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	<title>editoria italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Note Book : Silvia Tessitore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2011 01:44:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Editrice Zona]]></category>
		<category><![CDATA[il mio libro]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Tessitore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Tessitore Insomma, è nato. S&#8217;intitola Eleven in September. E&#8217; il mio quinto libro. A circa otto anni dal quarto, un altro libro in cui si parlava di una torre atterrata &#8211; una piccola torre medioevale, abbracciata a una costola degli Uffizi &#8211; e di vittime innocenti. Era la torre dei Georgofili, abbattuta a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/274195_copertina_frontcover_icon.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/274195_copertina_frontcover_icon.jpg" alt="" title="274195_copertina_frontcover_icon" width="120" height="175" class="alignleft size-full wp-image-39831" /></a><br />
di<br />
<strong>Silvia Tessitore </strong> <br />
Insomma, è nato. S&#8217;intitola Eleven in September. E&#8217; il mio quinto libro. A circa otto anni dal quarto, un altro libro in cui si parlava di una torre atterrata &#8211; una piccola torre medioevale, abbracciata a una costola degli Uffizi &#8211; e di vittime innocenti. Era la torre dei Georgofili, abbattuta a Firenze dal tritolo mafioso. Tutti e quattro i libri precedenti avevano un editore, e ben due di questi &#8211; gli ultimi due &#8211; sono stati pubblicati da Zona, la &#8220;mia&#8221; casa editrice. Questo quinto libro, invece, non ha un editore: è disponibile solo come self-publishing (su ilmiolibro.it, o su ordinazione presso le Feltrinelli), ogni singola copia viene stampata per chi la acquista, questo è il succo. Non avrà una promozione &#8220;tradizionale&#8221;, non spedirò copie in giro per recensioni. Provo a spiegarvi perché.<br />
<span id="more-39830"></span><br />
Ho sempre nutrito una forma di acuta compassione, quasi preconcetta, per quei personaggi &#8211; direttori di collana o editori essi stessi &#8211; che &#8220;si sono pubblicati&#8221; i propri libri, eppure per un verso o per l&#8217;altro è quel che è successo anche a me. A mia discolpa posso solo dire che in nessuno dei due casi ho ceduto alla lusinga della vanità: ho sofferto duramente il mio piccolo grande &#8220;conflitto d&#8217;interessi&#8221;, come ben sa chi mi conosce, e ho lavorato con passione e impegno, dando agli altri (com&#8217;è mio costume) sempre più di quanto abbia mai offerto a me stessa. Non ho goduto di particolari privilegi, anzi: i miei due libri han venduto meno di altri, sono stati presentati meno di altri, non sono stati promossi più degli altri.</p>
<p>Orbene: in questo nostro ambiente &#8211; il mondo dell&#8217;editoria &#8211; si dice che spesso uno diventi editore perché è uno scrittore mancato, così come dei produttori cinematografici e discografici si dice siano attori e musicisti mancati (ogni mondo ha le sue perfidie). Io spero di cuore di non rientrare in questa supposta casistica, smentita per altro da illustri eccezioni, anche perché in coscienza ho sempre fatto tutt&#8217;e due le cose: temo però che (nell&#8217;ambiente medesimo) il fatto ch&#8217;io scriva da ben prima di fare l&#8217;editore non mi affranchi dal sospetto (piuttosto l&#8217;avvalori) d&#8217;essere anch&#8217;io uno di quei patetici casi umani. Rispondo a quel sospetto come rispondo di solito a quanti mi chiedono che lavoro io faccia: sono di mestiere giornalista, ma da 14 anni faccio <a href="http://www.editricezona.it/">l&#8217;editore</a>.</p>
<p>Eleven in September è stato sottoposto a varie case editrici, almeno una dozzina (e dico almeno), piccole e grandi, tutte di rispetto, e non è stato accettato. In soli due casi ho ricevuto <strong>a)</strong> una lettera con la classica formula sbrigativa, <strong>b)</strong> un&#8217;immotivata espressione di superbia e cattiva educazione. Nessuno mi ha chiesto soldi, e ho apprezzato il buon gusto. Almeno una decina sono stati invece i commenti (scritti) approfonditi e circostanziati in maniera assai puntuale, segno che il lavoro è stato letto, che ha suscitato interesse, e di questo non posso che rallegrarmi. Ma le discordanze tra i rispettivi punti di vista erano veramente paradossali: non ve n&#8217;erano due coincidenti &#8211; come si dice &#8211; neanche a pagarli. Data la mia esperienza, e quel po&#8217; di mestiere, avevo tutta la disponibilità a rivedere il mio lavoro a partire da un giusto rilievo mossomi da un occhio esterno ed esperto, quanto o più del mio: ma quale?<br />
Mi ci sono arrovellata non poco.</p>
<p>Quando mi resi conto che addivenire a una sintesi di quei giudizi così variegati e discordanti era praticamente impossibile, iniziai a pormi un&#8217;altra domanda: a quali criteri si riferivano i miei colleghi nel valutare il mio lavoro? Quali che fossero, e tutti rispettabili, giungevano a una conclusione unanime: il lavoro così non va bene, non è &#8220;pubblicabile&#8221;. E non per difetto di lingua o d&#8217;espressione: per alcuni &#8220;c&#8217;ero troppo io&#8221;, per altri &#8220;io c&#8217;ero troppo poco&#8221;, per alcuni c&#8217;era &#8220;troppa&#8221; New York, per altri ce n&#8217;era &#8220;troppo poca&#8221;, qualcuno si chiedeva se violare l&#8217;embargo dei novelist americani, che ancora non avevano elaborato il lutto, fosse la cosa giusta da fare (in segno di rispetto, beninteso). Insomma, era come girare attorno a un prisma sfaccettato, dieci centrimetri più in là e il colore della luce era del tutto diverso. Il trionfo della soggettività più pura. Che io rispetto, beninteso, a prescindere. I commenti più lusinghieri e incoraggianti mi sono arrivati da alcuni amici scrittori, ai quali sono molto grata specie perché a questi scrittori non sono legata da vincoli professionali.</p>
<p>All&#8217;epoca del mio primo viaggio a New York, nel 2005, il magazine del New York Times di domenica 11 settembre diceva che negli Stati Uniti occuparsi da un punto di vista narrativo dell&#8217;attacco alle Twin Towers veniva ancora giudicato despicable or quaint, addirittura spregevole o eccentrico. Benché per tutto il decennio precedente, dalla caduta del muro di Berlino in avanti, terrorismo e spionaggio fossero stati pane quotidiano (in senso proprio) per la narrativa popolare americana. Sull&#8217;11 settembre il silenzio l&#8217;ha rotto il cinema, l&#8217;hanno rotto gli undici registi che realizzarono i corti di 11 settembre 2001 &#8211; non casualmente corti, per pudore, ma anche per esaltare la poesia che una narrazione più estesa probabilmente non avrebbe saputo esprimere (vedi infatti il successivo film di Oliver Stone: in cessione al patetismo più deteriore). I narratori sono arrivati solo dopo. Insomma, ce n&#8217;è voluto per elaborare, e forse non s&#8217;è finito.</p>
<p>Di questo lavoro io so che l&#8217;ho ri-digerito da cima a fondo tante di quelle volte che è tempo di dirsi addio: questa esperienza (e parlo del mio rapporto con l&#8217;11 settembre) la porto ancora addosso, e devo separarmene. <em>Eleven in September</em> è un po&#8217; cambiato, nel tempo, ma non nei fondamentali: ho deciso di pubblicarlo come self-publishing per mantenere un profilo del tutto autonomo rispetto a questo mondo dell&#8217;editoria italiana e alle sue logiche, ormai scoperte e usurate, alle quali noi piccoli editori facciamo ancora finta di opporre la nostra buona fede.<br />
Ma qui non c&#8217;è più buona fede che tenga.</p>
<p>Ormai questo mondo, quello dell&#8217;editoria, mi appartiene quanto a un operaio può appartenere la fabbrica per cui lavora. Ognuno di noi, piccoli editori di progetto, in questi ultimi dieci-quindici anni ha provato a dare il meglio di sé a un mercato che credevamo si allargasse per accoglierci, e che invece cresceva e si evolveva per espellerci, escluderci: noi siamo le scorie residuali di un mondo che vive di ben altri e alti fatturati, occupiamo gli spazi di ricetto di magazzini gonfi di chi questo mercato l&#8217;ha saturato e lo ha spaccato, rompiamo le balle ai distributori perché siamo costretti a correre per non cadere, ma non abbiamo potere: non possiamo comprare gli spazi in libreria, non possiamo comprare gli spazi in vetrina, non possiamo comprare le recensioni, tutto questo è in vendita (e non da oggi), e noi non possiamo. Oggi più che mai, non possiamo.</p>
<p>Eppure c&#8217;è chi non fa alcuna differenza tra editore e editore, tra me e Mondadori (per fare un esempio volutamente sballato, ma che tragicamente corrisponde a verità), e chiede a chiunque gli stessi standard, le stesse prestazioni, come fossimo tutti uguali. Per noi piccoli, per dire, l&#8217;abolizione delle agevolazioni tariffarie per i pieghi di libro è stata una mazzata, a Mondadori &#8211; che si fa le leggi ad aziendam e così ruba miliardi alle tasche di tutti, pure le mie &#8211; gliene frega veramente poco. Anzi, come mi chiese l&#8217;impiegata dell&#8217;ufficio postale la mattina che scoprii mio malgrado che le agevolazioni, senza preavviso alcuno, erano state cancellate: <em>&#8220;Signora, ma ancora non l&#8217;ha capito che in questo Paese ne deve campare uno solo e tutti gli altri devono morire?&#8221;.</em> Ovviamente, non mi auguro né penso che la signora avesse ragione, ma c&#8217;è andata certo molto vicino. In termini di libertà e di mercato: che sono poi più o meno la stessa cosa, perché come si dice, senza soldi non si cantano messe. Il mercato editoriale italiano è corrotto ormai alla radice: la grande distribuzione è stata la grande illusione di un banchetto allargato, del quale ci toccano solo briciole. E via via che la crisi cresce, diminuiscono anche le briciole.</p>
<p>In ogni caso, io continuerò a fare l&#8217;editore. La mia piccola battaglia non finisce certo qui. Ma come autore posso affrancarmi sia dal mio personale conflitto d&#8217;interessi che dalle insanabili divergenze degli editor, dal servilismo ch&#8217;è sempre necessario per guadagnarsi una recensione o una segnalazione, dalle mode e dagli stilemi del momento, attraverso questa invenzione che è il self-publishing. Mi affido agli amici, mi affido alla rete, all&#8217;interesse autentico di chi questo libro lo comprerà. Punto. Non è né una sfida né una provocazione: è piuttosto una presa di posizione, e solo in quanto tale accetto di spiegarla.</p>
<p>Tornando all&#8217;11 settembre, il decennale è un anniversario troppo importante, e io ho un debito, verso tutti quelli che mi hanno consegnato le proprie storie perché non fossero dimenticate. Verso la mia stessa esperienza. Era questo il momento per pubblicare questo libro. Ma non vedo perché dovrei infilarlo nel tritacarne del &#8220;sistema&#8221;. Ho bisogno dell&#8217;aiuto di tutti: ma è sempre di questo che ha bisogno un autore, quindi: aiutatemi a diffondere Eleven in September. Prima di tutto, COMPRATELO.</p>
<p>Online qui su <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=632699">ilmiolibro</a> , dove &#8211; insieme alla scheda &#8211; è disponibile anche un ampio assaggio del testo. C&#8217;è di buono che il sito mi segnala addirittura i nomi degli acquirenti: il massimo, posso avere un rapporto one-to-one con ogni lettore. Oppure ordinatelo presso una qualunque libreria Feltrinelli: ho pagato (48 euro: la cifra è alla mia portata) per attivare questo canale di vendita, e pago una lauta percentuale per ogni libro venduto, ma l&#8217;ho fatto per i tanti amici che conosco e che non comprano online. Vi anticipo che gli eventuali &#8220;proventi&#8221; delle vendite saranno investiti in un nuovo viaggio, in un nuovo racconto. E che commenti, giudizi, pareri e quant&#8217;altro su Eleven in September saranno pubblicati sul mio blog http://silviatessitore.blogspot.com. Grazie a tutti, in anticipo e a prescindere.  </p>
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		<title>Rapporto sullo stato dell&#8217;editoria italiana 2010</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 09:54:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[associazione italiana editori]]></category>
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					<description><![CDATA[È uscito da poco il rapporto 2010 dell&#8217;AIE (Associazione Italiana Editori) sullo stato dell&#8217;editoria italiana che presenta i dati per il 2008 e il 2009. Una sintesi del rapporto è visibile qui ed è la fonte di questo post. La scheda della pubblicazione invece è qui. Riporto in breve alcune cifre che mi sembrano particolarmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È uscito da poco il rapporto 2010 dell&#8217;AIE (Associazione Italiana Editori) sullo stato dell&#8217;editoria italiana che presenta i dati per il 2008 e il 2009. Una sintesi del rapporto è visibile <a title="sintesi rapporto aie 2010" href="http://www.aie.it/LinkClick.aspx?fileticket=v5KGXL4WXPQ%3d&amp;tabid=475" target="_blank">qui</a> ed è la fonte di questo post. La scheda della pubblicazione invece è <a title="rapporto aie 2010" href="http://www.aie.it/VIS/Blu/VIS_Quaderni_Blu.aspx?IDUNI=ci5ifyahodymvtjcknw1uf457501&amp;ModDestId=5792&amp;Skeda=MODIF306-22-2010.9.29" target="_blank">qui</a>. Riporto in breve alcune cifre che mi sembrano particolarmente significative.</p>
<p>Per prima cosa, il calo del fatturato del 4,3% rispetto al 2008, che porta il giro d&#8217;affari dell&#8217;industria editoriale nazionale sui 3,4 miliardi di euro. Stando al rapporto, è il secondo calo consecutivo. In questo quadro, tuttavia, c&#8217;è un incremento del cosiddetto canale <em>trade</em> ovvero delle vendite in libreria, nella grande distribuzione, in edicola e on line. Si tratta di un aumento del 3,5%, formato tra le altre cose da un incremento significativo delle librerie di catena, rispetto a quelle cosiddette a conduzione familiare, e da un aumento anche più forte delle vendite on line. C&#8217;è un crollo invece dei collezionabili, ovvero dei fascicoli da edicola, le cui vendite diminuiscono del 31,4%.<span id="more-36993"></span></p>
<p>Un altro dato segnalato è il lieve aumento dei lettori di almeno un libro (non scolastico) all&#8217;anno. Nel 2009 erano 25 milioni, con aumento di 800.000 unità. Di per sé, tuttavia, non arrivano neppure alla metà della popolazione presa in considerazione: equivalgono infatti al 45,1% delle persone con più di 6 anni e, quindi, in grado di leggere. Inoltre, l&#8217;organizzazione interna di questa percentuale rimane costante: solo il 44,9% legge almeno tre libri all&#8217;anno e solo il 15,2% almeno un libro al mese (anche se in questo caso c&#8217;è un aumento di due punti percentuali). I lettori più forti sono i bambini e i ragazzi con percentuali dal 51,6% nella fascia 6-10 anni al 64,7% (venti punti in più rispetto alla media nazionale) della fascia 11-14 e al 57% nella fascia 15-19. Allo stesso modo aumentano le lettrici, che distaccano i lettori di otto punti percentuali (uomini 43,6%, donne 51,6%).</p>
<p>I dati della produzione si fermano al 2008, ultimo anno di cui si possiedono dati definitivi. Si tratta di 58.829 titoli, con un secondo calo consecutivo che porta ad un saldo di 2600 opere in meno in due anni. Tuttavia, è in aumento il numero delle novità: dal 62% del 2007 al 64,3% del 2008. Allo stesso tempo, però, diminuisce il numero di copie per titolo che si attesta a una tiratura media di 3600 copie, 200 copie in meno del 2007. Inoltre, seguendo una tendenza già nota, aumentano fortemente le opere di attualità e dimuiscono le opere di <em>reference</em>. Infine, si contano 7009 case editrici, di cui solo 1600 hanno una presenza diffusa a livello nazionale, e gli addetti della filiera sono circa 36.000.</p>
<p>Gli ultimi dati che mi sembrano interessanti riguardano il mercato estero e quello digitale e degli ebook. C&#8217;è una diminuzione sia nel numero di titoli che in quello di copie relative ad opere non italiane: ovvero vengono tradotti meno libri (20,1% di libri tradotti nel 2008 rispetto al 24,9% del 1997) e di quelli tradotti si producono meno copie (il 36,7% del totale nel 2008 rispetto al 40,3% nel 1997). A rafforzare questa tendenza, c&#8217;è un aumento delle opere italiane vendute all&#8217;estero: sul totale delle novità di autori italiani, il 9,6% è stato venduto all&#8217;estero, segnando la percentuale più alta dal 2001. Il mercato digitale (dai DVD alle banche dati, ai servizi internet e agli audiolibri) copre il 10,7% di quello complessivo. Gli ebook, invece, nel 2009 rappresentavano solo lo 0,03% del mercato si prevede che, per il Natale 2010, toccheranno lo 0,1%, triplicando quindi il proprio mercato.</p>
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		<title>Armi di intrattenimento di massa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 06:07:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Balestrini]]></category>
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					<description><![CDATA[Nanni Balestrini: L’editoria di massa all’estero si fa benissimo, infatti i più grandi bestseller li importiamo, ma altrove si mantiene vivo anche un settore letterario che ha evidentemente un pubblico più limitato ma comunque esistente, consistente. Da noi si fa finta che non esista, questo pubblico diverso; anzi, addirittura lo si respinge, evitando di pubblicare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nanni Balestrini:</p>
<blockquote><p>L’editoria di massa all’estero si fa benissimo, infatti i più grandi bestseller li importiamo, ma altrove si mantiene vivo anche un settore letterario che ha evidentemente un pubblico più limitato ma comunque esistente, consistente. Da noi si fa finta che non esista, questo pubblico diverso; anzi, addirittura lo si respinge, evitando di pubblicare libri che vadano in quella direzione, o ingannevolmente presentandoli come opere d’evasione. [&#8230;]<br />
Viviamo nel dogma capitalista della produttività, nel mito dello sviluppo, c’è il feticcio del PIL; è questo fra l’altro che causa crisi ricorrenti che sono essenzialmente crisi di sovrapproduzione: si incoraggia la gente a indebitarsi sino a che la situazione diventa insostenibile e la bolla esplode. Anche in editoria c’è una quantità eccessiva di pubblicazioni, una massa immensa di titoli che non vengono nemmeno selezionati, si va avanti con gli anticipi della distribuzione, poi al momento delle rese ci si ritrova indebitati fino al collo…</p></blockquote>
<p>continua a leggere  <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/08/27/ottimista-senza-speranza/">Ottimista senza speranza</a>, su <a href="http://www.alfabeta2.it">alfabeta2.it</a> [Una versione più breve di questa intervista realizzata da Andrea Cortellessa a Nanni Balestrini è uscita su «Tuttolibri» della «Stampa» il 21 agosto.]</p>
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		<title>Per non lasciare le penne</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/08/01/per-non-lasciare-le-penne/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Aug 2008 06:02:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[pene d'amore]]></category>
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					<description><![CDATA[Passaggio all’atto di Isabella Borghese La tua telefonata. Sei tu, vero? Era lui l’ Editore, sì, il caro Mio Editore. Doveva dirmi che avevano in mano la copertina. Invece, No. Lui c’era ma a dirmi che saltava la pubblicazione, chiudeva la collana. E così mentre la sua voce stronza gracchiava a esortarmi di uscire dalle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/penne.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/penne.jpg" alt="" title="penne" width="369" height="332" class="alignnone size-full wp-image-6749" /></a></p>
<p><strong>Passaggio all’atto</strong><br />
di<br />
<strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>La tua telefonata. <em>Sei tu, vero?</em> Era lui l’ Editore, sì, il caro Mio Editore. Doveva dirmi che avevano in mano la copertina. Invece, No. Lui c’era ma a dirmi che saltava la pubblicazione, chiudeva la collana. E così mentre  la sua voce stronza gracchiava a esortarmi di uscire dalle mie storie, da Glavaise, da Angel, da Sofia e di scrivere di me senza costruzioni e di tornare da lui dopo un anno poiché mi avrebbe letto, io concludevo, <em>Credimi pure, stronzo!, non tornerò mai da te, </em>clic, e andavo a strappare il mio contratto.<br />
Ho lanciato il cellulare sulla scrivania accanto al letto dove ha dormito Jacques in quella notte romana. Mi son persa per ore in quello schermo bianco a percepirlo quasi ingombrante, a sentirmi ai tempi di scuola quando rimanevo per momenti infiniti nell’incipit di un tema. Quello schermo, ora, non l’avrei mai riempito con la mia vita. Era il mio pensiero fisso alla sua eco, caro Mio Editore, intende?<br />
<span id="more-6746"></span></p>
<p><em>Tra i glitter e gli abiti del camerino una sera che Mme Vanesia ripassava l’interpretazione di I will survive, mentre in sottofondo dalla grande sala rossa giungeva la Valentino di Comprami, Sofia che si muoveva alle spalle di Mme Vanesia, prestava attenzione a una sua ustione, le porgeva il boa rosso con le piume dorate, e lei si soffermava pochi minuti a raccontare a Sofia di quando viveva ancora a Cuba. Di quel pomeriggio in cui a sedici anni un’uscita in bici, una corsa sfrenata, una sgommata brusca per evitare un cane randagio, e poi, di lì a pochi attimi il suo precipitare a terra, sulla ghiaia e pezzi di vetro.</em></p>
<p>Ho trascorso un intero pomeriggio su Pene d’amore. Il titolo ha un doppio senso che diverte parecchio, tra l’altro, e quei racconti erotici in un’antologia tutta al maschile sono una novità: lo sguardo degli scrittori sul nostro universo. Mi soffermavo su un racconto in particolare, un fare curioso il mio, anche morboso, forse. Perché mi scoprivo appassionata nel leggere le parole di quell’autore e a compiacermi nel credere che questo bastasse a farmelo sentire vicino.<br />
Qual è la domanda, Se l’intimo rapporto fra il narratore e il lettore è profondamente erotico?</p>
<p><em>Poi, con cinque centimetri di zeppa e dieci di tacco diventava statuaria Mme Vanesia e mentre Sofia restava a guardare e a sorridere sfiorava con un gesto rapido quei suoi tre centimetri a rocchetto, che la facevano restare pur sempre una donna in miniatura.<br />
Indossate anche le scarpe Mme Vanesia abbandonava la sedia, sistemava il petto, che si vedesse bene intendo e cercava la conferma di Sofia che il rossetto non risultasse troppo poco evidente; l’eleganza e la sobrietà non costituivano di certo il suo stile, e se Sofia arricciava il naso, Mme Vanesia apriva il cassetto della toletta, ne estraeva un lucidalabbra rosso passion, brillantinato e luminoso e impugnava varietà di polvere bianca, anche dalla sua pochette, per ritoccare occhi e umore.</em></p>
<p>Io restavo piuttosto orgogliosa, caro il Mio Editore, su Glavaise, Angel, Sofia, facendo tesoro di altri consigli che conservavo invece come preziosi.<br />
Poi decidevo di chiudere il pc.<br />
Sceglievo di distrarmi e puntavo Pene d’amore ancora una volta e a soffermarmi, io, sulle mie <em>pene</em> d’amore, e sul pene d’amore del cavaliere, quello sconosciuto.<br />
E restavo per ore a ricordare che per comprendere il mio atto d’amore per anni ho raggiunto Anna come fosse un oracolo. Il mio. </p>
<p>Mi sedevo lì, di fronte al suo sguardo, al suo timbro, a volte indulgente, altre severo, altre ancora interrogativo. E ci restavo un’ora intera anche quando il silenzio era l’unico racconto che sapessi proferire. Anche quando le parole c’erano, ma non trovavano forma e consistenza effettiva. Una volta mi sono arrabbiata con Anna. Le ho sputato addosso rabbia e tremori, o forse solo insicurezza e paura, le mie. Decideva che ero pronta a proseguire da sola, un altro paziente avrebbe preso il mio posto. Doveva essere qualcuno di bisognoso, mi dicevo. Ma non mi importava, l’egoismo era il mio portabandiera. Le ho gridato che per quell’abbandono io non ci stavo. Le ho rimproverato la sua freddezza, la sua scelta impertinente, amara, inappropriata, anche incompetente. Sì, io a prendermi il lusso di qualificarla un’incompetente nel lasciarmi andar via in quel modo. In quattro e quattro otto.  </p>
<p><em>Allora Sofia la guardava nella sua completezza e come capitava sempre in questi loro incontri, in quel preciso istante l’ammirava «Sei bella Madame!» si pronunciava solare, e Mme Vanesia puntuale, piegava le ginocchia a pareggiare l’altezza di Sofia e: «Bella sarai tu Sofia! &#8211; diceva, &#8211; Io sono fa-vo-lo-sa!».</em></p>
<p>Il mio sembra un andirivieni di pensieri morbosi, sciocchi, ma finanche deliziosi, per me.<br />
Perché poi lo ammetto, sì, dopo la lettura di quelle pene c’ero io a perdermi nel mio atto d’amore.<br />
L’atto d’amore è una faccenda bizzarra della mia vita. Sembra cresciuto a seguito di un’educazione sessuale, o anche solo di esperienze che non hanno avuto nulla di coerente. Quando dura un’intera notte, quando vive in pochi minuti che sanno bastare, quando manca, quando sembra insipido e quando risulta straordinariamente armonioso. L’atto d’amore che richiede raffinatezze e variazioni assai distanti dall’eleganza. Quando poi i rapporti chiaramente torbidi e insani imbrogliano ancor di più la questione, quasi a farmi inciampare.<br />
E quando l’atto d’amore desidera e capita anche questo: un cavaliere ancora sconosciuto mi avvicina a una sessualità che so sì bramare, ma l’ho scoperto per caso, proprio così, solo con le sue parole che erano anche bende, corde e sevizie.</p>
<p><em>L’abito di Mme Vanesia, in quella mancanza di stoffa sul fianco destro, lasciava intravedere parte di quell’ustione e Sofia cadeva così nell’impulso di un commento fugace, «Juana, chi ha bruciato Mme Vanesia? Non è frutto di una caduta quella…».(…)<br />
</em></p>
<p>Cristo! Ad Anna avevo da poco messo sul piatto d’argento la mia verità: non mi scopavo più Enrico da un anno e da cinque eravamo fidanzati. Mi faceva schifo il suo corpo addosso, a sentirlo sopra di me scaturivano se non fiotti di rivoli un forte senso di nausea; ma lo capirebbe lei, che mi esorta a raccontare? Ma che ne sa lei, caro Mio Editore, di quel senso di nausea fastidioso? Un cazzo! Allora sì che dovrebbe ascoltarmi, poiché dopo vorrei vedere Io vomitare Lei. </p>
<p><em><br />
Paolo aveva quarantatré anni, Angel ancora ventidue.<br />
L’italiano riusciva a conoscere Angel a Cuba in un modo così personale da restarci in contatto anche al suo rientro in Italia.<br />
E Paolo con la sua attività commerciale ben avviata e assai produttiva e qualche casa di proprietà pure, decideva di potere e voler mantenere uno sguardo più attento e reale sulla storia di Angel, giacchè lui ne era a conoscenza da quella vacanza cubana. Chiedeva così un visto turistico e di lì a un anno Angel arrivava a Roma.</em></p>
<p>Enrico poteva spogliarmi sì, certo, nessun problema, lo faceva da anni, ma da tempo e d’improvviso quando il suo corpo cercava di sdraiarsi sul mio e si avvicinava la penetrazione, cristo! Che schifo! D’un tratto ho cominciato a vedere un altro corpo su di me e nemmeno mantenere gli occhi aperti liberava i miei pensieri, no, perché anche le mani di Enrico che toccavano la mia pelle mi riportavano al tatto dell’altro. Quell’uomo malato  a cui ho dovuto per anni prestare il mio corpo per sdraiarcisi sopra, accogliere le sue lacrime, la sua disperazione, il suo amore malato, cazzo! Caro Mio Editore, perché affacciarsi alla mia vita? Che ne può sapere lei di queste ossessioni? Della morbosità? Sì, io conoscevo e studiavo nero su bianco la malattia di quell’uomo, per farmene una ragione, allora sceglievo di giustificare quel suo fare perché inconsapevole. E la comprensione e la conoscenza diventavano negli anni la mia forza.<br />
E dio solo lo sa quanta fatica e quanto fa male anche guardare l’uomo che si ama dritto negli occhi, non presentargli i tuoi fantasmi,  ma implorarlo di scoparsi qualcun&#8217;altra perché  per il sesso non c’era più posto adesso.<br />
(…)</p>
<p><em><br />
E Angel al suo nome affiancava quasi nell’immediato quello di Mme Vanesia.<br />
Paolo metteva a disposizione di Angel il suo monolocale sulla Tiburtina dopo il raccordo. Lo aiutava nell’integrazione facendolo lavorare tramite conoscenze e così Angel viveva di giorno insegnando balli caraibici privatamente, e Mme Vanesia di notte lavorando come cameriera in un ristorante omosessuale della capitale e aprendo poi  le danze con qualche spettacolo drag nelle serate programmate.</em></p>
<p>Ogni martedì come un automa alle 14.00 qualsiasi cosa stessi facendo e ovunque stessi  raggiungevo Anna, un appuntamento inderogabile il mio. Entravo da lei in quella stanza, io a poggiare la borsa sulla sedia vicino alla finestra e ad accomodarmi su quella di fronte a lei. Anna mi diceva puntuale, Allora, come stai? E io dicevo sempre bene, poiché mi piace proprio dire Sto bene, è un bel suono, un buon inizio pure. Sì, mi piace parecchio. Poi però partivo da un sogno e ogni volta io a perdermi tra mille domande e infinite sfaccettature che vedevo nelle questioni e nei ricordi in cui mi sembrava di inciampare. E Anna si pronunciava sempre pronta a dirmi di rallentare e focalizzare le cose com’era giusto che dovessero essere viste dal mio sguardo e come io non riuscivo a vederle, mai. Poi andavo via, con una forte stretta di mano e un grazie ad accompagnarla, ogni volta, e le sue parole da conservare.<br />
Ecco, mi confidavo con Anna in quegli anni che il mio atto d’amore assumeva sfaccettature assai complesse.<br />
E lei dopo pochi mesi dal mio confidarmi voleva congedarmi. Senza chiedermi, senza lasciarmi il tempo di capire, avvertire il distacco nei tempi che volevo mi spettassero.<br />
Ma poi Anna incassava le mie parole, anche gli insulti, e mi accoglieva ancora. Erano giorni di sole quando percorrevo la mia via, poi il lungo viale alberato e la piazza che ogni volta sceglievo di attraversare da un punto differente e dopo pochi metri in salita la svolta a sinistra. E lì a raggiungere Anna tiravo un respiro di sollievo, maturavo la consapevolezza che le ombre della mia vita dovevano essere solo un accessorio, seppur scomodo, ma che non facevano l’intera mia vita.<br />
Anna diventava la parola che mi portava a un pensiero positivo, era una riflessione che mi faceva vedere le cose da una prospettiva e un’angolatura differente, era la voce che sapevo ascoltare e le orecchie che volevo mi sentissero, a cui sapevo confidarmi.<br />
E per parlare bisogna trovare orecchie che sappiano ascoltare a dovere, caro Mio Editore, perché mai dovrei credere che uno come lei abbia tale propensione? Mi fa ridere, mi creda pure! </p>
<p><em>Mme Vanesia esisteva davvero per pochi e per poche realtà: per le sue amiche drag, per gli uomini della notte che a sfiorasi di giorno sceglievano di non riconoscerla, e per i banchi del mercato rionale, sua mèta quotidiana. E lì, raccontava rassegnata Juana che anche lei conosceva bene certe dinamiche, a incontrare Mme Vanesia erano sempre sguardi curiosi, sì, ma sapevano anche sorriderle. Come le signore anziane dei banchi storici: quelle che la osservavano curiose a non capire chi ci fosse davvero in quel corpo e con la voglia di scoprirlo, ma l’imbarazzo che non fa proferir parola e quelle che invece bofonchiavano incuriosite, sì, ma con il fare di chi vivendo una vita di soli sacrifici e lavoro, ignorava l’esistenza di molte questioni, anche della diversità. Allora su Mme Vanesia poggiavano sopra il loro sguardo, con gli unici strumenti che possedevano a commentare, ma senza alcun piglio malevolo ad accompagnarle.  </em></p>
<p>Quando la terapia da Anna terminava e per davvero era fine luglio, un luglio che mi scopriva serena, armoniosa, solare.<br />
Io e Anna ci siamo riviste a settembre e per la prima volta non eravamo in quella stanza, ma davanti a un caffè, a condividere una mia gioia. Poi l’ho incrociata in autobus, a novembre, poche parole Tutto bene? Sì, Anna, tutto bene; e lei a scendere di corsa, la sua fermata era arrivata, sùbito.<br />
E poi? Adesso Anna non c’è più, non c’è più dal 10 dicembre, un infarto, e io solo a gennaio l’ho saputo e quando gennaio era quasi febbraio e mi scendevano rivoli incontrollabili mentre ripercorrevo i miei anni con lei. Tutti.<br />
Il cuore tremava poiché capivo che non l’avrei più potuta cercare, né incrociare casualmente.<br />
Il peso della sua assenza quest’inverno restava qualcosa di insormontabile. Poi col tempo mi soffermavo sulle miriadi di parole che ci siamo scambiate e si sono incastrate a dovere nel corso degli anni. E maturavo che la loro consistenza nella mia vita doveva avere un peso maggiore di quello dovuto all’assenza fisica di Anna. Così a poco a poco accompagnata da questo pensiero mi riscoprivo serena e oggi quando un ricordo mi riporta ad Anna nessuna malinconia sembra più appartenermi. </p>
<p>Mi delizierebbe solo la possibilità di incontrarla almeno una volta per sentire la sua voce chiedermi Come stai? E poterle dire ancora una volta, e che sia pure l’ultima se così dev’essere, Anna sto bene.<br />
Questo, sì, mi incanterebbe.</p>
<p>Come m’incanta soffermarmi su Glavaise, Angel o Sofia. Del resto, lo scrivevo in Angel, il figlio che era davvero: scrivere è un’attività solitaria in cui il lettore esiste come una speranza e un incanto. </p>
<p><em>La storia di Angel a Sofia la raccontava   Juana mentre sul palco passavano le interpretazioni di Material girl, Pedro e Somewhere Over the Rainbow.<br />
Oggi Mme Vanesia non vive più nel monolocale di Paolo, condivide un bilocale a Tor Pignattara con delle amiche, ma sono in sei a viverci dentro e con un unico bagno cieco.<br />
</em></p>
<p>Notte romana, caro il Mio Editore., sono certa però che le stiamo dedicando due sguardi molto distanti l’uno dall’altro.<br />
Ogni cosa da me adesso sembra riposare: il mio cellulare, l’antologia erotica, anche l’atto d’amore. Quello che giorni fa mi teneva sveglia quasi l’intera notte deliziandomi di sensazioni rare e care con quell’uomo che conosco da tempo.<br />
E l’atto d’amore di questa notte, che prima di vedermi riposare, accompagnato dal pensiero di quella lettura pomeridiana verrà nella mia mano mancina e con la passione per quel cavaliere che invece non ho mai incontrato.<br />
E immagino di sì, allora, è anche profondamente erotico il rapporto tra il narratore e il lettore.</p>
<p><em>Quella notte nel locale Mme Vanesia spariva statuaria, un’andatura che pareva voler rivelare dell’orgoglio ad accompagnarla e mutava ritmo solo appena saliva su quel palco di pochi metri riscaldato e illuminato da fari che riportavano agli anni Ottanta e incorniciato dalla voce di Gloria Gaynor.<br />
Sofia e Juana partecipavano alla sua esibizione sempre insieme, silenziose, aspirando una camel light e sorseggiando una un long island, l’altra un cosmopolitan. E quel degustare  non durava che il tempo di un’interpretazione, quella sera sulle note di I will survive, sei minuti e venti secondi.</em></p>
<p>Allora, carissimo il Mio Editore che non tornerò mai da lei, sono al punto di credere, e da anni ormai, che bisognerebbe essere dentro la testa della gente per capire ogni questione, ma la testa non sempre funziona a ragione, siamo anche tutti così comprensibilmente differenti. E se certe menti sragionano a dismisura diventa assai più difficile cercare delle risposte che sappiano soddisfarci a dovere, donandoci chiarezza.<br />
Del resto la verità, per essere unica, bianca o nera, se unica e sola dev’essere necessita di un lungo percorso, soffermarsi anche sulle sfumature, il grigio. Ecco. Sembra banale ma anche piuttosto umano tutto questo. E la mia verità rispetto a lei, caro Mio Editore, oggi  è unica, sebbene mi sia interrogata più e più volte quasi a desiderare di riconciliarmi con lei. Tentativo vano: se non avessi firmato nemmeno il contratto e avessi avuto anche solo la sua parola per la pubblicazione, mi creda, non avrei compreso lo stesso la sua telefonata. Allora mi delizierei IO a leggere un suo racconto per scoprire cos’è il rispetto e l’onore nella sua vita, se esistono, intendo.<br />
Sono tornata al lei, so che non la disturberà, ma faccia conto che sto rispettando la sua veneranda età. Del resto è necessario per me poiché ormai non so assegnarle un posto più vicino.</p>
<p><em>Il passato di Angel era l’orrore che alberga nelle piaghe della vita familiare, il presente di Mme Vanesia restava invece incastrato in uno sguardo che a voler chiedere un riscatto alla vita non conosceva però le parole per farlo.<br />
E oggi nei suoi occhi noisette non ritrovo ancora una luce differente.<br />
</em></p>
<p>E domani riprenderò le mie storie con le parole che so usare, mentre qualche raggio di sole taglierà la tenda gialla della mia stanza a cambiarne la luce.<br />
E sto bene. Un bel suono, un buon inizio.</p>
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