che dovremo presto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class=" wp-image-83869 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n.jpg" alt="" width="399" height="401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n.jpg 471w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n-298x300.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n-250x252.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n-200x201.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/88000347_10157983952512071_4621021250104328192_n-160x161.jpg 160w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" />La possibilità di provare ciò che non è possibile provare. Una riflessione sulla situazione presente</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Angelo Vannini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il quotidiano <em>Il manifesto </em>ha pubblicato ieri (29 marzo 2020) una riflessione di Donatella Di Cesare intitolata <em>Il <a href="https://ilmanifesto.it/il-rischio-adesso-e-la-pandemia-della-mente/">rischio adesso è la pandemia della mente</a></em>. L’autrice fa riferimento a un’altra emergenza che dovremo presto affrontare, e di cui ancora si parla poco, ovvero le conseguenze mentali prodotte dall’isolamento: una «epidemia psichica» di proporzioni imponderabili. A concludere l’intervento è una frase che si distanzia dal registro diagnostico delle parole che la precedono: «Per i neosegregati sarà forse questa la chance per riflettere sulla condizione dei detenuti nelle carceri». A nutrire questo auspicio è la consapevolezza della fenditura che si è prodotta nelle nostre vite, proiettandoci in un’altra area di esistenza, esperienzialmente più vicina a quella della detenzione, sia essa carceraria o domiciliare. Dico «più vicina» perché le due esperienze, l’isolamento sanitario e la pena detentiva, non sono sovrapponibili e non devono essere confuse. Vorrei aggiungere, rispetto a quanto espresso dalla filosofa italiana, che questa potrebbe essere un’opportunità per i cittadini europei di riflettere sulla condizione non solo dei detenuti nelle nostre carceri, ma anche della maggior parte degli abitanti di questo pianeta.</p>
<p>Quello che è cambiato in questi giorni è che i cittadini europei si sono visti catapultare nella polarità opposta rispetto a quella in cui sono abitualmente situati. Mi riferisco alle due polarità secondo cui è governata la circolazione degli esseri umani a livello globale. Il governo della mobilità è operato secondo un modello segregazionista, il quale fa sì che io, cittadino italiano, possa circolare per la maggior parte dei paesi del mondo senza neanche il bisogno di chiedere un visto, mentre ai miei amici e amiche dell’Africa subsahariana questo non è possibile – non solo non è possibile, ma neanche rientra nell’orizzonte di ciò che è immaginabile. Da una parte vi è il diritto pressoché incondizionato di circolazione, riservato solo ad alcuni, e dall’altra l’esclusione da questo privilegio, cui sono condannati gli altri. Questi «altri» sono sottoposti a complesse procedure di immobilizzazione, realizzate attraverso tecniche ora militari e poliziesche ora di tipo burocratico e amministrativo. È lo stesso apparato di tecniche, anche se secondo modalità e finalità diverse, ad essere stato mobilitato per attuare quello che Donatella Di Cesare giustamente chiama arresti domiciliari di massa. Si tratta di procedure che dal punto di vista psichico producono, a vario grado, dissuasione, scoraggiamento e intimidazione.</p>
<p>Servono qui due precisazioni. La prima è che quello che sto dicendo sulla circolazione va inteso non soltanto a livello della mobilità interstatale, ma anche per quanto riguarda l’investimento degli spazi urbani. Magari in questi giorni ci sarà capitato, in uno dei nostri tragitti per andare a fare la spesa o portando fuori il cane, di trovarci in presenza delle forze dell’ordine e di provare un certo malessere. Dubbi del tipo chissà come gli gira se mi controllano. Chissà se ho riempito per bene l’autocertificazione, o stampato la versione giusta. Ebbene questa angoscia non è che un millesimo (e qui posso <em>solo</em> provare a immaginare) di quella che potrebbe avvertire, al passare di una volante, un ragazzo di colore se passeggia nella banlieue di una capitale occidentale.</p>
<p>La seconda precisazione riguarda l’opposizione che ho tratteggiato tra «alcuni» e gli «altri». Come la circolazione cui faccio riferimento non è solo quella internazionale, così gli «altri» non sono semplicemente o soltanto i non-europei. Il dispositivo escludente è molto più articolato: nel mondo in cui abitiamo la possibilità di un pieno sviluppo delle capacità umane è condizionata, e sappiamo bene per quali categorie passa la sfaldatura (classe, sesso, genere, razza, religione, ricchezza, origine, età, lingua, abilità, condizioni di salute, ecc.).</p>
<p>Sto scrivendo queste righe comodamente seduto alla mia scrivania, in un <em>meublé</em> nel ventesimo arrondissement di Parigi. Alcuni amici in questi giorni mi hanno fatto riflettere sull’eventualità di tornare nelle Marche, dove vive la mia famiglia. È dell’altro ieri (28 marzo) un’ordinanza che definisce le nuove modalità del rientro in Italia. Tra queste, è necessaria un’autocertificazione da consegnare al vettore – che si tratti di trasporto aereo, marittimo, ferroviario o terrestre – la quale specifichi il motivo del viaggio, l’indirizzo dell’abitazione in cui verrà effettuato l’isolamento assoluto per un periodo di 14 giorni, il recapito telefonico. I vettori acquisiscono la documentazione e misurano la temperatura dei passeggeri, cui è vietato l’imbarco se sono in stato febbrile. Chiunque faccia ingresso in Italia, anche se asintomatico, è poi sottoposto all’isolamento e alla sorveglianza sanitaria. A questo proposito, è significativo il comma 4 dell’ordinanza, che qui riporto quasi integralmente:</p>
<p><em>ove dal luogo di sbarco del mezzo di trasporto di linea utilizzato per fare ingresso in Italia non sia possibile per una o più persone raggiungere effettivamente l’abitazione o la dimora indicata alla partenza come luogo di effettuazione del periodo di sorveglianza sanitaria e di isolamento fiduciario, fermo restando l’accertamento da parte dell’Autorità giudiziaria sull’eventuale falsità della dichiarazione resa all’atto dell’imbarco, ai sensi della citata lettera b) del comma 1, l’Autorità sanitaria competente per territorio informa immediatamente la Protezione Civile Regionale che, in coordinamento con il Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, determina le modalità e il luogo dove svolgere la sorveglianza sanitaria e l’isolamento fiduciario, con spese a carico esclusivo delle persone sottoposte alla predetta misura.</em></p>
<p>Se volessi tornare a casa, non esistendo un volo diretto da Parigi ad Ancona, dovrei probabilmente passare per Roma. Che cosa significa non poter raggiungere <em>effettivamente</em> l’abitazione indicata come luogo di isolamento? Di quale <em>fattualità</em> è qui questione? Non riuscire a trovare un taxi che da Fiumicino mi porti a Termini? Il treno da Roma ad Ancona è soppresso? La carta di credito non mi funziona e non ho di che comprare il biglietto? Quali sono gli eventi che possono essere giudicati (e da chi?) come sufficienti a produrre un’impossibilità <em>di fatto</em> di raggiungere (ed entro quanto tempo?) l’abitazione indicata?</p>
<p>È chiaro come opera questo dispositivo: se da una parte produce, come ho già detto, scoraggiamento e intimidazione, dall’altra crea uno spazio di indeterminazione giuridica che permette all’arbitrio degli organi polizieschi di punire individui, che oramai non somigliano più a cittadini ma a sospettati. Detto questo, <em>io</em> so benissimo che rischierei poco o nulla a voler tornare in Italia: perché europeo, perché italiano e perché bianco. Diversamente andrebbe se il mio cognome non suonasse d’origine toscana, ma africana o asiatica, o se il mio viso avesse un pigmento più scuro, o se la copertina del mio passaporto fosse di un altro colore. Ancora una volta, la mia esperienza di immobilizzazione non è neanche lontanamente comparabile a quella che vivono persone in fuga – o che <em>vorrebbero</em> fuggire – da fame, guerra e povertà; ma le procedure che la mettono in atto da un lato afferiscono, pur secondo modalità e finalità diverse, alle stesse tecniche di controllo, e dall’altro producono effetti psichici che, per quanto incomparabili, possono aiutarmi a riflettere sui miei privilegi e a metterli in questione. Aiutarmi cioè ad aprire la possibilità di provare ciò che comunque non mi è possibile provare.</p>
<p>La condizione di disagio che <em>alcuni </em>stanno vivendo è tale soltanto rispetto ai privilegi di cui godevano prima. Sottolineo «alcuni» perché l’impatto del virus sulla nostra società mi sembra essere duplice. Se da un lato le popolazioni europee si trovano ad esperire una condizione cui il loro privilegio le aveva finora mantenute estranee, d’altro lato le misure di emergenza adottate per la gestione della crisi esasperano le ineguaglianze che sono alla base della nostra società.</p>
<p>L’esperienza cui siamo confrontati – e in particolare quella dell’immobilizzazione – può allora diventare un’opportunità per riflettere sulle dinamiche che, contrariamente a ogni idea di giustizia, regolano le condizioni dell’esistenza umana a livello tanto locale quanto planetario. Si parla spesso di Europa in questi giorni. C’è o non c’è? Sopravvivrà oppure no a tutto questo? Non dobbiamo però dimenticare che se c’è un’Europa, quale che essa sia, è soltanto perché ci siamo noi. Se c’è una cosa che questo virus insegna, è che il destino dell’umanità si gioca ormai a livello planetario, in un orizzonte relazionale che va dalla sfera umana a quella ben più ampia del vivente. Se la parola <em>democrazia</em> ha ancora un senso, ogni abitante d’Europa dovrà assumersi la responsabilità, non del proprio giardino come si è fatto finora, ma del proprio posto e ruolo nel mondo <em>in relazione</em> al posto e ruolo di altri. Questo significa che ogni abitante d’Europa si trova di fronte a un bivio, e dovrà scegliere se continuare a collaborare con quelle forze che hanno finora dominato il mondo come lo hanno dominato, oppure se esigere che un altro ordine, fondato su altre basi, venga finalmente, e per davvero, negoziato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Parigi, 30 marzo 2020</em></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Filosofi per lo ius soli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/23/filosofi-lo-ius-soli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jun 2017 16:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[diritti di cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[Donatella Di Cesare]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[[Un appello] Ci rivolgiamo alle senatrici e ai senatori della Repubblica affinché venga approvata la legge che conceda finalmente la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati non solo per ius soli, ma anche – com’è giusto che sia – per ius culturae. È una legge di civiltà, che supera quel «diritto del sangue» che ancora [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<strong>Un appello</strong>]</p>
<p>Ci rivolgiamo alle senatrici e ai senatori della Repubblica affinché venga approvata la legge che conceda finalmente la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati non solo per ius soli, ma anche – com’è giusto che sia – per ius culturae. È una legge di civiltà, che supera quel «diritto del sangue» che ancora prevale. Sono tanti gli adolescenti giunti nel nostro paese che, dopo aver frequentato le scuole italiane per anni, attendono un segno concreto di ospitalità. Occorre riconoscere i loro diritti, che sono anche i nostri. Non approvare questa legge sarebbe una sconfitta, prima ancora che per loro, per noi che ci definiamo «italiani», che veniamo dalla tradizione dell’umanismo, che non possiamo dimenticare l’esempio della «cittadinanza» romana, che vorremmo nel futuro prossimo avere più voce in Europa.</p>
<p><strong>Remo Bodei</strong>, <strong>Donatella Di Cesare</strong>, <strong>Roberto Esposito</strong><br />
Alessandro Dal Lago, Michela Marzano, Mauro Bonazzi, Adriana Cavarero, Salvatore Veca, Giacomo Marramao, Paolo Flores d’Arcais, Massimo Donà, Marta Fattori, Adriano Fabris, Nicola Panichi, Eugenio Mazzarella, Luca Illetterati, Enrica Lisciani Petrini, Caterina Resta, Piergiorgio Donatelli, Marcello Mustè, Simona Forti, Leonardo Caffo, Elettra Stimilli, Dario Gentili, Fabio Polidori, Luca Taddio, Leonardo Amoroso, Massimo Adinolfi, Davide Tarizzo, Laura Bazzicalupo, Massimo De Carolis, Giusy Strumiello, Gian Luigi Paltrinieri, Olivia Guaraldo, Giulio Giorello.</p>
<figure id="attachment_68834" aria-describedby="caption-attachment-68834" style="width: 798px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-68834 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/cittadinanza02.jpg" alt="" width="798" height="511" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/cittadinanza02.jpg 798w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/cittadinanza02-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/cittadinanza02-768x492.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/cittadinanza02-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/cittadinanza02-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 798px) 100vw, 798px" /><figcaption id="caption-attachment-68834" class="wp-caption-text"><em>Una manifestazione per il diritto di cittadinanza, foto di Marco Merlini</em></figcaption></figure>
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		<title>Migranti, la condanna all’immobilità</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/09/10/migranti-la-condanna-allimmobilita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2014 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[centri di identificazione ed espulsione]]></category>
		<category><![CDATA[cie]]></category>
		<category><![CDATA[crimini contro l'ospitalità]]></category>
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		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
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		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<category><![CDATA[ponte galeria]]></category>
		<category><![CDATA[Zygmunt Bauman]]></category>
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					<description><![CDATA[di Donatella Di Cesare (Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, un estratto da “Crimini contro l’ospitalità”, il melangolo 2014. Tra denuncia politica e reportage filosofico, questo libro è un viaggio in un centro di identificazione e espulsione, quell’Ade invisibile e nascosto dove vengono relegate le scorie umane della globalizzazione. Ma il viaggio diventa occasione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Donatella Di Cesare</strong></p>
<p>(<em>Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, un estratto da <a href="http://www.ilmelangolo.com/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage.tpl&amp;product_id=3802&amp;category_id=524&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=59" target="_blank">“Crimini contro l’ospitalità”, il melangolo 2014</a>. Tra denuncia politica e reportage filosofico, questo libro è un viaggio in un centro di identificazione e espulsione, quell’Ade invisibile e nascosto dove vengono relegate le scorie umane della globalizzazione. Ma il viaggio diventa occasione per riflettere sui campi per gli stranieri, sulla retorica ambigua dell’accoglienza. Dove finisce la protezione umanitaria e dove comincia il controllo poliziesco? Lo stato di permanente emergenza ha sottratto gli stranieri al diritto e ha permesso che, in una continuità inquietante con il passato, si materializzasse in Europa lo spettro del “campo”. Il neorazzismo è la convinzione che ciascuno debba vivere nel proprio paese, la reazione alla mobilità degli esseri umani, la pretesa di bandire gli indesiderabili.</em>)</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-48789" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed.jpg" alt="Crimini_contro_l'ospitalita" width="300" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed.jpg 511w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nel mondo globalizzato il successo si misura con la possibilità di muoversi liberamente. L’immobilità è invece il segno della sconfitta: chi resta indietro è emarginato, escluso dai luoghi che gli altri possono attraversare, confinato a una dimensione locale.</p>
<p>Non stupisce, allora, che il divieto di muoversi rappresenti la punizione più dura, il castigo più crudele, lo strumento più efficace per neutralizzare i soggetti ritenuti pericolosi.</p>
<p>Anche nel passato la segregazione è stata il modo per risolvere il problema posto da tutti coloro che non erano accettati nel corpo sociale: schiavi, stranieri, ebrei, pazzi, malati, lebbrosi, eretici, vagabondi. Il permesso di uscire dai quartieri, in cui erano relegati, prevedeva tuttavia l’obbligo di esibire in pubblico un marchio di appartenenza che li rinviava a uno spazio diverso. La segregazione, cioè l’isolamento spaziale, ha avuto così nei secoli lo scopo di rendere visibile e di perpetuare l’estraneazione dei diversi.</p>
<p>L’idea della prigione nasce da qui. Incarcerare non è che la forma estrema di restrizione dello spazio. Perciò l’internamento è sempre anche esclusione.</p>
<p>Pur nella continuità che lega il CIE alle forme precedenti e coeve di segregazione, c’è però una differenza che non deve sfuggire. Non solo non vi è alcun regolamento, né sono previsti una disciplina formale, un lavoro produttivo o una attività organizzata. Al contrario di altre istituzioni totali, che hanno una finalità riabilitante e mirano alla guarigione, alla reintegrazione o al recupero, sebbene manchino poi spesso il loro obiettivo ufficiale, il CIE non ha altro scopo che il trattenimento e l’espulsione.</p>
<p>La sorveglianza deve assicurarsi costantemente che gli internati, bloccati in quella mortificante sala d’attesa per il terzo mondo, restino dove sono. Non importa quello che fanno; l’importante è, anzi, che non facciano nulla. L’esclusione passa per quel <em>nulla</em> a cui li assegna la <em>condanna all’immobilità</em>.</p>
<p>In questo senso Ponte Galeria, più che a un campo di concentramento, quel laboratorio della società totalitaria, dove si sperimentava la schiavizzazione dell’uomo, appare un campo in cui, nella società planetaria, si mettono a punto le tecniche per smaltire le scorie umane della globalizzazione.</p>
<p>Al rifiuto e all’esclusione si aggiunge dunque, potenziandoli, l’immobilità forzata che, nell’era dell’illimitato, significa negare le libertà globali a una parte dell’umanità. In campi come questi emerge con chiarezza quello che Zygmunt Bauman ha più volte ribadito, e cioè che la globalizzazione al vertice procede di pari passo con la frammentazione e il disadattamento al fondo.</p>
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