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	<title>editoria &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La parola prodromi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Rigiani</strong><br />
Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Davide Rigiani</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg" alt="" class="wp-image-120345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-768x509.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1536x1017.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-2048x1356.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-696x461.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1068x707.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1920x1272.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ds_30-1795490/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Dmitriy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p class="dropcapp2">Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.</p>



<p>Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.</p>



<p>A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.</p>



<p>Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.</p>



<p>Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.</p>



<p>E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.</p>



<p>In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.</p>



<p>È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.</p>



<p>Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.</p>



<p>Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.</p>



<p>Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.</p>



<p>In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.</p>



<p>Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.</p>



<p>Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.</p>



<p>Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.</p>



<p>Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.</p>



<p>A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.</p>



<p>Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.</p>



<p>Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.</p>



<p>La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.</p>



<p>Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.</p>



<p>Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.</p>



<p>Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.</p>



<p>Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.</p>



<p>Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?</p>



<p>Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.</p>



<p>A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.</p>



<p>Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.</p>



<p>L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.</p>



<p>Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default"><blockquote><p>Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.</p>



<p>In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno. </p>



<p>Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.</p>



<p>A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.</p>



<p>Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.</p>



<p>L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?</p>



<p>Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.</p>



<p>Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.</p>



<p>Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.</p>



<p>Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.</p>



<p>Bello, dice lui.</p>



<p>Bello è bello, dico io.</p>



<p>Una volta leggevo, dice lui.</p>



<p>Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="border-color:#0693e3"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.</p><p>E come vanno. Ecco che sento i prodromi.</p></blockquote></figure>



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<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa. <br /><br />E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.</p>



<p>Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.</p>



<p>Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.</p>



<p>Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.</p>



<p>È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.</p>



<p>Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.</p>



<p>Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.</p>



<p>Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Pagatə per scrivere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 06:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[ariosto]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gaia Benzi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro culturale]]></category>
		<category><![CDATA[precarietà]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gaia Benzi</strong> <br /> Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/30/di-lavoro-non-ne-parliamo-per-favore/">nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa</a>, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/19/leggi-scrivi-crepa-3-articoli-sulla-crisi-editoriale/"> periodici soprassalt</a>i. E ho quindi invitato Gaia Benzi a rompere il ghiaccio, ben sapendo sia io che lei che non si salta fuori angelicamente dalla contraddizione, e che, diabolicamente, come accade su questo sito, si finisce per scrivere di ciò che più ci preme gratuitamente, dal momento che quando siamo pagati, invece,</em> siamo al servizio, <em>meno liberi nei tempi, nei modi, nei temi. a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Gaia Benzi</strong></p>
<p style="padding-left: 160px;">Apollo, tua mercé, tua mercé, santo<br />
collegio de le Muse, io non possiedo<br />
tanto per voi, ch&#8217;io possa farmi un manto.</p>
<p style="padding-left: 160px;">«Oh! il signor t&#8217;ha dato&#8230;» io ve &#8216;l conciedo,<br />
tanto che fatto m&#8217;ho più d&#8217;un mantello;<br />
ma che m&#8217;abbia per voi dato non credo.</p>
<p style="padding-left: 160px;">[…]</p>
<p style="padding-left: 160px;">Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta<br />
con la lira in un cesso, e una arte impara,<br />
se beneficii vuoi, che sia più accetta.</p>
<p style="padding-left: 160px;">Ludovico Ariosto, <em>Satira I</em>, vv. 88-93; 115-117</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È il 1517 e Ludovico Ariosto si lamenta con il fratello Alessandro e il collega Andrea Marone delle ristrettezze del lavoro culturale, e in particolare dell’ingratitudine del loro comune datore di lavoro, il Cardinale Ippolito d’Este, che apprezza la sua penna più per la burocrazia che gli risparmia in qualità di Segretario che per i versi che lo renderanno celebre.</p>
<p>Saper scrivere, d’altra parte, non significa per forza fare gli scrittori. Anzi, non lo significa praticamente mai, se per <em>fare gli scrittori</em>, o le scrittrici, intendiamo qui trarre un reddito completo e soddisfacente dalle attività afferenti al “collegio de le Muse”, per dirla con Ariosto, e non a quelle, forse meno auliche ma sicuramente meglio pagate, relative al fare cose con le parole, come dare vita a copy, bandelle, brochure, pitch, abstract, report, unità didattiche, e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>Per essere gente che si guadagna da vivere scrivendo, comunque, non sembriamo aver letto molto, perché quando si tratta di parlare del nostro lavoro diciamo sempre le stesse cose. Sull’industria culturale ha già detto tutto quello che c’era da dire un suo campione indiscusso, Honoré de Balzac, che al tema ha dedicato la gemma della sua <em>Comédie</em>. In <em>Illusioni perdute</em> la parabola devastante di Lucien de Rubempré ci racconta della mercificazione del lavoro culturale, delle illusioni che suscita e delle altrettanto cocenti delusioni a cui conduce i giovani ingenui, con la testa piena di libri e le tasche vuote di soldi.</p>
<p>Nella <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9FMcfER_qys">trasposizione cinematografica di qualche anno fa</a> l’editore a cui Lucien si rivolge appena arrivato a Parigi è interpretato da un particolarmente disgustoso Gerard Depardieu che, dopo avergli rifiutato la raccolta di poesie giovanili perché la poesia, a detta sua, non vende (non vendeva già all’epoca, pare, e ci si chiede a questo punto se abbia mai venduto) alla domanda se ritenesse il suo ultimo successo commerciale un libro che valeva veramente la pena leggere risponde: “Ah, ma che ne so io, sono analfabeta!” Una forzatura, certo, rispetto a un Dauriat già abbastanza arrogante e insopportabile sulla carta, ma una forzatura che rende bene il disprezzo balzachiano per gli editori e i direttori di giornali. Balzac, che giornalista lo era stato davvero, dipinge il ritratto di un Lucien prontamente adottato dalla panacea delle riviste dopo il rifiuto delle <em>belles lettres</em>, che utilizza due nomi diversi per firmare un giorno una recensione entusiasta e il giorno dopo una stroncatura dello stesso libro, per aumentare le vendite di un prodotto mediocre. Alla fine deciderà di cambiare totalmente casacca, buttare al vento gli ideali politici di gioventù e saltare sul carro dei conservatori in cambio di un po’ di successo: un errore che gli sarà fatale in un ambito, oggi come ieri, dove la reputazione è valuta corrente.</p>
<p>Conformismo, page basse, mercificazione e mobbing: ma il lavoro culturale ha anche dei difetti. Uno di questi è la tendenza a essere investito di un valore emotivo, aspirazionale, fino al punto di diventare l’elemento centrale dell’identità di chi lo pratica con non tutti gli annessi e connessi.</p>
<p>Perché infatti Ariosto si lamenta delle mansioni da Segretario che svolge per il Cardinal Ippolito? Non era forse quello già un lavoro importante, che ne riconosceva l’abilità e le capacità intellettuali? Chiaramente sì, almeno sulla carta, eppure no, non lo era, perché quando parliamo di lavoro culturale, e soprattutto quando <em>ci lamentiamo</em> del lavoro culturale, stiamo parlando di qualcosa che non è lavoro, e non è nemmeno cultura: stiamo parlando, principalmente, di noi stessi.</p>
<p>Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà, dai contorni vaghi e spregiudicati, assurta a principale fonte di reddito delle nostre vite. Ma la dimensione capitalista in cui siamo costretti a vendere la forza lavoro per sopravvivere non sarà mai completamente sovrapponibile alle nostre passioni, e soprattutto <em>non dovrebbe esserlo</em>.</p>
<p><a href="https://transform-italia.it/lamore-non-basta/">L’amore, infatti, non basta</a> per lavorare, e anzi è bene che resti il più lontano possibile dallo stipendio se uno stipendio si vuole continuare ad averlo. Lo sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle lavoratrici culturali sulla <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FmigZKYHZ_g">leva della passione</a> è infatti l’altro grande tratto caratteristico dell’industria culturale. Nel mondo editoriale si fa spesso riferimento alla “bolla” sociologica, cioè all’<em>eco chamber</em> prodotta dal feed di Facebook; meno spesso, invece, si affronta il tema della “bolla” economica, cioè di un livello di (sovra)produzione reso possibile soltanto dal lavoro sottopagato o totalmente gratuito della stragrande maggioranza della filiera, dalle scrittrici agli uffici stampa, dai grafici ai correttori di bozze.</p>
<p>Se l’editoria iniziasse veramente a pagare salari dignitosi a tutte le persone che lavorano nel settore il Salone di Torino sarebbe ridotto a un padiglione solo. E questo vale per le grandi come per le piccole case editrici, per le medie, blasonate e storiche, e per le micro, battagliere e politicamente schierate: nessunə è immune a uno sfruttamento spietato della forza lavoro, fosse anche semplicemente la propria.</p>
<p>È una costante uguale per tutti, nel bene come nel male: c’è tanta editoria militante, di frontiera, d’avanguardia, che senza quell’ingenuo ottimismo della volontà, senza l’illusione di una convergenza possibile fra professione e passione, semplicemente non esisterebbe; ma non esisterebbe nemmeno tanta carta straccia, tanto rumore di fondo e tanta broda riscaldata spacciata per <em>necessaria</em>.</p>
<p>In fondo, perché stupirsi? L’industria culturale è un’industria come un’altra, anche lei espressione di un mercato capitalistico, per quanto lastricato di buone intenzioni. È un mondo comodo solo per chi non ha bisogno di lavorare e può permettersi <a href="https://eleonoraccaruso.substack.com/p/chi-puo-permettersi-di-perdere">il lusso di perdere</a>.</p>
<p>Ma anche per chi perde abbastanza a lungo da riuscire a vincere, il successo è quasi sempre venato di compromessi, sottoposto a una pressione e a una competizione sfiancanti. Non è un caso che molte delle persone che<em> sembrano</em> averlo ottenuto – perché mai come in questo lavoro vale il detto<em> “</em>fake it until you make it” – a un certo punto crollano, si sfaldano, si sfogano, lasciando trapelare tour deliranti e performance continue e malpagate. Paradossalmente, chi vince è quasi sempre incastrato in un personaggio già scritto, referente perpetuo di un solo argomento, condannato a occupare una nicchia di mercato fino a saturarla, se necessario, costretto a un personal branding incessante e impossibilitato a perdere nuovamente qualcosa – che si tratti di tempo o contatto col mondo. L’errore, l’erranza, quella dimensione così feconda e importante per la creatività e lo studio, diventano in poco tempo chimere passate, e prendono vita lamentele nuove: forse con la cultura si mangerà anche, alla fine, ma non si ha più tempo di leggere, scrivere e andare al cinema. Che senso ha avuto allora affannarsi tanto, se si finisce per smettere di fare le cose che più amiamo in questo lavoro? Che più amiamo, forse, nella vita?</p>
<p>Se c’è una cosa che può in parte disinnescare i meccanismi di sfruttamento è la scelta collettiva, radicale, di smettere di lavorare male. Quindi ben venga la sindacalizzazione, anche nella precarietà, e se non ci sono soldi ci pagassero in garanzie, pezzi di carta, quote di proprietà: qualunque cosa tranne la retorica della passione.</p>
<p>Ma a fianco delle giuste rivendicazioni di categoria sarebbe importante iniziare a sdoganare anche altre vie, strade terze, in cui l’espressione di sé viene praticata liberamente e alle proprie condizioni in virtù di un lavoro <em>altro </em>che non è sconfitta, ma guadagno, senza che la credibilità o la reputazione di chi sceglie questa via (o è costretto a) ne riporti danno.</p>
<p>Nel mondo per cui non smetterò mai di lottare non solo le scrittrici e gli scrittori verrebbero adeguatamente pagati per scrivere, ma anche per <em>non scrivere</em>, che è poi la loro attività principale. Nel mio mondo ideale, verrebbe retribuito l’ozio, ciascuno sarebbe libero di coltivare l’arte che preferisce e vivremmo tutti a spese del Pritaneo.</p>
<p>Ma il mondo in cui viviamo non è affatto così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ludovico Ariosto pagherà caro il rifiuto a piegarsi ai dettami del suo mecenate. Licenziato dal Cardinale, sarà costretto ad accettare incarichi d’ufficio che lo porteranno per anni lontano dallo studio e dagli affetti. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscirà a ottenere la direzione del teatro stabile di Ferrara, il primo d’Europa, che gli permetterà di dedicarsi a tempo pieno alle lettere e dare alle stampe il suo capolavoro.</p>
<p>L’<em>Orlando Furioso</em> esce nel 1532, e ha subito un grande successo.</p>
<p>Ariosto morirà l’anno dopo, all’apice della carriera.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: &#8220;Un cliente istruisce il copywriter sugli obiettivi della comunicazione&#8221;.</p>
<h3>⇓</h3>
<p><strong>Gaia Benzi</strong> su Nazione Indiana: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/14/costruire-antifascismo-oltre-lemergenza/">Costruire antifascismo oltre l’emergenza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>⇓</h3>
<p>Ancora del lavoro letterario, culturale, su Nazione Indiana (ben 18 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oppure questo (solo 9 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">L’era dell’autopromozione permanente | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Dieci anni di Elba Book Festival</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/06/dieci-anni-di-elba-book-festival/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jul 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Elba]]></category>
		<category><![CDATA[elba book festival]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudia Mirrione</strong><br />
Dedicato all’editoria indipendente, Elba Book Festival si svolgerà tra il 16 e il 19 luglio, a Rio nell’Elba. Tra presentazioni, dibattiti e laboratori, #ebf si conferma un punto di incontro per autori, editori e lettori che condividono la passione per i libri e la letteratura. Abbiamo intervistato Marco Belli, direttore artistico del festival.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Intervista a <strong>Marco Belli</strong></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Claudia Mirrione </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-108899 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/manifesto_ebf10-718x1024.jpg" alt="" width="528" height="840" /></p>
<p style="text-align: justify;">Dedicato all’editoria indipendente, Elba Book Festival si svolgerà tra il 16 e il 19 luglio, a Rio nell’Elba. Tra presentazioni, dibattiti e laboratori, #ebf si conferma un punto di incontro per autori, editori e lettori che condividono la passione per i libri e la letteratura. Abbiamo intervistato Marco Belli, direttore artistico del festival.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Elba Book è giunto alla sua decima edizione ed è ormai una realtà affermata nel panorama culturale italiano. </strong><strong>È</strong><strong> forse opportuno, in questa sede, ricordare ai lettori qual è la missione del festival e cosa lo distingue da altri contesti letterari.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Elba Book Festival è un festival dedicato alla piccole e medie realtà editoriali indipendenti italiane che si svolge nella terza settimana di luglio a Rio nell’Elba; nasce con l&#8217;obiettivo di mettere assieme piccoli e medi editori al fine di condividere le varie esperienze sul mercato cartaceo e digitale e mettere a punto nuove strategie di joint venture, cooperazione, metodi di distribuzione, proposte politiche per la tutela degli editori indipendenti. La manifestazione ha sempre voluto mettere al centro della propria azione culturale la promozione della lettura attraverso l&#8217;implementazione di una rete tra “tutti i soggetti attivi nel mondo del libro” (biblioteche, librerie, editori, associazioni culturali, associazioni professionali, associazioni di volontariato, altri festival). Elba Book, arrivato quest’anno alla sua decima edizione, si è dato l’obiettivo di diventare un volano di crescita per un territorio, quello riese, che da oltre quarant&#8217;anni ha puntato anche su un turismo sostenibile ed ecologico».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tema prescelto dalla rete PYM che coinvolge Elba Book, insieme alla </strong><a href="https://www.fieralibroiglesias.it/"><strong>Fiera del Libro “Argonautilus” di Iglesias</strong></a><strong>, a </strong><a href="https://festivalgiallogarda.it/"><strong>Giallo Garda</strong></a><strong> e alle </strong><a href="http://officinewort.com/"><strong>Officine Wort</strong></a><strong>, è “attenzione”. Che cos’è la rete PYM e come mai avete scelto un tema-guida tanto inflazionato, anche se superficialmente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«La Rete PYM è una rete di Fiere e Festival, nata nel 2019 per stimolare un’azione coordinata e collettiva orientata alla diffusione della lettura come strumento di benessere individuale e sociale. Molto spesso l’attenzione viene confusa con una sorta di sforzo muscolare. Quando si dice agli allievi “ora state attenti”, li si vede corrugare le sopracciglia, trattenere il respiro, contrarre i muscoli. Se qualche istante dopo si domanda loro a che cosa siano stati attenti, non sono in grado di rispondere. Non hanno fatto attenzione ad alcunché. Non hanno fatto attenzione. Hanno solo contratto i muscoli». A spiegarlo con sagacia è stata Simone Weil facendo riflettere sulla differenza tra essere attenti e prestare attenzione a ciò che si può ascoltare. In una società in cui la fretta scandisce i tempi e si viene facilmente sopraffatti da una moltitudine non referenziata di informazioni, immagini, suoni e stimoli vari, secondo noi la possibilità di riuscire ancora a prestare attenzione è una chance che può aiutare l’individuo a non vivere in un tempo sclerotizzato, troppo simile allo scroll di immagini, tutte diverse fra loro, in uno qualsiasi dei principali social network. Il concetto di attenzione è un processo cognitivo da allenare affinché si impari a selezionare i tanti stimoli che arrivano in ogni momento, ma soprattutto a ignorarne altri, in una società bombardata da informazioni anche false. Questo esercizio dovrebbe iniziare da piccoli. Dunque cos’è l’attenzione? Sempre secondo Weil è prendersi cura dell’altro, essere generosi, è dare fiducia all’interlocutore. Attenzione è fare spazio all’altro, è un’arma bianca di difesa, l’attenzione è cura contro la guerra, contro la prevaricazione. Le forme dell’attenzione, tutte necessarie, sono di vari tipi: ad esempio, quella rispetto al territorio e all’ambiente per capire quali siano le sue criticità e le sue esigenze».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oltre che per la contestualizzazione delle tematiche in loco e per i gemellaggi virtuosi con altre manifestazioni emancipate, così i Fumi della Fornace di Valle Cascia (Macerata), Elba Book si è sempre distinto per gli ospiti di un certo calibro, a cominciare dalla battaglia ideale al fianco di Sigfrido Ranucci di Report dalla prima ora. Ci può dare qualche anticipazione sul programma?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Avremo come ospiti Tomaso Montanari, Gianluca Costantini, Carlo Lucarelli, Daniela Lucangeli e tanti altri; parleremo di attenzione pubblica, attenzione da un punto di vista cognitivo, attenzione in letteratura e ovviamente di attenzione all’ambiente».</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-108900 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-1024x684.jpg" alt="" width="696" height="465" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-1536x1027.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-696x465.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-1068x714.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2-628x420.jpg 628w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Piazza-Matteotti.-Ebf2.jpg 1616w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’interno del festival si terrà la nona edizione del Premio “Loris Claris Appiani” per la traduzione, istituito dalla famiglia Appiani, in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena, in ricordo del giovane avvocato elbano ucciso nel 2015, al Palazzo di Giustizia di Milano. Qual è lo spirito che anima il riconoscimento? E quali le novità che prevede per quest’estate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«La cerimonia di assegnazione apre tradizionalmente Elba Book Festival, quest’anno il 16 luglio, alle ore 18.30. La lingua prescelta per quest’anno è il tedesco. Abbiamo annunciato il vincitore al recente Salone del Libro di Torino: primo premio a <em>I morti dell’isola di Djal </em>(L’Orma, 2023) di Anna Seghers, tradotto da Daria Biagi;  <em>Robbi, Tobbi e il Vonapé </em>(Lupoguido, 2023) di Boy Lornsen, tradotto da Valentina Freschi ha ottenuto una menzione speciale. La giuria del premio è presieduta dal 2023 dalla docente Giulia Marcucci; dal 2024 è stata nominata come componente fissa la traduttrice Ilide Carmignani. Per la nona edizione la giuria è formata da Claudia Buffagni, Giancarlo Maggiulli, e dalle stesse Marcucci e Carmignani. L’iniziativa affonda le proprie radici nel territorio, ricorda un uomo di legge di origini elbane attraverso una pratica, quella della traduzione, che è essenzialmente pratica di pace, di dialogo e di inclusione, risposta alla violenza che sempre più spesso si concretizza in episodi tragici e assurdi. All’interno di un festival che, seppur sostenuto da un’eco mediatica nazionale si svolge nel piccolo, al margine, nella periferia, il premio alla traduzione letteraria rappresenta un’apertura verso il mondo, sia per la presenza di lingue “altre”, sia perché la letteratura racconta storie che hanno come centro l’essere umano, nella sua essenza e nella sua molteplicità. Un progetto nato da questo premio è la scuola di traduzione intitolata a “Lorenzo Claris Appiani”, una autumn school che si è svolta per la prima volta lo scorso anno, a Rio Marina, nell’ultima settimana di settembre, organizzata dall’Università per Stranieri di Siena con sedici giovani traduttori coordinati dalle traduttrici Ornella Tajani e Federica Di Lella, vincitrice dell’edizione 2022».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il premio Demetra per la divulgazione della letteratura ambientale indipendente, nato in seno a Elba Book grazie al Consorzio Comieco, prevede in giuria la partecipazione degli studenti di alcune sezioni della scuola ITCG “Cerboni” di Portoferraio. Quanto è importante questo doppio movimento, portare, per così dire, le università “in piazza” (come avviene nel caso del premio Appiani), e avvicinare i più giovani alla lettura e a occasioni relazionali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Per noi è un gesto politico fondamentale per creare infrastrutture sociali utili a rendere la cittadinanza, ma soprattutto i giovani, più vigili e attenti rispetto al proprio presente».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci saluta con un augurio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Spero che sia una grande festa di pubblico e del pensiero per dare voce al nostro urlo collettivo contro la guerra».</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Un editore rompitascabile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/06/20/un-editore-rompitascabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jun 2024 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Fortunato Formiggini]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Romano A. Fiocchi</strong><br />
Era il 29 novembre 1938. Angelo Fortunato Formiggini, uno dei più geniali editori del XX secolo, italiano «di sette cotte» ma di origini ebraiche, dopo aver sopportato le già pesanti ingerenze del regime, rifiuta di accettare l’estremo affronto delle leggi razziali. Da Roma, dove risiedeva, torna alla sua Modena, sale sulla torre Ghirlandina e si lancia nel vuoto urlando «Italia! Italia! Italia!»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-108616" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina.jpg" alt="" width="357" height="551" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina.jpg 1523w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-663x1024.jpg 663w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-768x1186.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-995x1536.jpg 995w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-1326x2048.jpg 1326w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-150x232.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-300x463.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-696x1075.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-1068x1649.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/copertina-272x420.jpg 272w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" />di </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><b>Antonio Castronuovo</b></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Formíggini. Vita umoristica (e tragica) di un editore del ’900</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Edizioni Pendragon, 2024.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Lessi </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Parole in libertà</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"> di Formiggini nel 2009, quando venne pubblicato nell’accurata riedizione della casa editrice Artestampa di Modena. L’anno successivo lo utilizzai, come se fosse un talismano della libertà di stampa, per inaugurare una rubrica sul primo numero di «TuonoNews.it», quotidiano digitale di Alessandria. Ma Angelo Fortunato Formiggini rappresenta ben più della semplice libertà di stampa, tanto che la piacevole biografia pubblicata nel maggio scorso dalle </span></span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.pendragon.it/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;">Edizioni Pendragon</span></a></u></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;">, a firma di Antonio Castronuovo, riesce a farne meritatamente «un punto luminoso del Novecento». Castronuovo procede con agilità di penna tra umorismo e approfondimento, spirito goliardico e aneddotica. Uno stile ironico e autoironico, elegante e garbato al tempo stesso, che l’inventore dei “Classici del ridere” avrebbe sicuramente apprezzato. </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;">Castronuovo parla insomma di Formiggini con la stessa leggerezza scanzonata di Formiggini. E lo fa iniziando dal fondo, che è in realtà la parte più drammatica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Era il 29 novembre 1938. </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Angelo Fortunato Formiggini, u</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;">no dei più geniali editori del XX secolo, italiano «di sette cotte» ma di origini ebraiche, dopo aver sopportato le già pesanti ingerenze del regime, rifiuta di accettare l’estremo affronto delle leggi razziali. Da Roma, dove risiedeva, torna alla sua Modena, sale sulla torre Ghirlandina e si lancia nel vuoto urlando «Italia! Italia! Italia!» In tasca gli troveranno alcune banconote da centomila lire. Cifra allora esorbitante, a dimostrazione del fatto che il suo non era un suicidio per problemi economici ma per protesta. Il regime si affrettò ad insabbiare tutto: nascose l’identità del suicida, impedì ai giornali la pubblicazione della notizia, vietò qualsiasi necrologio a pagamento, autorizzò solo un funerale notturno, per poi concedere, dietro le lamentele della vedova, una cerimonia di mattina presto con pochi parenti e amici strettissimi nonché, come deterrente, una scorta di diverse decine di poliziotti in divisa e in borghese.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Formiggini ci ha lasciato circa seicento titoli, varie annate di riviste («Rivista pedagogica», «Rivista di filosofia», «Gioventù Italiana», «L’Italia che scrive»), un archivio editoriale di trentamila lettere scambiate con autori, collaboratori e istituti, i duemilatrecento volumi e centoquaranta periodici dell’eccentrica collezione della Casa del Ridere, infine l’archivio familiare con documenti che risalgono al XVII secolo. Gran parte di questo materiale è conservato nella </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://gallerie-estensi.beniculturali.it/biblioteca-estense-universitaria/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;">Biblioteca Estense di Modena</span></a></u></span><span style="font-family: Georgia, serif;">. Ed è lì che Castronuovo è andato a rovistare. Naturalmente di persona. Naturalmente con in tasca una copia di </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Parole in libertà</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, gli ultimi scritti di Formiggini, usciti postumi nel 1945. Naturalmente, come ci racconta, dopo essersi recato ai piedi della torre Ghirlandina, dove spicca la lapide di marmo rosato con la celebre iscrizione:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Al tvajol ed furmajin [il tovagliolo del Formaggino] / così chiese ai Modenesi che venisse chiamato / il piccolo spazio che c’è fra la Ghirlandina / e il monumento al Tassoni / Angelo Fortunato Formiggini, / accingendosi a testimoniare con il suicidio / l’assurdità delle leggi razziali. / Nel cinquantesimo anniversario di quel tragico evento / i Modenesi, esaudendo il desiderio / del geniale editore concittadino, / ne accolgono il messaggio antirazzista / e ricordano alla coscienza civile degli Italiani / l’infamia del regime che promulgò le leggi razziali. / Modena, 29 novembre 1938 &#8211; 29 novembre 1988.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-108618" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Formiggini.jpg" alt="" width="482" height="748" />Castronuovo inizia dunque dall’evocazione del tragico epilogo e suddivide la vita di Formiggini in una trentina di capitoletti, talvolta vere e proprie digressioni, che tuttavia restituiscono al lettore l’inventiva, la cultura e la ‘filosofia del ridere’ di questo straordinario editore, ucciso da quello stesso fascismo che all’inizio aveva paradossalmente abbracciato senza poterne prevedere l’ottusità e la vigliaccheria. Ci sono curiosità che vanno dal perché del suo nome e di quella “i” con l’accento acuto (Formiggini andrebbe scritto Formíggini) alla cronaca della distruzione delle antiche carte di famiglia, distruzione così bizzarra quanto per fortuna limitata. Poi il periodo spassoso della goliardia universitaria, con la sua vocazione per lo scherzo e la burla, gli studi a Bologna, a Modena, a Roma. Fondatore dell’Accademia del Fiasco, Formiggini finisce per conseguire addirittura due lauree, una in giurisprudenza e l’altra in lettere e filosofia, quest’ultima discutendo una tesi intitolata </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Filosofia del ridere</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">«Nella vita di Formiggini serpeggia lo spirito mordace della </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Secchia rapita</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> di Alessandro Tassoni, anzi: quella storia costituisce una sorta di tubero esistenziale inestirpabile», scrive Castronuovo. Non per nulla proprio Tassoni sarà il suo primo autore: nel 1908, in occasione di una festa eroicomica a lui dedicata, pubblica i due volumi </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>La Secchia </i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">e </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Miscellanea Tassoniana di studi storici e letterari</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, rispettivamente una raccolta di sonetti inediti e burleschi del Tassoni e un insieme di saggi eruditi sullo stesso. Da quel momento Formiggini diventa editore. Nel giro di poco tempo appare chiara la sua strategia: dare più importanza all’argomento e alla veste editoriale ma soprattutto concatenare i titoli in precise collane. Il materiale che Castronuovo passa in rassegna, per quanto in una prosa discorsiva, è davvero vasto. Mi limiterò ad alcune segnalazioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Tra le collane più celebri: i “Profili” e i “Classici del ridere”. I primi sono volumetti in diciottesimo che rappresentano sintesi di figure significative della letteratura, dell’arte, della filosofia, della religione e della politica, senza limiti né geografici né di tempo, indirizzati sia a un pubblico specialistico sia al lettore medio, e tutti scritti da autori competenti. Un solo nome di esempio: Massimo Bontempelli. Ecco invece alcuni titoli: </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Francesco d’Assisi</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Botticelli</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Darwin</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Esiodo</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Malthus, Milton, Edgar Poe</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">. I “Profili” furono affiancati dalla collana “Medaglie”, in buona sostanza profili minori dedicati alle figure contemporanee ancora viventi, la cui scelta subirà già le prime interferenze del regime.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">I “Classici del ridere” constano di centocinque volumi usciti in ventisei anni. Comprendono, fra gli altri, testi celebri come </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Satyricon</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Il Decameron</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">e, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Gargantua e Pantagruele</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> di Rabelais, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>L’asino d’oro</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> di Apuleio e, ovviamente, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>La secchia rapita</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> del Tassoni. Ma anche una seconda edizione a firma dello stesso Formiggini: </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>La ficozza del fascismo</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, dove il suo umorismo graffiante denuncia lo scippo con cui il regime – nelle vesti di Giovanni Gentile – gli sottrasse il controllo di una delle sue creature più amate,</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i> L’Italia che scrive</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, rassegna bibliografica uscita in ventuno annate con ben tredicimila libri recensiti, cinquantamila annunciati e millecento articoli pubblicati.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">C’è poi la collana “Aneddotica”, con i volumi </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Aneddoti teatrali</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Aneddoti universitari</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Aneddoti bolognesi</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>milanesi</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>genovesi</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, quelli sui personaggi illustri come gli </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Aneddoti rossiniani</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>carducciani</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>garibaldini</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, fino agli </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Aneddoti bibliografici</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> (questi ultimi hanno sicuramente ispirato Castronuovo per il suo splendido </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Dizionario del bibliomane</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, pubblicato per Sellerio nel 2021). Davvero speciale è il </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani compilato da uno dei suddetti</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, dove questo suddetto non è che Formiggini e dove gli editori italiani vengono elencati con la sua consueta mordace ma garbata ironia. Infine le varie edizioni del </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Chi è?</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, vero e proprio repertorio degli italiani illustri viventi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Castronuovo si sofferma sul più volte citato </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Parole in libertà</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">. Che è un insieme di testi di una forza ironica impressionante, parole espresse in assoluta libertà perché appartengono a un uomo che non ha più nulla da perdere. Formiggini denuncia l’assurdità delle leggi razziali, accusa i fascisti di aver tradito i fratelli vendendoli «al tedesco», aggredisce più volte il Duce arrivando addirittura a cantarne il requiem: «Ribaldo; / il tuo bieco destino / lo avevi segnato nel nome; / soltanto nel dì che n’andrai / sarai veramente / Ben… ito». Non passeranno neppure sette anni perché la nemesi della Storia gli darà ragione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Completa il volume un’aggiornata bibliografia essenziale che va da </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>La ficozza filosofica del fascismo</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;">, la prima edizione</span></span><i> </i><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;">del 1923, ai recentissimi </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Vita da editore</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"> (Elliot) e </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Lezioni di editoria</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"> (Italo-Svevo), usciti entrambi del 2022. Più un elenco delle principali opere su Formiggini. Un’ultima particolarità editoriale: questo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Formíggini</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"> di Castronuovo è in realtà una terza edizione aggiornata. Le prime due risalgono rispettivamente al 2005 e al 2018 per Stampa Alternativa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Marco Zapparoli: in Italia la saggistica resta indipendente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/14/intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Sep 2021 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[marco zapparoli]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Bianchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=92835</guid>

					<description><![CDATA[di Matteo Bianchi &#160; Il mercato del libro non è entrato in crisi a causa della pandemia, ma del processo di cambiamento che coinvolge il linguaggio a ogni livello. Tra evasione e introspezione la lettura ristruttura le domande esistenziali di ciascuno e seguirne le sorti sui territori potrebbe essere una soluzione, facendosi carico non solo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Matteo Bianchi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-92836" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n.jpg" alt="" width="455" height="607" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n.jpg 1380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/241682556_1867935733393106_3876475353074660592_n-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il mercato del libro non è entrato in crisi a causa della pandemia, ma del processo di cambiamento che coinvolge il linguaggio a ogni livello. Tra evasione e introspezione la lettura ristruttura le domande esistenziali di ciascuno e seguirne le sorti sui territori potrebbe essere una soluzione, facendosi carico non solo delle diversità tra Nord e Sud, ma soprattutto tra generazioni, tra chi legge di più e chi legge di meno, senza temere le differenze di genere che si sono radicate e radicalizzate nel nostro modus vivendi, e nel rapporto stesso con la parola. «Il libro deve tornare un bene comune, che appartiene a tutte le età e a tutte le regioni del paese, ridimensionando le discrepanze stratificatesi dopo il boom economico»; questo l’input che Marino Sinibaldi, presidente del Centro per il libro e la lettura del Mibact, ha lanciato durante la settima edizione di Elba Book e che ribadirà <strong>giovedì 16 settembre, al</strong> <strong>convegno “Patti per la lettura e reti territoriali” di Chiari</strong>, prima Capitale italiana del Libro nonché dimora della Rassegna della Microeditoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle nostre dimore il libro dovrebbe essere già un oggetto quotidiano e non rimanere un’attività particolare, alla stregua di un compito a casa. Nel buio della pandemia pare che questo processo si sia intensificato, che la lettura non sia più solo uno strumento per accumulare conoscenza al bisogno, ma che sia diventata parte integrante della nostra vita, sebbene questo cozzi con l’utilizzo sfrenato dei social media. I canali social impongono una durata della comunicazione che ne abbassa la <em>qualità</em>, potendo solo informare superficialmente, non entrando mai nello specifico tanto meno riuscendo ad articolare la complessità circostante.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima serrata ci ha consegnato una responsabilità individuale, ovvero la possibilità di fermare il contagio adottando determinati comportamenti, al di là del vaccino, dimostrando sulla nostra pelle quanto l’azione consapevole di ognuno possa essere cruciale per un respiro condiviso. E addentrandosi trasversalmente in svariati settori quante sono le personalità che lo compongono, <em>Il senso del respiro</em> (Castelvecchi, 2020), curato da Luciano Minerva, supera le reazioni di autodifesa e di protezione del singolo di fronte alle incongruenze della società per abbracciare consapevolmente una dimensione collettiva. Se applicassimo questa lezione a una questione “enorme” da focalizzare come l’emergenza ecologica, il principio della sostenibilità ci potrebbe orientare concretamente.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>UNA COSTELLAZIONE DI MICRO EDITORI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Circoscrivere l’editoria indipendente in Italia significa identificare centinaia di case editrici – esordisce Marco Zapparoli, presidente dell’Associazione Editori Indipendenti (Adei) e già fondatore di Marcos y Marcos – quantificabile intorno al 46% del valore complessivo del mercato. Solo alcuni editori superano un fatturato annuo di dieci milioni di euro, numerosi sono tra i quatto e i dieci milioni, poi ce ne sono di piccoli e di piccolissimi. Negli ultimi sedici mesi l’editoria indipendente ha navigato nei modi più disparati e chi stampa autori estremamente conosciuti ha assistito a un incremento delle vendite. Le difficoltà sono affiorate tra gli editori con un fatturato inferiore ai 300mila euro annui, che si stanno riprendendo soltanto adesso e nel primo semestre del 2021 hanno registrato una crescita notevole, aumentando l’incasso di circa il 50%. Riguardo le vendite si è rinforzato il commercio dell’online; i più resilienti sono stati i librai indipendenti che rappresentano il 17-18% del settore, rinstaurando da subito un rapporto solido con il territorio di appartenenza, grazie a organizzazioni di corrispondenza quali Bookdealer, ma anche effettuando le consegne di persona a casa dei lettori. Hanno sofferto maggiormente la serrata le librerie in centro città e quelle di catena a ogni livello, comprese quelle religiose come il Gruppo San Paolo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui la bibliodiversità ha raccolto un risultato incredibile</strong>: <strong>«</strong><strong>Nessuno potrebbe immaginare che l’editoria indipendente, più o meno specialistica, nel segmento della saggistica abbia raggiunto il 60% del mercato dopo decenni di lavoro alacre, superando l’egemonia che i monoliti mantengono indiscussi nella narrativa. Oggi non c’è paese europeo dove il livello sia il medesimo</strong><strong>»</strong><strong>.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>IN RETROSPETTIVA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il ddl n. 1421, sulla promozione e il sostegno della lettura, che ha avuto come prima firmataria Flavia Nardelli e che ha compiuto il suo iter con il ministro Franceschini, il 5 febbraio 2020, è stato un pilastro per Zapparoli: «Per favorire la bibliovarietà la legge in questione sostiene concretamente i Patti per la lettura, che attuano un’opportunità imperdibile di cooperazione tra istituzioni, comuni e sistemi bibliotecari, e le associazioni del territorio; oltre all’apporto economico, dà la possibilità che i Patti si realizzino e siano sostentati a lungo termine». I Patti per la lettura sono un meccanismo che dovrebbe ricostruire la domanda di lettura attraverso manifestazioni spontanee, o di concerto tra iniziative pubbliche e private.</p>
<p style="text-align: justify;">«La legge, inoltre, prevede una forma di incentivazione delle biblioteche scolastiche auspicando che recuperino spazio. Per Adei la cosa più importante è che nel disegno ci fosse una demarcazione chiara delle regole del commercio dei libri. Fino a dieci anni fa il nostro paese era una sorta di far west, basti pensare alla gestione degli sconti: nei megastore si faceva fino al 30% sul prezzo di copertina. La prima delimitazione delle campagne fu permessa dalla legge Levi che pose i primi limiti al 15% e al 25%, a seconda della superficie di vendita. L’intesa con il Sindacato Italiano Librai e Cartolibrai (Sil) e con l’Associazione Librai Italiani (Ali) ha permesso una limitazione aggiuntiva dello sconto al 5% e un mese di campagna l’anno con un massimale del 20%, innescando una piccola rivoluzione nella filiera e lasciando nelle casse dei rivenditori non meno di 45-50mila euro solamente nel 2020». In prossimità dell’approvazione in Senato, l’Associazione Italiana Editori (Aie) lamentava che si sarebbe finiti in breve a un congelamento del mercato, aumentando le esternazioni di biasimo proprio con lo scoppio della pandemia, ma fortunatamente non è stato così.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>TEMPO SPRECATO?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«I libri vincono sul tempo», ha pontificato nella sua ingenuità novecentesca Concita De Gregorio, banalizzando ulteriormente un’ovvietà in <em>A proposito di libri</em>, il manuale ben curato dalla redazione de “Il Post” in cui viene squadernata l’epopea dell’oggetto di carta stampata, dalla mente alla mano, dal Garamond massificante allo scaffale in bella vista. Compito del libraio è quello di selezionare ed esporre ciò che ha «potenzialità per durare», argomentava Roberto Calasso alla Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri, il 25 gennaio del 2019, presso la Fondazione Cini di Venezia. I cambiamenti in essere determinano sempre la perdita dei punti di riferimento, insicurezza e disorientamento, e il mutamento che sta subendo la costellazione di micro editori non è altro che il contraccolpo di un mutamento generale del contemporaneo a misura di schermo: «Ormai gli scrittori sono considerati come un settore dei produttori dei contenuti e molti se ne appagano. Ma questo presuppone l’obsolescenza della forma. E dove non c’è forma non c’è letteratura», precisava Calasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Robert Pirsig, ne <em>Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta </em>(1974), mescolando metaforicamente il momento romantico della guida, del controllo della strada, a quello classico della padronanza della forma meccanica che soggiace all’ebbrezza, racconta come un padre e un figlio a cavalcioni su una moto per gli Stati Uniti non riescano a definire la “<em>qualità</em>”, a restituirne un concetto che non sia elusivo, sebbene a guidarli sia il <em>Fedro</em> di Platone. Tuttavia è essenziale che la <em>qualità</em> sia indiscutibile: è la lezione che ci ha lasciato in extremis il fondatore di Adelphi, testimoniata da un catalogo costante nel numero di pubblicazioni annue, senza impennate né stravolgimenti di collana. Perseverare è quello che fanno anche Sellerio e la più giovane Iperborea, sebbene dopo la scomparsa di Camilleri alcuni tra gli impareggiabili gialli blu abbiano cambiato formato – giusto a inizio estate – e copertina, abbandonando la sovra copertura e le bandelle di pregio. Strategia impiegata pure da Calasso stesso per ristampare Simenon, ad esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’articolo <em>Libri contro sigarette</em>, apparso sulla rivista “Tribune”, l’8 febbraio del 1946, a seguito della seconda guerra mondiale e della crisi che portava con sé, Orwell ammoniva quanto fosse «difficile stabilire un qualsiasi rapporto tra il prezzo dei libri e il valore che se ne trae». Ma trascorso quasi un secolo «l’idea che comprare, o anche solo leggere, libri sia un passatempo costoso, fuori dalla portata della gente comune, è così diffusa da meritare un’analisi attenta».</p>
<p style="text-align: justify;">La pandemia ha evidenziato il valore ineguagliabile del tempo e di quanto quello attuale abbia perso in termini di <em>qualità</em> rispetto ai capisaldi del consumismo terminale. Gli editori indipendenti che hanno retto meglio la chiusura improvvisa sono stati i marchi specializzati in letture per bambini e adolescenti: genitori e nonni hanno avuto tanto tempo da dedicare ai bimbi.</p>
<p style="text-align: justify;">«Sarebbe salutare se gli editori ascoltassero la richiesta che arriva dai librai di mantenere il decremento delle novità – conclude Zapparoli – poiché la permanenza dei titoli sui tavoli si è ridotta eccessivamente. Il catalogo di ogni librario meriterebbe meno dispersione e l’anno scorso è stato esemplare: nel 2020 si è venduto ugualmente, se non leggermente di più, con un numero di novità inferiore del 25%». L’iperproduzione libraria è uno spreco e non consente al libraio di lavorare sui titoli, emulando il sensazionalismo dilagante in qualunque settore: si bada solo alla superficie, senza approfondire. Il digitale, nonostante abbia sacrificato parte della sfera emozionale degli incontri vis a vis, si è rivelato sostenibile: eccezione fatta per l’intervista a Rushdie di Sinibaldi per “Libri Come” nel suo sottotetto londinese, conversazione a distanza emblematica per l’intimità trasmessa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La scomparsa di Sepúlveda, d’altro canto, ha inverato l’irrimediabile: la fragilità dei contatti umani.</strong> L’approccio in video ha altresì allargato il diaframma culturale, la pluralità delle esperienze personali, a tal punto che circa il 16% dei lettori italiani ha seguito gli appuntamenti online. La sostenibilità dovrebbe indirizzare la filiera del libro con modelli compatibili e responsabili, non basandosi sull’enfasi del fare e del muoversi, ma senza ridimensionare le ambizioni degli editori.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nuvolo: Nuntius Celatus nel suo splendido eremo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/21/nuvolo-nuntius-celatus-nel-suo-splendido-eremo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alberto burri]]></category>
		<category><![CDATA[Bianca Battilocchi]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Villa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Sterparelli]]></category>
		<category><![CDATA[jean luc nancy]]></category>
		<category><![CDATA[Nuvolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bianca Battilocchi &#160; È stato ed è tuttora arduo dipanare i fili intrecciati nelle opere di pittura aniconica, particolarmente in quelle realizzate da artisti lontani dai riflettori. Dopo Variazioni: a visual polyphony, film sugli esordi di Alberto Burri, Giuseppe Sterparelli si è cimentato nuovamente in nome di un altro suo conterraneo, Giorgio Ascani, più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Bianca Battilocchi</strong></p>
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<p style="text-align: justify;">È stato ed è tuttora arduo dipanare i fili intrecciati nelle opere di pittura aniconica, particolarmente in quelle realizzate da artisti lontani dai riflettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo <em>Variazioni: a visual polyphony</em>, film sugli esordi di Alberto Burri, Giuseppe Sterparelli si è cimentato nuovamente in nome di un altro suo conterraneo, Giorgio Ascani, più conosciuto come “Nuvolo” (Città di Castello 1926- Città di Castello 2008). In un agile <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Kdabsdtm9uo&amp;t=6s">documentario</a> dove si alternano immagini di opere inedite e allestimenti noti dedicati all’autore, si staglia incisiva la voce dell’amico, collaboratore e mentore, il poeta Emilio Villa (1914-2003), qui interpretata dall’attore Roberto Latini. Villa lasciò infatti vive e indelebili descrizioni del pittore umbro che dal primo venne eletto “Nuntius Celatus” –  messaggero clandestino – in quanto figura solitaria, “ospite del suo solo splendido eremo” (Villa, <em>Attributi dell’arte odierna</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-78904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Screenshot-2019-04-10-at-20.38.03-1024x647.jpg" alt="" width="733" height="469" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non distante dall’approccio villiano, Nuvolo lavorava per se stesso, fidandosi del proprio istinto e isolandosi appena possibile dal mercato. Si prenda ad esempio la sua innovativa sperimentazione con la tecnica serigrafica, anni prima dell’avvento della Pop Art e di figure come Andy Warhol. Dal suo eremo in veste di laboratorio nascevano le <em>Esoedizioni </em>(1954-2005) o le <em>Serotipie</em> (1952-2008) –  altri titoli eletti da Villa –  le prime come libri d’artista in collaborazione con poeti e in militanza contro l’editoria canonica, le seconde come stampe su carta, tela, legno, cellotex e poliestere. Ognuna di queste opere sperimentali si presentava programmaticamente in copia unica, ponendosi in contrasto con la riproducibilità commerciale e quindi con la svalutazione seriale. L’unicità fungeva così da sigillo, in linea con l’imperturbabile distacco del pittore che dalle descrizioni villiane può ricordare la figura atemporale di un monaco.</p>
<p style="text-align: justify;">È peculiare in Nuvolo l’interesse tecnico-scientifico, così come la sua sapienza industriale: orizzonti non comuni, votati a inventare nuovi strumenti di indagine; talvolta il telaio serigrafico oppure una macchina da cucire <em>Vigorelli</em> in condivisione con la moglie Liana. Proprio con la Vigorelli l’artista si appropriava di un nuovo attrezzo per il disegno e per la campitura pittorica. Adoperava materiali di diversa provenienza – fustagno, camoscio, velluto, cotone, ecc. –  e spesso restituiva vita a tessuti ricavati da abiti usati attraverso <em>collages</em> di grande rigore geometrico, che furono chiamati “Cuciti a macchina” (1958-1963).<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Nuvolo mi inventava sotto gli occhi, sotto l’ipotesi d’assurdo, con strumento inedito (impiastrature sui relitti deperiti del telaio serigrafico), pareti e pareti e pareti sporgenti direttamente dalle ansie più precoci … silenziosi suburbi, popolazioni orticarie, tempeste … tentava materie non dicibili, svanite, forse tentava la dicitura stessa e l’energia delle tenebre… di torce in dissoluzione, ultimi abbagli.” </em></p>
<p style="text-align: justify;">(Villa, <em>Attributi dell’arte odierna</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">L’amico e complice Villa lo descrisse inoltre come un inventore cieco del “paese della mente”, un luogo di tenebre continuamente da indovinare e ri-creare dal nulla. E sul nulla nell’arte non figurativa, e a proposito di Nuvolo, si sofferma lo studioso Aldo Tagliaferri che ne intravede relazioni con la concezione del “reale” in Lacan (Tagliaferri, <em>Una materia controversa e cinque invenzioni di Nuvolo</em>). Se la “realtà” è descritta dal simbolico e dal linguaggio, il “reale” al contrario “coincide con il nulla e la creazione dal nulla”. Posta in questi termini, distanti dal creazionismo occidentale, l’arte di Nuvolo è “sostituzione e imitazione del nulla”, inseguimento dell’enigma, poesia della sottrazione, intesa alla maniera del filosofo francese Jean-Luc Nancy:</p>
<p style="text-align: center;"><em> “Se in quale modo abbiamo accesso a una soglia di senso, ciò avviene poeticamente”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-78903" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Screenshot-2019-04-10-at-20.38.16-1024x662.jpg" alt="" width="730" height="478" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">A dieci anni dalla scomparsa di Nuvolo, il cortometraggio di Sterparelli, uscito lo scorso novembre per SkyArte HD (con produzione dell’<a href="https://www.archivionuvolo.it/">Archivio Nuvolo</a> e collaborazione con 3D Produzioni) riporta alla nostra attenzione la figura non minore di chi ha cercato nuovi segni visibili del nostro esserci.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“E veramente, con le diciture di Nuvolo, o anche attraverso le sue diciture, noi sappiamo quello che si sa, quel poco che possiamo conoscere, intorno alle cose che si presentano e rappresentano nel teatro della pittura: e cioè, che in ultima istanza, ogni cosa, ogni manifestazione, ogni parvenza è un segnale: e ogni segnale è un enigma; e l’oscurità dell’enigma è la sola vicinanza alla vita.” </em>(Villa, <em>Attributi dell’arte odierna</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo snobismo mi attanaglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/28/lo-snobismo-mi-attanaglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2016 14:32:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Fioretta]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[librerie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Lo snobismo mi attanaglia. Entro in libreria meno spesso di quanto si potrebbe pensare, sicuramente meno spesso di quanto facessi dieci o anche venti anni fa. Non entro spesso nelle librerie, nonostante io lavori tutta la settimana (anche) in una libreria. Forse è proprio per questo, mi racconto; perché quando esco a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-66369" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-300x168.jpg" alt="libri-nel-carrello" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-768x431.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello.jpg 980w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Lo snobismo mi attanaglia.<br />
Entro in libreria meno spesso di quanto si potrebbe pensare, sicuramente meno spesso di quanto facessi dieci o anche venti anni fa.<br />
Non entro spesso nelle librerie, nonostante io lavori tutta la settimana (anche) in una libreria. Forse è proprio per questo, mi racconto; perché quando esco a fare una passeggiata, finito il mio turno doveroso, preferisco prendere un gelato all’aria aperta, anche se siamo in pieno inverno e quest’anno le temperature scendono sotto lo zero pure nella calda-per-antonomasia capitale. <span id="more-66368"></span>Preferisco perdermi nel magnetismo di vetrine altre, quando – seppure raramente – mi decido all’evento traumatico, lo shopping. Smisto maglioni di lana caprina, provo stivali di vera pelle o cuoio, compro giocattoli per i nipoti, profumi per le amiche, sono diventata persino capace di passare mezze giornate dal ferramenta, o davanti al banco della frutta biologica, ma in libreria entro sempre più di rado, e quando capita, ci resto per pochi minuti, poi esco sbuffando, gli occhi molli, il collo infagottato, le mani leste, in tasca. Quasi in fuga, sperando di non essere vista.<br />
Perché?<br />
Lo snobismo mi attanaglia, e non mi piace sentirmi una snob, per questo ciclicamente fingo di dimenticarmi di quel pungente sentimento di disagio, e finisco per varcare il confine avverso, il confine di quello che, teoricamente – ma direi anche tecnicamente – è per paradosso quello che più sento essere il mio stesso mondo, il regno meraviglioso incontaminato e incontrastato della letteratura.<br />
Quindi succede, cedo al richiamo atavico, come il figliol prodigo che torna al banchetto paterno, con lo stesso spirito di verace ottimismo entro in una delle tante librerie belle della mia città. Ce ne sono a bizzeffe, di catena o indipendenti, piccole accoglienti e confortevoli o ben disposte in arieggiati loft o dislocate su vari piani accesi di luci galattiche, con l’angolo bar, con la poltrona massaggiante, con le tende di broccato, coi gadget in bella mostra vicino la cassa, la colonnina delle ultime uscite, i best seller coronati da fascette allegre e coloratissime, il misero e ovviamente rincattucciato angoletto della poesia. Ahhh, mi dico, sono a casa. L’odore della carta, e tutto il resto appresso.<br />
Poi passano due minuti d’orologio, forse tre, e m’assale la noia. Ma proprio una noia, che non avete idea.<br />
D’accordo, è evidente, è un problema mio. Mio perché conosco di persona i tre quarti degli autori indicizzati sugli scaffali, e quei pochi che non conosco di persona ce li ho amici su Facebook, Twitter, Instagram, e posso ammirare ogni giorno le foto orribili che pubblicano, e gli status finto divertenti che condividono, e le rispostacce acidule che si scambiano, e di chi sono amici e nemici a loro volta, so che cosa prevede la loro dieta quotidiana, se hanno figli fidanzate e cani, di quanti metri quadrati è casa loro e chi l’ha arredata, cos’hanno messo in valigia e la destinazione del prossimo weekend fuori porta; pur non sapendone niente, davvero, mi sembra di conoscerli da sempre, pur non avendone mai letta nemmeno la metà, mi pare di poter recitare a memoria ogni pagina della loro opera omnia, per osmosi tratto i loro personaggi come i miei vecchi compagni delle medie. Ossia, li dimentico.<br />
È un problema mio, palesemente, se mi annoio, perché ho già controllato la rassegna stampa sei volte prima di uscire di casa, e so perfettamente quale giornalista ha recensito quale titolo, e so anche e soprattutto il perché, e quale critico ha scritto la prefazione a quale testo, e che cosa ne hanno detto durante quella trasmissione in radio, e se è stato stroncato a sufficienza in quella certa rubrica in tv. Peggio ancora, so quando nessuna attenzione è stata concessa all’autorino piccino picciò che viene dalla provincia, e lì magari una punta di interesse mi risale, trepidante e sulle spine mi accingo a sfogliare il così presto dimenticato tomo, mi bastano due righe di quarta di copertina, ho capito tutto, a posto così.<br />
È un problema mio, non c’è ombra di dubbio, se da quando lavoro nell’editoria leggo molto meno di prima, o meglio, leggo molti meno autori di prima, che stanno sul palmo di una mano, e continuo a comprare libri sempre uguali, stessi nomi e cognomi, piccole variazioni sul tema grafica e titolo, più o meno stesse trame – ma è facile, visto che prediligo le prose quasi del tutto senza trama – stesso piacere nella lettura, questa volta sì, il riconoscimento, la banalità del bene, una parafrasi ardita.<br />
Ho perso di curiosità, probabilmente. Ma, astraendo dal mero quanto ingenuo dato biografico, trovo abbastanza grave che questa perdita di curiosità colga proprio chi, coi libri, con gli autori, con i giornali le riviste le librerie e gli enti deputati alla diffusione della cultura, quotidianamente, vive si nutre e lavora. Come immaginiamo di far crescere e proliferare, col nostro seppur modestissimo contributo, la fondamentale e fondativa sfera del sapere letterario, come intendiamo proteggere il miracoloso incedere del fare letteratura?<br />
O forse che, invece, la letteratura non ha davvero proprio niente di miracoloso e di ingenuo?<br />
Trovo quasi commuoventi le dichiarazioni di certi giovani spigliati e rampanti, che con gli occhi gonfi d’ardore stanno sempre lì a decantare la bellezza dei “libri”. I libri, proprio, i parallelepipedi cartacei in generale. “Mi piace leggere”, è il nuovo status symbol della noia para-editoriale. Sì, va benissimo, ma nello specifico, che cosa? Possibile che abbiano tutti gli stessi gusti? Possibile che questo gusto dominante e ormai sviscerato in più di una salsa, incontri fondamentalmente tutto quello che sta in vetrina? (E non direi viceversa.)<br />
Mi ricordo, da bambina, quando passavo le ore, colma di meraviglia, davanti agli scaffali rossi, rosa, azzurri e gialli, su cui erano allineati tutti i volumi delle collane del Battello a Vapore. Libri d’avventura, horror, sentimentali, piccole microscopiche narrazioni ben articolate, chiare e godibilissime, non trascendentali ma stupefacenti nella loro limpida funzione: far appassionare i ragazzi alla letteratura, far leggere loro storie incredibili di mondi lontanissimi, far immaginare loro un futuro diverso, nuovo, incantato, o semplicemente possibile.<br />
Mi vergogno un po’ per quella bambina così naif, per l’adolescente che scopriva Joyce e Woolf, per l’universitaria che contestava Benjamin e Lacan, che piangeva con Baudelaire e Leopardi, e che adesso, al quarto minuto passato dentro a una libreria, non sa più nemmeno far scoppiare la rivolta.</p>
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		<title>LETTERA A UN PROFESSORE SULLO STATO DELL’EDITORIA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/06/05/lettera-a-un-professore-sullo-stato-delleditoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2015 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Fusaro]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Alloni]]></category>
		<category><![CDATA[neocapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[neomarxismo]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco  Alloni Caro Salvatore Ritrovato, una volta mi hai detto che la letteratura è morta e non resta che l’editoria. Il paradosso si risolve in modo elementare: la letteratura-prodotto ha soppiantato la letteratura-idea, e lo “spirito di scissione” di cui parlava Gramsci, che è la cifra stessa della letteratura come idea, ha dovuto lasciare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Marco  Alloni</strong></p>
<p>Caro Salvatore Ritrovato,</p>
<p>una volta mi hai detto che la letteratura è morta e non resta che l’editoria. Il paradosso si risolve in modo elementare: la letteratura-prodotto ha soppiantato la letteratura-idea, e lo “spirito di scissione” di cui parlava Gramsci, che è la cifra stessa della letteratura come idea, ha dovuto lasciare il passo allo “spirito di adesione”. Questo non significa che per fare letteratura bisogna oggi abdicare alle idee in quanto tali, ma la natura delle idee portatrici di un afflato scissorio, polemico in senso pieno, non adesive, tale natura è estromessa dall’orizzonte delle attenzioni editoriali. Quali tipi di idee possono allora trovare accoglienza nel circuito della letteratura-prodotto? Le idee il cui “spirito di scissione” sia solo apparente, ovvero serva non già la messa in discussione dell’esistente ma la sua conferma. Persino il marxismo riletto “polemicamente” in chiave anti-capitalistica è funzionale al sistema della letteratura-prodotto: serve infatti la causa speciosa e fasulla del capitalismo come terreno della libertà assoluta, compresa quella di critica. In verità solo laddove il discorso “critico” al capitalismo permette la sua perpetuazione – per esempio subordinando la ferocia anticapitalistica del neomarxismo di Diego Fusaro alla sua vendibilità – esso ha diritto di cittadinanza nel sistema della letteratura-prodotto. Laddove agisce alla radice per la sua dissoluzione, per la sua scissione, esso è respinto. Ovverossia: è accolto solo laddove la “critica” è integrata, neutralizzata dal sistema. La paralisi e l’ostracizzazione della letteratura-idea dovrebbe dunque, a rigore, coincidere con la sua sensatezza. Ovunque si abbia prova di una letteratura che non serve l’autoperpetuazione del sistema capitalistico occidentale, là è il nucleo, la cellula essenziale della letteratura-idea. Ovunque un testo viene respinto o ignorato, là è la conferma della sua verità. Ci si trova così nella contraddizione in termini che il senso pieno della critica abita solo laddove non è esercitabile. Come si esce da una simile impasse? Una soluzione di accomodamento sarebbe quella di accontentarsi di una visibilità gregaria, cioè di una militanza in solitudine o quasi: dentro il sistema ma nelle sue retrovie. È quello che genera, e degenera, nel pensiero radical-chic, inutile in quanto autoreferenziale. È l’opzione disperata che anima la vanità del popolo dei dissidenti insussistenti. Altra opzione più radicale è la violenza. Se l’azione culturale è preclusa dalla logica della subordinazione dell’idea al prodotto, per dirla semplicemente dalla logica del profitto e della mercificazione del pensiero, lo strumento dialettico cessa di essere nella disponibilità dell’intellettuale, e al suo posto si offre solo quello del terrorismo armato. Su scala planetaria il fenomeno è ben compreso da chi non moralizza la storia ma la osserva nella sua dinamica essenziale: contro il sistema occidentale non esiste più politica, tantomeno di sinistra, che sappia proporre alternative al capitalismo monoteistico. Il solo paradigma concesso – e non concesso – all’opposizione è la violenza islamista. Non poteva essere altrimenti e sarà così per un periodo ancora molto lungo, lungo quanto la renitenza delle sinistre storiche a ripristinare una politica di dissociazione reale e non solo cosmetica. Ma nel recinto asfittico delle nostre micro-esistenze il meccanismo è il medesimo: l’esclusivismo autogenerativo del sistema capitalistico-consumistico produce quello stesso risentimento che in scala maggiore possiamo identificare nel terrorismo. Un risentimento del quale un’editoria illuminata dovrebbe riconsocere il potenziale mercantile, di quel “mercato del futuro” che ancora non si vuole osare concepire come concretamente concorrenziale rispetto a quello attuale. È sulla base di questo malcontento strisciante, latente, potentissimo e irrefrenabile che io credo si debba quindi tentare un ragionamento eversivo costruttivo. Poiché esso, paradossalmente, potrebbe generare, oltre alla violenza di cui sarà scaturigine <em>naturaliter</em>, quella revulsione storica dell’idea di profitto che potrà, forse in tempi non brevi, rifondare il mercato democratico della letteratura-idea. Non so se mi sono spiegato, ma l’idea di fondo è: noi dobbiamo agire per costruire un’alternativa di mercato nobile a quello attuale. E il pubblico dei risentiti è molto più vasto di quello che il prudenzialismo conformista dell’attuale editoria vorrebbe riconoscere. Questa intendo io per militanza: avviare, anche da una posizione di subordine rispetto al sistema mercantile in auge, una lotta coerente per creare le basi di un mercato del risentimento.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quanta iva dare agli ebook? E gli ebook sono davvero libri?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 15:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Venerandi]]></category>
		<category><![CDATA[iva]]></category>
		<category><![CDATA[unlibroèunlibro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Venerandi La campagna/hashtag dell&#8217;AIE, #unlibroèunlibro ha come fine il sensibilizzare sulla differente tassazione che vige oggi tra libro di carta e ebook. Il libro paga il 4% di IVA, mentre l&#8217;ebook paga il 22%: il primo è un libro il secondo è un servizio. Apparentemente la richiesta è pacifica: se la tassazione al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.quintadicopertina.com/fabriziovenerandi/" target="_blank"><strong>Fabrizio Venerandi</strong></a></p>
<p>La <a href="http://unlibroeunlibro.org/campagna.php" target="_blank" rel="nofollow">campagna/hashtag</a> dell&#8217;AIE, #unlibroèunlibro ha come fine il sensibilizzare sulla differente tassazione che vige oggi tra libro di carta e ebook. Il libro paga il 4% di IVA, mentre l&#8217;ebook paga il 22%: il primo è un libro il secondo è un servizio.<br />
Apparentemente la richiesta è pacifica: se la tassazione al 4% è destinata ai prodotti culturali, perché <cite>Guerra e Pace</cite> cartaceo paga il 4% di iva e lo stesso identico testo in ebook paga il 22%?</p>
<p>Ne è nato un vivace dibattito in rete di cui cerco di circoscrivere alcuni punti di discussione per Nazione Indiana.</p>
<ol>
<li>Il primo punto è <em>storico</em>: davvero l&#8217;IVA dei libri è al 4% perché sono oggetti culturali? Vale forse la pena leggere <a href="http://guaraldi.bibienne.net/2010/07/18/iva-al-4-paparazzate-da-palazzo/comment-page-1/">un post di ben quattro anni fa</a> di Mario Guaraldi dal quale si desume che l&#8217;IVA al 4% non ha a che fare con la pretesa <em>culturalità</em> dell&#8217;oggetto libro, quanto piuttosto a problemi legati al processo di vendita del <em>prodotto</em> libro. D&#8217;altronde se l&#8217;IVA fosse davvero legata alla <em>culturalità</em> del contenuto che si vuole vendere, dovrebbe variare appunto a seconda del peso specifico intellettuale del testo stesso. Come scherzava qualcuno su Facebook: compri Sanguineti? Paghi il 4% di IVA. Compri Fabio Volo? L&#8217;IVA sale al 25%. È evidente la improbabilità di un processo del genere, che &#8211; in ogni caso &#8211; rimarca che il prodotto culturale vive in numerosi media, e non è esclusiva dell&#8217;oggetto libro, anzi. Perché le barzellette di Totti stampate su carta dovrebbero beneficiare del 4% di IVA e il Don Giovanni di Mozart in CD pagare il 22%?</li>
<li>Il secondo punto lo troviamo <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2014/11/04/la-campagna-per-la-parificazione-delliva-tra-libri-di-carta-ed-ebook-e-fondata-su-affermazioni-false/" target="_blank">esposto da Giulio Mozzi</a>, quando afferma che no, l&#8217;ebook non è un libro, specie per quel che riguarda i diritti del lettore. L&#8217;idea che mi pare voglia far passare il post di Mozzi è che con l&#8217;ebook ci siano meno possibilità d&#8217;uso rispetto al libro: un ebook non puoi prestarlo, rivenderlo, fotocopiarlo. È una tesi, quella di Mozzi, che trovo poco convincente. Se è vero che un ebook non può essere prestato, è vero che un libro non può essere <em>backuppato</em>, modificato o ampliato. Si tratta solo parzialmente di diritti, quanto di caratteristiche implicite al mezzo e al suo metodo di distribuzione. E la critica di Mozzi ha altri punti che appaiono fuori fuoco: non esiste una licenza d’uso universale per gli ebook. Se gli ebook che Mozzi compra hanno scritto che può leggerli solo lui è colpa di Mozzi e degli editori da cui ha acquistato che hanno scelto quella licenza d’uso. Senza contare che <q>i libri puoi fotocopiarli</q> mentre gli ebook no è una dichiarazione ugualmente impropria: il libro puoi fotocopiarlo con le restrizioni che vigono sul copyright, così come l’ebook, a seconda della licenza d’uso. Un ebook protetto da creative commons può essere molto più manipolabile di un libro di carta.</li>
<li>Del terzo punto hanno twittato alcuni addetti ai lavori, tra cui il sottoscritto: un ebook non è un libro di carta. Tutti i formati per fare ebook sono basati su specifiche nate per fare pagine web. Anche guardando verso il futuro, gli strumenti dei possibili nuovi standard e dei nuovi strumenti di authoring per la creazione di testi digitali non provengono se non in minima parte dal libro, ma sono invece figli di internet, del web, della rete. Se oggi la stragrande maggioranza degli ebook è fatta di libri pensati per la carta e poi digitalizzati in un formato ebook, è lecito pensare che gradatamente aumenterà la percentuale di titoli in cui la fonte non sarà più il libro di carta, ma che saranno nativi digitali: ebook, siti, app, web-app. Non si tratta peraltro di un gioco al risparmio: <a href="http://sergio-donato.blogspot.it/2014/11/un-libro-e-un-libro-e-una-campagna.html?spref=tw">fare ebook costa</a>. È un fenomeno che crescerà disordinatamente, che toccherà alcuni ambiti prima di altri (scolastica, informazione, entertainment, infanzia), ma di cui già oggi si vedono alcune concreti avamposti, anche in ambiti lontani dal new-tech. A proposito, avete notato che <cite>Tirature</cite> di Spinazzola dal 2014 esiste <strong>solo</strong> in ebook?</li>
</ol>
<p>Quindi? Un libro è un libro? Oggi, in Italia, per un lettore occasionale un ebook assomiglia abbastanza ad un libro da non percepirne la specificità e aderire all&#8217;idea che un ebook possa avere la stessa IVA del <em>sancta sanctorum</em> cartaceo. A livello maggiormente pragmatico, l&#8217;IVA al 4% serve oggi principalmente a noi editori, per vari motivi, il più importante è che l&#8217;editoria tradizionale è in crisi. Nera. Stampare libri come se non ci fosse un domani non è una grande idea in questo momento. Progetti, anche storici, che rischiano di morire, potrebbero invece traghettare ad un digitale <em>culturalmente consapevole</em>. E sostenibile. La seconda, collegata strettamente alla prima, è che il mercato ebook in Italia viaggia ancora a percentuali trascurabili. Si vendono pochi ebook, e questi pochi si vendono spesso tramite soggetti transnazionali: come Amazon che l&#8217;IVA (al 3%) la paga al Lussemburgo. È un mercato che ha grosse prospettive di sviluppo e che sarebbe intelligente non soffocare con politiche fiscali vessatorie, perché il rischio è che l&#8217;arrosto rimanga crudo, nascosto in mezzo a un grande fumo nero.</p>
<p>In ultimo, la campagna dell&#8217;AIE ha il merito di sdoganare l&#8217;oggetto ebook, facendolo uscire dal ripostiglio della <em>folkloristica stranezza</em> e mostrando che dietro all&#8217;ebook e dietro al libro ci sono ugualmente storie, informazioni, emozioni, analisi. Visti gli ultimi dati sulla lettura in Italia, è passaggio di non secondaria importanza.</p>
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		<title>Assioma 7: Lettori e no</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/22/assiomi-7-lettori-e-no/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Oct 2014 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Casadei]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[DeLillo]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[futurismo]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento della letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[[Presentiamo un primo stralcio da Letteratura e controvalori. Critica e scritture nell’era del web, Roma, Donzelli, 2014.] di Alberto Casadei 1. Nell’Italia di oggi, uno dei problemi principali per l’affermazione di opere letterarie di valore è la mancanza di un pubblico adatto a sostenerle che sia non solo preparato ma anche numericamente ampio. 2. Nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Presentiamo un primo stralcio da</em> Letteratura e controvalori. Critica e scritture nell’era del web, <em>Roma, Donzelli, 2014.</em>]</p>
<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>1. Nell’Italia di oggi, uno dei problemi principali per l’affermazione di opere letterarie di valore è la mancanza di un pubblico adatto a sostenerle che sia non solo preparato ma anche numericamente ampio.</p>
<p>2. Nel campo di forze culturali attuale, il primo modo per ridurre all’insignificanza autori e opere interessanti è quello di poterne constatare la scarsa o irrisoria diffusione: se di un buon poeta si vendono cento copie, la sua presenza nel campo di forze è ipso facto pressoché nulla. Ogni considerazione più raffinata è ritenuta inutile, o al massimo consolatoria per circoli ristretti di cultori.<span id="more-49208"></span></p>
<p>3. Il rapporto di questa situazione con le modalità di insegnamento della letteratura nelle scuole e all’università, che è la prima forma di critica con cui si confrontano i potenziali lettori, è evidente: non si può pretendere di plasmare una consapevolezza dei valori se si trattano le opere letterarie o in prospettiva asetticamente storicistica o con parametri vetero-strutturalisti.</p>
<p>4. Tuttavia, anche la critica ufficiale non fa molto per modificare questo stato di cose. Al di là delle iniziative apprezzabili, soprattutto in rete, negli ultimi decenni ci si è mossi quasi sempre nell’ottica delle consociazioni e delle poetiche ad excludendum, magari all’insegna di personalismi che, in genere, hanno avuto una parabola di poche stagioni.</p>
<p>5. Una riflessione seria sull’evoluzione della letteratura sino alla metà del secolo scorso è stata fatta, specialmente per i macrogeneri, ma manca ancora un tentativo di instaurare una connessione fra i valori individuati e il presente in tutti i suoi risvolti, comprese le forme di creatività extraletteraria e di teorizzazione su quelle forme. Quest’ultimo aspetto è fondamentale anche per riuscire a cogliere valori adeguati nella piena contemporaneità.</p>
<p>6. «Il pregiudizio più comune è questo: che la nuova letteratura debba identificarsi con una scuola artistica di origine intellettuale, come fu per il futurismo. La premessa della nuova letteratura non può non essere storica, politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa» (Gramsci).</p>
<p>7. Ma cosa significa, esattamente, cercare di trovare valori che siano popolari per un pubblico ampio e consapevole oggi? In primo luogo, vuol dire tentare di individuare le opere che intercettino, nella loro resa stilistica, condizioni socio-antropologiche modificate per il cambiamento di alcune propensioni profonde: aspettative sulla vita e sulla morte, desideri per il sé individuale e per il sé collettivo, cognizioni dei limiti, percezioni del male.</p>
<p>8. Il fatto di affrontare temi impegnati, o magari «storie vere» (peraltro danneggiate ormai dal degenerare del modello dell’autofinzione), è solo un aspetto della possibile popolarità: ma non può essere questo il parametro di valutazione della critica e del pubblico criticamente consapevole. DeLillo non dovrà mai essere considerato meno significativo di Saviano.</p>
<p>9. Senza un sostegno adeguato per qualità ma anche per peso specifico, nessuna opera può attualmente superare la barriera della presunta insignificanza. Probabilmente, però, è sempre stato così, benché si tenda a dimenticarlo: i poemi omerici, quello di Dante, i drammi di Shakespeare, i romanzi di Tolstoj sono stati, anche, popolari.</p>
<p>10. Alla domanda: «quali sono i narratori e i poeti italiani (e non solo) attualmente più rappresentativi?» è comunque necessario rispondere, preparando insieme gli strumenti idonei a sostenere la propria risposta presso il pubblico interessato. Di qui l’ulteriore necessità di interrogarsi sulla «divulgazione onesta», ovvero sul confronto aperto ma nel riconoscimento, al critico-proponente, di una competenza che oggi invece viene spesso assegnata senza verifiche.</p>
<p>11. La dialettica di pensieri e di poetiche diverse per riuscire a cogliere i valori più forti in questo determinato momento storico è il primo passo che si può compiere per coniugare il lavoro critico e le esigenze di un pubblico criticamente consapevole. In questa prospettiva, condividere e sostenere le iniziative già esistenti, anziché crearne altre potenzialmente sempre migliori ma solo all’infinito, sarebbe un primo segno di maturità, che potrebbe trovare un riscontro nel pubblico reale, con l’obiettivo concreto di ottenere un suo allargamento nell’immediato futuro.</p>
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