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	<title>ediesse &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un&#8217;altra scuola (un anno dopo)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/25/unaltra-scuola-un-anno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 May 2016 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ediesse]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Accardo]]></category>
		<category><![CDATA[riforma della scuola]]></category>
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		<category><![CDATA[Un'altra scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Accardo Il 5 maggio 2015, uno sciopero indetto da tutti i sindacati, dopo otto anni che non accadeva, ha fermato la scuola per protestare contro l’ennesima riforma, la cosiddetta “buona scuola”, che già dal nome sembra un’efficacissima trovata pubblicitaria. Chi è che potrebbe dirsi contrario alla buona scuola? Come ha scritto Walter Tocci, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Accardo</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/05/25/unaltra-scuola-un-anno/un_altra-scuola/" rel="attachment wp-att-62047"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62047" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Un_altra-scuola.jpg" alt="Un_altra scuola" width="220" height="273" /></a>Il 5 maggio 2015, uno sciopero indetto da tutti i sindacati, dopo otto anni che non accadeva, ha fermato la scuola per protestare contro l’ennesima riforma, la cosiddetta “buona scuola”, che già dal nome sembra un’efficacissima trovata pubblicitaria. Chi è che potrebbe dirsi contrario alla buona scuola? Come ha scritto Walter Tocci, senatore del PD e membro della commissione che ha varato la riforma, nel libro <a href="http://www.donzelli.it/libro/9788868434038"><em>La scuola, le api e le formiche</em> (Donzelli)</a>: “Per coprire la mancanza di un progetto si è fatto ricorso alla comunicazione (…) gli stereotipi da talk-show applicati rozzamente all’ordinamento scolastico senza riguardo per la sua complessità.”<br />
Il giorno successivo allo sciopero, per una curiosa coincidenza, <a href="http://www.ediesseonline.it/">Ediesse</a>, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti e con prefazione di Eraldo Affinati, ha pubblicato il mio libro <a href="http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/un-altra-scuola"><em>Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico</em></a>. Il libro nasce dal desiderio di raccontare un’altra scuola, come recita il titolo, che non è solo quella dell’Alto Adige, provincia bilingue e autonoma, sempre più uno Stato nello Stato, con i suoi vantaggi (maggiori risorse) e i suoi svantaggi (isolamento, autoreferenzialità, un controllo politico più pressante), ma anche la scuola che viene narrata poco dai libri e dalle cronache dei giornali, ovvero quella che funziona, progetta, costruisce. Desideravo far conoscere una scuola diversa da quella sempre più stereotipata narrata da tanti libri e dalle cronache dei giornali, non la scuola degli insegnanti lavativi o psicopatici, e nemmeno quella degli studenti ignoranti, demotivati e bulli. Poiché la realtà comprende anche questa scuola, nel mio libro non mancano pagine in cui la metto in scena. Ma a me interessava raccontare la scuola degli insegnanti appassionati, quelli che progettano percorsi innovativi e che si sforzano in tutti i modi di coinvolgere gli studenti, che si mettono in gioco e che lottano per una scuola migliore, arrivando persino ad occupare il loro istituto (episodio realmente accaduto). E m’interessavano gli studenti autentici, non le caricature, coi loro problemi quotidiani, le loro solitudini, ma anche la loro energia, la loro vitalità e la loro intelligenza. Nel libro, infatti, ho dato la parola anche a loro, attraverso le lettere (tutte autentiche) che mi hanno scritto dieci ex studenti, ai quali ho chiesto di raccontare che ricordo conservavano di me, se ero stato un buon insegnante, se ero riuscito a lasciare un segno in loro, affinché mi dicessero anche cosa ho sbagliato e cosa posso migliorare nella mia professione. Ma di lettere, in questo diario che si può leggere come un romanzo, ce ne sono molte.<br />
Ad un anno dall’uscita e dopo aver incontrato diversi insegnanti in giro per l’Italia, posso dire che lo stato d’animo più diffuso è la demotivazione, dovuta alle continue riforme che oramai si succedono da 25 anni. Ogni ministro, non fa neppure in tempo a prestare giuramento che annuncia la sua riforma epocale. Quasi sempre ignorando i problemi veri della scuola. Ecco perché una delle lettere l’ho indirizzata al futuro ministro dell’Istruzione.</p>
<p><em>Gentile signor Ministro,</em><br />
<em> quando sarà nominato responsabile della scuola, per prima cosa faccia dimostrazione di onestà e dica che le cosiddette riforme varate negli ultimi anni sono nate unicamente dalla mancanza di soldi e perciò altro non sono stati che tagli di spesa dettate dalla necessità di risparmiare. Solo se le parole saranno effettivamente collegate ai fatti potrà avere la fiducia degli insegnanti. Per troppo tempo l’inganno è stato alla base della politica scolastica.</em><br />
<em> Poi, prima di avanzare qualunque proposta, prima di annunciare riforme epocali e provvedimenti mirabolanti, prima di fare una brutta figura, proponendo soluzioni impossibili da realizzare o assolutamente inutili, si faccia un giro per le scuole d’Italia. Dedichi un anno ad incontrare insegnanti, studenti e dirigenti, assista alle lezioni, partecipi ai collegi docenti e ai consigli di classe, guardi gli spazi, soprattutto nelle scuole del Sud, in cui si svolgono le lezioni e in cui i ragazzi trascorrono ore della loro vita. Provi a sedersi nei banchi, ad andare in bagno, usi le palestre (dove ci sono) e i laboratori (quando ci sono). Controlli gli arredi, la loro funzionalità e la loro vetustà. E faccia tutto ciò in modo informale, senza scorta e giornalisti al seguito, lontano da fotografi e telecamere. Dopo, ma solo dopo, torni al Ministero, parli coi funzionari e i suoi collaboratori, riassuma problemi e proposte che ha ascoltato da chi a scuola ci vive tutti i giorni, confronti la loro concretezza con le teorie degli esperti di pedagogia e didattica che non mettono un piede in un’aula scolastica da decenni. Dopo, ma solo dopo, annunci le sue riforme. Vedrà che gli insegnanti e gli studenti le approveranno.</em></p>
<p>Gli insegnanti sono sfiniti dalle continue riforme. Credo non esista altra professione così pervicacemente sottoposta a continui cambiamenti, e spesso ogni riforma va in direzione opposta alla precedente. Il risultato sono infinite procedure burocratiche, inutili adeguamenti di norme e delibere, carte da compilare, circolari da leggere e inviare, sottraendo tempo prezioso allo studio, alla preparazione delle lezioni, alla correzione dei compiti. Tutto ciò è capace di annientare anche il più volenteroso degli insegnanti. Ho incontrato e incontro ogni giorno insegnanti che vorrebbero cambiar mestiere. E devo dire che anch’io in questi ultimi mesi ci ho pensato, per l’insensatezza delle norme che regolano e mutano ad ogni passo il nostro lavoro, scritte con quella che Claudio Giunta, <a href="http://www.internazionale.it/opinione/claudio-giunta/2014/12/23/la-lingua-disonesta-come-scrivono-al-ministero-dell-istruzione">su Internazionale del 23 dicembre</a>, ha definito lingua disonesta [“è la lingua disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso <em>chiaro </em>impone a chi lo pronuncia), e lascia a chi deve leggere (e soprattutto: a chi deve obbedire) il compito di decifrare, di leggere fra le righe, di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole, anzi di interpretare le parole e i concetti come s’interpreta il Talmud, cercando d’indovinare le intenzioni di un padrone invisibile e capriccioso, che dice e non dice, che lascia agli altri il compito di riempire con <em>qualcosa </em>lo spazio che lui ha lasciato vuoto non per liberalità ma per inabilità a parlar chiaro, ossia a decidere, e cioè per codardia.”]<br />
L&#8217;ufficio, scrive Kafka in una lettera a Milena, non è un&#8217;istituzione stupida, piuttosto appartiene al mondo del fantastico. Ecco cos&#8217;è la burocrazia: un mondo irreale, abitato dal non senso e amministrato da solerti funzionari che obbediscono ciecamente agli ordini superiori e non si pongono domande. E tutti noi siamo dei Josef K. in cerca di un giudice che ci spieghi qual è la nostra colpa.<br />
Un insegnante di un liceo di Bologna ha definito mobbing le riforme scolastiche che si succedono con la stessa periodicità delle stagioni. Una collega di Padova mi ha detto che l’unica riforma che lei si auspica è la fine delle riforme per almeno un decennio. Un’altra insegnante, a Palermo, mi ha detto che l’unico modo per difendersi dalle riforme è continuare a fare il nostro lavoro in classe, ignorandole. Da cosa nasce questo rifiuto? Dal fatto che nessuna di queste riforme nasce dal basso, cioè da chi a scuola ci sta quotidianamente, ma nelle chiuse stanze del Ministero, da dove ogni giorno inondano le scuole di circolari, inviti e prescrizioni. Mariapia Veladiano, che oltre ad essere una scrittrice è una dirigente scolastica, in un suo articolo su Repubblica ha invitato il Ministero a ridurre la quantità di circolari che arrivano quotidianamente sui tavoli dei dirigenti e che rendono la scuola ingovernabile.<br />
Dall’altra parte ho visto una gran quantità di insegnanti che costruiscono percorsi didattici innovativi, promuovono incontri con gli scrittori e la lettura di libri, invitano studiosi a scuola, progettano attività multidisciplinari, sperimentano e si mettono in gioco, si prendono cura dei loro studenti. Molti di questi insegnanti mi hanno scritto per ringraziarmi, dicendo che il mio libro ha spezzato la loro solitudine. Eccone una:</p>
<p><em>Gentile Prof., chi le scrive è una collega di Rimini.</em><br />
<em> Non voglio tediarla, né allarmarla: non sono una stolker, non ho MAI scritto ad alcuno scrittore, nemmeno ad un giornale, pur avendo dedicato alla lettura appassionata tutta una vita. Sono a tempo pieno una figlia, una sorella, una moglie, una mamma, ma soprattutto&#8230; una Prof.</em><br />
<em> Mi trovo a scriverle perché ieri sera ho finito, leggendolo di getto in due giorni, il suo diario Un&#8217;altra scuola (mi scuso, ma non trovo il corsivo per i titoli in questo vecchio tablet vintage).</em><br />
<em> Vorrei ringraziarla tanto per la sua testimonianza: l&#8217;ho letta con sincero trasporto e tanto piacere</em><br />
<em> e mi sono sentita in dovere di comunicarglielo, quasi come chi avesse raccolto un messaggio nella bottiglia.</em><br />
<em> Il messaggio é giunto forte e chiaro, e mi premeva dirglielo.</em><br />
<em> Grazie per lo stile asciutto e limpido, per le grandi e piccole verità quotidiane contenute nella sua testimonianza, per aver afferrato e fermato quei pensieri infiniti che vagolano nella mente di noi insegnanti durante tutto il giorno &#8211; e la notte!</em><br />
<em> Grazie per i numerosi spunti che mi ha fornito con la &#8220;Scuola d&#8217;autore&#8221;; grazie per aver dato corpo alle sensazioni, talvolta assurte a imperiosi sentimenti, di frustrazione e avvilimento che si provano di fronte ai colleghi enigmatici o esauriti; al ragazzo inadeguato; alla famiglia aggressiva; alla propria materia che sembra non &#8220;crescere&#8221;, non progredire per ore che a volte diventano giorni&#8230; Il tutto accanto agli entusiasmi ineffabili di quando certe tensioni si sciolgono, le applicazioni di un metodo danno risultati insperati persino a noi, i colleghi cooperano al bene comune, un progetto vince un concorso&#8230;</em><br />
<em> Solo a scuola (o nella buona letteratura) accadono queste cose. E intender non lo può chi non lo prova.</em></p>
<p>Una delle ragioni per cui ho scritto il libro era proprio il desiderio di incontrare insegnanti e studenti, confrontarmi, ascoltarli, imparare e magari riuscire a dar loro voce, rendendo visibili i risultati. Le loro lettere hanno dato senso al mio libro.<br />
Ad un anno dallo sciopero generale, ad un anno dall’entrata in vigore della “buona scuola”, approvata dal Parlamento con una quantità enorme di deleghe in bianco al governo, molte questioni restano drammaticamente aperte. Ne elenco alcune.</p>
<ol>
<li>Il <strong>preside manager</strong>, ovvero il potere del dirigente scolastico di scegliere i docenti dagli ambiti territoriali e non più dalle graduatorie, dove ogni insegnante ha un punteggio che risulta dai titoli in suo possesso, dal superamento di un eventuale concorso e dagli anni di servizio. Con la nuova legge i dirigenti potranno conferire un incarico triennale sulla base del curriculum del docente. Con quali criteri di trasparenza e correttezza? Nessuno. Di fatto la scuola diventa un’azienda privata. E questo nel Paese con la più alta percentuale di corruzione e clientele. Tra l’altro il curriculum non dice nulla delle competenze didattiche: io posso avere tre lauree e non sapere insegnare. Insegnare non significa soltanto conoscere la propria disciplina, ma anche e soprattutto saperla trasmettere, saper costruire una relazione con gli studenti, saperli ascoltare e saper valorizzare ciascuna potenzialità, motivarli e appassionarli. Ma insegnare richiede anche una serie di competenze che nessuno insegna e nessuno valuta: saper lavorare in gruppo, avere creatività e curiosità, saper progettare percorsi didattici.</li>
<li>E difatti nulla prevede la riforma riguardo alla <strong>formazione</strong> e alla <strong>selezione</strong> degli insegnanti. Ancora una volta si punta sulle conoscenze disciplinari, a cui il nuovo concorso aggiunge una minima conoscenza dell’inglese. Al concorso cui ho partecipato nel 1999, di italiano mi hanno chiesto la trama di <em>Todo modo</em> di Sciascia. Vi rendete conto? La trama! Come ad un qualunque studente di liceo. E di storia hanno voluto sapere soltanto come si chiamava il ministro del governo italiano che ha firmato il patto di Londra con cui l’Italia ha deciso l’ingresso nella Prima guerra mondiale a fianco delle forze dell’Intesa. Non mi è stato chiesto nulla che dimostrasse, sia pure minimamente, che io ero in possesso di competenze didattiche e pedagogiche.</li>
<li>Altro tema fortemente dibattuto e ancora una volta usato strumentalmente dalla classe dirigente è quello della <strong>valutazione degli insegnanti</strong>. Il messaggio che il governo ha voluto trasmettere è stato: cari genitori, con la nostra riforma licenzieremo gli insegnanti incapaci. Cosa naturalmente difficilissima da fare se un insegnante è vincitore di pubblico concorso ed è tutelato dal diritto pubblico. Avrebbe potuto parlare di valutazione formativa, cioè di segnalare ai docenti i loro eventuali deficit da colmare con appositi corsi di aggiornamento, ma l’effetto mediatico non sarebbe stato lo stesso. In linea di principio non ho nulla contro la valutazione degli insegnanti (nel mio libro racconto un piccolo esperimento che ho fatto nelle mie classi), ma penso che la vera valutazione sia la selezione in ingresso, ovvero fare arrivare in classe docenti veramente capaci di insegnare e veramente motivati, perciò capaci di motivare e appassionare gli studenti. Il problema è stabilire obiettivi e criteri della valutazione, cosa non propriamente facile, visto che la scuola non produce beni materiali, ma a si occupa dell’istruzione di bambini e adolescenti. È più bravo un insegnante che boccia tanto o uno che promuove tanto? Si può bocciare per severità, ma anche per incapacità didattica. Allo stesso modo si può promuovere per generosità o perché l&#8217;insegnante ottiene ottimi risultati. La riforma Renzi, attraverso il Rapporto di Autovalutazione che ogni istituto è obbligato a fare, darà un voto e un finanziamento proporzionale al risultato. Centrale in tale valutazione sarà il risultato dei test Invalsi, che però sono contestati dalla quasi totalità degli insegnanti, e misurano (non valutano) soltanto l&#8217;apprendimento di italiano e matematica, dunque una porzione minima del lavoro didattico. Più la tua scuola otterrà un buon risultato, maggiori saranno i finanziamenti, col paradosso che saranno sostenute le scuole che già funzionano e abbandonate quelle in difficoltà. Il secondo problema è chi valuta. E qui sono assolutamente contrario all&#8217;intromissione dei genitori, sia perché non hanno l&#8217;obiettività per farlo, sia perché non è detto che ne abbiano gli strumenti. Spesso, in presenza di risultati negativi dei loro figli, i genitori si sentono valutati e tendono a reagire emotivamente, a difendersi, direbbe la psicanalisi. Mi fido di più del giudizio degli studenti, ho infatti sperimentato che alla fine sono molto più onesti dei loro genitori. Il problema della valutazione è stato usato strumentalmente dalla politica, per avere il facile consenso dei genitori.</li>
</ol>
<p>Ci sono tante altre questioni aperte, ad esempio l’alternanza scuola-lavoro, la revisione dei programmi scolastici (siamo l’unica nazione d’Europa che fa studiare 10 e talvolta 12 materie agli studenti e di ogni materia il programma comprende tutto lo scibile umano), le attività di aggiornamento, i testi Invalsi. Avrei bisogno di scrivere un altro libro per poterne parlare in maniera sensata. E questo dà la misura della complessità dei problemi della scuola italiana, problemi evidentemente non riducibili a slogan pubblicitari. Concludo dicendo, come ha opportunamente ricordato Tullio de Mauro, che quando si parla di scuola ci si dimentica che essa si compone di tre segmenti completamente diverse: elementare, media e superiore, a cui, in un’ottica di educazione permanente, andrebbe aggiunta l’educazione degli adulti. Pensate a quanti adulti farebbe bene un ripasso di storia e geografia e magari qualche nozione di diritto in un’epoca segnata da imponenti migrazioni dai paesi poveri del mondo e da quelli dilaniati dalle guerre.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nel mattatoio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/28/nel-mattatoio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2013 08:15:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Angelika Riganatou]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[ediesse]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelika Riganatou Chiamatemi pusillanime, chiamatemi smidollata, non basterà ad attenuare, neppure per amor di dignità, la profonda repulsione che provo all’ingresso di qualsiasi mattatoio, e quel senso di tragedia reiterata ma invisibile. Non sono una pivella, badate: sono quasi 25 anni che lavoro come veterinaria. Ma concedetemi: come immaginavo la mia vita professionale, quando, fanciulla imberbe, studiavo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-45915 alignleft" alt="mattatoio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/mattatoio.jpeg" width="220" height="281" />di <strong>Angelika Riganatou</strong></p>
<p>Chiamatemi pusillanime, chiamatemi smidollata, non basterà ad attenuare, neppure per amor di dignità, la profonda repulsione che provo all’ingresso di qualsiasi mattatoio, e quel senso di tragedia reiterata ma invisibile.<span id="more-45914"></span></p>
<p>Non sono una pivella, badate: sono quasi 25 anni che lavoro come veterinaria. Ma concedetemi: come immaginavo la mia vita professionale, quando, fanciulla imberbe, studiavo i tomi che mi avrebbero traghettato verso l’orizzonte? Ecco, io vedevo me stessa su una jeep carica di attrezzature varie, per lo più binocoli e macchine fotografiche. Mi immaginavo in giubba mimetica, appostata in selvaggia solitudine, a osservare nidi di rapaci da me personalmente protetti. Mi vedevo operare per ore, al fine di ridare ali ad aquile e grifoni che conoscevo per nome e che mi davano del tu, e poi mi materializzavo a guardarli volteggiare su in alto, pura aria, una volta che li avevo riabilitati e liberati. Nel loro volo, io stessa mi libravo, la mia vita e le mie fatiche acquistavano un senso: sarei stata un veterinario mistico, che camminava sulle acque e ascendeva, come attività collaterale a qualche sutura.</p>
<p>Questo sognavo e, ovviamente, non è mai stato.</p>
<p>Non è stata una sorpresa neppure per me.</p>
<p>Tuttavia, quello che mediamente la gente pensa del veterinario, lo credevo anche io: il Dottore degli Animali, in camice bianco sia in ambulatorio che in stalla, intento a rassicurare botoli, puledri o unicorni con espressione celeste. La verità è che la vita da veterinario per me si è configurata in modo drasticamente diverso, per non parlare dell’espressione – men che mai celeste. Sono decisamente un veterinario multitasking: ho lavorato dappertutto, e l’espressione è glissata da stupore a panico a sofferenza, finché mi si è perfezionata a «maschera impenetrabile », che, nella fattispecie, è quella che indosso anche ora, al mattatoio.</p>
<p>A mia parziale difesa, devo dire che, quando ero studentessa, barcollavo fuori da quegli antri piangendo; oggi mi figuro che nessuno sospetti il dramma interiore. Si può supporre che, mentre infilo la mano nella carcassa calda di un agnello e ne estraggo il fegato per ispezionarlo, io abbia una coscienza, che starnazza instancabile dentro la parure da pubblico ufficiale che indosso? Spero proprio di no.</p>
<p>Ammirate piuttosto l’abbigliamento tecnico: camice, cuffia e stivali bianchi, parannanza di plastica che mi arriva ai piedi, cinturone con fodera per il coltello, che mi fa sentire come un pistolero e per questo lo estraggo anche più del necessario. A che mi serve il coltello, dite? A tagliare organi e a ispezionarne l’interno. In cosa mi distinguo dai macellatori, insinuate? Che faccio infinitamente meno fatica, guadagnando di più, innanzitutto, ma anche che sono la responsabile di ogni cosa: supervisiono le operazioni di scarico degli animali e di macellazione, verifico la salubrità delle carni (e credetemi, non riempie neppure un attimo intero, il tempo che si impiega per passare dallo status di animale a quello di carne), decido se queste possano essere destinate al libero consumo e mi impegno in vari altri corollari, come il «benessere» (sic) degli animali, la tracciabilità, e il rispetto di tutta un’altra serie di norme troppo noiose per parlarne ancora, ma con un carico di angosce che turba i miei sonni.</p>
<p>Oggi i mattatoi italiani rispondono per lo più ai dettami della normativa europea; sono un curioso mix di ospedale e fabbrica, se si guardano le tute bianche, le guidovie, le piastrellature fino al soffitto, e, naturalmente, se si escludono dalla vista i laghi di sangue. Ospedali curiosi, ne convengo, se si suppone che l’obiettivo sia la morte del paziente e la sua riduzione a spezzatino; ma, se invece si considera per un momento che il «paziente» non è l’animale che qui entra, ma il consumatore che se ne satolla in seguito, si può capire che l’attenzione all’aspetto igienico-sanitario non esuli del tutto dalle funzioni di un ospedale. In un certo senso; nell’altro, per la mia sempiternamente starnazzante coscienza, è la porta sull’orrore, né più né meno di tante squisitezze umane.</p>
<p>Quando facevo tirocinio, non erano così garbati i mattatoi in cui venivo spedita. Un’unica sala, gli animali sgozzati insieme alle carcasse, sangue e materiale ruminale ovunque, passanti curiosi, miliardi di mosche, operatori vestiti con abiti da lavoro di colori non identificabili, induriti da strati di sangue. Potete immaginare quale trauma abbiano rappresentato per me quelle visioni, che solo pochi anni prima avevo inteso la «carne» essere il «muscolo» di un animale.</p>
<p>Non io sola ero tanto inconsapevole. Ricordo bene una lezione di anatomia in cui ci fu una confusa e imbarazzante sommossa quando questa identità fu finalmente chiara; così come, qualche anno dopo, allo studiare finalmente l’afta epizootica, leggendaria malattia che era stata combattuta con una politica di abbattimenti, vaccinazioni e varie, si scoprì che tale eroica guerra non era per «salvare» gli animali, che di per sé non soffrivano poi tanto per le conseguenze del morbo, ma per salvare le «produzioni». A quell’epoca io già cominciavo a percepire la portata dell’inganno, e fui meno stupita; ci fu però chi si levò indignato, e polemizzò con il professore, peraltro più annoiato che turbato.</p>
<p>Eravamo gente di città, questo va detto, e non eravamo preparati come i colleghi di provenienza rurale. La carne si comprava dal macellaio, le mucche pascolavano nei prati della Svizzera, come avremmo potuto supporne il collegamento? Ci sono voluti anni di università per perfezionare il contatto col mondo reale. Infine, abbiamo imparato tutti che esistono due categorie: gli animali da reddito e quelli da compagnia. Entrambe le classificazioni sono surrettizie, l’animale cui chiunque è più affezionato e fedele è il reddito, ovunque – laddove per reddito si intendono anche nuance psicologiche che affronteremo in seguito.</p>
<p>Eccomi dunque, oggi: avanzo con cautela, una mano appoggiata sulla fondina mentre l’altra indossa il guanto di ferro a proteggerla. Il rumore della plastica che mi ricopre assomiglia, ne converrete, ai suoni metallici delle armature di eroi fantasy, cui mi ispirerei per la falcata, non fosse il sangue, che rende il pavimento scivoloso. Osservatemi, mentre mi dirigo alla mia postazione. Saluto cordiale chi mi circonda, avendo da tempo abbandonato la velleità di recitare la parte dell’arcigno tutore della legge – ma posso farlo solo se lo sguardo si incrocia con quello di un altro: non si sente niente, a meno di urlare.</p>
<p>Vi porto infatti in un mattatoio per suini: la vasca di acqua bollente, dove le carcasse vengono tenute per qualche minuto, è dotata della spelatrice, una macchina per togliere il grosso delle setole. Produce un rumore continuo, tanto forte che è impossibile sentirsi, a questo si aggiunge il rumore della fiamma per bruciare gli avanzi, e la sega circolare per tagliare la colonna. Tutto il tempo della macellazione, questi rumori ci sovrastano, ma il peggio è riservato agli operatori che stanno di là, accanto alla vasca; la maggior parte di loro accusa cali dell’udito.</p>
<p>Qui dove sono io, la sala accanto, ci sono le guidovie dove scorrono le carcasse, perché gli operatori le aprano, gli estraggano i visceri, e infine le spacchino in due, rendendole mezzene. Solo in fase finale la sottoscritta, dopo aver esaminato le carcasse, prende un campione di diaframma per l’esame trichinoscopico, e nei momenti di pausa passa alla rastrelliera dei fegati, dove un operaio li uncina ordinatamente.</p>
<p>L’operaio di oggi è un ragazzo giovane, neppure vent’anni. Doveva andare all’università, ma ha rinunciato per non aver le idee troppo chiare, e neppure troppa voglia di studiare; il padre, furbamente, lo ha mandato qui. Lo hanno messo a fare uno dei lavori più infami: mentre il pacco intestinale viene automaticamente buttato via una volta estratto dalle carcasse, l’albero respiratorio, con fegato e cuore, gli cade praticamente tra le mani. Lui deve togliere fegato e cuore ed eliminare i polmoni. Sembra facile, sembra possibile… e invece posso assicurare che si tratta di organi sanguinolenti, viscidi, che arrivano palpitanti, e che, nel perfido tentativo di mantenere esistenza, emanano odori e vapori che non sono piacevoli per nessuno, meno che mai per chi vi è destinato così da vicino, come il ragazzo.</p>
<p>I primi tempi era costantemente verdastro:</p>
<p>«Me ne vado, me ne vado, non è possibile…» mi urlava nell’orecchio, insanguinato fino ai gomiti, la parannanza rossa, i piedi immersi nei coaguli.</p>
<p>Come non capirlo? Proprio io, che mi sono fatta dare un tavolino per mettere file ordinate di vaschette dove sistemare i campioni, mentre il collega prima di me non disdegnava sacchetti sguazzanti nelle milze e polmoni, nel punto più asfittico della catena. Io, che lavo ossessivamente il punto di pavimento in cui mi trovo, la mia parannanza, i miei stivali, i miei guanti, perché non voglio abituarmi a essere sporca di sangue, né voglio abituarmi a considerare normale questo mondo, cui è tanto facile diventare indifferenti – perché ho presente Primo Levi, e il suo compagno che lo esortava a pulirsi e a sistemarsi gli abiti fin che poteva, per non diventare una bestia, ma ricordarsi uomo.</p>
<p>Ma tant’è, questo ragazzo, poco più di un bambino, ha dimostrato una tempra considerevole: sono ormai sei mesi che tiene duro. Ora lava spesso la sua postazione, quasi come me, e, udite udite, parla di andare all’università il prossimo anno: «Ancora due mesi – mi annuncia –, ancora un mese e me ne vado… Perché gli altri hanno la passione per questo lavoro, a me non viene…», quasi si giustifica.</p>
<p>Hanno la passione?</p>
<p>Li considero, e scopro che, per certi, ha ragione, per quanto mi sia difficile crederlo. Mi chiedo spesso cosa porti un uomo ad adeguarsi a un lavoro come questo; non tanto a causa della sua insita bruttura, cui si può essere poco sensibili, e, pur essendolo, ci si abitua a qualsiasi cosa… ma svegliarsi alle cinque per andare a lavorare dodici ore, avere in pratica la giornata intera divorata da un lavoro, è una cosa che per me è intollerabile – mi domando come potrebbe esserlo meno, per un ragazzo giovane che ha voglia di vivere. Ma mi domando ancora di più come può esserlo, per chi ha passato trent’anni della sua vita in questo modo.</p>
<p>Sono una figlia della borghesia, dunque? tutta mollezze, mentre loro sono garantiti dall’assenza di aspettative diverse, se non quella di guadagnare abbastanza per costruirsi casa? Perché vengono da un mondo che ha sempre fatto la fame? un mondo essenzialmente contadino, in cui la gente per generazioni viveva «sotto lu padro’» che faceva il bello e il cattivo tempo, e aveva capito che l’unico modo di garantirsi una giustizia sociale era quello di lavorare il più possibile, accumulando beni, per rendersi autonomi? E l’unico strumento era il «pezzo di terra», «la casa», «le bestie» – di tua esclusiva proprietà – e tutto ciò lo ottenevi con lavoro duro, costante, senza domande.</p>
<p>È questa, la passione?</p>
<p>Certo basta a rendermi comprensibile l’immolazione, e mi fa provare anche una sorta di riverente soggezione nei confronti della vita di cui spesso ascolto i racconti.</p>
<p>Ferdinando, il macellatore alle spalle del ragazzo, per esempio, impegnato a spaccare a metà la colonna vertebrale di una carcassa, lavora come tale da quasi quarant’anni. È un uomo massiccio, con i capelli bianchi e un largo, simpatico sorriso – le sue ampie mani hanno le dita contorte, come tronchi d’ulivo. Chissà com’erano, quando, a quindici anni, ha cominciato a lavorare da macellatore? A quei tempi, gli animali non venivano spinti nelle catture – una sorta di gabbione di ferro in cui hanno scarsa possibilità di movimento, che garantisce velocità e protezione dell’operatore – e per stordirli si entrava nel recinto, li si spingeva in un angolo, in una sorta di rodeo de noantri, facendo stramazzare il prescelto, col colpo del bastone di ferro in mezzo alla fronte.</p>
<p>Solo chi è entrato in un recinto con dei bovini spaventati sa quanto possa essere rischioso: quando si parla di vitelli, si intendono anche masse oltre i duecento chili, e quando siamo nel campo dei vitelloni si arriva mediamente ai quattrocento chili, spesso di più. Ora, la faccenda del recinto era probabilmente limitata ai vitelli – io stessa ho visto che le vacche e i tori venivano spinti e isolati dagli altri, prima dell’avvento delle nuove strutture – ma per quanto piccoli, duecento chili sono inquietanti, ve lo garantisco. I bovini non saranno agili, ma sanno essere veloci e, se lotta per la propria vita, qualunque essere vivente trova forze insospettabili. Non so immaginare come potesse un ragazzino affrontare tutte le mattine una situazione simile, come se fosse già parte della vita. Che poi comprendeva la giornata intera a estrarre enormi rumini pieni, tagliare tarsi, arrotolare pelli ancora calde ecc.; e non solo: la sera si caricava il camion, e si attraversava la Val Nerina dormiente per arrivare all’alba a Roma, a consegnare la carne – come succede continuamente, in flusso invisibile, ogni notte, anche adesso, per trasportare ciò che i negozianti vendono ai romani la mattina.</p>
<p>Giorno dopo giorno, anno dopo anno, questo singolo uomo ha continuato fino a oggi. In un solo anno ha spaccato 15.000 colonne, mi ha raccontato una volta – e in tutta la sua vita…?</p>
<p>I suoi figli studiano, uno sta facendo il master in Bioarchitettura all’estero, e l’altro sta prendendo la laurea in scienze bancarie: le loro rette sono state pagate un tanto a capo. Lui gli ha garantito il riscatto.</p>
<p>Chi fa il macellatore si sposta di macello in macello; spesso, come oggi, Ferdinando si alza alla tre per arrivare al mattatoio in tempo, e poi va avanti tutto il giorno. Questo da venti, trenta, quarant’anni. Il suo fisico è provato, dolorante, ma indomabile – per adesso. E i suoi figli faranno ben altro.</p>
<p>A volte porto i cornetti, che loro mangiano insanguinando i tovagliolini, e poi c’è chi si china a bere dalla canna, tirandola su da una pozza di sangue, mentre io guardo altrove, orripilata donnicciola del Duemila. Sono gente diversa da me, e anche da questo ragazzino, che è a un passo dalla libertà. È gente che non ha mai concepito di dare spazio alle esitazioni e ai dubbi amletici, perché, mentre sei intento a dubitare, sprechi tempo prezioso.</p>
<p>Questo non toglie che possano essere infelici, o insoddisfatti. Alcuni sono inclini al bere (e c’è anche chi, a periodi, non può lavorare perché imbottito di psicofarmaci), hanno forti dolori alle spalle, ai gomiti e alla schiena, usurati da tanto lavoro ripetitivo, al punto che devono aiutarsi l’un l’altro a sfilarsi la tuta dopo il turno; se ne lamentano, ne soffrono, ma contemporaneamente li accettano, come parte delle cose classificate sotto la voce «la vita».</p>
<p>È curioso come sia semplice per loro, come per molti altri, capire cosaì sia, questa vita.</p>
<p>Io, che ho costantemente gli occhi perduti tra questo e altri mondi possibili, soprattutto facendo fettine dei diaframmi che dieci minuti prima erano essere vivente; io, che costantemente interrogo gli animali in fila per essere uccisi – e i loro occhi –, e poi le carcasse – e i loro occhi –, e poi coloro che li uccidono, coloro che si occupano della carne, io, insomma, che tartasso ogni cosa con i miei pigolii parafilosofici, so per certo solo questo: che non solo per me la morte è insondabile, ma lo è anche la vita stessa, e forse anche più spietatamente.</p>
<p>Perciò vaneggio inconcludente, nella mia armatura di plastica, al cospetto delle articolazioni sfinite di questi uomini che hanno sempre lavorato duramente, come io non ho dovuto mai, e si sono comprati una casa, come io non ho fatto mai, e hanno dentro di sé il senso della vita, che non richiede senso, come io non ho accettato mai.</p>
<p><em>(Questo testo è tratto da <strong>Mondo Animale, </strong>Ediesse 2013. Nel libro Angelika Riganatou, scrittrice e, per mestiere, veterinaria on the road, racconta il suo viaggio quotidiano nel mondo &#8211; … animale? -, a metà tra memoir e reportage.)</em></p>
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