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	<title>Dubai &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Walter Siti a Dubai, pregiudizi pasoliniani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2009 09:15:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dubai]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Longo «Se voglio essere sincero devo confessare che di tutti loro, del loro affannarsi eccitante e monotono, non me ne importa niente. Io questo viaggio non lo voglio fare», scrive ad un certo punto Walter Siti, nel suo ultimo libro-reportage intitolato Il canto del diavolo (Rizzoli). Il viaggio di Siti negli Emirati Arabi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Longo</strong></p>
<p>«Se voglio essere sincero devo confessare che di tutti loro, del loro affannarsi eccitante e monotono, non me ne importa niente. Io questo viaggio non lo voglio fare», scrive ad un certo punto Walter Siti, nel suo ultimo libro-reportage intitolato<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00CBG8IZK/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00CBG8IZK&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"> Il canto del diavolo</a> (Rizzoli).<br />
Il viaggio di Siti negli Emirati Arabi si concentra sulla città di Dubai, ma tocca tutti gli altri sei emirati. Walter Siti è il maggiore studioso italiano di Pasolini. Quando Pasolini scrisse un reportage dalle spiagge italiane notò in Versilia i «giovinastri (…) tutti un po’ grassi e spelacchiati», a Capri «avanzi di pasti e le cartacce», ad Ischia «un maiale», a Rimini le tedesche erano «racchie» e «brutte», e non è un caso che in un albergo di Matera scrivesse: «è bello: ma io mi ci annoio».<span id="more-17449"></span>Non è un difetto viaggiare con le proprie ossessioni, i propri gusti, la propria sensibilità, ma come in Pasolini, anche per Siti sembra che l’indole e le idee rendano impossibile conoscere ciò che si ha davanti. Pasolini non raccontava ciò che vedeva, ma solo le lenti con cui guardava. Negli Emirati Arabi tutto si plasma secondo l’esperienza dell’autore: «Dubai [è] come la Svizzera del Medio Oriente», tutto è appiattito al paesaggio che già conosce: il panorama è «come certe pievi toscane», i cavalli sono frequenti «come gli orsi a Berlino», tutto è alterato dalla comparazione: «il golfo si apre come Positano o Portofino», le gru sono «come alberi di Natale», i palazzi merlati sono «come nei castelli della Loira». Il Global Village addirittura «è una specie di insensato e desolato Gardaland», in giro c’è «la stessa illuminazione stradale del Passo Rolle», e neanche i colori lo soddisfano: «Che almeno questo fosse blu come in Sardegna».</p>
<p>Nel libro, questa difficoltà a lasciare il proprio mondo (interiore, paesaggistico, culturale, valoriale) impedisce di immergersi nel diverso, di capirlo, interrogarlo, interpretarlo. Così, l’incapacità della visione implode in giudizio: «forse questo è un Paese da apprezzare in coma», lo sforzo di lasciare la propria ideologia porta presto al rifiuto di conoscere: «Ho visitato solo uno dei quadrati della scacchiera e all’idea di ricominciare domani mi prende il voltastomaco». Più il reportage va avanti, più se ne rende impossibile l’efficacia: davanti ai cibi scrive: «tutta roba orientale che non voglio neanche sapere come si cucina. Mi abbofferò davanti alla televisione con cibo di cattiva qualità».</p>
<p>Raccontare luoghi e persone è un’assunzione di responsabilità molto alta. Tutti gli studi post-coloniali da anni ridicolizzano e mettono in guardia chi racconta l’Oriente vedendolo come incarnazione di prototipi che si suppone abbia imitato. Siti sembra cadere proprio nei rischi più clamorosi. Chiama gli arabi «questi»: «realizzo che a questi delle radici culturali non gliene frega un accidenti», «questi non vanno a pregare un dio trascendente», «questi non hanno capito che un braccio d’acqua sporca tra le case non è il mare». Da «bravo italiano razzista», come giustamente si definisce, scrive frasi come «mi assale una rabbia sproporzionata, ma di che cavolo di eredità culturale vanno parlando, sono dei mentecatti». Oppure fa il paternalista: «Ma sì, vendetevi all’entertainment, il consorzio umano è la sola cosa che vi meritate». Ok il politicamente scorretto, ma qui non vi è ironia, non c’è (poi) un altro piano del discorso.</p>
<p>Passiamo infatti all’analisi offerta da Siti. La tesi del libro è espressa in una frase: «Che cos’è il Paese che sto visitando, se non una risibile parodia accelerata dell’Occidente?». Scriveva Edward Said: «Gli orientalisti di oggi tentano di interpretare l’Oriente come un’imitazione dell’Occidente». E altrove notava che per i colonialisti l’Islam è «per definizione una cultura plagiaria».<br />
Di Occidente Siti parla spesso, ma non spiega mai se intenda Innsbruck o Houston. L’Occidente è la Chiesa Cattolica o la Rivoluzione Francese? È il comunismo o i grattacieli di Tokyo? Da qui nasce un equivoco ulteriore, l’uso del noi che rimanda a qualcosa di implicito e vago (noi occidentali? bianchi? europei? mediterranei? cristiani? libertini?); mentre loro sono addirittura descritti con metafore animali. Said analizzò le metafore animali con cui il colonialismo raccontava gli orientali, e Siti le percorre tutte: i lavoratori sono «formichine scure sui lastroni di pietra», «i venditori di cianfrusaglie si appiccicano come blatte», la cinese è «piccola come una formichina».</p>
<p>Tutti, per l’etnocentrico Walter Siti, si esprimono con «fonìe aliene». Solo a poche pagine dalla fine, l’autore si accorge di non aver saputo esplorare questo Paese: «forse finora l’ho tenuto troppo a distanza: come se fosse un reperto da osservare sotto la lente, o peggio una carogna d’animale da tenere con la punta delle dita».<br />
Perché mandare uno scrittore a visitare un luogo che non gli interessa? (Dichiara infatti tra le pagine: «nessun desiderio di uscire, di capire»). Siti sa scrivere ma non sa vedere. Come Pasolini che a Capri vedeva solo immondizia, così Siti ovunque va vede le borgate romane, tanto che ad un certo punto del viaggio confessa: «Mi sento a Roma in borgata, sto bene». E perché poi l’uso del romanesco («ma ‘ndo vanno, che feste frequentano? »). Per essere mimetico? Ma mimetico con che, dato che siamo in terra araba?</p>
<p>Per scrivere un reportage non basta saper scrivere, bisogna saper guardare. Siti ha scritto la parodia di un reportage e ne è cosciente: «Odio la vita, basta con questa farsa del viaggio, chi voglio prendere in giro?». A cascarci però è stato l’editore, poi la critica, poi chi lo ha ospitato in tv come fosse un guru, e poi i poveri lettori che lo hanno già acquistato. Se volete sapere com’è Dubai non leggete questo libro. Gli Emirati non sono né «Topolinia», né «un Paese arretrato», né «la barbarie». La barbarie, forse, è un problema di chi guarda, non di chi è osservato.</p>
<p>(pubblicato su Il riformista, mercoledì, 29 aprile 2009)</p>
<p>&nbsp;</p>
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